Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

10 Sintomi della Bimbaminchieria

Diciamo la verità: la vita da single non è semplice, ma neppure quella da coppia. E, se prima dovevi preoccuparti delle grevi insidie della solitudine (tipo rischiare di scivolare nel piatto doccia e restarci fino alla putrefazione), adesso ci sono nuove preoccupanti minacce che incombono sulla tua quotidianità. Perché dobbiamo essere oneste: possiamo ripeterci ininterrottamente che iniziare una relazione non ci cambierà, che noi resteremo sempre le stesse, che noi non faremo tutti quei vergognosi errori che abbiamo visto commettere a TUTTE le nostre amiche, o perlomeno a buona parte di esse. Credetemi, possiamo dircelo e ridircelo. Dircelo tantissimo. Ma le parole non bastano, servono i fatti, serve un attento e severo apparato supervisore della Bimbaminchieria, quella spericolata deriva nella puerilità amorosa che – quasi certamente – a un certo punto – ti travolgerà (alcuni studiosi sostengono che il fattore anagrafico non costituisca antidoto di per sé e che, anzi, spesso quanto più tardi ci si innamora, tanto più tragicamente si rincoglionisce). E poco importa che della propria singletudine si sia fatta bandiera, poco contano quegli anni passati a coltivare ogni piccola acidità interiore, a innaffiare ogni minima idiosincrasia nei confronti delle relazioni sentimentali. Niente. Nulla. Neppure se ti sei ribellata con tutta te stessa al potere normativo delle coppie e al loro ruolo livellante sulla società, sui diversi, sui freak, sui single, neppure in quel caso potrai considerarti immune alla Bimbaminchieria. Scopriamo meglio di cosa si tratta:

1. Succederà un giorno, all’improvviso. O meglio, te ne accorgerai all’improvviso e solo allora realizzerai che succede già da tempo. Ebbene sì, mia cara, hai messo a punto un assortito ventaglio di vocine del cazzo e di paroline buffe che usi ormai solo con lui. La vostra personale e vomitevolissima micro-lingua è già nata, senza che tu te ne accorgessi neppure. Stai molto attenta, amica, perché ci vuole un attimo che ti ritrovi a parlare come una persona con un disturbo della personalità in pubblico. In mezzo ai vostri amici. Al telefono, sui mezzi. Rifletti. Tu avevi giurato che quella roba lì non l’avresti fatta mai.

2. Ti scapperà e, di nuovo, te ne accorgerai quando il danno sarà già fatto: inizierai a parlare alla prima persona plurale. Inizierai a rispondere con il “noi” quando la gente ti chiederà cosa hai fatto, cosa hai mangiato, cosa ne pensi, cosa hai in programma. Ecco, adesso, a questo punto della tua vita ti sembrerà anche normale, per la famosa Legge della Banderuola (quella per cui quando sei in auto odi i pedoni e quando sei pedone odi gli automobilisti): ora ti sembrerà del tutto normale rispondere alla prima persona plurale ma ti prego di ricordare quanta pietas ti abbia suscitato in precedenza questa cosa.

3. Limonerai in pubblico. Se conserverai ancora un briciolo di dignità intellettuale, a volte, ti capiterà di guardarti da fuori, come se ti fossi presa la chetamina, e ti vedrai. E ti disprezzerai. E penserai “Cazzo ma ce la fate? Ma quanti anni avete? Ma prendetevi una camera!”.

4. Sarai attanagliata da una tentazione come manco Gesù Cristo nel deserto, come manco Jim Morrison nel deserto (insomma chiunque nel deserto non se la passa benissimo e questo è chiaro): vorrai, davvero vorrai, intasare il web di vostri autoritratti digitali artisticamente editati. Insomma, di vostri selfie. Nei casi più critici, ma in questi consiglierei di rivolgersi a uno specialista, la tentazione sconfinerà nel feticismo morboso, instillando in voi il dubbio che dovreste forse creare un format di coppia, un filone sai, la riproposizione reiterata e ossessivo-compulsiva di una vostra specifica parte anatomica (tipo i piedi, o la schiena, o le mani) o un oggetto che rappresenta l’unione suggellata per l’eternità delle vostre anime (tipo un peluche), in tutti i possibili contesti. Resisti, diomadonna ti prego resisti. Ricorda cosa pensavi quando vedevi gli altri farlo.

5. Finalmente sei uscita con il tuo migliore amico, o con la tua migliore amica (per quanto bisogna riconoscere che continuare a parlare di migliori amici e migliori amiche dopo i 15 anni di età sia vagamente border ma insomma ci siamo capiti), non vi vedevate da un botto (che magari è tipo 1 settimana o 2, ma per i vostri standard è come essersi persi di vista per un paio di ere geologiche), lui è lì che ti racconta i suoi ultimi aggiornamenti e quando raggiunge il climax della narrazione, tu ricevi una telefonata dal tuo moroso, che ti chiama per dirti che è uscito dall’ufficio (…), che in ufficio è stata una giornata pesante (…), che ora forse va a casa (…), che è indeciso su cosa mangiare a cena (…) e altre informazioni di capitale importanza che ti terranno al telefono per 30  minuti, mentre tu sarai lì in bilico tra la pazienza vacillante del tuo amico e il timore di ferire la sensibilità del tuo nuovo concubino. Io, sappilo, sono dalla parte dell’amico.

6. Darvi un…soprannome. Ecco questa storia dei soprannomi è veramente imbarazzante e la sublimazione dell’imbarazzo, già molto imbarazzante di per sé, è quando questi nomignoli diventano di pubblico dominio. Ora, qualunque rapporto d’affetto prevede (o può prevedere) epiteti di vario genere e natura. Pensiamo a tutti gli amici e le amiche che appelliamo “tes”, “tesò”, “amo”, “amò”, “cuore”, “gioia” e via discorrendo. Però c’è un però. Anzi, un PERÒ. C’è che esiste una soglia di dignità al di sotto della quale non bisognerebbe scendere mai, quindi se proprio decidete di appellarvi “pulcino&pulcina”, “orsetta&orsetto”, “micino&micetta” fatelo nel privato.

