Ci Vuole Umanità

Quando mi sveglio al mattino e c’è il sole (peccato che ora si preveda una settimana di tempo di merda).

Quando faccio colazione con la tisana e la torta di mele fatta in casa (rientro in quella fascia privilegiata della popolazione che aveva già nella dispensa il lievito e la farina, beni ormai introvabili).

Quando rifaccio il letto che non ho mai fatto, ma che adesso mi aiuta a percepire meno degrado.

Quando stendo il tappetino sul parquet e faccio gli esercizi a corpo libero, non per la prova costume di cui non mi è mai importato un cazzo (men che meno quest’anno che, se mai avremo la possibilità di vedere il mare, sarà un miracolo in sé), quanto per salute: per la schiena, le anche, le ginocchia e tutte quelle parti del corpo che non beneficiano dell’immobilismo.

Quando mi doccio con calma, mi asciugo i capelli per bene, mi spalmo la crema sulle pingui carni, e mi sento liscia e profumatissima. Il tutto cantando ad alta voce, e stonando, e fregandomene (ascolto Bugo a palla, ve lo raccomando, non sapete che bene faccia urlare “IO MI ROMPO I COGLIONI”, oppure “IO ME LA GODO”, anche se per ora il godimento è alquanto relativo).

Quando mi metto lo smalto, anche se sono chiusa in casa e nessuno mi vede.

Quando pranzo regolarmente, io che il pranzo l’ho saltato spesso, da buona free-lance, ma ora siamo in due e bisogna creare una nuova routine positiva, tenere l’equilibrio, imparare a co-esistere limitando gli sbrocchi, in uno spazio normale (non un attico di 150mq e per fortuna neppure uno studio di 20). Una casa da persone comuni, che vivono in una delle città con il mercato immobiliare più infame d’Italia (un mio amico ha detto “Questo è il momento di comprare una nuda proprietà“, considerazione cinica se volete, ma mi ha fatta sorridere, perché in fondo sono un mostro).

Quando pedalo sulla cyclette di fronte alla finestra, con il sole che mi si rovescia addosso e la musica trash della playlist di Capodanno che, per inciso, si chiama “Mare forza nove”…e meno male che a Capodanno abbiamo festeggiato e ballato, cantato, mangiato e bevuto, tutti insieme, a casa nostra, e mai come ora non sono pentita di aver passato l’1 gennaio a pulire i postumi (che poi sembra veramente tre vite fa).

Quando alle 18 bevo il primo bicchiere di vino (e mi sento un’eroina ad aver atteso le 18).

Quando mi collego con amici e parenti che sono sparsi ovunque: chi a Milano, chi a Torino, chi a Bologna, chi a Firenze, chi a Taranto, chi a Londra, Parigi, New York, Sydney…in qualsiasi angolo del globo terracqueo nel quale abbiamo avuto l’ardire di trasferirci, sulla premessa (attualmente smentita) che la nostra libertà di movimento fosse un fatto garantito.

Quando per un paio d’ore riesco ad avere l’illusione di evadere, guardando dentro un monitor e scoprendo che siamo tutti nella stessa condizione, che ognuno sta affrontando le proprie sfide e sta rispondendo alle proprie paure. Che tutti ci manchiamo. Che tutti stiamo abbastanza di merda, anche se questo in ultima analisi non fa stare davvero meglio nessuno.

Quando mi accorgo che in casa non si butta più cibo, mai, dopo anni di sprechi e di alimenti lasciati a marcire nel frigo e a scadere nella dispensa.

Quando la sera guardo un film o una serie tv, e non è facile perché fatico a seguire qualsiasi cosa, persino leggere è complicato, concentrarmi, sottrarmi a questa sospensione senza fondo. Allora faccio ricorso all’artiglieria pesante: mi sto riguardando Tarantino, per esempio, e ho scoperto di avere un sacco di classici e capolavori persi per strada negli ultimi anni. E poi le commedie, perché cazzo se c’è bisogno di sorridere (questo è il momento di riguardare Friends, Will&Grace, How I met your mother).

Quando esce un nuovo video di Maccio Capatonda o dei Jackal.

Quando mi ricordo di scrivere a chi non sento da un po’, e quando qualcuno che non sento da un po’ si ricorda di chiedermi come sto.

