Tre Oggetti

Ho sempre odiato i cambiamenti, di qualsiasi genere. Li ho evitati e ritardati ogni volta che ho potuto. Quando la vita ha deciso di fare comunque il cazzo che le pareva e di impormeli, quei cambiamenti li ho sofferti, come certe malattie che si spera passino in fretta, senza mutilarti per sempre l’anima. In altre occasioni, quando di qualche cambiamento ho avuto bisogno, ho sempre sperato che qualcuno cambiasse per me, che qualcuno mi salvasse, che qualcuno (tranne me) s’assumesse finalmente la responsabilità di decidere qualcosa (il qualsivoglia fidanzato del momento, o mio padre, nella fattispecie).

Poi, non saprei dire con esattezza in quale momento, mi sono accorta che quella mia ostilità al vivere, quel radicale rifiuto del divenire, era un affare completamente imbecille. Mi è parso chiaro che le situazioni cambiano sempre, cambiano comunque, cambiano con o senza il nostro consenso. Gli eventi non ci chiedono il permesso di accadere, le vite degli altri non ci aspettano e gli anni non hanno bisogno della nostra approvazione per passare. A un certo punto ho capito che c’è una differenza sostanziale tra subire la vita e provare a viverla. Provare a cambiarla se non ci piace, alle bene e meglio, rischiando, a volte sbagliando, con un po’ di coraggio e di incoscienza, anche senza aspettare che tutto sia pronto, apparecchiato, perfetto.

Il primo cambiamento che ho deciso di mia spontanea iniziativa, è stato lasciare il lavoro dipendente alla soglia dei 30 anni, al grido di: “Se non lo faccio ora, non lo farò mai più…e giammai campare con il rimorso di avere per sempre la tredicesima, la quattordicesima, l’assicurazione sanitaria e i buoni pasto!”

Naturalmente, prendere una decisione del genere (e prenderla come prima decisione autonoma), non è stato semplice. Dopo uno stillicidio emotivo di almeno un biennio, un inferno di dissidio e incertezza, mia madre mi ha detto: “Se vuoi farlo, fallo! Crescere vuol dire anche fare qualcosa che tuo padre non approva!”

APPERÒ! E chi ci aveva mai pensato!

Oggi, dopo più di 3 anni, di cui quasi uno di convivenza ufficiosa nella quale “tanto ho sempre casa mia in cui scappare”, ho deciso di affrontare un altro cambiamento: mettere in affitto la mia casa, il mio bucolocale di 50 metri quadri, il garage, il loft, l’ex-fabbrica di lampadari convertita in appartamentino, ormai 10 anni fa. È la casa che mi ha accolta quando, sul finire dell’annus horribilis 2008, castana e con la frangia, terrons e fiera, arrivai nella ruggente Milano, per nulla convinta di restare in questo Nord tutto “triste, grigio, pieno di nebbia e di stronzi“.

Da allora sono trascorsi dieci anni. Dieci anni di crisi, dieci di anni di crescita. Dieci anni cruciali, nei quali ho amato, ho odiato, ho deluso, ho tradito, ho pianto, ho scritto, ho mangiato troppo, ho digiunato, ho urlato di dolore e di piacere, ho sognato, ho rimpianto, ho respinto e ho accolto. Dieci anni di vita al singolare, di strascichi adolescenziali, di dischi, di ansie generazionali e di timori, e piccoli successi, ed enormi frustrazioni. Una casa piena zeppa di libri, di dvd, di cd, di scarpe di merda, di borse altrettanto di merda, di gioielli scadenti, di gadget inutili, di souvenir orribili, di poster dell’università appesi alle pareti, di biglietti di mazzi di fiori e regali ricevuti. Dieci anni di spezie scadute, di conserve mai aperte, di creme mai usate, di cartoline dei concerti, di agendine piene di appunti, di computer abbandonati, di amicizie iniziate, di storie interrotte, di accendini consumati, di piastre di ferro, di smalti seccati. Dieci anni di lezioni e di riunioni, di libri scritti a metà, di numeri di Cosmopolitan e Sette con i miei articoli, di giornali che parlano di me, di copie del mio romanzo (la vita dei narcisisti è più complessa, se devono conservare qualsiasi traccia del loro pallido successo). Dieci anni di cambiamento, avvenuto senza il mio esplicito consenso.

Ho trascorso l’ultima settimana a svuotare mobili e spazi, a pulire, a sgomberare, a preparare la casa per nuove vite e nuovi pezzi di umanità.

