Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

83 thoughts on “Le Vite che Non Abbiamo Scelto

  1. Maturi più di un fretta di un avocado accanto ad una mela. Bene, brava. E però, uff, toccare questa nota dolente che mi riguarda così da vicino, in questa domenica afosa… Magone. E in ogni caso, contento per il tuo Ferragosto!

  2. Non casuale che questo tipo di riflessioni facciano capolino sempre dopo l’estate, un po’ in tutti noi terrons emigrati. Ho avuto la stessa identica conversazione con la mia amica mentre stavamo sdraiate in spiaggia in Sardegna, pochi giorni prima del nostro rientro in continente. Non possiamo sapere come sarebbe andata, no. Ma parlare e confrontarci con chi è rimasto, ad esempio, è già un buon parametro. E anche separarci da chi è voluto tornare, giusto per dirne una più personale, è un ottimo parametro. Come dici giustamente tu, e mi unisco al motto, non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

  3. Ancora una volta Geena mi coinvolgi nel tuo mondo, come se fossi stato lì, in disparte, a guardarvi, ospite muto e invisibile, che vi vedeva e al contempo rivedeva sè stesso da ragazzo quando andava “a sgamo” alle feste in villa a Lama o a Gandoli perchè ero il cugino di…. o l’amico di….
    Una descrizione puntuale a metà fra il Grande Freddo e Sliding Doors, sul principio esistenziale di ciò avrebbe potuto essere e non è stato.
    Ma alla fine ciò che conta sono gli amici, perchè il resto passa gli amici restano. E c’è tanto amore e tanta nostalgia nel vedere che il tempo passa per tutti, che si è cresciuti e che si vede tutto col dovuto distacco che l’esperienza e la maturità ti fanno saltare fuori.
    Un presente che è ponte fra passato e futuro sulle scelte fatte e sulle quelle da fare.
    Un What…If degli universi paralleli dove anche io a volte indugio mentalmente.
    Se mio padre nel 1965 non avesse lasciato la Marina? (per inciso da imbarcato si faceva un mazzo pazzesco, si vede che le cose sono cambiate pure lì) Se mia madre avesse fatto il diavolo in quattro per restare a Taranto a lavorare da Di Pierro?
    Se avessi fatto l’università a Bari o a Roma? O se non l’avessi terminata?
    Alla fine la risposta è come il principio di indeterminazione di Heisenberg, non sai mai a che punto dell’orbita comparirà l’elettrone intorno al nucleo.
    Le nostre vite e quelle degli altri scorrono nei loro alvei, ma se non c’è il Braciola della situazione a fare da attrazione gravitazionale tutto si randomizza e si allontana in una sorta di universo in espansione dove perdi quello che conoscevi e se hai fortuna (forse) fai nuovi incontri.
    Ti auguro tanti altri Ferragosto così coinvolgenti. Baci.

    1. caro ale, anche io me li auguro. perché, al di la di tutto, mi rendo conto che sono occasioni sempre più rare e sempre più preziose, queste, in cui ci ritroviamo ancora insieme, dopo così tanto tempo (aspetta che inizino a figliare e vediamo :))
      sulla marina, quelle sono cose che si dicono e spesso sono più riferite agli ufficiali. non entro nel merito tuttavia. ma è uno dei motivi principali per i quali molta gente tenta l’ingresso nelle armi, al sud, dopo la scuola.
      hai ragione tu. i what if sono infiniti. e una risposta non c’è. indugiare con la mente è naturale, forse inevitabile. finché si indugia per poco, o finché si indugia al fine di cambiare non il passato, ma il futuro va bene.
      l’indugio fine a se stesso e prolungato, quello sì, può essere pericoloso. ma non mi pare questo il caso 🙂
      un abbraccio
      v

