My Generation

La mia è una generazione stronza. Lo è sempre stata.

Siamo nati sotto il segno di Silvio Berlusconi. Cresciuti tra le tette, i culi e la corruzione.

Mentre il Muro di Berlino cadeva, noi giocavamo con le Barbie, o con il GameBoy.

Quando la Prima Repubblica crollava sotto i colpi di Mani Pulite, spazzando via la vecchia classe politica corrotta (come se quelle venute dopo siano state migliori), avevamo 5 o 6 anni.

Quando la Mafia faceva saltare per aria le automobili, i magistrati e le loro scorte, noi guardavamo Bim Bum Bam, oppure Beverly Hills 90210, oppure il Festivalbar.

Andreotti, per noi, era l’imitazione che ne faceva Oreste Lionello al Teatro del Bagaglino.

Mentre la Lega Nord di Umberto Bossi trattava i meridionali come fossero merda, noi facevamo il catechismo per la Prima Comunione.

Mentre la Sinistra italiana abdicava al suo ruolo politico, al suo valore sociale, s’imborghesiva e si prostituiva alle lusinghe del capitale; mentre dimenticava gli umili ed entrava in un coma irreversibile, nell’abisso dell’accidia, nell’incapacità assoluta di fare opposizione, noi combattevamo al massimo l’acne, armati di Topexan.

Mentre i no-global manifestavano contro la globalizzazione al G8, noi ci chiedevamo chi avrebbe scelto Joey, tra Pacey e Dawson.

Quando lo Stato italiano si macchiava di crimini vergognosi, come le torture della Diaz e di Bolzaneto, noi eravamo probabilmente in vacanza a Santorini, sulla scia di film generazionali potentissimi, che hanno forgiato la nostra identità culturale. Tipo quelli di Muccino. O quelli con Nicholas Vaporidis.

Al posto dei Rolling Stones, abbiamo avuto i Backstreet’s Boys e mentre le Torri Gemelle crollavano, noi ci godevamo la prima edizione del Grande Fratello, con Pietro Tarricone, Rocco Casalino e Salvo Il Pizzaiolo.

Quando l’Occidente partiva per le missioni di pace in Afghanistan e in Iraq, noi discutevamo della scelta di Costantino Vitagliano.

Abbiamo visto il nostro popolo scendere in piazza solo per le Coppe del Mondo e abbiamo fatto occupazioni studentesche che duravano mezza giornata. Poi tutti a casa, a mangiare la pasta asciutta, se no mamma s’arrabbia.

La mia generazione ha gioito, quando in Italia abbiamo potuto mangiare il Big Mac, e pagare un cappuccino 5 euro da Starbucks, e comprare vestiti dozzinali, tutti uguali, usa e getta, venduti da catene di abbigliamento internazionali e prodotti in condizioni disumane, a troppi chilometri da noi. Per capire che la plastica è un problema, ci è servito un servizio delle Iene.

Il più brillante di questa generazione, il meglio riuscito, cioè quello diventato più ricco, è Mark Zuckerberg. Uno che siccome non sapeva farsi degli amici, ha fatto in modo che anche gli altri ne avessero sempre meno. Uno che sta, consapevolmente o inconsapevolmente, aiutando la nuova eversione di destra, che serpeggia in una moltitudine di democrazie occidentali, a crescere a sproposito, a ingigantirsi, a doparsi ogni santo giorno di fake news e di odio (guardate QUESTO video).

La mia generazione ha accolto con incondizionato entusiasmo l’avvento di Internet, del World Wide Web e del fantomatico Web 2.0, che ci ha avvicinati; del sapere condiviso che era un’idea bellissima, ed è diventato ignoranza condivisa. La rete che ci incastra, il villaggio globale che ci strozza.

Abbiamo subappaltato ai social, il rapporto con gli amici, e alla pornografia la sessualità. Siamo passati dalle Principesse Disney, a Tinder. Dalle promesse farlocche dell’amore romantico, alle foto dei piselli ritoccati sul telefono.

