10 Critiche al Femminismo

[Questo post è talmente lungo che non sentirete la mia mancanza per un bel po’]

I più attenti avventori di questo blog, avranno certamente notato che nell’ultimo anno ho scritto una caterva di post a sfondo vagamente femminista. Un po’ è stata colpa del mio compagno, che è piombato nella mia vita privandomi della singletudine e di quel ventaglio di succulenti casi umani che erano grande fonte d’ispirazione per questo blog. Un po’ è stata colpa del tempo che passa, e del bisogno disperato che ho di vedere l’utilità in ciò che faccio. Cinque anni fa vedevo una enorme utilità nel denunciare che gli uomini italiani non sapevano leccarci la figa. Oggi vedo una grande utilità nel parlare di donne, di società, di diritti, di educazione, di consenso, oltre che di sesso&amore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento però, sono obbligata a fare una brutale automarchetta: ho pubblicato un ebook, è un libretto agile ed economico, che raccoglie alcune riflessioni su un tema di cui si è molto dibattuto (spesso molto male) negli ultimi mesi. Il titolo è “MOLESTIE PER L’ESTATE – Le 7 volte che non ricordavo“. Lo trovate solo su Amazon e, se non siete dotati di lettore kindle, don’t panic! Potete scaricare qui l’app gratuita e leggerlo sui vostri device.

Ora che ho adempiuto al mio dovere di Wanna Marchi, veniamo alle 10 più comuni critiche mosse al femminismo.  Lo faccio perché alcune commentatrici hanno sollevato alcune legittime perplessità, che comprendo e che ho sperimentato in prima persona. Non ho sempre pensato a me stessa come a una femminista radicale, anzi. Nel 2013 scrivevo che non ero femminista e che le femministe mi stavano sul culo, perché loro s’erano beccate le minigonne e il libero amore, e noi la ceretta brasiliana e le cripto-checche metropolitane. Nel 2013 mi davano della femminista e io ne prendevo le distanze, e non ero molto diversa da voi che oggi mi scrivete “…non me ne vogliano le femministe, ma…“, come se il femminismo fosse una cosa altra, rispetto a voi. Come se non vi riguardasse dalla punta dei piedi alle doppie-punte che avete nei capelli. Non me ne vogliano, le donzelle che si sentiranno chiamate in causa riconoscendosi come autrici di quelle obiezioni, se il mio tono dovesse suonare un po’ secco. Lo faccio per andare al punto, e sono grata a chiunque alimenti questa conversazione.

Tornando a noi: se pensate che questo argomento sia noioso, avete ragione. Andatevi a leggere il più recente aggiornamento sul matrimonio Fedez-Ferragni. Fatelo, è vostro diritto. Non ha senso continuare, se il tema vi annoia.

Se siete giunte a questo capoverso, invece, vuol dire che possiamo entrare nel vivo:

1. “Perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna? Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?”

Essere solidale con un’altra persona solo in quanto donna è una cosa possibile nel caso in cui si capisca chiaramente il significato di essere donna. Quale, in altri termini, sia la storia delle donne. E poi quale sia la storia del femminismo. Quando è nato? Come? Per quali ragioni? Quali sono state le sue conquiste? Quali i suoi fallimenti? Se ti stai chiedendo perché dovresti fare la fatica di acquisire queste informazioni, la risposta è che queste informazioni parlano di me, di te, di tua madre, di tua nonna e della figlia stai crescendo o di quella che un giorno forse crescerai, o di quella che sta crescendo le tua migliore amica e dalla quale ami farti chiamare “zia”. Ecco, studiare qualcosa sul femminismo serve più del centocinquantesimo giocattolo che le regali. A voler ampliare ancora di più la prospettiva, però, puoi anche pensare che sapere qualcosa sulla storia delle donne, e sulla storia del femminismo, possa aiutarci a capire meglio la nostra attuale condizione. A fornirci una panoramica globale della situa(zione).

2. “Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo”

Anche a me sembra riduttivo! Sono completamente d’accordo. Proprio per questo mi disturba essere discriminata in quanto donna. L’intento non è distinguere gli esseri umani sulla base del genere, ma esattamente il contrario. Ora, il discorso è complicato assai, ma a qualunque latitudine tu ti ponga, se osservi il MONDO, le donne non se la passano benissimo da nessuna parte. Pensa: noi siamo quelle messe meglio. Potrei diventare ulteriormente noiosa, citando dati e ricerche, per dimostrare che non è una suggestione, ma un fenomeno sociale trasversale e documentato (da fonti come l’Unesco).

3. “Una donna ha sempre ragione solo perché donna? Mi sembra assurdo!”

Non penso di aver detto questo. Non penso che nessuna persona sensata lo direbbe. Tuttavia, accade spesso una donna abbia torto, solo perché donna; che menta, solo perché è donna; che sia opportunista, solo perché è donna; che sia puttana, solo perché é donna; che debba guadagnare meno di un uomo, solo perché è donna. Mi sembra che la società ponga sempre in dubbio la sua integrità, e la sua moralità, solo perché è donna. Accade spesso che le donne vengano lapidate, metaforicamente e letteralmente. Accade che vengano violentate, mutilate, ammazzate, sfigurate, stuprate, sfruttate a qualunque livello di qualunque società. Non faccio esempi per ogni esempio, perché se no non ne usciamo più. Ma basta che ci pensiate un po’, e vi verranno in mente.

