Le 5 Resistenze da Single

“Come si fa?”, mi ha chiesto un’amica che da un paio di mesi è alle prese – pure lei – con una specie di relazione propriamente detta. “Come si supera la paura di essere invasi, di perdere i propri tempi e i propri spazi, la propria vita da single che tutto sommato va pure bene? La paura di essere di nuovo fregati, di ritrovarsi di nuovo a pezzi? Come si fa a proteggersi senza chiudersi a riccio, precludendosi la possibilità di stare di nuovo bene in due?”. “Tu ce l’hai fatta”, mi ha detto. “Magari hai qualche dritta da darmi”, ha concluso. Io ce l’ho fatta. A fare cosa, le ho chiesto? A non farmi più seghe mentali? A non avere più paura? A non inciampare un giorno sì e l’altro pure nella difficoltà che rappresenta includere una persona, invece che escluderla? No, non ce l’ho fatta. Ci sto provando, che è molto, molto diverso.

Come si fa a non concentrarsi sui difetti invece che sui pregi, per procurarsi la scusa necessaria a restare nella propria comfort-zone (salvo che poi,  a volte, ci sta pure una bella dose di discomfort in quella zona, però almeno è un discomfort che ci è familiare, che abbiamo più o meno imparato a gestire e quindi ci pare comunque più tollerabile)? Come si fa, eh, eh? Perché uno la fa facile. Uno pensa che il problema, la parte difficile, sia trovarlo un esemplare di pene sapiens decente (o perlomeno con un indice di casumanità abbastanza ragionevole da renderlo papabile). E beh sì, è difficile eccome. Ma non è la parte più difficile, perché poi, quando lo trovi, ammesso e non concesso che non sia la solita truffa, ebbene lì inizia la vera partita. E, fatevelo dire, la disciplina è faticosa. Lo ribadisco: FATICOSA! Ed è così faticosa perché qualunque single di vecchia data non può non inciampare nelle 5 Resistenze da Single.

1. DIVENIRE & ESSERE –> guardiamo in faccia la realtà: non siamo più ragazzine e, salvo frequentare un minorenne, è possibile che anche il nostro Campione non lo sia. Questo, se da un lato è un bene perché ci dota di quella fantomatica esperienza che dovrebbe tutelarci da un ampio spettro di fregature, vuol dire pure che abbiamo tutti la nostra storia, il nostro bagaglio di relazioni, la nostra cronologia di fallimenti, un ampio inventario di errori già commessi, di malintesi e ferite che ci portiamo necessariamente appresso. Non solo: abbiamo anche i nostri impegni, le nostre ambizioni, le idee, i traguardi, i mutui, i contratti. Da adulti dobbiamo conoscerci in un senso diverso. A differenza di quando avevamo 20 anni (che tutto sommato ci accoppiavamo con più flessibilità e ci univamo senza troppa fatica) la proporzione tra il divenire e l’essere è invertita. Per carità, eravamo anche allora, e diventiamo anche adesso, ma siamo persone costituite molto più di quanto lo fossimo prima. I nostri ego sono edificati (non sempre a norma, infatti a volte crollano) e le persone che siamo, spesso lo siamo diventate da sole. Con il prezioso contributo di terzi (e quarti, e quinti, e sesti), ma il perimetro della nostra identità non è stato dettato da un partner, non si è definito in contiguità a quello di un’altra persona a cui ci legava una relazione sentimentale apparentemente “definitiva”. Insomma, siamo ciò che siamo, coi nostri pregi, le nostre storture e i nostri irrisolti. Comprenderci e renderci intelligibili a un altro essere umano è impresa tutt’altro che banale.