La mia generazione ha imparato che se sei donna, e vuoi avere potere, l’arma più efficace da usare è quella che hai tra le cosce.

La mia generazione ha perso tutti i riferimenti del mondo precedente, che sono crollati proprio mentre noi camminavamo per diventare adulti.

La mia generazione ha visto la lira sparire e la moneta unica dimezzare il potere d’acquisto dei genitori.

La mia è la generazione dei cervelli in fuga, delle eccellenze espatriate e di un Ministro del Lavoro (di “sinistra”) che dice che è meglio così. Restino pure dove sono. All’Italia non interessano i suoi giovani. Men che meno, quelli che se ne sono andati.

La mia generazione è stata la cavia della flessibilità , della precarietà, della competizione tra pezzenti, del sottoproletariato digitale. Del capolarato applicato al terziario, legalizzato e soavemente ignorato, o meglio, socialmente accettato in quanto vantaggioso per tutti, tranne che per noi. Vaffanculo.

Dopo aver conseguito le nostre lauree, i nostri master professionalizzanti e i nostri corsi di specializzazione, appena varcata la soglia del mercato del lavoro,  la finanza è crollata e ha spalancato il baratro di una crisi economica senza precedenti. Questa sì, che è sfiga.

La condizione lavorativa giovanile, quando io ho iniziato, proprio nel 2008, era il FAR WEST. Gli stage erano un modo fico di dire “schiavitù”. Zero diritti. Zero garanzie. Zero stabilità. Zero prospettive. Zero dignità. Quando ero in stage non avevo neppure una mail con il mio nome, mi veniva negata l’identità, era umiliante – ogni volta – dettarla al telefono, perché era come dire: “Lavoro qui, dedico 10 ore della mia giornata a questa azienda, guadagno 300 euro al mese, e non ho neanche diritto al mio nome e al mio cognome”. Sentivo di non esistere. Le amiche che passavano da uno stage all’altro, non se la cavavano meglio.

La mia generazione è quella dei milleuristi, degli straordinari non retribuiti, dello sfruttamento delle partite iva, delle assunzioni con le dimissioni già firmate, del ricatto tra maternità e lavoro.

Dieci anni fa si compiva sotto il sole un’ingiustizia che ci rubava anni di vita, di sogni, di speranze, di progetti.

Il divario tra ciò che ci eravamo prospettati, e ciò che abbiamo trovato, era incolmabile.

E poi, un giorno, magicamente, siamo diventati i “bamboccioni“, gli “svogliati“, i “choosy“. Il torto è inspiegabilmente passato a noi.

Quando mia madre mi diceva che avremmo dovuto protestare, fare la rivoluzione, ribellarci, perché stavano intaccando i nostri diritti e il nostro futuro, sapete cosa le rispondevo? Che “noi giovani” eravamo troppo impegnati a lavorare per sopravvivere di stenti, in città in cui il costo della vita era il doppio e la qualità della vita era la metà.

Non avevamo il tempo, noi giovani, per fare la rivoluzione. Eravamo già Social Media Manager che, per chi non lo sapesse, è un lavoro h24, 7 su 7, festività incluse.

Non avevamo la coscienza, per fare la rivoluzione. Non eravamo abituati, non avevamo mai dovuto collaborare per un interesse comune. La mia generazione è nata mentre le ideologie morivano e gli ideali appassivano di conseguenza. Siamo cresciuti orfani di riferimenti collettivi. Siamo diventati individui slegati, privati di un tessuto sociale fatto di fibre positive, di principi universali e indiscutibili, come l’uguaglianza tra gli esseri umani, come la parità dei diritti, come il rifiuto della violenza, come l’antifascismo.

I diritti con cui siamo cresciuti, non abbiamo dovuto sudarceli. Siamo stati privilegiati, illusi, protetti dalle democrazie che ci sembravano inossidabili, e annientati nel nostro senso civico.

