Taxi Rider

Milano è così. Ci sono volte che hai il bisogno feroce di scappare. E volte che hai il desiderio ardente di tornare. Non vale per tutti, naturalmente. E forse non vale per sempre. Non vale per quelli che Milano non la comprendono, per esempio. Non vale per quelli che di Milano non colgono l’essenza. Non vale per quelli che pensano che l’unica cosa che Milano abbia da offrir loro è uno stipendio di millerrotti euro al mese. Non vale per quelli che sono scappati prima che Milano sortisse la sua magia, o che — direbbero loro — li imprigionasse. Li compromettesse.

Sia chiaro, anche io sono stata così. Lo sono stata a lungo. Il mio rapporto con Milano è stato complicato, conflittuale, sofferto. Insomma, ha seguito il copione standard di tutte le mie relazioni amorose fondamentali. E si sarebbe interrotto, se io non avessi avuto la cocciutaggine di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Anche qui, esattamente come con gli uomini. In effetti, l’unica ragione per cui la mia storia con Milano non è finita, è che Milano non poteva mollarmi (cioè, farsi mollare, ma insomma è lo stesso) e trovarsene un’altra, più easy, più brava, più buona. Milano non aveva le gambe per andarsene.

Io Milano non la volevo. A me, di fare carriera, non me ne fregava un cazzo. Forse perché sapevo che comunque l’avrei fatta. Non la carriera in senso stretto, ma che qualcosa avrei combinato, in qualche modo, in ogni caso. Sono altre le cose che non ho mai saputo di me stessa, quelle su cui non avrei scommesso, quelle su cui ancora oggi nutro riserve. Se saprò mai amare, per esempio. Amare nel senso reale, non retorico, del termine. Sull’amore retorico sono una bomba. Nessuno mi batte, su quello. Ma sull’altro, quello vero, quello che investe (invece di sacrificare) una parte dell’individuo nel “noi”, ecco quella roba io boh. Vediamo. Le faremo sapere. Ma della carriera, non ho avuto dubbi mai. Questo per dire che io pensavo che di Milano non avevo bisogno. E pure che io Milano non la volevo. Per niente.

Ma le ho fatto il favore di venire qui. Così. Non mi serviva, Milano, ma sapevo che avrebbe potuto giovarmi, in qualche maniera. Perché ho sempre pensato che dai recinti bisognasse uscire, per indagare l’esterno, per capire cosa c’è dentro e cosa c’è fuori, e solo allora scegliere dove collocarsi. Sceglierlo, per l’appunto. O forse no, forse era solo curiosità. Forse era solo inerzia. Forse solo una sfida, una partita aperta, una punizione. Non lo so. Fatto sta che io qui ci sono venuta. E l’ho odiata.

L’ho odiata profondamente e a lungo. L’ho odiata per le sue contraddizioni e per i suoi eccessi. Per i suoi inglesismi e per i suoi terribili acronimi anglofoni (ASAP, FYI, TBC, ma come cazzo parlate?, pensavo). L’ho odiata per la sua fretta, la sua competitività, per i suoi altissimi standard d’efficienza, offerti e pretesi. L’ho odiata per le troppe opportunità che m’offriva, in mezzo alle quali non ero più capace di scegliere. Milano l’ho odiata perché ero smarrita. Perché ero arrivata qui con il mio piccolo-enorme bagaglio di certezze, e quella me l’aveva svuotato. Certezze forse è una parola forte. Persuasioni, ecco, potremmo dire “persuasioni”. Comunque molto radicate.

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Ero persuasa di essere figa, per esempio. Ero persuasa di essere benestante, per esempio. Ero persuasa di essere brava. In men che non si dica, Milano mi ha chiarito che qui era pieno di gente più figa, più benestante e più brava di me. Me l’ha chiarito ignorandomi, inizialmente. Poi mi ha imbarazzata. Mi ha fatta sentire fuori luogo, inadeguata e mai abbastanza, un numero di volte che non saprei dire, perché non le potrei contare.

