Management delle 30enni

Qualche tempo fa un mio amico millennial, sì, insomma, uno di quelli leggermente sotto i 30 anni, con i tratti tipici della virilità contemporanea, si lamentava delle ultime tizie con cui era uscito. Ragazzine, diceva. Troppo immature per lui. Troppo poco interessanti (adoro gli uomini, quando si sentono Jean-Jacques Rousseau e si lamentano della poca profondità delle donne che incontrano).

Così io, facendo sfacciatamente gli interessi della categoria, mi sono lanciata in un’appassionante televendita delle 30enni. Ne ho elencato pregi (essere indipendenti, con un discreto appetito – se capite cosa voglio dire – combinato con l’esperienza; più capaci di quanto fossimo 10 anni fa di gestire i nostri scompensi emotivi, più empatiche, più consapevoli e così via). D’altro canto, mi sono sentita in dovere di metterlo in guardia su una serie di errori o pericoli nei quali potrebbe incautamente incorrere. Poi ho pensato di rendere questo servizio alla popolazione mondiale, spiattellando i frutti di quelle chiacchiere qui sul web ed elencare DIECI comportamenti che sarebbe consigliabile NON attuare nel caso in cui non si abbiano intenzioni, come dire, vagamente, ipoteticamente, genericamente “””serie””” con una 30enne.

Partiamo col dire che, com’è noto,  le relazioni si fondano su uno scambio di segnali, di input, di output, di stimoli e reazioni, di sollecitazioni e risposte. Quindi, se volete, amici uomini, evitare che prima o poi la 30enne vi prenda e vi appenda al muro pretendendo di DEFINIRE che cazzo di rapporto avete, provate a seguire i seguenti accorgimenti. Ma prima, lasciatemi spezzare una lancia in favore delle mie esimie colleghe: sappiamo tutti benissimo che questo patema di taggare e meta-taggare le relazioni risulta decisamente poco cool; d’altra parte è pur vero che quando passano i mesi e ci si ritrova in una situazione sentimentale che non si capisce che cazzo sia, qualche domanda una se la fa; è vero pure che l’hic et nunc, il vivere alla giornata, lo step by step, col quale siamo cresciute da quando c’avevamo 17 anni ci ha letteralmente scatafasciato i coglioni, anzi, le ovaie, le tube e tutto l’armamentario completo; è vero pure che se avessimo voluto “navigare a vista” per il resto dei nostri giorni, avremmo fatto il concorso in Marina, e invece una pur minima direzione ci piacerebbe averla, perché l’amore sia una bussola in una vita già piuttosto complicata di per sé, invece che una misteriosa dimensione nella quale non esistono punti cardinali, né sopra, né sotto, né alto, né basso e neppure la destra e la sinistra che ormai, si sa, non esistono più in generale (soprattutto la sinistra, non esiste più); non ultimo c’è il tema dell’esclusiva, della monogamia che – siamo franchi – è una scelta che facciamo, non un istinto – se non per i primi 5 mesi, periodo di vita medio di qualunque innamoramento; vale a dire: faccio i cazzi miei oppure no? Te li fai oppure no? Stiamo costruendo qualcosa e quindi mi metto il tubero in salamoia, oppure stiamo solo ingannando l’attesa di qualcuno più speciale di me e più speciale di te?

Lo so, amici uomini, c’avete già il mal di testa. Per voi è tutto più semplice e noi per questo vi invidiamo, credeteci. Ma se non vogliamo che il genere umano si estingua, se non vogliamo alienarci nei nostri microcosmi di genere, dobbiamo provare a capirci. Se fate le seguenti cose, sappiate che la donna (qui parliamo delle 30enni ma secondo me la faccenda calza anche su altre fasce anagrafiche) interpreterà il vostro rapporto in chiave sentimentale e, anche se lo nasconderà, inizierà a chiedersi se piacerà a vostra madre. Se rito civile o religioso. Se un banale ristorante o villa con piscina, catering e dj set.

  1. Farsi sentire tutti i giorni.

2. Mandarle, tutti i giorni, il buongiorno e la buonanotte. –> questa cosa crea serialità, quindi dipendenza. E rievoca in noi reminiscenze adolescenziali di quando il fidanzatino ci chiamava tutti i giorni, alla stessa ora e chiacchieravamo fitto-fitto chiuse nella nostra cameretta prima di cena.

3. Abbracciarla per strada, in luogo pubblico. Si può ammettere l’abbraccio strumentale al limone, naturalmente. Ciò che davvero ci confonde, sono cose come CAMMINARE ABBRACCIATI. Esagero: CAMMINARE MANO NELLA MANO. Se fate questa cosa, noi iniziamo a guardare il nostro riflesso (nostro + vostro) nelle vetrine, nei portoni, in qualunque superficie riflettente –> ergo, ci visualizziamo – letteralmente – come COPPIA

4. La mazzata definitiva, quella che suggellerà per sempre la vostra immagine insieme, l’errore capitale (sempre ammesso che voi la vogliate come amica con benefici, e non come vostra morosa) è farvi i SELFIE INSIEME. Dovete capire che a quel punto lei penserà che forse davvero sta succedendo. Passerà lassi di tempo non calcolabili a scrutare il vostro ritratto congiunto su pixel, pensando che siete molto carini, diversi, fighi, teneri, simpatici. Spammerà tutte le sue amiche con i vostri selfie, raccogliendo emoticon assortite e cuori variopinti da tutti gli angoli del pianeta. State attenti: NON SI FA. Voi, nella vostra purezza, nella vostra semplicità, penserete che non significa nulla. Che pure tra amici ci si fanno i selfie insieme. Certamente, ma tra amici non si tromba e non si fanno tutti gli altri punti che ora elencheremo.

