L’orticaria che mi viene

Come la quasi totalità della popolazione italiana, negli ultimi 50 giorni circa ho letto/ascoltato/espresso una quantità per lo più imponderabile di lamentele. Ci lamentiamo tutti, ovunque: sui social, nelle videochiamate, nei gruppi whatsapp, tra un meme e l’altro. Ci lamentiamo e ne abbiamo ben donde, perché tutti stiamo vivendo e condividendo un trauma collettivo che, certo, non è come se ti bombardano casa e ti sgozzano la famiglia davanti, siamo pur sempre nel reame dei sacrifici da primo mondo, non c’è dubbio, ma abbiamo perso in un colpo solo l’ossatura della nostra vita, lo sappiamo già, non stiamo a ripeterci. È una dittatura? No, non nel senso che altre generazioni e altri popoli hanno esperito. È la stessa libertà che è stata fondamento della nostra identità e del nostro divenire dal giorno in cui siamo venuti al mondo? Neppure. Quindi tutti abbiamo alti e bassi, giorni no e giorni ni (per i “giorni sì” dobbiamo aspettare ancora un bel po’, non tanto per un ritorno alla normalità, ma per darci il tempo di elaborare il lutto del tempo che fu, digerirne la nostalgia e imparare ad abitare una nuova dimensione, trovandoci qualcosa di sufficientemente significativo per non lanciarci tutti dalla finestra entro la fine dell’anno).

In questa situazione, a giorni alterni, tutti quanti ci sentiamo “vittime” di ingiustizia, incompetenza, ignoranza, sfiga, approssimazione, confusione e altri nemici più o meno intangibili (virus a parte). Attingiamo a piene mani a uno spettro di emozioni sostanzialmente negative, comprese tra l’accidia, la collera, il rifiuto, l’insofferenza, la tristezza, la noia, la solitudine. C’è chi è completamente solo e da due mesi non si relaziona con altre forme di vita appartenenti al regno animale. C’è chi ha i bambini e, quelli sì, sono le vere vittime di questa situazione, hanno bisogno di socializzazione (ma pure i genitori, forse, hanno bisogno di non averli davanti h24, 7/7, con amore parlando)! Anzi no, le vere vittime sono i vecchi, che sono i più esposti, che davvero forse non vivranno abbastanza a lungo da rivedere un mondo abitabile, che poverialloro nessuno può assisterli! Anzi no, sono i millennial, che se la sono presa nel culo con l’ennesima crisi colossale da quando sono nati, e in un’età in cui dovrebbero progettare il futuro e costruire l’adultità, possono al massimo entusiasmarsi per aver sfornato il pane, o aver sperimentato i gyoza a casa (fatto, sono venuti enormi tipo panzerotti, o empanadas). Le vittime sono quelli che vivono al Nord, dove il rischio di contagio è ancora altissimo e l’amministrazione regionale è a metà tra il ridicolo e il criminale! Anzi no, sono quelli che vivono in Calabria, dove se arriva la pandemia succede una strage! Sono vittime i commercianti che non riescono a pagare gli affitti, i piccoli imprenditori che erano già in crisi, i lavoratori in nero che non esistono, i parrucchieri che ci hanno ladrate per anni (chiedo scusa, sono succube dei listini milanesi), le partite IVA che in piena pandemia ricevono soprattutto offerte per lavorare “gratis” grazie a un alterato concetto di “solidarietà”, i poveri cristi obbligati a uscire ogni giorno, oppure quelli obbligati a rispondere alle mail pure alle 23 di sabato sera, mentre si dividono tra la difesa dello stipendio e la pulizia del cesso, perché lo smart uorchi è anche questa cosa qua (ma è un esempio, mi auguro che nessuno pulisca il cesso alle 23 di sabato sera). Sono vittime quelli del settore turistico, e quelli dell’industria culturale dove li mettiamo? E le coppie in crisi, compresse fino all’esplosione in una convivenza forzata, come le consideriamo? E l’aumento dei casi di violenza domestica? E le madri eroicamente chiamate a fare un balzo indietro di cinquant’anni e appendere l’emancipazione al chiodo per rivestire sommessamente i panni di angelo del focolare, quelle dove si collocano?

