Il Femminicidio Rap

Ieri ho ricevuto il messaggio di Elena, una lettrice che mi inviava il link a un videoclip di Skioffi “a una settimana dall’ultimo caso estremamente tragico di stupro e morte di una giovane ragazza” (cito testualmente). Voi direte: chi cazzo è Skioffi? Avete ragione, me lo sono chiesto pure io (cioè l’ho chiesto a Google) e ho scoperto che si tratta di un rapper di quelli che probabilmente piacciono molto ai ragazzini e che sono ignoti a noialtri (che, ormai è chiaro, siamo vecchi). Ho guardato il video, ho ascoltato il testo e non l’ho trovato di mio gusto. Elena mi scrive che il video l’ha inorridita, che l’educazione delle famiglie non è sufficiente se il mondo fuori giustifica il femminicidio e che è molto discutibile l’atteggiamento delle etichette discografiche che, pur di avere un pezzo orecchiabile e di tendenza, chiudono un occhio e veicolano messaggi di una “violenza umana paurosa”.

Quello di Skioffi, in effetti, è un video grottesco (così lo percepisco io, perlomeno), crudissimo nella sua superficialità, ma ci offre un buon assist per discutere quanto il sessismo sia parte integrante della musica (come di qualunque area della nostra cultura). Concita De Gregorio qui spiega abbastanza chiaramente come i generi siano cantati con evidente disparità fin dai tempi di Giuseppe Verdi. Se ci pensate, pure quel Teorema di Marco Ferradini con “prendi una donna trattala male” è discutibile. Ma pure Franco Califano. Ma pure i Modà. Ma pure Vasco Rossi. Ma pure mezzo repertorio italiano che ha cantato in rima e in prosa la sottomissione femminile ASSOLUTA. Da Mina a Mia Martini, fino a Storia d’Amore di Celentano con “Uno schiaffo all’improvviso le mollai sul suo bel viso“, passando per le invocazioni di Perdono di Caterina Caselli e Una Ragazza in Due dei Giganti (“Mai le dirò, che muoio per lei, no, la tratterò male e mi amerà”). Per arrivare fino alla rassicurante Fiorella Mannoia, sacerdotessa delle dolcemente-complicate-sempre-più-emozionate di tutto il paese, che con grande nostalgia rimpiange i complimenti dei playboy, dalle macchine, per noi.

Il rap, poi, è un caso a sé. A qualunque latitudine dell’orbe terraqueo, dagli Stati Uniti all’Australia, il rap è tacciato di aperto sessismo, intento a ricalcare modelli culturali impari. Nel rap le donne sono trofei sessuali, oggetti di cui disporre e all’occorrenza abusare. È bello? No. Ci piace? No. Cosa facciamo? Censuriamo il rap? Decidiamo che solo le persone in grado di collocare questi contenuti in un frame culturale solido possono fruirli? Il fatto che questo video abbia un target presumibilmente molto giovane, sprovvisto degli strumenti critici per interpretarlo, lo rende più insopportabile? Rende la canzone di Skioffi ancora più disturbante? “Che troia, lurida puttana, zitta, affoga, sborro nella tua bara”, ma anche “Non parlare brutta cagna che da oggi sono un cane anche io, non mi hai mai voluto dare il culo, adesso me lo prendo, porco D*o”. Le immagini esplicite, quando balla con il cadavere della compagna che, nella finzione del video, ha appena stuprato e ucciso (lei gli aveva messo le corna, questo il movente), ci inquietano di più perché le vedranno tanti teen agers sprovveduti? 

Potreste dirmi che il tema non può e non deve essere trattato in questo modo, che il sessismo è sottile e infido, si infila nell’immaginario collettivo e non si schioda più. E avreste ragione perché, per esempio, i Baustelle hanno saputo misurarsi con il femminicidio, argomento complesso e delicato, con una favolosa raffinatezza d’animo (Contà l’inverni, nell’album capolavoro Fantasma).

