Mi aiuti a scrivere?

Come ho avuto già modo di raccontare, sto scrivendo un nuovo libro, con una consegna assassina tra 5 minuti e dunque in questo periodo la mia vita significa soprattutto stare chiusa in casa, sommersa da volumi, articoli di giornale, pensieri, tesi, ricordi e, com’è scritto nel mio nome d’arte, memorie. Non me ne lamento. È una parte che amo profondamente, quella creativa. Anche se è profondamente faticosa, molto più di quanto chiunque non scriva per lavoro possa immaginare.

È faticoso fisicamente, perché stare tutto il giorno, per mesi, seduta a scrivere, da mane a sera, non è un toccasana per la schiena, o le spalle, o le articolazioni, o le mani, o gli occhi and so on. Quando stai scrivendo il corpo diventa soltanto il mezzo di un messaggio, e le sue esigenze terrene – come mangiare, dormire, mettersi lo smalto, a volte persino farsi una doccia – passano necessariamente in secondo piano. È come per le donne incinte, e forse non è un caso che moltissime scrittrici, credo di averlo fatto anche io, si riferiscano al proprio libro appellandolo “figlio”, o “bambino”, o “pupo”.  Ora che ci penso, il paragone neppure mi piace, ma forse è indispensabile per far capire a chi non ha un utero, e a chi non scrive, quanto sia impegnativo farlo, sia nella sua fase di gestazione (la stesura), sia nella sua fase di gestione (quando il libro esce e si espone al mondo e alle sue critiche). Quanto sia un lavoro, ma mai solo un lavoro, piuttosto un’esperienza che significa, esprime, contribuisce, lascia potenzialmente un segno e potenzialmente ci sopravvive. Tipo i figli, per l’appunto. Questo per dire che scrivere non è mica una roba pizza e fichi.

È faticoso intellettualmente, nel senso che ti trasferisci proprio altrove, la tua mente abita un mondo diverso da quello reale, che intanto procede coi suoi eventi, le sue guerre, le sue tragedie, che non ti raggiungono nel tuo bunker eppure accadono; come nel mondo reale accade altro: il commercialista, il medico, i messaggi degli amici che si accumulano su whatsapp, le mail di lavoro a cui gmail ti rammenta che forse dovresti rispondere, i tuoi che non senti da 3 giorni, i compleanni che dimentichi, i pranzi di lavoro,  il compagno che ha qualcosa da raccontare, e si lamenta che non lo ascolti, sei distratta, giustamente cosa ne sa lui che tu sei altrove, e anche quando metti un piede nella realtà fenomenica, l’altro piede continui a tenerlo ben piantato nel libro che stai scrivendo? E quindi, per la sopravvivenza del tuo sistema, devi sviluppare una specie di ubiquità. Sei lì, ma anche qui. Sei le tue ore di scrittura, ma sei pure “Cosa mangiamo stasera a cena?”. Sei il capitolo particolarmente bello che hai scritto, ma sei pure il punto vita che si dilata in proporzione alle pagine del libro. E per tenere tutto in equilibrio, devi usare solo l’intelligenza. Non la passione, non il panico, non la collera. Solo l’intelligenza. Ditemi voi se non è intellettualmente faticoso, dover essere costantemente sotto sforzo cerebrale.

È faticoso emotivamente, perché scrivere vuol dire attraversare mondi, realtà, idee, ciascuna delle quali suscita emozioni, schiude episodi, svela reazioni. Perché la scrittura impone un’alienazione, una distanza maggiore, cui seguirà un avvicinamento condiviso; un’intimità, al riparo della quale aprire ferite e poi ricucirle; uno stato di trance, che è insieme genesi e catarsi, esorcismo e consapevolezza. E la consapevolezza è una cosa buona, per carità, ma mica è sempre figa. Dipende dall’oggetto di cui diventi consapevole. E, quando arrivi alle soglie dei 35 anni, la metà della vita dantesca, è difficile non accorgersi anche di cose dolorose, sgradevoli, un po’ misere, sul mondo, su se stessi, sulle persone che amiamo e che abbiamo amato. È difficile non attraversare emozioni come il disappunto, la rabbia, il risentimento, la delusione. Mentre scrivi ti capita di sghignazzare, se ti viene una battuta divertente. Ti capita di volerti bene, se riesci a disporre nel modo più efficace le parole nel periodo, e a volte sei lì, a invertire soggetto e attributo, autentica artigianalità, facendo modifiche che nessuno noterebbe ma che per te sono fondamentali. Mentre scrivi, però, ti capita anche di piangere. Niente di grave, non preoccupatevi, ma a volte la gola si chiude in un nudo stretto, il naso prude, gli occhi si fanno lucidi e il monitor si offusca. E, nel corso del tempo, le ragioni di quelle lacrime si fanno sempre più sottili. A 15 anni piangi, scrivendo la lettera d’addio al tuo fidanzatino che si trasferisce lontano con tutta la famiglia. A 35 anni, piangi perché mentre scrivevi di tutt’altro, non si capisce come mai, ti ritrovi a pensare a tua nonna, a quanto alcuni tratti del tuo carattere la ricordano; a quanto bene e quanto male puoi fare, e allora capisci, senti, intuisci, rivaluti, comprendi, ti viene il magone, tutto sembra aver senso quando scrivi, anche quando è doloroso.

