Le Amiche del Cuore

Io e Gianna siamo state compagne di banco per tutti e cinque gli anni del liceo. Non ci assomigliavamo tanto. A dire il vero, non ci assomigliavamo quasi per niente. Innanzitutto lei era paesana e arrivava a scuola a bordo di uno di quegli autobus blu che quotidianamente riversavano decine di giovani provinciali nelle scuole cittadine. In secondo luogo, andava a messa e, peggio mi sento, faceva parte dei boy-scout, cosa per la quale l’ho presa per il culo per il quinquennio intero. Sentimentalmente io ero turbolenta e lei era quella pacata. Io avevo la verve della sgualdrina vanitosa, e lei quella della brava ragazza del sud. Quando c’erano gli scioperi lei spesso entrava, era uno di quei personaggi odiosi che consentivano ai prof di fare lezione, procedere col programma e soprattutto assegnare i compiti a casa, anche quando la classe era assente. Ho fatto molta fatica per volerle bene nonostante questo gigantesco difetto. Il sabato non uscivamo insieme (abitava, per l’appunto, in provincia) e l’estate non ci vedevamo quasi per niente. Pur tuttavia, il nostro è stato uno dei legami amichevoli più intensi che io abbia vissuto nella mia vita.

Gianna era famosa per le sopracciglia perfette, per le tette grosse e per la sua indole determinata e incazzusa (ma quello è proprio un fatto genetico degli abitanti del suo paese). Soprattutto, era famosa per la sua schiettezza indomabile, al limite della brutalità. Insomma, tra le due, la diplomatica ero io e con questo credo di aver reso abbastanza chiaramente l’idea. Una volta, durante un’assemblea di classe, fece piangere una delle nostre compagne. Insomma, Gianna era una di carattere, da maneggiare con attenzione. Studiava, più di quanto facessi io, ed entrambe a fine anno portavamo a casa una media degna di due “secchie”. Ci saremmo diplomate entrambe con 100/100, insieme ad altri 4 compagni di classe, e in tutto eravamo 16, dovevamo essere una classe di geni ribelli, di enfant prodige.

La nostra diversità ci ha permesso di condividere gli anni del liceo senza scontrarci praticamente mai. Al contrario, abbiamo creato un rapporto simbiotico, come forse solo a quell’età è possibile fare, di quelli in cui ti leggi nel pensiero senza manco guardarti in faccia, in cui conosci l’altra persona in maniera così profonda da anticiparne le reazioni, i commenti e i comportamenti. La connessione cerebrale ed emotiva, a quell’età, si sperimenta con le amiche, mica coi fidanzati. I fidanzati sono una cosa strana, una tappa evolutiva da ottemperare, uno strumento di scoperta sessuale, un placebo per la radicale insicurezza della gioventù e sono quasi sempre sbagliati, inadeguati, incapaci di esplorare le infinite profondità dell’animo femminile. Le amiche invece, oh, quelle sono le prime con cui ci si imbatte nei perniciosi anfratti dell’emotività, della fiducia, dei tradimenti e dei conflitti.

Io e Gianna abbiamo condiviso confessioni, pettegolezzi, paturnie e una discreta deficienza nelle materie scientifiche che, considerato che frequentavamo il liceo scientifico, era un argomento abbastanza preponderante della nostra agenda mediatica. Ogni giorno, al pomeriggio, ci attaccavamo al telefono e io non so cosa cazzo avessimo da raccontarci, ma parlavamo per due, tre ore. Le orecchie squamavano, le cornette diventavano incandescenti e le nostre madri si lamentavano perché – magari – c’avevano pure bisogno di fare una telefonata loro. La scusa, per me, era chiederle quali compiti avessimo da fare per il giorno dopo. Io non li scrivevo, lei si appuntava tutto scrupolosamente.

Oltre la sua apparenza riottosa, Gianna era una ragazza estremamente sensibile, acuta e intelligente (il suo nome scout era “Aquila Giudiziosa” e non aggiungo altro). È una persona a cui non ho mai dovuto argomentare la mia complessità, non mi sono mai dovuta giustificare della mia arroganza, né sforzarmi di dissimulare il mio narcisismo. Gianna mi ha voluto bene per quella che ero, in un periodo in cui evidentemente non capivo assolutamente chi fossi. E io ho fatto la stessa cosa con lei, senza dubbi e senza ripensamenti.

