Dopo 12 Anni

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto per Pasqua.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho visto le processioni della Settimana Santa, che per me erano un must, le processioni. Erano la conditio sine qua non della Pasqua, non era ammissibile saltarle, non contemplavo nemmeno l’idea di NON farmi due nottate di fila, il giovedì santo e il venerdì santo, al vento carico di polveri sottili, a rischio di prendermi una broncopolmonite, per il gusto di esserci, di incontrare i soliti volti noti, gli stessi che, pian piano, negli anni, si sono trasformati in figure aliene. Caricature estranee.

Per anni ho preso l’aereo il giovedì sera, dopo il lavoro, sono arrivata a casa, mi sono lavata, mi sono cambiata e sono partita per la ruggente via crucis sociale. L’ho fatto sempre, l’ho fatto anche quando non ne avevo le energie, anche quando i miei amici hanno iniziato a non tornare più, per Pasqua. E non lo facevo per fede, naturalmente, giacché sono una delle tante incarnazioni dell’anticristo. Bensì per folklore, per tradizione, per appartenenza.

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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho smadonnato per trovare parcheggio, non ho scarpinato per chilometri, non ho salutato vecchi professori e compagni di classe, non ho fatto finta di NON vedere altre settordicimila persone, non ho comprato una Raffo a 1 euro in Piazza Fontana e non ho sentito l’odore della salsicce arrostite sulle lamiere, vendute nel panino, anche quelle a 1 euro o poco più. Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono mescolata, non mi sono confusa, non ho detto parolacce camminando accanto a ottuagenarie signore della città vecchia, di nero vestite, addobbate come la Madonna Addolorata, che s’appoggiano stanche a enormi ceri accesi, e pregano, lente, lungo il pendio di San Domenico. Non ho parlato in dialetto, non ho salutato il cugino di Frecciagrossa, che suona nella banda, che suona marce funebri; non ho chiesto quanto sono andate le statue, perché sapete che si fa quella roba per cui le statue vengono messe all’asta e le famiglie più abbienti (e malavitose, secondo leggende metropolitane) le comprano per avere il priscio di portarle su tutta la notte, a piedi scalzi, facendo un passetto avanti e due passetti indietro (la “nazzicata”, in gergo; se lo pronunciate provate a ridurre al minimo il suono delle vocali, per cortesia, dovete dire una cosa tipo “a n’zz’c’t), espiando così le proprie colpe.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono persa tra la borghesia tarantina che cammina sulle pregiatissime Hogan, e nemmeno tra i tossicodipendenti coi denti consumati dall’eroina, e nemmeno tra i finti a-a-a-alternativi del panorama indipendente locale. Non ho aspettato l’alba, non ho visto i perdoni bussare sul portale della Chiesa del Carmine per rientrare, tra gli applausi dei presenti. Non ho mangiato un cornetto con la crema su Via Anfiteatro, accompagnato da un espressino, per poi rotolare distrutta verso casa.

Per la prima volta non ho percorso i vicoli stretti che sanno di piscio e di pesce, non ho costeggiato le vie dello shopping cittadino, non mi sono districata tra la folla cercando un volto tra i volti, un sorriso tra i sorrisi, una capigliatura priva di senso tra tutte le capigliature prive di senso, che spopolano in questa periferia così distante dagli hairstyle milanesi.
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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono fatta saltare il cuore in gola, non mi sono fatta rovinare la serata da un saluto mancato, non mi sono fatta sfiorare la mano di nascosto, tra la folla. Non ho fumato una sigaretta con disinvoltura e circospezione sotto gli occhi della città intera, senza dare a nessuno modo di intendere cos’è che ci fosse sotto, quale fosse il non detto di quella non-vita, di quel non-amore, di quel siamo solo vecchi conoscenti che si sono appartenuti oltre ogni ragionevole possibilità. Oltre ogni sostenibile ragionevolezza. Per la prima volta non ho urlato al telefono a notte fonda. Per la prima volta non ho rincorso nessuno. Per la prima volta non mi sono chiesta cosa ci fosse di così difficile ad amarmi.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto, non sono andata alla processioni, non ho scrutato la folla alla ricerca di un uomo che non avevo smesso di amare mai.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, ho scelto di fare altro. Di liberarmi dal giogo dei ricordi, dalla coazione a ripetere, dalle usanze ormai in disuso insensatamente perpetrate, a discapito d’altre, nuove, più gratificanti esperienze. Ne conservo i ricordi, le sensazioni, i colori e i sapori. Li conservo finché ci sarà spazio, finché non dovrò eliminarli per il naturale processo di eliminazione di cui cantava Manuel Agnelli. Non c’è torto o ragione.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, sono stata con la mia famiglia, ho mangiato, ho dormito, ho letto, ho passeggiato, ho imprecato contro l’assenza di copertura 3G in campagna, e poi mi sono goduta i mandorli in fiore, e il cielo, e l’erba rigogliosa da arare.