5. Il sesso. Ok. Si può fare sportivamente. Lo sappiamo benissimo. Solo che farlo sportivamente per 8 mesi di fila, per esempio, è diverso da farlo sportivamente per 3 volte nella vita. Se poi dopo, non so, si resta insieme, si chiacchiera, ci si abbraccia, si dorme insieme, e ci si sveglia insieme, e si fa colazione insieme, e si rifà all’amore, e se questa cosa inizia a succedere tutti i weekend, e poi anche qualche volta in settimana, insomma, lo capite anche voi che i sintomi assomigliano più a quelli di una relazione che di una one-shot, no?

6. Farvi un weekend fuori insieme. Allora, raga. La 30enne single che ha passato gli ultimi anni della sua vita ad andare in vacanza con le coppie di suoi amici, etero o gay; oppure con viaggi avventure nel mondo a scarpinare nella giungla e a dormire in 12 in una casa con un solo cesso e tanti mosquitos; oppure DA SOLA raccontando poi al ritorno di essersi sentita molto indipendente e molto onnipotente, CREDETEMI, darà un valore ENORME al vostro primo weekend fuori insieme. Ve lo dico solo perché lo sappiate, perché così è. Voi penserete che sì, tutto sommato meglio andare con lei che con il vostro amico che emette indesiderate flatulenze. Lei si chiederà se voi piacerete ai suoi genitori.

7. Conoscere i suoi amici, presentarle i vostri amici, ed essere affettuosi davanti a entrambi. Passerà giorni a raccogliere feedback dai suoi amici su di voi, e passerà giorni a bramare feedback dei vostri amici da parte vostra. Ci terrà un casino che voi piacciate ai suoi, e che lei piaccia ai vostri. E qualora così fosse, inizierà a pensare che siate perfetti e che dovete, proprio DOVETE, stare insieme, perché quando ricapiterà uno che vada bene ai suoi amici? Del resto, a voi quando ricapiterà una unica e irripetibile come lei? Non voglio spaventarvi, voglio che siate consci.

8. Se le mostrate le foto della vostra famiglia, avrà voglia di conoscerla. Se le mostrate le foto della casa che state scegliendo, avrà voglia di arredarla con voi. Immaginerà quando negli inverni freddi vi rintanerete lì insieme. E quando nelle calde estati inviterete i vostri amici a fare un aperitivo sul terrazzino. Nei casi più irrecuperabili penserà a quando inviterete sul terrazzino la sua famiglia, o la vostra famiglia, tecnicamente un incubo al quale andrebbe incontro senza esitazioni, nella leggerezza della fantasia vaginale.

9. Dirle che vi manca quando non c’è. Questa è pesante amici. Maneggiatele veramente con molta cura delle dichiarazioni così importanti. Poi quella si pensa che le volete bene, che siete innamorati, che avete finalmente capito che è speciale e che non volete perderla. Che siete diversi dagli altri. Io dico: perché dovete alimentare invano simili illusioni? Su. Siate bravi (sempre a meno che non pensiate – consapevolmente – di volerla come vostra partner; e sempre che ci teniate a evitare quel momento in cui – se non è abbastanza pudica – vi dirà cose come: “Mi avevi detto che ti mancavo!! Cos’è che ti mancava eh? Eh??”, immediatamente dopo il vostro puntuale “non sono pronto” – “non me la sento ancora” – “in questo periodo…” – “non sono abbastanza maturo”)

10. Farle un regalo. Non lo so. Molta attenzione su questo punto. Ci sono contesti in cui diventa imprescindibile, tipo che se vi frequentate da un semestre e la vedere IL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO, sarà sconsigliabile presentarsi a mani vuote, si capisce. Qua non entro nel merito perché dipende, siete precari o siete i nipoti di Moratti? Che tipa è lei? Quello che posso dirvi è che dovete valutare qualcosa che sia personale, ma non troppo. Se la relazione non è importante NON regalatele assolutamente nulla di jewelry. Intendo neppure il braccialetto di merda di cautchù. Sappiate che la gioielleria è il punto d’arrivo dei regali di qualunque donna. La gioielleria, di qualunque livello sia, dice una cosa sola e una soltanto: COMMITMENT. ATTACHMENT. IMPEGNO. Nei casi più irrecuperabili, persino Accessorize può dirlo, a una che abbia voglia di intendere ciò. Quindi voi andate sul sicuro: prima ci sono i libri, i massaggi, le borse, le sciarpe, i profumi, le creme, le maglie, le scarpe. Poi gli orecchini (la prendete alla lontana). Poi il braccialetto. Poi la collanina. Poi qualunque cosa che vada indossata su una delle 10 dita (non necessariamente l’anulare sinistro). Ok?

Io ho concluso e spero di aver chiarito alcuni elementi sui quali palesemente noi donne mettiamo tantiiiiiissimo significato (e spesso lo facciamo da sole). Voi fate la vostra parte, siate bravi, cooperate, siate un poco etici che ormai siete grandi. Avanti.

Quando Sarai Madre

“Quando sarai madre, capirai”.

È una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso durante la mia adolescenza. Me la diceva mia madre, quando criticavo qualche sua politica genitoriale, quando improvvisavo scioperi della fame o conducevo proteste passivo-aggressive per rivendicare qualche diritto da teen-ager, ingiustamente negato. “Quando sarai madre, capirai”, mi diceva. Oggi ho 31 anni, non sono madre e non so se lo sarò mai, però, vorrei dirle, ci sono un sacco di cose che ho capito lo stesso. E, vorrei dirle, penso spesso al nostro rapporto.