I primi anni la cosa che più mi auguravo, in qualunque contesto, era di risultare invisibile. Se non fossi stata invisibile, sarei comunque stata inappropriata. Tra le due, era senza dubbio migliore l’invisibilità. Essa, talvolta, può addirittura essere un super-potere. Non mi risulta che la Marvel abbia, al contrario, fatto un fumetto su un’eroina con il dono dell’inapropriatezza. Non esiste una X-Men col dono, per esempio, di essere grassa dove tutti sono magri (onestamente non so cosa facciano ai grassi a Milano; come minimo li deportano in un Fat Camp, dove realizzano una web-serie, che pubblicano su YouTube, ma fanno il teaser su Facebook, e le pillole video per Instagram e Vine, ma pure la gif per Twitter; e puoi seguire i protagonisti su Snapchat e insultarli in tempo reale).

Cioè, l’icona femminile per definizione “inappropriata” è Bridget Jones, ma andiamo, Bridget è sfigata. Io dico una Wonder Woman, una Catwoman, una Eva Kant (se dico imprecisioni, non vogliatemene, non capisco un cazzo di fumetti).

Non esiste una super-eroina col dono di avere numero 3, dico TRE, borse Carpisa. E io, beh, ce le avevo. Certo, avevo una Miu Miu nuova di zecca, che mi aveva regalato — svenandosi — un mio ex nel tentativo, immagino, di farsi perdonare plurime corna. Però ecco era UNA SOLA delle mie borse. L’unica.

Il primo giorno di lavoro, la prima cosa che mi disse quella che sarebbe stata nei mesi a seguire la mia tutor, fu “Bella borsa, ce l’ho uguale”. Ce l’aveva uguale. E ne aveva altre. Altrettanto fighe. Io no. Io avevo solo quella. Era la mia borsa migliore e io me la sparai al primo giorno di lavoro. Rookie mistake. Prima lezione di vita milanese: se non hai almeno 5 borse stra-fighe da poter sfoggiare in ordine crescente di fighezza, non andare a lavoro con la borsa più figa il primo giorno. Così come, se non hai la certezza di poter ampliare progressivamente il tuo Parco Borse con un upgrade costante di livello, mantieni comunque un profilo schiscio. E, bada, prima di passare a comprare una nuova borsa figa, devi equiparare il livello del portafogli. Perché un portafogli di Furla non sta bene dentro una borsa di Prada. E tra una borsa Coccinelle, e una borsa unbranded, preferisci l’unbranded, perché Coccinelle è come dire “Vorrei ma non posso”. Me lo sono sentito dire una volta, durante una riunione di lavoro. Inutile segnalarlo, avevo una Coccinelle.

La mia Miu Miu ad oggi giace semi decomposta sul mio ripiano delle borse, ma è ancora la borsa più figa che io abbia. L’unica che a Milano meriterebbe l’epiteto di “borsa”. E senza troppo entusiasmo comunque. Nel senso che Miu Miu non è come una Chanel originale. Cioè, brave tutte con la Miu Miu. È tipo l’entry-level di un’escalation di borse, al cui costo non esiste limite, non c’è un tetto. L’ho scoperto grazie a una delle mie amiche più milanesi, che è maestra di stile, una trend setter talmente VERA che non è neppure attiva sui social. Lei si veste in un modo, e pian piano quelle intorno a lei iniziano a vestirsi uguale. Borse così belle che le ho chiesto se, il giorno che deciderà che è stufa, che deve far spazio, che le deve buttare via, se per piacere le vende a me (sì, è un’OPA sulle borse usate della mia amica milanese, questa).

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Ecco non saprei dire quand’è che io e Milano abbiamo smesso di portarci sulle palle. Un giorno però è successo.

No, non sono stati i concerti, gli eventi, le mostre, le anteprime, i servizi. Che comunque senza dubbio aiutano. Ma no. Non è per i concerti che vivi a Milano. Cioè a Milano suonano talmente tutti, che smetti pure di andarci ai concerti. Io, per lo meno, ho smesso. Preferivo di più quando dovevo prendere un treno lercio e massacrarmi fisicamente, di quando dopo una giornata di lavoro dovevo pure obbligarmi ad andare al PalaStocazzo o al ForumMinchia per vedere tale gruppo indie, di cui conoscevo due o tre canzoni, perché le ascoltava il mio ex di 2 anni prima. Ma sticazzi. No, non sono neppure i concerti che mi sono serviti ad amare Milano. Hanno aiutato, perché hanno aiutato. Aver visto Roger Waters, i Depeche Mode, gli Interpol, gli Arctic Monkeys, i Porcupine Tree, Morrissey, Bruce Springsteen, Patti Smith, gli Afterhours, i Baustelle (2 volte, agli Arcimboldi e al Carroponte) e decine di altri di cui non ricordo i nomi ma che saranno molto noti nel panorama indie, voglio dire per essere una che non va ai concerti, ne ho visti un bel po’. E per essere una a cui i musical fanno cacare, ne ho visti 3 o 4 (tra cui Rocky Horror ben 2 volte, una delle quali allo storico Cinema Mexico, e l’ho amato). Tutto questo ha aiutato. Ma non è stato questo.

