Ho Molti Amici Gay

Sto iniziando a scrivere una storia. Come buona parte delle mie storie non so esattamente dove andrà a parare, ma non è questo il punto. Il punto è che ho pensato: gli scrittori veri fanno leggere le diverse stesure di un romanzo a più lettori, tipo test, quindi io farò altrettanto. Sì, insomma, supererò lo shock di espormi al giudizio altrui. Affronterò il rischio di scoprire che forse non sto scrivendo un capolavoro, che forse il mondo può girare benissimo anche senza la mia penna (pensiero che, non lo nascondo, mi causa sempre una certa sofferenza narcisistica).

Così ho fatto la mia reading-list. Ho selezionato dieci persone e ho inviato i primi cinque capitoli. Un assaggio, l’infarinatura. Si capisce l’essenziale: ambientazione, caratterizzazione dei personaggi, stile, ritmo, registro. Ovviamente è una stesura grossolana, tutta da rifinire, ripulire, aggiustare. Ma, insomma, è una traccia. In tutto, ho mandato 17 pagine. Non 170. Sono convinta che le dimensioni contino, anche in questo.

Nel mio panel, ho inserito profili differenti: uomini e donne, etero e gay, single e coppie, del nord e del sud, dai 28 ai 70 anni. Un approccio lucido. Marchettaro, si potrebbe dire.

Come da previsione, il 50% circa degli interpellati ha letto e ha fornito i suoi feedback, che sono fioccati rapidamente sulle chat di whatsapp e via mail. Suggerimenti su modifiche, domande intelligenti, spunti di riflessione, prime impressioni generali, curiosità, aspettative. Tutto sinceramente utilissimo. Persino le critiche.

Ora, non so voi, ma io le critiche lo soffro parecchio e, generalmente, ne ricevo molte. Ricevo anche moltissime testimonianze di stima, ma ovviamente, da pessimista quale sono, mi colpiscono di più le considerazioni negative. E così potete immaginare il trauma di sentire chirurgicamente criticato il mio nuovo lavoro.

L’oggetto del contendere, nello specifico, per un intero pomeriggio su whatsapp (con un beta reader ingegnere, ndr) è stata la caratterizzazione che avevo fatto del personaggio gay. Io avevo le mie argomentazioni in difesa di ogni virgola del mio personaggio, avevo la sua credibilità, avevo le esperienze e le confidenze dei miei amici gay, quelle raccontate e quelle condivise fianco a fianco. Io avevo le mie ragioni autoriali. Ma lui mi ha interpellata sulla mia responsabilità sociale, la mia idea del personaggio.

Qualche giorno dopo, è arrivato il feedback di Piero e Davide, che stanno insieme da anni e hanno comprato casa da poco. Hanno adorato questo, hanno adorato quello, e hanno sollevato alcune perplessità sullo “stereotipo ghei“.

Eddài! Di nuovo!

La mia prima reazione è stata: “Vabbé, elimino il gay, lo butto giù dalla torre, non è possibile che cannibalizzi tutta la storia”.

Poi ho pensato di conservarlo e di renderlo etero. Fosse stato etero, nessuno avrebbe avuto da ridire sui suoi costumi.

E invece, Piero e Davide mi hanno invitata domenica sera per un aperitivo, sul loro strepitoso terrazzo, sotto un tramonto di 35 gradi. Abbiamo bevuto vino bianco fermo, e mangiato un’ottima insalata di riso, nodini di mozzarella (amo), prosciutto, grissini, arachidi. Abbiamo riso e abbiamo parlato, non di Pamela Prati, o delle vacanze, o dell’ultimo concerto super-ghei a cui sono andati (a maggio, insieme, abbiamo fatto Loredana Berté). Cioè sì, ovviamente abbiamo parlato anche di quello, ma soprattutto, Piero e Davide mi hanno raccontato qualcosa in più di sé, un delicato assaggio, più profondo, della loro storia personale. Di figli, di fratelli, di adolescenti, di compagni innamorati, di approdi all’anima dell’altro, di famiglia, di casa, di matrimonio sì e di matrimonio no, di futuro, di routine di coppia, di piccole gelosie. Mi hanno parlato delle altre coppie gay del palazzo, e delle coppie dei loro amici, e hanno provato in tutti i modi a sconfessare quello “stereotipo ghei” che avevano letto nelle mie pagine.

