Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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72 commenti Aggiungi il tuo

  1. Nahui ha detto:

    La scuola elementare del mio paesello è dedicata a un’eroina locale che venne fucilata nel 1799 per la sua fede repubblicana. Si chiamava Francesca Cafarelli, ma ad occhio e croce credo che la sua storia sia conosciuta solo dai miei compaesani :/

    1. memoriediunavagina ha detto:

      È certamente una possibilità concreta, che sia conosciuta principalmente dai tuoi paesani 🙂 ma è un fatto comunque positivo, ecco

  2. fradicuneo ha detto:

    Ci sono quotidiani esempi di come seguiamo crescendo i nostri figli immersi nel patriarcato. Basta entrare in un negozio di giocattoli e si vede subito. Ieri ero al parco e sento una mamma che dice: “Pepe allora non ti piace molto di piú questa pistola che ti abbiamo comprato invece della bambola che volevi tu, puoi spare, é divertente”. Solo per fare un esempio. Come madre di due maschi, vorrei riuscire a crescere due uomini femministi, e vorrei avere piú strumenti per riuscire a farlo.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      penso che la tua missione di donna e di madre sia preziosa e fondamentale. e immagino, perché lo immagino, che non sia per nulla facile.
      purtroppo, o per fortuna, stiamo esplorando adesso dei nuovi modi di intendere i generi, di uscire dalle abitudini culturali sedimentate per secoli. non è facile, le resistenze sono innumerevoli e l’ambiente nel quale ci muoviamo tende a conservare se stesso, a degenerare e a sclerotizzare.
      per il momento, ciò che possiamo fare, è creare artigianalmente un nuovo sentire, e provare a condividerlo, e sperare che attecchisca.
      chi ha, come te, l’opportunità di farlo sui propri figli, ha un ruolo essenziale. dunque, mi raccomando, non mollare. ❤

  3. BarbieBastarda ha detto:

    Sono stranamente d’accordo su TUTTO.
    Come se avessi chiamaro un blog “Barbie Bastarda” per sottolineare che l’essere donna, magari pure curata e piacente, non escluda possedere un cervello pensante e due controvaie grosse così. ❤

    PS: “nell’ufficio” avevo anche una vecchia macchina da scrivere che tengo tuttora come una reliquia. Altro che Cicciobello. 😉

    1. memoriediunavagina ha detto:

      adoro! anche io avevo una macchina da scrivere, una olivetti verde di mia nonna. inutile dirtelo, che ho scritto pure con quella ma PER FORTUNA poi è arrivato il computer che, diciamolo, è un attimo più comodo ❤
      comunque sia, grazie. è un sollievo sapere che ci sono donne d'accordo su tutto 😉

  4. Gabriele ha detto:

    da me in Friuli a Cecilia Deganutti hanno intitolato vie e una scuola superiore, poi a Adelaide Ristori almeno una piazza e un teatro, così sui due piedi mi vengono questi esempi, ma probabilmente ce ne sono altri

    1. memoriediunavagina ha detto:

      grazie. buono a sapersi.
      converrai comunque che il divario è incommensurabile.

    2. Andrea ha detto:

      E il liceo Caterina Percoto a Udine.

  5. 321Clic ha detto:

    Virginia Visetti, Argentina Altobelli, Clara Zetkin, Anna Kuliscioff, Linda Malnati, Annamaria Mozzoni, Carlotta Clerici, Irma Bandiera, Marie Curie, Sibilla Aleramo.
    A parte le ultime, quasi universalmente famose, se so chi sono tutte le altre lo devo al consiglio comunale di una amministrazione ormai sprofondata negli inferi che negli anni ‘70 decise di intitolare le vie di un intero quartiere a donne importanti. Non famose, perché la storia che si impara sui libri di scuola è fatta di uomini, ma molto, molto importanti.
    O.t., quando torno non riesco a capacitarmi del fatto che il verde della mia regione non sia più quello degli alberi ma quello della lega.
    (Io comunque nell’ora di educazione tecnica delle medie facevo circuiti elettrici coi compagni maschi invece che l’uncinetto con le femmine)

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Che idea bellissima intitolare un quartiere alle donne importanti, ma non famose.
      Quanto all’assetto politico attuale, credo che quello – a maggior ragione – ci imponga una riflessione storica, politica e antropologica che non dovremmo più rimandare. E comunque io adoravo (come te, mi par di capire :)) educazione tecnica, anche se a Taranto studiavamo il funzionamento dell’altoforno e i processi di realizzazione dell’acciaio. Ma si sa, a Taranto c’è l’Ilva…
      PS: ti scriverò per un progetto nuovo!

      1. 321Clic ha detto:

        Gli altiforni li conosco bene, a Terni c’è l’acciaieria che cento anni fa portava il nome della città per poi essere fagocitata da ThyssenKrupp. Questo è stato l’inizio della fine, ed anche il motivo per cui ora sono a Milano.
        https://321clic.com/2014/10/09/working-class-hero/
        Quando vuoi, sai dove trovarmi. Sempre felice di collaborare! 🤗

  6. Eglio ha detto:

    la mia scuola elementare si chiamava Jessie White Mario, ma per fortuna mi vengono in mente Via Grazia Deledda, Piazza Eleonora d’Arborea e ancora qualche nome..
    Comunque sei grandissima!
    P.S. la mia stanza aveva le pareti azzurre! ❤