4. “Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”

Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità. Cioè ovunque. E chi ci deve andare? Le nostre madri? Le ragazzine? Chi deve andare a lavorare laddove esistono ancora le disparità, se non noi? Gli uomini? E perché gli uomini dovrebbero occuparsi di eliminare una disparità o, chiamandola con un altro nome, un loro vantaggio? Perché dovrebbero rinunciare a una fettina del loro potere, per darne a noi? Perché gli uomini non sono avidi, potresti rispondermi e in quel caso io ti guarderei, ti sorriderei come se tu mi dicessi che credi a Babbo Natale e ti ricorderei che in America è stato eletto Donald Trump e in Italia, Matteo Salvini, e se questo ti pare un clima nel quale qualcuno possa occuparsi delle donne, se non nel ruolo di madri, mogli e troie, hai veramente un serissimo problema di ottimismo 🙂 Quanto agli applausi alle donne manager e a tutta la mitologia su chi “ce l’ha fatta”, cosa posso dirti? Forse non ci sarebbero se la realtà occupazionale fosse diversa. Se i tassi dell’occupazione femminile fossero diversi. Se il potere si aprisse alle donne o se le donne se lo prendessero, nessuno applaudirebbe una donna manager. Nessuno avrebbe motivo di farlo, nessuno guarderebbe con sufficienza quella che invece rinuncia alla carriera; nessuna donna in carriera si sentirebbe superiore o farebbe di tutto per ostentare la sua posizione di potere davanti alle altre. Insomma, ognuno farebbe che cazzo vuole. Quando le donne dicono di essere più forti/intelligenti/brave, vogliono solo dire: “Siamo forti/intelligenti/brave anche noi!”. Vogliamo esserci, come voi, perché ne abbiamo le capacità e le facoltàFinché esisteranno cose come “le quote rosa“, esisteranno donne che si vanteranno di essere più brave degli uomini. Infine, sulla donna manager rampante: pensa a quante gliene direbbe dietro la società se, per esempio, per fare carriera non facesse un figlio. Chiunque di noi, in questa cultura edificata integralmente sull’uccello, paga il prezzo di essere donna. Lo paghiamo in modi diversi, ma lo paghiamo tutte. Quanto più lo capiremo, tanto meno lo pagheremo. Se non l’hai visto, guarda Battle of Sexes. È un film carino, ispirato a una storia vera, ambientato negli anni ’70. È in tema ed è ancora attuale.

5. “Il problema di molte donne è che sono troppo competitive: il gattamortaggio, la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare, in particolare in ambito lavorativo”

Le donne, come tutti gli esseri umani, hanno anche atteggiamenti sbagliati, non c’è dubbio. Io stessa li ho criticati (e auto-criticati) in più occasioni (e su temi anche molto diversi). Per esempio, io sono entrata spesso in competizione con le mie amiche. Perché? Perché sono competitiva, e chi si somiglia si piglia, ed eravamo competitive e sì, ci siamo scannate, a volte ferite, ma anche molto amate.  E allora? Buttiamo al cesso il genere femminile, perché tanto noi donne siamo tutte stronze? Capite, non si può. I rapporti femminili sono un terreno delicatissimo e non solo in ambito lavorativo, quando c’è rivalità tra colleghe. Pensa che per moltissime donne uno dei nodi più irrisolti dell’anima è il rapporto con la propria madre. È tutto un casino intricato, se non decidiamo di scioglierlo. Per farlo, però, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri errori sono conseguenza di un’i-n-f-i-n-i-t-à di ingiustizie, più o meno evidenti, più o meno vergognose, più o meno naturalizzate, perpetrate per millenni ai danni delle donne. Tu dirai: vabbè, cosa c’entra con quella stronza della mia collega? C’entra, perché siamo in gara, in un circo costruito, gestito, pensato dagli uomini e per gli uomini. Come è potuto succedere? Perché il nostro genere non sa neppure di esistere, se non per le stronzate fallocentriche di cui ci occupiamo (le rughe, la cellulite, le diete per non ingrassare, le ricette per farlo mangiare e i pratici consigli per soddisfarlo a letto). Io non voglio la solidarietà femminile, voglio la consapevolezza femminile, che è tutta un’altra cosa.  Le donne, per quanto popolino il mondo dai tempi di Adamo e della più grande peccatrice della storia, non hanno mai creato – tranne che in rari casi – un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni (e sono esistite società matriarcali), ma un modello consolidato non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, per crearli. Ancora oggi, l’unica possibilità, è mutuare schemi maschili, accettarne le logiche perché sono le uniche che conosciamo, le uniche che esistano nella vita pubblica, sul lavoro e nel potere. Ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. L’immaginazione per pensare un’alternativa. La capacità di creare un pensiero diverso. Sembra difficilissimo, e forse lo è, ma vale la pena provare.

6. “Se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.”

Sì, l’idea è quella di sollevare il problema e dargli un nome, precisamente. Ma non è che il problema sorga nel momento in cui lo mettiamo in evidenza. Il problema esiste da prima. Da millenni. Inossidabile. Semplicemente, ora ne stiamo parlando.

7. “Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna.”

Beh sì, mi sembra giusto, anzi mi sembra il minimo di umanità. Non è che io, di fronte a un uomo vittima di un’ingiustizia, invece, me la goda. La solidarietà è un sentimento nobile, uno dei più belli, e per definizione una persona o ce l’ha in animo, o non ce l’ha. Tu però, in quanto donna, sei soggetta a delle discriminazioni, per il solo fatto d’essere donna. L’entità di queste discriminazioni, dipende dall’epoca, dal paese e dalla cultura in cui vivi. E non ti sembra una strana coincidenza? E non ti sembra un incredibile comune denominatore?! Nessuno pretende che dobbiamo starci tutte simpatiche, ma non vedo perché non dovremmo, tutte insieme, pretendere di essere pari, pretendere di accedere alle stesse opportunità, pretendere di ridiscutere gli argomenti dell’agenda collettiva e di evolverci in una direzione davvero nuova.

8. “Le donne in gamba sono capacissime di meritare la solidarietà e il rispetto per ciò che fanno e dicono, non perché donne.”