Insomma, non se ne può più. Siamo tutti “vittime”, quindi nessuno lo è. O meglio, lo è chi ci ha rimesso le penne e chi ha sperimentato lo strazio di un addio-senza-addio a pezzi della propria famiglia. Quanto agli altri, siamo tutti nello stesso mare, con zattere, canotti, gommoni, yacht e barche a vela, ma navighiamo nelle stesse acque, mentre ignoriamo le specifiche difficoltà altrui.  Per carità, non siamo tenuti a conoscerle tutte, non sarebbe neppure sostenibile, ma basterebbe avere l’intelligenza di capire che ciascuno ha le proprie, e rispettarle, fine. Poi, magari, a un certo punto, proviamo anche a chiederci cosa possiamo fare a parte lamentarci e sfogare in maniera spiccia il nostro malessere. Quale contributo costruttivo possiamo dare. Io non ho risposte illuminanti ma condivido alcune riflessioni fatte in questi ultimi giorni:

1. Partiamo dalla realtà: il virus c’è. C’è ancora. Non è stato debellato, né qui né altrove. Nessuno ha un protocollo davvero efficace e garantito, mi par di capire, non si ha neppure certezza sui numeri, persino la scienza è divisa (e lo è stata dal minuto uno, quando i medici influencer facevano cat-fight su twitter senza farci capire un cazzo di niente, a noi umili ignoranti che non disponiamo di una laurea in virologia). Questo è un fatto. Per stare più sereni abbiamo bisogno di altro, di tamponi, di terapie, di tracciamento dei contagi, e invece non si parla di questo. Si parla del calcio e delle messe, perché le messe ci servono, sono fondamentali in uno Stato laico, certo, molto più dei concerti, del cinema, del teatro, del clubbing, delle mostre, delle manifestazioni e di tutte quelle forme di associazione peccaminosa che alla spalle non hanno una delle lobby più potenti della storia. Okay.

2. Le critiche al governo: posto che in cuor loro molti sono sollevati al pensiero che la guida del paese non sia in mano a Salvini&Meloni, posto che viviamo una situazione eccezionale e senza precedenti, in un complicatissimo mondo globalizzato che ci imporrà una rimodulazione del nostro pensiero e dei nostri bisogni (ma forse dovremmo avere il coraggio di parlare proprio di rivoluzione), ecco posto tutto questo, non è neppure possibile che OGNI SANTA VOLTA che si muove una critica all’operato più o meno confuso della classe politica, locale o nazionale, debba esserci qualcuno che dice: “Volevo vedere te al posto loro!”. Sorry, ma al posto loro ci sono loro, non io. Qualsiasi impiegatuccio da 1.200 euro al mese, se fa delle cappellate sul lavoro ne deve rispondere. Forse anche chi ci governa dovrebbe farlo, soprattutto in un momento di crisi, quando gli errori comportano decine di migliaia di morti. Le responsabilità enormi legittimano l’enormità degli stipendi e dei benefit di cui la classe politica dispone, che non sono un premio per la loro popolarità, ma il corrispettivo di un lavoro che è difficile e gravoso.

