I figli li fanno anche i criceti – Prima pillola

28 giugno 2021 – Pomeriggio

Alle 14 mi chiamano per la visita. Entro in uno studio dove una dottoressa sui 50 mi pone le solite domande, senza guardarmi. Scruta i tracciati. No, non ho le contrazioni, e la cosa pare irritarla come se non averle fosse una mia scelta. Una mancanza deliberata, meritevole della sua riprovazione.

“Si accomodi, la visitiamo”, mi dice, mentre la sua tirocinante infila un guanto di lattice e, dopo avermi lasciata spogliare e disporre in posizione da ispezione, mi ravana nella vagina con discreta brutalità. 

“È tutto chiuso”, dice alla dottoressa. 

“Si rivesta”, fa invece a me. 

Resto lì in attesa di sapere qualcosa, finché non mi spiegano che ora faremo un altro tracciato di 20 minuti e poi mi daranno la prima pillola di misoprostolo. Poi faremo un’altra ora di tracciato. Avanti così. Ogni 4 ore, fino a un massimo di 12 pillole, quindi potenzialmente 48 ore di induzione. Un martirio, insomma. 

Immediatamente mi tornano in mente i racconti che ho sentito negli ultimi mesi, di donne sottoposte a induzione invano, che sono comunque finite in sala operatoria per il cesareo. Cose che una partoriente non dovrebbe sapere mai, che dovrebbe programmaticamente ignorare, tanto ogni parto è diverso, dicono, e invece no. Dal momento in cui annunci la tua gravidanza, o essa stessa si rende manifesta dotando il tuo corpo del prezioso pancione, diventi catalizzatrice di cronache ostetriche altrui. Persone che non senti da secoli, donne che non hai mai frequentato, amiche, conoscenti, parenti e serpenti, di qualsiasi età e rango sociale, chiunque ti contatta per sapere come stai, che effetti indesiderati hai, quando è prevista la consegna del fagotto, se hai già scelto il nome, se stai camminando abbastanza che camminare fa bene si sa, se hai imparato i segreti del “parto positivo” e più in generale cosa stai facendo per prepararti al lieto evento (“sto sopravvivendo 😅” è la mia risposta più frequente). Soprattutto, vogliono  raccontarti com’è andata a loro. Non è sadismo, non lo sembra. Non c’è l’intento di terrorizzarti, quanto il bisogno personale, viscerale oserei dire, di rivivere una delle esperienze più estreme e significative della vita, indipendentemente dal fatto che sia accaduta 3 mesi, 3 anni o 3 decenni prima (e chi sono io per giudicarle, che su questa storia ci sto scrivendo un’epopea). Come se il parto, la sua naturale bestialità, la solitudine, la paura, la vulnerabilità e la forza, la sospensione tra impotenza e onnipotenza, in certi casi persino la fattanza da anestesia, siano fenomeni mai elaborati appieno. Del resto, a chi importa di sapere quanti punti hai avuto nella figa, o quanto sangue hai perso, o quanto dolore hai patito, o quali segni ha lasciato sul tuo corpo e nella tua mente la procreazione di un nuovo essere umano? Così, una processione di madri ti contatta per una forma di intima solidarietà, un legame invisibile a metà tra egoismo e altruismo. Generalmente, tutte vogliono dirti qualcosa che a loro non aveva detto nessuno, nella speranza che possa tornarti utile alla bisogna. La contropartita, si capisce facilmente, è che alimentano l’inesauribile bagaglio di incertezze della gravida, tanto più se essa è a qualche livello una control freak come la sottoscritta, una che compila liste di ogni cosa, che fissa scadenze, che programma tutto con settimane, a volte mesi, di anticipo e invece deve capire, accettare, accogliere persino, il fatto che del proprio parto non può controllare un beato cazzo. 

“Come mai non l’ossitocina?”, ho l’ardire di chiedere, memore delle lezioni del corso preparto. 

“Perché il suo collo dell’utero è chiuso, l’ossitocina spingerebbe il feto verso un collo chiuso. Noi, invece, dobbiamo prima farlo aprire”, mi spiegano.

Okay. Makes sense.