Ma chi sono le donne NON in gamba? Quelle che scopano per fare carriera? Quelle che vanno con gli uomini sposati? Quelle che tradiscono, quelle viziose, quelle che spendono, quelle che mentono, quelle che non cucinano, quelle che se ne vanno, quelle che si fanno il fidanzato dell’amica, quelle che si trastullano solo con i selfie, quelle che s’ammazzano di antidepressivi, quelle che parlano male di noi alle nostre spalle? Io non riesco a credere che ciascuna donna, persino la più stronza, non abbia qualcosa di importante, di unico, di potente dentro di sé. Che cazzo ti devo dire? Mi è venuta questa fede mistica, questa fiducia profonda nel genere a cui appartengo, che proprio non ho dubbi. E credimi, figurati se a me sono state simpatiche tutte le donne che ho incontrato sul mio cammino. Figurati se a tutte loro sono stata simpatica io! Eppure, dobbiamo smetterla di ricadere sempre nell’odiosa dicotomia delle sante e delle puttane, delle amiche e delle nemiche, delle giovani e delle vecchie, delle sposate e delle single, delle mogli e delle amanti, delle madri e delle nullipare. Dobbiamo smetterla di applicare il pensiero elementare e binario alla femminilità. Siamo molto più complicate (secondo Fiorella Mannoia). Molto più sofisticate (secondo me).

9. “Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?”

Nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci, che come saprai costituiscono le fondamenta della nostra cultura. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. D’altra parte, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente e richiedere tempo. Nel mentre ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro carattere, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni accolte e rispettate meglio, da tutti, uomini e donne.

10. “Perché le donne, protette dal femminismo, ormai frignano per qualunque cosa?”

Questa è una delle mie preferite. Dire che le donne sono PROTETTE mi suscita, come minimo, un sorriso sarcastico. Dove, esattamente, le donne sarebbero protette? In quale angolo del mondo non esistono discriminazioni? In quale paese del globo terraqueo non si rileva l’esistenza, più o meno istituzionalizzata, della violenza di genere? Quale aspetto della nostra vita non viene vivisezionato, giudicato e condizionato da una società che non ci corrisponde? Esistono organi internazionali che si occupano dei diritti civili delle donne e della parità di genere. Non è una “fisima”, non è una “pippa mentale” e non è un “piagnisteo”. Le donne non stanno frignando. Le donne stanno pensando, stanno parlando, stanno spiegando. Non dico dobbiate ascoltarle, o supportarle. Però, magari, su qualcosa hanno ragione e, nel dubbio, sarebbe carino non schernirle, non sminuire le loro istanze, chiedersi quali siano le loro ragioni, provando persino a scavare leggermente più in profondità.

11. (non è una domanda ma una riflessione con cui volevo salutarvi) “Le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top. Sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. ” […] “Mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna possa scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro”

Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing): le t-shirt da 400 dollari di Dior; la faccia di Frida Kahlo stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Alcune si stanno occupando anche di politica, di ambiente, di economia. Naturalmente sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale (fare le ribelli, le dure, le “donne con le palle”) è perché il femminismo ha bisogno anche di quel cuneo. Per cosa? Per scalfire la cultura in cui viviamo immersi fino al collo (e bada, la scalfisce solo). Ma sia chiaro: la causa femminista ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua.

A questo punto io vi saluto, sperando di riuscire a ritagliarmi qualche giorno di ferie e relax. Vi auguro di stare bene, riposarvi, abbronzarvi, mangiare bene, fare all’amore, viaggiare lontano ma pure vicino, bere buon vino, ridere e leggere 🙂

Vacanze da Single?

Ieri sera mi ha scritto un’amica che non sentivo da tempo. Si chiama Elena, ha qualche anno più di me, è single e ha un bimbo bellissimo di tre anni. Mi ha detto che il pupo se ne va una settimana in vacanza con il papà e dunque lei si ritrova – all’improvviso – libera e stressata perché non sa che cazzo fare (cito testualmente). Mi ha detto che vorrebbe partire in compagnia, ma conosce solo coppie o mamme con bambini. Mi ha detto che non sa che tipo di vacanza voglia fare, e che teme di scartavetrarsi le ovaie ovunque, da sola.

È stato allora che ho pensato di dover scrivere questo post, perché anche io, come Elena, per anni, ho dovuto far fronte al tipico Horror Vacui Single. Il disdicevole fenomeno si manifestava in alcuni specifici periodi dell’anno e portava con sé una dose discreta di imbarazzo sociale. In altri termini, a parte le classiche, odiose domande che costellavano la mia quotidianità, variamente comprese tra “Ma non c’è proprio nessuno-nessuno che ti piaccia?” e “Quando pensi di trovare un bravo ragazzo come hanno fatto le tue amiche?“, ce ne erano altre apparentemente innocue, ma sostanzialmente subdole.

Cos’hai fatto nel weekend?, per esempio, era una domanda che poteva facilmente mettermi in difficoltà. Di solito al weekend uscivo. Il venerdì andavo spesso a bere con alcuni amici single, e il sabato c’era la pizza con il gruppo terrons. La domenica, a ora di pranzo, andavo in palestra e nel resto del tempo mi dedicavo alla casa, o cazzeggiavo. A volte, fissavo un date a orario d’aperitivo. Detto ciò, però, capitavano anche lunghi weekend di singletudine e solitudine, nei quali gli amici partivano, o erano ammalati, o avevano appuntamenti galanti, in ogni caso non c’erano. Oppure weekend in cui avevo un umore talmente macabro che non reputavo opportuno manifestarmi nella società. Insomma, spesso avrei dovuto semplicemente rispondere “Ho fatto binge-watching di Dynasty su Netflix, ingozzandomi di patatine Più Gusto al Lime e Pepe Rosa“. Capite, non era premiante.

Una domanda altrettanto scomoda era Cosa fai a Capodanno?. Che cazzo ne so cosa faccio a Capodanno. Mi imbucherò a una festa piena di sconosciuti, alla quale berrò come se non ci fosse un domani, nella speranza che prima o poi la playlist mi regali “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. Proverò a non pensare che sono ancora single, a mezzanotte non bacerò nessuno e no, non avrò neppure un frettoloso rapporto sessuale di natura scaramantica per assicurarmi un anno di scorribande erotiche.