Il problema però è che i Baustelle possono piacere a me, mica a un pischello di 15 anniD’altra parte, a 15 anni avrei voluto che i miei genitori, o chiunque per loro, decidessero cosa dovevo ascoltare? Cosa potevo comprendere e cosa mi avrebbe invece turbata? No, certo che no. Per carità, sono grata a mio padre che mi ha insegnato i fondamentali (De André, De Gregori, Dalla, Bennato, Battisti, Battiato, Pink Floyd) ma sono felice di aver fatto il mio percorso e le mie scelte autonome. Potreste dirmi che era un altro mondo, che c’erano meno offerta e meno bulimia di contenuti, che c’era più qualità e più controllo, e forse di nuovo avreste ragione. Fatto sta, però, che nelle mie scelte ho ascoltato i Nirvana di Rape me e Polly (Polly vuole un cracker, forse dovrei prima slegarla”, cantava Kurt Cobain).

 

Ho ascoltato gli Afterhours con Lasciami leccare l’adrenalina e la loro Forse non è proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi”.

 

Ho amato Mick Jagger che cantava Under My Thumb e definiva la sua ragazza un pet, una gatta, una cagna obbediente, sotto il suo controllo. E conosco a memoria le parole di Every Breathe You Take dei Police, una canzone che tutti abbiamo considerato d’amore durante l’adolescenza, salvo accorgerci che parla di uno stalker (“Ogni movimento che fai, ogni promessa che rompi, ogni sorriso che fingi, ogni protesta che fai, io ti guarderò, non lo capisci? Tu appartieni a me”).  

 

Gli AC/DC in Let Me Put My Love Into You cantano “Non combattere, non lottare, non preoccuparti perché stasera è il tuo turno”, dando voce a un cupa fantasia di stupro marchiata con “Lasciami tagliare il tuo dolce col mio coltello”. I Guns ‘n Roses in Back Off Bitch cantano: “Stai meglio lì nella stradina, morta in una fogna, lurida puttana”.

Sempre i gentleman in questione in I used to love her: “L’amavo ma ho dovuto ammazzarla, ho dovuto metterla 6 piedi sotto terra ma posso ancora sentire le sue lamentele; sapevo mi sarebbe mancata, quindi ho dovuto tenerla e seppellirla nel mio cortile; l’amavo ma ho dovuto ucciderla, rompeva, mi mandava fuori di testa”. Voi direte: vabbè ma quelli sono dei burini, e avete ragione, ma persino gli amatissimi Pink Floyd cantano in One of my turns: “Corri in camera da letto, nella valigia a sinistra troverai la mia ascia preferita, non essere spaventata, è soltanto una fase di passaggio, solo uno dei miei giorni storti”. Naturalmente lo facevano nel contesto di The Wall, un monumento, un capolavoro, un concept album che aveva una storia, nessuno tocchi i Pink Floyd, per carità. Ma possiamo citare anche i Sex Pistols, i Clash, i BEATLES che nella traccia conclusiva dell’album Rubber Soul, cantano Run for your life: “Preferirei vederti morta, che con un altro uomo; è meglio che scappi se ci tieni alla pelle, piccola; nascondi la testa nella sabbia, sorprenderti con un altro uomo è la fine”. Ve lo ricordate, John Lennon il pacifista?

Persino l’integerrimo Nick Cave ammazza a sassate Kylie Minogue dicendole “All beauty must die” in Where the Wild Roses Grow.

Frank Zappa nel 1979 fece incazzare sia i gay che le femministe con Bobby Brown Goes Down (“eccomi in una scuola prestigiosa, mi vesto alla moda e mi atteggio da fighetto, ho una spasimante qui che vuole aiutarmi con i miei appunti, la lascerò fare tutto il lavoro e forse più tardi la violenterò”).

D’altra parte la funzione del rock è questa. Si chiama “roccia” mica per caso, altrimenti si chiamerebbe “piuma”. Io a 15 anni uscivo pazza per i Red Hot Chili Peppers e buona parte dei miei familiari a ogni ricorrenza mi regalava un loro album. Sono arrivati fino agli esordi, procedendo a ritroso nella discografia, fino ai lavori più ruvidi, più sporchi, più funk. Sir Psycho Sexy è la storia di un maniaco sessuale che la fa franca: “Come un montone pronto a scoparsi la pecorella, lei piagnucolò solo un po’ quando sentì la mia mano sulla sua fica così calda, potevo sentire che si stava bagnando dentro la sua divisa, mentre la stendevo sopra la macchina, le tirai giù la cerniera e le mutande “Oh come è soda”, la chiavai come nemmeno uno squadrone intero potrebbe fare, ho trasformato una torta di ciliegie in marmellata”.