  4. Da Terrons non emigrato (anzi, da Terrons parzialmente emigrato), a volte mi perdo nelle stesse riflessioni, ovviamente ribaltate. E se avessi fatto come i miei amici, decidendo di partire? cosa ne sarebbe di me oggi, se fossi andato a Milano per la specialistica, anziché entrare in Marina? Sarei stato un buon impiegato, se avessi deciso di aspettare di “ereditare” l’impiego da mio padre, anziché orgogliosamente e cocciutamente (forse anche stupidamente) cercare di costruirmi un futuro con le mie mani, per quanto fosse lontano e diverso da tutto ciò che avevo conosciuto sino ad allora?
    Ci pensavo, e vedevo quanto di buono avevano gli altri e quanto di brutto avevo io. Ci penso adesso, e forse ho perso quella patina di illusione, la pasta di zucchero che rende liscia e perfetta la vita degli altri, ma riesco a vedere anche le loro difficoltà, i loro problemi, i loro rimpianti.
    Ho smesso di pensare alla vita che avrei potuto avere, forse mi sono arreso a quella che ho. Mi consolo guardando il buono e pensando a cosa potrei perdere se decidessi di reinventarmi. Mancanza di coraggio? Sì, sicuramente. Ma ci aggiungo, forse per auto assolvermi, un pizzico di responsabilità nei confronti di mia moglie, dei nostri progetti di casa e famiglia.
    E allora siamo qui, io e lei, a fare la parte degli Stefaola. Quando finalmente avremo la nostra casetta, tra un paio d’anni, attenderò con ansia il ritorno dei frammenti della mia vita piantati altrove, accenderò la brace sul balcone per salsiccia e bistecche e fanculo al vicino se si lamenta. O, se preferirà, un posto a tavola non si nega a nessuno. Fin quando durerà, fin quando avranno la forza di tornare, o noi di raggiungerli, sperando che la vita, nel fare (giustamente) quello che je pare, ci consenta di continuare a godere di questi brevi momenti fuori dall’usuale spazio-tempo.

    OT:
    A sentire i miei colleghi più anziani, pare che un tempo la Marina fosse effettivamente un posto felice. Non è il luogo e il tempo di intavolare una simile discussione, ma non è tutto rose e fiori, come da qualsiasi altra parte. E, Alessandro, da imbarcati ci si continua a fare il mazzo tanto, posso assicurartelo. 🙂

    1. @ Giuseppe: mi è cambiato il gravatar ma sono sempre io, ex distintivo verde.
      Papà (che si chiama Giuseppe anche lui) si è fatto circa 11 anni sul Montecuccoli e circa 3 sull’Altair (parliamo degli anni fra il ’50 e il ’63), con inframmezzati corsi di insegnamento di balistica all’Accademia di Livorno e ben sette trasferimenti fra cui La Spezia, Taranto e Augusta con tanto di famiglia negli ultimi 5 anni fino al ’65. Eppure nè lui, nè mamma si sono mai lamentati della questione, pur essendo una Italia senza autostrade e con infrastrutture datate o in via di sviluppo.
      Forse perchè erano figli di famiglie numerose che uscivano dalla guerra e le priorità erano diverse.
      Io la divisa l’ho portata meno, speravo la Marina, ma mi hanno inviato in Guardia Costiera; bella esperienza, ma ho visto che le cose stavano cambiando in peggio alla soglia degli anni novanta.
      Chiudo perchè siamo OT. 😉
      Saluti marinari.
      Alessandro

    2. Caro Giuseppe,
      io non direi che ti sei arreso alla vita che hai, ma che hai accettato che quella è il frutto della tua scelta. Così come non parlerei di poco coraggio, ma di un percorso che stai condividendo con una famiglia. E capisco ciò che dici, quando parli della vita degli altri, che all’inizio ti sembra tutta liscia e poi crescendo, con la sensibilità che s’affina, impari a coglierne (o intuirne) i limiti e i rimpianti. E mi immagino che anche per chi resta non sia facile, ogni volta, avere il cuore che si riempie e il cuore che si risvuota. Ma il bello è che, in quei momenti in cui è pieno, è pieno davvero, noi ne siamo consapevoli, e ce la godiamo come meglio possiamo!
      Fate gli Stefaola. E fate i Braciola. Che servono sempre, nelle amicizie di lungo corso!