2. LA LOGISTICA –> Al netto dell’enorme dispiego di forze emotive, empatiche e psicologiche (che assorbiranno ore di vita in dialoghi sfiancanti, infarciti di riflessioni intro ed esterospettive), c’è proprio che bisogna avere la capacità e la voglia di adattarsi. Se sei abituata ai tuoi famosi “spazi“, non ti viene facile cederli. Se sei abituata ad avere il tuo TEMPO per te, a disporne al 100%, è evidente che anche una riduzione del 30% sarà rilevante nell’economia della tua vita. Per dirla facile: quelle ore passate a snocciolare intere stagioni di serie tv, a leggere libri speditamente, a condurre interminabili sessioni di whatsapping con le tue amiche alla sera, a farti la manicure e la pedicure serenamente, ebbene tutte queste attività – soprattutto all’inizio – sembrano svanire dalla tua quotidianità. E sarà destabilizzante. E varrà per il tuo equilibrio circadiano/alimentare/intestinale/sociale e in alcuni casi persino professionale (perché voglio vederti al meeting delle 9 dopo che hai fatto le 3 di notte a fare all’ammore di mercoledì sera travolta dall’impeto della prima passione). Il risultato sarà che avrai arretrati di tutto (email e mutande da lavare), ti parrà ci sia più caos di prima, ti sentirai in una specie di ipotiroidismo esistenziale costante. Però ci sarà anche altro di mezzo, quindi tendenzialmente procederai.

3. LA NEGOZIAZIONE –> un altro dato di fatto, quando sei una donna adulta single, è che nelle tue precedenti relazioni non hai trovato la formula giusta, l’alchimia necessaria alla sopravvivenza del rapporto. Quasi tutte, infatti, abbiamo vissuto parentesi oscure nelle quali siamo state donne-zerbino e altre in cui siamo state donne-tiranne. E la soluzione del rebus – questo è un dato – non l’abbiamo mica trovata. Sedendoci al tavolino di una nuova relazione, dunque, dovremo capire quanto di noi siamo disposte a cedere e quanto a trattenere. Quali parti della nostra individualità dobbiamo assolutamente presidiare nonostante l’insinuazione del Maschio e cosa, invece, possiamo rielaborare insieme. Ora, detta così pare una faccenda complicatissima, e in parte lo è, ma non vorrei scoraggiarvi. Di fatto, oltre alla razionalità, ci guida anche l’istinto. Ed è vero pure che a forza di fare pratica, si impara. E che, altra cosa importante, questo negoziato non è unilaterale. Se il Candidato ha le carte in regola, possiamo aprire la trattativa con lui e usare tutti gli strumenti in possesso di entrambi per condurla a buon fine.

4. IL RISCHIO –> Sì, iniziare una nuova relazione è rischioso, certamente lo è. D’altra parte la cosa più rischiosa che possiamo fare con la vita è viverla. E vivendola, ci esponiamo al pericolo di danneggiarci e danneggiare, di collezionare nuove delusioni e di procurarne, di perdere quell’ultimo barlume di fiducia nel genere umano che – a torto o a ragione – continuiamo a nutrire. Lo sappiamo bene perché le contusioni ce le portiamo addosso. E qualcuno si porta addosso quelle che gli abbiamo elargito noi. Potremmo dire che a un certo punto si tratta di “scegliere” se rischiare o meno, ma la verità è che nei casi migliori non si sceglie nemmeno. Nei casi migliori si asseconda la vita e basta, cercando di non auto-boicottarsi troppo, con la consapevolezza della fallibilità che ci distingue ma con la speranza che si possa incontrare un buon compagno con cui fare squadra almeno per un po’. Abbiamo la sfortuna, ma secondo me è un privilegio, di non credere più alle favole, di aver debellato le tracce disneyane dalla nostra identità, di aver assistito alla fine dell’eternità. Abbiamo, in altri termini, gli strumenti per valutare, e per capire, l’altro e noi stesse (perché poi oh, magari ci sta che la dimensione di “coppia” proprio non ci calzi, tipo i jeans skinny, bisogna averci la conformazione fisica per starci dentro, altrimenti ti ci senti ineluttabilmente a disagio).