È successo il giorno in cui ho smesso di guardare questa città come un’antagonista e ho iniziato a guardarla come complice, che le cose sono cambiate. Quando ho capito che dovevo comprenderla io, affinché mi comprendesse lei. Quando ho accettato che la diversità può essere un vantaggio. Quando mi sono assunta la responsabilità di esserci andata con le mie gambe, fuori dal recinto, smettendola di subappaltare a terzi le colpe e i meriti di quella che ero.

Milano ha iniziato a piacermi quando mi ha aiutata a diventare più simile a quella che vorrei essere. E questo un costo ce l’ha, certo che ce l’ha, ma è diventato un investimento e non una tassa emotiva.

Milano mi piace, adesso. Chiedermi perché io viva qui è come chiedermi perché ho i capelli ricci. O se penso di avere per sempre gli occhi castani.

Sono rientrata, dopo un mese di assenza, in treno, attraversando le intemperie che flagellano il Bel Paese. Sono arrivata di sera, tardi. Ho guardato le volte a botte in ferro della Stazione Centrale e sentito il freddo pungermi attraverso il jeans. Ho sollevato gli occhi e ho visto un cartello immenso che mi dice che SE VOGLIO, POSSO avere fino a 1 Gigabyte al SECONDO. Che non lo so, io sono ancora con l’adsl di mio nonno credo, ma va bene. Se voglio, posso.

Sono andata alla stazione dei taxi, dove i taxi ci sono, sempre. Con la fila, che scorre ordinata e civile. E i tempi di smaltimento sono quasi immediati.

Il tassista, per tutto il tragitto che dalla stazione mi conduceva a casa, mi ha raccontato tutte le sue disgrazie sentimentali, senza naturalmente conoscermi.  L’ho salutato dicendogli “Tutti abbiamo il nostro passato e tutti siamo passibili di giudizio. Il punto è trovare qualcuno che non ci giudichi, ma che ci comprenda e che sia disposto a conoscerci

Quello mi ha salutata complimentandosi, perché non gli capita mai di fare della conversazione così edificante.

La corsa comunque non me l’ha offerta.

Rientrata a casa, mi sono ricordata di quell’altra volta, che era estate, un luglio torrido che ti saresti scuoiata viva per il caldo. Rimasi nel taxi, sotto casa, a corsa terminata. A fumare una sigaretta insieme al tassista, parlando di quanto fosse difficile l’amore.  Di che scemenza fosse, l’amore. Gli raccontai tutto, quella volta. Neppure me ne accorsi. Mi fece mille domande e io gli risposi, senza filtri, nuda come un verme. Come una donna sola che ha un bisogno terribile di parlare. Come una bambina, del tutto spoglia della salvifica diffidenza metropolitana.

Mi feci mille paranoie, a seguire. Temendo mi avrebbe stalkerizzata. Che di me ormai sapeva tutto. Che magari era un serial-killer. Naturalmente non l’ho mai più visto.

Milano è così. Può esserti amica e pure innamorata. Se dimostri di meritarla.

Viceversa, può essere stronza e spietata. E se lo può permettere talmente tanto, di essere spietata e stronza, che pure chi la odia alla fine sta qua (non tutti quelli che la odiano, ma molti di quelli che ci vivono).

Dovrei scriverle comunque le mie avventure sui taxi milanesi.

Dovrei approfondire l’idea.

Taxi Rider dovrei chiamare la raccolta.

69 pensieri su “Taxi Rider

  1. Credo che i tassisti siano una razza a parte, con poche e piccole differenze tra una città e l’altra (accento a parte).