In assoluto, è la persona con cui ho riso di più nella mia vita, da lucida, cioè senza l’aiuto di sostanze alteranti. Ridevamo fino a farci venire i crampi alle guance, fino a lacrimare, fino all’asfissia. Non so neppure di cosa ridessimo. Stronzate, per lo più. Al liceo di quello si ride. Dell’imitazione della prof d’inglese o della prof di filosofia. Della caricatura del prof di matematica, disegnata sul diario. Del modo in cui il prof di lettere pronunciava la zeta. Come spesso succede a quell’età, avevamo creato un nostro gergo amicale, una microlingua fatta di citazioni e rimandi che solo noi comprendevamo appieno. E, in quell’età in cui si impara a stare al mondo, a relazionarsi con persone diverse dalla propria famiglia di origine, io e Gianna abbiamo sempre fatto squadra, in maniera perlopiù incondizionata: io sapevo che lei era dalla mia parte, lei sapeva che io ero dalla sua, anche quando non necessariamente approvavamo le espressioni pubbliche delle rispettive istanze (tipo quella volta che ha fatto piangere la nostra compagna di classe, ma a quel tempo eravamo in guerra, noi femmine, c’erano due fazioni ben divise, sono cose che succedono, si sa). Di base, tra di noi, c’era fiducia piena e c’era, al tempo stesso, l’illusione che quell’amicizia fosse inossidabile, che sarebbe durata per sempre, che sarebbe sopravvissuta a qualunque cambiamento, o scossa, o rivoluzione copernicana delle nostre vite. È normale, a quell’età, illudersi che sia così, ed è normale soffrire quando ci si accorge che così non è. Un pochino, in verità, ci si continua a illudere anche negli anni a venire, ogni volta, quando si incontra una cosiddetta “Amica del cuore“, qualcuna alla quale per un periodo di tempo ci sentiamo saldate da una sorellanza apparentemente indelebile. E, negli anni a venire, si continua a soffrire ogni volta che quel patto di incondizionata fiducia si infrange, spesso per nessuna ragione clamorosa, senza uno scontro plateale, senza un “perché” chiaro che ci dia pace. Esattamente come succede alla fine degli amori.

Fatto sta che si sa come vanno le cose: si cresce, ci si perde, ci si allontana, ci si lascia andare. Si accumula risentimento perché c’è sempre una che rincorre e una che si nega. C’è sempre una che non risponde all’ultimo sms (o whatsapp che dir si voglia). C’è sempre una che prende le distanze perché nelle amicizie troppo viscerali a un certo punto bisogna staccarsi. Bisogna conquistare il proprio spazio nel mondo, crescere indipendentemente, non cullarsi più nell’ombra dell’altra e imparare a stare sedute da sole al banco della vita. O, semplicemente, insieme ad altri compagni di gioco.

Negli archivi della mia memoria, che sono una specie di schedario andreottiano nel quale custodisco i verbali di chiusura di alcune delle mie amicizie più significative, c’è segnato che è stata Gianna ad allontanarsi e che io l’ho lasciata andare. Che a un certo punto non ci siamo più viste e più sentite, sebbene ci fossimo trasferite a studiare nella stessa città. Soffrii ovviamente un casino, all’epoca, e pensai un sacco di cose tristi e mortificanti del nostro rapporto, come per esempio “EVIDENTEMENTE NON ERA VERA AMICIZIA, MA SOLO CIRCOSTANZA”. Per un buon numero di anni ho perso fiducia nella possibilità di vivere una relazione d’amicizia sana con le donne, ho ripudiato il concetto stesso di “migliore amica” e ho deliberato che le amicizie maschili fossero sicuramente le più idonee per me.

Qualche anno fa, io e Gianna ci siamo riscritte per caso e siamo riuscite a organizzare un pranzo in Puglia durante le feste di Natale (come se non fossimo già sufficientemente satolle delle abbuffate familiari). Lei è arrivata a bordo del solito autobus blu provinciale e io con l’auto dei miei. Abbiamo pranzato, e chiacchierato, e ci siamo raccontate gli ultimi quasi 10 anni di vita. Era stato un bel pranzo, un disgelamento, la rottura del silenzio.

E poi, la settimana scorsa, ho presentato il romanzo a Bologna e quella si è presentata all’evento, senza dirmi nulla. Ha assistito all’intera presentazione e ha atteso che terminassi tutta la liturgia del firma-copie, possiamo-farci-un-selfie-insieme-maccerto-figurati-ci-mancherebbe e poi, alla fine, ci siamo guardate e ci siamo abbracciate fortissimo senza dirci niente. È stata una sorpresa bellissima, tra tanta gente che era come se mi conoscesse, ce n’era una che mi conosceva per davvero. Una che aveva saputo i miei segreti, le mie fisime e le mie fragilità. Una che per 5 anni aveva decifrato ogni mia singola espressione facciale, ogni mio cenno di disappunto o di approvazione.