5. IL MAGO OTELMA –> proprio perché ormai sappiamo come gira il mondo, poiché abbiamo visto fiumi e affluenti di merda scorrere sui letti della nostra vita, quando ci fermiamo a pensare con lucidità al fatto che stiamo mettendo la nostra felicità (perlomeno una porzione di essa) nelle mani di un altro essere umano (peggio mi sento, un uomo), sotto l’egida della relazione eterosessuale monogama ed esclusiva, è chiaro che un brivido di terrore non possa che percorrerci la spina dorsale. Buona parte della mia vita sentimentale, per esempio, si è fondata su schemi ricorsivi, dinamiche pluri-collaudate da tutte le disfatte amorose che mi hanno vista partecipe e interprete (in ruolo offensivo o difensivo, non è rilevante). Insomma, sono l’indovina della tragedia, precorro le malefatte, le intuisco, le realizzo, le subisco. Ho il potere divinatorio di individuare subito il marcio e concentrarmici. Se ho sbagliato in passato, sbaglierò di nuovo. Se hanno sbagliato con me in passato, continueranno a sbagliare. Ora, questo in parte è plausibile, ma solo in parte. Non è mica detto che ciò che è accaduto debba ripetersi. Non è mica detto che le persone siano tutte uguali, che sottoposte alle stesse sollecitazioni rispondano in maniera identica. Non è detto che noi stesse non siamo cresciute, anzi. E non è detto neppure che questa relazione sia comprata al grande magazzino dell’amor pubblico e non piuttosto cucita su misura sulle due persone che la pongono in essere, una storia unbranded, fuori dalle etichette dell’amor borghese.

Insomma, le domande che mi ha posto la mia amica non mi sono parse banali, né puerili. Esse hanno, anzi, messo in luce una serie di meccanismi di auto-difesa che io stessa distinguo in me stessa. E non so se alla fine sia riuscita a risponderle come avrebbe voluto, perché non conosco soluzioni infallibili, formule vincenti, brevetti segreti. So solo che ci provo. Con trasparenza, con fiducia, con onestà. Dicendo ciò che penso, senza l’idea di dover dimostrare qualcosa, di dover aderire a un’immagine formale, di dover riempire la casella vuota nella vita di un altro. Dicendo ciò che penso, anche delle mie difficoltà e dei miei limiti, con la franchezza che userei con un amico, un pari, un socio, un adulto, un compagno. E per il momento va bene così.

 

 

Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Incontri d’Estate

Andiamo alla spiaggia di Mugoni”, mi ha detto. “Non è la più bella, ma non è incasinata come Stintino, è riparata dal Maestrale, l’acqua è sempre pulitissima e c’è anche qualche bar”, ha aggiunto.

Va bene”, ho risposto, con l’aria della terrona in astinenza da spiaggia, quella che quest’anno c’ha i giorni di mare contati, di più, contatissimi, e quindi sarebbe capace persino di immergersi a Cervia. Beh no, dài. Ora non esageriamo. Insomma, a me va bene qualunque mare, siamo in Sardegna e, basandomi su ciò che chiunque mi ha sempre raccontato di questo posto, qualunque mare sarà bello.

Passa a prendermi alle 10.30, ha comprato il pranzo al sacco, due pezzi di “Focaccia del Milese”, che ad Alghero è un’istituzione, una roba che devo assaggiare per forza, “La segnalano anche nelle guide”. Ha scelto la variante veg però, dopotutto vengo da Milano, chissà che paturnie alimentari, chissà quante intolleranze e allergie ho. Si chiama Costantino, ha 36 anni, ad Alghero ci è nato e ci è cresciuto. Non se ne è andato, perché è uno di quelli che del loro posto hanno voglia e bisogno. Ha fatto l’Istituto d’Arte e pure il rappresentante d’istituto, molto orientato a sinistra, ci tiene a precisare, con un pelo di inquietudine da “non so quale sia il tuo orientamento”. Mi racconta con fierezza di quell’autogestione che avevano fatto per protestare contro la riforma Berlinguer. Due settimane, era durata due settimane! “La gente ancora se la ricorda”, mi fa.“La mia unica occupazione è durata un pomeriggio”, gli ho risposto “gli studenti sono tornati a casa a mangiare la pasta asciutta la sera, vedi che crollo dell’impegno politico nel giro di pochi anni?”, gli faccio notare.

Suo papà lavorava al petrolchimico e sua madre gli ha insegnato fin da piccolo a fare i mestieri in casa. Aveva un negozio di cornici, ha lavorato pure per Marras e Fresu, poi però la crisi, le spese, i costi vivi. Ha lasciato il negozio al suo socio e oggi fa ciò che molti di noi fanno: s’arrangia, sopravvive, studia, non smette di imparare. E, tra i vari metodi di sopravvivenza, collabora con la Società Umanitaria Alghero, che organizza la rassegna itinerante Cinema delle Terre del Mare, alla quale sono stata invitata per presentare il romanzo. Per questo ci siamo conosciuti, perché mi doveva recuperare in aeroporto e poi portarmi da un punto all’altro della città. Nel mentre, però, abbiamo parlato un sacco.