      OT: quella cosa è una delle tipiche cose che “si dicono”. non la diceva mio padre a me, nello specifico 🙂 però devo dire di aver conosciuto ufficiali o altri gradi (non ricordo quali) che sinceramente si vantavano di non fare assolutamente un cazzo e di guadagnare più di quanto io abbia guadagnato mai nella mia vita.

  5. Non le abbiamo scelte…ma perche’ allora continuiamo a pensarci? Perche’ continuiamo a mitizzare una vita possibile che ci siamo lasciati scappare, piu’ o meno consciamente? Perche’ e’ cosi’ difficile non avere rimpianti?

    1. Perché è impossibile non avere rimpianti. Perché vivendo, necessariamente, scegliamo delle strade e ne escludiamo altre.
      Non punterei a non avere rimpianti. Punterei ad avere rimpianti sani. Mi chiederai cosa cambi. Secondo me una differenza c’è…

  6. “E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole”. Ripeterò questa frase come un karma nei mesi a venire..perché è quello che sto tentando di fare. Bellissimo post.

  7. Purtroppo si tende anche a mitizzare ciò che non si ha!
    Io il sud lo vivo spesso (non sono un emigrato, ma…beh non sto qui a dilungarmi) e… andiamo, ma ti piacerebbe fare la commare per tutta la vita?
    Proprio tu?!?!!? Saresti la più sparlata del paese.

    La vita al sud è così: lavoro ce n’è poco e quel poco è pesante e quindi da uomini, quindi l’uomo lavora e la donna sta a casa a figliare e a preparare da mangiare per il suo panciuto uomo.
    Ma prima c’è da fare casa.
    La casa non è una scelta bensì è tutta un compromesso: non ti piace condividere l’ingresso e il balcone con suoceri e cognati, ma… o così o cazzi. E ci vai. E passerai il resto della vita a discutere su chi deve pagare l’IMU di quella quarta casa ufficialmente di proprietà dei suoceri (anzi dei loro genitori) non avendo i soldi per fare definitivamente un passaggio di proprietà come si deve.
    Il massimo della vita sarà cibare il resto della famiglia. Tutto qui.
    Importantissimo essere una brava cuoca: tuo marito si ammazza di lavoro per mantenerti e in cambio ti chiede di cucinare, cucinare come se non ci fosse un domani.
    Niente ferie, niente esperienze nuove. Domeniche uguali ai lunedi, ai martedì, ecc.
    In inverno si mangia per festeggiare il natale che inizia a novembre e finisce a marzo, in estate si mangia in spiaggia.
    Lo sport regionale è accogliere gli emigrati che ritornano al paese per il periodo delle ferie e dimostrar loro che al sud si sta meglio e soprattutto si MANGIA meglio, anzi “si mangia” e stop, perchè al nord invece c’è solo polenta.
    Le chiacchiere tra donne sono pettegolezzi sui compaesani.
    Le chiacchiere fra uomini sono su cosa si mangerà, oppure sono continui luoghi comuni: zero apertura mentale e mai un discorso nuovo generato col proprio libero pensiero, bensì sempre le stesse frasi fatte che nella piazza del paese si sono tramandate dai tempi del bis-bis-nonno fino al ragazzino (disoccupato) che oggi impenna col motorino fumante vecchio di 20 anni.

      1. Mah… certamente il sud è grande.
        Un conto è vivere nel migliore quartiere della città di Napoli e un altro è vivere nel paesello nell’entroterra siciliano dove 50% degli abitanti ha un pubblico impiego e il 75% fa il pastore (notare le percentuali).
        Tu di quale sud hai esperienza?

    1. Detto da un lombardo/austro-ungarico …dipende da chi frequenti. Io ho avuto fidanzate di varie zone del sud (isole comprese) ed ho girato diverse regioni, e gli stereotipi che citi non li ho trovati.

      1. @marco sognatorefallito: magari in qualche sperduto angolo di Sud (ma, credo, anche di Nord) resiste ancora una sacca ottocentesca simile a quanto descrivi. Il problema é che hai scritto “la vita al sud é così”, intendendo tutto il Sud. E, mi dispiace, le cose non stanno così.