    Ca@@o sono stato talmente pirla da lasciaree mia moglie tornasse a prendere borse e scarpe …per queste non saprei, visto che vanno a taglie, ma con le borse avrei potuto prosciugarti il conto corrente anche a tariffa di usato 😜

  2. Un post molto bello, mi ci ritrovo molto.
    Forse sono andata via da Milano troppo presto per caderci dentro completamente. Ci ho vissuto 4 anni, e una volta qualcuno mi ha detto “se passi la prova dei 4 anni, vivrai a Milano per sempre” – e mi sa che è una di quelle frasi che mi hanno convinta che avevo dato, con la vita milanese. Ma mai mai dimenticherò tutte le volte che mi ha fatto sentire inadeguata, una specie di adolescenza ritardata che non si svolge più a scuola ma dentro gli uffici del centro.
    Ora ci torno con più piacere, come una che si è rifatta una vita dopo il divorzio e incontra l’ex per caso, provando solo tenerezza e non più rancore.

  3. Tra pochi giorni sarà un anno che sto a Milano, e ci sono caduta dentro con tutte le scarpe, da subito. Un po’ che mi si è presentata con la più bella alba che io abbia mai visto, di un arancio sfacciato striato di giallo e viola senza fine, un po’ che venivo da una situazione tale che avrebbe potuto solo migliorare, un po’ che ci sono arrivata a quarantasei anni ma con un pizzico dell’incoscienza dei venti e l’ancora acerba consapevolezza di avere tra le mani una seconda possibilità. Ci siamo annusate, abbiamo preso confidenza, io mi sono lasciata andare a lei, lei a me, le forme erano simili, gli spigoli si incastravano senza sovrapporsi come un tangram.
    E c’hai ragione quando dici che Milano è un investimento, che è un’opportunità che bisogna dimostrare di meritare, perché ciò che si avrà da lei dipende solo da ciò che siamo disposti a mollare noi.

    1. E a proposito di borse, ho la fortuna di lavorare in un ufficio di soli uomini. Non si scompongono se metto gli stessi jeans per due giorni di seguito e le scarpe più gettonate sono gli anfibi, e preferiscono di gran lunga commentare i culi delle colleghe degli altri dipartimenti invece che le mie Majo. Li amo per tutto questo.

      1. Io ho sempre lavorato con uomini, ho avuto al massimo una donna nel mio ufficio, una su sedici. Avessi avuto intorno sole donne mi sarei licenziata dopo una settimana.

  4. È sempre così, nella vita ogni cosa è come una medaglia che ha due facce. Non se ne può mai guardare una sola delle due.
    E quando usciamo dalle nostre convinzioni e ci apriamo a nuove prospettive, si apre anche un mondo.
    Bella Milano! 😊Un giorno, lo so, ci finirò anch’io. Ma solo un po’.

  5. Milano….ci sono stato quattro mesi (abitavo a Cologno veramente) e mi é sempre piaciuta. Non so se mi ci trasferirei in maniera permanente ma se dovessi scegliere una grande cittá in cui vivere in Italia non avrei dubbi. E poi certo, i concerti, che fortuna poterli vedere cosí facilmente…non sai che traffici ad esempio per salire a novembre per quello dei Cure: Aerei, alberghi, trasporti ecc…. Tutto per una sera. Ma ne é valsa la pena. E poi Milano é la città dell’Inter….si, Milano….ho poi cosí tanti amici…magari uno lo conosci pure, ne sono sicuro! PS ottima scelta i Baustelle

  6. Aaah borse e scarpe…evitare le conversazioni da ufficio su borse e scarpe fu una delle spinte motovazionali a lasciare Milano. Io che per le borse ho una soglia psicologica di 30 euro di spesa massima.

  7. Ho un amico tassinaro… e quante corse gli sono state pagate in nature…

    Non capisco perché tutti debbano sempre entrare in competizione con Milano, specialmente quelli che arrivano da Roma. Io ho subito ammesso che a Roma mi ci trasferirei immediatamente, mi sono trovato bene fin dall’inizio… del resto le cattive abitudini è più facile prenderle. Certo, ti lamenti della strafottenza di molti, della maleducazione che hanno su 4 ruote, del menefreghismo di tenersi pulita una città bellissima… ma dopo questo impatto iniziale ci prendiamo il meglio: gente simpatica, alla mano… e come dice Battista, è difficile far ridere a Roma, sono tutti comici. Poi, del resto, un nordico difficilmente è legato alla propria terra e la lasciamo senza troppi traumi.

    Ma tutti quelli che arrivano a Milano, specialmente dal sud, devo fare subiti i confronti, ci entrano subito in competizione, una gara di come la propria città sia meglio, senza manco averla ancora conosciuta. Probabilmente è la paura di ritrovarsi, un giorno, ad amarla troppo o di non esserne all’altezza, la solita storia della volpe e l’uva, il giorno che la lascerai è perché non ti piaceva.