7. Iniziare qualunque discorso con “Lui mi ha insegnato”, “Lui mi ha raccontato”, “Lui mi ha regalato”, “Lui mi ha fatto vedere/leggere/scoprire/assaggiare/guardare/capire”. E tutto quel filone dialettico dal quale traspare che tu e la tua identità intellettuale non siate esistite mai prima dell’avvento del maschio redentore.

8. Trascurare gli amici e le amiche, che non vuol dire riuscire a esserci politicamente una volta ogni tanto per sentirsi la coscienza pulita e mettersi al riparo dalle più ovvie critiche di latitanza. Vuol dire prestare attenzione agli amici, a quelle persone che c’erano fino al giorno prima, ….e questo avrai la sensazione di non farlo mai abbastanza bene.

9. Nei casi più gravi succederà che inizierai a confrontarti con lui prima di accettare in via definitiva l’invito per qualunque aperitivo, cena, appuntamento, in orario serale, sperando che matchi con la serata in cui lui gioca a calcetto, o a poker, oppure si vede col gruppo per suonare. Peggio ancora, inizierai a proporre ai tuoi amici di vedervi esattamente quando lui ha altro da fare, secondo l’obiettivo scientifico di tappare i buchi. Il punto di non ritorno lo raggiungerai quando qualcuno ti inviterà a uscire e tu risponderai: “Non esco perché non esce lui”. Giuro, mi è successo. Di essere dall’altra parte, intendo. Di sentirmelo dire. Per capirci: alcune delle mie più care amiche, da quando si sono accoppiate, non le ho più viste da sole se non ai rispettivi addii al nubilato.

10. Farvi un tatuaggio di merda.

Presidiando con attenzione tutte queste aree sensibili della vostra relazione, potrete riuscire ad avere una storia senza ridurvi alla stregua di quegli human cases che avete così lungamente sofferto e compatito nelle precedenti epoche single della vostra esistenza.

Nella speranza di esservi tornata sufficientemente utile, vi saluto calorosamente,

vostra

V.

50 Sfumature di Molestia

L’altra sera sono uscita con un’amica e mentre bevevano uno spritz inutilmente costoso, lei mi ha chiesto cosa ne pensassi di tutta questa, aperte virgolette, faccenda delle molestie, chiuse virgolette. Nei giorni precedenti me l’avevano chiesto anche altre persone, dal vivo, via mail, nei direct messages di Facebook. Così, sebbene avessi deciso di non parlarne, ho cambiato idea. Et voilà, eccoci qua, accolliamoci questo argomento bello leggero.

Di tutta questa storia, mi colpiscono soprattutto due cose. La prima è come il dibattito, in Italia, sia permeato di misoginia. La seconda è l’incredibile resistenza al cambiamento culturale che le donne stesse (spesso colte, indipendenti, in gamba) oppongono. Per chiarire meglio la mia posizione, prenderò in esame alcune delle argomentazioni e dei commenti nei quali sono inciampata più frequentemente nelle ultime settimane. Tenetevi forte.

1. Te ne ricordi dopo vent’anni? → questa è la più gettonata in assoluto e si riferisce, naturalmente, ad Asia Argento. Il sottotesto è sempre lo stesso: prima hai approfittato della situazione, hai fatto carriera, hai goduto dei benefici e adesso fai la vittima? Posto che il punto non è decidere se Asia Argento ci piaccia oppure no, quale sia stata la sua condotta, con quanta rettitudine abbia vissuto la sua vita (se l’avesse denunciata Geppi Cucciari, una violenza subita 20 anni fa, ci avrebbe lasciati altrettanto perplessi?), sarebbe opportuno ricordare che non è così raro che la memoria delle molestie e degli abusi (e le relative confessioni) affiorino con anni, a volte decenni, di ritardo. Lasciatemi anche dire che le molestie non scadono, che denunciare non è semplice, che si teme sempre di non esser credute e di diventare mangime per il pollaio social-mediatico globale (che è esattamente ciò che è successo alla Argento). Ma queste cose le hanno già dette molti altri, meglio di me.

2. Si sa che in certi ambienti funziona così, hanno scoperto l’acqua calda. Il prossimo scandalo quale sarà, che nel backstage dei concerti circola droga? → su questa io reagisco come i giudici di X Factor nelle eliminazioni complicate: chiamo il tilt. Ma cosa significa, esattamente? Il diritto al consenso è universale, farlo dipendere dal contesto è una stortura abominevole. Per capirci meglio, chiamiamo in causa la solita prostituta e diciamo che anche lei ha diritto di dire “NO”, esattamente come ce l’ha una maestra di scuola elementare, ok? Per capirci ancora di più, diciamo che essere molestate in discoteca non è più accettabile che essere molestate in parrocchia, ok? Il valore del consenso, inteso nel senso più lato possibile, poiché in esso contiene innumerevoli sfumature, è uguale per tutte le donne, è un fondamento di civiltà, non ci si dovrebbe neppure discutere su. Punto. E lo so che vi sembra una rigidità vetero-femminista, ma santiddio, fidatevi. Viceversa, pare che crediate all’esistenza di una classificazione morale delle donne, in base al loro aspetto e alla loro professione. Se questa è la vostra idea, forse dovreste mettere al rogo le minigonne, i jeans attillati, i tacchi alti, le maglie scollate, la metà delle professioni che siamo libere di esercitare, e più in generale tutto ciò che, un domani, potrebbe indurre qualcuno a dire che, d’altra parte, ce la siamo cercata.

