Incontri d’Estate

Andiamo alla spiaggia di Mugoni”, mi ha detto. “Non è la più bella, ma non è incasinata come Stintino, è riparata dal Maestrale, l’acqua è sempre pulitissima e c’è anche qualche bar”, ha aggiunto.

Va bene”, ho risposto, con l’aria della terrona in astinenza da spiaggia, quella che quest’anno c’ha i giorni di mare contati, di più, contatissimi, e quindi sarebbe capace persino di immergersi a Cervia. Beh no, dài. Ora non esageriamo. Insomma, a me va bene qualunque mare, siamo in Sardegna e, basandomi su ciò che chiunque mi ha sempre raccontato di questo posto, qualunque mare sarà bello.

Passa a prendermi alle 10.30, ha comprato il pranzo al sacco, due pezzi di “Focaccia del Milese”, che ad Alghero è un’istituzione, una roba che devo assaggiare per forza, “La segnalano anche nelle guide”. Ha scelto la variante veg però, dopotutto vengo da Milano, chissà che paturnie alimentari, chissà quante intolleranze e allergie ho. Si chiama Costantino, ha 36 anni, ad Alghero ci è nato e ci è cresciuto. Non se ne è andato, perché è uno di quelli che del loro posto hanno voglia e bisogno. Ha fatto l’Istituto d’Arte e pure il rappresentante d’istituto, molto orientato a sinistra, ci tiene a precisare, con un pelo di inquietudine da “non so quale sia il tuo orientamento”. Mi racconta con fierezza di quell’autogestione che avevano fatto per protestare contro la riforma Berlinguer. Due settimane, era durata due settimane! “La gente ancora se la ricorda”, mi fa.“La mia unica occupazione è durata un pomeriggio”, gli ho risposto “gli studenti sono tornati a casa a mangiare la pasta asciutta la sera, vedi che crollo dell’impegno politico nel giro di pochi anni?”, gli faccio notare.

Suo papà lavorava al petrolchimico e sua madre gli ha insegnato fin da piccolo a fare i mestieri in casa. Aveva un negozio di cornici, ha lavorato pure per Marras e Fresu, poi però la crisi, le spese, i costi vivi. Ha lasciato il negozio al suo socio e oggi fa ciò che molti di noi fanno: s’arrangia, sopravvive, studia, non smette di imparare. E, tra i vari metodi di sopravvivenza, collabora con la Società Umanitaria Alghero, che organizza la rassegna itinerante Cinema delle Terre del Mare, alla quale sono stata invitata per presentare il romanzo. Per questo ci siamo conosciuti, perché mi doveva recuperare in aeroporto e poi portarmi da un punto all’altro della città. Nel mentre, però, abbiamo parlato un sacco.

Abbiamo parlato di Alghero, naturalmente, che è stato il luogo da cui il turismo è partito in Sardegna, e dell’enorme patrimonio storico, artistico, archeologico, naturale, minerale della regione. “Troppo, ne abbiamo troppo, così tanto che non riusciamo ad apprezzarlo, a rispettarlo”.

Abbiamo parlato delle centinaia di nuraghi censiti, delle spiagge e delle riserve naturali, degli innumerevoli scenari dell’isola, di quanto la “continuità territoriale” sia perlopiù teorica. Ma abbiamo parlato anche di dating app, di liquidità della società, di Geppi Cucciari, di Michela Murgia, di quella signora vetero-femminista che c’era alla presentazione, che io temevo mi avrebbe cazziata e invece alla fine s’è avvicinata e m’ha fatto complimenti bellissimi e io quasi non ci credevo. Abbiamo parlato del modo in cui la modernità s’è incastrata con quella radice assai rurale della regione. Dello “stipendificio” di Porto Torres, delle bonifiche ambientali impossibili da fare, di quanto anche a Taranto sia così, di quanto a Taranto la situazione sia persino peggiore.

Soprattutto, abbiamo parlato di quei terreni che Aga Khan comprò in saldo, a suo tempo, prima di edificarci sopra la Costa SmerDalda, come la chiama lui, e io lo trovo geniale, e rido, e penso che sì, è vero, è un po’ ciò che è successo anche al Forte (dei Marmi), a Santa (Margherita), a Cortina. “Quanti miliardi volete? ha chiesto Aga Khan ai pastori. Quelli sai cosa gli hanno risposto: ma quali miliardi?! Noi vogliamo i milioni! Capisci l’ignoranza? È così che ci siamo fatti colonizzare per due soldi!”.