    1. memoriediunavagina ha detto:

      w le pareti azzurre allora! ❤
      ad ogni modo, quella sulle vie è una provocazione ma anche una realtà. ne esistono, ma è un lavoro di riflessione per farcele venire in mente. il divario è naturalmente immenso. non è il fulcro del discorso che dovremmo fare in questo momento, ma è un indice significativo.
      e comunque, ❤ ❤ ❤

    2. Occhineri ha detto:

      anche la mia, erano turchese chiaro perché è un colore rilassante 🙂

  7. molly ha detto:

    Condivido e aggiungo una piccola riflessione metalinguisica anche se un tantino digressiva, vedi tu se concedermela. Perfino il termine comunemente utilizzato per definire l’organo femminile, “vagina” – quindi, mi duole darti questo dispiacere, anche quello che hai scelto per questo blog con tutte le sue implicazioni – , a ben vedere non è appropriato e presuppone una visione patriarcale e tradizionalista della figura femminile. Se ci pensiamo bene, pene e vagina non sono affatto la stessa cosa: i genitali esterni femminili che sono il corrispettivo del pene, anche per quanto riguarda in senso stretto il piacere, avrebbero il nome di “vulva”, a essere precisi. Che capisco sia poco usato, non potevi certo chiamarti “Memorie di una vulva” e tanto meno “Memorie di una figa”, che avrebbe significato tutt’altra cosa. Ma è un segno. La cultura tradizionale, che vedeva nella donna essenzialmente una potenziale moglie e madre, anche quando cominciò ad aprirsi verso il diritto alla sessualità per la donna, vedeva comunque nel rapporto penetrativo la giusta e compiuta realizzazione (anche a scopi procreativi) dell’atto sessuale. Si parlava di orgasmo vaginale come il nonplusultra del piacere femminile – che relegava quindi le povere sfigate “clitoridee” a uno stadio immaturo e prepubere della sessualità, che dovevano sentirsi inferiori e aspirare a crescere -, basandosi su un’ipotesi del tutto accademica di Freud, il quale, senza aver fatto alcuna ricerca specifica né aver raccolto prove scientifiche di nessun tipo a riguardo, ipotizzava soltanto, nell’ambito delle sue riflessioni sulle fasi della sessualità umana, che potesse appunto esistere un orgasmo vaginale diverso dall’orgasmo clitorideo, che si otteneva in una fase più matura della sessualità attraverso la penetrazione e non, ad esempio, attraverso la stimolazione orale o manuale. E questo lo sappiamo tutti. Ma il mito dell’orgasmo vaginale e quello successivo del punto G ebbero tanta fortuna proprio perché assegnavano al piacere della donna il “vero” e “giusto” indirizzo (in tutti i sensi) procreativo che per esempio i rapporti orali non potevano avere. Non è un caso che anche la religione, nel suo occhiuto e maniacale interessarsi di come i fedeli dovessero copulare, sanzionava come impuri e illegittimi tutti gli usi non penetrativi degli organi sessuali. E i primi volenterosi manuali per far bene all’amore suggerivano all’uomo di praticare prima il cunnilinguo alla compagna, poi, appena prima che essa raggiungesse l’orgasmo, di penetrarla per farle provare il “vero e maturo” piacere vaginale. Una tortura, in pratica. Vagina, quindi, perché è con la vagina che ci si riproduce ed è con la vagiina che è cosa buona e giusta anche godere, se proprio vi si debba concedere di godere. In realtà, come tutte ben sappiamo per averlo letto e soprattutto per averlo vissuto (pur non volendo generalizzare per rispetto delle individuali esperienze) è il clitoride il vero centro del piacere femminile, ed è un organo di 9 cm che percorre tutti i genitali esterni, dal perineo alle piccole labbra, fino al glande che è l’unica cosa visibile e che è l’omologo del glande del pene. La vagina di per sé è un organo poco sensibile (e per fortuna, altrimenti partorire sarebbe un’esperienza letale) ed è essenzialmente un “canale” di collegamento tra genitali esterni e utero. La penetrazione vaginale infatti generalmente suscita piacere solo nella misura in cui va a stimolare la zona esterna della vagina che è innervata, per così dire, dalle terminazioni del clitoride, e non è un caso che la penetrazione più soddisfacente per la donna è quella fatta in posizioni che stimolano questa parte del suo corpo. Insomma, per non fare la sapientina che ha scoperto l’acqua calda, ciò che volevo semplicemente far notare è che le parole hanno un significato, e se oggi la donna viene identificata con la sua vagina è perché in qualche modo, per quanto moderni e aperti si voglia essere, si pretende comunque, magari senza rendersene conto, di conservare il controllo della sua sessualità stabilendo – da un punto di vista non maschile ma patriarcale che è cosa diversa – quale sarebbe per lei il modo giusto di viverla. Detto da una che di figli ne ha fatti due per scelta, che non ha assolutamente niente contro quelle adorabili creature che sono gli uomini, che si presta di buon grado a fare la moglie e la madre ma considera la sua testa (oltre naturalmente alla sua figa) un elemento imprescindibile e non negoziabile della sua vita.