    1. ma io pensavo che certe cose succedessero solo nei video fake taxi di pornhub…
      comunque sia, io a roma non ci vivrei credo mai, per dire (salvo che non m’innamori di un romano ma quello è un altro discorso)
      detto ciò, chi arriva a milano, specialmente dal sud, sta pagando più o meno consapevolmente un costo emotivo alto. è un investimento e all’inizio non hai né la sensazione, tanto meno la garanzia, che ne valga la pena. poi, chiaro, se tutto ciò che si fa è criticare, se non ci si apre, se non s’accoglie non si è accolti, e non si cresce, e si resta con i paraocchi e tutto il resto che sappiamo.
      però siate comprensivi con i terrons che arrivano qui e non parlate di volpi e di uva, che davvero, è uno sbatti che non ne avete l’idea 🙂
      VOI NORDICI.

  8. behhhh personalmente, io Non andrei Mai a vivere a Milano.Ci ho lavorato qualche giorno;troppo traffico, troppo smog.Gente che va di corsa quando scendi dal treno ti prende l’irresistibie voglia di andare di corsa anche tu come la maggior parte delle persone..La adoro per lo shopping, i locali, i concert;.ma a viverci NO, non ci riuscirei. Io amo gli spazi aperti il verde, il profumo dell’acqua, l’odore delle foglie che si imputridiscono dopo qualche giorno di pioggia.Amo la natura e la dimensione umana, mi piace qualche volta immergermi nei centri commerciali, ne ho bisogno, m la mia casa deve essere nel verde!!!!!

    1. l’importante è che ognuno sia a suo agio nel posto in cui vive. nella propria dimensione.
      a me anche piace molto la natura. e, in fondo, a milano basta muoversi di poco per trovarla. monti, laghi, verde. per dire 🙂
      però capisco, ci mancherebbe 🙂

  9. certo Milano o si ama o si odia. Le mezze misure non esistono. Io l’ho amata, anche se me ne sono andato ma ci sarei tornato volentieri se non fosse capitato di scegliere altrove. A Milano ci tornavo sempre volentieri e ci torno anche adesso volentieri.
    Taxisti che raccontano le loro storie? Forse sono un maschietto e poco intersso a loro.

  10. Come sempre adoro il MODO in cui parli della mia città. Come sempre è un amore unico, scivolato attraverso la solitudine dell’emigrato.
    Per questo, senza prezzo.
    Milano sa abbracciare, per chi è in grado di apprezzarla.

  11. Milano è periferia. Non ne parla mai nessuno. Esiste un passaggio nel percorso di una vita, che chi vive e parla di Milano attraverso i locali, i concerti, le borse, principi e principesse, non ha mai affrontato. L’equivoco. La conta e la misura delle certezze, o meglio – delle persuasioni (cit.), è fatta dalla stessa mente che le racchiude.

  12. Ciao Vagi,
    ti leggo da una vita e tante, tante volte, mi ritrovo in quello che scrivi.
    Sono milanese dalla nascita e da generazioni, una di quelle con i nonni e i bisnonni che il milanese, quello che ora fa figo usare per le insegne evocative o sui post del Milanese Imbruttito, lo parlavano davvero e hanno cercato di tramandarmelo.
    Questo post mi ha fatto sorridere: è bello vedere come piano piano, tu e questa città, abbiate trovato un modo di “vivere insieme” e ne sono felice. Milano sa amarti, se ta meriti, come hai giustamente detto tu.
    E dirti che amo questa città sarebbe riduttivo, dirti che la respiro e la sento sotto pelle non basterebbe. Ma ti lascio questo, scritto una sera, mentre tornavo a quella che attualmente è la mia “dimora provvisoria”, spero renda l’idea:
    https://seietrenta.wordpress.com/2016/11/07/basta-un-treno-perso/

    un abbraccio (perché si, esistono i milanesi affettuosi!)