Siamo cresciuti da consumatori, non da cittadini. Noi protestavamo perché volevamo il motorino, o un paio di Nike, o il permesso per andare in discoteca. Non lottavamo mica per la liberazione sessuale, come avevano fatto i nostri genitori. E non lottavamo neppure per il cambiamento climatico, come fanno i 15enni di oggi. Siamo gli astensionisti per definizione (qui il pezzo che ho scritto l’anno scorso in proposito per il Corriere), quelli che disertavano le assemblee d’istituto a scuola, per andare in motorino a limonare al mare. Quelli che oggi disertano le urne e aiutano la vittoria di Trump negli Stati Uniti, e la Brexit in UK.

La mia generazione non ha neppure mai lottato per chi non aveva i suoi stessi diritti o, peggio, li aveva persi (spesso a causa nostra, o con la nostra complicità occidentale). Per noi esisteva l’Europa, punto. Poi c’erano i bambini che morivano di fame, e dunque noi dovevamo mangiare e diventare obesi. Poi c’era l’America, che era la terra dei sogni.

Della storia degli ultimi 100 anni dell’Asia, delle Americhe, dell’Africa, dell’Australia (c’è stato anche lì il Colonialismo, prima dei surfisti), ignoriamo quasi tutto.

La mia generazione è stata educata a lottare solo per i soldi. Soldi con cui comprare status symbol. Soldi per cui scendere a qualsiasi compromesso. Soldi ai quali immolare qualunque valore. Soldi che avrebbero definito e misurato la nostra qualità di persone, il nostro prezzo.

Non è colpa nostra. Siete voi che ci avete insegnato questi valori. Siete voi che avete dimenticato i diritti, l’equità sociale, l’ambiente, la dignità e la salute umana. Siete voi che avete perseguito solo e soltanto il profitto. E siete colpevoli, più di noi, perché noi eravamo giovani e troppo impegnati a dimostrare di essere i vostri figli speciali, un esercito di enfant prodige interrotti. 

 La mia generazione, è cresciuta pensando che la politica fosse solo una cosa sporca, un circo perverso, un premio alla disonestà, un parcheggio per inetti raccomandati.

La mia generazione ha sempre pensato che il disinteresse sociale, fosse un’opzione possibile. E che certe persone, che trattano certi temi, siano noiose. Antiche. Sorpassate. Musone.

La mia generazione ha sempre creduto che i nostri diritti sarebbero stati al sicuro, e che la guerra sarebbe rimasta nei film, nei videogiochi, nei servizi dei tg a ora di cena: lo spettacolo della democrazia, in prime time.

Ci siamo lavati la coscienza con le bombe intelligenti, che non colpivano mai, ma proprio mai, i civili. Abbiamo passato la vita a pensare che la colpa fosse tutta degli americani, come se invece noi europei fossimo dei santi irreprensibili, dei simpatici cliché, i personaggi di una squallida barzelletta. Non ci siamo mai dovuti interrogare, né trovare un significato, né comprendere le nostre responsabilità storiche. Finché un antipasto di guerra, di insicurezza, di paura, di minaccia,  di miseria, è arrivato anche da noi. Con l’impoverimento della classe media. Con i flussi migratori che interessano tutto il mondo e, dunque, anche noi. Con le bombe e gli attentati, a ferirci, nel cuore della nostra “identità europea“.

Vi siete mai chiesti quale sia la nostra identità europea? Vi è mai capitato di pensarci su? A me sì, la scorsa estate, quando ho trascorso due settimane a New York. José, un ragazzo brasiliano di Rio, mi disse: “May I ask you a question?” – “Sure” – “D-Do you like the Union?”