    1. mcapacchietti ha detto:

      Madò più prolissa di una prof di italiano che spiega che le tende blu mostrano il malessere dell’autore e via di seghe mentali, tutto molto bello..ma le tende erano blu e basta. Sorry. Però serio, bella analisi, non pensavo.
      Anyway, occhio che la solidarietà va data in mano a chi sa cosa sia, altrimenti diventa un anglosassone femminazism che sta pure passando di moda.
      Baci sulle vagine a tutti

    2. memoriediunavagina ha detto:

      Urca. Allora, innanzitutto il tuo commento mi indispone perché anticipa in parte un post che pubblicherò prossimamente e che ho già scritto 🙂
      Non entro nel merito in questa sede, ma tratta – tra le altre cose – il ruolo e lo scetticismo che la scienza ha riservato – per esempio – nei confronti dell’orgasmo femminile. Ciò che tu dici è senz’altro vero (cioè l’accanimento contro il piacere clitorideo, che è ininfluente in termini riproduttivi), d’altra parte però non sottoscriverei che la vagina è puramente un canale, che essa non è viva e che non è coinvolta nel piacere femminile. Da questo punto di vista, mi sento abbastanza in pace col mio nome d’arte. A me la vagina piace, ho una buon rapporto con la mia, e trovo che il piacere vaginale sia un’esperienza del tutto possibile. L’esperienza del proprio corpo (sia della sua superficie esterna, sia dei suoi più umidi anfratti) trovo sia altamente soggettiva, un viaggio fatto di accettazione e scoperta, di liberazione e riappropriazione di sé. Non mi sembra necessario tediare con esempi di quanto la sessualità femminile sia stata mortificata nei secoli, ma è ovvio che le parole abbiano un significato e che questo significato sia caricato dalla storia e dalle varie egemonie culturali alle quali è stata esposta nel tempo. Tuttavia, non penso né credo che qualcuno, qui perlomeno, riduca la donna alla propria vagina, o al proprio clitoride, o al proprio culo, o al proprio naso. Il senso di questo blog, che porta il nome di una parte fondamentale del corpo femminile (sulla quale, comunque, si erano già espressi i celebri monologhi), una parte attraverso la quale si può provare piacere e si può concepire la vita (cosa che, indipendentemente dalle aspirazioni personali, mi sembra rilevante), ebbene il senso di questo blog è esattamente opposto. Non c’è una parte negoziabile, né c’è una classifica di aree anatomiche più femministe o più patriarcali di altre. È il nostro corpo, e siamo libere di parlarne. E siamo libere di parlare di qualunque argomento, e di scegliere qualunque colore. Ecco, questo è il blog, nelle sue intenzioni.

      1. Molly ha detto:

        Sì, naturalmente, condivido e la mia non era una critica, tendo un po’ a smarginare alle volte, e non è bello in casa d’altri. Quindi, mi ritiro in buon ordine e buona vagina a tutti. ☺️

      2. memoriediunavagina ha detto:

        Al contrario! Forse avrei dovuto aggiungere qualche smile in più, ma non devi affatto ritirarti. Smargina pure, siamo qui per questo. Parliamo, ci confrontiamo, raffiniamo e completiamo. Inoltre amo i tuoi commenti, che trovo sempre interessanti 🙂

  8. trentazero ha detto:

    Schifata dal contesto, ho detto di lei così tante volte “non mi e’ simpatica ma” che alla fine mi e’ diventata simpatica invece.

    E anzi mi tolgo il cappello se mi passa davanti.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Oddio, non so se ho capito.

      1. trentazero ha detto:

        Hai ragione, intendevo che lei sta antipatica e parecchio. Ma a forza di sentire quanto dovrebbe essere antipatica…a me e’ diventata simpatica. 🙂 E non sono un bastian contrario, solo che accendo il cervello ed ha fatto una cosa tanto importante.

      2. trentazero ha detto:

        Ed ha pure un bel sorriso dolce! 🙂

  9. Maria Teresa ha detto:

    I tuoi post ormai sono diventati per me dei momenti di riflessione perché traduci aspetti sociali complessi in elaborazioni lucide e sintetiche.Orgogliosa di essere una tarantina a Milano come te!
    Mi permetto di soffermarmi sui nostri comportamenti (inteso di noi donne) che innescano l’assenza totale di solidarietà da parte delle altre donne.Dovremmo capire che il gattamortaggio,la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare,in particolare in ambito lavorativo. La solidarietà da parte delle altre donne dovremmo imparare a guadagnarcela,dovremmo imparare che con la correttezza,la lealtà e l’empatia è più facile creare una squadra e a quel punto sì che saremmo realmente competitive in un mondo aimè maschiocentrico.
    Questo è il mio pensiero,grazie ancora per questo blog fantastico!

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Cara Maria Teresa, capisco ciò che dici, avendo lavorato per anni in un contesto esclusivamente femminile.
      Tuttavia, bisogna considerare anche che il lavoro a cui ambiamo è lungo. Orientarsi alla solidarietà femminile non vuol dire che tutte debbano starci simpatiche, o che nessuna possa sembrarci stronza. Le donne, per quanto popolino il mondo del lavoro da decenni, anzi da secoli, non hanno mai avuto la possibilità di appropriarsene davvero. Mi spiego meglio: di creare un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni, ma un modello non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. Ci vuole fatica e ci vuole pazienza, ma ciò che possiamo fare, intanto, è seminare esempi in giro. Seminare e raccogliere. Mostrare un’alternativa, creare un pensiero diverso nel quale non esista la gara a fare carriera facendo pompini, ma nel quale esista la possibilità di fare carriera per il proprio merito professionale, punto. È un processo lento e lungo, come tutti quelli che puntano a educare, a cambiare la sostanza e non la superficie. Ma cerchiamo donne di buona volontà, che credano nelle donne, concentrandosi su tutti gli esempi virtuosi che hanno attorno, più che su quelli negativi (che hanno altrettanto attorno)
      Non so se mi sono spiegata, ma spero di sì! 🙂

