I figli li fanno anche i criceti – Terza pillola

28 giugno 2021 – Sera

“Prova a metterti carponi”, mi dice la ricciolina, mentre mi dispone in posizione ovina, muovendomi come se fossi una bambola di pezza recalcitrante. Io l’assecondo, ma è tutto inutile. Le contrazioni incalzano, mi mettono in un angolo sconosciuto dell’esistenza, dove il dolore e la paura si confondono, dove il confine tra la vita e la morte s’assottiglia, e ogni urlo diventa un atto di resistenza, e ogni respiro un moto di sopravvivenza, e più passa il tempo e peggio sto, mentre qualcosa di profondo, soprannaturale, ingovernabile, mi sta masticando le viscere e mi sta facendo sputare la dignità via dal corpo. 

“Non sto bene”, dico all’imbecille (che povera, non me ne voglia, resterà sempre tale, nella mia personale narrazione della vicenda), mentre riassumo la posizione eretta e mi fiondo in bagno. 

“Devo fare la cacca”, comunico, incredula io stessa del tempismo del mio intestino, che di solito è quanto di più monolitico si possa immaginare, uno scansafatiche certificato, uno che approfitta di qualsiasi pretesto per non compiere la dovuta peristalsi, sensibile a qualunque cambiamento di clima e di umore, perennemente suscettibile di stipsi ma che, guarda caso, proprio adesso, tra una doglia e l’altra, ha ritenuto opportuno farmi evacuare le mie scorie fisiologiche, e farmelo fare in grande stile, con una performance elefantiaca, una delle più liberatorie a mia memoria, qualcosa di assimilabile alle evacuazioni prima degli esami all’università, oppure ai peggiori post-sbornia, quando ti siedi sul cesso e capisci di essere miracolosamente riuscita a trattenerti fino all’ultimo, mentre un sipario di materiale biologico poco nobile si rovescia nella tazza di porcellana bianca, ed è una valanga di verità e umanità di cui ti vanteresti con gli amici, se fossi un maschio, ma per la quale provi imbarazzo e repulsione, se sei femmina. 

Ad ogni modo, da soggetto stitico, sono contenta di essermi, ahem, liberata. Soprattutto, penso, questo mi risparmierà di cagarmi addosso in sala parto che, da quanto mi dicono, è fenomeno frequente (trovo sempre molto significativo che i bambini, quando nascono, se tutto procede da manuale, spuntano fuori con la testa rivolta verso il basso e la prima cosa che si trovano di fronte, in questo mondo, è il buco del culo materno; non c’è da stupirsi, insomma, che si disperino rimpiangendo l’utero). Dopo essermi ricomposta, torno in camera. Prima di farlo, nella pausa tra una contrazione e l’altra, mi fermo qualche secondo a guardarmi nello specchio, mentre mi lavo le mani. 

Omaigod. Stento a riconoscermi. Non sono più io. Sono la replicante mostruosa di me stessa. Una zombie, uno straccio, un fantasma. Una copia sfigurata di una donna che un tempo fu normale. Ho il viso contratto, le rughe tirate, la pelle grigia, le occhiaie scavate, le labbra secche, gli occhi lucidi, i capelli di una pazza (più del solito, I mean). È questa, dunque, la cera di una moribonda. È così, insomma, che si arriva all’altro mondo. Te lo danno, almeno, il tempo di sistemarti un poco? Farti uno shampoo, darti una mano di stucco in faccia, prima di bussare alle porte dell’aldilà? Oppure devi presentarti così, un cesso a pedali, al cospetto del Padre Eterno, o del Demonio? Potrai sistemarti dopo? Esiste un hair stylist nell’oltretomba? Un’estetista? O resterò per sempre così, nel regno dei cieli o negli inferi: spettinata, struccata, col tuppo, la camicia da notte sudata, i lineamenti sfigurati dalla sofferenza, e un assorbente simile a un pannolone tra le cosce? 

Torno in camera. La ricciolina è andata via. 

“Come va?”, chiede Luana. 

“Una merda”, rispondo, mentre provo a stendermi. 

Resisto qualche secondo appena. Mi rialzo. 

“A me faceva star meglio camminare”, mi dice lei. 

Provo. Esco dalla stanza. Percorro il corridoio, di nuovo. Mi lamento. Stanotte non faccio dormire nessuno. 