3. Fatti un giro in un reparto di terapia intensiva e poi ne riparliamo! Ecco questa è un’altra obiezione che non riesco più a leggere senza provare un senso di nausea. Sì, va bene, lo sappiamo: è una cosa sciocca e puerile, lamentarsi del mare, della spiaggia, della ricrescita dei capelli bianchi, di quanto ci mancano gli amici, è vero. Eppure, pensate, la vita è anche questa cosa qua. Possiamo essere a conoscenza della situazione, lo siamo tutti anche nostro malgrado perché le notizie ci raggiungono ovunque, ci perseguitano a dire il vero, sono diventate virali attraverso i nostri amici e parenti che ci spammano link e video tra il buongiornissimo caffé e la fotografia del più recente manicaretto.  Non credo esista qualcuno che negli ultimi due mesi si è messo al riparo dalle immagini degli infermieri e dei medici, delle corsie degli ospedali, dei camion dell’esercito, dei forni crematori sovraffollati. Non credo esista qualcuno che non ha perso dei cari a causa del covid19, o non a causa del covid19 (perché la gente crepa lo stesso, s’ammala e muore anche di altro, e non ha neppure diritto a una cerimonia funebre). Quindi insomma, grazie davvero, ma lo sappiamo già. Ho anche una notizia sconvolgente per chi di solito ricorre a questa argomentazione: la gente moriva anche prima, in maniere bruttissime e disumane, tragiche e dimenticate, eppure non mi pare di avervi sentiti spendere abbastanza parole su quelle vite che, per carità, non sono né bianche né vicine, quindi vi dolgono meno. Ma la “sciocchezza” di ciò di cui la maggior parte di noi si occupa da decenni, era tale pure sei mesi fa. In compenso, a volte, ritagliarsi un sorriso, allentare la tensione, è pur necessario per vivere. Se in ogni istante portassimo sulle spalle il peso di tutto ciò che nel mondo va a rotoli (nel mondo, non solo a casa nostra), non vivremmo più. Nel senso che proprio la vita ce la toglieremmo, probabilmente dopo aver fatto una strage.

4. La stupidità che si crede intelligente, è un’altra cosa che non reggo più. Il fatto che, per esempio, quando si discuteva dell’app Immuni fosse estremamente in voga una critica – talmente profonda e documentata da essere espressa in un meme – a quella che invece dovrebbe essere una delle riflessioni cardine dei prossimi anni, mi fa veramente scendere la catena. Le riflessioni sulla privacy sarebbero dovute arrivare almeno 15 anni fa, e chi ci ha provato si è mediamente sentito rispondere da chiunque “Per me non è un problema se Facebook mi mostra l’adv delle sneakers che mi interessano”, finché non sono arrivate le fake news, Cambridge Analytica e la manipolazione delle elezioni democratiche in tutti i grandi Paesi dell’Occidente e non. E poi ora, mentre c’è il covid19 e con esso la straordinaria limitazione della libertà, ma pure la paura più strisciante che serpeggia nei popoli (cioè di morire male, soffrendo e da soli), ebbene ora si risveglia un dibattito florido e interessante, ma soprattutto legittimo, sui rischi della società della sorveglianza e sulla sensibilità dei dati, ma no, buttiamo tutto in vacca perché di cosa ti lamenti se usi Tinder e ti fai sempre geolocalizzare da Tripadvisor (ho un altro scoop pazzesco: non tutti abbiamo fatto il giochino per scoprire che faccia avremo da vecchi, o che mestiere facevamo nel Medioevo). Il fatto, banalizzando brutalmente, è che per quanto possano non starci simpatiche le big company digitali, quelle non hanno il potere di perseguitarci e metterci in galera, mentre lo Stato sì. Ma queste cose non devo spiegarvele io, ci sono autori più titolati di me, basta cercarli, basta leggere, basta smetterla di fondare le proprie simpatie, antipatie e opinioni su 140 caratteri che leggete online. E se non avete voglia di ragionare sui diritti, sulla glocalizzazione, sui rischi annidati dentro l’emergenza, almeno abbiate il buon senso di non prendere per il culo chi lo fa.

