I figli li fanno anche i criceti – Seconda pillola

28 giugno 2021 – Tardo pomeriggio

Per cena mi portano petto di pollo e carote lesse. Stop. Fine. Niente pasta, niente pane di polistirolo, niente grissini industriali. Inizio a pensare che vogliano farmi morire di fame. Mi spiegano, invece, che essendo partoriente, c’è la possibilità che vomiti, per questo devo stare leggera. Io annuisco e dopo 3 minuti prendo un pugnetto di taralli che mi ha portato Francesco. Tuttavia, faccio fatica a mangiare. Non per la qualità del cibo, ovviamente deprimente, ma perché sto male.

Alle 18.30 ho preso la seconda pillola di misoprostolo e ho dolori inesplicabili, che non ho mai provato prima, che non sono paragonabili a nulla, che mi piegano in due,  come se il mio corpo si stesse squarciando da solo, come se qualcuno lo stesse divorando da dentro, strappandomi le viscere a morsi. 

Alle 19.30 chiedo a Francesco di sentire i miei per aggiornarli. Io, ormai, non ce la faccio nemmeno a parlare. Mi torna in mente una frase che mi ha detto la mia amica Jolanda, che di anni ne ha più di 60: “Devi pensare che ogni contrazione che arriva, è una contrazione passata, non torna più”. Il pensiero mi dà sollievo. Ma poco. 

Sto male. Suono il campanello. Mi raggiunge una ragazzetta coi capelli ricciolini e la divisa bianca che, se ho ben capito, è quella delle puericultrici. Qui va tutto a colori, come in The Handmaid’s Tale, dove c’è il rosso per le ancelle, l’azzurro per le mogli, il verde per le domestiche, il marrone per le sorveglianti. In ospedale abbiamo il blu per le ostetriche, il verde per le oss, il bianco per le puericultrici, il mattone per le inservienti, il lilla per le neonatologhe.

“Bravissima”, mi dice la ricciolina, quando inspiro forte e poi soffio dalla bocca in attesa che la contrazione passi. Sì, grazie tante, però potete aiutarmi? Posso essere visitata, per piacere? Sono dilatata? Quanto sono dilatata? Soprattutto: mi fate l’epidurale? 

“Queste sono solo CONTRAZIONCINE”, risponde la ricciolina, mentre la apostrofo mentalmente con epiteti poco lusinghieri attinti direttamente al mio vocabolario vernacolare d’origine. Perché “contrazioncina” lo dici a tua sorella, io mi sento crepare. 

“Indicano che il collo dell’utero ha iniziato a muoversi”, aggiunge. 

“La dilatazione deve ancora iniziare”, conclude. Ergo, no epidurale. 

Ah, va bene, perfetto grazie. Allora no, non ce la posso fare.

Mi lamento. Non trovo pace in nessuna posizione. Luana, quando restiamo sole, mi dice: “Insisti per essere visitata da un medico, cazzo”

Così, mi trascino fuori dalla stanza, mi sento come se avessi bisogno di un esorcismo, come se fossi posseduta da una forza aliena che ha deciso di cavarmi la vita via dal corpo, barcollo per il corridoio deserto, finché una tizia mi dice che devo tornare in camera. 

“Ho bisogno di aiuto” 

Si occuperanno di me dopo, risponde. 

Troia maledetta, penso (chiaramente il dolore e le buone maniere rispondono a leve inversamente proporzionali: più sale il primo, più crollano le seconde).

Torno in camera e provo a calmarmi. 

Mi viene in mente la frase della mia amica Gaia: “Non respingere il dolore, accettalo. Più lo respingi, più diventi rigida, meno ti dilati”. Va bene. Okay. Ci provo. Non ci riesco. Suono di nuovo il campanello. 

“Per piacere, sto male, posso essere visitata?”

“È tutto normale”, mi risponde la ricciolina, che mi tratta con una specie di indifferente sufficienza, come se ci fosse abituata e come se noi partorienti fossimo tutte ugualmente lamentose. Un atteggiamento che in effetti mi turba e mi fa chiedere perché mai faccia questo lavoro, per il quale sarebbe utile disporre di umanità e ricordare che hai di fronte una p-e-r-s-o-n-a che sta per generare un’altra persona, non un infermo delirante. Voglio dire, puoi piegare magliette, compilare 7 e 30, infornare dolci, monitorare le performance di una campagna di adv online… insomma, le professioni da praticare sono moltissime. Perché fare questa, in questo modo?

“Quando possiamo chiamare il mio compagno?”, chiedo, perché vorrei avere un volto familiare accanto, mentre sto per morire, poiché ne sono sempre più convinta: morirò a breve. 

“Più tardi… comunque preparati, stanotte mi sa che non chiuderai occhio”.

“Potete chiamare l’anestesista?” 

“Ma non sei ancora sufficientemente dilatata…”, risponde. 

“Come fate a sapere quanto sono dilatata se non mi visitate da 7 ore?”