Per la prima volta ho ammesso di non appartenere a nessun luogo e a nessuna persona. Di essere cresciuta. Di essere libera.

Libera. Anche da quella che ho sempre creduto essere “me stessa”.

Ed è stato bello.

99 pensieri su “Dopo 12 Anni

  1. Non ti sei persa nulla, cara….sempre le stesse facce, sempre lo stesso traffico, sempre le stesse bestemmie per il parcheggio…l’importante che anche da Milano continui ad amare Taranto e le sue contraddizioni, e continui a parlarne bene, nonostante tutto…

  2. Bello! Mi piace soprattutto il finale!
    Hai percepito ciò che provano gli amanti della natura.
    Prendi ciò che hai provato in campagna e moltiplicalo per 2, così saprai perchè la gente va in montagna.
    Moltiplicalo per 10 e capirai perchè è meglio salirci a piedi, faticando e sudando fino ad arrivare alla meta stanchi morti.
    Moltiplicalo ancora un po’ e saprai cosa si prova a farlo in solitaria.
    http://www.passionemontagna.com/PM_blog/it/it-vivere-la-montagna-in-solitaria.html
    http://www.ilmountainrider.com/natura/in-montagna-da-soli/
    (non sono articoli miei ma li condivido in pieno)

  3. ” Libera anche da quella che ho creduto essere me stessa”. Che bello. Anch’io a volte mi sento imprigionata dalle mie convinzioni su me stessa e dal passato, dalle solite abitudini. Voglio spezzare il cerchio 🙂

  4. Esiste una guida rapida ai tagli netti?
    No perchè io l’uomo che non ho smesso di amare mai, che non ha smesso di amarmi mai, ce l’ho dietro casa. E casa è un paesino da meno di diecimila anime. E c’è il mare, e il mare, si sa, è roba da romantici. E noi non sappiamo amarci ma non sappiamo non amarci. E io sono incastrata, letteralmente, tra un passato arrogantemente presente e un presente che non riesce a diventare passato.
    E ho rotto le palle abbastanza per questo e per i prossimi 100 commenti.

    Grandissima! Te lo invidio parecchio il tuo senso di libertà.

    1. il senso di libertà ce l’hai dietro l’angolo, se decidi di coglierlo.
      e non è solo questione di km, né di anni di silenzio, né di mare che pure che qua a milano c’è al massimo la darsena, quando uno al mare c’è nato e cresciuto, e l’ha amato, se lo porta appresso. e quella specie di romanticismo nostalgico è una carogna che non si dimentica.
      ma, a un certo punto, forse c’è da chiedersi quale sia il punto. quale sia la differenza tra l’amore e la narrazione dello stesso che per tutta la vita siamo capaci di farci. non so se mi ho spiegata 😀

  5. quella consapevolezza di se stessi.. quel pezzo in più di noi che conosciamo, che tentiamo, che sperimentiamo, che acquisiamo, che accettiamo semplicemente… che bello! e che libertà che sentiamo! già… sempre bello leggerti! un abbraccio, alla prox

  6. Vivere nei ricordi di qualcosa che è stato e non c’è più – o peggio
    ancora, sarebbe potuto essere ma non è mai stato – è un tormento. Uno
    di quelli profondi, infiniti, incompresi dalle persone che ti sono
    accanto e spesso anche da quella parte di te che vorrebbe andare
    avanti. L’hai raccontato benissimo, Vagina, così bene che questa tua
    liberazione l’ho fatta anche un po’ mia. Mi hai fatto rituffare non
    solo nelle mie liberazioni passate, ma anche in quella ancora più
    pesante (perché ha a che fare con una vita umana) che sto purtroppo
    affrontando… ma che grazie a questo scritto forse oggi è un pelo più
    passata oltre. Let’s going on!

  7. Se non sei tornata a Taranto per le processioni vuol dire che ha preferito momenti differenti dal solito cliché. Le tradizioni sono belle ma una ventata del diverso serve. Così il ricordo è più prezioso.

  8. In tutto quello che hai riacquistato, o credi di aver riacquistato, non capisco perché metterci solo banalità o cattiverie verso la città che ti ha cresciuto. Contornati di altre bellezze. Auguri!