Io li ho ascoltati, con attenzione e senza sentirmi “ferita”, come se mi stessero dando dell’omofoba-proprio-ammè, perché non mi stavano dando dell’omofoba. Si stavano spiegando, che è una cosa molto più complessa di mettere un’etichetta. E io li stavo ascoltando, ponendo al centro del mio interesse loro, non le mie convinzioni, o le mie ragioni, o il realismo schietto del mio testo. E, per carità, mi dicevano cose che sapevo già, perché in dieci anni a Milano ne ho conosciute tante, di coppie gay, coppie vere, più solide di tutte quelle di cui io sia mai stata parte, che stanno insieme da 8, 12, 25 anni. E ho conosciuto altrettanti gay che assomigliano, spiaccicati, al mio personaggio, e sono quelli più simili a me. E molti altri che sono transitati da un polo all’altro, nel tempo. Cosa mette in comune le loro storie? Come armonizzo i volti, apparentemente antitetici, dell’omosessualità metropolitana? Come faccio a dire qualcosa di vero, senza essere un maschio gay? Soprattutto, io non pretendo di fare un affresco della comunità omosessuale. Quello è solo uno dei miei protagonisti.

Sono andata più giù. Dov’è il conflitto, nel mio personaggio? Come l’ha detto alla sua famiglia? A quanti anni? Quali sono state le reazioni? Ha mai presentato a casa un fidanzato e, se sì, com’è andata? Se no, perché? Ha mai avuto problemi sul lavoro, per via del suo orientamento? Avverte un desiderio di genitorialità o anche no grazie, per fortuna sono gay e non devo pormi il problema? Si è mai sentito sbagliato? Prova mai un po’ di nostalgia quando pensa agli anni della propria vita persi a non capirsi? Se sì, quanto ha pesato — secondo lui — la società (la famiglia, la scuola, la politica, il sistema mediatico) nella sua storia personale? Che ferita ha, se ne ha una? Non è forse nelle ferite che ci ritroviamo tutti uguali, sullo stesso livello, vulnerabili nello stesso modo?

Rientrata a casa, ho recuperato dalla mia libreria un libretto a tema, comprato qualche mese fa e non ancora letto. Si chiama Ho molti amici gay ed è di Filippo Maria Battaglia. È breve, ma pregno di un’analisi interessante, che conferma ciò che da tempo penso: siamo tutti portatori di omofobia (oltre che di razzismo, di maschilismo, di misoginia); e spesso non lo sappiamo, e se qualcuno ce lo fa notare ci incazziamo, invece di pensare che forse magari è vero.

Per esempio è vero che io ho molti amici gay, ma è vero pure che sono cresciuta in un contesto culturale sostanzialmente omofobo. Un contesto cambiato negli anni, nella forma, un po’ anche nella sostanza, ma pur sempre fondato su un asse che ha per estremi la persecuzione e la tolleranza repressiva, applicata ai diversi, nella loro generalità.

Ho molti amici gay mi ha aiutata a ricordare che 13 anni fa, comodamente seduta nel salotto televisivo di Bruno Vespa, in data 9 marzo 2006, Alessandra Mussolini inveiva contro quella che sarebbe diventata la prima parlamentare transgender della storia d’Italia, Vladimir Luxuria. “Meglio fascista che frocio!” è diventato un classico del bestiario politico italiano. In quegli anni l’apologia del fascismo era ancora un reato capace di causare un lieve imbarazzo, ma non c’era nessuno che si risparmiasse affermazioni apertamente omofobe. Da Berlusconi, a Gasparri, passando per Bossi, Giovanardi, Storace, Santanché, Calderoli, Formigoni, Buttiglione, Fini, Casini, Castelli. Persino la “sinistra” di D’Alema relegava i diritti civili a “temi marginali per il paese” e Rutelli ritirava il Patrocinio del Comune di Roma al World Pride del 2000 (che, d’altra parte, era l’anno del Giubileo, capite com’è…).

Nel mentre, Rosy Bindi precisava che due persone dello stesso sesso non erano paragonabili a una famiglia e, solo pochi anni prima, nel 1997, l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, aveva disertato il funerale di Gianni Versace (celebre stilista italiano assassinato a Miami), evitando di esprimere qualsiasi forma di cordoglio ufficiale. Nichi Vendola, il primo parlamentare gay italiano, eletto per la prima volta in Aula nel 1992, ha dovuto sentirsi dare del “frocio” dai suoi colleghi per anni e nel 2011, dal palco di Bologna, Beppe Grillo ha confermato che nulla era cambiato, definendolo “busone”.

Prima di allora, c’erano stati i terribili anni della Peste Gay, cioè l’Aids, che avevano consolidato la pericolosa equazione tra omosessualità e tossicodipendenza, vizio e devianza, che si aggiungeva a un altro turpe binomio: omosessualità e pedofilia.