Abbiamo parlato di Alghero, naturalmente, che è stato il luogo da cui il turismo è partito in Sardegna, e dell’enorme patrimonio storico, artistico, archeologico, naturale, minerale della regione. “Troppo, ne abbiamo troppo, così tanto che non riusciamo ad apprezzarlo, a rispettarlo”.

Abbiamo parlato delle centinaia di nuraghi censiti, delle spiagge e delle riserve naturali, degli innumerevoli scenari dell’isola, di quanto la “continuità territoriale” sia perlopiù teorica. Ma abbiamo parlato anche di dating app, di liquidità della società, di Geppi Cucciari, di Michela Murgia, di quella signora vetero-femminista che c’era alla presentazione, che io temevo mi avrebbe cazziata e invece alla fine s’è avvicinata e m’ha fatto complimenti bellissimi e io quasi non ci credevo. Abbiamo parlato del modo in cui la modernità s’è incastrata con quella radice assai rurale della regione. Dello “stipendificio” di Porto Torres, delle bonifiche ambientali impossibili da fare, di quanto anche a Taranto sia così, di quanto a Taranto la situazione sia persino peggiore.

Soprattutto, abbiamo parlato di quei terreni che Aga Khan comprò in saldo, a suo tempo, prima di edificarci sopra la Costa SmerDalda, come la chiama lui, e io lo trovo geniale, e rido, e penso che sì, è vero, è un po’ ciò che è successo anche al Forte (dei Marmi), a Santa (Margherita), a Cortina. “Quanti miliardi volete? ha chiesto Aga Khan ai pastori. Quelli sai cosa gli hanno risposto: ma quali miliardi?! Noi vogliamo i milioni! Capisci l’ignoranza? È così che ci siamo fatti colonizzare per due soldi!”.

Noi siamo abituati a farci invadere, qui ci sono venuti tutti, ad Alghero si parla pure il catalano; abbiamo risorse infinite e stiamo morendo di fame”. E io l’ho ascoltato, Costantino, parlarmi della sua terra, mentre ci facevamo il bagno, mentre squamavamo al sole, mentre prendevamo un caffé nell’entroterra e mi raccontava quanto più denso fosse il tessuto sociale, il senso di comunità, quando lui era bambino. L’ho ascoltato mentre tornavamo verso il B&B in campagna dove ero ospite, con quell’amore sofferto e incondizionato che alcuni di noi provano per il luogo in cui sono nati. E non importa, in definitiva, se siamo rimasti o se ce ne siamo andati. Riconosciamo i nervi scoperti, i compromessi, la fatica di andare e il coraggio di restare e provare a migliorare le cose. Ritrovo in lui la passione che il mio amico Peppe usa quando parla di Taranto, la rabbia di mio cugino (che ha l’età di Costantino) quando parla delle inefficienze e dei disservizi, dell’inquinamento, della corruzione, dell’abusivismo. Riconosco così tante emozioni che mi sento a casa, mi sento tra amici, mi sembra di conoscere Costantino da anni e lo conosco da soli 2 giorni.

Devi tornare, tornaci in vacanza, girala, la Sardegna è tutta bella”, mi ha detto, prima di salutarmi. “Non ad agosto, vienici a giugno, oppure a luglio, oppure a settembre”, ha aggiunto. “E comunque avevo letto quelle cose terribili che scrivi, pensavo mordessi, invece sei dolcissima“, ha concluso.

Gli ho promesso che tornerò, che la visiterò, che chiamerò lui e le altre persone che ho conosciuto. Perché è esattamente questo che penso mentre mi avvio ai controlli in aeroporto, per tornare a Milano in data OTTO AGOSTO. Penso a quanti sorrisi, quante storie, quante chiacchiere, quante vite ho incrociato in 48 ore. A quanto mi sia sentita accolta, a quanto sia stato bello, a quanto mi abbia sorpresa perché dei sardi si dice che siano persone piene di spigoli e asperità. E io, invece, ho conosciuto soprattutto bella gente, bella nel senso immediato del termine, solare e autentica. Semplice e per nulla banale.