Non ce la faccio. Ho bisogno di appoggiarmi a qualcosa, le contrazioni sono sempre più feroci, mi accartocciano come se fossi carta stagnola, e invece sono una donna adulta, forte, relativamente sana, fatta di ossa e muscoli e tessuti e nervi. Torno in camera. Mi avvicino al letto, mi siedo e subito dopo scappo di nuovo in bagno. 

Mi viene da vomitare, mi accovaccio davanti al gabinetto. 

“Oh no! Ancora tu!” direbbe il gabinetto, se fosse un gabinetto parlante. 

Rutto. Non capisco se sono conati o rigurgiti. Nel dubbio, ecco arrivare con la rincorsa una nuova contrazione, bella carica, una cosa che mi fa venir voglia di urlare contro il mio corpo: ti prego smettila, calmati cazzo, sono una soltanto, quanti disagi vuoi che gestisca contemporaneamente? Sono a pezzi. Sto combattendo una battaglia spietata, che non so condurre, contro un nemico invisibile che mi assale da più fronti, che mi attacca da dentro. È forse mia figlia, il nemico? Sono queste maledette pillole che mi fanno prendere?

Infine vomito. L’anima. Insieme alle carote lesse, al pollo lesso, ai tarallini finto-pugliesi che ho mangiato di nascosto. Dio, che schifo. 

Alle 22.30 la ricciolina torna da me. Intende farmi prendere la terza pasticca di misoprostolo e io ancora non mi capacito di questo fatto che mi danno una medicina che mi fa stare sempre peggio. 

“Voglio essere visitata”, dico. 

“Facciamo il tracciato e capiamo”, risponde lei, così prendo ancora le benedette bende, mi stendo sul fianco, e ancora tac tac tac, e guardo le mie contrazioni sul tracciato, e mi accorgo che il battito della bambina si abbassa quando io soffro così tanto. Eh già. Chi l’avrebbe mai detto che se sto guardando la morte in faccia, anche mia figlia non se la sta passando benissimo eh? 

“Devi prendere questa” mi incalza indicando la pillola. 

“È normale che stai male”, mi dice, consumando il suo fabbisogno calorico giornaliero nello sforzo di pronunciare una frase vagamente empatica, e io vorrei gridare, strapparmi la pelle di dosso e chiedere perché non chiami il cazzo di anestesista. 

Vorrei dirle anche che non ne posso più, non solo io, noi donne tutte, noi femmine della specie umana, di cui all’improvviso mi auto-proclamo paladina e rappresentante, ebbene non ne possiamo più di questa retorica sul dolore, che è parte della nostra vita, che ci tocca e che ci spetta, che ci nobilita, che ci misura in termini di valore e di spessore d’animo, che ci unisce di più ai nostri figli, che è un dolore buono, che ci fa crescere, che è la natura e via discorrendo, perché se accettiamo il progresso in tutti gli ambiti del vivere, dobbiamo accettarlo anche in questo, altrimenti torniamo a cacciare le bestie a nude mani, a pulirci il culo con le pale di fico d’india e a morire di raffreddore a trent’anni. Vorrei urlare che se partorissero gli uomini, sarebbe certamente garantita la possibilità di farlo soffrendo il meno possibile, e che non ce ne frega nulla di come si è fatto per millenni, perché per millenni le donne sono crepate partorendo, e che tutto sommato infliggere questa sofferenza a tutte le donne da Eva in poi, per una mela rubata da un albero, è una over-reazione ingiustificata anche per il Dio più misogino. 

Non dico nulla di tutto ciò, però. Ho le bolle nel cervello ma, umilmente, metto la terza pillola di misoprostolo sotto la lingua e aspetto che si sciolga. 

Distrutta, attendo la morte. Cioè la nascita. 

La fine, che poi è l’inizio.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Atipico ha detto:

    Scusa Vagi, ma nel periodo di gravidanza avete valutato la possibilità di un parto in casa o non c’erano le condizioni?

  2. metalupo ha detto:

    Perfettamente descritto, ovviamente mai provato ma letto negli occhi della disgraziata che me ne ha dati due (ok i PRIMI due).
    Questo è, sangue, merda e dolore, tantissimo dolore.

  3. Giulia ha detto:

    Ho pensato giusto dirti che, almeno per me, paladina e rappresentante di noi femmine della specie umana lo sei da almeno 10 anni (non trovo l’heart emoji dal computer, per cui te lo metto alla vecchia maniera: <3)

  4. newwhitebear ha detto:

    perfettamente descritto il motivo per cui questi momenti sono chiamati ‘travaglio’.
    Di nome e di fatto

Parla con Vagina, Vagina risponde

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