  10. newwhitebear ha detto:

    la mia scuola elementare era intitola a Alda Costa, una donna coraggiosa morta nel 1944 https://it.wikipedia.org/wiki/Alda_Costa Era ed è ancora oggi la scuola elementare per eccellenza.
    Però il post parlava di solidarietà femminile e qui credo che tra donne ce ne sia poca. Invidia molta e solidarietà poca. Spesso sono gli uomini che esprimono più vicinanza alle donne.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      diciamo che c’è molto lavoro da fare ma anche che tante donne hanno voglia di farlo, in questo senso

  11. Happy ha detto:

    A Bologna siamo colmi di vie intitolate a donne: Laura Bassi, scienziata, ha una via e una scuola; Irma Bandiera, partigiana; a Villa Spada c’è un monumento per le partigianE e tante altre vie intitolate a prigioniere di guerra, scienziate e artiste e altre figure femminili.
    Il “problema” è sempre lo stesso: se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.
    Se imparassimo, tutti e tutte, a normalizzare il fatto che qualsiasi individuo, di qualsiasi genere, possa svolgere un qualsiasi ruolo, a mio avviso, smetteremmo di creare il “problema” e tutti e tutte potremmo andare avanti per le strade che abbiamo scelto di percorrere.
    Generalizzare non va mai bene, sebbene l’essere umano ne abbia bisogno.
    Non serve la solidarietà femminile; serve la solidarietà. Punto.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Ciò di cui parli, la normalizzazione di qualsiasi individuo, il superamento di qualunque differenza – reale o presunta – è certamente l’obiettivo a cui tendere. Arrivare a questo equilibrio ideale, però, è difficile partendo da una disparità che esiste nei fatti, nella storia e nella cultura. La società è un ammasso di individui e, per quanto ciascuno sia teoricamente (e a volte praticamente) libero di perseguire la propria strada, essa è anche un organismo più complesso, sottoposto a tensioni e ingerenze macroscopiche. Dunque generalizzare (che non sempre è una scelta scientifica e di certo non un metodo accademico) è un modo per creare dibattito attorno a tendenze e fatti che nella società esistono, ad oggi, ancora. Dal dibattito mi piace pensare nascano approfondimenti, scambi e opinioni. Per questo pratico la generalizzazione.
      Quanto alla solidarietà, credo ne esistano tante, e che riconoscere l’urgenza di una generica solidarietà, non vieti di entrare nel merito dei contesti più microscopici in cui applicarla. Infine, Bologna è una città speciale e unica, nella quale mi fa piacere rilevare che molteplici vie/piazze/scuole sono intitolate alle donne. Che non vuol dire TANTE vie/piazze/scuole. Vuol dire solo che ce ne sono più che altrove. E che sono comunque certamente poche. Questo, perlomeno, secondo me 🙂

      1. Happy ha detto:

        Certo, il mio pensiero non voleva essere categorico ed esprimere un’alzatina di spalle: il problema c’è e bisogna affrontarlo nella quotidianità. Nel senso, a livello della società è normale che è ingigantito per via della proprietà proporzionale ma è a livello individuale, a mio avviso, che bisogna muoversi. È giusto che se ne parli, che ognuno esprima la propria opinione (fintanto che possiamo, ma questa è un’altra storia…) e il mio voleva essere un commento di confronto, ovviamente, non una critica senza meta.
        Sono solidale, certo, ma non con tutte le donne: non condivido la condotta di alcune e supporto quelle che davvero sono vittime; nella stessa misura in cui, però, non condivido certe condotte di uomini e supporto gli uomini che sono vittime. Il punto è che non riesco a comprendere perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna. Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?
        Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo.
        Una donna non ha sempre ragione solo perché donna, mi sembra assurdo.
        Certo è che bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”.
        Ti ripeto, magari Bologna sta sicuramente avanti, ma le vie sono già tante (e non voglio dire sufficienti eh).

        Spero di essermi fatta comprendere al meglio perché un commento non può esaurire un dibattito tale.

        😉

      2. memoriediunavagina ha detto:

        senti alla fine ho preparato un post con le FAQ sul femminismo nel quale rispondo anche ad alcuni di questi punti 🙂
        avviso ai naviganti: potrei avere un tono secco, ma per un fatto stilistico. nulla di personale, naturalmente e ti prego di continuare a condividere le tue perplessità, perché parlarne serve a entrambe 🙂 ❤

      3. Happy ha detto:

        Come no!! È un piacere sia seguirti che confrontarsi! 😉❤️

      4. Happy ha detto:

        Ah, e grazie del pensiero 😍

  12. Marco ha detto:

    Gae Aulenti a Milano per dirne una centralissima e visibilissima.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      giusto. infatti è relativamente recente.
      ne abbiamo altre?

  13. Ilaria ha detto:

    Bellissimo. Sono pienamente d’accordo su tutto e mi rivedo anch’io quando dici che giocavi “all’ufficio”, era il mio gioco preferito, mi faceva sentire importante e, soprattutto, mi anticipava l’immagine del mio futuro, dove mi vedevo donna colta, impegnata, ingamba e realizzata. Una volta al mio papà che è sordomuto, toccò una telescrivente che mi regalò, perché non la usava. Aveva una vera tastiera e scrivevo, e ancora i computer erano ben lontani, ed io mi sentivo una privilegiata: il mio “ufficio” era davvero completo, felicità immensa! Poi però la vita è andata un po’ diversamente, tanti sogni li ho dovuti abbandonare…ma comunque non mollo, mai. Detto questo, voglio segnalarti la via in cui abito, insolitamente intitolata ad una donna, proprio nel profondo sud dell’Italia…quasi Afghanistan! 😁 Io vivo in via Maria Callas, e chissà, forse non è un caso neanche questo. Ciao Stella, ti seguo sempre e mi piaci, mi dai voce. Grazie! Un abbraccio forte, Ilaria.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Che bello abitare in via Maria Callas! ❤
      Grazie, capisco benissimo ciò che dici quando racconti la gioia della telescrivente ❤
      E no, non mollare. Ovviamente ❤

  14. ilariabrunelli ha detto:

    Controcorrente. Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna. Non voglio cascare nel solito cliché delle quote dovute per default, nemmeno per la solidarietà. Le donne in gamba sono capacissime di meritarsela per ciò che fanno e dicono, non perché donne.