3. Sono le donne le prime a offrirla su un piatto d’argento → Ammettiamo che esistano aspiranti-qualcosa che, per facilitare il proprio percorso, ricorrano alla seduzione del potente di turno (e non dimentichiamocele, le olgettine che dichiaravano che giammai avrebbero fatto un lavoro normale per guadagnare 1000 euro al mese, come noialtre, povere stronze). Ammettiamo però anche che,  dall’altra parte, c’è un lui, un maschio, che però è anche un uomo, un professionista, un produttore, un politico. Invece che concentrarci solo sul valore morale della parte femminile, potremmo concentrarci sul valore morale della complicità maschile, dell’avallo di chi è in una posizione privilegiata, di maggior potere e controllo. Dove sta scritto che l’uomo che accetta, che magari c’ha pure moglie e figli, è tutto sommato nell’ordine delle cose (perché è la natura, no? Il maschio è cacciatore, si sa), mentre una donna che si offre è passibile di condanna immediata? (sta scritto nel Grande Libro del Patriarcato Incrollabile, è ovvio, ma soprassediamo)

4. Quelle che fanno così penalizzano le altre donne per bene, che certi compromessi li rifiutano → semmai è il sistema che penalizza le donne che non accettano questi compromessi. Di nuovo: l’uomo non è una parte passiva dell’ingranaggio. Se alcune donne adottano questa condotta è anche perché esiste un sistema, talmente consolidato che pare incrollabile, che ha penetrato le nostre coscienze al punto da apparirci naturale (come nel caso dello showbiz), che insegna che fare così è premiante. Il punto non è decidere se Tizia o Caia siano sante o puttane, se ci piacciano o no, se ci marcino sopra o meno. Il punto è che per la prima volta sembra possibile scardinare questo meccanismo e non vedo perché una donna, o un uomo intelligente, dovrebbero essere infastiditi — se non addirittura contrari —  a questa evoluzione.

5. Noi donne lo sappiamo SEMPRE → con questa ci si riferisce, invece, alla rapidità con cui possiamo capire che quell’uomo ha delle mire su di noi, che probabilmente stiamo prestando il fianco a una situazione scomoda, nella quale ci verrà chiesto qualcosa che non abbiamo intenzione di concedere. Anche questo, è vero. Non per tutte, ma per molte sì. Sappiamo che quando un tipo ci invita a vedere la collezione di farfalle, vuole altro, vero? Sappiamo che ritrovarci in una camera di hotel, o in uno studio con una jacuzzi al centro, può essere preludio di atti sessuali, vero? Quello di cui a volte non si tiene conto, tuttavia, è che spesso queste cose accadono a donne molto giovani. E sì, sì, sì, certo, ormai le pischelle sono sempre più sgamate, i nostri 19 anni equivalgono ai 13 anni di oggi, va bene, però fatemi un favore lo stesso: guardate nel vostro passato e ditemi se non avete scheletri nell’armadio, situazioni spiacevoli, tresche di cui vi siete pentite, imbarazzi che col senno di poi vi risparmiereste volentieri. Io sì, più d’uno. Il primo è Peppe Felisia, come lo memorizzai sul mio cellulare. Non mi piaceva, era basso e zarro, si attaccò a me in discoteca (Felisia era il nome della discoteca, per l’appunto) come una cozza, per tutto il tempo, quella sera. Finii persino a baciarlo quando, non so perché, mi ritrovai isolata dagli altri. Scrissi un sms al mio amico “Per piacere, sono dietro i tendoni bianchi, vieni a salvarmi”. Fine. Mentre ci pensate, però, immaginate che al posto di Peppe Felisia ci fosse un uomo potente, capace di avvicinarvi alla professione dei vostri sogni, in un contesto culturale in cui non era poi così peregrina l’idea di essere perlomeno “carine”. Certo, a voi non sarebbe successo, ma potete capire meglio che l’esperienza e l’età un ruolo ce l’hanno?

6. Poveri uomini, siamo arrivati alla caccia agli stregoni. Poi vi lamentate che non prendono più l’iniziativa. Grazie al cazzo. Rischiano di essere denunciati se solo vi invitano al cinema. → Adesso non esageriamo, per cortesia. Dire che questa ondata di consapevolezza non farà che rendere ancora più fragile e inconsistente l’identità virile, mi pare ardito e ancora figlio di una logica antagonista del rapporto tra i sessi. Una relazione trasparente, non offuscata dall’abuso di potere, non asservita alle dinamiche impari tra i generi, si fonda su una grammatica comune, che magari va raffinata ma che esiste già e che regola tutte le nostre interazioni sociali. Abbiamo detto che “noi donne lo sappiamo”, e allora diciamo che anche gli uomini lo sanno. Diciamo che non è poi così difficile leggere il consenso, in un rapporto. Esistono le parole, la comunicazione non verbale, i comportamenti. Possono essere soggetti a interpretazione? In parte, certamente. Se uno non è proprio una lince a cogliere l’apprezzamento femminile, a distinguere l’educazione dall’attrazione, e la cortesia dalla proposta indecente, per stare al sicuro, potrebbe adottare una semplice linea guida, che garantirebbe anche maggiore meritocrazia nel contesto professionale: non scopi con le persone con cui lavori. Punto. Non inviti e non accetti inviti. Punto. Tieni il pisello fuori dall’ufficio. Punto. Lì fuori, del resto, ci sono tutte le cassiere di Vittorio Feltri, che non aspettano altro che te.

7. Noi donne non siamo tutte agnelli indifesi!!! → È vero, l’immagine che ne esce delle donne è sconfortante, monocorde, sviluppata attorno a un unico asse narrativo, come se l’alternativa fosse esclusivamente “troia vs debole”. Fa parte del racconto che i media costruiscono attorno a questi fatti, non corrisponde alla verità. Esistono certamente le donne forti, capaci di sfanculare un porco, e di denunciarlo immediatamente, e di difendere la propria dignità e di rinunciare alla carriera che sognavano, oppure di perseguire comunque le proprie ambizioni con la consapevolezza di ottenere meno, ma non vale per tutte. Queste donne ci sono, vivaddio. Dimenticarle, sarebbe ingiusto. Ma, se ammettiamo che esistono le spregiudicate disposte a tutto, dobbiamo ammettere anche che esistono donne altre, più fragili (intellettualmente, culturalmente, psicologicamente), non per questo meritevoli di molestie. Mi sembra demenziale dirlo, ma a quanto pare è necessario farlo.

