I figli li fanno anche i criceti – Il dirupo

28 giugno 2021 – Tarda sera

La terza pillola mi dà il definitivo colpo di grazia. Mi spinge giù dal burrone, in un precipizio dove smarrisco gli ultimi residui di lucidità, di buona educazione, di ritegno.

Le contrazioni sono atroci, regolari, lancinanti. Scrivo a Francesco per dargli l’addio. Se fosse qui, lo sguinzaglierei contro il personale sanitario, gli farei ribaltare l’ospedale. Oppure ribalterei lui. Se fosse qui, almeno vedrebbe cosa mi sta succedendo. Capirebbe l’entità di ciò che il mio corpo sta facendo. Ma non c’è. Non è nemmeno qui sotto, a consumare il marciapiede in preda all’ansia, avanti e ‘ndre, fumando duecento sigarette anche se lui non fuma. No, Francesco è a casa. Si muoverà quando lo chiameranno. 

Sono sfiancata dal dolore. L’unica cosa che posso fare, è attraversare questa agonia. Sopravvivere finché riesco. Con le mie sole forze. Ormai, ho capito di non poter contare sull’aiuto di nessuno. Quando non crepo di dolore, ho paura, tantissima paura. Non mi fido di chi mi sta assistendo, temo che qualcosa vada storto e non riesco neppure più a chiedere di essere visitata. Sono sola. Più sola di quanto mi sia mai sentita sola nella mia vita solitaria di figlia unica. Più sola di quando da bambina giocavo a Burraco da sola. Più sola di quando da ragazzina riempivo i miei vuoti con tantissime serie tv (telefilm, si chiamavano ai tempi). Più sola di quando sono stata single per 6 anni a Milano. Più sola di ogni rientro dalle ferie da sola in una casa in cui abitavo da sola. Più sola di ogni pranzo della domenica fatto alle 16 coi crackers Galbusera con sopra spalmata un po’ di maionese. Più sola di quando mi accorgevo che erano ormai mesi che non abbracciavo un altro essere umano. Più sola di quanto mi sia mai sentita sola, persino io che alla solitudine mi sono abituata, fino quasi a convincermi che mi piacesse. Ma questa solitudine qui, quella che sto sperimentando oggi, in questo ospedale, questa solitudine diversa, senza sconti, senza assoluzione, ha in sé qualcosa di terrificante. È la solitudine spaventosa di quando sei più di là che di qua, e non hai accanto un fiato amico. È la solitudine di chi è sul punto di crepare da solo, che in effetti morire soli è assai più arduo, e assai più amaro, del vivere soli. 

Mi lamento. Farfuglio cose, sillabe, mugugni a caso. Ho gli occhi chiusi. In certi momenti, invoco mia madre. Mamma. Mamma, ripeto. Lo faccio sempre quando sto male. Credo sia un riflesso atavico che non perderò mai. Qualcosa di primordiale, infantile, come la suzione, come la posizione fetale. La ricerca di una rassicurazione, il pensiero che riesce a scaldarti mentre c’è il gelo, l’angolo inespugnabile dell’identità in cui sei a casa, e torni bambino, e per un istante provi sollievo, mamma, ti senti al sicuro anche se sei fottuto, mamma, l’appiglio momentaneo in mezzo alla tormenta impietosa, mamma, dove cazzo sei, mamma? 

La ricciolina torna in camera per controllare come sto. 

“Male” rispondo e, di nuovo, non riesco a contenere la rabbia per la sua indifferenza di fronte al mio stato. Devo parlarne con la mia psicoterapeuta, se e quando la rivedrò: gli stronzi mi fanno incazzare e non lo so dissimulare, che a me sembra una cosa normale, ma nel gergo psicoterapeutico diremmo che in determinate condizioni di stress, sottoposta a certi stimoli, ho un problema di gestione della rabbia.

“Abbi pazienza”, mi esorta la ricciolina. 

“Sto malissimo!”, ribadisco, sconvolta dal fatto che non mi dia credito. 

“Aiutatemi…” imploro. 

“Mi DOVETE aiutare”, mi faccio più minacciosa, appellandomi a una sorta di dovere deontologico. 

Lei capisce che aria tira e si fa morbida, improvvisamente diplomatica: “Sono qui per questo”, risponde. 

Evviva, penso, finalmente mi drogano. 