      2. Vuoi dire nelle famiglie standard hai notato un tenore di vita medio-alto? Ferie in albergo, auto recenti e portate subito dal carrozziere in caso di incidenti, viaggi, uscite al ristorante, ecc?
        Io ho visto che mediamente le famiglie hanno 1 sola persona che porta soldi e devono stare attente.
        Per i figli si svenano anche, ma i genitori stanno sempre a casa.

      3. Teoricamente è vero.
        In pratica però ho notato che le persone che non si sono mai mosse dai loro soliti luoghi sono anche più chiuse, più convinte che dal loro punto di vista si veda tutto il mondo.
        Non serve il lusso (anzi, meglio alla “barbona”), bensì il vedere e conoscere ambienti nuovi, persone nuove e diverse, ecc.

    2. urca. ma tu hai conosciuto un sud veramente orribile.
      cioè, per carità, alcune cose sono vere. ma alcune. e posso garantirti che – sarò stata privilegiata io – ma non è questo il sud in cui ho vissuto, né quello in cui ha vissuto mia madre (che ha lavorato), né quello in cui vive chi è riuscito, in qualche modo, scendendo a molti compromessi (ma del resto quale scelta di vita non ne comporta) un suo equilibrio anche lì.
      io credo che esistano delle cose belle nella mia vita a Milano e credo sarebbero esistite delle cose belle, diverse, in una mia supposta vita al sud. era sbagliato spalare merda su milano. è sbagliato spalarla sul sud.
      io ho scelto di stare qui al momento e non credo sia un caso. è una scelta, appunto. come è una scelta anche di tutti i miei amici. dice che al sud non c’è lavoro. molto vero. è anche vero che molti mestieri, potenzialmente, si possono fare anche dalla spiaggia, volendo. quindi, delle ragioni per restare ci sono. non per questo dobbiamo ridurre il sud a questa stereotipizzazione che – come tutte gli stereotipi – parte da delle realtà, ma poi le trascende facendo apparire il meridione intero come il più disgraziato dei paesi della più retrograda delle province. e no, non è tutto così.

      ps: sono comunque molto sparlata nella mia città, pur non vivendoci 😀

      1. Beh.. son contento che ,suppur dopo diversi giorni, m’ha risposto qualcosa. Avevo paura che ti fossi offesa.
        Però resta un punto che mi è oscuro: tutti siete concordi sul fatto che al sud non ci sia lavoro. Bene, ora io mi chiedo: in una situazione di scarsità di lavoro e quindi di soldi che entrano, come è possibile che non ci sia uno stile di vita più….più…”limitata”?
        ATTENZIONE: non è una questione di LUSSO, bensì di LIBERTA’ : i soldi danno…. la libertà.
        Anche la libertà di potersene fregare delle malelingue (se non ho bisogno di loro, posso mandarle cagare).
        Io al sud vedo molte vite strette nei compromessi: case plurifamigliari dove son tutti parenti, posti di lavoro vincolati a parenti e amicizie, ecc.
        Io mi sentirei soffocare!

  8. Che questione impossibile. Trasferirsi lontano da dove si è nati e cresciuti in realtà credo sia un vero trauma.. nessuno lo vuole dire o lo vuole pensare ma è una cosa durissima psicologicamente e quando ormai “ce l’abbiamo fatta” arrivano i dubbi, i rimpianti, i “what if”.. Nel mio caso il tarlo non è sulla scelta passata ma su quella presente-futura: e se tornassi? Sono 2-3 anni che mi scervello, prima non ci avevo mai pensato e non riesco a trovare una risposta, perché sono ormai 19 anni che vivo al nord (da quando ne avevo 19, una vita!) e non so come mi troverei… D’altra parte, la malattia del mare che è come il primo giorno, la famiglia, gli amici, quelli che ti amano da quando sei nata e tutto il corollario che sappiamo. Boh. Confido in un’illuminazione. Comunque, al di là dei casi personali, di meridionali emigrati in pace con questa questione io ne conosco forse un paio, gli altri, anche quelli trasferiti da 40 anni, sembriamo tutti condannati alla scissione eterna. Ciao, ti mando un bacetto a forma di polpetta.