In Sexy Mexican Maid il mio adolescenziale amore Anthony Kiedis cantava: “Mi lava fino a quando non sono pulito, poi fa una piccola danza sexy, è felice di sentire la mia mano che sculaccia il suo culo sexy”. In Special Secret Song Inside, che è una canzone perfetta per un primo appuntamento, il testo ripete ossessivamente “I want to party on your pussy baby”. In Stone Cold Bush invece, le parole “Ti tagliuzzo con il mio coltello e ti faccio sanguinare sulla canzone della bambola assassina”, sono accompagnate dai gemiti di un brutale orgasmo femminile.

Tornando più contemporanei, Eminem canta che vuole prendere a pugni in faccia Lana Del ReyRobert Thicke, con la sua popolarissima Blurred Lines canta come si addomestica una pollastrella sexy, “I know you want it, I know you want it”. Questo per non parlare di Snoop Dog oppure Kayne West che ci riportano al punto iniziale di questa riflessione: il rapper Skioffi.

Il rap (alla trap non arrivo) mi pare che sia oggi ciò che il rock, il grunge, il punk sono stati per noi. E il rap non è roba da signorini, anche se Fedez con le sue camicie Fendi ci fa pensare il contrario. Il rock è Jim Morrison che vuole ammazzare il padre e scoparsi la madre. È Jimi Hendrix che sfascia una chitarra sul palco. È Patti Smith che in Gloria canta “Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei“. Il rock e le sue derivazioni trattano argomenti moralmente discutibili, poco rassicuranti, talvolta brutalmente scorretti e lo fanno da sempre. Ve lo ricordate Marilyn Manson? E Tom Petty necrofilo, che ballava col cadavere di Kim Basinger in Mary Jane’s Last Dance?

 

Quello che voglio dire è: non dobbiamo coesistere per sempre con il sessismo musicale, o con la musicoginia ma teniamo presente che le canzoni non sono normative e non influenzano in maniera diretta la crescita, i valori e le opinioni sul mondo. Certo, contribuiscono a sdoganare un certo linguaggio e ad alimentare un certo immaginario, ma si occupano soprattutto di sviluppare – o ritardare lo sviluppo – di un gusto musicale. D’altra parte, se avessimo censurato gli artisti di cui abbiamo parlato fino ad ora, che sono solo un campione esemplificativo, non avremmo avuto neppure Imagine, Scar Tissue, Smells Like Teen Spirit, Quello che non c’è. E sia chiaro, a me la canzone di Skioffi fa skiffo, ma il punto non è questo. 

Il punto è che giudicare l’arte per la sua moralità o immoralità, ci porta in un ginepraio di difficile gestione (i nazisti per esempio parlavano di “arte degenerata”). Molto più utile, invece, sarebbe capire perché i rapper parlano di ammazzare le femmine puttane, invece di parlare delle ingiustizie sociali; del degrado delle periferie; delle guerre civili; del surriscaldamento globale. È la musica che influenza la società o il contrario? Il rap  condiziona la realtà, oppure interpreta lo spirito del proprio tempo (così come il rock, il punk, il grunge hanno fatto prima di lui)? Un certo tipo di musica non serve anche a urtarci, a spezzare i fili del nostro pudore, a sfidare la nostra ipocrisia? Ecco io penso che, in generale, come linea guida, una società che inizia a prendersela con gli artisti, con i musicisti, con i satiri, con gli scrittori e con i giornalisti, non sia una società sana. Penso che quando abbiamo voglia di censurare una canzone che racconta un femminicidio, stiamo pensando che il problema sia la canzone e non il fatto che statisticamente ogni due giorni una donna muore ammazzata, violentata, umiliata. Mi viene da dire che il problema di Faccetta Nera non era la canzone in sé, ma il colonialismo fascista che celebrava e, francamente, in qualità di autrice riconosco il diritto di parlare di qualsiasi cosa, o giù di lì. Riconosco la libertà di scegliere il momento preciso in cui collocare la narrazione e di stabilire il perimetro della propria creatività. Trovo legittimo che l’autore scelga dove mettere le mani, fosse pure nella merda, se lo ritiene opportuno. Penso che chiunque produca contenuti con velleità sommariamente artistiche, possa decidere cosa indagare, da quale punto di vista e in quali termini. Certo, i risultati non sono necessariamente lusinghieri, in alcuni casi risultano persino macabri, ma mi turba di più l’idea di decidere a monte di cosa si può parlare e di cosa no, quali argomenti sono consentiti e quali vietati. Poi ci accusano di essere nazifemministe, e io invece non voglio avere un cazzo di “nazi”. 

