10 Sintomi della Bimbaminchieria

Diciamo la verità: la vita da single non è semplice, ma neppure quella da coppia. E, se prima dovevi preoccuparti delle grevi insidie della solitudine (tipo rischiare di scivolare nel piatto doccia e restarci fino alla putrefazione), adesso ci sono nuove preoccupanti minacce che incombono sulla tua quotidianità. Perché dobbiamo essere oneste: possiamo ripeterci ininterrottamente che iniziare una relazione non ci cambierà, che noi resteremo sempre le stesse, che noi non faremo tutti quei vergognosi errori che abbiamo visto commettere a TUTTE le nostre amiche, o perlomeno a buona parte di esse. Credetemi, possiamo dircelo e ridircelo. Dircelo tantissimo. Ma le parole non bastano, servono i fatti, serve un attento e severo apparato supervisore della Bimbaminchieria, quella spericolata deriva nella puerilità amorosa che – quasi certamente – a un certo punto – ti travolgerà (alcuni studiosi sostengono che il fattore anagrafico non costituisca antidoto di per sé e che, anzi, spesso quanto più tardi ci si innamora, tanto più tragicamente si rincoglionisce). E poco importa che della propria singletudine si sia fatta bandiera, poco contano quegli anni passati a coltivare ogni piccola acidità interiore, a innaffiare ogni minima idiosincrasia nei confronti delle relazioni sentimentali. Niente. Nulla. Neppure se ti sei ribellata con tutta te stessa al potere normativo delle coppie e al loro ruolo livellante sulla società, sui diversi, sui freak, sui single, neppure in quel caso potrai considerarti immune alla Bimbaminchieria. Scopriamo meglio di cosa si tratta:

1. Succederà un giorno, all’improvviso. O meglio, te ne accorgerai all’improvviso e solo allora realizzerai che succede già da tempo. Ebbene sì, mia cara, hai messo a punto un assortito ventaglio di vocine del cazzo e di paroline buffe che usi ormai solo con lui. La vostra personale e vomitevolissima micro-lingua è già nata, senza che tu te ne accorgessi neppure. Stai molto attenta, amica, perché ci vuole un attimo che ti ritrovi a parlare come una persona con un disturbo della personalità in pubblico. In mezzo ai vostri amici. Al telefono, sui mezzi. Rifletti. Tu avevi giurato che quella roba lì non l’avresti fatta mai.

2. Ti scapperà e, di nuovo, te ne accorgerai quando il danno sarà già fatto: inizierai a parlare alla prima persona plurale. Inizierai a rispondere con il “noi” quando la gente ti chiederà cosa hai fatto, cosa hai mangiato, cosa ne pensi, cosa hai in programma. Ecco, adesso, a questo punto della tua vita ti sembrerà anche normale, per la famosa Legge della Banderuola (quella per cui quando sei in auto odi i pedoni e quando sei pedone odi gli automobilisti): ora ti sembrerà del tutto normale rispondere alla prima persona plurale ma ti prego di ricordare quanta pietas ti abbia suscitato in precedenza questa cosa.

3. Limonerai in pubblico. Se conserverai ancora un briciolo di dignità intellettuale, a volte, ti capiterà di guardarti da fuori, come se ti fossi presa la chetamina, e ti vedrai. E ti disprezzerai. E penserai “Cazzo ma ce la fate? Ma quanti anni avete? Ma prendetevi una camera!”.

4. Sarai attanagliata da una tentazione come manco Gesù Cristo nel deserto, come manco Jim Morrison nel deserto (insomma chiunque nel deserto non se la passa benissimo e questo è chiaro): vorrai, davvero vorrai, intasare il web di vostri autoritratti digitali artisticamente editati. Insomma, di vostri selfie. Nei casi più critici, ma in questi consiglierei di rivolgersi a uno specialista, la tentazione sconfinerà nel feticismo morboso, instillando in voi il dubbio che dovreste forse creare un format di coppia, un filone sai, la riproposizione reiterata e ossessivo-compulsiva di una vostra specifica parte anatomica (tipo i piedi, o la schiena, o le mani) o un oggetto che rappresenta l’unione suggellata per l’eternità delle vostre anime (tipo un peluche), in tutti i possibili contesti. Resisti, diomadonna ti prego resisti. Ricorda cosa pensavi quando vedevi gli altri farlo.