E a questo punto qualcuno potrebbe dire: ma se scrivere è tanto faticoso, perché non fatichi come tutti gli altri pulendo cessi, o mandando email tutto il giorno, o vendendo consulenza di qualsiasi cosa a chiunque?

La risposta a questa domanda è intima, e varia da individuo a individuo. La mia è che amo scrivere, nel senso che quando scrivo una cosa che mi piace, sono felice. E sono felice quando ciò che scrivo non piace solo a me, ma pure agli altri. Quando ciò che scrivo è utile a qualcuno. Quando ciò che scrivo mi diverte o mi emoziona.

La mia risposta è che scrivere è una delle cose che mi fanno stare bene, e a volte per stare bene si deve stare un po’ male.

La mia risposta è che scrivere è il mio lavoro, la mia passione, la mia terapia (ma invecchiando ho dovuto affiancare anche la psicologa una volta alla settimana, sia chiaro).

Ma quello che voglio dire, alle centinaia (sul serio) di persone che in questi anni (e soprattutto in questi ultimi mesi) mi hanno scritto dicendomi che vogliono scrivere, è di rifletterci bene, perché se ambiscono a farlo in maniera professionale, sarà tutt’altro che una passeggiata di piacere. Scrivere è uno di quei mestieri, come il medico o il prete, per i quali serve vocazione. Scrittori un po’ si nasce, e un po’ si diventa. Se pensate di avere del “talento” sappiate che è sì un dono, ma pure una condanna, perché la scrittura impone, come già detto, sacrificio: di tempo, di energie e spesso anche di soldi (sapete no, la crisi dell’industria culturale nel suo complesso).

Se invece, volete scrivere per voi stessi, perché vi fa bene, perché la scrittura è sempre una forma di auto-aiuto, e come spesso dichiarate “Non avete idea di come si faccia”, allora ecco alcuni consigli per voi:

1. Scrivete. Scrivete sempre, scrivete quello che vi pare, scrivete per voi stessi e non per gli altri, scrivete sapendo che nessuno vi leggerà e siate liberi di vomitare sulla carta il peggio della vostra intimità. Scrivere non è mai un esercizio inutile, purché non infliggiate al prossimo di leggere qualsiasi porcheria che – anche gli scrittori migliori ogni tanto lo fanno – scriviate.

2. Quando vi manca l’ispirazione, e la pagina vi fissa nel suo candore, interrotto solo dal cursore intermittente, leggete. Leggete altro, leggete libri, comprateli e leggeteli. Se vi annoiano abbandonateli, non è scritto in nessuna Costituzione che i libri vadano finiti PER FORZA (questa posizione mi espone a molte critiche, lo so): è preferibile finirli, perché se no è difficile coglierne il senso complessivo; ma se una cosa proprio vi annoia mortalmente, che è quello che è successo a me con le prime due puntate del Trono di Spade, è vostro diritto abbandonare la nave.

3. Studiate. Okay, non ambite a diventare Stephen King, è chiaro, ma imparare i rudimenti della scrittura non è un peccato. Soprattutto se la vostra idea è di scrivere addirittura un romanzo (sconsiglio, partite con i racconti brevi, per esempio; con una scrittura che vi consenta di esercitare il talento letterario, di trovare un vostro stile, di identificare la personalità della vostra penna). Per il romanzo c’è tempo, il romanzo è una cosa difficile e per riuscirci tocca sviluppare ben altro talento, quello narrativo, che dubito abbiate ricevuto in dotazione alla nascita. Quindi, a un certo punto, se pensate che scrivere sia un’attività rilevante per voi, dovrete più o meno necessariamente fare un corso di scrittura, del genere che preferite. Potete farlo dal vivo, potete farlo online, potete comprare dei libri e leggerli per i cazzi vostri, ma insomma, vi toccherà studiare.