    1. beh invece la questione presente-futura coglie esattamente lo spirito del post.
      è questo il punto. che non dobbiamo escludere le possibilità e che le scelte spesso non sono definitive come ci appaiono, neppure quelle più radicali che facciamo.
      voglio dire: tu ti stai chiedendo se tornare e fai bene a chiedertelo. la risposta arriverà, quando sarò tempo. ma stai serena che arriverà. sentirai la forza, l’urgenza, una circostanza, qualunque cosa che ti segnali cos’è che davvero vuoi per stare a posto con te stessa.
      io conosco molti meridionali che sono relativamente in pace con la propria scelta. ma, per l’appunto, si tratta sempre di una pace relativa. e per quanto tu possa essere convinto di aver preso la migliore decisione per la tua vita, ogni volta, salutare le persone che ami ad agosto sapendo che se tutto va bene le rivedi a dicembre è un trauma. sì. un micro-trauma ricorsivo. al quale ci si abitua. ma mai fino in fondo. io ho smesso di piangere quando saluto i miei. mi ci sono voluti anni. ma non ne potevo più di straziarmi e di straziarli. però, al tempo stesso, sono diventata free lance, il ché per ora mi consente di andare più spesso a trovarli. o di stare più di 48 ore quando vado. la vita è nostra e possiamo provare (forse senza riuscirci, ma almeno ci proviamo) a farcela come meglio possiamo, come meglio riusciamo. scusa il pippone 😀

  9. Volevo solo dirti che ho mandato il link del tuo post a mia madre. E niente, mai avrei pensato che avrei mandato un link di un post tuo a mia madre. Ti faccio sapere se si intrippa e ti legge tutto il blog. 🙂

  10. Io penso che non lo sapremo mai se è stata una scelta giusta, continuo a mangiarmi il fegato nonostante abbia provato entrambe le cose: all’inizio ho provato a restare, metter su famiglia, stare con la tipa dello stesso paesino ignorando le malelingue e poi il destino ha voluto che partissi, e tutto quello che avevo iniziato a costruire si è sgretolato come un castello di sabbia, lasciandoti in eredità un figlio che si sa, i figli so pezz ‘e core!!
    La voglia nel tornare c’è e credo sempre ci sarà, ma l’istinto mi dice di tenere duro, anche per dare un’altra carta da giocare a mio figlio. chi ha ragione? il cuore o la ragione? Questa è l’eterna domanda, finora non conosco la risposta..

  11. Tra l’altro… beh… è da qualche ora che ho letto (e risposto) il tuo articolo e…. c’ho pensato su un po’….
    Tutti abbiamo fatto delle scelte (non solo riguardanti i trasferimenti) e tutti abbiamo da poter ipotizzare una nostra “altra” vita.
    Ho pensato a una Vagi che scrive certi articoli su sesso orale ecc, che resta a vivere nel suo paesello del sud……. e….. beh… non ti ci vedo per niente: che ti piaccia o no, tu sei tagliata per la vita che stai facendo. Al paesello saresti diventata la zitella più sparlata.
    Ma quello che voglio dire con questo commento pomeridiano è che…Insomma…. cercando di rispondere a te, mi sono dato certe risposte anch’io.

    In conclusione credo che tutti quelli che ,come me, FORTUNATAMENTE hanno potuto fare delle scelte libere, alla fin fine… si può dire che abbiano fatto la scelta più….COMPATIBILE col loro carattere.
    Poi ovviamente ci sono anche dei rovesci della medaglia…. ma è normale.