Naturalmente, la più insidiosa di queste domande era: Che programmi hai per l’estate?. Le ferie estive rappresentavano per me l’apogeo dello sbattimento, il punto di non ritorno dell’Horror Vacui Single. Tornare a casa, in Puglia o in Abruzzo, è sempre stata una valida alternativa. Al terzo, quarto o quinto anno consecutivo, però, avevo iniziato a sentire il bisogno di altro. Volevo viaggiare, anche. Volevo vedere posti nuovi, anche. Le ferie estive non erano facili come un weekend, che tutto sommato arrivava in fretta il lunedì e potevo tirare un sospiro di sollievo. L’estate era un’altra storia. Cosa avrei potuto fare?

Sarei dovuta partire da sola alla scoperta dei templi Maya in Messico? Sarei dovuta andare con lo zaino in spalla a scarpinare tra gli insetti della giungla vietnamita, insieme ad altre single, unite nella speranza di conoscere nuovi esemplari di scapoli purosangue? Oppure sarei dovuta andare in un bel villaggio turistico per single? Oppure una bella, squallidissima, crociera per single? Oppure dovevo farmi adottare da qualche coppia di amici, e andare in vacanza con loro come fossi la nipote teen-ager che si portavano appresso? Oppure ancora, avrei dovuto implorare i miei amici gay di includermi nella loro annuale spedizione punitiva a Mykonos? Mi era chiaro che ci fosse un buco di mercato, una domanda senza offerta, una mancanza di intrattenimento vacanziero per i single che non avesse l’aria di un’impresa per casi umani. Insomma, Elena non avrebbe potuto rivolgersi a consulente più appropriata. Era un tema che avevo sviscerato talmente tanto, da avere persino buoni consigli da dare:

  1. Ibiza” è stata la prima cosa che le ho detto. Ibiza è sempre una buona idea, altro che Parigi. Certo, Ibiza da sola ci vuole coraggio, ma dipende da come la pensi. Se devi fare lo schiuma party all’Amnesia da sola, capisco non sia il massimo. Ma lo schiuma party non è il massimo in nessun caso, a meno che tu non abbia 19 anni. Se, invece, ti concentri sulle calette che ci sono al nord, sulle spiagge dove puoi prendere il sole in topless perché il senso di libertà è tale che persino una terrona pudica come me l’ha fatto; se pensi alle passeggiate per Ibiza Town al mattino, quando tutti dormono e i colori del Flower Power dominano sulle stradine bianche inondate dalla luce del Mediterraneo; se pensi alla cena coi piedi nella sabbia, davanti al sole che tramonta, mentre mangi una paella bevendo un bicchiere di vino bianco, capisci che è un paradiso. Una meraviglia della quale puoi benissimo godere da sola, in compagnia di un buon numero di ottimi libri. Senza contare che è facile tu possa conoscere gente e far baldoria, qualora ti vada di farlo. È pur sempre Ibiza, cazzo. E se decidi di andare a ballare, puta caso, hai le discoteche più fighe d’Europa per farlo.

2. Io non ho mai avuto il coraggio di partire con un gruppo di sconosciuti, perché sono figlia unica e ho una capacità di adattamento vergognosamente scarsa. Chiunque sia migliore di me, però, può trovare facilmente tour operator che organizzino viaggi per giovani gruppi (non intendo liceali, dico 30-40enni, insomma non le escursioni per i 70enne crucchi coi sandali coi calzini). In questo modo,  non dovrete andare sulla Cordigliera Andina da sole, per dire, che mi sembra un dato interessante per chi è non è particolarmente Braveheart.

3. La città. Se c’è un posto nel quale un single può sentirsi a proprio agio, sono le grandi città. Le metropoli sono il regno incontrastato degli individui, degli sconosciuti, dell’anonimato urbano all’ombra del quale sappiamo vivere mediamente bene. Difficile annoiarsi in città come Berlino, Parigi, Londra, Barcellona, Madrid, Amsterdam, Copenaghen. Le città pullulano di stimoli che ci sono familiari, che possiamo finalmente assecondare liberamente secondo i nostri gusti. Musei, mostre, concerti, mercati, negozi, festival cinematografici/letterari/musicali/gastronomici/enologici, sono solo alcuni dei pretesti per i quali potete decidere di partire alla scoperta di una capitale. Certo, dovete considerare che è estate e d’estate in certi posti si schiatta di caldo, e in molte città non c’è il mare. Tuttavia, straordinariamente, ho scoperto che il mare non è esigenza universale e trasversale per tutti gli esseri umani. Dunque, in questi casi, visitare una città con calma, viverla non solo come turista del weekend, è una valida possibilità da prendere in considerazione.

4. Al contrario, se avete bisogno del mare e non vi accollate il rischio di partire per una vacanza balneare da soli, ci sono sempre gli amici o i parenti terrons da tenere in considerazione. Coloro che non hanno la fortuna di venire da una città di mare, dovrebbero avere la furbizia di coltivare rapporti d’amicizia con i giargiana. Il giargiana è quasi sempre accogliente e ospitale, se gli parlate del vostro disagio vacanziero sarà probabilmente incline a invitarvi (il giargiana a Milano vive in topaie di 30 metri quadri, ma ha quasi sempre sontuose ville al mare, appartamenti con camere per gli ospiti; doppie e triple dimore, con depandance). Se non volete essere di disturbo, potete prenotare una camera nelle vicinanze dell’amico giargiana e comunque trascorrere giornate in compagnia, visitando luoghi come la Puglia, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Campania, con veri terroni autoctoni, che vi faranno assaggiare prelibatezze assortite e vi condurranno nelle spiagge più belle. Una piccola nota: è bene “disobbligarsi”. Non si arriva a casa del giargiana a mani vuote: portate con voi dei prodotti tipici della vostra zona, o un pensiero per chi vi ospita. In alternativa, o in aggiunta, durante il soggiorno invitate a cena fuori la famiglia giargiana e pagate il conto. Non preoccupatevi, se è una tavolata di 10 persone. Spenderete quanto una cena in due a Milano.