Umberto Eco, in una delle poche cose che ricordo dei miei corsi di semiotica all’università, parlava di un Lettore Modello e di un Autore Modello. Il ché significa che l’opera, più o meno (in)degna che sia, non custodisce mai, in sé, tutti i suoi significati. Un romanzo, una poesia, un testo, presentano sempre dei buchi interpretativi, per così dire, che ciascun destinatario colma con il suo significante. Ecco la mia risposta per Elena: sai cosa farei io con il video di Skioffi? Lo farei proiettare nelle scuole, chiederei ai ragazzi cosa ne pensano e perché. Farei nascere un dibattito da questa canzone, perché questo è il solo modo per migliorare la cultura dei più giovani e del futuro; la sola possibilità per integrare il lavoro che le famiglie fanno – o meglio, dovrebbero fare – tra le mura domestiche. Hai ragione, i genitori non bastano. Serve la scuola, che un tempo era un luogo in cui si imparava a vivere, a parlare, a costruirsi un’identità, a scambiarsi opinioni, a convivere con il diverso. L’ho scritto in un articolo uscito ad agosto su Sette del Corriere: c’è un bisogno urgente di instaurare un dialogo aperto con i ragazzi sul sesso, sui sentimenti, sul genere. Se avessimo una rappresentanza politica, questa sarebbe la prima cosa che, in qualità di donne, dovremmo chiedere ai nostri rappresentanti. In alcuni paesi che consideriamo meno sviluppati del nostro, in America Latina, nelle scuole i bambini partecipano a giochi di ruolo e a workshop sul gender.

Abbiamo bisogno di educarci e di educare, più che di censurare.

Abbiamo bisogno di prenderci più potere e di fare di più.

Abbiamo bisogno di supportare le donne.

Abbiamo bisogno di pareggiare le condizioni

Ma abbiamo bisogno anche della libertà di definirci femministe e di cantare a squarciagola Back in Black, se ci va.

Perlomeno, questo è ciò che ne penso io.

Ci sono domande in sala? Commenti? Suggerimenti?

Sempre vostra,

V.

13 commenti Aggiungi il tuo

  1. llele ha detto:

    non possiamo pensare di non avere più canzoni di questo tipo o di entrare in contatto solo con cose moralmente corrette. dobbiamo invece preoccuparci di avere gli strumenti per dar loro il giusto valore. io vengo dal sud della ‘ndrangheta e da ragazzo avevo compagni di classe poco raccomandabili, come conoscenti e persone che si incontravano per strada o al bar (si giù è così) ma i miei genitori, per fortuna, hanno lavorato su creare il mio senso civico ed etico e non su un irrealistico isolamento da queste persone. il male esiste, dobbiamo imparare a riconoscerlo, a gestire la fascinazione che ha.

  2. Demonio ha detto:

    Nessun commento perché questo post coincide col mio pensiero e l’unica cosa che posso fare è applaudire.

  3. magicamente73 ha detto:

    Vedo difficile nel nostro paese pensare a una parità tra i sessi. È così culturalmente radicata l’idea della differenza di genere che sembra di lottare con i mulini a vento.

  4. Mezzatazza ha detto:

    Più che far studiare canzoni di merda nelle scuole, farei leggere articoli di giornale.

    La musica è aleatoria, anche se ricordo ancora il trauma di quando ho codificato il testo di “More than words”.

    Ad alcune cose, va lasciato il rilievo che hanno: poco.
    “Questo non è un artista ma un demente” va benissimo.

    Serve agganciarsi con serietà alla realtà delle cose, secondo me, troppo abituati a mescolarla con post su canzoni e calzate, tra uno scroll e l’altro, si smette di percepire quanto sia tattile oltre il touch screen.

  5. Tratto d'unione ha detto:

    Non so se si tratti di censurare, di limitare, di bloccare… Si tratta invece di segnalare e avvertire, ragionare e distinguere. Proprio come ha fatto chi ti ha scritto, proprio come hai fatto tu con questo post. Perché la tristezza infinita è che l’ignoranza è e sarà sempre, infinita anche lei.