Abbiamo bevuto uno spritz insieme, dopo, e fumato una sigaretta. Eravamo felici, entrambe, e poiché non eravamo da sole abbiamo trattenuto la voglia di raccontarci duemila aneddoti, e novità, e pettegolezzi, e confidenze. Abbiamo iniziato a ridere, come un tempo, ripensando a ciò che ci faceva ridere da ragazzine, imponendoci un contegno sociale del quale avremmo volentieri fatto a meno, ripescando decine di gag dal passato che sono ancora capaci di farci piegare in due dalle risate. Prima di salutarci, ci siamo promesse di rivederci presto, in un tette a tette (e che tette!), e recuperare un po’ del tempo perduto.

Ecco, non so se lo faremo mai, perché insomma siamo adulte e siamo tutte prese, ognuna col suo viaggio ognuna diversa, ciascuna i propri impegni, gli obblighi e le scadenze, l’agenda fittissima e la difficoltà di curare i rapporti interpersonali vicini, figurati quelli lontani. Ma ciò che conta è che quella sera ho capito una verità importante: esattamente come certi amori, esistono amicizie che non finiscono, che fanno giri immensi e poi ritornano. Esistono complicità che sopravvivono alle avversità della vita, al tempo e alle acredini adolescenziali. Ho capito che l’amicizia tra donne è un affare complicatissimo in ogni caso ma, al tempo stesso, è una forza potente, possibile e affascinante. Sono tornata a Milano, pensando che quando si è state amiche in un certo modo, si resta in qualche misura amiche per sempre. Che certe amicizie sono come un timbro indelebile nella memoria, che sbiadisce gli screzi e lascia emergere i ricordi belli, le risate e le lacrime (quelle di felicità). Sono tornata a Milano con una consapevolezza nuova: quando si è state amiche per davvero, non c’è nulla che si perda. C’è solo la vita che fa il suo corso, e a volte ci allontana, e a volte ci avvicina. Ma di base non ci cancella mai.

PS: com’è ormai consuetudine, colgo l’occasione per segnalarvi la pubblicazione del mio nuovo video, la prima parte di Vagi4You, un mini-documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, del quale sono molto, molto, molto proud. Guardatelo, liketelo, commentatelo e soprattutto condividetelo. Se vi va ❤ 

36 pensieri su “Le Amiche del Cuore

  1. Il weekend scorso ero a casa, il sabato mattina ho incontrato per caso un mio ex-collega, uno dei pochi con cui avevo un rapporto “speciale”. Abbiamo condiviso caffè, pause pranzo, confidenze, dolori e pettegolezzi, ci parlavamo con gli occhi tra un box e l’altro, ma non ci siamo più sentiti dopo il trasferimento.
    Mi ha abbracciata e trascinata a fare aperitivo, e mentre eravamo lì a sorseggiare spritz mi guarda fisso e mi dice “Mi hai reso la giornata felice. L’ufficio non è più lo stesso, mi manca una persona cinica, diretta e vera come te”.
    E anche a me manca lui, mi manca quella comprensione che s’era costruita in tanti anni, mi manca il poter parlare della qualunque in qualunque momento, mi mancano i caffè sorseggiati senza dire una parola.
    Dunque è proprio vero che certe amicizie amicizie non finiscono, che fanno giri immensi e poi ritornano. Anche noi ci siamo ripromessi di risentirci, anche noi probabilmente non ci risentiremo, ma ci siamo.

    1. Tutto bellissimo, se non fosse che tu sei donna e lui è uomo, e l’amicizia tra uomo e donna è impossibile!
      Scherzavo, dai, non mi permetterei mai. Cioè, mi permetterei in generale di dire quello che ho detto (pur con tutti i distinguo del caso), ma non mi permetteri mai di esprimere simili giudizi sul post di un’altra persona che per giunta non conosco affatto. Scusami, scherzavo davvero, ho colto solo la palla al balzo per provocare Vagiaina a scrivere un post sul tema, ammesso che non l’abbia già fatto (scusate, sono nuova). 🙂

      1. Scusata, ma è uno di quegli argomenti su cui ci potremmo scornare fino a consumarci anche la fronte… 🙂
        Di amici maschi etero ne ho diversi, alcuni di lunga data, altri più recenti e non c’è mai stato niente con nessuno di loro.
        L’amicizia vera è asessuata, a quelle che si trasformano non ci credo per lo stesso motivo per cui non credo a quelle coppie che nascono col dire “stiamo bene insieme, l’amore poi verrà”.
        L’amore non viene se non c’è anche attrazione, e quella è l’unica cosa che non puoi costruire, o c’è o non c’è. E se c’è, va da se che era falsata la partenza, non era di amicizia che si stava parlando.