  13. Io con i tassisti ho avuto i più belli ed edificanti discorsi da quando vivo a Milano, da quello che mi ha consigliato di andare a ballare il liscio all’Idroscalo (mai andata). A quello che non voleva portarmi dall’amore della mia vita (del momento) perchè gli avevo raccontato tutta la storia in pochi minuti, e perchè erano le due di notte. A quello che mi ha detto che la vita succede e basta e mi ha raccontato di come la fidanzata era rimasta incinta, a quello che mi ha spiegato nel dettaglio degli uomini che accompagnava dai trans dopo aver lasciato la loro donna o presunta tale.
    Ma avrei anche una sfilza di racconti sui colloqui di lavoro, di quando ho messo un annuncio di babysitter e ho ricevuto alcune delle richieste più strane della mia vita.
    Dei locali notturni, dei soliti bar, delle persone famose o presunte tali.
    Del menefreghismo e della bontà dei Milanesi, che ormai so rimasti pochissimi.

    E certo se cammini di notte lungo i Fori Imperiali a Roma per andare al Colosseo è completamente un’altra storia.

    Ma quello che devo sopra ogni cosa a questa città è appunto come dici tu avermi permesso di mettermi sulla strada (ci sono ancora lontanissima) per diventare quello che voglio.

    Diciamo che da quando hai mollato il lavoro ti stimo sempre di più, però temevo che non potessimo essere più sulla stessa lunghezza d’onda, temevo di trovare sempre più marchette sul blog e invece il fatto che nonostante tutto resti autentica lo considero un’ottima strategia comunicativa e cerco di sperare che tu sia veramente così.

    P.S. anche le tue marchette mi piacciono, quindi continua così 😉

    In bocca al lupo.

    1. aahahaahha rido per la tua conclusione. sono contenta che ti piacciano, faccio del mio meglio e devo dirti che non è semplicissimo campare di scrittura. ma faccio del mio meglio e finché non mi rompo il cazzo della precarietà totale (che poi è anche libertà, d’altro canto), e non decido di andare a fare la segretaria di qualcuno, continuerò.

      quella cosa che dici, metterti sulla strada giusta, è tutto, tranne che banale. tienila stretta, è la ragione per cui, almeno per un pezzo, resterai qui.

  14. Non hai idea di quanto quanto quanto quanto QUANTO (!) io condivida il pezzo di canzone (o rifacimento?) che dice: “Canten tucc: “Lontan de Napoli se moeur” ma poe vegnen chì a Milan”.
    Non sto a spiegare pubblicamente…. Motivi personali.

  15. Da piccolo avrei potuto essere un fervente seguace di un Salvini terrone, ero un fervente LegaSudista. Poi sono cresciuto, ho viaggiato e sono passato anche per Milano. Non ci ho vissuto, quindi non posso parlare proprio a ragion veduta, ma credo proprio di essere adatto alle grandi città. A Milano, mi sono sentito a casa. Non l’avrei mai detto, ma vi ho ritrovato anche una dimensione umana che stento a sentire nella mia città di origine. Ho provato la stessa sensazione, amplificata, a Londra e a New York ma non in Spagna. Ma anche Milano mostra i suoi limiti se confrontata con metropoli estere, quindi no, per me non vale la pena di viverci. In un’altra vita, forse, andrei via. Per il momento, ci accontentiamo di Ryanair e di una buona rete di amici expat 🙂

    1. anche io da piccola ero molto sudista pur essendomene andata a 18 anni (la coerenza, sempre, prima di tutto).
      milano ha dei limiti, paragonata alle altre metropoli estere. ma ha pure dei vantaggi, secondo me 🙂
      (gli amici expat sono una buona rete, ma anche pezzi de core che se ne sono andati e che non torneranno, quindi preferisco quelli che mi sono rimasti a milano, o in città che posso raggiungere in 1 o 2 ore di treno)

      1. Fuori di dubbio che nel panorama nazionale, Milano è probabilmente il top che si possa avere, se si cerca un determinato tipo di habitat. Roma no, è per me una perfetta amalgama dei peggiori difetti del sud e del nord, che il romano, personaggio mediamente affabilissimo e godibilissimo, riesce a stemperare ma non cancellare.
        Detto questo, un paio d’ore di aereo permettono di coprire buona parte d’Europa…e Ryanair batte Trenitalia su tutta la linea 😀 Per gli overseas ci stiamo attrezzando, nel frattempo è bastato fare l’abitudine alle notifiche WA/Telegram agli orari più disparati del giorno e della notte 🙂
        Sarò ingenuo e romantico, ma non voglio ancora arrendermi alle conseguenze del “pezzi de core che se ne sono andati e non torneranno più”…

  16. Cominciavo a chiedermi che fine avesse fatto il post su Milano che avevi promesso tempo fa. Valeva la pena aspettare.