5. Finalmente sei uscita con il tuo migliore amico, o con la tua migliore amica (per quanto bisogna riconoscere che continuare a parlare di migliori amici e migliori amiche dopo i 15 anni di età sia vagamente border ma insomma ci siamo capiti), non vi vedevate da un botto (che magari è tipo 1 settimana o 2, ma per i vostri standard è come essersi persi di vista per un paio di ere geologiche), lui è lì che ti racconta i suoi ultimi aggiornamenti e quando raggiunge il climax della narrazione, tu ricevi una telefonata dal tuo moroso, che ti chiama per dirti che è uscito dall’ufficio (…), che in ufficio è stata una giornata pesante (…), che ora forse va a casa (…), che è indeciso su cosa mangiare a cena (…) e altre informazioni di capitale importanza che ti terranno al telefono per 30  minuti, mentre tu sarai lì in bilico tra la pazienza vacillante del tuo amico e il timore di ferire la sensibilità del tuo nuovo concubino. Io, sappilo, sono dalla parte dell’amico.

6. Darvi un…soprannome. Ecco questa storia dei soprannomi è veramente imbarazzante e la sublimazione dell’imbarazzo, già molto imbarazzante di per sé, è quando questi nomignoli diventano di pubblico dominio. Ora, qualunque rapporto d’affetto prevede (o può prevedere) epiteti di vario genere e natura. Pensiamo a tutti gli amici e le amiche che appelliamo “tes”, “tesò”, “amo”, “amò”, “cuore”, “gioia” e via discorrendo. Però c’è un però. Anzi, un PERÒ. C’è che esiste una soglia di dignità al di sotto della quale non bisognerebbe scendere mai, quindi se proprio decidete di appellarvi “pulcino&pulcina”, “orsetta&orsetto”, “micino&micetta” fatelo nel privato.

7. Iniziare qualunque discorso con “Lui mi ha insegnato”, “Lui mi ha raccontato”, “Lui mi ha regalato”, “Lui mi ha fatto vedere/leggere/scoprire/assaggiare/guardare/capire”. E tutto quel filone dialettico dal quale traspare che tu e la tua identità intellettuale non siate esistite mai prima dell’avvento del maschio redentore.

8. Trascurare gli amici e le amiche, che non vuol dire riuscire a esserci politicamente una volta ogni tanto per sentirsi la coscienza pulita e mettersi al riparo dalle più ovvie critiche di latitanza. Vuol dire prestare attenzione agli amici, a quelle persone che c’erano fino al giorno prima, ….e questo avrai la sensazione di non farlo mai abbastanza bene.

9. Nei casi più gravi succederà che inizierai a confrontarti con lui prima di accettare in via definitiva l’invito per qualunque aperitivo, cena, appuntamento, in orario serale, sperando che matchi con la serata in cui lui gioca a calcetto, o a poker, oppure si vede col gruppo per suonare. Peggio ancora, inizierai a proporre ai tuoi amici di vedervi esattamente quando lui ha altro da fare, secondo l’obiettivo scientifico di tappare i buchi. Il punto di non ritorno lo raggiungerai quando qualcuno ti inviterà a uscire e tu risponderai: “Non esco perché non esce lui”. Giuro, mi è successo. Di essere dall’altra parte, intendo. Di sentirmelo dire. Per capirci: alcune delle mie più care amiche, da quando si sono accoppiate, non le ho più viste da sole se non ai rispettivi addii al nubilato.

10. Farvi un tatuaggio di merda.

Presidiando con attenzione tutte queste aree sensibili della vostra relazione, potrete riuscire ad avere una storia senza ridurvi alla stregua di quegli human cases che avete così lungamente sofferto e compatito nelle precedenti epoche single della vostra esistenza.

Nella speranza di esservi tornata sufficientemente utile, vi saluto calorosamente,

vostra

V.

