Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
   .
Buon 8 marzo.
A tutte.  

70 thoughts on “Le Donne Che Vorrei

  1. E comunque non ho mai conosciuto una ventenne strafiga accompagnata ad un sessantenne netturbino o autista dell’ATM. Però ne ho conosciute diverse innamorate di un orefice o di un industriale.
    Così per dire, tanto io non sono donna e posso dirlo che l’orefice e l’industria.r sono dei pirla

    1. E qua, caro il mio Fedifrago, posso pure contraddirti: sono stata una ventenne strafiga, come dici tu, e sono stata perdutamente innamorata di un autista che aveva quasi l’età di mio padre, e poi mi sono innamorata di un elettricista spiantato e pieno di debiti. Mi dispiace per te ma noi donne anche ventenni strafighe siamo capaci di innamorarci anche di uno spiantato senza arte nè parte, e la nostra forza è quella di dare a lui la forza di tirare fuori tutte le qualità che magari nemmeno lui sapeva di avere.
      Scusa Vagina se mi sono intromessa, ma mi è saltata davvero la mosca al naso, per dirla da signora agee quale sono diventata da ventenne strafiga che ero.

      1. Scusaci Giliola, è che non siamo più abituati a quel genere di attenzioni da parte femminile. Le donne lavorano e non hanno tempo, c’è sempre più richiesta di uomini di quarta gamma. Il rischio è che nel sacchettone ci trovi quello ha preparato un’altra al posto tuo…

      2. Perché, lei, signor Fedifrago, ne ha incontrati molti di ventenni strafighi accompagnati a una sessantenne commessa del Conad? Così, per sapere.

    2. @Nadine
      Non ho proprio mai conosciuto un ventenne accompagnato ad una sessantenne, che non ne fosse il figlio.
      Però ho conosciuto molte ventenni mogli o fidanzate di sessantenni alquanto dotati …di denaro.
      Il mio non è un giudizio (anche se un’idea personale su quei sessantenni me la sono fatta), ma una pura constatazione; il caso di Giliola qui sopra è una rarissima eccezione, peraltro io parlo di conoscenze dirette e può essere che del tutto casualmente sia stato testimone solo di una tipologia di relazioni.

      1. E questo, cosa dimostra? Che ci sono donne attaccate ai soldi? O cos’altro, che già non si sappia e che comunque non si possa applicare anche agli uomini?

  2. “[presupporre] che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna” è un principio che ha un risvolto ancora più dannoso, cioè dare alle donne brutte la convinzione di essere giocoforza intelligenti.

  3. Difficile credere che la famosa sorellanza non sia poi cosi diffusa. Che purtroppo spesso (non sempre fortunatamente) non siamo in grado di fare squadra… forse ci manca nel dna il gene del calcio, non so. Ma quelle con me più scorrette sul lavoro sono spesso state donne “di pari grado”.
    E io non sono neanche gnocca…

  4. la bellezza delle donne che si aiutano senza pregiudizi, senza essere competitive e senza voler dimostrare a tutti i costi di essere migliore dell’altra è fantastica. La si prova raramente, in alcuni episodi della vita ed è di una potenza meravigliosa.
    un abbraccio

  5. Io noto molta competizione tra le donne. Forse ancora di piu’ che tra gli uomini. Ed e’ un peccato. Ci sarebbe da fare un vero lavoro in profondita’ per una maggiore sana complicita’ e comprensione. A parte questo, mi e’ piaciuto molto quello che hai scritto, Vagi.

    1. Io noto molta competizione anche tra gli uomini. Però la mancata “sorellanza” viene molto più additata della mancata “fratellanza”: è un luogo comune anche quello delle donne non solidali tra loro. Come se alle donne spettasse, per il solo fatto di essere donne, mettere pace. L’aggressività, in varie forme, soggiorna nella natura umana: ma ai maschi è permesso liberarla e sfogarla, alle donne molto meno, e in forme più sotterranee e spesso socialmente censurate.
      Non pensa che sia un certo tipo di educazione (alla “dolcezza” come attributo di genere, alla remissività, al tacere quel che “non sta bene” venga detto, al sacrificio di sé, al sotterfugio) a generare mostri? Cioè ipocrisia, ambizioni soffocate fino a farsi arrivismo, frustrazione?
      Bisognerebbe prima riflettere su quanto di costruzione di culturale c’è nella presunta identità di genere.
      Sono solidale con un essere umano perché è un essere umano, non perché è una donna, o perché è un uomo.