5. La chiarezza non è un accessorio, soprattutto in questa situazione.  Viviamo un’epoca nella quale la verità ha un perimetro incerto e l’infodemia (da Treccani: la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili) non può sommarsi a una comunicazione confusa, nella quale lo Stato dice una cosa, la Regione ne dice un’altra, il Comune un’altra ancora.  La comunicazione è una leva fondamentale delle società in cui viviamo, capace di influenzarne i destini, e non è possibile comunicare male. O meglio, non è accettabile. Farlo presente, lamentarsene, non significa essere dei criticoni incontentabili, ma sollevare un tema reale. Se persone alfabetizzate fanno fatica a capire che cazzo si può fare e cosa è invece vietato o “sconsigliato“, è un problema. Perché nel Paese non sono tutti alfabetizzati e il messaggio deve arrivare a tutti. Se c’è da stare a casa, si sta a casa. Se si può uscire solo per lavoro, si esce solo per lavoro. Siamo cittadini, non bambini, e da tali dobbiamo focalizzarci sul tema reale e rilevante: il virus e le strategie per affrontarlo, per conviverci, per non ripetere errori fatali già commessi, per ridistribuire le risorse, per mantenere (o meglio instaurare) una possibile equità. Questo dobbiamo chiedere, non quando potremo tornare dall’estetista a depilarci il pube.

6. A questo proposito, la querelle su libertà versus salute, mi causa l’orticaria. Sono nata e cresciuta, fino ai 18 anni, in un territorio dilaniato dal ricatto tra salute e lavoro, e ho scoperto sulla pelle di tutti i miei cari che il lavoro (cioè il prodotto interno lordo) pesa più della salute. Oggi, che vivo nella ex-rampante Milano, scopro che la salute pesa più della libertà, e che la triangolazione di diritti fondamentali viene liquidata con uno snobismo miope e fintamente “pragmatico”. Come se la libertà e i diritti costituzionali fossero un feticcio del quale non c’è ragione di discutere. Come se interrogarsi sullo Stato in cui ci troveremo a vivere sia illegittimo. Un amico carabiniere mi ha confessato che neppure loro sanno cosa devono fare. Insomma, dipende, va un po’ a culo, a seconda di chi ti trovi davanti, se gli stai simpatico o antipatico, se è una brava persona oppure no (trattengo riferimenti a casi di cronaca dell’ultimo ventennio che documentano cosa è successo a chi è inciampato in forze dell’ordine non proprio per bene).

7. Basta con la retorica dell’Adesso tocca a noi! Siamo noi che… Come se avesse senso alimentare un odio sociale basato sulla delazione, sulla persecuzione, sulla condanna aprioristica di chiunque vediamo passare per strada. Come se ci fosse una classifica morale dei cittadini sulla base della loro capacità di clausura. Se ci sono città dove la gente, in barba alle norme, si assembra, che intervengano pure le forze dell’ordine di cui sopra. E speriamo bene. Voi dai vostri balconi potete anche tacere e cioncarvi le manine con cui fotografate gli untori.

8. Un po’ in generale, basta con la retorica, che io posso capire le prime settimane, ma a un certo punto basta. Andrà tutto bene. Torneremo alla normalità. Ne usciremo migliorati… Ma davvero? Ma sulla base di quale illogico ottimismo riuscite a pensare questo? Cosa, esattamente, dovrebbe renderci esseri umani migliori in questo periodo di isolamento, solitudine, lutto, impoverimento, miseria e mestizia? Considerato anche che già prima non eravamo esattamente questo granché. Per carità, forse sì, forse negli anni assisteremo a un’emancipazione dopo la catastrofe, ma la catastrofe c’è e ci accompagnerà ancora per un pezzo. Ci renderà più brutti, più paranoici, più ipocondriaci, più fragili, più pezzenti, più incazzati, più intolleranti, più affaticati, più demotivati, più ignoranti (toc toc, con la scuola come siamo messi?). Dobbiamo guardarla in faccia la situazione, e ogni tanto distogliere la mente, va bene, e andare avanti, e porci domande, e a volte lobotomizzarci, e fare un po’ tutto insieme per sopravvivere, e se possibile non cagare il cazzo al prossimo (come detto nel precedente post, sebbene lì mi riferissi alle convivenze domestiche). Ma prenderci per il culo, anche no. Iniziamo a elaborare il lutto, e a chiederci cosa possiamo fare per il mondo che verrà, o continuiamo a negarlo?