“La dottoressa ha detto che dal tracciato le tue contrazioni non sono regolari, quindi non serve che ti visiti”

Sono sconfortata. Se avessi la forza di piangere lo farei, ma non riesco. Provo a stendermi e in preda alla disperazione, abbandonata alle mie doglie dal servizio sanitario nazionale, completamente sola nel momento più delicato e più critico della mia storia clinica, decido di scaricare un’app che mi auto-misuri le contrazioni. Pochi minuti di installazione e sono pronta. Premo quando inizia la contrazione. Premo quando finisce. L’app mi dice la durata media e la frequenza. Durano 45 secondi l’una. Sono circa ogni 3 minuti. 

CI SIAMO, CAZZO! 

Schiaccio di nuovo il campanello. 

“Guarda che le mie contrazioni sono regolari”, insisto con la ricciolina che, a questo punto, non sa cosa fare. Ci riflette e mi chiede: “Posso visitarti io?”

“Non aspetto altro che qualcuno mi visiti!”, rispondo, come se in effetti non m’importi che a ravanarmi sia il primario o il custode, purché qualcuno controlli cosa cazzo sta succedendo lì sotto. 

Così, come se la mia vagina fosse ormai un luogo pubblico, anche la ricciolina ci fa un giretto e sentenzia che sono a 2 centimetri di dilatazione. 

Come scusa? DUE? Sto ridotta così per due centimetri? E come ci arriverò ai fantomatici dieci, dico DIECI? Deceduta? Putrefatta?

“Vi prego, chiamate l’anestesista”, ormai sto mendicando, non ce la faccio più, perché devo ridurmi in questo stato, ho già fatto la visita, ho fatto l’elettrocardiogramma, i parametri sono perfetti, ho firmato il consenso per la partoanalgesia, sono sotto induzione e le contrazioni indotte sono più violente di quelle naturali, insomma, cosa cazzo aspettate a chiamarlo? 

Vorrei urlare, protestare contro la sospensione dei miei diritti, minacciare tutti di denuncia (madre, perché non ho studiato giurisprudenza, perché? Cosa me ne faccio della mia insulsa laurea in comunicazione? Di cosa posso minacciarli? Di sputtanare tutto in un post su Facebook?) ma non faccio nulla. 

Vorrei almeno riuscire a soffrire in silenzio, invece vocalizzo, aaahh, aaaahhhh, come mi hanno detto di fare al corso pre-parto. Mi scuso con Luana, che magari vorrebbe dormire, anche se non sono manco le 21, ma in ospedale si sa che la percezione del tempo è alterata. 

“Ma scusa di che!”, risponde lei, che ci è già passata e come me non ha dubbi: sono in travaglio.

Cristo santo, ma chi me l’ha fatta fare a me? Ma perché sono qui? Cosa mi sta succedendo? Com’è possibile che stia capitando proprio a me, che manco ce l’ho l’istinto materno, che con le bambole non ho mai giocato, che coi bambini non so interagirci né parlarci, oserei dire che neppure mi piacciono, che non mi faccio chiamare “zia” da nessuno, che non ho mai pensato che nella mia vita sarei realmente diventata madre, che in fondo volevo solamente un gatto, vaffanculo. Perché sono qui? A morire di dolore da sola. Con questa incompetente che non crede neppure a ciò che le dico del MIO corpo! 

Mi dispiace. 

Mi dispiace, bambina mia, di pensare queste cose. 

Ho paura. Una paura fottuta.  

Alle 20.53 mi confermano che, secondo il più recente tracciato (ormai ho perso il conto di quanti me ne hanno fatti), le mie contrazioni non sono ancora regolari. 

Io dico il contrario. 

Purtroppo, però, nessuno mi crede.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. tiziana ha detto:

    Meglio di un thrilling, sono ansiosa di leggere il seguito.

  2. newwhitebear ha detto:

    mi ha fatto sorridere non per quello che hai sofferto ma come l’hai scritto.
    Èmeglio di un giallo. Spero di leggere presto le altre puntate.

    1. Silvia ha detto:

      Mi hai praticamente convinta a
      svenarmi pur di partorire in casa 😅

      1. newwhitebear ha detto:

        Un tempo era così 😀

  3. Ambra ha detto:

    “Cristo santo, ma chi me l’ha fatta fare a me? Ma perché sono qui? Cosa mi sta succedendo? Com’è possibile che stia capitando proprio a me, che manco ce l’ho l’istinto materno, che con le bambole non ho mai giocato, che coi bambini non so interagirci né parlarci, oserei dire che neppure mi piacciono, che non mi faccio chiamare “zia” da nessuno, che non ho mai pensato che nella mia vita sarei realmente diventata madre, che in fondo volevo solamente un gatto, vaffanculo. Perché sono qui? A morire di dolore da sola. Con questa incompetente che non crede neppure a ciò che le dico del MIO corpo! ”
    Come se l’avessi scritto io, hai messo in parola i miei pensieri, grazie!🙏❤

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