Mi sottopongono frettolosamente un consenso informato, da firmare senza nemmeno leggere ciò che c’è scritto, e mi rispediscono in camera, con una pillola da far sciogliere sotto la lingua. 

In tutto questo, la mia prezzolata ginecologa ha fatto ghosting come il più insulso Tinder date. Ieri mi aveva scritto che oggi ci saremmo sentite, invece niente, tutto tace. “Chiamala tu”, dice il mio compagno, ma come in tutte le schermaglie amorose che si rispettino, mi rifiuto. Mi limito a inviarle un sms in cui le spiego come hanno deciso di procedere, e lei mi risponde “Perfetto”, e io mi sento liquidata come quando il tizio che frequenti reagisce a un tuo pippone di 10 righe con una emoji. 

Nel frattempo, mia madre mi chiede su whatsapp come procede. Le rispondo che ho preso la prima pillola per l’induzione, che la chiamerò più tardi, dopo l’orario di visita. 

Alle 15.25 mi staccano il tracciato e mi attaccano un’altra flebo di antibiotico. Ho la schiena a pezzi, stare immobile nella stessa posizione per ore mi mette a dura prova e, anche se immagino che questo non sia nulla rispetto a quel che verrà, non perdo occasione per lamentarmene: per il momento tutta questa procedura non mi procura contrazioni ma lombalgia. 

Alle 16.30 arriva in camera il marito di Luana, un tipo sportivo con i pantaloni corti e le sneakers. Sono una bella coppia. A un rapido sguardo direi che sono coetanei, il che mi stupisce sempre, da gerontofila quale sono. Il mio compagno, che si chiama Francesco, diciamolo così posso smetterla di chiamarlo “il mio compagno”, ecco dicevo Francesco c’ha 9 anni più di me. Siamo, insomma, due genitori vecchi, di 35 e 44 anni, come usa in quest’epoca bizzarra, fatta di adulti riluttanti a crescere, di bamboccioni per definizione, di ragazzini coi capelli bianchi e le rughe. Lui, Generazione X come il programma condotto da Ambra Angiolini nel ‘95, abbastanza danneggiato da impiegare decenni a ritrovare il bandolo della sua matassa interiore (che non credo abbia ancora rinvenuto); io, millennial anziana, cresciuta nel segno dell’instabilità: quando avevo 4 anni è crollato il Muro di Berlino; quando ne avevo 6 è crollata la Prima Repubblica; quando ne avevo 15 sono crollate le Torri Gemelle; quando ne avevo 23 sono crollati i mercati finanziari globali. È un miracolo che sia riuscita a costruire qualcosa mentre tutto intorno a me non ha fatto che andare in frantumi da quando sono venuta al mondo. Capite che rincorrere le promesse di autorealizzazione personale tra le macerie tardo-capitaliste, non è stato semplice. Soprattutto, non è stato rapido (a questo punto potrei tediarvi parlando del furto di futuro che abbiamo subito, degli stage consecutivi, dei co.co.pro, di tutto lo sfruttamento coatto ordito ai danni della mia generazione, ma vi risparmio). 

Francesco arriva con un quarto d’ora di ritardo, cosa che non prendo benissimo, perché almeno una volta nella vita, una sola, avrei voluto che fosse puntuale. 

Entra nella stanza, saluta, naturalmente tiene su la mascherina come previsto dal protocollo. Poi mi si avvicina e si prostra in scuse di ogni genere, imputando gli ultimi 10 minuti di ritardo al modulo che ha dovuto compilare all’ingresso per il covid e alla lentezza, invero impressionante, dell’ascensore dell’ospedale. Vedo che ha con sé il mio borsone della Durex (cimelio di un seeding che il brand fece qualche anno fa) e mi sembra una scelta alquanto ironica, dato il contesto. 

Dentro ci ha messo di tutto: le pizzettine di sfoglia dell’Esselunga che sono risaputamente una sostanza stupefacente; le Tenerezze al limone del Mulino Bianco; i tarallini finto-pugliesi; milioni di bottigliette d’acqua minerale da mezzo litro (con buona pace di Greta Thunberg) e addirittura un tubo di Pringles gusto paprika che, amore, va bene tutto, ma forse ti sei fatto prendere un po’ la mano. Sono pur sempre in ospedale, mica al cinema. Decidiamo che le Pringles le riporterà a casa. 