Ho osservato ogni oggetto e ogni ricordo, chiedendomi cosa volessi conservare e cosa volessi buttare via. Ho eliminato una quantità indecente di COSE (sono un’accumulatrice seriale, è evidente, è un miracolo che RealTime non mi abbia mai contattata per una puntata di Sepolti in casa). È stato persino bello, oserei dire liberatorio, disfarmi di così tanta roba, soprattutto degli oggetti che per me significavano qualcosa, e da cui mi sono separata perché oggi trovo significati diversi.

In particolare ci sono tre oggetti che avevano una storia, e un valore simbolico, che mi piacerebbe menzionare:

1. Le scarpe fucsia, di finto raso, con placchetta metallizzata ultra-zarra apposta sopra, che vedete in foto. Oddio, sapeste quanto le ho amate! Sandali di pessima qualità, pagati non più di 20 euro, millemila anni fa, a Taranto e ormai massacrati dal tempo e dall’usura, con il tacco sfondato dai ciottoli del Mavù (una discoteca fighissima che c’era, da qualche parte, in Puglia, un tempo…non so se esista ancora). Scarpe festaiole, di belle serate, di momenti di spensieratezza, di eccessi, di gioventù assoluta, indomita e noncurante. Scarpe testimoni di una me che non c’è più, che non mi manca, che non baratterei con quella che sono oggi, ma che mi piace ogni tanto scrutare, ricordare che è esistita…spregiudicata, sfacciata e arrogante (come se poi oggi fossi Santa Maria Goretti)

Ho bisogno di queste scarpe malmesse per ricordarmi di me?

No. Non ne ho bisogno (che palle, però, non trasferirsi nella Reggia di Versailles, dove potrei conservare tutto…)

2. Il jeans dell’università, quello in cui non entravo più quando, a forza di subire la vita, ero ingrassata di altri 10 kg, che si erano aggiunti ai 10 kg di sovrappeso standard che c’ho avuto probabilmente già al momento della nascita (vi ricordo: “Congratulazioni signora! È una bella bambina sana!” – “Ah sì?! E quanto pesa?” – “13,5 kg signora” – “Benedica!!!”). Ecco, io in quei jeans, che già erano una taglia 46, non ci entravo proprio più. Ed erano i miei preferiti, presi da H&M in Via Indipendenza, a Bologna, qualche anno prima, con mia madre. Erano jeans macchiati, strappati e bucati, una roba che lei proprio non riusciva a comprendere la ragione per la quale dovesse pagarmeli, se erano già una pezza da buttare. Quei jeans erano l’emblema della sua disapprovazione al mio guardaroba e penso che sia stata felice, l’altro giorno, quando di fronte a lei li ho buttati nel sacco dei vestiti. Ciò che probabilmente non sa, è che quando tre anni fa ho iniziato la dieta con la quale ho perso 20 kg, rientrare in quei jeans è stato il mio obiettivo. E quando ci sono tornata dentro, è stato bello. E quando non ho più potuto usarli perché li perdevo, tanto ero dimagrita, è stato pure meglio. Anche perché, oggettivamente, facevano cagare.

Ho bisogno di questi jeans sdruciti e fuori moda, per ricordarmi di non scofanare più all’infinito?

No. Non ne ho bisogno (anche se magari riprendere a tonificare male non farebbe, così, tanto per non invidiare i fisici delle signore di 80 anni, tra qualche mese, in spiaggia)

3. La borsa di Coccinelle. Ebbene sì, l’ho avuta e l’ho pagata 300 euro che, per me, ai tempi, con uno stipendio base di 1.300, erano soldi. Certo, bisogna dire che allora desideravo molte cose che non potevo permettermi, com’è facile che succeda quando vivi nella capitale della finanza (non che ora possa permettermele, ma ho imparato a desiderare meno oggetti). Comunque sia, compravo un HP bianco che assomigliava al Mac che in realtà avrei voluto; e compravo una Coccinelle color tortora che assomigliava alla Prada che aveva Giulia (che era così bella, ma così bella). Solo che un giorno, durante una riunione di lavoro, una di quelle sciure milanesi che quotidianamente indossano circa 20.000 euro di abiti, borse, stivali, gioielli e accessori vari, disse parlando con una sua simile, in mia presenza: “Coccinelle è vorrei-ma-non-posso, chi non può comprare Hermes, compra Coccinelle”. Da allora ho capito che – a meno di clamorosi colpi di scena – avrei sempre avuto borse unbranded , perché non aveva senso spendere 300 euro per essere trattata come se avessi una Carpisa. Inoltre, non intendevo offrire più pretesti di umiliazione alle stronze in circolazione. Tuttavia, anche se quella borsa era vecchia e logora, non l’avevo buttata. Era lì a rivendicare il mio sacrosanto diritto di essere diversa, di essere più povera, di essere così stronza da sapermi accontentare PERSINO di una borsa da 300 euro (che, tutto sommato, mi ero comprata da sola, e non era un regalo del papi o del fida).