“Volevo proporti una doccia calda”

A quel punto vorrei insultarla. Non lo faccio. Non verbalmente, perlomeno. Sono certa, tuttavia, che i miei muscoli facciali non trattengano l’ostilità che mi esonda dagli occhi. 

“Forse 3 ore fa poteva essermi utile una doccia calda”, mi limito a rispondere. 

Non paga, aggiungo “È totalmente escluso che io prenda la prossima pillola se prima non mi visita qualcuno”. 

“E poi voglio l’anestesista!”, ribadisco. 

La ricciolina riflette qualche secondo e poi mi chiede il permesso per controllare a quanto sono arrivata di dilatazione. Ma certo gioia, accomodati pure. Sette centimetri. SETTE CENTIMETRI. 

Quella diceva che non potevano farmi l’epidurale perché non ero dilatata abbastanza. Penso di nuovo cose poco lusinghiere in dialetto tarantino. Impreco. Contro i suoi morti. Una cosa che non si fa. Ma in certe circostanze, tutto è lecito. 

“La tua bambina ha fretta di uscire”, dice. 

Cosa credi che stia tentando di dirti da ore?

“Facciamo un altro tracciato!” mi fa. 

“Ancora?!” rispondo, praticamente in lacrime. 

“Dobbiamo farlo per forza!”

“Non ci riesco! Non ce la faccio a star ferma!”

“Ci serve per controllare che la bambina stia bene”, insiste. 

Sto singhiozzando. 

“Forza” mi dice. 

“Devo pisciare prima” rispondo. 

Vado in bagno. Mi siedo sulla tazza e il mondo si sconquassa sotto il mio culo. Sento la testa di mia figlia premere da dentro, le interiora che si rivoltano come se il mio corpo fosse un putrido calzino. Lancio un grido di terrore. Esco dal bagno senza neppure tirarmi su le mutande, facendo resistenza, serrando tutto come se stessi per farmela sotto. La bambina, intendo. 

Urlo fortissimo. 

“STA SUCCEDENDO QUALCOSA”

Stringo. Stringo e piango e urlo. 

“STA NASCENDO” sono feroce come una tigre selvatica e indifesa come una bestia spedita al macello.  

“Va bene”, si arrende la ricciolina. 

“Ti mando in sala parto senza fare il tracciato. Li avviso”

Nel frattempo, una tizia mi fa sedere su una sedia a rotelle, io non ragiono più ma, non so come, ho l’istinto di portare insieme a me il telefono. Istinto, davvero. Siamo sul serio cambiati come specie. Siamo veramente diventati homo digitans.

“Potete per cortesia chiamare il mio compagno, visto che avete il numero?” riesco a chiedere. Poi è il buio. 

Chiudo gli occhi. 

Penso che non lo chiameranno, non mi fido più, quindi lo chiamo io, mentre le ruote della sedia corrono per il corridoio, e attraversano non so quanto reparti, e non so quanti ne sveglio con i miei ululati. 

Alle 00.27 Francesco risponde. 

“VIENI!” è tutto ciò che riesco a dirgli, prima di riattaccare. 

Alle 00.28, lo chiamano dall’ospedale. 

“Ehm, buonasera, sua moglie è entrata in sala parto, ci raggiunga pure”.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. Silvia ha detto:

    Fa male leggere tutto questo…perché mi riporta alla mia esperienza di parto e mi fa ricordare tanti dettagli che speravo di aver dimenticato.
    Fa bene leggere tutto questo…perché mi fa ricordare tanti dettagli che pensavo esistessero solo nella mia testa. Spesso dopo il parto mi sono sentita in colpa e mi sono vergognata di essere stata forse “infantile” …ma la risposta é che ci sono persone in ospedale che non hanno idea di quanto sia importante il lato umano in questo lavoro…e ci lasciano sole a partorire come se fossimo ancora nell’era della pietra.