Ripenso a quando da bambina le rispondevo male, e dovevo farlo così spesso che mi ero guadagnata il soprannome di “lingua biforcuta“. Vorrei dirle che ripenso a quando mi chiedeva di fare qualcosa in casa e io rispondevo che l’avrei “fatto dopo”. E dopo neppure lo facevo. E che ero una stronza, a non accorgermi di quanto avesse bisogno del mio aiuto. Vorrei dirle che mi darei una sberla in faccia per ogni volta che in faccia le ho sbuffato. E per ogni volta che mi sono lamentata di ciò che non c’era nella dispensa, e per ogni volta che ho fatto storie per il piatto caldo che mi ha messo davanti, e per ogni volta che non trovavo una maglia e strippavo perché lei – mentre lavorava, gestiva una casa e una famiglia – non ricordava immediatamente dove l’avesse conservata. Vorrei dirle che mi dispiace di tutte le volte che ho sbattuto le porte in casa e di non aver mai rifatto il letto la mattina come ha provato, per tutta la vita, a insegnarmi. Ma adesso che vivo da sola a Milano, lo rifaccio, e questo è comunque meglio di niente.

Vorrei dirle che a volte ricordo sorridendo quando commentava le gonne con cui uscivo, definendole “copri-culo“. E quando mi diceva che non avrei dovuto farmi venire a prendere ogni sera da un ragazzo diverso, che la gente vedeva, la gente osservava e parlava. E io le rispondevo con sufficienza, che erano solo amici e che a me nulla interessava di ciò che la gente poteva pensare. E mica lo capivo che, però, poteva interessare a lei.

Vorrei dirle che spesso ricordo quando le dicevo che da grande volevo fare la critica cinematografica, e lei mi rispondeva di trovarmi un lavoro vero, e alla fine sono finita a scrivere di peni e vagine, così s’impara la prossima volta a contraddirmi. E vorrei dirle che da ragazzina detestavo il fatto che non si sciogliesse in un brodo di giuggiole per i miei piccoli “successi“,  e che oggi invece la ringrazio anche di questo, perché la presunta bravura dei figli non devono essere i genitori a declamarla (e poi tanto c’era papà che andava in deliquio per me).

Vorrei dirle che mi dispiace di averla fatta preoccupare quando ho frequentato persone che non ha condiviso, e di essere rientrata così tardi, così spesso. E di aver mentito, a volte. E di essere venuta su turbolenta e irrisolta, e di non darle (ancora) la serenità di sapermi accompagnata a un brav’uomo.

Vorrei dirle che mi inorgoglisce vederla usare le emoticon su messenger e che mi imbarazza la qualità dei visual che condivide su Facebook. Che mi intenerisce quando mi manda su gmail la ricetta della torta di mele. Che sono fiera dei corsi che frequenta e dello sport che fa nonostante la fatica che le causa.

Vorrei dirle che se dell’amore so qualcosa, lo so grazie a lei. Non perché me l’abbia mai spiegato con analisi accademiche, ma perché è una donna che ama, che si prende cura, che protegge, che comprende, che critica, che a volte (spesso) parla e che a volte (strategicamente) tace, che fa tutto quello che bisogna fare per amare davvero, nei fatti e non nelle pugnette, e lo fa per indole, non per sentirsi dire “brava!” (come a volte faccio io). Vorrei dirle che se so qualcosa della forza di spirito, della capacità di andare avanti, della possibilità di superare le difficoltà, della coerenza, della correttezza e pure della schiettezza, la so grazie a lei.

Vorrei dirle che alla fine ha sempre ragione e che sono abbastanza grande per arrendermi a ciò e che, anzi, se me la vuole cercare lei, la persona giusta, va bene, apriamo i casting.  Vorrei dirle che sì, se avessi seguito i suoi consigli, se mi fossi impegnata per assomigliarle di più, invece che essere la sua perfetta antitesi, forse tanti errori non li avrei fatti. Forse non li farei, dato che come la recente cronaca sentimentale dimostra, continuo a farne.

Vorrei dirle che ho una paura infame degli anni che verranno, ma che affronteremo insieme quello che sarà. E che quando la guardo contorcersi per riuscire a fare una cosa, qualunque movimento, che per me è banale e per lei difficilissimo; ogni volta che una cosa le cade dalle mani, ogni volta che avrebbe bisogno di aiuto a prendere questo o quello e invece fa da sola, per non disturbare, mi sento in colpa di non esserci, a farle da balia h24. Ma so che sclereremmo se fossi sempre lì, perché sono apprensiva e oppressiva, e lei mi direbbe che sono “una suocera“, sebbene sia una figlia. Oppure sclereremmo perché lei dice frasi come “prendi i cosi nel coso” che cosa minchia significa, mi chiedo.

Vorrei dirle che quando le persone ci dicono che siamo fortunate, io ad avere la madre che ho e lei ad avere la figlia che ha, forse dovremmo rispondere che questo legame non è stato un dono, un premio vinto alla lotteria della vita, ma il frutto di un lavoro instancabile, fatto insieme, sulla nostra umanità. Forse dovremmo dire quante volte abbiamo urlato con ferocia, quanto è stato faticoso comunicare in certi periodi, quanto è stata dura accettare i limiti l’una dell’altra. Quanto impegno ci voglia, ad amarsi e a conoscersi, e a sapersi nel modo in cui ci sappiamo noi, a priori, prima ancora di parlare, intuendo l’altra prima che quella capisca se stessa.