      1. Solitamente gli uomini (intesi come maschi) entrano in competizione per due motivi: la carriera o una donna. Escludendo la competizione sportiva, si intende.

        Tieni presente che certi luoghi comuni diventano tali a causa della statistica 😉

      2. Fedifrago, perdoni, ma sulla validità statistica del luogo comune mi permetto di avere dei dubbi. E vale tanto per le donne quanto per gli uomini. Perché affermazioni superficiali e generiche che colpiscono le donne possono in egual misura colpire e ferire anche gli uomini: pensiamo alle frasi trite e ritrite, smentite dalle singole esperienze o attribuibili a una certa educazione che i ragazzi ricevono, come “non sa fare più di due cose insieme”, “va in coma appena la temperatura corporea supera il 36,7”, “i veri uomini non piangono”, o “pensa con il suo organo genitale invece che con il cervello”. In ogni caso, rimane il fatto che il genere e i comportamenti ad esso attribuibili (semplificando, per forza di cose) vanno studiati tenendo conto della disparità di educazione e di trattamento che si riceve a seconda del genere. Che le donne siano “geneticamente” più portate alla competizione e meno alla solidarietà è teoria tutta da dimostrare. Prima di allora, restiamo nello stereotipo, oppure, mi scusi, nel pregiudizio sessista.

    2. vedo che qui si è sviluppato un interessante alveare di commenti e nadine ha posto l’accento su un aspetto molto corretto.
      da quando iniziamo ad avere consapevolezza di noi stessi, del nostro genere in particolare modo, persino da prima in effetti, veniamo educati a determinati “habitus”, che sono puramente culturali. succede a noi donne e anche a voi uomini.
      molte espressioni adulte di noi stessi, del nostro rapporto con l’altro sesso e con le nostre “simili”, nasce da un precedente lavoro di edificazione del nostro “io” sociale. e, come tutti i lavori di questo genere, non è detto che sia stato fatto nel modo migliore e più funzionale possibile, anzi. per la mia esperienza, che non è uno studio sociologico ma solo la mia esperienza, ho la sensazione che tutte le relazioni per noi donne siano più complicate (quella con le amiche, quella con noi stesse, quella con le nostre aspettative, quella con il nostro corpo), più intense, più viscerali. e questo le rende più sfiancanti ma pure più gratificanti e, quando trovi un punto d’equilibrio, possono venirne fuori sinergie potenti e bellissime. però c’è da lavorarci perché non venivamo “preparate” a questo. non so se mi sono spiegata.

  6. Io “sogno” un mondo in cui alla donna non sia data la possibilità di abortire, non per mancanza di diritto, ma perché non se ne presta in nessun modo occasione.
    Ogni figlio dovrebbe sempre essere per una donna una scelta volontaria di un atto d’amore.

    Purtroppo sull’argomento aborto sono proprio una voce fuori dal coro.
    Non credo sia affatto una libertà e la leggerezza con cui talune l’affrontano non deve lasciarci credere che si tratti di un diritto. Non posso esercitare un diritto sulla “vita” di un altro essere. Non credo che esistano diverse “qualità” d’essere, basate sullo stadio evolutivo fisico, che determinino il diritto a nascere: dove batte un cuore, ovunque, c’è vita e ogni vita ha diritto d’esistere.

    Tuttavia, non posso nemmeno pretendere che in un mondo fatto di tante teste e sensibilità e vissuti diversi dai miei, il mio pensiero possa prevalere.

    Ciò detto, mi auguro che il giorno della -festa della donna- non sia una lista di pesudo-conquiste politiche o sociali (che per carità, vanno benissimo e sono legittime) ma occasione per riacquistare con potenza il nostro potenziale femminino.

    1. delle donne che conosco e che hanno fatto ricorso all’aborto, nessuna l’ha fatto superficialmente.
      nessuna come se si bevesse un ginger al bar in piazzetta, per dire.
      il diritto c’è, è sancito da una legge, che si è ottenuta con delle lotte, e deve essere rispettato.
      la laicità dello stato in cui viviamo è un valore.
      detto questo, ognuno ha le proprie idee, la propria sensibilità e il proprio vissuto. e così come sono d’accordo con l’importanza di educare, di fare il possibile per evitarlo, e via discorrendo, allo stesso modo credo che sia fondamentale garantire questa possibilità a tutte. perché poi, il risultato, in assenza di alternative e disponibilità, è tornare dai macellai che praticano gli aborti abusivi.