    Non ho mai capito, come il Pinza, quelli che entrano in competizione col posto in cui vivono piuttosto che cercare di prendere il meglio di quello che può offrire senza passare la vita a desiderare di essere altrove. Soprattutto per chi viene da fuori, una tabula rasa su cui costruire. Con tutti i difetti che ha Milano e contando che non è New York o Londra mi sembra che a voler essere positivi qualcosa si possa combinare. Non è facile ma non lo sarebbe nemmeno altrove. Anche perchè se sei a Milano forse qualcosa mancava dove stavi prima.
    E’ un piacere avere la tua sensibilità e intelligenza a bordo di questa città.

    1. Mmmm io vivo a Milano e sinceramente conto i giorni di quando me ne andrò!sono nativa della provincia e mi auguro di ritornarci al più presto …odio il traffico è sinceramente di borse e scarpe non me ne frega niente!tanto meno dei centri commerciali.comunque,milano dà molto dal punto di vista del lavoro.

      1. Sono tra chi a Milano non ci è nato ma ha scelto di viverci. Ci sto da poco, ma mi sta dando tanto e parlarne solo in termini di traffico e centri commerciali mi pare molto ma molto riduttivo.

      2. milano offre molto da molti punti di vista.
        a milano ho incontrato persone interessantissime, diverse, che mi hanno arricchita e stimolata, e da me si sono lasciate arricchire e stimolare.
        milano ti mette il pepe al culo, ti attiva le sinapsi, ti obbliga a essere migliore, a stare al passo, ad evolverti e anche a interessarti a cose che non ti interessavano prima. non è solo lavoro (per quanto il lavoro sia, appunto, spesso il movente principale se non l’unico)
        se non ti fai cannibalizzare, se non ti fai alienare, milano è un gran posto per realizzare se stessi (magari è più difficile realizzare una famiglia, ma questo neppure è detto)

      3. Se la vivi con rifiuto è ovvio che ti respinga …lo fanno tutti, per riflesso. Dovresti provare a viverla con la pelle e con il cuore.

        P.S. Il traffico a Roma, Napoli o Bari è molto peggio, te lo assicuro

    2. Concordo in pieno con quello che dici. Una tabula rasa su cui costruire, per me Milano è stata ed è esattamente questo, una seconda possibilità che non è dato a tutti ricevere e per questo ancora più da valorizzare.

    3. grazie mille delle tue parole 🙂
      come ho risposto a pinza, spesso chi lascia il posto d’origine per inseguire un futuro migliore (diciamo che questo è spesso il movente), paga un prezzo emotivo che non è banale. e forse così si spiega l’atteggiamento che voi definite di competizione, che io stessa ho chiamato “antagonismo”. può sembrare sciocco, ottuso, in realtà chi l’ha vissuto capisce che – entro certi limiti – è semplicemente umano 🙂

  17. Io sono una di quelle delle borse “vorrei ma non posso”…attualmente coccinelle e Twin-set…mi piacciono però! La Gucci e la Burberry (entrambi regali della mia santa mamma) le lascio nell’armadio nella speranza di farle durare il più possibile ahaha….da usarsi solo in occasioni speciali dato che temo resteranno le uniche in mio possesso! Detto questo io Milano la vivo da provinciale, ho iniziato a frequentarla tutti i giorni dall’università tornando nel paesello la sera. Ho sempre voluto bene a Milano…da adolescente tutte le esperienze più belle le ho vissute lì e ci sarò sempre affezionata, anche se forse viverci è tutt’altra storia..

    1. questo è tutto un altro discorso, altrettanto complesso, persino di più.
      ma non ne sono così convinta. è una delle ragioni per cui non sono tornata. ma mi sembrava una stronzata, in fondo. alla fine vai dove ti fa stare bene stare. o impari a stare bene dove stai. insomma possono esserci molte ragioni per tornare.
      forse le mie non sono state abbastanza forti. ma non direi che è necessariamente una sconfitta.

    2. Perché parlare di sconfitta… può anche capitare di tornare a casa perché ci si rende conto che quel che si cercava, in realtà, è sempre stato alla nostra portata, ma per capirlo a volte è necessario allontanarsi. Allo stesso modo, si può veramente parlare di una ipotetica “vittoria” quando si va via perché è l’unico modo per sopravvivere? Ecco, per me quella è una bella sconfitta 🙂

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