    1. si ma infatti tutti noi abbiamo vissuto delle vite, scegliendole, a scapito di altre. questo mi pare di dirlo chiaramente.
      come ti ho risposto prima, io ho scelto di stare a milano. quando sono rientrata a settembre, alla stazione centrale, ho sentito che era il momento di tornare. ho trovato i miei amici ad aspettarmi. in questa fase della mia vita milano è il posto appropriato per me, con tutti i suoi difetti. non ho dubbi su questo. la questione è più sottile e forse per questo chi l’ha vissuta la intuisce meglio.
      detto ciò, fossi rimasta nella mia città, perché taranto è comunque una città e non un paesello, sarei stata quasi sicuramente fidanzata. con ottime probabilità cornuta. e sì, questo blog evidentemente non l’avrei creato mai. ma forse avrei fatto altro. non possiamo saperlo. e va benissimo anche così 🙂

  12. Essendo “polentona” non ho avuto la necessità di trasferirmi. Sono sempre in trasferta… (spesso al Sud peraltro).
    Ma mi viene da pensare a bivi che ognuno di noi ha dovuto affrontare, tutte quelle Sliding doors che abbiamo visto aprirsi e chiudersi. Per ogni bivio preso ho avuto cose positive e negative nella mia vita. Spesso mi son chiesta dove e come sarei se avessi fatto scelte diverse.
    Rimpianti pochi, curiosità tanta.

  13. Guarda, le vite che non abbiamo scelto, sicuramente inseguono quando ci si sposta come avete fatto voi. Tuttavia se si ha un animo non convenzionale o un minimo inquieto, che ti fanno avere dei repentini cambiamenti di rotta, ti inseguono anche quando da sempre vivi nei tuoi luoghi. Infatti mi sono molto identificato nel tuo racconto.

    1. questo racconto parla nello specifico di chi è andato via, ma vale per tutti. perché, come dici e come dicevo anche in un altro commento, tutti quanti facciamo delle scelte. man mano che scegliamo una vita, ne escludiamo un’altra. è sempre così. per tutti. alcuni sono più sereni e magari speculano meno su queste sensazioni. altri, ci riflettono di più. ma, in fondo, è una cosa assai diffusa.

  14. è giusto guardarsi indietro, ovvero della vita che non si è scelto, ma tutto finisce lì. Nessun rimpianto ma solo la consapevolezza di avere guardato oltre la siepe, anche se non si sapevo cosa celasse.
    Io non sono del sud ma emiliano. Eppure ho scelto di andare via dalla mia città. Affrontare qualcosa che non conoscevo, lasciandomi alle spalle certezze e ricordi. pentito? assolutamente no. Come credo neppure quelli del Gruppo.

    1. esatto. ma infatti è una sensazione più subdola, non descritta, non chiara. ma che inevitabilmente percepiamo quando torniamo. anche quelli che lo negano. anche quelli che inveiscono. anche quelli che in fondo hanno sempre il dispiacere di essersene dovuti andare da un territorio che offriva loro molto poco – o nulla – contribuendo così a impoverirlo ulteriormente. perché le persone in gamba che se ne vanno, sono un danno. non lo capisce l’Italia e non lo capisce neppure il sud.

      1. è vero che chi se ne va genera un danno. Però c’è il rischio di chiudersi nel proprio orticello senza valutare cosa offre il mondo. Il semplice fatto di essermene andato, gettando alle ortiche tutto per affrontare quello che stava fuori dei miei confini e quindi ignoto mi è servito per crescere e aprire la mente.

  15. Ti. Capisco.
    Anche se io gli amici a Taranto non ce li ho piú, perché loro non sono emigrati, ma sono rimasti. E non avevamo piú nulla da condividere…

  16. Tarantina di nascita, milanese d’adozione da 5 anni ormai. Abbiamo le stesse ferie e le stesse opinioni che tu riesci a scrivere e io no. Questa volta però mi hai fatto piangere.