Penso a quanta voglia ho di tornare a scoprire questa terra e queste persone. Questa fucina di storie e di contraddizioni, di natura e di vita.

PS: inoltre io Costantino devo ringraziarlo anche perché senza di lui non avrei mai scoperto questa esilarante imitazione di Michela Murgia trasmessa da una rete locale.

Quando Meno Te l’Aspetti

Mettiamo subito le cose in chiaro: mai, mai, mai nella vita, mai neppure se mi mettessero gli elettrodi sotto le piante dei piedi, se mi torturassero come i narcotrafficanti sudamericani, se mi legassero a una seggiola e mi spalancassero gli occhi come ad Alex di Arancia Meccanica obbligandomi a un binge watching estremo di Temptation Island, neppure se mi imponessero di ascoltare per intero l’album di Fedez e J-Ax, ecco neppure in quel caso direi una di quelle frasi odiose, insopportabili, che ti fanno venire il Cristo Immediato, tipo: “L’amore arriva quando meno te l’aspetti”.

La ragione, assai semplice, è che chi l’amore non ce l’ha, se l’aspetta (e se non se l’aspetta, c’è comunque un fittissimo tessuto sociale che s’aspetta che se lo procuri). D’altra parte è facile non pensarci se l’hai trovato già (come dire che “i soldi non sono un problema”, per chi ce li ha). Ma, soprattutto, in che modo dovrebbe essere incoraggiante o consolatorio pensare che chi se ne sbatte altamente la uallera lo trova, mentre noialtri no? Insomma, mai mi sentirete proferire una frase del genere. Tuttavia, per onestà, devo ammettere che io non ci stavo pensando affatto.

Non che mi fossi dimenticata della mia cronica singletudine, che a un certo punto per me è diventata come un tatuaggio, un piercing, una cicatrice che non t’accorgi neppure più d’avere se qualcuno non la indica o non ti chiede cosa significhi, o come te la sia procurata. Semplicemente ero molto presa da altro. Era la settimana di uscita del romanzo, figurarsi se stavo a pensare al maschio-che-non-ho; m’aspettava un discreto rendez-vous di lancio: presentazioni, interviste, trasferte, photo-shoot. E ne ero ben lieta, sia chiaro, poiché nella mia vita scrivere è stata sempre l’urgenza più forte, forse l’unica, vera. Insomma, era la settimana in cui si realizzava un sogno di lunga data, a suo modo più importante di un partner, di un progetto familiare, di una discendenza al Trono di Pulpo. Pensavo semplicemente ad altro, quando ho incontrato una persona.

“Chi è? Com’è? Quanti anni ha? Cosa fa? A chi appartiene? Sta sposato?” sono solo alcune delle domande che le mie amiche mi hanno posto, tutte mediamente sconvolte dal fatto che io abbia accolto questo esemplare di maschio nella mia vita, senza neppure convocare un summit, inviare 1 terabyte di screenshot, avvalermi di consulenze psichiatriche, imbastire analisi semiologiche dei suoi post sui social. Insomma, le capisco pure: quando sei single da una vita, quando sei LA SINGLE del gruppo, quando la gente ha ampiamente perso le speranze (per quanto ufficialmente ti dica ancora “arriverà”), tu che fai?! Senza battere ciglio, zitta zitta, aumma aumma, incontri uno e le cose filano. Ma poi così. All’improvviso. Senza chiedere il permesso. Insomma, ne converrete: è un atteggiamento bizzarro.