8. Allora domani mattina chiunque si sveglia e denuncia qualcuno di molestia/abuso/stupro, con decenni di ritardo e senza nessuna prova, e va bene così! Le carriere di queste persone sono rovinate! E così le loro vite private, pensa alla moglie di Brizzi! → Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa sia una molestia, cosa un abuso, cosa uno stupro, cosa un’avance, e invece ci muoviamo in questo calderone nel quale vale un po’ tutto e il contrario di tutto. In secondo luogo, esiste un terzo protagonista in questa vicenda: l’opinione pubblica. Famelica, ansiosa di schierarsi, smaniosa di emettere condanne capitali attraverso processi sommari e sempre pronta a dare visibilità ai millantatori, o alle vittime, o alle finte vittime, o ai finti millantatori. D’altra parte, siamo cresciuti osservando arringhe televisive e siamo diventati adulti tuonando sentenze in 140 caratteri. La pubblica gogna è esistita sempre, è sempre più ingovernabile e ci siamo dentro fino al collo, tutti. È il sistema mediatico che strappa like alla nostra riprovazione, che vuole scandalizzarci e indignarci quotidianamente, indurci al dileggio nell’ignoranza dei fatti, alimentando la macchina finché ce la fa, finché non ci viene la nausea. Siamo sempre liberi di ricordare che i processi non si fanno su Facebook, né su Twitter, né su Vanity Fair.

9. Mi sembra che adesso sia proprio una moda, quella di urlare alle molestie → generalmente detto come se tutte queste donne fossero mitomani, come se per tutte la denuncia fosse solo un pretesto per attirare l’attenzione, per farsi notare, per speculare, per recuperare un’ospitata da Barbara D’Urso; è comprensibile, del resto, che la faccenda prenda questa piega macabra. Un argomento di simile urgenza e delicatezza viene affidato a Le Iene (LE IENE), e poi rimbalza per giorni da un media all’altro, mentre il minestrone di opinioni viene rifocillato dalle dichiarazioni di Nancy Brilli, Alba Parietti, Sandra Milo (!) e il confine tra consapevolezza e gossip s’assottiglia fino a svanire, delegittimando un tema cruciale, rendendolo fenomeno di costume, argomento del momento, infografica, campagna video, hashtag, fanta-femminismo, quiz: “Dimmi come molesti e ti dirò che personaggio famoso sei”. La responsabilità di tutto questo, di nuovo, non è di chi denuncia ma di chi, attorno a quelle denunce, fomenta il prurito e la morbosità del pubblico.

10. Le vere violenze sono altre. Perché nessuno si occupa delle donne che subiscono soprusi veri? → E questa è l’argomentazione più pericolosa, perché ti fa pensare davvero alle donne che vengono violentate con la forza, a quelle che vengono picchiate dai mariti, a quelle che lasciano il loro compagno e quello poi si perita di fare un falò con il loro corpo. Ti fa pensare che una donna normale, sconosciuta, qualunque, che denuncia uno stalker viene letteralmente ignorata dalle autorità, finché quello non le lancia un barile d’acido addosso, finché non le fracassa il cranio, finché non la strozza o non l’accoltela 56 volte. E queste sono tutte cose serissime e gravissime, tanto più al cospetto di una qualsivoglia attricetta di serie B, che denuncia un regista che s’è fatto un raspone davanti a lei. E in effetti ci sta, sono livelli diversi, per questo non andrebbero mischiati, anche se afferiscono alla stessa sfera. Inoltre, per questa logica, dovremmo smetterla di lamentarci di qualunque cosa: “Fa freddo” — “Eh, vabbé, pensa agli esquimesi”; “Ho fame” — “Eh, vabbé, pensa ai bambini in Africa”; “Sono infelice” — “Eh, dài, pensa a chi ha una malattia incurabile”; “Mi hanno rubato l’iPhone” — “Eh, dài, pensa a chi ha ancora il Nokia”; “Vorrei una casa più grande” — “Eh, vabbé, pensa ai clochard”. È ovvio che esistano malesseri minori e malesseri maggiori. Ma sempre malesseri restano. Ognuno ha i suoi. Tra qualche settimana non si parlerà più di molestie e potremo tornare a concentrarci sui femminicidi. Non prima di aver degnamente celebrato la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulla Donne, condividendo bellissimi video, e fotografie, e poesie, e aforismi, sulle stesse bacheche dove la settimana prima abbiamo dato della bottana a questa o a quella.

In conclusione, la risposta che alcuni commentatori non colgono, è sempre nella cultura e la cultura cambia anche grazie a questi movimenti, che ci piacciano oppure no. Sono certa che nell’agenda degli argomenti femminili, per esempio, ne esistano di più impellenti. Sono certa anche che, a voler parlare dei diritti delle donne, si possano interpellare esponenti più autorevoli di Mara Venier. Tuttavia, mi piace pensare che se domani avessi una figlia, e quella tra vent’anni volesse tentare la carriera di attrice (perché ha studiato, è brava, magari pure bella), potrebbe farlo senza succhiare gioielli di famiglia a destra e a manca. Senza rischiare che un produttore 40 anni più vecchio di lei le chieda di spogliarsi al primo provino (salvo che il produttore non sia Rocco Siffredi, ovviamente, nel qual caso sarebbe un altro discorso).

Mi piace pensare che anche ciò che “Tanto si sa che funziona così” può essere cambiato. D’altra parte, al mondo, alla società, succede questo.

“Perché proprio adesso?” mi ha chiesto Frecciagrossa, il mio migliore amico gay, un po’ scettico sul tema.