    Grazie

  17. Sono anche io una terrons emigrata, ma dopo aver vissuto quella vita su cui ti stai facendo tante domande. Una piccola città, una casa MIA fatta a mia immagine e somiglianza, col balcone e il giardinetto, un lavoro tranquillo a dieci minuti da casa, la famiglia e gli amici a portata di mano, una lunga convivenza.
    Un mondo apparentemente perfetto. Che a un certo punto ha iniziato ad andare in pezzi. Ci ho pensato tanto, e poi ho mollato tutto e a quarantacinque anni mi sono trasferita a cinquecento e rotti chilometri da casa, da sola, per ripartire da zero. E ora che è passato un po’ di tempo mi rendo conto di quanto ci stessi stretta, in quel “mondo perfetto”, e quanto sto bene adesso. Si la famiglia mi manca, gli amici mi mancano, pago un’ira di Dio d’affitto per un buco di casa, passo parecchio tempo da sola, ma sono sempre più convinta d’aver fatto la scelta giusta.
    E se non l’avessi fatta, sarei li a rodermi pensando a come avrebbe potuto essere, ma i rodimenti non fanno per me.

  18. Mio figlio e un amico nella tua foto… Ne avrei riconosciuto la sagoma tra milioni. Coincidenze di emigranti, da Taranto all’Emilia e viceversa, in continuazione, per generazioni. Mi ci ritrovo, pro e contro, un po’ di malinconia, tanto orgoglio.
    Ciao e grazie

  19. Davvero un bel post…rispecchia ciò che vivevo e pensavo fino allo scorso anno…poi ho avuto “le palle” di cambiare dopo 13 anni al nord! Adesso vivo la mia “vita altra” nella mia Puglia 😉

      1. Ho vissuto a Modena e lavorato a Maranello…tante soddisfazioni, ma l’amore per le origini, il cibo ed il mare sono stati più forti! Mio figlio voglio che cresca al meglio…voglio che cresca in Puglia!

  20. Io vorrei avere i coglioni di andare e non li ho. Forse perché vorrei poter tornare e so che non potrò. E vorrei che fosse una meta geografica la mia, ma è solo un’opzione di vita, una scelta esistenziale.

  21. la vita è una zattera su un fiume, a volte la si governa, altre si è trascinati dalla corrente, per il resto sai meglio di me che le feste, le ferie ok ma nonnsopporteresti mai più quella vita e quella routine tipica del sud, ormai anche se sarà dufficile pervte accettarlo sei e vivi da milanese

    1. no ma io lo accetto anche molto bene. figurati.
      è come avere due anime. ad alcuni può sembrare disordine emotivo, a me sembra ricchezza.
      ho affetti e pezzi di cuore in tutte le città. da nord a sud.
      persone da cui posso andare. persone che posso accogliere.
      lo so, non è come stare insieme sempre. ma questo quasi migliora la qualità del tempo che poi si passa insieme.
      bella comunque l’immagine della zattera. condivido.

  22. Vagi, perdonami ma che noia le nostalgie dei terrons immigrati. Ne leggo di tue come di tanti altri amici su facebook. Le risposte di “noi del nord” sarebbero scontate ma evitiamo. Perchè invece non scrivi un bel pezzo sul perchè vivete in questo posto che descrivete come orribile che è il nord? Io sono del nord amo il cibo e i paesaggi e la gente del sud, mi spiace che nelle vostre sviolinate non elenchiate mai cosa non vi piace della vostra terra e cosa apprezzate in quella nuova che vi ha accolto. I vostri post sono tutti uguali, panzerotti, arrosticini, il mare, la spiaggia, la famiglia, la mozzarella gli amici di infanzia. Perchè se al sud è tutto così bello e al nord tutto così brutto avete deciso di andarci? Mi piacerebbe leggere una tua risposta concreta. Grazie buona continuazione
    Claudia da Brescia

    1. Probabilmente perché la nostalgia ti fa ricordare le cose belle e sorvolare su quelle brutte. Credo sia una cosa normale. Problemi e brutture sono ovunque, certamente non solo al Nord. Un mio collega ligure, quando siamo al insieme al Sud, non fa che lamentarsi e aspettare il momento in cui tornerà nella sua terra. Stessa cosa faccio io quando sono su. Ormai ci scherziamo e ci ridiamo, dandoci rispettivamente ed ironicamente del “leghista” e del “terrone” 🙂 ma l’attaccamento alla propria terra di origine rimane, e credo sia veramente difficile da eradicare.