  7. Sottoscrivo tutto quello che scrivi. Non si può pretendere l’uguaglianza se siamo noi i primi a giudicare e classificare le altre persone. Non possiamo ottenere rispetto se siamo noi i primi a non rispettare e rispettarci. Il problema e’ sicuramente culturale, sia di noi maschietti che delle donne. Chi di noi manca di rispetto e chi di voi accetta di vivere con chi non le rispetta. Un po’ di sano (e costruttivo) egoismo ed egocentrismo in questo caso sarebbe molto utile ed anche evolutivo. Grazie come sempre per i tuoi bellissimi articoli 😉

    1. grazie a te. i miei articoli sono solo piccole gocce nel mare, però se servono a far riflettere anche solo un paio di persone, val la pena scriverli 🙂
      il problema è che, come dici tu, è un fatto culturale, e siamo pieni zeppi di malcostumi e preconcetti, talmente radicati che ci paiono naturali. ecco per me è auspicabile che noi per prime ce ne rendiamo conto 🙂

  8. Una cosa la so per certa, in alcune regioni d’ItaGLia a dispetto di una precisa legge, alle donne non è consentita l’interruzione di gravidanza a causa dei medici obiettori.
    Questo, a mio parere, nel 2017 è vergognoso.

    1. Fare il ginecologo non è un obbligo, chi ha problemi di coscienza perché non sceglie ortopedia? Ce l’ho a morte con i medici obiettori, ci trovo quasi del dolo nello scegliere quella specializzazione sapendo già che si andrà a negare un diritto garantito da una legge che è costata anni di battaglie e sofferenze.

      1. e anche con te.
        ma poi se lavori in una struttura pubblica di uno stato laico e la legge prevede che questa cosa tu debba farla, la fai.
        cioè non capisco neppure dove ci sia margine di discussione in merito.

      2. In compenso ricordo che qualche mese fa si proposero sanzioni fino alla radiazione per i medici che “sconsigliavano” i vaccini, quelli non obbligatori. Due pesi diversissimi, due misure diversissime. Anche questa è Italia.

  9. Le donne che vorresti …………..dovrebbero avere un altro codice genetico ed un altro condizionamento ambientale!

  10. Bell’articolo Vagina……peccato che di tutti questi buoni propositi alle donne almeno una buona parte piu’ che ricordarsi di quello che siamo e dei diritti che abbiamo avuto grazie alle nostre lotte e alla forza che abbiamo. …..non gliee frega NIENTE!!!!!!la festa della donna e’ diventata una festa triste e patetica dove una moltitudine di donne vanno nei locali per cercare di arraffare qualche uomo e tirare fuori il peggio di se……………..La tua e’ una bella riflssione, ma all’atto pratico le cose stanno diverrsamente che tristezza!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    1. Ma infatti si chiama “giornata” della donna. Festa, come è stata fatta diventare, vuol dire tramutare un momento di riflessione in una baracconata uguale a tante altre “feste” sparpagliate sul calendario

    2. io credo che riflettere su questa giornata sia la cosa migliore da fare, per continuare a darle il senso che ha. a dispetto di ciò in cui è stata trasformata. cioè mi sembra più giusto questo, che fingere che questa ricorrenza non esista e non significhi niente. 🙂

  11. il prototipo di donna che vorresti… pare un libro dei sogni. Sai tipo quelli che promettono i nostri politici in odore di elezione.
    Non so il perché di donne ne ho conosciute tante ma tutte confermano la regola. Chi è bella, cerca chi ha soldi e potere. Il linguaggio delle donne del mondo d’oggi fa impallidire gli scaricatori del porto, quelli di inizio novecento tanto per declinare. Tra bestemmie, parolacce e quant’altro roba da vergognarsi.
    E va bene, è il progresso, bellezza.

