Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

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E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.

80 thoughts on “Facciamo Tutti Finta di Niente

  1. Fuori sede anche io, a 1300km di distanza dai miei genitori, che ormai hanno più acciacchi che forza d’animo necessaria ad affrontarli. Mi hai fatto commuovere, ma proprio tanto. E ti ringrazierebbero, se sapessero che leggere queste tue parole mi ha messo una gran voglia di parlare con loro, anche subito, del tempo che fa qui e delle condizioni di salute del mio frigorifero.

    1. Ciao grazie come al solito dei tuoi scritti….Anche io ogni tanto torno al mio bar che frequento da oltre 25 anni…la gente ogni tanto cambia, invecchia, nuove vite, nuovi amori…qualcuno e’ rimasto sempre lo stesso ma un po’invecchiato malato nell’animo e solo o sole…..io abito ormai da poco meno di 2 anni all’estero…e quando torno mi sembra tutto cosi diverso…..anche se questa tristezza e anche un po’ di gioia nel rivedere i miei luoghi cari alla mia giovinezza mi mette sempre un po’ di nostalgia. Anche io ho perso mio padre anni fa ….e mi manca sentire mia madre che mi diceva sempre soprattutto in inverno se mi mettevo la maglietta intima altrimenti mi raffreddavo e si preoccupava se il mio lavoro andasse bene!!!!! Ora mia madre NON me lo dice piu’……L’Alzheimer si e’ portata via i suoi ricordi e i ricordi delle sue figlie!!!!

  2. è quando questi “pezzi di noi” che vanno via che capiamo che da tutto quello che ci appartiene e cui ci sembra che siamo legati possiamo separarci senza fatica, perché se “possiamo” rinunciare a quei “pezzi” lì possiamo rinunciare a tutto….. ed è da quel momento lì che cambia tutto, perché è quello il momento in cui diventi “grande”, inevitabilmente grande….. involontariamente “grande”…….

  3. Hai scritto cose vere, che difficilmente riusciamo a metabolizzare. Vivo nei fantasmi di un epoca incomprensibile.
    Complimenti per il tuo stile e per le emozioni, sensazioni, dialoghi che hai nella testa.
    …Altro che Vagina !
    Ciao.

      1. Sono incastrato fra la mia vecchia vita e la nuova e non ho la testa per altro, troppi pensieri. Mi sto obbligando di riprendere il vecchie cattive abitudini su wp ma non ho più la serenità di una volta… però mi manchi, tu e gli altri scapestrati che conosci bene. 🙂

  4. Arriva un momento in cui non sei piu’ dentro una fase della vita, ma quella fase diventa la vita. A me è accaduto 13 mesi fa. Tutto, e tutto insieme. Non ce la faccio proprio perchè si fa finta di niente. E io non sono per nulla d’accordo. Si deve parlare di questo dolore, si deve perchè io che so cosa vuol dire penso che questo tipo di dolore non puo’ restare in silenzio

  5. Oggi sarebbe il sessantacinquesimo compleanno di mio papà, ma è morto poco prima di compierne 59. E vorrei tanto ricevere una di quelle telefonate stanche, noiose e apparentemente inutili in cui mi chiedeva com’era il tempo a Milano e cosa avrei preparato per cena.

  6. Ci penso un sacco di volte a come sarà quando perderò uno dei miei genitori. E ogni volta che uno dei due si sente poco bene, basta un pò di malessere fuori stagione, sento il pepe al culo. E non dormo perchè c’ho l’ansia, e ascolto nella notte se si alza più volte per andare al bagno, o in cucina, perchè penso “Avrà bisogno di me?”. E quando questi rumori non li potrò più controllare e dovrò affidare tutto al tono di voce al telefono, lì saranno cazzi acidi. Perchè mi fa paura pensare a tutto quello che non ci sarà, e non so se me lo porterà via improvvisamente o tenterà di preannunciarmelo, ma non sarò di certo pronta. Ho paura, una paura folle che mi fa piangere al solo pensiero. Ma che cazzo puoi fare? Arrenderti, che tanto la vita così è, e prima o poi sta cosa te la cazza. Ma, come scrivi tu, la vita continua.
    Ciao bellezza, sempre bello leggerti!

