Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

38 pensieri su “Viva

  1. Certo che mi hai fatto commuovere!
    Da tarantina pronta a partita domani per il nord non posso che capirti!
    E’ tutto così bello quando si torna qui ma poi capisci perchè sei andata via.
    Credo che mi mancherà sempre questa città per quanto l’abbia odiata, per quanto abbia odiato le persone e la mentalità.
    Ma ogni volta che torno mi sembrano belle anche tutte quelle cose che odiavo.
    E l’affetto e l’amore degli amici e dei parenti è qualcosa di indescrivibile.
    Odi et amo.
    Leggo sempre il tuo blog sei fantastica!
    Ciao Vagi.

    1. Credo che quelli come noi siano in qualche modo condannati a vivere un rapporto di perenne ambivalenza con la propria città di origine, fatto di amore e odio, comprensione e insofferenza, appartenenza e disappunto per tutto ciò che non va bene, per tutto ciò che ha condizionato una scelta – apparentemente banale eppure radicale – come andarsene e centinaia o migliaia di chilometri di distanza…
      Ma in ogni ritorno c’è sempre qualcosa di bello, qualcosa che ci permette di continuare a tornare.
      Un abbraccio
      s

  2. Stavo per scrivere un post con gli stessi significati. Tu ovviamente lo hai scritto meglio. Ma la verità è solo questa: la felicità è quell’insieme dei piccoli momenti in cui ci si sente liberi di esserlo.
    Buon anno :*

  3. Rosa ti faccio tanti auguri e ti ringrazio per le tue considerazioni del primo di gennaio. La serenità! Spesso la serenità non la troviamo perché la gente ci distrae; perché ci vengono dati indirizzi sbagliati; perché siamo depistati da interessi personali. E nel mio caso, ne sarai certa, ci hai messo un po della tua appartenenza a certi interessi. Ma io ti rifaccio gli auguri e spero di ritrovarla presto la mia serenità.

    1. Rosa?
      Ti ringrazio e ricambio gli auguri. E trovo molto vero che spesso ci distraggono molteplici fattori esterni, ma è un percorso inevitabile, si passa dalla confusione e si arriva a un pizzico di chiarezza in più…
      un abbraccio

  4. Quand’è che cucini e CI Inviti a cena, i tuoi zii?
    No perchè chavrei del bisogno di respirarla un pò di questa bella vita serena.
    Ecco.

    Il caffè ILVA massimo rispetto.

    1. Rido, il caffè ILVA veramente ha un fascino bolscevico che non si può capire.
      Hai ragione zio, dovrei organizzare. Il frequentante, tra l’altro, cucina pure bene.
      Gliene parlerò e vi aggiornerò!
      Sarebbe molto figo!

  5. La serenità (me) la auguro tutti gli anni e ogni anno che passa mi sembra sempre più irraggiungibile, ma forse anche quest’anno, come te, ho deciso di assecondare la vita, non imporle una direzione ben precisa. Forse è questo il segreto.

    Grazie come sempre delle tue parole, così giuste.

  6. Buon Anno Stella…Buon anno.
    Niente incipit stavolta, solo un abbraccio, mentre il video è sfuocato per la commozione. E Lascia che ti dica: Finalmente! Stella è bellissimo sentirti così.
    Alessandro

    1. Buon anno Ale, vorrei solo abbracciarti guarda!
      Speriamo che duri, che la serenità è bella ma spaventa. Nel frattempo, uno prova a godersela e a capire come farla funzionare…ti aggiornerò!
      Intanto, un grande sorriso e un ❤ per te!

  7. Ma come sono contenta! Ma come mi piace poterti dire “te l’avevo detto!” E’ un balsamo, la serenità. E’ un vino gentile che ti stordisce il giusto. E’ esserne consapevoli, di questa preziosa serendipity, pur non ignorando che i problemi restano a ringhiare intorno ma chissenefrega, con quella persona accanto fanno meno paura.
    Per il principio dei vasi comunicanti, serena tu, meno serena io ma pazienza, passerà.

    Buon anno Stella.

    1. Cara zia, come mai meno serena? Nel quale caso io raddoppio l’augurio per te che sì, è vero, me l’avevi detto e io non ci avevo creduto perché chi ci crede mai? E invece è vero. Ed essere qui a raccontarlo a persone come te, che me l’hanno detto per anni, è bello, quasi tenero.
      Ti auguro un anno tanto buono e se organizziamo una cena mando Zio Lupo in missione a prelevarti (sorrido)

      1. Magari mi farebbe anche bene, un rapimento da parte dello zio Lupo …
        Ma niente, è che sono sempre, immancabilmente capace ad incasinarmi la vita nonostante non sia più proprio una pischella.

  8. É bello saperti viva e consapevole, Vagi.
    Sto aspettando mangiandomi le unghie il tuo annunciato post sulla GELOSIA, ombra malsana delle relazioni felici.
    Non farmi arrivare ai gomiti ti prego!

Parla con Vagina, Vagina risponde

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