Se si prova ad andare ancora più a ritroso nella storia, la situazione naturalmente peggiora. Dopo il confino e i pestaggi degli anni fascisti, nell’Italia della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, i gay non esistevano e se c’erano dovevano starsene ben nascosti. Erano considerati un segno della degenerazione borghese, del cedimento morale del paese, fonte di imbarazzo, motivo di riprovazione (il caso di Pier Paolo Pasolini è uno dei più paradigmatici dell’epoca). Gli strumenti usati per correggere il “problema” erano plurimi: repressione, sanzione, marginalizzazione, biasimo, infamia, espulsioni e discriminazioni assortite. Per un lungo lasso della storia recente si è pensato che i gay non potessero insegnare, che non dovessero avere case popolari e che non avessero diritto all’affitto di spazi pubblici. Si pensava che l’omosessualità fosse curabile, eventualmente con l’internamento (solo nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità la depennò dalla lista delle malattie mentali). Si pensava che la piaga andasse arginata e lo pensavano tutti: l’omofobia non aveva bandiere, né schieramenti. Era un fatto culturale e trasversale. Quando Giangiacomo Feltrinelli, nel 1965, aveva chiesto spiegazioni sulla persecuzione delle persone omosessuali nel regime cubano, Fidel Castro aveva risposto: “L’idea di mandare un figlio a scuola e vederselo tornare frocio non garba a nessuno”. Persino Palmiro Togliatti usò l’omosessualità di un avversario politico, per sminuirlo.

Quando ho terminato il libretto, ho capito che senza andare in profondità, nelle storie delle persone e nella storia collettiva, non si sconfiggono i pregiudizi più sottili e più radicati che abbiamo. Quelli che sfuggono alle maglie della nostra consapevolezza. Quelli che si annidano nella nostra identità culturale. Senza una corretta diagnosi, non c’è guarigione. Senza il confronto, l’ascolto, la critica costruttiva e la fatica empatica, i mali sociali non conoscono soluzione.

Sabato io non sarò a Milano (vado a festeggiare l’anniversario, pensate un po’) ma auguro buon Pride a tutti quelli che scenderanno in piazza per dire che non hanno nessuna voglia di nascondersi, di stare zitti, di non creare imbarazzo. A quelli che non sono stanchi di rivendicare la libertà di essere se stessi. A quelli che ogni giorno lavorano per eliminare un pregiudizio in più. A quelli che pensano ci sia sempre ragione di mettersi in marcia per i diritti, che sono i diritti di tutti, non solo di alcuni.

Buon Pride a tutti e grazie, in particolare modo, a Piero, Davide…e anche a quello scassacazzi dell’ingegnere.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. luxlux2 ha detto:

    lo scorso 8 giugno sono stata al mio primo Pride a Trieste. Ho 61 anni e qualche amico gay, ma questo non ha particolarmente influito sulla mia scelta di partecipare alla manifestazione. Un collega mi ha chiesto ‘in che veste’ ci fossi andata, visto che sono etero ‘forse come donna di sinistra?’: gli ho risposto che ci sono andata come Persona che ritiene giusto dare il proprio appoggio a quelle persone che ritiene mancanti di diritti e di equo riconoscimento sociale.
    Tengo ancora al polso il braccialetto con l’arcobaleno e qualcuno mi guarda storto.
    Certo che abbiamo stereotipi, viviamo di quelli e ce ne creiamo sempre di nuovi, ma grazie al cielo abbiamo le capacità (e incontri fortunati) per fermarci ad ascoltare e riflettere.

    1. MT ha detto:

      Articolo chefa riflettere. Pensare che stavo per mollarlo a metà (mi pareva un piangersi addosso di una autrice che non azzecca il personaggio, perdonami).
      Tanti auguri per il tuo progetto, so bene quantodiano fastidio le critiche come so bebe quanto si ritengano detti per compiacerci i giudizi positivi, infatti potrei definirmi uno scrittore mancato per questi motivi. Spero che tu invece riesca a superare questo scoglio psicologico.

  2. metalupo ha detto:

    Sono un beta reader e me la tiro.
    Checcazzo.
    Ok ma.
    Il resto?

  3. Mezzatazza ha detto:

    Io lo dico sempre che sono razzista. Come difetto che so di dover gestire ma anche io subisco gli stereotipi a cui somiglio di più, è normale.

  4. Atipico ha detto:

    Ma alla fine, il personaggio gay del romanzo l’hai cambiato o l’hai lasciato com’era? E se lo hai cambiato in che modo l’hai fatto?

  5. newwhitebear ha detto:

    Perché gli ingegneri sono scassacazzi? Forse dà fastidio il rigore delle argomentazioni. La classe degli ingegneri è quadrata ne razionale.

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