  7. Proprio oggi è il 10 anno di “anniversario” di mio padre.. (uso le virgolette perché la parola anniversario in realtà mi ricorda cose belle…e questa di sicuro bella non è!)
    Comunque… io in questi casi faccio finta. Faccio finta di star bene, di sorridere, di cavarmela da sola. Ho imparato a fare finta e sono diventata pure brava, sai?
    Ho iniziato pure a cantarlo, questo mio fare finta….:

  8. Mi hai molto commosso e ti capisco, per fortuna non si tratta di una mia esperienza personale ma lo è stata anni fa per la persona che amo e, nonostante gli anni trascorsi, la rabbia e la mancanza sono sempre in agguato. Io non lo conoscevo ancora eppure mi ha detto che vedere tutti i suoi amici presenti quel giorno lo ha aiutato molto. Sono davvero questi i momenti in cui si riconoscono i veri amici.

  9. Mentre leggevo vi immaginavo lì, al Gandalf e potevo “sentire” quello che provi perché sai trasmetterlo chiaramente. Hai ragione, pur facendo finta di niente, ci siete sempre. Credo che le amicizie vere non finiscano mai, anche quando sembra il contrario perché si è fisicamente lontani.

  10. quando si perde un genitore, si sta male anche se aveva cent’anni meno due mesi come mia madre.
    Capisco la tua amarezza e i tuo dolore. Però non si può fare finta di niente. Il dolore c’è, la perdita pure come la mancanza della sua presenza.
    Rispetto il tuo dolore ma consentimi un abbraccio pieno d’affetto.

  11. Ho 40 anni, siciliana e da 11 anni a milano, ho perso mia madre 8 mesi fa. Non si è mai abbastanza grandi per accettare e affrontare la morte. E per me, che non posso contare più nemmeno sugli amici di sempre, oltre al dolore c’è la vera solitudine. Quando tua madre ti lascia capisci quanto si possa essere soli in questo mondo. Ti leggo sempre. Grazie

    1. io ho la fortuna di avere ancora i miei genitori. ma quando penso alla perdita, e pensarlo mi terrorizza, anzi di più, immagino una cosa simile a quella che descrivi. ti abbraccio forte. fermamente convinta che non esista un’età in cui si è pronti per la perdita di un genitore.

  12. Quando perdi qualcuno e quel qualcuno è COSI’ importante, le parole lasciano il posto a qualcosa di diverso. Sensazioni che fluiscono, che trasudano attraverso gesti, contatti leggeri, sguardi, cose che solo gli amici di una vita sono in grado di fare.
    Vedi, invecchiando molti di questi amici li ho persi per strada, checcazzo se vai in giro a sposarti come un coglione a random i risultati sono questi, però posso dirti che almeno uno l’ho conservato gelosamente, mi capisce, mi sorregge quando il tutto necessita.
    E io faccio lo stesso con lui.
    Facciamo una vita d’inferno tutti e due, lui prende sempre una media chiara e la mia è rossa, mi basta guardarlo negli occhi e mi rivedo in prima liceo.
    Sono felice che voi siate in tanti, il gruppo unisce e basta poco perchè l’energia fluisca.
    La vita regala ma pretende tantissimo, porca troia la bilancia è sempre lì a metà e non se ne esce.
    Ricordarsi di fare quelle telefonate elimina tanti rimpianti, abbracciare stretto gli amici fa sentire meglio.
    Era tanto che non scrivevi così, ma questo lo sai già.
    Sai già anche che adesso metto i piedi sulla scrivania e accendo un sigaro.
    Poi rileggo con calma.

  13. Quando succedono queste cose io non so mai cosa dire, so solo esserci. Perché che diavolo gli vuoi dire a un amico che ha perso qualcuno di così importante, che passerà, che è la vita, che è così per tutti? Quando è successo a me ne ho sentite tante di parole ma entravano e uscivano dalle orecchie senza che potessi afferrarne il senso, che comunque senso non ne avevano, niente ne aveva in quei giorni. E quello che mi ha fatto bene invece sono stati gli abbracci, quelli caldi e confortanti, quelli che senza parole ti dicono “sono qui adesso, e ci sarò anche domani e dopodomani”, quelli che solo un vero amico ti sa dare.
    M’hai fatto scendere una lacrima ma bello quando scrivi così, col cuore in mano.

    1. anche tu l’hai quasi fatta scendere a me, adesso, con questo commento.
      e la ragione per cui riduco al minimo l’uso delle parole, piuttosto ascolto, piuttosto abbraccio, è che proprio penso che il senso non esista, in quei giorni. e che solo dopo, nel tempo, si inizi ad affrontare, digerire, ruttare, ciò che è successo.
      e forse, sul cuore, il peso ti rimane per sempre.
      ti abbraccio pure io, così, virtualmente. ma insomma hai capito.