      1. Vagina non ha bisogno di difensori d’ufficio. Se ha qualcosa da dire, portate pazienza, lo dirà ampiamente.

    1. mah. ho letto questo e anche i tuoi successivi interventi.
      sei libero di leggere nel testo quello che ci leggi, come è normale che sia.
      se non sono abbastanza avanti, o sono cattiva, o quelchelé, sei tu che lo dici. non io.
      di taranto ho scritto un milione di volte e ancora un milione di volte ne scriverò, nel modo in cui mi verrà spontaneo scriverne. dire che io abbia parlato solo dei riti della settimana santa e mai della circum mar piccolo, o del mare, o dei ricordi, o delle manifestazioni, o dei film su taranto, o dei problemi di taranto, o che non abbia anche scritto un ebook (pesante, pesantissimo, non leggerlo) su taranto e sullo stupro ambientale che ha subito. beh, insomma. umberto eco diceva che il testo non è mai completo. che l’autore lascia sempre degli spazi bianchi, che il lettore colma 🙂
      tu li hai colmati con questi contenuti e questa lettura.
      sei stato l’unico.
      ah, per rasserenarti, non credo voterò mai lega nord.

  9. Non torno a Palermo a Pasqua da anni ormai, ad un certo punto mi sono rotta le palle di farlo, non c’è un motivo. E’ successo e va bene così.
    Ma al Natale, ecco, faccio fatica a rinunciarci, anche se a volte tocca anche a me il turno festivo super e amen.

      1. Eppure c’è qui un commentatore che te lo ha chiesto almeno un paio di volte (di sposarlo). Dovremo istituire una commissione ziesca per l’esame dei pretendenti

  10. Ancora una volta Geena mi hai teletrasportato a Taranto. Come se fossi stato lì, a vedere qualcosa che per anni ho solo immaginato nei racconti degli zii e di mia madre. Una sola volta in tempi recenti ho visto in diretta TV la processione del venerdì santo ed è stata una folgorazione. Vedere il sacro e il profano che si fondevano insieme in un rito che si perpetua da secoli. Questa è la Storia della città che incrocia la storia di Geena. Macrostoria e microstoria.
    Taranto è lì da sempre, anche con le sue eterne contraddizioni, con le cose che non vogliono cambiare e che si fanno tradizione nel senso più deteriore del termine perchè non lasciano spazio alla naturale evoluzione della specie.
    Una serie di circostanze hanno “tolto” a te ed ai tuoi la casa base, siete stati costretti a reinventare le vostre vite. Ricominciare non è mai semplice, ma fa parte del nostro essere persone; muoverci, spostarci da un luogo all’altro per poco o tanto tempo, per pochi km o migliaia di miglia.
    Geena hai compiuto il passo successivo, Taranto farà sempre parte di te, ma non fa più per te. Tu sei altro ed hai bisogno di molto altro. E non ti basterà mai. Il fascino della scoperta è un motore potente. Soprattutto per te.
    Parola di un trapiantato… due paralleli più a nord 🙂

    1. ti ringrazio, per questo commento e per gli altri che hai lasciato per spiegare meglio ad antonio il senso di questo post che tu (e tutti gli altri) avete colto perfettamente.
      la cosa strana che succede è che spesso, leggendo le interpretazioni che fai dei miei post, li capisco meglio anche io.
      come quando parli della negazione. cioè che t’accorgi che le cose non saranno mai più come sono state, ma lo neghi. le cerchi ancora. e non le trovi, come è ovvio e normale che sia. sempre bello trovarti tra i commenti 🙂
      grazie

  11. Per Alessandro: Non difendevo Taranto ma commentavo l’ambiguità di un rapporto, quello tra Vagina e Taranto. Fino a qualche mese fa amore indissolubile, ora indifferenza o rigetto. Non mi piacciono questi atteggiamenti solo perchè i genitori cambiano casa, mi sembra sì un rapporto affettivo, ma anche infantile. Pensavo da altri commenti che Vagi fosse più avanti. ecco tutto. Poi è vero: amo Taranto che non è Ilva, nè settimana Santa soltanto, come tanti vorrebbero ridurla ad essere e la provincia, nel senso deteriore del termine, esiste in tutta l’Italia e la grande città è quasi sempre spersonalizzazione, piuttosto che avanguardia.