  2. Perla ha detto:

    “È la solitudine di chi è sul punto di crepare da solo, che in effetti morire soli è assai più arduo, e assai più amaro, del vivere soli.”
    Cara Vagina, sono mamma da un mese e aspetto con trepidazione i tuoi articoli, così autentici. Ho subito un cesareo d’urgenza per distacco di placenta, ero sola come un cane, il mio compagno fuori tranquillo sapendo che stavo bene, e mi hanno addormentata con l’anestesia totale dopo soli 5 minuti da quando ero seduta tranquilla a fare il tracciato…corsa con la barella stile Grey’s Anatomy. Ho provato esattamente ció che hai scritto nella frase che ti ho copiato qui. Perché io mi sono addormentata con la certezza assoluta che non mi sarei risvegliata… sto andando in terapia per elaborare questo e gli altri traumi subiti da questa vicenda, ma leggere le tue parole mi è molto di aiuto anche se l’esperienza è diversa (delle cose in comune però ce le abbiamo: figlia femmina, nata due settimane prima ed era domenica quando sono andata in ospedale). Voglio ringraziarti per aver scelto di raccontare la tua storia, sarà sicuramente di aiuto a molte altre. Grazie!! Ti saluto con affetto

  3. metalupo ha detto:

    Tutto questo alla faccia dell’omertà, di tutto il mondo del “non si dice”.
    Queste cose andrebbero raccontate nelle scuole.

  4. Marta ha detto:

    Non ho mai partorito ma ho diverse care amiche che lo hanno fatto e che mi hanno raccontato la loro esperienza. Purtroppo il tuo racconto si sovrappone ai loro… È una vergogna, è disumano, e fa persino venire il dubbio che facciano apposta a non visitare le partorienti in travaglio per non dover somministrare loro l’anestesia, con la scusa del “ops, è troppo tardi ora”. I casi sono due: o lo fanno di proposito, oppure dopo n-mila parti a cui hanno assistito non hanno ancora capito che l’utero di ciascuna si dilata in tempi diversi ed è quindi sempre opportuno tenere monitorato facendo più visite. Non so quale alternativa sia peggio onestamente.
    Da persona che lavora nella sanità, non in ambito ospedaliero, e che quotidianamente è a contatto con i pazienti, penso che dovrebbero cambiare mestiere.

  5. newwhitebear ha detto:

    di certo chi ti legge e dovrebbe figliare non lo farà più. Racconto vivido di una tortura che non dovrebbe esistere.

  6. Serena ha detto:

    Stai narrando perfettamente quello che ho provato io durante il mio travaglio 17 giorni fa! Grazie per la tua condivisione! Ci fa bene!

  7. goldie ha detto:

    A due anni dal mio parto mi ritrovo in molte delle cose che racconti. Solitudine (forse accentuata per noi che abbiamo partorito in pandemia), paura, perdita di fiducia nel personale sanitario che in teoria dovrebbe aiutarti ed omertà sull’argomento. Grazie per le tue parole, che ci fanno sentire un po’ meno sole.

  8. Caterina ha detto:

    A 26 anni non pensavo di fare un cesareo…e invece. Dopo 4 giorni di induzione, e dico QUATTRO, io continuavo a non dilatarmi così il quinto giorno finivo in sala operatoria (dopo un bel pomeriggio di ossitocina da paura).
    Solo un medico durante quei giorni terribili ha supposto che la datazione potesse essere sbagliata e che il mio corpo non fosse ancora pronto. Ovviamente nessuno è stato ascoltato.
    Ho avuto una gravidanza bellissima, una bambina bellissima ma quei giorni sono ancora vivi dentro di me.
    Grazie per raccontare tutto ciò.
    Al corso pre parto nessuno mi aveva mai parlato di induzione quando di cose da dire ce ne sarebbero, eccome!

  9. Chiara ha detto:

    Sembra la descrizione del mio parto, ormai due anni fa! Sono un medico, conoscevo perfettamente la dinamica del “troppo presto/troppo tardi” e ho giurato che avrei avuto la partoanalgesia…ma le contrazioni da induzione mi hanno resa inerme e sola.
    Non ho avuto paura ma solo tanta rabbia: in una società in cui la minima sofferenza viene immediatamente sedata dal farmaco, il parto rimane una sorta di espiazione che la donna deve accettare di vivere con dolore.
    Ora e più di prima informo le mie pazienti, l’unico momento giusto per la partoanalgesia è “quando la donna la richiede”!

  10. Eide ha detto:

    Comunque si chiama violenza ostetrica.
    Vivo in Belgio e la ginecologia e ostetricia sono di ben altro spessore. Umano. La donna è al centro ed è protetta e accudita.

Parla con Vagina, Vagina risponde

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...