Vorrei dirle che ci sono certi amori che non si spiegano, che le parole non le trovano, che a volte sono così profondi che scuotono tutta la coscienza di noi stessi, se li sfioriamo.

Vorrei dirle che non è stata sempre una madre perfetta e che io sono stata una figlia tutt’altro che docile, ma che non potrei essere più orgogliosa, delle donne che siamo diventate.

Buon 14 maggio. Alle madri. E alle figlie.

Nottetempo

Mi sono svegliata tardi. Troppo tardi per andare a fare colazione al bar. Voglio dire: ci vuole una bella faccia tosta a presentarsi al bar alle 12.30 di lunedì mattina e chiedere un cappuccio e una brioche. Persino io ho abbastanza pudore da non farlo, come se farlo fosse una specie di mancanza di rispetto nei confronti dei proprietari che – come tutte le sante mattine degli ultimi venti o trent’anni – si sono alzati presto per alzare le saracinesche, scaldare la macchina dei caffè, aprire i battenti della loro attività di fronte all’inizio di una nuova settimana. La gente fa presto a giudicare, a portare sul cazzo chi sembra abbia un privilegio, ignorando quasi sistematicamente che qualunque privilegio un costo ce l’ha. Per esempio, la vita da free lance disorganica che mi consente lussi come svegliarmi alle 12 di lunedì mattina, di andare in palestra alle 15, di fare regolarmente la cacca nel mio bagno ogni qualvolta lo stimolo s’affacci al mio pigro intestino, un costo ce l’ha.

Mi sono svegliata tardi, mi sono alzata, ho fatto la pipì, ho guardato la cesta della biancheria che è quasi in procinto di straripare, ma ha vissuto tempi peggiori. Mi sono lavata le mani scrutandomi nello specchio e accorgendomi che la rivoluzione ormonale che mi aveva portata ad avere ben cinque (CINQUE!) brufoli in contemporanea la settimana scorsa, forse è terminata. In compenso mi è scoppiato un capillare nell’occhio destro. Bene. Molto bene. Colpo d’aria? Pressione? Troppe sigarette? Troppi caffè? Un male incurabile e letale di cui morirò prematuramente?

Mi sono spostata in cucina. Una bottiglia vuota di Menabrea da buttare nel vetro. La moca sul fornello coi residui del caffè di ieri. Un cartone della pizza che ho ordinato per cena. Nessun piatto da lavare. Non male, anche la cucina ha vissuto tempi peggiori. Ho provato un pur minimo moto di orgoglio per me stessa, per questo fatto che sto riuscendo a essere più ordinata, se non con i ritmi circadiani almeno con la casa, a “tenerci un po’ di più”, come direbbe mia madre, che sulle faccende domestiche prova con me lo stesso tipo di frustrazione che deve aver provato il mio professore di matematica al liceo. Sciacquo la moca, butto la posa del caffè nell’umido, riempio di acqua la base e procedo con le operazioni in maniera automatica, assente. Ho un dolore alla spalla sinistra, dev’essere stata la posizione in cui ho dormito, penso, mentre aspetto che la miscela erutti riempiendo la stanza del profumo del buongiorno, sebbene sia ora di pranzo. Figata l’età adulta, mi dico, mentre sotto i nuovi libri che ho comprato e che non vedo l’ora di leggere, scorgo l’ultimo bollettino delle spese condominiali da pagare.

Non è colpa mia se mi sono svegliata così tardi. È che non ho chiuso occhio, stanotte. Ho visto l’alba sorgere, la luce filtrare attraverso la tenda, prima di riuscire a crollare. Erano le 6 passate. Mentre mi giravo da una parte e dall’altra,  ho anche pensato che avrei potuto non dormire affatto. Se fossi stata capace di essere insonne per un’altra ora, sarei potuta andarci eccome al bar, alle 7.30. Avrei anche potuto scegliere tra tutti i gusti di brioche. Però poi, a un certo punto, mentre sentivo i primi rumori della vita che si rimetteva all’opera (la serranda della signora del terzo piano che s’alzava, le automobili per la strada, gli uccelli che cinguettavano), finalmente, mi sono addormentata. Quando una nuova giornata iniziava per il resto dell’umanità, la mia volgeva al termine.

Non posso neppure dire di aver fatto tardi dopo un appuntamento focoso. Ce l’avevo un appuntamento, ieri sera, in effetti. L’ho paccato. Non posso dire di aver lavorato, letto, stirato indumenti, fatto il cambio di stagione, scritto. Sono semplicemente stata nel letto a pensare a tutte le cose che devo fare. Devo cucinare di più, mangiare meglio e tre volte al giorno (come fai a rispettare gli orari dei pasti, se non rispetti quelli del sonno?). Devo tornare dal parrucchiere, devo rifare la pulizia dei denti. Dovrei vendere quelle scarpe di Michael Kors che ho indossato una sola volta (comprate dicendomi “Vabbè, dai, è un 39 ma mi sta comodo”, per poi indossarle una volta, morire di mal di piedi e decidere che non le avrei usate mai più). Devo prenotare il treno per tornare giù a Pasqua. Devo rispondere a duemila email. Devo aggiornare il blog. Devo ricollegarmi al mondo e capire cosa succede. Devo sollecitare i pagamenti arretrati perché ho l’estratto conto che ogni volta che lo consulto mi insulta. Devo decidere cosa indossare al matrimonio a maggio. Devo farmi fare delle foto, delle foto decenti. Devo andare in palestra, cazzo.