    1. Taranto è nel mio Dna, madre tarantina e padre siciliano, mamma che lavorava nello storico negozio di tessuti di Di Pierro e papà che studiava alle scuole CEMM a San Vito per diventare Sottufficiale di Marina (Era il 1960 e Taranto era un gioellino con una sua economia equilibrata come La Spezia e le altri basi navali italiane del dopoguerra, non era ancora arrivato il dio MOLOCH dell’Ilva). Io, bambino di due anni nel 1965 che ricordo a sprazzi la casa dove vivevamo quando papà era di fatto il vice comandante della batteria costiera di Marina di Leporano. Io adolescente che tutte le estati fino al 1980 scendevo a Taranto per passare metà estate con i miei cugini e vedere gli zii. Taranto la conosco bene, nei suoi magnifici pregi e nei suoi assurdi difetti. Quello che tu scambi per infantilismo e ambiguità è in realtà un senso di estraneazione. Quello che prova Geena, quello che ho provato io, quello che ha provato un mio cugino che avrebbe firmato il patto di Faust per dire che non sarebbe mai e poi mai partito da Taranto.
      Poi le circostanze della vita ti fanno partire e ti catapultano in posti che sono distanti anni luce dal tuo modo di pensare di vivere, ma dopo il primo terribile bruciante distacco, quando torni ti guardi intorno smarrito e vedi la tua città e la vita che avevi vissuto, con gli occhi di un estraneo; come se fossi tu con l’anima di un altro. E lo neghi, oh se lo neghi!
      In primis a te stesso, poi subentra l’accettazione, quella della consapevole rassegnazione, che com’era non sarà mai più. Ci vuole molto coraggio nel mettere dentro l’archivio dei ricordi un pezzo della nostra vita. Ma è così che diventiamo maturi e adulti.

      1. Non sono tarantino, non conosco Taranto, ma credo abbiate preso un abbaglio. Quello di Geena (dolce e malinconico) non è un giudizio su Taranto, ma il racconto della propria liberazione da un amore, diciamo… complesso. Taranto ne è solo la scenografia.

      2. So benissimo, Alessandro, che il senso di sopravvivenza ci fa, ci deve fare adattare, a situazioni e persone nuove, così come è opportuno, oltre che piacevole. scoprire il bello dei posti nuovi che ci troviamo a vivere. Quel che mi sembra però è che non ci sia l’equilibrio della archiviazione in questo post di Vagina, ma l’assenza di un vero amore per Taranto. Personalmente avrò seguito i riti della Settimana Santa tre o quattro volte in tutta la mia vita, che è quasi il doppio di quella di Vagina. Per me non identificano Taranto. Per me la identificano di più un percorso sulla Circummarpiccolo o la struggente bellezza di un tramonto visto dal lungomare. In questo post viene descritto ciò che serve a tenere a distanza un ricordo, non la sua rielaborazione. E questo non serve a diventare maturi e adulti, ma a lavorare da un’altra parte per poi, per paradosso, diventare leghisti, prendere gli accenti settentrionali e magari dare del terrone all’ultimo degli arrivati dal sud del mondo per sentirsi ancor meglio “inseriti”. Detto con affetto per tutti quelli che sono dovuti partire e per tutti quelli che hanno avuto il coraggio di restare.

    2. Anche tu cadi nei luoghi comuni. La città (che poi tanto grande, Milano non lo è) spersonalizza solo chi la rifiuta, e chi la sfrutta salvo poi disprezzarla. Milano ha un’anima grande, e un’umanita che si rivela a chi apre occhi e cuore.

  12. Quando parli di casa tua per qualsiasi ragione, si sente una passione travolgente al punto che ciò che descrivi viene fuori dalle righe e dal fondo bianco e diventa immediatamente tridimensionale, dinamico, popolato e vivo. Si sente proprio che la ami. Anche se noi trapiantate al nord abbiamo il cuore tanto grande da farci star dentro contemporaneamente anche tutta Milano.

  13. Mi ha sempre stupito questo aspetto della meridionalità, questo attaccamento a santi, sante, madonne, mummie, reliquie. Perché anche a Bologna abbiamo il santo patrono e la processione, e mio figlio porta il nome del santuario più amato, quello di San Luca, ma non c’è tutto il pathos e il “drama” che voi meridionali ci mettete.
    E’ probabile che tornerai a farla, la processione del venerdì santo, e che tornerai a fare tutte le cose ad essa legate. Non si recide mai il cordone ombelicale con la città in cui si è nate e cresciute, mai. Anche se i genitori vivono altrove, anche se la città cambia in peggio.
    Sii felice di essere libera tesoro. Di allontanarti, e di tornare.

    Baci.

    Zia

    1. ma non voglio reciderlo. non sarebbe giusto e forse nemmeno possibile zia, come dici tu.
      allentarlo e non tenerlo teso, per paura di perderlo. più di questo si tratta.
      credo per lo meno.
      sì comunque giù da noi tantissimissimo drama per le processioni 😀

  14. A mio modestissimo parere, questo è uno dei post più belli che tu abbia mai scritto…ricco di sentimento e consapevolezza, veramente bello! Però Vaggì, una cosa te la devo proprio chiedere: hai mangiato, dormito, letto, passeggiato, imprecato…e la cacca???

Parla con Vagina, Vagina risponde

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