5. L’ultimo e più saggio consiglio, me lo diede una mia cara amica, qualche anno fa. Quando le parlavo del mio dissidio interiore vacanziero, lei mi disse: approfitta delle ferie per fare un corso di qualcosa che ti piaccia. BAM! Genio. GENIO ASSOLUTO. Come avevo potuto non pensarci prima? Quale che sia la tua passione, esiste certamente qualcuno che organizza qualcosa a tema, per l’estate, a cui puoi partecipare. Una mia amica ha la passione per la fotografia e viaggia con un gruppo di fotografi, per fare fotografie. Una mia amica, ha fatto un corso di sceneggiatura durante le vacanze, in un hotel con piscina, vicino al mare, nel quale al mattino facevano lezione e il resto del tempo erano liberi di cuocersi al sole. Un’altra mia amica ancora, va una settimana in Toscana a fare yoga. Immersioni, trekking, pittura, teatro, beach volley, golf, velabici, quale che sia la vostra passione, potete andare in vacanza con persone nuove che la condividano. E se non avete passioni di alcun genere, come fate a vivere?

Sulla scia di questa brillante idea, dopo aver parlato con la mia amica, nel 2015 contattai ESL – Soggiorni Linguistici. Ero intenzionata a fare un corso di lingua a Malta durante le ferie (mi pareva una buona opzione, Malta, perché aveva il mare). In generale, mi sembrava una figata, un ottimo modo per spolverare il mio inglese, ma anche per conoscere persone da tutto il mondo in un contesto familiare come un’aula scolastica. Certo, temevo fosse un’esperienza troppo young per me, un po’ come lo schiuma party a Ibiza. Voglio dire: non avevo più 19 anni. Esistevano corsi per persone della mia età? Sì, esistevano. Esistono. Nel 2015 non partii più, per una serie di ragioni troppo complesse e faticose da spiegare in questa sede, però la voglia di sperimentare una vacanza di questo tipo mi è rimasta. Lo faccio quest’anno.

Parto a fine mese. Vado a New York, per due settimane, a fare un corso d’inglese 30+ (magari sarò la più giovane della classe). Sono elettrizzata e spaventata. Divertita e disorganizzata. Confesso un filo d’apprensione, perché devo ancora preparare tutto: la valigia, le medicine, il beauty case. Dovrò parlare con persone nuove, e dovrò farlo in una lingua che senza sottotitoli spesso non comprendo. Dovrò provare a tornare in Italia senza mettere su 5 kg da junk food. Dovrò sopravvivere al caldo opprimente del cemento. Ma so che sarà una figata. Ve la racconterò in tempo reale, sui social (vi avviso: su Instagram non mi conterrò, diventerò l’incubo più ricorrente sulla vostra timeline) e al ritorno, invece, mi piacerebbe propinarvi un bel video-reportage ma non prometto niente! Insomma, come dovrei dire se fossi una blogger seria: stay tuned!

Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Le Amiche del Cuore

Io e Gianna siamo state compagne di banco per tutti e cinque gli anni del liceo. Non ci assomigliavamo tanto. A dire il vero, non ci assomigliavamo quasi per niente. Innanzitutto lei era paesana e arrivava a scuola a bordo di uno di quegli autobus blu che quotidianamente riversavano decine di giovani provinciali nelle scuole cittadine. In secondo luogo, andava a messa e, peggio mi sento, faceva parte dei boy-scout, cosa per la quale l’ho presa per il culo per il quinquennio intero. Sentimentalmente io ero turbolenta e lei era quella pacata. Io avevo la verve della sgualdrina vanitosa, e lei quella della brava ragazza del sud. Quando c’erano gli scioperi lei spesso entrava, era uno di quei personaggi odiosi che consentivano ai prof di fare lezione, procedere col programma e soprattutto assegnare i compiti a casa, anche quando la classe era assente. Ho fatto molta fatica per volerle bene nonostante questo gigantesco difetto. Il sabato non uscivamo insieme (abitava, per l’appunto, in provincia) e l’estate non ci vedevamo quasi per niente. Pur tuttavia, il nostro è stato uno dei legami amichevoli più intensi che io abbia vissuto nella mia vita.

Gianna era famosa per le sopracciglia perfette, per le tette grosse e per la sua indole determinata e incazzusa (ma quello è proprio un fatto genetico degli abitanti del suo paese). Soprattutto, era famosa per la sua schiettezza indomabile, al limite della brutalità. Insomma, tra le due, la diplomatica ero io e con questo credo di aver reso abbastanza chiaramente l’idea. Una volta, durante un’assemblea di classe, fece piangere una delle nostre compagne. Insomma, Gianna era una di carattere, da maneggiare con attenzione. Studiava, più di quanto facessi io, ed entrambe a fine anno portavamo a casa una media degna di due “secchie”. Ci saremmo diplomate entrambe con 100/100, insieme ad altri 4 compagni di classe, e in tutto eravamo 16, dovevamo essere una classe di geni ribelli, di enfant prodige.

La nostra diversità ci ha permesso di condividere gli anni del liceo senza scontrarci praticamente mai. Al contrario, abbiamo creato un rapporto simbiotico, come forse solo a quell’età è possibile fare, di quelli in cui ti leggi nel pensiero senza manco guardarti in faccia, in cui conosci l’altra persona in maniera così profonda da anticiparne le reazioni, i commenti e i comportamenti. La connessione cerebrale ed emotiva, a quell’età, si sperimenta con le amiche, mica coi fidanzati. I fidanzati sono una cosa strana, una tappa evolutiva da ottemperare, uno strumento di scoperta sessuale, un placebo per la radicale insicurezza della gioventù e sono quasi sempre sbagliati, inadeguati, incapaci di esplorare le infinite profondità dell’animo femminile. Le amiche invece, oh, quelle sono le prime con cui ci si imbatte nei perniciosi anfratti dell’emotività, della fiducia, dei tradimenti e dei conflitti.