Quando sogno scenari di vite alternative, dopo questa crisi che – se non moriamo – ci imporrà di riscrivere noi stessi (al momento desidero un pezzo di terra per piantare l’orto e una gallina che mi caghi uova fresche, giuro).

Quando la notte mi metto a letto e un’altra giornata è passata, e in fondo queste settimane stanno scorrendo, e questo tempo che ci sembra sprecato diventa giocoforza un’occasione per capire delle cose: su di sé, sulla propria vita, sulle priorità che avevamo fino a ieri, sull’illusione di poter controllare le nostre esistenze, su tutti quei parametri ridicoli in base ai quali abbiamo misurato fino ad ora il nostro valore di persone. Su tutto ciò che abbiamo procrastinato, tutti i pacchi tirati, tutte le relazioni che ci rendono umani e che abbiamo dato per scontate.

Quando ho una persona accanto che mi stringe, mi abbraccia, mi tocca, mi fa sentire il conforto di una pelle altra sulla mia. Che mi ricorda che ci sono, che ci siamo, che è un periodo di merda in cui ci scanniamo più del solito, ma passerà. Che cambieremo, e ci adatteremo, perché questo fanno le specie per sopravvivere.

Questi sono i momenti buoni.

Poi ci sono gli altri.

Quelli in cui sono incazzata, ansiosa, depressa, spaventata, insofferente a tutto e a tutti, persino ai consigli, alle riflessioni profonde su quanto sia catartico tutto questo; ai vicini di casa che non si sono mai guardati in faccia ma che ora si salutano dai balconi; ai delatori, agli untori, a quelli che trattano per definizione gli altri come deficienti, ai virologi che si sono laureati su Google, a quelli che invocano la dittatura, a quelli che dicono che il virus ci rende tutti uguali mentre invece scava ancora di più le ingiustizie sociali e le disuguaglianze che c’erano da prima. In alcuni momenti sono insofferente persino alle notifiche di tremila dirette su Instagram che voglio dire: ma chi cazzo le guarda queste dirette, se le fate TUTTI?

A volte ci sono lacrime di alienazione, perché le relazioni ci servono e ne siamo privati, e sentirsi in gabbia non aiuta nessuno ma è fondamentale per limitare il contagio. Persone che vivono sole e da 17 giorni non interagiscono con altre forme di vita umana. Persone che vivono in troppi, in cattività, e ciclicamente rischiano di diventare un caso di cronaca nera (a quanto pare i femminicidi non si placano neppure nel bel mezzo della pandemia). Persone giovani e vecchie, bambini e nonni, cani e gatti, che provano a tenere l’umore alto anche quando c’è in onda Piazza Pulita (se ci riuscite, a non piangere per ore dopo, in preda alla tristezza e al più cupo sconforto, ditemi come fate).

A volte ci sono singhiozzi di vero spavento, di fronte al rischio della malattia, dell’isolamento, della distanza dai propri affetti che oggi sono più lontani che mai, anche quando abitano dall’altro lato della strada. C’è la ferocia della morte in solitudine, la perdita dei rituali funebri che ci definiscono come uomini fin dalla preistoria. E poi ci sono i racconti personali di chi ha perso uno zio, un genitore, un amico di famiglia, un collega, un compagno, come se pian piano il cerchio si stringesse. Le testimonianze dirette degli amici che sono diventati medici e che a volte ci dicono cosa succede davvero.

E poi ci sono risentimenti profondi e unilaterali, rivendicazioni generazionali, cattiverie vomitate, complottismi più o meno assurdi, allarmismi di natura politica e sociale: cosa si poteva fare meglio? Chi ne è responsabile? Cosa stanno continuando a sbagliare? Quali sono i veri numeri? Dove cazzo eravamo quando per decenni hanno fatto tagli alla sanità? Riavremo mai le nostre libertà individuali?

C’è lo spettro della fine di un mondo, il peso di quelle che saranno macerie, il timore per le sorti della democrazia, dell’economia e della salute mentale. Ci sono quelli che dicono che dopo niente sarà più come prima, e quelli che rispondono che invece, purtroppo, tutto tornerà esattamente come prima.

A volte ci sono le urla, a volte c’è l’insonnia, a volte c’è la noia. C’è, soprattutto, lo smarrimento che, nel mio caso, da buona pessimista, diventa catastrofismo.