      2. Intanto, se mi posso permettere, un link classicissimo a un film che ai miei tempi di vegliarda divenne un vero e proprio “cult” sul tema: “Harry ti presento Sally”

  2. Mi hai fatto venire i brividi..mi riconosco in tutto e per tutto..classe ’88..nononstante tutto,il tempo e le distanze, con i compagni dell’adolescenza custodiamo un rapporto magico e secondo me indissolubile nella nostra mente a dispetto di quanto poi cambiamo,e quanto ci perdiamo per strade parallele…gli anni delle lunghe chiacchierate al telefono..che davvero”che cazzo c’avevamo tanto da parlà”?gli anni degli squilli:rispondi tu al telefono di casa,poi magari rispondeva uno dei genitori e noi andavamo a volte nel panico,oppure ti squillo equivale a pensarti,quello delle lettere per dirci ciò che rappresentavamo,o per riappacificarci,delle nostre diversità caratteriali che comunque accettavamo..e di tante troppe cose di cui ho nostalgia..
    Ti adoro..riesci a scandagliare l’anima e a raccontare tutto con la tua maestria..!!

  3. leggo sempre con piacere i tuoi articoli, vagi, alcuni mi toccano più da vicino di altri e questo ne è stato un esempio. E non solo perché sono di Bologna. L’amicizia è sempre stato un tema delicato nella mia vita, perché tanto ho preteso e tanto sento di aver perso. Ogni tanto mi soffermo a pensare, una sorta di esame di coscienza. La cosa che mi fa più specie è che alcune amicizie le ho perse senza capire esattamente il perché: alcune si sono fatte di nebbia senza manco dire ciao e senza nessuna causa scatenante, altre forse le ho allontanate io battendomi per ottenere l’effetto contrario (un genio, eh?), perchè volevo loro troppo bene e pensavo che non me ne volessero altrettanto. Mi chiedo se la vita riservi anche per me qualche colpo di scena, magari dopo qualche giro immenso, qualcosa – o qualcuno – ritornerà…

    1. Cara Raffaella,
      non so quanto spesso ti sia capitato di avere questa sensazione, e se sempre con la stessa tipologia di amicizia.
      Quello che posso dirti, è che esistono tanti tipi di amicizie, e ci sono anche quelle che restano, che durano, che si fondano su un reciproco scambio di cura e di affetto. Non sono mai rapporti monolitici e, come tutte le relazioni, sono sottoposti alle oscillazioni della vita e delle contingenze. Ma tu sii fiduciosa, dài ciò che vuoi dare senza misurarlo, non pretendere, non allontanarti per ottenere l’effetto contrario. Insomma, vivi con serenità e lascia che si avvicinino a te. E se si allontanano, lasciali andare. Si vede che la vita vuole così.
      Se puoi, però, non dare giudizi ingiusti (verso le amicizie, e verso te stessa)
      Sorridi e passa oltre. Chi conta non sparisce. Chi sparisce lascia posto ad altri buoni amici.
      Un abbraccio
      s

  4. Io ho un’amica che conosco ormai da 26 anni, adesso sposata e con prole a carico, con la quale, pur non potendo frequentarci e vederci per evidenti impedimenti familiari, in ogni caso il rapporto sappiamo non essere mai cambiato. Questo mi conforta. Rimanendo in ambito scolastico il prossimo Giugno chiamerò a raccolta tutta la mia classe del Liceo con la quale mi sono maturato 20 anni fa. Non tutti sono Amici ma la componente maschile è sempre stata molto affiatata e non si è mai persa di vista. Il bello è esserci nonostante le vite ci portino su strade e sentieri diversi.

    1. ammazza, io la rimpatriata di tutta la classe non so se me l’accollerei!
      ma molti di loro, onestamente, li rivedrei con piacere (molti, a dire il vero, in questi anni li ho visti, nonostante la tipica diaspora dei meridionali :))

  5. Bello che vi siate ritrovate così.

    Ogni tanto si pensa che gli esseri umani facciano schifo (noi incluse o meno, a seconda del topic)

    finché, curiosamente, qualcuno ti ricorda che i posti rimasti da chiamare “Casa”, in realtà sono almeno un paio in più 🙂

  6. Nella vita Caoutda spesso, purtroppo, di perdere persone che si credeva fossero importanti, se non addirittura “vitali”. Eppure accade. Però se un rapporto é davvero autentico e profondo ci si può anche perdere di vista per un periodo lungo ma poi quando ci si ritrova è come se non fosse cambiato nulla e ci si fosse visti due ore prima. Pur essendo cambiati moltissimo nel frattempo. È una magia, un’alchima rara. Accade poche volte ma quando accade…è bellissimo.

  7. Anche da lontano, anche senza scriversi, un’amicizia si può coltivare… mi capita di scrivere alla mia amica lontana dopo 2 mesi di silenzio ed è come se ci fossimo scritte il giorno prima. Le vie dell’amicizia sono infinite 😀

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