Io e Gianna abbiamo condiviso confessioni, pettegolezzi, paturnie e una discreta deficienza nelle materie scientifiche che, considerato che frequentavamo il liceo scientifico, era un argomento abbastanza preponderante della nostra agenda mediatica. Ogni giorno, al pomeriggio, ci attaccavamo al telefono e io non so cosa cazzo avessimo da raccontarci, ma parlavamo per due, tre ore. Le orecchie squamavano, le cornette diventavano incandescenti e le nostre madri si lamentavano perché – magari – c’avevano pure bisogno di fare una telefonata loro. La scusa, per me, era chiederle quali compiti avessimo da fare per il giorno dopo. Io non li scrivevo, lei si appuntava tutto scrupolosamente.

Oltre la sua apparenza riottosa, Gianna era una ragazza estremamente sensibile, acuta e intelligente (il suo nome scout era “Aquila Giudiziosa” e non aggiungo altro). È una persona a cui non ho mai dovuto argomentare la mia complessità, non mi sono mai dovuta giustificare della mia arroganza, né sforzarmi di dissimulare il mio narcisismo. Gianna mi ha voluto bene per quella che ero, in un periodo in cui evidentemente non capivo assolutamente chi fossi. E io ho fatto la stessa cosa con lei, senza dubbi e senza ripensamenti.

In assoluto, è la persona con cui ho riso di più nella mia vita, da lucida, cioè senza l’aiuto di sostanze alteranti. Ridevamo fino a farci venire i crampi alle guance, fino a lacrimare, fino all’asfissia. Non so neppure di cosa ridessimo. Stronzate, per lo più. Al liceo di quello si ride. Dell’imitazione della prof d’inglese o della prof di filosofia. Della caricatura del prof di matematica, disegnata sul diario. Del modo in cui il prof di lettere pronunciava la zeta. Come spesso succede a quell’età, avevamo creato un nostro gergo amicale, una microlingua fatta di citazioni e rimandi che solo noi comprendevamo appieno. E, in quell’età in cui si impara a stare al mondo, a relazionarsi con persone diverse dalla propria famiglia di origine, io e Gianna abbiamo sempre fatto squadra, in maniera perlopiù incondizionata: io sapevo che lei era dalla mia parte, lei sapeva che io ero dalla sua, anche quando non necessariamente approvavamo le espressioni pubbliche delle rispettive istanze (tipo quella volta che ha fatto piangere la nostra compagna di classe, ma a quel tempo eravamo in guerra, noi femmine, c’erano due fazioni ben divise, sono cose che succedono, si sa). Di base, tra di noi, c’era fiducia piena e c’era, al tempo stesso, l’illusione che quell’amicizia fosse inossidabile, che sarebbe durata per sempre, che sarebbe sopravvissuta a qualunque cambiamento, o scossa, o rivoluzione copernicana delle nostre vite. È normale, a quell’età, illudersi che sia così, ed è normale soffrire quando ci si accorge che così non è. Un pochino, in verità, ci si continua a illudere anche negli anni a venire, ogni volta, quando si incontra una cosiddetta “Amica del cuore“, qualcuna alla quale per un periodo di tempo ci sentiamo saldate da una sorellanza apparentemente indelebile. E, negli anni a venire, si continua a soffrire ogni volta che quel patto di incondizionata fiducia si infrange, spesso per nessuna ragione clamorosa, senza uno scontro plateale, senza un “perché” chiaro che ci dia pace. Esattamente come succede alla fine degli amori.

Fatto sta che si sa come vanno le cose: si cresce, ci si perde, ci si allontana, ci si lascia andare. Si accumula risentimento perché c’è sempre una che rincorre e una che si nega. C’è sempre una che non risponde all’ultimo sms (o whatsapp che dir si voglia). C’è sempre una che prende le distanze perché nelle amicizie troppo viscerali a un certo punto bisogna staccarsi. Bisogna conquistare il proprio spazio nel mondo, crescere indipendentemente, non cullarsi più nell’ombra dell’altra e imparare a stare sedute da sole al banco della vita. O, semplicemente, insieme ad altri compagni di gioco.

Negli archivi della mia memoria, che sono una specie di schedario andreottiano nel quale custodisco i verbali di chiusura di alcune delle mie amicizie più significative, c’è segnato che è stata Gianna ad allontanarsi e che io l’ho lasciata andare. Che a un certo punto non ci siamo più viste e più sentite, sebbene ci fossimo trasferite a studiare nella stessa città. Soffrii ovviamente un casino, all’epoca, e pensai un sacco di cose tristi e mortificanti del nostro rapporto, come per esempio “EVIDENTEMENTE NON ERA VERA AMICIZIA, MA SOLO CIRCOSTANZA”. Per un buon numero di anni ho perso fiducia nella possibilità di vivere una relazione d’amicizia sana con le donne, ho ripudiato il concetto stesso di “migliore amica” e ho deliberato che le amicizie maschili fossero sicuramente le più idonee per me.

Qualche anno fa, io e Gianna ci siamo riscritte per caso e siamo riuscite a organizzare un pranzo in Puglia durante le feste di Natale (come se non fossimo già sufficientemente satolle delle abbuffate familiari). Lei è arrivata a bordo del solito autobus blu provinciale e io con l’auto dei miei. Abbiamo pranzato, e chiacchierato, e ci siamo raccontate gli ultimi quasi 10 anni di vita. Era stato un bel pranzo, un disgelamento, la rottura del silenzio.