    Ps: ho preso anche io quel libro.
    Ps: che la donna possa essere madre è una delle cose più strafigose e incredibili.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Sono a lungo stata una detrattrice della cosiddetta “solidarietà femminile”. Non ne capivo il senso. E le donne non mi piacevano neppure tutte eh. Cioè, preferivo proprio le amicizie maschili. Sognavo di lavorare con uomini. Ho persino chiesto un terapeuta uomo nelle poche sedute di psicoterapia che ho fatto. Insomma, non ne coglievo il senso, da un certo punto di vista.
      Ciò che dici è vero: le donne in gamba sono capacissime di meritarsi la solidarietà, la stima, il rispetto e via discorrendo, in quanto persone, non in quanto donne. Il punto è che in quanto donne, però, devono far fronte a complicazioni specifiche, per il solo fatto di essere donne. Capire questo, mi ha fatto capire il senso della “solidarietà femminile” che, bene inteso, non è espressione che amo. Unire i puntini è una possibilità, una cosa che possiamo fare oppure non fare. A me piacerebbe farla e qui provo a tracciare dei piccoli tratti di prova 🙂

  15. Giliola ha detto:

    Come Happy sopra ha scritto, a Bologna ci sono tante strade, piazze, luoghi intitolati a donne illustri, anche nel comune dove abito io, nella cintura metropolitana ce ne sono diversi, l’ultimo, in ordine di tempo è il piazzale antistante la nuova Casa della Salute, Piazzale Rita Levi Montalcini, poi il teatro Laura Betti. Comunque tornando al discorso di quanto le donne abbiano dovuto lottare e pure sgomitare per affermare il loro ruolo e valore, ricordo gli anni della mia giovinezza quando, lavorando nell’ impresa edile di mio padre, dovevo ogni giorno dimostrare le mie capacità, quando invece agli uomini questo non era richiesto, un ingegnere era un ingegnere e si dava per scontato che ogni cosa fatta da lui fosse fatta bene, e non sai la soddisfazione quando li coglievo in errore evidente, spesso pagando poi di tasca mia, perché non c’è peggior nemico di quello che ti sei fatto evidenziando un errore fatto da un “maschio”.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Ecco, Giliola, tu fai un esempio molto pertinente. Perché lo fai al passato? Secondo te oggi le cose non sono più così?
      Se guardassimo i dati, troveremmo finalmente una sostanziale parità o inciamperemmo ancora in una concreta disparità salariale, occupazionale e anche di pura percezione di ruolo e autorevolezza?
      Certo che esistono piazze e vie, certo che esistono donne boss, certo che esistono donne potenti (secondo un modello di potere maschile), ma quante sono rispetto agli uomini? E rispetto alle donne? Insomma, strada ne abbiamo fatta, ma altrettanta ne abbiamo da fare. Speriamo di procedere 🙂

  16. Occhineri ha detto:

    la prima via che mi è venuta in mente è via Virginia Woolf, che si trova nella periferia di Napoli (Ponticelli).

    1. memoriediunavagina ha detto:

      curioso, Virginia Woolf in effetti… 🙂

      1. Occhineri ha detto:

        si infatti! è anche curioso che non si trova in centro ma in una strada sperduta di periferia.. può essere un buon segno che le strade con nomi femminili si stanno espandendo 🙂

  17. Occhineri ha detto:

    cmq anche io odiavo le bambole (tranne le barbie) e giocavo con le automobiline di mio fratello.. se avrò delle figlie femmine mi piacerebbe che giocassero all’ ufficio come facevi con le tue amiche 🙂

    1. memoriediunavagina ha detto:

      uh ❤
      che responsabilità 🙂

  18. Lux ha detto:

    Ti posso consigliare un’altra lettura: “Serenissime”, scritta (ovviamente?) da un uomo, Alessandro Marzo Magno, che racconta le storie di illustri donne veneziane dal medioevo ad oggi. E si scopre di quante cose, buone o meno, siamo capaci

    1. memoriediunavagina ha detto:

      lo metto nella lista ma sono sopraffatta dai libri da leggere in questo periodo!