Ciò che José voleva sapere è se mi piace l’Unione Europea. Perché lui, che è Brasiliano, era perplesso di fronte ai sovranismi europei e non riusciva a spiegarsi per quale ragione, a noi europei, non andasse più bene essere europei. Ironia della sorte, proprio in quelle due settimane, ho percepito un sacco di problemi, nella cultura americana, non solo quelli macroscopici per i quali si fa riferimento alla filmografia di Michael Moore, ma anche quotidiani, apparentemente banali, come il rispetto per l’ambiente, la monnezza che producono, la quantità di obesi, gli homeless ai bordi delle vie, i loro gabinetti con l’acqua alta. Insomma, rispetto a noi europei, m’apparivano dei bifolchi.

A José ho risposto che mi piace l’Unione. Che la mia generazione, quella senza voce, quella mai rappresentata, quella che alle urne proprio non ci va, non ha niente contro l’Europa.

Anzi, la mia generazione ha pensato che fosse una gran figata viaggiare per un’Europa senza confini, senza barriere, senza muri, né fili spinati. Molti di noi sono andati a studiare all’estero per un semestre, oppure un anno, e il 100% dei reduci dall’Erasmus ti fa chiaramente capire che se l’è spassata come mai nella vita, mentre era in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Irlanda, Portogallo, Danimarca, Norvegia.

A me l’Europa piace perché, quando ero ragazzina, il centro storico di Taranto fu messo a nuovo proprio con i fondi europei.

A me l’Europa piace perché il Trattato di Maastricht, me l’hanno insegnato con solennità, come un momento buono della storia.

A me piace l’Europa perché per me è anche sinonimo di cultura, di civiltà, di democrazia (con tutte le sue ombre), di letteratura, di arte, di musica, di capolavori dell’ingegno.

A me piace l’Europa e non per la sua radice cristiana, come certi reazionari strepitano. Mi piace perché io dell’Europa sono figlia, e questo non significa che io non ne veda i limiti, i problemi e le aree di miglioramento. Semplicemente non dimentico ciò che mi ha offerto, per lasciare il posto a sotto-espressioni di rinnovato fascismo transnazionale.

Alla mia generazione l’Europa piace.  L’ha perlustrata con lo zaino in spalla, facendo l’Interrail. E, dopo qualche anno, ha solcato i cieli d’Europa con le low cost. Appena avevamo due spicci da parte (regali e lavoretti occasionali), volavamo via. A 20 anni feci una settimana a Barcellona, spendendo in tutto (volo compreso) 300 euro. Non so manco io come ho fatto. Eh sì, Greta Thunberg non sarebbe stata fiera di noi…ma ci sentivamo così liberi, così felici, così fortunati.

La mia generazione è cittadina del mondo. È sparsa per il globo, ma a Natale torna a casa. Dal Regno Unito, da Shangai, dagli Stati Uniti, dall’Australia,

La mia generazione è fatta da nuovi migranti e da nuovi schiavi, ed entrambi sanno quanto la libertà valga più della “sicurezza”.

La mia generazione sa che un muro abbattuto vale più di un muro eretto.

La mia generazione deve prendere una posizione, perché non c’è più tempo per dare la colpa ai nostri padri.

La mia generazione deve votare.

Deve votare tanto. Deve votare bene.

Il 26 maggio andiamo a votare, porco il demonio!

14 commenti Aggiungi il tuo

  1. Lucy the Wombat ha detto:

    Sono anch’io di questa generazione. Oggi sono in Australia e qui la gente ha appena votato: male, malissimo. Non so perché ti sto commentando senza nemmeno saper bene cosa dire, in fondo volevo solo farti sapere che hai descritto la nostra vita con un’accuratezza che mi rimarrà impressa. Ah, e che anch’io amo la Union, tanto che dal mio emisfero non dico mai che mi manca l’Italia, ma l’Europa. Nostalgia per l’Europa, da matti.
    Ciao e grazie per questo post.

  2. metalupo ha detto:

    Dovete farli voi perchè noi siamo stanchi e voi siete, a ragione, molto più incazzati e delusi.
    È un pezzo di quelli da ricordare questo qui.
    Porco il demonio!