  6. Pendolante ha detto:

    riporto da un blog di un che seguo: “Mi sono inventato un percorso nel quale ho previsto che i miei alunni mi segnalino le loro canzoni preferite per ascoltarle insieme durante l’ora di musica e conoscerci meglio tramite il loro universo sonoro. Ma l’obiettivo, per me, è capire l’appeal che hanno i cantanti trap su esseri umani in teoria così fuori target verificare se la proposta di alternative possa essere utile a comprendere le anomalie di questo genere musicale”
    https://questioneprimaria.wordpress.com/

  7. lovesexdating ha detto:

    Bellissimo post, con punti estremamente ben supportati.
    Siccome ho scritto la mia tesi sul rap, difendendolo dall’accusa di essere violento, misognino e volgare, vorrei fare presente che non esiste solo il gangsta rap, quello infarcito di bitch e suck my cock qui e là, ma molti altri generi, tra i quali per esempio il message rap, che si fa strumento di denuncia sociale e protesta, oppure il party rap, molto leggero e festaiolo. Quindi, insomma, condannare un genere musicale così vario giusto perché una sottocategoria può lasciare un po’ perplessi, è decisamente una mossa estrema che denota scarsa conoscenza della materia.

  8. Molly ha detto:

    Sono d’accordo con te, naturalmente. Per quanto una canzone possa farmi schifo – e questa certamente lo fa – non è un buon motivo per censurarla. Tutto ciò che è “artistico” – magari anche solo nell’intenzione come in questo caso – va valutato col metro dell’arte e non della morale, ricordando ciò che diceva Oscar Wilde dei libri, che non ne esistono di morali o immorali: i libri sono scritti bene o scritti male, ecco tutto. Questo, nel caso specifico, è scritto male, ecco tutto, quindi pace all’anima nostra e dell’eiaculatore mortuario Skioffi, della cui esistenza apprendo oggi e che spero in effetti di non incontrare più, per lo meno nel dopo pranzo.
    L’unica cosa su cui sono in disaccordo – e qui so che farò inorridire molte anime belle, ma pazienza – è la necessità di intrattenere gli studenti nelle scuole con ulteriori conferenze, giochi di ruolo, workshop e quant’altro sul gender, che si andrebbero ad aggiungere alla già abbondantissima melassa politicamente corretta sull’ecologia, sull’ambientalismo, sugli amici senza fissa dimora, sui diversamente abili, sulla foca monaca eccetera, che i ragazzi accolgono con ipocritissimi sorrisi di circostanza perché sanno che è questo che ci si aspetta da loro, e che li educano solo a recitare formulette in superficie condivisibilissime in linea col pensiero unico sentendosi così la coscienza a posto, e poi magari uscire da scuola e senza soluzione di continuità picchiare l’amichetto sulla sedia a rotelle per farsi consegnare la paghetta. Io sarei piuttosto dell’opinione di intervenire con dosi massicce di lettura e riflessione sui classici, tipo la Medea di Euripide, così magari capiscono il problema della reciprocità nei rapporti tra uomo e donna (e magari portarli al teatro greco di Siracusa a vedere l’opera rappresentata), o l’Edipo Re di Sofocle, così poi quando sentono Jim Morrison che dice di volersi scopare la madre dopo aver ammazzato il babbo capiscono i riferimenti culturali di questa frase, o il Filottete sempre di Sofocle, bellissimo epitaffio della solitudine e di cos’è una natura leale, e dei problemi che pone il rapporto tra utile e onesto. O ragionare sul mito di Elena, e sul perché l’immaginario maschile ebbe bisogno di inventarsi questo mostro irresistibile di bellezza e di seduzione, salvo poi scaricarle addosso tutti i suoi sensi di colpa per il non saper dominare i propri istinti di fronte a lei. E se si vuol parlare di gender basta ragionare sul personaggio di Tiresia, che era stato sia uomo che donna e che era pefino stato interpellato in una controversia tra Zeus ed Era su chi provasse più piacere nel rapporto sessuale, e aveva risposto che la donna gode nove volte di più (interessante storiella, nevvero?), ma Era lo aveva punito con la cecità. O leggere gli oratori greci, o Saffo, o l’Iliade, semplicemente. In greco antico e in lettura originale, possibilmente, e caricandoli di compiti a casa, cosa sacrosanta checché ne dicano le associazioni di genitori “light”, che in moltissime scuole italiane si fa ancora e che rende ancora le nostre scuole le migliori del mondo, altro che Australia e America Latina e non, con buona pace delle classifiche farlocche che ci mettono dopo il Burkina Faso. E nonostante i tentativi dei vari ministeri, soprattutto nostri, che vorrebbero azzerarle e ridurre a parcheggi per giovinetti turbolenti che le famiglie non hanno voglia di sciropparsi, dove il problema principale è fare in modo che non girino armati e non ammazzino a fucilate una decina di compagni perché gli hanno rubato la merenda (movente peraltro più che comprensibile). Se nelle scuole si ragionasse di più, e davvero, sui problemi eterni dell’uomo posti dalla letteratura universale e dalla filosofia, non ci sarebbe nessun bisogno di lezioncine alla moda sull’argomento del giorno, perché gli studenti imparerebbero a essere uomini e donne degni di questo nome da quello che leggono e studiano con fatica, e non andrebbero mai a violentare una donna o a far del male ai più deboli per sentirsi parte del branco, perché sarebbero dotati di un cervello pensante educato dallo studio e non unicamente dai social media. E saprebbero che il Grande Fratello ha a che fare con un romanzo di Orwell e non con Alessia Marcuzzi o chi per lei. Fine del pistolotto, il cui tono polemico non era ovviamente indirizzato a te ma alla degenerazione dei tempi odierni contro cui, come ogni vegliarda che si rispetti, lancio strali e anatemi. Ah, mala tempora currunt…