9. Un’altra deriva che dovremmo impegnarci un po’ tutti di presidiare è la derubricazione delle esigenze altrui. Sti cazzo di vecchi che escono nonostante siano i più vulnerabili… Sti cazzo di bambini che vanno portati in giro… Sti deficienti che smaniano perché vogliono andare a scopare con l’amante… Sti teroni che fremono per tornare a visitare mammà… fino a Questi subumani che addirittura vogliono rivedere gli amici… sì, sapete, esistono persone che hanno la famiglia lontana, che vivono da sole, che per una sorte funesta e talvolta persino scelta, non hanno contratto matrimonio e neppure hanno un trombamico stabile, e cionondimeno hanno bisogno di relazioni u-m-a-n-e, pensate che stronzi… Ecco, tutto questo, anche meno. Quando inciampate nel disagio altrui, siate costruttivi. Esercitate comprensione e ricordate, possibilmente senza assumere un atteggiamento di auto-conferita superiorità, che è un periodo difficile per tutti, che passerà ma non in fretta, che bisogna adattarsi e che l’intelligenza sta pure in questo. Che l’importante è stare bene in salute certo, e sapere che i propri cari tutto sommato fanno altrettanto, e che per un po’ ci dobbiamo accontentare, e tutto l’equipaggiamento di frasi fatte da dire a chiunque soffra per questo genere di cose. Come si fa con un’amica “scema” che soffre tantissimo per un tizio qualsiasi che l’ha trattata di merda (del resto, a chi non è successo). Ma non siate irrispettosi delle difficoltà psicologiche altrui, perché questo davvero non serve a nessuno, neppure a voi (che non diventate persone migliori in questo modo, anzi).

10. Ragionate sul fatto che, in fondo, la nostra era una presunzione storica, o meglio un’illusione: quella di vivere senza dover mai vedere da vicino una situazione del genere. Dall’epoca dei nostri nonni in poi, abbiamo vissuto la vita come se potessimo crescere all’infinito, stare bene sempre, godere senza limiti dei privilegi acquisiti o trovati sul vassoio al momento della nascita, senza porci neppure troppe domande. E per carità, questa non è una guerra, l’abbiamo già detto, ma non sappiamo quanto durerà. Aggrappiamoci alle speranze (fare un bagno al mare quest’estate, per esempio; una gita fuori porta prima o poi; una lunga passeggiata al sole; un abbraccio stretto stretto con chi ci manca, di cui sentire la pelle soffice addosso e il profumo nelle narici), ma iniziamo a capacitarci del fatto che tutto potrebbe protrarsi più di quanto ci piaccia pensare, e facciamolo non per amor di pessimismo, ma per semplice razionalità. Confidiamo in un vaccino, naturalmente, con la consapevolezza che i tempi per trovarlo (ammesso che si trovi) sono lunghi, che poi va testato, poi va prodotto, poi va distribuito e nessun paese è attualmente attrezzato per tutto ciò. Confidiamo in una cura, che presumibilmente arriverà. Accettiamo l’idea di doverci ri-educare. Accettiamo i momenti di merda, ed esercitiamoci a cercare cose belle. Condividiamole. Impariamo nuove abilità e piccole scoperte positive…io per esempio ho tagliato i capelli al convivente ed è stato uno spasso, altroché, del resto da bambina sognavo di fare la parrucchiera; sto cucinando, che è una cosa che non mi è mai importata, ma devo confessare che a volte mi piace (anche se muoio dalla voglia di tornare a cena fuori, qualora non si fosse già capito); quando quel bandito del fruttivendolo mi porta la cassetta di frutta sono felice di mangiare verdura addirittura dotata di sapore: mai più il reparto ortofrutta della gdo; ho fatto la mia prima diretta Instagram la settimana scorsa (giovedì sera alle 21 ne ho un’altra) e ho scoperto che una cosa che ho sempre snobbato in realtà mi ha divertita; ho trovato delle belle serie da vedere e ho preso a curare di più i miei capelli indomabili. Sono inezie irrilevanti? Sì, ma per ora questo passa il convento. Facciamocene una ragione.