    1. Leggo spesso i tuoi commenti, ma di solito sono meno scontati. Non so di dove sei e che ambienti frequenti, ma in quello che è il mio vivere quotidiano eccome se ce ne sono fatte così. Donne con cui confrontarsi, donne belle dentro e fuori pur non essendo le strafighe di turno, donne che si fanno il culo tutti i giorni per gestire famiglie e vite da single, lavori importanti o meno soddisfacenti, donne con passati pesanti che non impediscono di guardare comunque avanti, donne imperfette che hanno imparato che della perfezione non c’è bisogno, donne che non cercano soldi e potere ma solo qualcuno con cui star bene, qualcuno che le tratti da pari, e non è scontato e facile da trovare neanche questo. (Mi scuserai la parolaccia, ma non credo che una sia un problema).

      1. Forse potrà sembrare scontato o banale ma non esiste la verità assoluta, come non esiste un’affermazione senza eccezioni. Certo che esistono sia del tipo da te descritte che da quelle che ho citato io.
        Il guaio è che tentiamo di sdoganare parolacce e bestemmie come se queste facessero parte del linguaggio naturale.
        Se c’è qualcuno a quale i soldi e il potere non dicono niente, questo sono proprio io. Peccato che nella mia vita ho conosciuto tante persone, uomini e donne senza distinzione, dove il dio denaro e il dio potere sono in cima ai loro pensieri. Poi che qualcuna/o sia diversa/o non cambia la sostanza delle cose. Si dice che le regole siano confermate dalle eccezioni
        Comunque nessuno è perfetto e io stesso mi definisco il più imperfetto degli imperfetti.

    2. Invece le bestemmie dette dagli uomini sono musica, vero?
      E le donne belle tutte, ma proprio tutte in cerca del ricco e potente di turno?
      Non so dove lei viva, signore, ma dev’essere stato davvero molto, molto sfortunato. Oppure è semplicemente un maschilista.

    3. come ti ha risposto 321Clic, è pieno di donne in gamba lì fuori. e il fatto che voi uomini (anche agée mi pare), continuiate a parlare di queste “belle” che vogliono l’uomo coi soldi, mi deprime un po’. mi sembra uno stereotipo sorpassato, probabilmente ancora attuale, in certi modi e in certi luoghi, ma non più di decine di altri stereotipi che potremmo chiamare in causa.
      non pensiamo alla bellissima che vuole il ricchissimo. o al ricchissimo che difficilmente si accompagnerà con una taglia 50.
      pensiamo alle persone “qualunque”, che possono amare al di là del conto in banca, o della circonferenza vita.
      pensiamo a noi, e proviamo a correggere ciò che noi, noi tutti, a volte, sbagliamo. a ripulire i nostri pensieri dai preconcetti che li inquinano, dei quali neppure c’accorgiamo. è questo il senso.
      e, per le donne, il senso è vedere quanto di bello c’è, in noi. oltre le semplificazioni, le riduzioni, eccetera, eccetera, eccetera 🙂

      1. A proposito di cliché oggi Anna Falchi parlava proprio di questo. Sarà un caso, forse non è la voce più autorevole, però…
        Avrete ragione che è un concetto bello, però è duro a morire. Ce ne saranno di meno, ma ci sono. Volerlo negare è come mettere la testa sotto la sabbia per non vedere.
        Che ci sia da lavorare da entrambe le parti per rimuovere questi concetti è fuori di ogni dubbio ma non pensiamo che basta scriverlo e zac! tutto va a posto.
        Dici che i miei sono preconcetti? Ti sbagli. Di donne così ne ho incontrate e non poche e se ne vantavano.
        Se rileggi con attenzione quello che hai scritto tu, scoprirai che i tuoi sono desideri quando affermi ‘la donna che non vorrei’ oppure ho letto male le tue parole?