4. Importante! La maggior parte delle persone che scrive, non sa scrivere. Non solo nel senso che non sa raccontare storie o caratterizzare i personaggi. Proprio NON SA scrivere, mi manda messaggi colmi di errori clamorosi. Non conosce la grammatica, la sintassi, la punteggiatura (lo dico senza superiorità, anche io non sono una campionessa). Ecco, se volete scrivere qualcosa, prima di pensare che sia meritevole dell’attenzione di qualcuno (il classico: “Dai un occhio e mi dici che ne pensi?”), ebbene è necessario che impariate a scrivere. Io feci un corso all’università che mi insegnò, per esempio, che i puntini di sospensione possono essere 3 e solo 3. Non 4, 5, 6, 25. Che dopo la parentesi non si mette lo spazio. Che lo spazio non si mette prima del punto. Che la scrittura è fatta di regole e che bisogna conoscerle. Come con il calcio: tirare un calcio a un Super Santos non farà di voi Cristiano Ronaldo. Impugnare una penna o digitare su una tastiera non fa di voi uno scrittore. A meno che non vi impegniate, non studiate, non impariate nuovi strumenti.

5. Il tema della banalità arriva solo alla fine, nel senso che leggere un testo scritto in maniera corretta, ma banale, sarebbe già grasso che cola. Il punto però è che poi alla banalità ci si arriva comunque e che, di base, per scrivere un buon testo, e superare il perimetro dell’autobiografia (che può essere un ottimo primo approccio, com’è noto, ma è anche il più abusato), bisogna continuare a studiare: fare ricerca, indagare, approfondire, intervistare, verificare. Quale che sia il vostro argomento, dalla crostata allo sport, dall’amore alla politica internazionale, una buona scrittura richiede un arricchimento dello scrittore, affinché lo scrittore possa arricchire i propri lettori. Pensare che la nostra vita, la nostra storia, o la nostra quotidianità, se non siamo persone relativamente famose, possa essere di interesse per qualcuno, è un rischio che quasi sicuramente produrrà un testo che non appassionerà né i vostri amici, né i vostri parenti, a meno che non abbiate una base molto originale da cui partire.

6. Leggendo, facendo ricerca, apprendendo, scoprirete che le cose geniali che vi premeva mettere per iscritto, sono già state messe per iscritto in maniera eccellente da altri. Può comunque accadere che, in realtà, la vostra storia abbia un valore aggiunto, presenti un’evoluzione culturale rispetto a quanto già noto, ma che quella base vi sia utile, o che quello stile vi piaccia tantissimo. Ecco, l’ispirazione è parte integrante della creatività, fondamentale oserei dire. Non c’è nulla di male, tutt’altro, nel trarre ispirazione da altri autori, nello sviluppo di un proprio gusto e di una mappa di riferimento culturale. Citate le persone che vi ispirano. Anzi, se potete, ringraziatele anche di aver contribuito alla conversazione globale su quell’argomento, senza la quale non esisterebbe neppure il vostro libro. Ben altra cosa, invece, è il plagio, che francamente fatico a comprendere: posso capire se fai la terza media e odi scrivere e allora copi dal temario; ma se pretendi di essere uno scrittore, come puoi non metterci del tuo? Che partita è, se non ti metti in gioco con le ossa, e i tessuti, e lo spirito?

7. Abbiate coraggio. È remoto, ma è possibile, che voi abbiate una buona capacità dialettica, una buona storia e anche una buona idea per raccontarla. Però, siete bloccati. Perché se poi faccio cacare, perché se poi non riesco, perché poi cosa pensa la gente, perché poi cosa dice mia nonna, perché sono più bravo a parlare che a scrivere, perché non ho tempo, perché su e perché giù. Vero che per scrivere serve tempo, e serve la capacità di ritagliarsi quell’alienazione di cui parlavamo prima. Ma è vero pure che ci vuole un poco di audacia, gli scrittori non sono pavidi, usano la parola per provocare, scuotere, ribaltare, testimoniare, protestare. Non è un mestiere per i deboli di cuore, sebbene appaia talvolta fin troppo mite, nell’immaginario collettivo. E se scrivete un libro non bellissimo, non perfetto, non immune a qualsiasi critica (non esistono libri così, sappiatelo), e che sarà mai? Quello dopo sarà migliore. Sarebbe peggio scrivere un capolavoro al debutto, e poi solo cagate. La vita può essere una gara di velocità, o una maratona di resistenza. Capire quale sia la disciplina migliore per sé, fa parte del gioco.