Ho bisogno di questa Coccinelle consunta, ora che finalmente, alla veneranda età di 33 anni, dopo un decennio di lavoro forsennato, ho una Prada come quella di Giulia, che è bella ma così bella, e ne sono orgogliosamente felice? No. Non ne ho bisogno.

Ecco, nella storia di questi Tre Oggetti,  c’è un riassunto efficace dell’ultimo decennio della mia vita: una grande nostalgia del passato, un rapporto controverso con il mio corpo, un faticoso percorso di accettazione, di adeguamento, di evoluzione.

E ora che sono in procinto di affidare quelle quattro mura alla vita di qualcun altro, penso che come dice Marie Kondo (di cui ho visto solo una puntata su Netflix, non sono un’adepta) devo essere grata alla casa in cui ho vissuto. Anche se spesso l’ho criticata, sminuita, insultata per il suo bagno cieco. Anche se a volte mi sono vergognata perché non era così fancy come certe altre, in certe altre zone. Anche se è appena fuori dalla circonvalla. Anche se ha tutta l’aria di uno scannatoio romantico. Anche se non era perfetta, quella casa è stata il rifugio nel quale ho lentamente imparato a starmi un po’ meno sul cazzo, a volermi un po’ più di bene, a essere un po’ più clemente con me stessa e con il prossimo. È stata il rifugio nel quale ho imparato a sentirmi al sicuro, da sola, in un quartiere che mi chiama per nome.

Oggi sono andata a sistemare le ultime cose e a lavare i pavimenti, prima di partire per la Santa Pasqua.

Ho fatto colazione con il cappuccio e la brioche dai Tabagisti, che sono il classico bar di quartiere, proprio accanto al portone del palazzo. I Tabagisti è gestito da Andrea e da Rita, che sono fratello e sorella, e sono sempre un po’ scazzati e burberi, tipo due cugini maggiori a cui stai sulle palle, ma che in fondo ci sono sempre, se ti serve una mano te la danno, e alla fine un po’ di bene te lo vogliono (da quando mi vedono raramente, sono più affettuosi, devo dire).

Poi ho incrociato Mario nel cortile, che è il proprietario del box adiacente all’immobile (inizio a parlare come idealista.it…mi preoccupo). Mario è l’idolo del condominio, oltre che il prezioso handyman che negli anni mi ha sistemato il rubinetto, l’estrattore, l’asse del cesso, i lampadari, la batteria della macchina, i condizionatori e tutta quella lunga serie di cose che altre donne-ninja fanno sicuramente benissimo da sole, ma io no. Mario per me è come uno zio adottivo, ha circa settant’anni portati da Dio, l’estate se ne va sempre quattro mesi in Salento e nei miei secoli di singletudine è stato l’unico uomo sul quale io abbia potuto fare affidamento a Milano.

“Come va, bella?”, mi ha chiesto.

“Bene, bene…in questi giorni ho svuotato casa, l’affitto per un po’”, gli ho detto.

“Ah…ti trasferisci a vivere da lui?”, mi ha chiesto.

“Eh sì”, ho risposto.

“Almeno non ci vado in perdita con le spese!”, ho aggiunto, come se volessi giustificarmi.

“Hai ragione”, ha detto Mario, un po’ dispiaciuto. E anche io ero un po’ dispiaciuta, anche se sono felice di spostarmi, di crescere, di fare questo passo, di aver colto questa opportunità di cambiamento. Ero comunque dispiaciuta, all’idea di lasciare Casa Pulpo (sono pure un po’ impanicata, al pensiero di entrare in una nuova fase della vita, lo confesso…ma tant’è).

Dopo aver fatto tutto, ho chiuso casa, ho prenotato una enjoy e mi sono incamminata per raggiungerla.

Sono passata davanti alla lavanderia all’angolo, ho guardato dentro, ho salutato la proprietaria e il ragazzo che lavora lì, al quale voglio molto bene da quella volta che mi ha aiutata a portare un pacco di 22 kg dal cofano della macchina alla soglia di casa (se non l’avesse fatto, sarei ancora lì, probabilmente, a cristonare). 

Sono arrivata alla macchina, ho inserito il pin e sono partita.

Ho guidato fino al mio nuovo quartiere, pensando che i luoghi che ci sono appartenuti, non si perdono. Che i ricordi restano nella testa, non negli oggetti (purtroppo e per fortuna). Che, in fondo, si può amare ciò che è stato e si può amare ciò che sarà, per la stessa ragione per cui amo Taranto e per cui amo anche Milano: perché il passato e il futuro dovrebbero essere in armoniosa continuità, non in aperto conflitto. E nel mezzo, ci siamo noi. In equilibrio precario, sopra la normalità (semi-cit).