    1. Giuseppe ha detto:

      Assolutamente. Perché se veramente non ci piace quel che sta accadendo attorno a noi, la prima cosa da fare è proprio usare quella dannata matita. Anche se è fine maggio e magari ci vien fuori il primo weekend decente dell’anno, e si ha voglia di andar fuori. Votate. Votiamo.

  3. 321Clic ha detto:

    Dobbiamo farlo tutti, per noi stessi e per i figli di tutti, che a pensare di farli crescere con quello che c’è oggi mi viene il vomito pure se io non ne ho.

  4. Soul ha detto:

    The Who🎸

    1. LG ha detto:

      Dopo tutto questo impegno ci vuole una bella apericena.
      Viva la union!

  5. maxcalasi ha detto:

    Mi sa che anche io mi ritrovo nella stessa generazione e con le stesse perplessità.

  6. carlo ha detto:

    Grazie per risvegliarci, all’occorrenza.

  7. lorenza ha detto:

    Vagi, ma quanto c….o sei brava a scrivere e ad esprimere le idee??!!!
    Sto pezzo e’ davvero super!!

  8. newwhitebear ha detto:

    chi non vota, poi non si lamenti. Si deve votare e votare bene. Questo vale per tutti.

  9. Atipico ha detto:

    Sono più vecchio di 10 anni della generazione descritta e infatti sono sempre andato a votare e lo farò anche alle prossime europee. “Votate bene” è un affermazione alquanto arrogante, chiunque entri in cabina elettorale penso ritenga di votare bene, il problema è sapere se ha gli strumenti per valutare seriamente la realtà delle cose e fare delle valutazioni che siano obiettive e non figlie del sentimento comune. Detto questo apprezzo l’articolo ma sono in disaccordo sulla figura di Zuckemberg: non è che stia, consapevolmente o meno, aiutando le formazioni di destra, lui ha creato uno strumento per l’uomo, poi che questo strumento sia utilizzato a cazzo di cane per farne le peggio cose è tutto un altro discorso….

  10. Massimo Tripepi ha detto:

    Come scrivi bene e giusto, io faccio parte di un’altra generazione ma ho un figlio più o meno della tua età, dici bene bisogna smetterla con il disimpegno è ora che la vostra generazione prenda in mano il suo presente ed il suo futuro.

  11. Bia ha detto:

    Hai fatto un riassunto spietato ma preciso di quello che è accaduto… io ho qualche anno più di te, ho sempre votato e sempre voterò. Tu quando ti candiderai? 🙂

  12. Italiano fiero ha detto:

    Ciao,
    scrivi molto bene ma non sono d’accordo con te. L’Unione europea e’ ormai diventato uno strumento nelle mani dei francesi e dei tedeschi per imporre il loro dominio sugli altri europei e per portare avanti le peggiori idee liberiste a favore della precarizzazione e dell’immigrazione senza regole.
    L’Italia unita pre Unione Europea ha ideato la sanità e la scuola per tutti, ha permesso il benessere economico e le tutele sociali nel mondo del lavoro.
    Infine vedo molto opportunismo negli altri europei che parlano tanto di solidarietà e poi fanno morire di fame i greci. Per non parlare poi della questione immigrati dove finalmente il pugno di ferro del Governo italiano ha portato ad una forte diminuzione degli sbarchi dai 200.000 del 2017 ai 3000 del 2019 mentre i francesi in maniera ipocrita parlavano di accoglienza ma… a casa di altri!
    Sei un’idealista e ti stimo ma io dirò sempre w l’Italia con la sua cultura millenaria fatta di borghi e stupende chiese cattoliche.
    P.s L’italia da’ al bilancio europeo 6 miliardi in più di quelli che riceve come fondi..Quindi Taranto in definita e’ stata ristrutturata con i soldi degli italiani tramite una partita di giro.
    Cordiali saluti

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