“Perché oggi i gay possono sposarsi e 50 anni fa non potevano farlo?” gli ho risposto.

È la storia che fa il suo corso. È la cultura che matura. Il risultato di questo battage, forse, sarà che d’ora in avanti gli uomini in posizioni di potere ci penseranno qualche volta in più, prima di molestare o abusare di qualcuno, uomo o donna che sia. E questo, a me, di per sé, pare un progresso. Possiamo discuterne i modi, ma non possiamo ignorare la potenza di questa svolta.

D’altra parte, se l’umanità si fosse storicamente limitata a “Tanto si sa che funziona così”, probabilmente vivremmo ancora con la schiavitù, la dittatura, la segregazione, i manicomi, le lampade a olio, i pozzi al posto dell’acqua corrente e le carrozze trainate dai muli.

Di scrittura si muore, ma io no. O forse sì.

Le persone me lo chiedono spesso. Si usa fare così, del resto, lo sappiamo. “Come stai?” mi chiedono e sembra si aspettino già la risposta, e la risposta non può che essere positiva, ma molto positiva, qualcosa di altisonante e che non lasci spazio a dubbi. Voglio dire, non s’accontentano di un “Bene, grazie” o di un “Abbastanza bene, non c’è male, tiriamo a campare, tuttappò“. La gente s’aspetta che io risponda cose come “Alla grande!“, “Super-top!!!“, “Splendidamente!“, “Felicissima“. Se non lo faccio – e capite bene che non lo faccio perché non sono quel genere di individuo insensatamente ottimista e positivo nei riguardi dell’esistenza – mi incalzano: “Sei sempre in giro!”, “Sei già diventata miliardaria?!”, “Ti hanno già tradotta in 27 lingue?”, “Stanno già girando il film dal romanzo?”, “A quando il prossimo?”, “Ormai sei una vip!”, “Il peso della notorietà!”, “Fai parte del jet-set” e altre piccole o grandi assurdità di questo calibro. È un attimo e la gente (per non suonare qualunquista: con “gente” mi riferisco agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli ex colleghi, ai lettori) inizia a credere che tu sia “arrivata” e che tu ce l’abbia fatta. Non è chiaro DOVE tu sia arrivata o a FAR COSA tu sia riuscita, ma loro ne sono ormai convinti.

Sia chiaro, capisco questa suggestione mediatica. Scoprirne le logiche dall’altra parte mi è, anzi, estremamente utile a ridurre la percezione che io stessa ho delle vite altrui, quando le osservo attraverso il caleidoscopio dei social network. Solo che più ci penso, più mi colpisce come il momento in cui tutti sembrano persuasi del mio “successo” (qualunque cosa significhi), sia lo stesso in cui metto più in discussione me stessa: le mie scelte, le mie capacità, le mie motivazioni. Resisterò alla tentazione di imputare questa crisi mistica al compleanno imminente (32 anni, li compirò l’8 novembre, non fatemi gli auguri anticipati che si sa che portano sfiga) e proverò a fare ciò che ho sempre fatto: sputare il rospo, cagare via dall’anima un pezzetto duro duro di questo malessere, guardarlo, andare avanti, crescere, prendere decisioni, e altre attività tragicamente faticose che – fatto ancor più funesto – non posso continuare a procrastinare ad libitum.

Veniamo a noi con una dovuta premessa: la faccenda non è semplice. Per capire che c’era un malessere (ma và!) e circoscriverne il terreno (ben più difficile), ho dovuto far caso a una serie di segnali.

  1. Quando la gente mi chiede “Che lavoro fai?“, formulare una risposta mi manda in sbattimento. Perché, per quanto io creda fermamente che non siamo ciò che facciamo né ciò che possediamo, è vero pure che ciò che facciamo e ciò che possediamo sono elementi che condizionano e definiscono la nostra vita. La gag del “faccio-cose-vedo-gente” funziona i primi mesi. Dopo un po’ vorresti poter rispondere: la dentista, la parrucchiera, la salumiera, la consulente, l’avvocato, la segretaria. Tecnicamente qualunque mestiere, persino l’allevatrice di cavallucci marini sarebbe più credibile di “Faccio la blogger“. Infatti, per inciso, io non rispondo mai “Faccio la blogger”, rispondo “Scrivo” (e già capite che trapela un ingiustificato senso di superiorità verso quelle che fanno le blogger e che – a differenza mia – fatturano centinaia di migliaia di euro)

2. Quando le persone a me vicine, vicine abbastanza da conoscere la mia situazione professionale, mi chiedono – con prudenza, timore, un filo d’apprensione e una patina variabile di giudizio – che progetti io abbia per il futuro, mi sembra mi trattino come si trattano quegli amici che studiano da 10 anni per una laurea triennale, e cioè spalmando silenziosamente sul loro capo l’onta del fallimento. Capite, non è bello. E comunque sia, quale futuro? Cos’è il futuro? “No Future“, questo risponderei, urlandolo incazzata (e straziata) come fossi Lydon. Se solo fossi punk. Il futuro, due punti. Ho smesso di pensare al futuro, quando mi sono accorta che dovevo sbattermi troppo per sopravvivere al presente, ed energie non me ne rimanevano. Di solito in questi casi si cercano dei collaboratori, degli investitori, dei meccanismi redditizi costanti, delle agenzie. Tutte cose che altri, più svegli di me, hanno fatto. Io no. Ci ho pensato, ho annusato, ma comunque non l’ho fatto, non so se per istinto o per pigrizia, o per integrità. Dunque vivo alla giornata, faccio il contrario esatto di ciò a cui sono stata educata, perlustro tutti i limiti delle mie capacità. Saper produrre utili,  oppure unire le forze, oppure trovare investitori sono capacità che a “saper scrivere” ci spicciano casa. Ecco, la differenza non è marginale. Cos’è che voglio fare? Cos’è che voglio essere? Cos’è che sono davvero capace di fare? Cos’è che sono interessata a imparare? Cos’è che sono disposta a fare? Capite, non è facile.