 

 

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mezzatazza ha detto:

    In bocca al lupo! 🎉🎉🎉

  2. pipettah ha detto:

    Meraviglioso post. MERAVIGLIOSO. Mi sono commossa❤️ Ti abbraccio forte, fortissimo! Buona fortuna per tutto! 🏡

  3. gracef84 ha detto:

    Condivido tante di queste sensazioni…Ho cambiato casa dopo circa 8 anni ed è stata un’impresa…riempire scatoloni e snocciolare tanti ricordi legati ad ogni oggetto riposto o buttato! ecco un’altra, un po’ nostalgica, accumulatrice seriale! 🙂 In bocca al lupo per questo tuo nuovo capitolo!

    ps: il Mavù c’è ancora.. parola di una martinese trapiantata a Firenze… 😉

  4. 321Clic ha detto:

    Non era difficile capire dove stavi andando a parare 😉
    Quindi si festeggia?
    (io i miei sandali rosa ancora li tengo)

    1. Menti Vagabonde ha detto:

      Noi siamo l’oggi che si barcamena tra il passato e il futuro. Ben vengano i cambiamenti, sono necessari, buon tutto allora!

  5. Soul ha detto:

    Meglio capo S. Vito a Milano, che te lo dico a fare😎

  6. Alessandra ha detto:

    Che bello leggerti, sarò che sei Tarantina come me, sarà che sei riccia come me, Scorpioncina come me, ma sembra sempre di leggere me stessa nelle tue parole, e rivivo i miei due traslochi negli utlimi 2 anni, In bocca al lupo Stella, per tutto. Un bacio. Ale

  7. Atipico ha detto:

    Anch’io mi sono trasferito dalla mia signora in questi mesi. Ho mollato la casa in cui ero in affitto. Consiglio un trasloco ogni 4-5 anni a tutti perché ciò obbliga a buttare via un sacco di roba che non serve più. Certo, poi viene tutto il resto da affrontare ma questa è un’ altra storia.

  8. newwhitebear ha detto:

    dunque ci provi! E fai bene. I cambiamenti non si ostacolano ma si assecondano. Fanno paura ma in realtà è solo un riflesso condizionato di sapere cosa c’è dietro la siepe.
    Vedrai, andrà tutto bene a patto di non pensare ‘tanto scappo quando voglio’

  9. kalissa2010 ha detto:

    Te ne disfi, ma rimane il ricordo. Spunteranno in una foto, da una rivista in versione “remake” e penserai: “ce l’avevo pure io”, oppure riaffioreranno in un ricordo, perchè puoi pure buttarli via, ma i pezzi di storia ti verranno a cercare, nostalgici. Cambiare, lasciare, partire ricominciare, rinnovare, osare…fa sempre bene, dà aria al cuore ed ai pensieri, dà “una mano di bianco” all’esistenza, fa cambiare prospettiva e, si sa, da angolazioni nuove, le inquadrature sono più interessanti.
    “Buon Viaggio” nella nuova avventura.

  10. Alessandro ha detto:

    “Non guardare indietro, non è lì che stai andando”
    Calendario filosofico 2019
    “Casa è dove decidi di stare”
    Stella Pulpo

    Cara Stella questo è solo “un passo in più in universo più vasto” per parafrasare una volta in più sir Alec Guinnes in Guerre Stellari. Hai un coraggio da leonessa di razza, non è stato facile arrivare a fare una scelta del genere. E’ la vita e tu la stai affrontando alla grande.
    Sono fiero di te.
    Non ti dirò delle tempeste che mi sono trovato ad affrontare in questi ultimi mesi, ma sto andando avanti e anche io sono in fase di cambiamento interiore ed esteriore.
    Ho tutta una serie di cantieri aperti nella mia vita e molto da mettere in archivio e sono consapevole che le tempeste non sono ancora finite, ma ancora volta, leggerti mi aiuta a capire e a guardarmi dentro, senza ipocrisie e senza paure per il futuro.
    Andrà come deve andare, ma stavolta scelgo io.
    Grazie Stella. E il tuo nome non è un caso, sei la stella polare del blog. Con te non si perde mai la rotta.
    E per dirla come Leonardo Da Vinci: “No’ si volta chi a stella è fisso”.
    Un abbraccio e a presto.
    Alessandro

  11. pinarosas ha detto:

    ogni dieci anni faccio pulizia e butto tutto ciò che non uso. Con il passare degli anni credo che dovrei fare pulizia più spesso. Certo, un po’ dispiace disfarsi dei ricordi, ma ho capito che gli oggetti e le case che li contengono sono importanti, ma le persone che le abitano ancora di più.

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