E poi, come sempre, ho iniziato a fantasticare su una vita meravigliosa nella quale mi alzo ogni mattina alle 7, dalle 8 alle 10 faccio sport per essere tonica, dalle 10 alle 12 lavoro, dalle 12 alle 13 mi preparo un pranzo sano, dalle 13 alle 14 mangio, dalle 14 alle 15 lavo i piatti, stendo una lavatrice (che ho intelligentemente attaccato subito dopo la palestra), passo lo swiffer, pulisco i sanitari, e poi dalle 15 alle 19 continuo a lavorare. Dalle 19 alle 20 mi preparo ed esco, faccio vita sociale. E questo pensiero fa ripartire l’ansia. La vita sociale, il salone del mobile, gli appuntamenti che ho in settimana, i soldi, il tempo che quando ce l’hai a disposizione comunque non basta mai, e ancora non capisco come sia possibile.

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

Perché sì, insomma, i sogni sono desideri come cantava la Fata Madrina, ma sono pure responsabilità. Ti espongono all’urgenza di provarci, al rischio di fallire, alla complicatissima gestione delle critiche, alla versione più estrema del tuo perfezionismo. Ti spingono a ridosso dei tuoi limiti, ti impongono di uscire dalla tua comfort zone, ti fanno crescere, e tenderti, e vibrare, e un po’ tremare.

Comunque oggi passo in farmacia e compro qualcosa per dormire. Giuro.

 

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

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Cazzotene di me?

Cazzotene di me?, mi ha chiesto.

Hai la tua vita, ha detto. Il tuo lavoro, i tuoi progetti, i tuoi impegni, i tuoi inviti. Ho anche i miei amici, la mia casa e la mia macchina qui, se è per questo. Ho anche l’abbonamento in palestra, il biglietto per il prossimo concerto a Teatro, l’agenda piena di incontri, le giornate di co-working in Paolo Sarpi, la mia famiglia a poche ore di treno. Se è per questo.

Cazzomene di te? Potrei fare un lungo elenco di dettagli che grazie al mio raffinatissimo spirito d’osservazione ho colto e potrei scrivere una di quelle robe stracciamutande che il tuo ego ne uscirebbe come manco Arnold Schwarzenegger negli anni ottanta. Potrei comporre un puzzle di parole, di quelle che vanno a fondo, perché so farlo, e potrei spiegarti perché mi piace ogni pezzo di quel puzzle, pure quelli che in effetti non sono oggettivamente un granché. Ma queste robe io le ho già fatte. È proprio un format capisci. Funziona eh. Ha funzionato sempre, si sentono speciali le persone se dimostri di ricordare i particolari della loro individualità. Insomma è un metodo di seduzione alquanto ovvio, che io ho applicato diverse volte nella vita e a volte l’ho applicato così sfacciatamente che certi ex me l’hanno pure ritorto contro. Hanno usato la mia arma contro di me. Me le hanno scritte loro, le lettere stracciamutande con tutto ciò che avrebbero per sempre ricordato di me. Ma ti rendi conto. Che razza di modi. Il fatto però, io allora non lo sapevo e l’ho capito dopo, è che non è questo il punto. È che non è questa roba, l’amore. Questa roba qui è ipermnesia, è retorica, è feticismo. E io di te non voglio un feticcio. Vorrei te, che è diverso.

Quindi lascia che risponda in maniera semplice al “cazzotene di me”.

Cazzomene di te? Che sei intelligente, innanzitutto. Che hai un certo senso dell’umorismo e che capisci il mio, di senso dell’umorismo, e quando faccio una battuta ridi, oppure fai una smorfia e mi rispondi a tono, e allora rido io, e avanti così di rimandi e citazioni, e modi di dire, e neologismi e un’assortita microlingua che abbiamo provveduto a creare e arricchire, lentamente ma costantemente. Che sei educato e che ti lavi tutti i giorni,  che ci trattiamo da pari e che non ci prevarichiamo, che quando parliamo lo facciamo per spiegarci e comprenderci, non per ferirci, non per offenderci. Che ci facciamo bene, letteralmente, perché bene ci vogliamo, sinceramente. Che abbiamo quel genere di diversità che ci permette di crescere, e quel genere di similitudine che ci permette di intuirci. Che non hai paura di migliorare e che mi induci a essere la versione migliore di me stessa. Che non ti senti minacciato da ciò che dico, da ciò che scrivo, da ciò che sono. Che sei speciale nel senso che sei normale. Che non avrei nessun dubbio, su di te. E io dubito sempre di qualsiasi cosa. Anche del gusto della pizza da ordinare a cena, come sai. Che non hai mai dovuto “tenermi testa”, perché questa storia che mi ci vuole uno che “mi tenga testa” non sai quanto m’abbia seccata, che è tutta la vita che me la sento ripetere, manco fossi il risultato di un incrocio genetico tra Vittorio Sgarbi e Condoleezza Rice. Che mi rispetti e, soprattutto, che ti rispetto. E che non abbiamo mica dovuto fare un summit delle più grandi potenze mondiali per decidere che rispettarsi – nei modi, nei toni, nei contenuti – fosse una cosa giusta. L’abbiamo fatto e basta. E non ti ho mai ringhiato contro. E non hai mai alzato la voce. E non ho mai dato libero sfogo al mio animo da drama queen, che a te sembrerà poca roba ma non sai che grande conquista sia, questa, per la Filumena Marturano che c’è dentro di me.