    2. Scusa ma cosa dici?? nessuno dice che al nord è tutto brutto e al sud è tutto bello. Vagi sicuramente non lo ha fatto nel post, anzi ha elencato tanti argomenti negativi di Taranto, forse tu non li conosci!! Così come nessuno descrive il nord come orribile, non capisco perché scrivi così.. non è una gara, non c’è meglio o peggio.
      Si può avere rispetto e apprezzare un posto, magari viverci anche in maniera soddisfacente, ma non si possono dimenticare gli affetti più cari. Eppure non mi sembra molto difficile come concetto… è così difficile avere rispetto per i sentimenti degli altri? Sinceramente trovo il tuo commento piuttosto ottuso e ignorante. Quel “la nuova terra che vi ha accolto” puzza proprio di padrone che rimprovera il servo ingrato. Questa presunzione di superiorità è la radice di tutto il male del “tuo nord”: casa mia casa tua, noi voi, mio tuo.
      Sei tutto il nord che non voglio.

    3. Claudia, capisco che sono logorroica e figurati se pretendo che uno debba deputare tanto del suo tempo a leggere per intero un post. Ma prima di lasciare un commento per così dire provocatorio, generalmente, si consiglia la lettura completa.
      Evidentemente tu non l’hai fatto, altrimenti avresti visto che cito – già qui – una serie di problemi, SERI a cui tengo MOLTO della mia città, che sono la ragione principale per cui molti di noi sono andati via. Non è che a Taranto non c’è il lavoro. A Taranto non c’è proprio la salute. Ma questo immagino che tu lo ignori, giacché hai visto solo panzarotti, arrosti, birra e mare, nel post. E giacché la gente del sud forse la conosci solo in ferie. Rispondere, qui, alla tua domanda affrontando la questione meridionale, francamente mi pare arduo e soprattutto credo che non saremmo né io né te in grado di sostenere un discorso CONCRETO.

      comunque qui eccoti cosa non mi piace del sud (ma questo è faceto, ripeto, magari leggiti il post o i numerosi post che ho scritto sul problema dell’inquinamento a Taranto in questi anni):
      http://www.linkiesta.it/it/article/2016/06/18/lestate-il-punto-di-non-ritorno-del-terrone-che-torna-a-casa/30817/

    4. e qui eccoti cosa amo di milano:
      https://memoriediunavagina.wordpress.com/2015/02/03/questa-milano/

      buona lettura!

  23. Grazie, apprezzato…e sì , si può andare , valutare , tornare…quando la voglia di esplorazione sarà placata e sarà rimasto il “lavorare come uno stronzo per 10ore al giorno”…ma ci vuole coraggio si…
    a vivere del confronto sociale delle nostre parti

  24. Allora, devo recuperare, sto leggendoti a ritroso ed eccomi qua.
    Io sono un po’ anomala nel mio status di emigrata. Il punto cruciale è non aver più un Gruppo nella mia terra natale, non c’è stato un braciola o molto più probabilmente le persone che frequentavo non sono quelle che frequenterei oggi. Sono molto cambiata io, forse anche loro, lo ignoro. Non ho quasi mai pensato a come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta lì, credo sia perché le cose migliori le ho vissute una volta fuori di casa. Vero è che me ne sono andata abbastanza presto per gli standard italiani, ma soprattutto per quel periodo storico: dei miei coetanei sono veramente pochi quelli che sono andati a vivere altrove. Al momento penso che potrei tornare a vivere in Salento solo in vecchiaia e non ne sono nemmeno molto sicura. Proprio negli ultimi tempi per una serie di situazioni in evoluzione ho percepito quanto per me Milano sia casa, quasi più di Lecce. Rimane il cuore legato alla terra rossa, la pelle al salmastro dell’aria marina, gli occhi alle bellezze del paesaggio che tanti ci invidiano, rimangono le radici, ma la mia testa, la mia vita, la sento legata a Milano, alla sua favolosa contraddittorietà, al tran tran, alle occasioni molteplici, a questa città che mi ha tirata su negli anni di maggior coscienza.

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