3. Ma tutta questa generale anarchia esistenziale, questo ripudio dei punti fermi, questa libertà affascinante, questa sregolatezza scarmigliata come modus vivendi, ho potuto concedermela finché è esistito il grande cappello concettuale di esce-il-mio-primo-romanzo-con-rizzoli. Avevo il contratto, avevo un libro da scrivere, poi da promuovere. La promozione non è finita, ma il grosso è fatto. Adesso qual è la direzione? Ogni volta che qualcuno mi pone domande sul libro, sulle vendite, sugli sviluppi, sul prossimo che scriverò, vado in sbattimento. Non lo so. Non so niente. L’imbarazzo che suscita la domanda (per quanto legittima) non è molto diverso da quello di quando sei single e tutti ti chiedono (illegittimamente) “Beh, hai finalmente trovato qualcuno?”. “No, vivo di marchette occasionali, comunque poche perché sono selettiva”

4. Devo dire che una rilevante porzione del malessere suddetto, la colleziono ogni volta che il mio estratto conto riporta un numero a tre cifre; non a tre zeri, a tre CIFRE. Oppure ogni volta che accumulo pagamenti in arretrato; ogni volta che non vado con un’amica a fare shopping perché tanto non posso comprarmi un cazzo. Ma anche ogni volta che vedo i capelli bianchi e mi ripeto che dovrei tornare dal parrucchiere; oppure ogni volta che vorrei rifare la pulizia dei denti e penso che – anche per quello – conviene aspettare. Fossi più zelante avrei almeno iniziato a vendere online la roba che non uso più, ma la fatica mi sembra nel complesso sempre troppo eccessiva per il guadagno. Che poi, io mi chiedo, ma perché questa fissazione di dover fare un lavoro che mi piaccia, che mi rispecchi, che mi esprima? Ma perché ancora non mi sono affrancata da questa fantasia tardo-adolescenziale?

5. Un altro grave indice di malfunzionamento del mio modello di Business Improvisation è quando mi accorgo di non avere TEMPO; il ché, permettetemi, appare surreale. Eppure mi pare sempre di non averne abbastanza. Per andare in palestra con una regolarità sensata; per frequentare i miei amici; per leggere, per esserci per le persone che amo, per cucinare sano, per fare qualunque cosa.

E così si torna al punto di partenza: ma tu cos’è che fai? Io scrivo. Un po’ generico, lo so. È che non conosco altro modo di spiegarlo. Non sono una scrittrice, anche se ho pubblicato. Non sono una giornalista, anche se scrivo sui giornali. Non sono una che “fa la blogger” perché non fatturo centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sono un’opinionista, anche se vengo invitata qua e là, a parlare di cose. Non sono una docente, anche se sporadicamente faccio corsi. Non sono una consulente, anche se ho fornito consulenze. Non sono famosa, ma neppure del tutto sconosciuta. Sono un ibrido. Non sono una grande imprenditrice, non sono Virginia Woolf (ma neppure Federico Moccia), sono presuntuosa anche se passo per modesta e forse non ho neppure mai avuto una vera missione nella vita, a parte sentirmi dire da tutti “brava“.

L’importante è muoversi, e tu ti stai muovendo“, mi ha detto l’altra sera il Frequentante, a casa, che poverino certe volte si sorbisce di quei patemi che potrebbe emettermi fattura alla fine della seduta.

Muoversi non basta, se lo fai senza tecnica ti stanchi e basta, non vai da nessuna parte. È la differenza tra restare a galla e nuotare. Se sai solo stare a galla, resti fermo, la notte arriverà e morirai assiderato, come Titanic ci ha insegnato. Se, invece, impari a nuotare, puoi provare a raggiungere una nuova sponda, oppure la riva, oppure puoi approdare a qualunque terra ferma, e salvarti“, gli ho risposto.

Ecco forse dovrei solo iscrivermi a un corso di nuoto, nelle acque torbidissime della vita adulta.

La Fine della Singletudine

Una delle cose più singolari che ti capitano quando ti ritrovi a vivere una diciamo-relazione, dopo lustri che eri ufficialmente single, sono le reazioni di chi hai intorno. Sia chiaro, i problemi veri sono altri. Voglio dire: ci sta che una mentre è presa a combattere con il doppio spazzolino, il doppio shampoo, il doppio balsamo, il doppio phon, perché non è che ogni sera posso fare un trasloco e uscire col trolley, per non parlare del bioritmo alterato e tutti gli altri cazzi, ecco ci sta che una non stia lì a pensare a come reagiranno gli altri a questo cambiamento strutturale della sua identità single. Finché le cose non succedono e tocca fare i conti con la cosiddetta “Fine della Singletudine” (che, questo amo ricordarlo, non è mai una situazione definitiva, essere single ed essere coppia sono semplicemente due condizioni transitorie che capita di esperire nella liquidità delle relazioni contemporanee, fine). Ad ogni modo possiamo stilare un agile compendio delle reazioni a cui capita di andare incontro:

1. I Parenti 

Palesemente terrorizzati all’idea che tu morissi da sola divorata dagli acari, i tuoi parenti sono semplicemente felici; sono proprio inequivocabilmente felici; ti vedono felice, quindi sono felici, quindi tu vedi loro essere felici e pensi che sia giusta la cosa che stai facendo, e si crea questo circolo virtuoso nel quale dopo 10 minuti simpatizzano già per lui – l’eroico e prode maschio che si sta sobbarcando il rischio di avere a che fare con te, indomabile e recalcitrante femmina ribelle, e dispensano a te pillole di saggezza sull’essere brava, tenertelo buono, che sembra un bravo ragazzo e altre considerazioni del genere. Se lui è sveglio può comprarsi il favore dei familiari davvero con poco: piccoli accorgimenti come la buona educazione, l’igiene, fare domande, sorridere e soprattutto MANGIARE tanto.