  12. C’è gente che si fa le pippe guardando Games of Trones (o come cazzo si scrive)?
    A parte tutto la domanda sorge spontanea: come si fa a cercare quel mondo ideale dove la donna non da il peggio di sè verso un’altra donna? Non è che (e mi baso sull’esperienza personale e sui commenti sopra riportati) quando la donna è senza lacci e lacciuoli da il peggio di sè nella competizione della vita mentre l’uomo è più pacato e tranquillo? Io penso di no. Io penso che questa continua corsa a confrontarsi con le altre sia figlia delle condizioni sociali in cui la donna vive: per raggiungere un determinato livello deve farsi il culo 3 volte più dell’uomo e quindi quando vede una tipa al proprio livello cerca di toglierla di mezzo dal proprio radar esistenziale. E come si fa a migliorare le condizioni sociali della donna? Io un’idea ce l’avrei. Tutti noi siamo sottoposti ad un indottrinamento che inizia da quando abbiamo pochi mesi e continua fino a quando il singolo non se ne stacca per volontà propria (spesso non capita e rimane invischiato tutta la vita). Sto parlando della religione cristiana cattolica (ma per par condicio potrei citare anche l’islamismo). Pensateci. Fin da bambini veniamo battezzati e indottrinati a seguire una religione che storicamente ha sempre avversato e umiliato il genere femminile. Calcolate quanta popolazione segue o è cresciuta in queste condizioni e avrete il risultato finale di dove siamo. Vi do un altro spunto. Avete mai viaggiato nel nord Europa? Paesi scandinavi, Inghilterra, Olanda etc? Lì la donna non ha tutti i problemi che ha nei paesi latini e, stranamente, la chiesa (che sia cattolica, protestante etc.) ha poco peso. Rifletteteci.

    1. non so se sia specificatamente colpa della Chiesa, se non nella misura in cui la religione fa necessariamente parte del sostrato culturale condiviso nel quale cresciamo, come giustamente dici, fin da quando siamo bambini.
      e che sì, una parte importante certamente la gioca, sai la famosa faccenda che siamo culturalmente “cattolici” pure nostro malgrado. però credo ci siano anche altri ingredienti, se pensi al rapporto delle donne con la propria immagine, con gli standard estetici e via discorrendo.
      io credo che la via sia consolidare la propria identità, trovarla, irrobustirla, assecondare se stesse secondo ciò che effettivamente ci piace e ciò che effettivamente vogliamo. quando si riesce a fare ciò, quando si impara a delineare il profilo della propria personalità, la competizione si stempera. non so, banalmente, forse crescendo, maturando, si scopre che una donna “al proprio livello” è un’opportunità meravigliosa, non un elemento di difficoltà.

      1. Concordo con quello che dici ma io trovo una proporzionalità diretta tra la “quantità” di religione presente in uno stato e il minor gap tra uomo e donna all’interno dello stesso stato. Nei paesi nordici questo gap è minore e la religione là è decisamente meno sentita, nei paesi islamici la religione è letteralmente stato e la donna non può neanche guidare un automobile. Un puro caso? Non credo…

  13. Di solito lurko e non commento, ma oggi mi va di dire una cosa, soprattutto dopo aver letto tanti dei commenti altrui. Io non so nulla delle vostre vite, ma di donne come quelle che tu vorresti, a poco a poco, sto iniziando a conoscere parecchie. A volte, nei giorni di sole, mi sembra che qualcosa si muova. È un lungo esercizio, che tutte e tutti dobbiamo fare, quello di censurare certe affermazioni e certi pensieri, imparare a non averli più come riflessi condizionati, ragionarci su e smontarli e finalmente liberarcene. Però, ecco, secondo me si può. E visto che si può, sarebbe bello che tutte e tutti cominciassimo subito. Un abbraccio!

  14. Sento le stesse cose, parola per parola e come sempre è un sollievo leggerti, grazie. Però ti scrivo per dirti che secondo me la Loren guardava lì perché aveva paura che l’altra fosse beccata con le tette di fuori dal fotografo. Cioè, per proteggerla, perché era preoccupata. Io credo così e se ci pensi, con un fotografo davanti avere questo istinto per una diva è un gesto quasi eroico.
    Lo so… pollyanna mi fa un baffo. Bacetti!

  15. ma io non sono d’accordo con voi. Nonostante la pubblicistica che va tutta in questo senso e nonostante 6.000 anni di pressione patriarcale affinché le donne si odino l’un l’altra, le donne in genere si appoggiano. Io ho amiche da 60 anni! Amiche vere. Con le colleghe andiamo molto più d’accordo che con i colleghi, ecc. ecc. La concorrenza tra donne è spesso una bufala, oppure è ben remunerata (tipo Parietti/Lucarelli) perché è quello che il pubblico si aspetta e vuole. la realtà è Sex and the City, amiche oltre i maschi. Certo, qualcuna c’è, ma i maschi con noi sono molto più cattivi. Toglietevi gli occhiali patriarcali.

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