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Cazzomene di te? Che in mezzo a tutti i tuoi (comunque numerosi) difetti ci sono delle qualità e che quelle qualità per me sono importanti. Di più, sono sostanziali. E che di te mi fido, e non mi fido quasi di nessuno, io,  perché sono una terrona cicciona, arrogante e diffidente. E, bada, non è che mi fidi in quel senso che poi m’aspetto che tu sia Christian Bale in Batman, ma anche un po’ Kevin Costner in The Bodyguard, no davvero. Mi fido conoscendo i tuoi limiti. Mi fido come ci si fida delle persone reali: sapendo che possono deluderci, perché sono fallibili come tutti, ma pensando che finché non lo fanno quella fiducia la meritano.

E io non lo so cosa significhi tutto questo. E non posso dirti che ho ragione io, a cazzofregarmene così tanto di te. E non posso neppure dirti che sono una donna docile, che non manipolo, che non mi lamento, che non cambio le carte in tavola e l’umore nell’anima, che non giro le frittate, che non mi entusiasmo finché le cose non le ottengo e quando poi le ho ottenute ci perdo l’interesse, che non ho mai anteposto i miei obiettivi a quelli del partner, e che ad amare non faccio fatica, perché mentirei. Per me amare è difficilissimo, se pure inevitabile. E non posso dirti neanche che sono di sicuro quella migliore per te, che se mi perdi te ne pentirai, che mi rimpiangerai, che non mi dimenticherai mai. Perché sai io questa cosa l’ho sempre creduta, sempre, di tutti gli uomini con cui sono stata, che detta così sembra che io sia stata con tutta la popolazione del Benelux, ma no, sono numeri assai più piccoli. Fatto sta che ho sempre pensato d’essere LA MIGLIORE AL MONDO per loro. Inutile dirti che sono tutti coniugati con altre, e alcuni di essi — ne sono certa — sono molto (ma molto) più felici con loro di quanto lo siano mai stati con me, e mi pare pure giusto e sacrosanto così. Insomma, quello che voglio dirti, è che non ci credo più a questa cosa, sai, che esiste una persona nel mondo che è la migliore per noi. E se ci fosse, non sarei certa di essere io, quella per te. Perché ho i capelli ricci e corti, invece che lunghi e lisci. Perché ho i denti storti e gialli, che lo sai fumo troppo, invece che bianchi e dritti. Perché ho le rughe, troppi anni, pochi soldi e discutibili ambizioni. E a me piace come sono, sia chiaro, io mi amerei, se fossi in te, e ciecamente pure, e troverei rivoluzionaria e irresistibile la mia diversità rispetto alla pletora di fichette figlie di papà taglia 40 in cui mediamente ti imbatti, ma capisci che io sono di parte. E quindi, insomma, non faccio granché testo, nella fattispecie.

E forse neppure tu saresti il migliore al mondo per me. Perché ascoltiamo musica diversa e perché non guardiamo le stesse serie tv. Perché io sto sveglia la notte e tu stai sveglio di giorno. Perché tu sei un ipocondriaco e io invece dai medici non ci vado mai e penso sempre che morirò improvvisamente di un’unghia incarnita che – se solo l’avessi curata – mi sarei potuta salvare. Che peccato. Era così giovane. Perché io vivo di emozioni sfiancanti e tu di sfiancante razionalità, e forse è solo un miracolo che per un po’ siamo riusciti a parlare nella stessa lingua, ma nel tempo no, finiremmo per scannarci, forse sì. O, più probabile, moriremmo di noia.

Insomma, non posso dire che ho certamente ragione io, al di là d’ogni dubbio, a cazzofregarmene così tanto di te. Però delle ragioni le ho. Tu dirai che non sono sufficienti. Io risponderò che sono necessarie. Poi ti dirò che resteremo  sempre buoni amici, come cantava il caro Gianluca Grignani ne “La Mia Storia tra le Dita” (perle, perle, lo so) ma tu sappi che potrei mentire, perché tra le cose che proprio non so fare, come i calcoli a mente e gli esercizi di yoga, c’è anche essere amica di persone di cui me ne sono cazzofregata troppo.

Taxi Rider

Milano è così. Ci sono volte che hai il bisogno feroce di scappare. E volte che hai il desiderio ardente di tornare. Non vale per tutti, naturalmente. E forse non vale per sempre. Non vale per quelli che Milano non la comprendono, per esempio. Non vale per quelli che di Milano non colgono l’essenza. Non vale per quelli che pensano che l’unica cosa che Milano abbia da offrir loro è uno stipendio di millerrotti euro al mese. Non vale per quelli che sono scappati prima che Milano sortisse la sua magia, o che — direbbero loro — li imprigionasse. Li compromettesse.

Sia chiaro, anche io sono stata così. Lo sono stata a lungo. Il mio rapporto con Milano è stato complicato, conflittuale, sofferto. Insomma, ha seguito il copione standard di tutte le mie relazioni amorose fondamentali. E si sarebbe interrotto, se io non avessi avuto la cocciutaggine di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Anche qui, esattamente come con gli uomini. In effetti, l’unica ragione per cui la mia storia con Milano non è finita, è che Milano non poteva mollarmi (cioè, farsi mollare, ma insomma è lo stesso) e trovarsene un’altra, più easy, più brava, più buona. Milano non aveva le gambe per andarsene.