  14. Stai cambiando Vagy. Ho poco tempo e quindi magari mi leggo due post alla volta ma più che altro son mamma, e come mi accorgo che cambia la mia bimba e molto meno cambia il mio spilungone, altrettanto mi accorgo che stai cambiando tu. Non è questione di meglio, peggio, medio, crescere. E’ che la vita inizia ad allungare i suoi cazzotti (un pò presto, direi,) etu e i tuoi amici li parate alla meglio.
    Ringrazio Dio o il destino o chissà che/chi che i miei genitori abbiano potuto vedere i loro nipoti diventare grandi.
    Ringrazio di aver capito mia madre proprio negli ultimi anni, poco prima che l’alzheimer iniziasse il suo terribile lavorio. Mio padre non l’ho capito mai, o forse molte cose non ho voluto capirle perchè erano troppo: complicate, pesanti, antipatiche.
    Ringrazio perchè i miei figli li hanno amati molto, i loro nonni, anche da parecchio acciaccati e rincoglioniti. I miei genitori se ne sono andati a distanza di un anno e mezzo una dall’altro, e io credevo di essere pronta e un pò lo ero e un pò no. Non si è mai pronti ad essere orfani.
    E’ un pezzo che mi dico che adesso sono io ad essere in prima linea, anche se non sono vecchia-ma nemmeno giovane- anche se gli acciacchi iniziano ma faccio finta di niente.
    Io, che mi sono trasferita in questa cittadina del menga per amore trent’anni fa, non ho un Gandalf ma ho la cioccolateria della Carmen, dove mi ritrovo con l’amica più cara che ho qua. Tutti gli altri sono a Bologna, però all’occorrenza ci sono.

    Diventare grandi, e crescere, e invecchiare, non è facile.

    1. esattamente questo zia.
      è l’età adulta che arriva, che lo fa senza convenevoli e che ti toglie l’agio di pensarti figlio, perché per quanto adulto, per quanto ormai trentenne, quarantenne, cinquantenne, per quanto possano invecchiare i genitori, finché ci sono c’è un pezzo di te che può continuare a considerarsi figlio. a sapersi figlio. forse si resta figli anche quando i genitori vengono meno. ma immagino sia uno spartiacque nella storia personale di ciascuno di noi. specialmente quando succede comunque troppo TROPPO presto.
      questo non è il primo, tra i genitori dei miei amici, ad andarsene. e noi che ancora li abbiamo, conviviamo con l’ansia di quando succederà a noi. mia madre qualche anno fa m’ha presa e m’ha detto: CHETATI! NON FASCIARTI LA TESTA PRIMA DEL TEMPO. e così provo a fare. così proviamo.
      t’abbraccio. come sempre.

  15. Ti accorgi che stai invecchiando quando è tempo di seppellire i propri cari. A me è capitato a Febbraio dover seppellire mio padre. E’ sempre stato l’antitesi di quello che sono e avrei voluto essere io eppure gli ultimi 5 giorni di agonia me li ricordo molto bene per il male che ho provato. Non lo avrei mai creduto possibile. Adesso non mi manca, prima non mi mancava però che male quei 5 giorni…

  16. Sto scrivendo una piccola storia della mia famiglia e mi accorgo di quante cose mi hanno raccontato i miei genitori e non ascoltavo, e ora che sono morti non ricordo se era zio Mario oppure nonno Arturo ad aver fatto quella tal cosa… mi sento di tradire la storia mia, dei miei, anche di mia figlia che non saprà tante piccole cose. Mi sento come su un giro d’aria, senza nessun muro che mi protegge alle spalle, pronta a volar via in un momento

    1. eh. una specie di nudità totale. posso immaginare.
      non riesco a dire molto altro, perché questo post è stato durissimo da scrivere e lo è pure da commentare…
      t’abbraccio e basta e non sentire che tradisci nessuno. non ricorderai i dettagli, ma li hai ascoltati abbastanza da scriverne oggi ❤

  17. I hear you Vagina, forte e chiaro. Per qualche paragrafo non capivo dove saresti andata a parare, e poi mi hai bastonata.
    Saremmo dovuti restare accanto a loro, nel posto in cui siamo nati, frustrati nelle nostre ambizioni, ma insieme, quanto più possible? Avremmo dovuto continuare a parlare in dialetto invece di menarcela che parliamo dodici lingue e siamo executive di sto cavolo? Facciamo ancora in tempo a tornare indietro? (No) (Anzi, sì). (Che poi dire tornare indietro sembra brutto, perchè sembra un fallimento, quando invece è una piccola illuminazione).
    Grazie per aver scritto questo pezzo, e grazie per la forza che hai di rispondere ai commenti. Ti abbraccio

Parla con Vagina, Vagina risponde

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