Con ciò direi che ho concluso e, come di consueto, auguro buon proseguimento di isolamento anche a voi.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mauro ha detto:

    E’ come al solito un piacere leggerti… e devo dire che questa quarantena mi sta rieducando alla lettura lunga, di articoli che di solito avrei (si anche i tuoi) tagliato via dopo la quindicesima riga. Proponi una via di mezzo, che condivido, tra la voglia di tornare a fare quello che facevo smezzato con quello che, sopresa, ci riservera’ il domani sotto tutti i punti di vista. Mi piace, tocca vedere ora quanti saranno in grado di portare avanti un ragionamento che abbia una certa intelligenza e capacita’ di essere senza farsi condizionare dalle mille cassandre e dalle altrettante sirene che cantano da giorni. Ho piu’ paura del tana libera tutti che si scatenera’ tra una settimana con la convinzione che con un mascherina abbiamo risolto tutti i problemi.

  2. Antonella ha detto:

    Grazie mille.
    Così ha definito meglio la mia “orticaria”
    UN piacere leggere.

  3. Valentina ha detto:

    Consigliami quali belle serie, ti prego. Che qui si sta esaurendo Netflix.. 🙂

  4. Luca Rossi ha detto:

    Trovo che il suo post percorra molto bene il sentiment di questo momento che è storico de facto, ma lo è anche per la nostra storia psicologica e sociologica. Un post lungo e che non poteva non esserlo. Non lo cambierei di una virgola (anche perchè non sono Lei e non credo che Lei lo cambierebbe proprio perchè esprime il SUO sentiment). A completamento mi permetto più di due parole che esprimono il mio sentiment, che derivano dalla esperienza di cura di Pazienti colpiti dal SARS-CoV-2 e che riguarda la sensazione del non sapere come valutare questo tempo e cosa farne nel presente e nel il futuro: all’inizio la cura di questa infezione e delle sue complicanze è andata avanti con aggiustamenti quotidiani, ripensamenti, condivisione fra equipes mediche anche fisicamente distanti, con successi e sconfitte (purtroppo le morti si sono susseguite impietosamente), l’organizzazione di reparti convertiti a questa necessità è stata rapida, ma ha necessitato di numerosi aggiustamenti. Ora che tutto sta defervescendo rimangono dubbi e paure per l’evoluzione futura e per il da farsi. Se questo micro-cosmo porta con sè tanti pensieri e interrogativi, perchè lo stesso non dovrebbe valere per il nostro macrocosmo sociologico e psicologico? Quindi trovo che le sue considerazioni meritino una attenta lettura e in me stimolano più di una riflessione. Penso che la sua “goccia” sia importante per capire ciò che abbiamo oggi dentro di noi e che possa stimolare un buon pensiero, vista la complessità di questo tempo.

  5. newwhitebear ha detto:

    sempre puntuali graffianti le tue esposizioni. Si scopre che tutti amano i cani e i gatti e se non li portano a spasso mille volte al giorno soffrono di claustrofobia.
    Ci scopriamo di essere un popolo di sportivi, che se non corrono 42km perdono lo smalto e i muscoli.
    Tutti parlano e tutti vogliono dire la loro verità.

  6. alexiel80 ha detto:

    Sposami. Detto ciò non posso che concordare su praticamente tutto aggiungendo alla mia personale orticaria tutti i catastrofisti e peggio ancora quelli che non vedono l’ora di vedere gli altri paesi che magari hanno iniziato a testare la loro ripresa fallire miseramente e tornare a stare peggio di prima. Ecco, quest’ultimo punto è quello che fra tutti mi fa più schifo perchè lungi dal migliorare come persone mostrano tutta la loro meschinità.

  7. pino josi ha detto:

    personalmente quello che mi ha più sconvolto è l’aver avuto coscienza della reale natura dell’attuale classe dirigente alla guida della nazione. identica all’italiano medio. incapaci, incompetenti, inadatti.

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