Io Milano non la volevo. A me, di fare carriera, non me ne fregava un cazzo. Forse perché sapevo che comunque l’avrei fatta. Non la carriera in senso stretto, ma che qualcosa avrei combinato, in qualche modo, in ogni caso. Sono altre le cose che non ho mai saputo di me stessa, quelle su cui non avrei scommesso, quelle su cui ancora oggi nutro riserve. Se saprò mai amare, per esempio. Amare nel senso reale, non retorico, del termine. Sull’amore retorico sono una bomba. Nessuno mi batte, su quello. Ma sull’altro, quello vero, quello che investe (invece di sacrificare) una parte dell’individuo nel “noi”, ecco quella roba io boh. Vediamo. Le faremo sapere. Ma della carriera, non ho avuto dubbi mai. Questo per dire che io pensavo che di Milano non avevo bisogno. E pure che io Milano non la volevo. Per niente.

Ma le ho fatto il favore di venire qui. Così. Non mi serviva, Milano, ma sapevo che avrebbe potuto giovarmi, in qualche maniera. Perché ho sempre pensato che dai recinti bisognasse uscire, per indagare l’esterno, per capire cosa c’è dentro e cosa c’è fuori, e solo allora scegliere dove collocarsi. Sceglierlo, per l’appunto. O forse no, forse era solo curiosità. Forse era solo inerzia. Forse solo una sfida, una partita aperta, una punizione. Non lo so. Fatto sta che io qui ci sono venuta. E l’ho odiata.

L’ho odiata profondamente e a lungo. L’ho odiata per le sue contraddizioni e per i suoi eccessi. Per i suoi inglesismi e per i suoi terribili acronimi anglofoni (ASAP, FYI, TBC, ma come cazzo parlate?, pensavo). L’ho odiata per la sua fretta, la sua competitività, per i suoi altissimi standard d’efficienza, offerti e pretesi. L’ho odiata per le troppe opportunità che m’offriva, in mezzo alle quali non ero più capace di scegliere. Milano l’ho odiata perché ero smarrita. Perché ero arrivata qui con il mio piccolo-enorme bagaglio di certezze, e quella me l’aveva svuotato. Certezze forse è una parola forte. Persuasioni, ecco, potremmo dire “persuasioni”. Comunque molto radicate.

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Ero persuasa di essere figa, per esempio. Ero persuasa di essere benestante, per esempio. Ero persuasa di essere brava. In men che non si dica, Milano mi ha chiarito che qui era pieno di gente più figa, più benestante e più brava di me. Me l’ha chiarito ignorandomi, inizialmente. Poi mi ha imbarazzata. Mi ha fatta sentire fuori luogo, inadeguata e mai abbastanza, un numero di volte che non saprei dire, perché non le potrei contare.

I primi anni la cosa che più mi auguravo, in qualunque contesto, era di risultare invisibile. Se non fossi stata invisibile, sarei comunque stata inappropriata. Tra le due, era senza dubbio migliore l’invisibilità. Essa, talvolta, può addirittura essere un super-potere. Non mi risulta che la Marvel abbia, al contrario, fatto un fumetto su un’eroina con il dono dell’inapropriatezza. Non esiste una X-Men col dono, per esempio, di essere grassa dove tutti sono magri (onestamente non so cosa facciano ai grassi a Milano; come minimo li deportano in un Fat Camp, dove realizzano una web-serie, che pubblicano su YouTube, ma fanno il teaser su Facebook, e le pillole video per Instagram e Vine, ma pure la gif per Twitter; e puoi seguire i protagonisti su Snapchat e insultarli in tempo reale).

Cioè, l’icona femminile per definizione “inappropriata” è Bridget Jones, ma andiamo, Bridget è sfigata. Io dico una Wonder Woman, una Catwoman, una Eva Kant (se dico imprecisioni, non vogliatemene, non capisco un cazzo di fumetti).

Non esiste una super-eroina col dono di avere numero 3, dico TRE, borse Carpisa. E io, beh, ce le avevo. Certo, avevo una Miu Miu nuova di zecca, che mi aveva regalato — svenandosi — un mio ex nel tentativo, immagino, di farsi perdonare plurime corna. Però ecco era UNA SOLA delle mie borse. L’unica.

Il primo giorno di lavoro, la prima cosa che mi disse quella che sarebbe stata nei mesi a seguire la mia tutor, fu “Bella borsa, ce l’ho uguale”. Ce l’aveva uguale. E ne aveva altre. Altrettanto fighe. Io no. Io avevo solo quella. Era la mia borsa migliore e io me la sparai al primo giorno di lavoro. Rookie mistake. Prima lezione di vita milanese: se non hai almeno 5 borse stra-fighe da poter sfoggiare in ordine crescente di fighezza, non andare a lavoro con la borsa più figa il primo giorno. Così come, se non hai la certezza di poter ampliare progressivamente il tuo Parco Borse con un upgrade costante di livello, mantieni comunque un profilo schiscio. E, bada, prima di passare a comprare una nuova borsa figa, devi equiparare il livello del portafogli. Perché un portafogli di Furla non sta bene dentro una borsa di Prada. E tra una borsa Coccinelle, e una borsa unbranded, preferisci l’unbranded, perché Coccinelle è come dire “Vorrei ma non posso”. Me lo sono sentito dire una volta, durante una riunione di lavoro. Inutile segnalarlo, avevo una Coccinelle.