  19. Tratto d'unione ha detto:

    Ti segnalo il sito toponomasticafemminile.com
    Cliccando su CENSIMENTI si possono trovare i nomi delle vie di tutti i comuni italiani.
    Le vie intitolate alle donne sono suddivise in categorie quali:
    madonne, sante, suore, benefattrici, figure mitologiche
    ma anche:
    figure storiche, artiste, sportive, donne dello spettacolo, scienziate, letterate.
    Nella mia città, per dire, ci sono 1157 vie intitolate a uomini e 66 intitolate a donne (il 5,4%). Di queste 66 il 38% rientra nelle categorie religiose.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      grazie! grazie di aver colto il senso 🙂

  20. Lucyinthesky ha detto:

    Si parla di solidarietà femminile…questa sconosciuta…io tendo a praticarla da una vita ma mi ha dato sempre pochi risultati. Le donne, purtroppo per la maggior parte, secondo me, hanno insite nel loro profondo l’archetipo di Medea. Mi ritrovo spesso in situazioni in cui esprimo il mio pensiero con passione e argomenti mediamente, spero almeno, intelligenti e se in un consesso ci sono donne…tac mi sento infilzata dalle strali del giudizio, invidia, gelosia. Sarò paranoica?…No è che sono molto empatica e questi sentimenti mi mettono immediatamente a disagio. La mia reazione in questi casi è cercare di coinvolgere nella conversazione la malcapitata ma spesso è peggio. Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?

    Ah dovevo premettere che vivo in una provincia del sud, vicino Matera, e qui l’ambiente e’ molto retrogrado anche tra donne di cultura,molto poche. Grazie a Dio, Fato, Allah, Jeova ecc sono stata allevata da una femminista naturale, perche’ inconsapevole di esserlo, ma che non ha avuto tutte le libertà che ho io a disposizione. Da bambina odiavo le bambole preferivo giocare con i camion, i nuotatori giocattolo, oppure facevo gare con mio cugino a “fucilazione”, non so se lo conoscete ma da noi i “maschi”giocavano a parare dei tiri in porta contro un muro e ci si faceva male. Grazie a mio cugino che mi trattava da pari ho imparato a parare bene e all’università se giocavo in una squadra di calcetto misto…io ero sempre Yashin.
    Molte volte le donne scelgono le strade più facili, perché è più facile farsi mantenere da un uomo che dirigere un’azienda agricola dove ti capita di dover comandare gli operai titubanti , ma da soddisfazione conquistarne il rispetto.
    Per’ fortuna sempre più spesso conosco donne forti e sempre più spesso ho come amiche donne che ammiro e si anche qui nella provincia terrona con mille difficoltà in più c’è ne sono e molte, ma qualcuno dovrebbe dirglielo che dovrebbero essere orgogliose di se stesse.
    Vorrei tanto incontrare uomini che io possa ammirare…

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Cara Lucyintheskywithdiamonds,
      nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. Quando dici che ci vuole coraggio per non muoversi secondo un percorso già tracciato, fatto di convenzioni sociali capillari e radicate in qualunque ambito del nostro vivere, hai ragione. Quando dici che ovunque ci sono donne capaci, forti e in gamba, e che dovrebbero solo rendersi conto dei loro meriti ed esserne orgogliose, hai ragione. D’altra parte, però, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente, richiedere tempo e soprattutto pazienza. Ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro vissuto, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni rispettate.
      Tieni duro, soprattutto nella terronia provinciale (che tanto adoro).
      un abbraccio
      s

  21. Elisabetta ha detto:

    Mi sento di dire la mia, anche rischiando di essere impopolare. Concordo sul fatto che la strada per noi donne sia ancora in salita e riconosco il lavoro che stanno facendo molte in termini di informazione, comunicazione, esposizione e rivendicazione, che è giusto e necessario. Però, non me ne vogliano le femministe, mi sembra quasi che si voglia combattere l’odioso stereotipo di mogliettina e madre perfetta creando un altro stereotipo: le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top, dimostrando così di “avercela fatta”. Ecco, io penso che sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. Vorrei che le mie figlie, se e quando ne avrò, giochino a quello che più le diverte, che siano bambole principesse o robot, o entrambi. Io sono sempre stata una bambina femminuccia, quasi mi sento in difficoltà a dire che sono amante del rosa ancora oggi e ho sempre giocato di più (ma non solo) con bambole piuttosto che macchinine. Eppure ho studiato e lavoro con soddisfazione, viaggio e anche se diverse amiche si stanno riproducendo, non mi passa per l’anticamera del cervello di procreare perchè sento di aver ancora tante esperienze da fare, ovvero: non mi sembra di avere una mentalità particolarmente limitata e bigotta. Penso di essere fortunata a vivere in questo tempo ma mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna POTRA’ scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro. Questa ovviamente non vuole essere una polemica ma solo uno spunto di riflessione e confronto.
    Detto ciò, complimenti per il blog che leggo sempre volentieri :-*

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Cara Elisabetta,
      sollevi un punto interessante. Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing). Dior mette il femminismo sulle t-shirt da 400 dollari; la faccia di Frida Kahlo viene stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Voglio dire: ho chiaro ciò di cui parli. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano essi stessi sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Io sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale, è perché il femminismo ha bisogno anche di quella punta di sfondamento. Per sfondare cosa? La cultura in cui viviamo immersi fino al collo. Prima di salutarti, però, vorrei dirti che il femminismo ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Se ti va, se ne hai modo e voglia, prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua (perdona questo tono da evangelizzatrice, è solo che in questo periodo sono molto presa :)).

  22. Serena ha detto:

    Ciao stella!! Nel quartiere dove abito le vie sono dedicate ai letterati. Una di queste è dedicata a Grazia Deledda, scrittrice Nuorese che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1926. Prima DONNA Italiana a vincere questo premio !!