E poi, la settimana scorsa, ho presentato il romanzo a Bologna e quella si è presentata all’evento, senza dirmi nulla. Ha assistito all’intera presentazione e ha atteso che terminassi tutta la liturgia del firma-copie, possiamo-farci-un-selfie-insieme-maccerto-figurati-ci-mancherebbe e poi, alla fine, ci siamo guardate e ci siamo abbracciate fortissimo senza dirci niente. È stata una sorpresa bellissima, tra tanta gente che era come se mi conoscesse, ce n’era una che mi conosceva per davvero. Una che aveva saputo i miei segreti, le mie fisime e le mie fragilità. Una che per 5 anni aveva decifrato ogni mia singola espressione facciale, ogni mio cenno di disappunto o di approvazione.

Abbiamo bevuto uno spritz insieme, dopo, e fumato una sigaretta. Eravamo felici, entrambe, e poiché non eravamo da sole abbiamo trattenuto la voglia di raccontarci duemila aneddoti, e novità, e pettegolezzi, e confidenze. Abbiamo iniziato a ridere, come un tempo, ripensando a ciò che ci faceva ridere da ragazzine, imponendoci un contegno sociale del quale avremmo volentieri fatto a meno, ripescando decine di gag dal passato che sono ancora capaci di farci piegare in due dalle risate. Prima di salutarci, ci siamo promesse di rivederci presto, in un tette a tette (e che tette!), e recuperare un po’ del tempo perduto.

Ecco, non so se lo faremo mai, perché insomma siamo adulte e siamo tutte prese, ognuna col suo viaggio ognuna diversa, ciascuna i propri impegni, gli obblighi e le scadenze, l’agenda fittissima e la difficoltà di curare i rapporti interpersonali vicini, figurati quelli lontani. Ma ciò che conta è che quella sera ho capito una verità importante: esattamente come certi amori, esistono amicizie che non finiscono, che fanno giri immensi e poi ritornano. Esistono complicità che sopravvivono alle avversità della vita, al tempo e alle acredini adolescenziali. Ho capito che l’amicizia tra donne è un affare complicatissimo in ogni caso ma, al tempo stesso, è una forza potente, possibile e affascinante. Sono tornata a Milano, pensando che quando si è state amiche in un certo modo, si resta in qualche misura amiche per sempre. Che certe amicizie sono come un timbro indelebile nella memoria, che sbiadisce gli screzi e lascia emergere i ricordi belli, le risate e le lacrime (quelle di felicità). Sono tornata a Milano con una consapevolezza nuova: quando si è state amiche per davvero, non c’è nulla che si perda. C’è solo la vita che fa il suo corso, e a volte ci allontana, e a volte ci avvicina. Ma di base non ci cancella mai.

PS: com’è ormai consuetudine, colgo l’occasione per segnalarvi la pubblicazione del mio nuovo video, la prima parte di Vagi4You, un mini-documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, del quale sono molto, molto, molto proud. Guardatelo, liketelo, commentatelo e soprattutto condividetelo. Se vi va ❤ 

Femministe col Culo degli Altri

La settimana scorsa sono stata invitata, insieme ad altri bloggers, giornalistis e influencers, a una cena con Mary Lynn Bracht, scrittrice americana, di origini coreane. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un’interlocutrice anglosassone, e di dire quelle cose tipo nais tu mit iu, ho riflettuto sul senso della serata e del suo romanzo, in uscita in 18 paesi, tra cui l’Italia (con Longanesi). Figlie del Mare, questo il titolo, racconta un tema di cui — specialmente qui in Occidente — sappiamo davvero poco: la storia delle comfort women coreane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se a questo punto state pensando qualcosa tipo “Che noia la storia delle prostitute asiatiche“, avete ragione. Due palle questi romanzi storici, politici, femministi nella sostanza e non nell’etichetta. Chi se ne frega. Quante erano? 200.000. Che è successo? Le hanno ridotte in schiavitù sessuale e venivano quotidianamente stuprate dai militari giapponesi. Si vabbè, ma tipo 70 anni fa! Sì sì, roba vecchia, ci basta fare i conti con l’Olocausto. Chi se ne importa delle ferite inferte su popoli lontani, quando ci siamo noi qui, che siamo tanto inguaiati. E poi ormai le donne non fanno che parlare e lamentarsi di tutto, e alzano la voce in tutto il mondo, e mò dobbiamo deprimerci pure con questo pezzo della storia delle donne di cui non sappiamo un cazzo? Che noia. Avete ragione. Per questo motivo ho deciso di sconsigliarvi la lettura di questo romanzo.

Innanzitutto perché è lungo 370 pagine, neppure troppe, ma comunque per leggerle tutte serve più impegno di quanto ne richieda, per esempio, condividere un bel video, molto ritmato, di Freeda su Facebook (e, sia chiaro, a me piacciono i video di Freeda); lo sconsiglio, perché ha una storia, una trama e qualche riferimento storico, dunque intellettualmente potrebbe essere più impegnativo di scegliere un nuovo gadget di Frida Kahlo su Amazon; lo sconsiglio, perché forse non c’è neppure un passaggio che potrete fotografare e pubblicare su Instagram con l’hashtag #girlpower. Lo sconsiglio, perché è un libro faticoso, non da leggere ma da sentire nelle budella; lo sconsiglio perché metterà a dura prova la vostra sensibilità e aprirà uno spiraglio nauseante sulla brutalità degli esseri umani. Vi sconsiglio questo libro perché se lo leggeste vi taglierebbe dentro, non dico con la stessa perizia con cui ha fatto Primo Levi ai suoi tempi, ma con lo stesso tipo di bisturi, quello capace di incidere e chiarire che esiste un bene e che esiste un male, e che ci sono casi in cui non si sollevano dubbi in proposito.