Noi siamo abituati a farci invadere, qui ci sono venuti tutti, ad Alghero si parla pure il catalano; abbiamo risorse infinite e stiamo morendo di fame”. E io l’ho ascoltato, Costantino, parlarmi della sua terra, mentre ci facevamo il bagno, mentre squamavamo al sole, mentre prendevamo un caffé nell’entroterra e mi raccontava quanto più denso fosse il tessuto sociale, il senso di comunità, quando lui era bambino. L’ho ascoltato mentre tornavamo verso il B&B in campagna dove ero ospite, con quell’amore sofferto e incondizionato che alcuni di noi provano per il luogo in cui sono nati. E non importa, in definitiva, se siamo rimasti o se ce ne siamo andati. Riconosciamo i nervi scoperti, i compromessi, la fatica di andare e il coraggio di restare e provare a migliorare le cose. Ritrovo in lui la passione che il mio amico Peppe usa quando parla di Taranto, la rabbia di mio cugino (che ha l’età di Costantino) quando parla delle inefficienze e dei disservizi, dell’inquinamento, della corruzione, dell’abusivismo. Riconosco così tante emozioni che mi sento a casa, mi sento tra amici, mi sembra di conoscere Costantino da anni e lo conosco da soli 2 giorni.

Devi tornare, tornaci in vacanza, girala, la Sardegna è tutta bella”, mi ha detto, prima di salutarmi. “Non ad agosto, vienici a giugno, oppure a luglio, oppure a settembre”, ha aggiunto. “E comunque avevo letto quelle cose terribili che scrivi, pensavo mordessi, invece sei dolcissima“, ha concluso.

Gli ho promesso che tornerò, che la visiterò, che chiamerò lui e le altre persone che ho conosciuto. Perché è esattamente questo che penso mentre mi avvio ai controlli in aeroporto, per tornare a Milano in data OTTO AGOSTO. Penso a quanti sorrisi, quante storie, quante chiacchiere, quante vite ho incrociato in 48 ore. A quanto mi sia sentita accolta, a quanto sia stato bello, a quanto mi abbia sorpresa perché dei sardi si dice che siano persone piene di spigoli e asperità. E io, invece, ho conosciuto soprattutto bella gente, bella nel senso immediato del termine, solare e autentica. Semplice e per nulla banale.

Penso a quanta voglia ho di tornare a scoprire questa terra e queste persone. Questa fucina di storie e di contraddizioni, di natura e di vita.

PS: inoltre io Costantino devo ringraziarlo anche perché senza di lui non avrei mai scoperto questa esilarante imitazione di Michela Murgia trasmessa da una rete locale.

Quando Meno Te l’Aspetti

Mettiamo subito le cose in chiaro: mai, mai, mai nella vita, mai neppure se mi mettessero gli elettrodi sotto le piante dei piedi, se mi torturassero come i narcotrafficanti sudamericani, se mi legassero a una seggiola e mi spalancassero gli occhi come ad Alex di Arancia Meccanica obbligandomi a un binge watching estremo di Temptation Island, neppure se mi imponessero di ascoltare per intero l’album di Fedez e J-Ax, ecco neppure in quel caso direi una di quelle frasi odiose, insopportabili, che ti fanno venire il Cristo Immediato, tipo: “L’amore arriva quando meno te l’aspetti”.

La ragione, assai semplice, è che chi l’amore non ce l’ha, se l’aspetta (e se non se l’aspetta, c’è comunque un fittissimo tessuto sociale che s’aspetta che se lo procuri). D’altra parte è facile non pensarci se l’hai trovato già (come dire che “i soldi non sono un problema”, per chi ce li ha). Ma, soprattutto, in che modo dovrebbe essere incoraggiante o consolatorio pensare che chi se ne sbatte altamente la uallera lo trova, mentre noialtri no? Insomma, mai mi sentirete proferire una frase del genere. Tuttavia, per onestà, devo ammettere che io non ci stavo pensando affatto.

Non che mi fossi dimenticata della mia cronica singletudine, che a un certo punto per me è diventata come un tatuaggio, un piercing, una cicatrice che non t’accorgi neppure più d’avere se qualcuno non la indica o non ti chiede cosa significhi, o come te la sia procurata. Semplicemente ero molto presa da altro. Era la settimana di uscita del romanzo, figurarsi se stavo a pensare al maschio-che-non-ho; m’aspettava un discreto rendez-vous di lancio: presentazioni, interviste, trasferte, photo-shoot. E ne ero ben lieta, sia chiaro, poiché nella mia vita scrivere è stata sempre l’urgenza più forte, forse l’unica, vera. Insomma, era la settimana in cui si realizzava un sogno di lunga data, a suo modo più importante di un partner, di un progetto familiare, di una discendenza al Trono di Pulpo. Pensavo semplicemente ad altro, quando ho incontrato una persona.

“Chi è? Com’è? Quanti anni ha? Cosa fa? A chi appartiene? Sta sposato?” sono solo alcune delle domande che le mie amiche mi hanno posto, tutte mediamente sconvolte dal fatto che io abbia accolto questo esemplare di maschio nella mia vita, senza neppure convocare un summit, inviare 1 terabyte di screenshot, avvalermi di consulenze psichiatriche, imbastire analisi semiologiche dei suoi post sui social. Insomma, le capisco pure: quando sei single da una vita, quando sei LA SINGLE del gruppo, quando la gente ha ampiamente perso le speranze (per quanto ufficialmente ti dica ancora “arriverà”), tu che fai?! Senza battere ciglio, zitta zitta, aumma aumma, incontri uno e le cose filano. Ma poi così. All’improvviso. Senza chiedere il permesso. Insomma, ne converrete: è un atteggiamento bizzarro.