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Meno male. Col Nobel almeno una via ce la danno 🙂

  23. Silvia ha detto:

    Ciao Vagi,
    ho sempre pensato che, mi duole dirlo, le donne sono poco solidali fra loro a differenza degli uomini.
    Ad esempio se ad una donna piace lo stesso uomo è guerra ed è la fine di un’amicizia, per fortuna non è sempre così perchè le vere amiche esistono. Per gli uomini è tutto più semplice se a loro piace la stessa donna ci si mette d’accordo e non ci si pesta i piedi (non sempre).
    Mi viene in mente un altro esempio cioè tutti quegli ex della stessa donna che diventano amici. Noi donne le ex le vorremmo morte. Poi, parlo per esperienza personale, l’ex di un ormai ex-fidanzato è diventata una delle mie amiche più care e questo anche quando io e lui stavamo insieme.
    Non riesco a capire per quale motivo sia così difficile per le donne avere rispetto per le altre donne.
    Non capisco chi va con uomini fidanzati/sposati e dice “Se non si preoccupa lui della fidanzata/moglie perchè dovrei farlo io”, beh perchè sei una donna e non credo che vorresti trovarti nei panni di un’altra donna cornuta e contenta che magari ama quell’uomo (di merda).
    Anche in ambiti lavorativi o scolastici c’è sempre la voglia di primeggiare e di schiacciare tutti, soprattutto le altre donne. E’ come se noi donne fossimo senza scrupoli.
    C’è sempre la voglia di apparire le più belle del reame, le più brave le più “tutto”.
    Ma perchè? E’ la società ad inculcarci questo o semplicemente è il nostro istinto naturale?
    Sarò una donna atipica ma per me la solidarietà femminile è importante e prima di starmi sulle palle devi mancarmi di rispetto, ma questo è a prescidere dal sesso.
    Se sei una cattiva persona lo sai a prescidere da sesso, età, colore e religione.
    Un abbraccio.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Urca! Cara, anche tu mi sollevi un sacco di punti fondamentali.
      Dunque:
      1. Non è vero che gli uomini sono così tanto migliori di noi. Non hai mai conosciuto uomini che si sono fregati la tipa? Uomini che sono andati con la moglie dell’amico? Uomini che non hanno aspettato altro che lei e l’amico si mollassero per avventarcisi sopra come un condor? Non hai amici che quando si fidanzano spariscono? Non hai amici che intrattengono interminabili relazioni con donne verso le quali non nutrono interesse pur di avere una scopata fissa? Allora, non diciamo che loro sono più bravi e che noi siamo incapaci. Dipende, sempre, dai casi specifici. Se c’è poi una tendenza generale delle donne verso una maggiore competizione, potremmo provare a chiederci perché, senza pensare che dipenda dalla “natura”, perché invece la maggior parte dei nostri atteggiamenti sono frutto di un costume culturale che indossiamo senza accorgercene.

      2. Per quanto sarebbe auspicabile un mondo nel quale nessuna donna MAI vada con l’uomo di un’altra, sappiamo che questa cosa nella realtà accade (talvolta che c’è un’altra si scopre quand’è troppo tardi, talvolta si sa a monte). Quali che siano le ragioni che spingono le donne a farlo, è pure vero che non è la donna ad aver colpa della mancanza di rispetto dell’uomo verso la propria partner.

      3. La ragione per cui entriamo così aspramente in competizione sugli uomini, per esempio, è che ci insegnano fin da quando siamo piccole che quelli misurano l’entità del nostro valore di donne. Questa è una stronzata, ma ci hanno riempito la testa fin dalla più tenera età e non è che ci si possa far molto, se non per le donne di domani.

      4. Noi donne vogliamo schiacciare gli altri e siamo senza scrupoli? Forse perché per accreditarci e non essere costantemente sminuite abbiamo bisogno di andare avanti come caterpillar. E forse perché nessuno insegna alle bambine il valore del loro essere femmine.

      Non so se abbia risposto alla tua domanda, e perdona le sintesi brutali, ma direi che questi potrebbero essere primi spunti di riflessione 🙂
      un abbraccio a te!

      1. Silvia ha detto:

        Hai perfettamente ragione sul primo punto, tutto dipende dal tipo di persona e ci sono tantissimi uomini che fanno quello che hai elencato.
        Per quanto riguarda il secondo punto non sono molto d’accordo sulla tua frase “non è la donna ad aver colpa della mancanza di rispetto dell’uomo verso la propria partner” , perchè non ha colpa di questo ma ha la “colpa” di aver concesso ad un uomo del genere di stare con un piede in due scarpe.
        Fare l’amante è una forma di poco rispetto verso se stesse.
        Probabilmente nessuno ci insegna il nostro valore e dobbiamo impararlo da sole sbagliando, sbattendo la testa, fra pregiudizi ed etichette.
        Proprio per questo, a mio parere, dovremmo essere più unite e non farci la guerra.
        Un abbraccio a presto 🙂

      2. memoriediunavagina ha detto:

        Molto vero, è una mancanza di rispetto soprattutto verso se stesse. A volte, però, serve tempo a capirlo. Il post in assoluto più commentato su questo blog si chiama “Le 2 Fasi dell’amante”. È un altro tema monumentale, di cui non si parla abbastanza (proprio in termini di educazione e di preparazione alla brutalità dell’esperienza, che – per inciso – è brutale, assai, per tutti gli attori coinvolti, soprattutto per le donne, quale che sia il ruolo che ricoprono in quel momento)…ma questo secondo me. Sono d’accordo, comunque, che mettersi nei panni dell’altra, non pensare di essere migliore di lei e di poter avere un trattamento diverso, ci consentirebbe di risparmiare anni di vita, energie e bellezza. Da tutti i punti di vista 🙂

  24. dinacastiglions ha detto:

    Ho letto con molta gioia e molto divertimento il tuo articolo (anche le mie Barbie facevano parte di un kibbutz femminile, soltanto che a me, avendo la tata lesbica, veniva assai facile accoppiarle tra di loro).
    Mi piace l’idea della solidarietà femminile anche se la ritengo una necessità funzionale alla situazione in cui ci troviamo adesso. In un mondo dove ancora la disparità tra uomo e donna è reale e si ritrova in tutti gli ambiti della società, la solidarietà femminile è fondamentale, importantissima. Però, in generale, non mi piace la settorializzazione di qualcosa che dovrebbe essere universale: lo spirito di solidarietà è per sua natura qualcosa di trasversale, che non guarda in faccia a genere, religione, colore della pelle ecc.. ecc…
    In ogni caso, grazie per il tuo punto di vista, è molto interessante!
    Ciao.
    Dì.