2. Le amiche accoppiate

Ti guardano con tenerezza e sorpresa, come se fossi un furetto che ha preso la patente, per capirci. O, più semplicemente, come se finalmente anche tu fossi arrivata nell’età adulta che, per essere sancita, evidentemente abbisogna della presenza di un pene al tuo fianco. Welcome darling, adesso anche tu puoi unirti al club del rotolo-della-carta-igienica, partecipare alle dissertazioni sull’asse del cesso, oppure dare il tuo contributo in quelle gag da coppie COSìDIVERTENTI nelle quali si raccontano aneddoti buffi dell’uno e dell’altro. Insomma, avete capito, quel sandraeraimondismo pluricollaudato che ti garantisce di sembrare una “bella coppia simpatica e affiatata”. Naturalmente sei già molto in ritardo, cioè presentare un uomo mentre le altre sono sposate e gravide, lo capisci, è come laurearsi fuori-corso. Brava eh, meglio tardi che mai, ma sai abbiamo un baby-shower da organizzare adesso.

3. Gli amici accoppiati 

Sanno che siete agli inizi e che scopate tantissimo, patiscono pensando che loro sono ormai irregimentati nel sesso-al-weekend-se-non-ci-sono-impegni-più-urgenti, vi invidiano bonariamente e sperano vi passi in fretta quell’appagamento insopportabile che trasudate, quella sfacciata complicità che la felicità vi dona. Quella luce fastidiosa, di chi s’illude che resterà sempre così.

4. Gli amici storici

Si preoccupano dell’andamento della relazione e dei suoi tempi (che se sono troppo rapidi poi tu ti secchi, che pure con la palestra fai lo stesso, o ci vai sempre o non ci vai mai, e pure col cibo, che sei disordinata nell’anima, noi ti conosciamo, poi ti senti oppressa ed è finita), sono speranzosi, a volte un po’ gelosi (“Ma quindi ora sei in modalità boyfriend only?“, oppure “Adesso non mi farai più le coccole“, “Sei viva?“, “Sei morta?“, “Sei sparita?“). Perché questo un po’ va detto: il tempo si riduce, le abitudini un poco cambiano. Quindi laddove prima eri più o meno sempre reperibile, all’inizio di una storia entri in una specie di modalità aereo. Ti dedichi alla persona nuova con la quale stai condividendo la vita, lo spazio, il tempo, salvo novità eclatanti che richiedano la tua attenzione tempestiva. E di questo, sorprendentemente, la gente si accorge.

5. Le amiche single

Sono le più delicate, in questa fase; esse ti guardano con incredulità e un pelo di diffidenza. Tutto si riassume in una sola domanda: “Com’è possibile? Com’è successo? Allora esistono degli uomini normali?”. Ecco, le amiche single per me sono le più delicate perché le domande che mi pongono loro sono le stesse che mi pongo io. Le cose che loro non si spiegano, sono le stesse che non mi spiego io. E la verità è che – per il momento – risposte definitive non ne ho. Quello che posso dire, quello che ho detto ieri a una di loro che mi ha scritto, è che con questa persona sto semplicemente bene. E non saprei spiegare in che modo ci siamo trovati, e com’è possibile che io l’abbia accolto, e non saprei dire se semplicemente erano maturi i tempi, o se sarà l’ennesimo fuoco di paglia, un ulteriore buco nell’acqua trivellata dai fallimenti amorosi della mia vita; e che semmai mi spaventa la banalità di questo stare bene, che non è perfetto ma è reale; e che mi ero anche persuasa di non meritarmela neppure questa felicità, che fosse impossibile per me, che non avrei neppure saputo immaginarmelo un compagno, non ero neppure più capace di dire che requisiti dovesse avere, sapete quando facciamo quelle liste di come ci piacerebbe fosse il nostro uomo ideale? Ecco io non ero più capace di fare neppure quella cosa lì. Io non sapevo neppure più immaginarlo ma, se di immaginarlo fossi stata capace, forse l’avrei immaginato così com’è. E questa cosa non avrei potuto saperla, se non ci fossi inciampata. Se non gli avessi dato la possibilità di conoscermi e farsi conoscere. Se non avessi ammesso l’eccezionale ipotesi che le cose possano succedere, all’improvviso (…che poi improvviso un cazzo, che qua s’aspettava da lustri un po’ di aria buona). Ecco, alle amiche single, alle commilitone, alle compagne di lotta, alle braccia che c’hanno consolate, alle orecchie che c’hanno ascoltate, agli occhi che hanno letto tonnellate di messaggi di uomini improbabili, a quelle che hanno spartito con noi speranze e inquietudini, possiamo dare questo: la testimonianza. A volte le cose succedono e lasciarle succedere è bellissimo.

Incasinato, ma bellissimo.

Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Incontri d’Estate

Andiamo alla spiaggia di Mugoni”, mi ha detto. “Non è la più bella, ma non è incasinata come Stintino, è riparata dal Maestrale, l’acqua è sempre pulitissima e c’è anche qualche bar”, ha aggiunto.

Va bene”, ho risposto, con l’aria della terrona in astinenza da spiaggia, quella che quest’anno c’ha i giorni di mare contati, di più, contatissimi, e quindi sarebbe capace persino di immergersi a Cervia. Beh no, dài. Ora non esageriamo. Insomma, a me va bene qualunque mare, siamo in Sardegna e, basandomi su ciò che chiunque mi ha sempre raccontato di questo posto, qualunque mare sarà bello.