Naturalmente io stessa vivo momenti di profonda crisi mistica. Cos’è sta roba qua? Che significa? Che vuole questo da me? Come si permette? Ma poi come lo devo chiamare? Boyfriend? Non ho mica 14 anni. Fidanzato? No, per l’amorediddio. Compagno? Madonna l’ansia. Ragazzo? Amico? Accompagnatore? Frequentante? Persona? Homo Sapiens? Più uno? Mr. Pig? Come dovrei definirlo, etichettarlo, questo tizio che, senza tema di trauma emotivo, ha deciso di usurparmi il sonno, di compromettermi il già precario equilibrio intestinale, di riempire i vuoti che c’erano, di indurmi a illuminare gli angoli bui di me stessa? Come dovrei chiamarla, questa roba che mi spinge fuori dalla tana, che mi obbliga a indagare i miei limiti, tutti quei difetti che comodamente ignoravo da anni, decidendo che un dialogo umano, personale, intimo davvero, non lo avrei avuto più? E poi, quanto durerà? Quando mi stancherò? Quando inizieremo a trovare insopportabili tutti quei dettagli dell’altro che in prima istanza ci avevano attratti? Quando inizieremo a starci sul cazzo, a litigare, a urlare, a piangere? Quando ci annoieremo? Tra quanto avremo voglia di altro? Quand’è che rovineremo tutto? Riuscirò a non sentirmi oppressa? Riuscirò a sopravvivere a questa cosa, questa disciplina amorosa nella quale non sono stata brava mai? Cambiamo? Sono cresciuta? Ma non si dice, in fondo, che chi nasce tondo non muore quadrato? E tutti quegli schemi ricorsivi? Quei pattern emotivi? La coazione a ripetere? La negoziazione degli ego? E tutta quell’architettura di alibi, e tutte quelle agili categorizzazioni dei tipi umani e dei sentimenti, cosa me ne faccio adesso? Ce la posso fare a sopravvivere a un altro fallimento? Sono davvero disposta a espormi al rischio di dover ricomporre di nuovo i cocci? È forse vero che crescendo diventiamo più forti o siamo, invece, solo più stanchi? Solo più fragili? Perché è così “giusto”? Dov’è la fregatura, il bug, la sòla? E ammesso e non concesso che non ci sia nessuna truffa aggravata dietro, resta il fatto che cambiare status è uno sbattimento immane. Perché uno pensa che valga soltanto per quelli che sono accoppiati e poi si ritrovano catapultati – per volontà loro o loro malgrado – sul mercato dei single. E invece no! E invece non è così! È uno stress pure all’incontrario! Perché uno la sua singletudine l’arreda, la ristruttura, colora le pareti, riempie i mobili, appende i quadri ai muri. Uno la propria singletudine, a volte, diciamolo, la sceglie pure. Non è che sia sempre una iattura. Non è che sia sempre un fardello di cui liberarsi. Uno alla fine nella sua singletudine ci si identifica persino. Specialmente io che da anni ne scrivo, della mia singletudine. E mò di che cazzo parlo?

Per non entrare poi nel merito dell’amore in sé. Voglio dire: ci sono cose che uno sa fare e certe altre che uno NON sa fare. Tipo quelli che sono portati per le lingue o per la matematica. Io per esempio so scrivere i bigliettini di auguri ma non so cucinare. So organizzare eventi fighi ma non so contare. E tra le cose che non sono buona a fare, c’è amare.

Amare è una roba che non mi riesce bene mai. Non riesce bene quasi a nessuno, a dire la verità, ma la gente non se ne accorge, mentre io lo vedo con chiarezza che in amore sono una merda. In amore peso e soppeso, offro ma pretendo in cambio, e quando mi sento in credito sono peggiore di Equitalia. Quando sono amorevole spesso lo faccio solo per sentirmi dire “brava”. Per narcisismo. Per auto-compiacimento. Per conquistare potere. Uso le persone. Le manipolo. Le danneggio persino. E sono talmente sega che danneggio pure me stessa. Io di amare forse non sono neppure capace. Io dall’amore dovrei ritirarmi, consegnare in bianco, andare via.

“…e invece a volte il cuore ci fa dei regali”, m’hanno detto. Che sono serena, m’hanno detto. Che mi brillano gli occhi. Che, straordinariamente, si vede che sono felice, persino io che felice non lo sono stata mai. E quindi, insomma, che devo fa?

Correre il rischio, temo. Godermela, finché dura. Non invocare disgrazie e complicazioni, che tanto arriveranno comunque.

Vivere, sostanzialmente.

<<e così soltanto, solo vivendo, solo non ritirandoci dalla partita, ballando anche nei momenti in cui la musica si spegne e ci imbarazza col suo silenzio, continuando a giocare e a perdere, a cadere e a rialzarci, a sporcarci e a ripulirci, così soltanto possiamo capire i perché e i per come di noi stessi, di chi amiamo e di chi odiamo.>>  

[allego un fotoreperto, pieno di rughe e di felicità]

Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.

Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
   .
Buon 8 marzo.
A tutte.