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Cara, condivido e sottoscrivo tutto ciò che dici, inclusa l’urgenza contingente di femminismo e la trasversalità della solidarietà.
      grazie
      s

  25. Demonio ha detto:

    In effetti di vie e piazze , tranne in qualche città culturalmente un po’ più attente non c’è ne sono tantissime e di certo ciò rispecchia un mondo che sino l’altro ieri era indubbiamente precluso alle donne. Spero le cose stiano cambiando e spero venga reso il tributo alle donne contemporanee che hanno lasciato un segno nel mondo e ce ne sono.Per contro trovo idiota e intellettualmente disonesto dedicare vie a chi andrebbe solo dimenticato per pudore come Craxi, Almirante o il capoccione del ventennio ed invece c’è chi riesce perfino a fare ciò.
    Una sola cosa mi sento di dire in disaccordo ed è sull’odio.Non l’odio da social o da ultras che oggi va di moda ma un odio di tipo politico che credo debba esistere quando a ragion veduta di compiono delle scelte di schieramento.Ebbene, sulla Thatcher pur rispettando la sua storia sento un odio viscerale.Non perché donna.Perché insieme a Reagan e Craxi da noi diede il la alla nascita del neo liberismo che ha prodotto quanto di peggio vi sia oggi e tutto ciò per me è da combattere ed odiare ma come ho detto in un contesto politico.Insomma trovo enorme differenza tra questo mio astio e gli insulti gratuiti alla Boldrini fatti per lo più da analfabeti funzionali che farebbero meglio a tacere visto che spesso non hanno neppure idea di quel che parlano…

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Sono fondamentalmente e in linea di massima d’accordo su tutto.
      Incluso il fatto che la diversità d’opinione è inalienabile, al di là del genere. Come giustamente osservi, è una cosa diversa rispetto all’odio verso Laura Boldrini, per citarne una, ma citiamola a bassa voce che se no arriva l’esercito dei disadattati a vomitare amenità sgrammaticate 🙂

      1. Demonio ha detto:

        Quello che ha subito questa donna in questi anni è qualcosa di vergognoso oltreché ridicolo visto che le hanno attribuito ogni colpa possibile ed immaginabile. Mancava solo che le attribuissero responsabilità per il cambiamento climatico, l’aids e l’italia fuori dai mondiali e le avrebbero dette tutte!

      2. memoriediunavagina ha detto:

        guarda, ho scritto un articolo per linkiesta l’anno scorso; nei commenti mi sono beccata tanti di quelli insulti che subito dopo ho pubblicato il post “AVETE ROTTO I COGLIONI”. Gli insulti alla Boldrini (che la Boldrini piaccia oppure no) sono l’essenza più esplicita dell’assoluto ritardo mentale che affligge il commentatore medio su Facebook.
        Secondo me.

      3. Demonio ha detto:

        Concordo ed anche per questo ho da tempi non sospetti gettato bandiera bianca ed evitato quel social. Purtroppo non basta visto che l’idiozia oltre che al potere ormai imperversa ovunque e dai commenti dei quotidiani on-line ai forum e altri social ogni giorno vi è qualcosa di talmente stupido che cadono le braccia e non solo. Alla fine, 99 su 100 evito di rispondere perchè ho appreso una lezione: con un cretino non puoi dialogare. Gli ultimi due tentativi fatti, ed erano ex amici su whatsapp , dopo le solite risposte del genere e allora i marò/Stalin/le foibe e quant’altro, sono finiti in malo modo ed ho finito per alleggerire il peso della rubrica. Forse come dice Waters questo è solo il momento di resistere sperando che le nuove generazioni nascano con più cervello dei loro genitori…

  26. Cecilia ha detto:

    Io abito, con grande gioia, in un quartiere in cui tutto: (piazze, stradelli, vie) è dedicato alle donne. Ho vissuto per un po’ in piazza Curie, ed ero esaltatissima, essendo lei un’eroina della mia infanzia. Poi mi sono spostata ma sono rimasta in quartiere e ci sono:
    P.za Grazia Deledda
    P.za Giuseppina Strepponi
    P.za Elsa Morante
    P.za Sibilla Aleramo
    P.za Golda Meir
    V. Rosa Luxemburg
    V. Ada Negri
    V. Matilde Serao
    V. Sarah Bernardt
    V. Maria Callas
    V. Emma Gramatica
    V. Matilde di Canossa
    V. George Sand
    V. Anna Kulishoff
    L’’ultima nata (da pochi anni) V. Ilaria Alpi e diverse altre dedicate a personaggi più locali. Tutto questo a Parma. 😊

    1. memoriediunavagina ha detto:

      Pensa! Comunque l’Emilia è avanti, eccone un’altra prova 🙂

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