E se questo ancora non è sufficiente a dissuadervi, io no so che dirvi. Non capisco perché vi incaponiate, perché vogliate sporcarvi le mani e l’anima a leggere un libro che accende la coscienza, scritto da una donna, sulle donne. Perché dovreste leggerlo, quando potete continuare comodamente a pensare che essere femministe sia più o meno come essere hipster: nessuno sa esattamente che cazzo significhi, ma tutti siamo un po’ vittime della loro estetica. Ecco facciamoci bastare il femminismo estetico, quello confortevole che sta in superficie, che ci fa pensare che le cose stiano cambiando da sole. Prendiamoci il marketing del femminismo e rendiamo grazie, la sua narrazione mediatica, la fuffa inoffensiva, la querelle televisiva, lo slogan, l’advertising, il trend. Roba che fa scena e che va pure bene, ma che non basta. Roba che poi, nella sostanza, cambia di poco le cose, così non corriamo il rischio di evolverci, e ci risparmiamo la fatica di studiare. Non leggetelo, questo libro, tanto ci appassionano più le guerriere delle vittime,  e continuiamo a ignorare come tutti i ruoli della femminilità siano interdipendenti, e come da questo nasca il femminismo intelligente. Il femminismo potente. Quello capace di pensare e attuare prospettive future più eque. Intanto, nel dubbio, spariamoci le pose, atteggiamoci, frammentiamoci in sottoculture disomogenee e in piccole lotte intestine, dài. Del resto ci bastano le immagini e l’immaginario, la retorica e l’accessorio, per sentirci femministe, mica dobbiamo esserlo per davvero, il mercato lo sa. Il femminismo tira un casino, dilaga ovunque nel tessuto narrativo, crea stereotipi nuovi. Si trasforma in femvertising che, tecnicamente, è la pubblicità fatta dalle donne per le donne, veicolando messaggi positivi e incoraggianti (empowering, letteralmente) indovinate per chi? Ma per le donne, ovvio.

Tuttavia il femminismo liofilizzato e ammansito, reso fenomeno di costume, va oltre. Prendete Westworld, di cui ho visto le prime due puntate della seconda stagione. La vicenda è popolata da eroine ribelli e spietate, volto unico della rivolta, affiancate da figure maschili remissive e obbedienti, servi adoranti e coraggiosi, pronti a seguirle ciecamente nei loro propositi sovversivi, al fine ultimo di sconfiggere i nemici, che sono tutti maschi, potenti e stronzi. Insomma, una specie di revengefantasy in gonnella, un po’ inno e un po’ caricatura del movimento #MeToo e delle sue rivendicazioni. Se ancora non vi basta, prendete l’alta moda, le sfilate in cui i modelli e le modelle in passerella indossano t-shirt da 400 dollari con su scritte frasi di matrice femminista. Dall’Haute Couture agli scaffali di H&M e Primark, il POP-Femminismo è al suo massimo vigore storico, gronda promesse di mondi migliori, propone armature illusorie per una battaglia che poi, in fondo, nelle pieghe della quotidianità, non intraprendiamo quasi mai.

Dev’essere questo il disagio, sottile e persistente, che avverto da mesi. Posto che qualunque deriva femminista, anche la più naif, mi pare comunque preferibile a qualsivoglia maschilismo, oscurantismo, sessismo e paternalismo, non riesco a liberarmi da una preoccupazione originale (originale come il peccato di Adamo ed Eva): rischiamo di imbrigliare il potere dirompente di una nuova coscienza femminista nelle maglie della pop-culture? Stiamo forse creando un’onda anomala di dibattito senza approfondimento ed educazione? Una bolla di opinioni a buon mercato che non hanno base accademica (perché a volte l’accademia ci vuole eh) né potenziale formativo?

Mi sono risposta che la pop-culture va pure bene. È utile, forse persino necessaria per creare vivacità nell’ambiente, per avvicinare chi ha bisogno della sicurezza che solo un argomento trattato sulle cover per smartphone può garantire. E che tutto il resto è troppo impegnativo da conseguire, massì, accontentiamoci del merchandising del femminismo, invece di leggerlo, masticarlo, deglutirlo, digerirlo e infine, se siamo fortunate, cagarlo. Agghindiamoci da femminista gipsy, o da femminista BruceWillis, o da femminista intellettuale e tanto basta. Non importa imparare a pensare, agire e sentire da femminista. Il cervello e i contenuti sono sopravvalutati, non ci servono mica. La cultura e la conoscenza, decisamente non sono utili per accreditarci come POP-Feminist in grado di mietere migliaia di like.

Non leggetelo, questo libro perché poi forse avrete voglia di approfondire, capirete che alcune donne (che avremmo potuto essere noi, o le nostre madri, o le nostre figlie, o le nostre sorelle) sono state vittime di un crimine contro l’umanità proprio in quanto donne, giovani, ragazzine al limite dell’infanzia. Non leggetelo questo libro, perché potrebbe aprirvi la mente, interrogarvi su quante altre donne oggi vivano in condizioni inaccettabili, farvi pensare che siamo una collettività, un gruppo gigantesco che subisce violenza da secoli, a qualunque latitudine del globo terraqueo e a qualunque livello della scala sociale (è notizia della settimana scorsa che persino le suore di clausura di Pamplona si sono indignate per l’ennesima ingiustizia giudiziaria a seguito di uno stupro di gruppo, tanto per non citare un caso italiano o americano).

Insomma: non leggetelo, Figlie del Mare, perché leggere questo romanzo è un atto femminista e potrebbe indurvi a pensare che si possa fare di meglio; e che essere femministe col culo degli altri potrebbe non essere abbastanza.

Leggere questo romanzo è un fatto. Non è una t-shirt, un meme, una gif.

È un’azione culturale che rischierebbe di insegnarvi qualcosa.

È un pericoloso gesto politico che vi porterebbe con la mente lontano.

E col cuore, incredibilmente vicino.

Ci siamo capite?

***

Io mi sono sempre opposta a questa storia delle magliette, di dover fare le mie magliette, di diventare una maglietta, perché a un certo punto bisogna fare le magliette; perché Memorie di Una Vagina è un brand che ci starebbe benissimo su una maglietta, eccetera, eccetera…ma se lo fa Christian Dior, stamparci il femminismo su tessuto, allora posso farlo anche io. 

E cosa scriverci sopra, lo decido io.