Passa a prendermi alle 10.30, ha comprato il pranzo al sacco, due pezzi di “Focaccia del Milese”, che ad Alghero è un’istituzione, una roba che devo assaggiare per forza, “La segnalano anche nelle guide”. Ha scelto la variante veg però, dopotutto vengo da Milano, chissà che paturnie alimentari, chissà quante intolleranze e allergie ho. Si chiama Costantino, ha 36 anni, ad Alghero ci è nato e ci è cresciuto. Non se ne è andato, perché è uno di quelli che del loro posto hanno voglia e bisogno. Ha fatto l’Istituto d’Arte e pure il rappresentante d’istituto, molto orientato a sinistra, ci tiene a precisare, con un pelo di inquietudine da “non so quale sia il tuo orientamento”. Mi racconta con fierezza di quell’autogestione che avevano fatto per protestare contro la riforma Berlinguer. Due settimane, era durata due settimane! “La gente ancora se la ricorda”, mi fa.“La mia unica occupazione è durata un pomeriggio”, gli ho risposto “gli studenti sono tornati a casa a mangiare la pasta asciutta la sera, vedi che crollo dell’impegno politico nel giro di pochi anni?”, gli faccio notare.

Suo papà lavorava al petrolchimico e sua madre gli ha insegnato fin da piccolo a fare i mestieri in casa. Aveva un negozio di cornici, ha lavorato pure per Marras e Fresu, poi però la crisi, le spese, i costi vivi. Ha lasciato il negozio al suo socio e oggi fa ciò che molti di noi fanno: s’arrangia, sopravvive, studia, non smette di imparare. E, tra i vari metodi di sopravvivenza, collabora con la Società Umanitaria Alghero, che organizza la rassegna itinerante Cinema delle Terre del Mare, alla quale sono stata invitata per presentare il romanzo. Per questo ci siamo conosciuti, perché mi doveva recuperare in aeroporto e poi portarmi da un punto all’altro della città. Nel mentre, però, abbiamo parlato un sacco.

Abbiamo parlato di Alghero, naturalmente, che è stato il luogo da cui il turismo è partito in Sardegna, e dell’enorme patrimonio storico, artistico, archeologico, naturale, minerale della regione. “Troppo, ne abbiamo troppo, così tanto che non riusciamo ad apprezzarlo, a rispettarlo”.

Abbiamo parlato delle centinaia di nuraghi censiti, delle spiagge e delle riserve naturali, degli innumerevoli scenari dell’isola, di quanto la “continuità territoriale” sia perlopiù teorica. Ma abbiamo parlato anche di dating app, di liquidità della società, di Geppi Cucciari, di Michela Murgia, di quella signora vetero-femminista che c’era alla presentazione, che io temevo mi avrebbe cazziata e invece alla fine s’è avvicinata e m’ha fatto complimenti bellissimi e io quasi non ci credevo. Abbiamo parlato del modo in cui la modernità s’è incastrata con quella radice assai rurale della regione. Dello “stipendificio” di Porto Torres, delle bonifiche ambientali impossibili da fare, di quanto anche a Taranto sia così, di quanto a Taranto la situazione sia persino peggiore.

Soprattutto, abbiamo parlato di quei terreni che Aga Khan comprò in saldo, a suo tempo, prima di edificarci sopra la Costa SmerDalda, come la chiama lui, e io lo trovo geniale, e rido, e penso che sì, è vero, è un po’ ciò che è successo anche al Forte (dei Marmi), a Santa (Margherita), a Cortina. “Quanti miliardi volete? ha chiesto Aga Khan ai pastori. Quelli sai cosa gli hanno risposto: ma quali miliardi?! Noi vogliamo i milioni! Capisci l’ignoranza? È così che ci siamo fatti colonizzare per due soldi!”.

Noi siamo abituati a farci invadere, qui ci sono venuti tutti, ad Alghero si parla pure il catalano; abbiamo risorse infinite e stiamo morendo di fame”. E io l’ho ascoltato, Costantino, parlarmi della sua terra, mentre ci facevamo il bagno, mentre squamavamo al sole, mentre prendevamo un caffé nell’entroterra e mi raccontava quanto più denso fosse il tessuto sociale, il senso di comunità, quando lui era bambino. L’ho ascoltato mentre tornavamo verso il B&B in campagna dove ero ospite, con quell’amore sofferto e incondizionato che alcuni di noi provano per il luogo in cui sono nati. E non importa, in definitiva, se siamo rimasti o se ce ne siamo andati. Riconosciamo i nervi scoperti, i compromessi, la fatica di andare e il coraggio di restare e provare a migliorare le cose. Ritrovo in lui la passione che il mio amico Peppe usa quando parla di Taranto, la rabbia di mio cugino (che ha l’età di Costantino) quando parla delle inefficienze e dei disservizi, dell’inquinamento, della corruzione, dell’abusivismo. Riconosco così tante emozioni che mi sento a casa, mi sento tra amici, mi sembra di conoscere Costantino da anni e lo conosco da soli 2 giorni.

Devi tornare, tornaci in vacanza, girala, la Sardegna è tutta bella”, mi ha detto, prima di salutarmi. “Non ad agosto, vienici a giugno, oppure a luglio, oppure a settembre”, ha aggiunto. “E comunque avevo letto quelle cose terribili che scrivi, pensavo mordessi, invece sei dolcissima“, ha concluso.

Gli ho promesso che tornerò, che la visiterò, che chiamerò lui e le altre persone che ho conosciuto. Perché è esattamente questo che penso mentre mi avvio ai controlli in aeroporto, per tornare a Milano in data OTTO AGOSTO. Penso a quanti sorrisi, quante storie, quante chiacchiere, quante vite ho incrociato in 48 ore. A quanto mi sia sentita accolta, a quanto sia stato bello, a quanto mi abbia sorpresa perché dei sardi si dice che siano persone piene di spigoli e asperità. E io, invece, ho conosciuto soprattutto bella gente, bella nel senso immediato del termine, solare e autentica. Semplice e per nulla banale.

Penso a quanta voglia ho di tornare a scoprire questa terra e queste persone. Questa fucina di storie e di contraddizioni, di natura e di vita.

PS: inoltre io Costantino devo ringraziarlo anche perché senza di lui non avrei mai scoperto questa esilarante imitazione di Michela Murgia trasmessa da una rete locale.