    1. lumi ha detto:

      Applausi, condivido in pieno.

  9. Dagomar ha detto:

    La canzone non è della Mannoia ma di Ruggeri. Mina del resto, nell’interpretare diverse canzoni fece all’epoca scalpore proprio per il suo vezzo di rendere femminile il soggetto principale, vedi io camminerò di Tozzi, poi magistralmente da lei interpretata.

  10. newwhitebear ha detto:

    non metto becco sulle canzoni. Conosco vagamente gli artisti citati ma il tutto finisce lì.
    Sono d’accordo invece sul ruolo che dovrebbe avere la famiglia e la scuola nella formazione e maturazione dei ragazzi. Purtroppo si assiste a un rimpallo tra loro. Secondo la famiglia è la scuola che dovrebbe formare ma senza eccedere, perché si sa che i cuccioli vanno trattati con indulgenza. Per contro la scuola nella sua inadeguatezza rinfaccia alla famiglia di disattendere alla sua funzione.
    Ovvero un dialogo fra sordi. Un tempo la scuola era rigida e autoreferenziale e la famiglia timorosa e succube. Poi si sono invertite le parti e il palleggio delle responsabilità appare come una partita a tennis far due che stanno solo a fondo campo.

  11. Issacane ha detto:

    Ciao. Ti ho scoperta solo da una mezz’ora, ma con piacere.
    Perfettamente d’accordo con il tuo post, e si potrebbe aggiungere tanto altro, anche in altri campi.
    Tre esempi a caso: American Psycho, Bret Easton Ellis, poco adatto agli stomaci deboli, Bagatella per un massacro, Louis Ferdinand Celine di cui è consigliabile leggere altro magari, perfino Pasolini e il suo Salò o le 120 giornate di Sodoma.
    L’Arte deve potersi esprimere, anche nelle sue declinazioni più disturbanti.
    L’unica cosa su cui non concordo è il tuo parere su ‘sto Skioffi. Mai sentito prima di 5 minuti fa, sono andato a sentirmi la canzone in questione. Beh, a me è piaciuta. Parecchio pure, pur essendo un primo ascolto. Non so se potrà mai diventare un artista, ma trovo della qualità in quello che ha composto, una specie di nenia psicopatica molto più attraente di altre pallosità rapparole che sento spuntare ogniddove.
    E ti assicuro che la mia indole è più che pacifica 🙂
    Per finire… sottolineo quella che secondo me è la tua frase più importante nel post: “Abbiamo bisogno di educarci. E di educare”.
    Sta tutto qui, hai ragione. Mi ricordo da adolescente ferito di aver sentito Aldo Busi dire queste parole in una trasmissione televisiva, davanti a tanti ragazzi.. “bisogna capire che un amore può finire. Gli amori finiscono… e bisogna avere la nobiltà d’animo di accettarlo.”
    Credo stia tutto qui, in queste poche parole. Il difficile sarà farle assimilare. Educare, per l’appunto. Grazie, ciao
    F.

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