La mia Miu Miu ad oggi giace semi decomposta sul mio ripiano delle borse, ma è ancora la borsa più figa che io abbia. L’unica che a Milano meriterebbe l’epiteto di “borsa”. E senza troppo entusiasmo comunque. Nel senso che Miu Miu non è come una Chanel originale. Cioè, brave tutte con la Miu Miu. È tipo l’entry-level di un’escalation di borse, al cui costo non esiste limite, non c’è un tetto. L’ho scoperto grazie a una delle mie amiche più milanesi, che è maestra di stile, una trend setter talmente VERA che non è neppure attiva sui social. Lei si veste in un modo, e pian piano quelle intorno a lei iniziano a vestirsi uguale. Borse così belle che le ho chiesto se, il giorno che deciderà che è stufa, che deve far spazio, che le deve buttare via, se per piacere le vende a me (sì, è un’OPA sulle borse usate della mia amica milanese, questa).

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Ecco non saprei dire quand’è che io e Milano abbiamo smesso di portarci sulle palle. Un giorno però è successo.

No, non sono stati i concerti, gli eventi, le mostre, le anteprime, i servizi. Che comunque senza dubbio aiutano. Ma no. Non è per i concerti che vivi a Milano. Cioè a Milano suonano talmente tutti, che smetti pure di andarci ai concerti. Io, per lo meno, ho smesso. Preferivo di più quando dovevo prendere un treno lercio e massacrarmi fisicamente, di quando dopo una giornata di lavoro dovevo pure obbligarmi ad andare al PalaStocazzo o al ForumMinchia per vedere tale gruppo indie, di cui conoscevo due o tre canzoni, perché le ascoltava il mio ex di 2 anni prima. Ma sticazzi. No, non sono neppure i concerti che mi sono serviti ad amare Milano. Hanno aiutato, perché hanno aiutato. Aver visto Roger Waters, i Depeche Mode, gli Interpol, gli Arctic Monkeys, i Porcupine Tree, Morrissey, Bruce Springsteen, Patti Smith, gli Afterhours, i Baustelle (2 volte, agli Arcimboldi e al Carroponte) e decine di altri di cui non ricordo i nomi ma che saranno molto noti nel panorama indie, voglio dire per essere una che non va ai concerti, ne ho visti un bel po’. E per essere una a cui i musical fanno cacare, ne ho visti 3 o 4 (tra cui Rocky Horror ben 2 volte, una delle quali allo storico Cinema Mexico, e l’ho amato). Tutto questo ha aiutato. Ma non è stato questo.

È successo il giorno in cui ho smesso di guardare questa città come un’antagonista e ho iniziato a guardarla come complice, che le cose sono cambiate. Quando ho capito che dovevo comprenderla io, affinché mi comprendesse lei. Quando ho accettato che la diversità può essere un vantaggio. Quando mi sono assunta la responsabilità di esserci andata con le mie gambe, fuori dal recinto, smettendola di subappaltare a terzi le colpe e i meriti di quella che ero.

Milano ha iniziato a piacermi quando mi ha aiutata a diventare più simile a quella che vorrei essere. E questo un costo ce l’ha, certo che ce l’ha, ma è diventato un investimento e non una tassa emotiva.

Milano mi piace, adesso. Chiedermi perché io viva qui è come chiedermi perché ho i capelli ricci. O se penso di avere per sempre gli occhi castani.

Sono rientrata, dopo un mese di assenza, in treno, attraversando le intemperie che flagellano il Bel Paese. Sono arrivata di sera, tardi. Ho guardato le volte a botte in ferro della Stazione Centrale e sentito il freddo pungermi attraverso il jeans. Ho sollevato gli occhi e ho visto un cartello immenso che mi dice che SE VOGLIO, POSSO avere fino a 1 Gigabyte al SECONDO. Che non lo so, io sono ancora con l’adsl di mio nonno credo, ma va bene. Se voglio, posso.

Sono andata alla stazione dei taxi, dove i taxi ci sono, sempre. Con la fila, che scorre ordinata e civile. E i tempi di smaltimento sono quasi immediati.

Il tassista, per tutto il tragitto che dalla stazione mi conduceva a casa, mi ha raccontato tutte le sue disgrazie sentimentali, senza naturalmente conoscermi.  L’ho salutato dicendogli “Tutti abbiamo il nostro passato e tutti siamo passibili di giudizio. Il punto è trovare qualcuno che non ci giudichi, ma che ci comprenda e che sia disposto a conoscerci

Quello mi ha salutata complimentandosi, perché non gli capita mai di fare della conversazione così edificante.

La corsa comunque non me l’ha offerta.

Rientrata a casa, mi sono ricordata di quell’altra volta, che era estate, un luglio torrido che ti saresti scuoiata viva per il caldo. Rimasi nel taxi, sotto casa, a corsa terminata. A fumare una sigaretta insieme al tassista, parlando di quanto fosse difficile l’amore.  Di che scemenza fosse, l’amore. Gli raccontai tutto, quella volta. Neppure me ne accorsi. Mi fece mille domande e io gli risposi, senza filtri, nuda come un verme. Come una donna sola che ha un bisogno terribile di parlare. Come una bambina, del tutto spoglia della salvifica diffidenza metropolitana.

Mi feci mille paranoie, a seguire. Temendo mi avrebbe stalkerizzata. Che di me ormai sapeva tutto. Che magari era un serial-killer. Naturalmente non l’ho mai più visto.

Milano è così. Può esserti amica e pure innamorata. Se dimostri di meritarla.

Viceversa, può essere stronza e spietata. E se lo può permettere talmente tanto, di essere spietata e stronza, che pure chi la odia alla fine sta qua (non tutti quelli che la odiano, ma molti di quelli che ci vivono).

Dovrei scriverle comunque le mie avventure sui taxi milanesi.

Dovrei approfondire l’idea.

Taxi Rider dovrei chiamare la raccolta.