Non manca niente, in questo periodo in cui abbiamo la sensazione che ci manchi tutto. Ciononostante dobbiamo ricordarcelo che nel mondo succedono cose peggiori di questa, anche se quello che accade sotto i nostri sensi impotenti e intontiti è un dramma per tutti: stiamo morendo, stiamo perdendo persone e lavori, stiamo guardando i nostri progetti di vita che vanno a farsi fottere, e le nostre certezze evaporare nell’inconfutabile fragilità del nostro sistema.  Sono i nodi di un’epoca che vengono al pettine, davanti ai nostri occhi, sulla nostra pelle.

Non manca niente in questo periodo, anche se ci manca tutto. Non manca neppure l’opportunità di chiederci cosa sia davvero importante per noi. A chi sia il caso di destinare il tempo, quando ne torneremo padroni. Se e quando saremo di nuovo liberi di vederci, baciarci, amarci, stringerci, chiederci “che profumo hai?”. E condividere momenti, esperienze, progetti, feste di laurea, di compleanno e di Capodanno.

Intanto continuiamo a ripeterci che passerà. Come quando un amore importante finisce di merda, che ci sembra di morire, di non poter guarire mai, di non avere più niente da perdere, ma non è così. Ci vuole tempo. Ci vuole pazienza. Ci vuole tolleranza. Ci vuole la capacità di accettare il complesso intreccio di emozioni che viviamo (anche quelle più deteriori). Ci vuole rispetto per chi reagisce diversamente. Ci vuole comprensione. Ci vuole fermezza. Ci vuole empatia. Ci vuole serietà. Ci vuole fiducia. Ci vuole resilienza, che okay siamo stufi di sentirlo dire, ma nessuno vince quando è a pezzi.

Ci vuole coscienza. Ci vuole responsabilità. Ci vuole coraggio.

Ci vuole umanità, quella bella.

E niente, alla fine, nella retorica di merda ci sono finita anche io. As usual.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. metalupo ha detto:

    La retorica e gli aggettivi sono il sale delle parole scritte.
    Checcazzo.
    Io prenderei a testate tutti quelli che “dopo questa cosa non saremo più quelli di prima”.
    Ma che minchia vai dicendo coglione.
    Saremo sempre gli stessi e come dici tu il virus scaverà ancora di più le fosse sociali.
    Oggi abbiamo malinconicamente chiuso spero fino al sei.
    Gli aiuti sono aria fritta, semplici proclami tv, come sempre le piccole aziende se la devono sfangare per i cazzi loro.
    Questa sarà una falciata epocale.

    Teniamo botta.
    Per forza.

    Per l’altra faccenda, sono quasi in fondo.
    Poi ci si sente.

    Zio.

  2. Soul ha detto:

    Umanesimo almeno da quello che mi hanno insegnato a scuola e’ stato tanto tempo fa’. Oggi va di moda come una playlist l’egoismo e l’avidità.

  3. Mony ha detto:

    Condivido!! bellissimo!!

  4. Nina ha detto:

    Magari retorico ma comunque molto bello, grazie!
    Il virus mi ha sorpresa in Germania (dove vivo da qualche anno) e nel giro di una settimana é sparita la possibilitá, data sempre per scontata, di riunirsi alla persona del mio cuore (rimasto bloccato in Italia) e alla mia famiglia. Rimangono per fortuna gli amici di qui da salutare ogni tanto dalle finestre durante le passeggiate che ancora possiamo fare e i vicini gentili. Resiste per ora il lavoro.
    Ci sono giorni in cui le mancanze bruciano sulla pelle e giorni in cui torna la consapevolezza che sono comunque fortunata e i pensieri sono piú leggeri. Oggi é un giorno buono e me lo tengo stretto. Un abbraccio (a distanza di sicurezza)!

  5. newwhitebear ha detto:

    possiamo definirle cronaca di un altro mondo, perché nel bene e nel male quello che ci circonda ha un altro sapore molto diverso da quello che abbiamo assaggiato finora. Questo ci complica la vita senza dubbio, perché ha la stessa sensazione di mangiare tutto insipido. All’inizio pare tutto di merda ma poi ci si abitua.

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