Naturalmente io stessa vivo momenti di profonda crisi mistica. Cos’è sta roba qua? Che significa? Che vuole questo da me? Come si permette? Ma poi come lo devo chiamare? Boyfriend? Non ho mica 14 anni. Fidanzato? No, per l’amorediddio. Compagno? Madonna l’ansia. Ragazzo? Amico? Accompagnatore? Frequentante? Persona? Homo Sapiens? Più uno? Mr. Pig? Come dovrei definirlo, etichettarlo, questo tizio che, senza tema di trauma emotivo, ha deciso di usurparmi il sonno, di compromettermi il già precario equilibrio intestinale, di riempire i vuoti che c’erano, di indurmi a illuminare gli angoli bui di me stessa? Come dovrei chiamarla, questa roba che mi spinge fuori dalla tana, che mi obbliga a indagare i miei limiti, tutti quei difetti che comodamente ignoravo da anni, decidendo che un dialogo umano, personale, intimo davvero, non lo avrei avuto più? E poi, quanto durerà? Quando mi stancherò? Quando inizieremo a trovare insopportabili tutti quei dettagli dell’altro che in prima istanza ci avevano attratti? Quando inizieremo a starci sul cazzo, a litigare, a urlare, a piangere? Quando ci annoieremo? Tra quanto avremo voglia di altro? Quand’è che rovineremo tutto? Riuscirò a non sentirmi oppressa? Riuscirò a sopravvivere a questa cosa, questa disciplina amorosa nella quale non sono stata brava mai? Cambiamo? Sono cresciuta? Ma non si dice, in fondo, che chi nasce tondo non muore quadrato? E tutti quegli schemi ricorsivi? Quei pattern emotivi? La coazione a ripetere? La negoziazione degli ego? E tutta quell’architettura di alibi, e tutte quelle agili categorizzazioni dei tipi umani e dei sentimenti, cosa me ne faccio adesso? Ce la posso fare a sopravvivere a un altro fallimento? Sono davvero disposta a espormi al rischio di dover ricomporre di nuovo i cocci? È forse vero che crescendo diventiamo più forti o siamo, invece, solo più stanchi? Solo più fragili? Perché è così “giusto”? Dov’è la fregatura, il bug, la sòla? E ammesso e non concesso che non ci sia nessuna truffa aggravata dietro, resta il fatto che cambiare status è uno sbattimento immane. Perché uno pensa che valga soltanto per quelli che sono accoppiati e poi si ritrovano catapultati – per volontà loro o loro malgrado – sul mercato dei single. E invece no! E invece non è così! È uno stress pure all’incontrario! Perché uno la sua singletudine l’arreda, la ristruttura, colora le pareti, riempie i mobili, appende i quadri ai muri. Uno la propria singletudine, a volte, diciamolo, la sceglie pure. Non è che sia sempre una iattura. Non è che sia sempre un fardello di cui liberarsi. Uno alla fine nella sua singletudine ci si identifica persino. Specialmente io che da anni ne scrivo, della mia singletudine. E mò di che cazzo parlo?

Per non entrare poi nel merito dell’amore in sé. Voglio dire: ci sono cose che uno sa fare e certe altre che uno NON sa fare. Tipo quelli che sono portati per le lingue o per la matematica. Io per esempio so scrivere i bigliettini di auguri ma non so cucinare. So organizzare eventi fighi ma non so contare. E tra le cose che non sono buona a fare, c’è amare.

Amare è una roba che non mi riesce bene mai. Non riesce bene quasi a nessuno, a dire la verità, ma la gente non se ne accorge, mentre io lo vedo con chiarezza che in amore sono una merda. In amore peso e soppeso, offro ma pretendo in cambio, e quando mi sento in credito sono peggiore di Equitalia. Quando sono amorevole spesso lo faccio solo per sentirmi dire “brava”. Per narcisismo. Per auto-compiacimento. Per conquistare potere. Uso le persone. Le manipolo. Le danneggio persino. E sono talmente sega che danneggio pure me stessa. Io di amare forse non sono neppure capace. Io dall’amore dovrei ritirarmi, consegnare in bianco, andare via.

“…e invece a volte il cuore ci fa dei regali”, m’hanno detto. Che sono serena, m’hanno detto. Che mi brillano gli occhi. Che, straordinariamente, si vede che sono felice, persino io che felice non lo sono stata mai. E quindi, insomma, che devo fa?

Correre il rischio, temo. Godermela, finché dura. Non invocare disgrazie e complicazioni, che tanto arriveranno comunque.

Vivere, sostanzialmente.

<<e così soltanto, solo vivendo, solo non ritirandoci dalla partita, ballando anche nei momenti in cui la musica si spegne e ci imbarazza col suo silenzio, continuando a giocare e a perdere, a cadere e a rialzarci, a sporcarci e a ripulirci, così soltanto possiamo capire i perché e i per come di noi stessi, di chi amiamo e di chi odiamo.>>  

[allego un fotoreperto, pieno di rughe e di felicità]

Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.