8. Costanza, ci vuole costanza, come con qualsiasi esercizio. Scrivere, quando si fa sul serio, non è una roba che si fa sulla scia dell’ispirazione. O meglio, si fa anche così, ma si fa pure nei giorni in cui l’ispirazione se n’è andata in un atollo a bere latte di cocco (beata lei). Sono le giornate “no” del mestiere, quelle in cui sei lì e concludi poco, scrivi e ciò che scrivi non ha senso, non funziona bene, fa cacare, è inutile, lo cancellerai, lo butterai, lo dimenticherai in un file disperso sul tuo hard disk. Succede. A volte dura più giorni, ma poi passa. Nel frattempo, in quella scrittura inconcludente, avrete esplorato altre strade e se non funzionano, siete in tempo per tornare indietro, rimettere mano all’idea, correggere, lavorare al mondo che state creando. Un buono scrittore sa sacrificare la scrittura che non funziona.

9. Perseveranza, altro ingrediente necessario. Potrete seguire tutti i suggerimenti condivisi fino a questo punto, e comunque non riuscire degnamente nel vostro intento (finire il libro? Farvi pubblicare? Ottenere meriti e riconoscimenti?). Che fare, allora? Ripartite da capo. Forse non avete letto abbastanza. Forse non avete studiato bene. Forse non avete fatto un corso ma solo guardato un tutorial su youtube. Forse non è ancora il momento. Forse il vostro percorso è in continua salita. Sta a voi scegliere se proseguire o tornare a valle, in cerca di un hobby più gratificante. Fate vobis, ma sappiate che chi scrive non viene per statuto accolto con petali di rose (né con uova marce). Semplicemente, chi scrive, deve abituarsi a prendere porte in faccia e due di picche come se non ci fosse un domani, per anni e anni, e poi forse alla fine migliora un po’ la situazione, ma forse no. È un rischio che si corre per il privilegio di fare qualcosa che si ama molto. Se non la si ama molto, è impossibile tenere botta.

10. Umiltà, che è l’ultimo e più sincero dei miei suggerimenti. Per molte persone l’idea di veder il proprio nome stampato sulla copertina di un libro, è un sogno irraggiungibile (e confesso, sarei falsa a non farlo, che è un’emozione pazzesca, sempre). Tuttavia, questo, in sé, non significa nulla. Per quanto buono sia il vostro libro, o per quanto scarso, il mercato è saturo di libri belli quanto e più del vostro, e scarsi quanto e più del vostro. Siete solo un titolo nell’oceano dell’offerta editoriale, messa a disposizione di un paese che non legge. Anche se avete il vostro seguito, anche se i fan e i follower vi idolatrano, anche se qualcuno vi tratta meglio perché il vostro nome gli dice qualcosa, ricordate che bisogna restare persone umili, perché il mondo è già pieno di mediocri che si sentono stocazzo e io non intendo contribuire con i miei preziosi consigli a produrne altri.

Con questo è tutto. Ora vi saluto. Questo weekend mi deportano in montagna, per farmi prendere ossigeno.

Vado a fare la valigia. Uff.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. metalupo ha detto:

    Io consiglio sempre di leggere On Writing di King. Utilissimo anche se a tratti disastroso per il morale del new storyteller.
    Di King ce n’è uno solo.

  2. newwhitebear ha detto:

    scrivere è faticoso. impegno fisico e mentale. Hai detto bene elencando il decalogo dello scrittore. Fai bene a ossigenarti la mente. Tornerai più ludica.

  3. Mauro ha detto:

    Mi ci sono voluti diversi giorni per trovare un angolino di tempo per leggerti. E ogni volta scopro quanto è interessante quello che partorisce la tua testa. Grazie.

  4. pino josi ha detto:

    mille impegni una vita incasinata eppue tibriesci di trovare tempo per tutto… bella Milano

Parla con Vagina, Vagina risponde

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