Un quarto d’ora più tardi, tornano ad attaccarmi il tracciato. Mi stendo di nuovo sul fianco, con le bende sulla pancia, i sensori, il tac tac tac del marchingegno che misura me e la mia bambina, restituendo sul monitor un numero verde che indica il suo battito e un numero rosso che segna l’intensità delle mie contrazioni, mentre un foglio stampato scivola fuori conservando traccia dei picchi, le fitte che inizio a provare. Ebbene sì, amici ascoltatori, le prostaglandine stanno sortendo il loro effetto. Le mie contrazioni viaggiano sui 50-60-70 ma per due o tre volte raggiungono livello “100”, e io immagino cori di incoraggiamento e giubilo, come succedeva in quella trasmissione di Rete4 condotta da Iva Zanicchi, che mia nonna amava guardare. 

Quando il dolore si fa acuto, respiro profondamente, così come m’hanno detto di fare: inspira, conta fino a quattro, espira, conta fino a quattro. Ce l’hanno fatta tutte, ce la farò anche io, no? 

Francesco osserva la scena, non so quanto ne sia partecipe, non so quanto si possa esserlo senza averlo mai provato nelle proprie budella. Probabilmente benedice il suo destino di uomo, di maschio biologico non soggetto a questo supplizio, impotente di fronte alla brutalità della vita che si fa strada. O forse sono io che lo invidio, e dunque lo detesto, anche se non detesto proprio lui, quanto il sistema, l’asimmetria naturale tra femminile e maschile, la disparità culturale in virtù della quale siamo noi a trasformare un grumo di cellule in un figlio, subordinando a questo processo il nostro tempo, la nostra salute, il nostro corpo e la nostra carriera, e ciononostante il cognome sui documenti è ancora quello del padre (o comunque, prima quello del padre). Fossimo cavallucci marini, avrebbe senso. Lì se la gestiscono in maniera certamente più paritetica: le femmina depone le uova nel marsupio del maschio e poi è quello che rimane incinto e si sobbarca tutto il costo della riproduzione della specie. In quel caso, se i cavallucci marini avessero un cognome scritto sulla targhetta vicino al corallo di casa, avrebbe senso fosse quello del padre. Ma per noi, nel mondo contemporaneo, questa prepotenza anagrafica non ha alcun senso. 

“Non prendere impegni per stasera” gli dico, stringendogli la mano. C’è una parte di me che è convinta che la bambina nascerà domani, o meglio stanotte, il 29 giugno. Non solo perché palesemente le contrazioni mi sono partite, ma anche perché il 29 giugno è la data del nostro anniversario che, per la coppia non coniugata che siamo, indica la data del nostro primo limone (che no, non coincide con la data della prima copula, avvenuta in ogni caso qualche giorno dopo). Ecco, questa bambina è stata in tutto talmente fatale, che sento che nascerà il 29 giugno. Cioè, tra poche ore.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Susanna Spennagallo ha detto:

    Ciao,

    Questa newsletter sta arrivando a ripetizione ogni giorno, l’ho ricevuta almeno 5 volte!

    Ok che i figli li fanno anche i criceti, ma sta diventando stile conigli! 😀

    Ps. Auguri di cuore!

    Susanna.

    >

  2. monocromo ha detto:

    “…cresciuta nel segno dell’instabilità: quando avevo 4 anni è crollato il Muro di Berlino; quando ne avevo 6 è crollata la Prima Repubblica; quando ne avevo 15 sono crollate le Torri Gemelle; quando ne avevo 23 sono crollati i mercati finanziari globali. È un miracolo che sia riuscita a costruire qualcosa mentre tutto intorno a me non ha fatto che andare in frantumi da quando sono venuta al mondo.”

  3. newwhitebear ha detto:

    Un vero supplizio raccontato con garbo. Aspetto il 29 per vedere se la figlia nasce.

Parla con Vagina, Vagina risponde

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