Fai Uno Squillo Quando Arrivi

Fai Uno Squillo Quando Arrivi, il mio romanzo edito da Rizzoli, esce OGGI.

Sì, insomma: today is the day. Dopo mesi di esilio creativo, notti insonni, picchi d’ansia, nervosismo, agitazione, rivoli di sangue al naso, esso c’è, esiste, è un oggetto, si può prendere in mano (che detta così…), 380 pagine di autentiche pugnette femminili doc, in perfetto stile vaginale! Qualora voleste, come dire, leggerlo, possederlo, regalarlo alla vostra #bff, potete trovarlo in tutte le librerie (se non ce l’avessero, voi schifateli un poco e poi chiedete al libraio di ordinarlo, che in un paio di giorni v’arriva) e negli store online! Esce in formato cartaceo (che la carta è sempre la carta), ma pure ebook, kindle, whatever.

E niente, potrei dirvi: ACCATTATEVILL (e non sarei falsa, per un’esordiente è importante che il libro non lo comprino solo i parenti e gli amici, come dire) ma vorrei dirvi, ancora prima, che questo libro parla di amore, di relazioni, di dating app, di sexting, di sesso occasionale e di sesso fatto bene, di aspettative sociali, di maternità, di omosessualità, di ex che ritornano e del coraggio di rimettersi in gioco in amori nuovi. È un libro che parla di amicizia, di umanità, di comprensione, di conflitto. Parla del Nord e del Sud, del centro e della periferia, dei dilf e dei millennial. Parla dei rimpianti che nutriamo, perché non è vero che bisogna aspettare gli 80 anni per avere dei rimpianti, e della possibilità di elaborarli. È un libro che parla sostanzialmente di vita, di ciò che succede tra i 20 e i 30 anni, di come si cresce, di come si matura e di come per diventare persone migliori sia necessario anche accettare i propri fallimenti, assumersi le responsabilità delle proprie scelte e non subappaltare più a terzi le ragioni di quelli che siamo. Che detta così pare un piombo, ma invece è pure divertente. È pure leggero perché, a parte parlare della post-modernità emozionale nella quale viviamo, ci riporta indietro con la memoria, tira fuori dall’armadio scheletri trash che avevamo dimenticato, rievoca ricordi e sensazioni sopite. Non meno importante, in questo libro si parla tanto di Milano e si parla tanto di Taranto, e leggendolo scoprirete di voler conoscere meglio entrambi i luoghi. Infine, la musica: c’è un sacco di musica figa dentro (figa, perlomeno, per i miei criteri assoluti), che potete ascoltare qui, dove trovate la soundtrack completa del romanzo, perché chi l’ha detto che un romanzo non può avercela una colonna sonora?

Insomma, spero che questo romanzo vi piaccia, che vi risulti se non altro godibile, insomma che non vi faccia cacare (e qualora vi facesse cacare, ditemelo con dolcezza), che vi diverta almeno un po’ e che vi emozioni, com’è successo a me mentre lo scrivevo. Spero che viaggi nelle vostre valige questa estate, che giaccia sulle vostre mensole, che veda tante belle spiagge e anche dei percorsi di montagna; che sia racchiuso in incarti colorati e donato alle vostre amiche; che veniate alle presentazioni, alle quali mi auguro di dire qualcosa di intelligente anche se è sistematico che quando sono chiamata a dire qualcosa di intelligente pronuncio solo idiozie. Insomma: mucha mierda, in culo alla balena, in bocca al lupo, dita incrociate, pure quelle dei piedi e stiamo a vedere un po’.

E intanto, anche un grazie, a chi questo blog lo legge da anni, a chi ne condivide i contenuti, a chi lo commenta, a chi ne parla, a chi spende il proprio tempo per confrontarsi sulle faccende più disparate (e, a volte, dispErate), a chi mi scrive, a chi mi racconta le sue esperienze, a chi ha contribuito a creare questo piccolo spazio dell’indérnet e a tenerlo vivo negli anni.

E niente, ciao ❤

ps: per avere aggiornamenti puntuali e costanti su novità, eventi, presentazioni, consiglio umilmente di mettere like qui e niente, direi che per il momento qui è tutto. Ci aggiorniamo presto. Passo e chiudo. Anzi, socchiudo.

Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.