La Persona Giusta Non Esiste

Una lettrice mi ha chiesto, tempo fa, sotto uno di quei post nei quali raccontavo di stare bene con il Frequentante, cosa intendessi esattamente. Cosa vuol dire, in pratica, star bene con una persona? Cosa si sente? Abbiamo entrambi i nostri spazi? Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Litighiamo?

Così ho deciso di provare a rispondere, a spiegare meglio com’è possibile che sia accaduto l’inspiegabile, come può succedere d’innamorarsi anche quando pensi che sia necessario l’intervento di Ridley Scott per girare questo film di fantascienza basato su un libro di Isaac Asimov. Andiamo con ordine:

1. Cosa si sente? Benessere. Lo so, sembra banale. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Invece no, invece è semplice, così semplice da suonare fastidioso, ma è così. Si sente benessere. Come quando inizi a mangiare meglio, come quando riesci a fare sport, come quando dormi e caghi regolarmente (anche se, ironicamente, entrambe questa attività subiscono una tragica battuta d’arresto, all’inizio di una relazione: generalmente lui russa troppo e tu sei più stitica di Geppi Cucciari e Alessia Marcuzzi messe insieme). Ciononostante provi un senso di completezza, di pacificazione, di naturale serenità che oggettivamente (parlo per me) non potevi immaginare esistesse, finché non l’hai sperimentato, e quando gli altri te lo raccontavano pensavi fossero dei sempliciotti illusi, beati loro, più fortunati di te (ma su questo ci torniamo in chiusura).

2. Abbiamo entrambi i nostri spazi? Sì, qualunque cosa significhi davvero. Ciò che voglio dire è che, sorprendentemente, quella linea di demarcazione tra ciò che è mio (spazio, casa, biscotti, amici, parenti, vacanze, esperienze) e ciò che è tuo, s’attenua. Non dico che svanisca, sarebbe preoccupante se svanisse, ma si fa flebile, a tratti impercettibile, il perimetro della nostra individualità tende a rinegoziare i propri contorni e ciò è inevitabile (credo), forse persino giusto (viceversa non avrebbe neppure senso imbastire una dialettica a due, possiamo restare con noi stesse e con le nostre vite – a volte strepitose, a volte raccapriccianti – da single e va benissimo così). C’è una premessa da fare: non credo (né ho mai creduto) all’esistenza delle “Persone Giuste“, ma credo all’esistenza delle “Persone al Momento Giusto” (PAMG d’ora in avanti). Ciò significa che nel grande minestrone delle relazioni sentimentali, sappiamo essere vittime di qualcuno, carnefici di qualche altro, complici a volte e traditori infidi altre. Una persona che è sbagliata per noi, sarà probabilmente giusta per altri, e viceversa. Dunque, quando incontri la PAMG hai voglia (non paura) di includerla. Il tuo spazio non è una roccaforte da presidiare contro l’invasione del nemico, ma un rifugio in cui accogliere un pellegrino, un reduce, un essere umano come te. E questo credo sia essenziale nell’amore. Detto ciò, è ovvio che ciascuno coltiva i propri spazi, i propri rapporti e i propri interessi. È ovvio che non vuol dire opprimersi l’un l’altro e diventare l’uno l’ombra dell’altra. Non mentirò: all’inizio non è semplice. Bisogna fare un po’ di fine tuning e trovare l’equilibrio (soprattutto in termini di tempo) tra il prima e il dopo. Ma si può fare e una PAMG può aiutarci a riuscirci.

3. Ci ammazziamo di vicinanza? Sì, per il momento, perché è esattamente ciò di cui abbiamo voglia. Perché a star separati pare d’averci il piede zoppo, oppure l’occhio guercio, e lo so che fanno venire i conati questi esempi, ma è così. Credo sia la fase acuta e iniziale di qualunque innamoramento, combatterla non avrebbe senso. Godersela, invece, sì. Poi è naturale che passi, e che si inizi il lungo percorso di trasformazione in una di quelle belle coppie che a cena al ristorante stanno zitte perché non hanno più nulla da dirsi e che piuttosto mandano messaggi agli amanti e alle amanti. Diciamo che non abbiamo fretta che quel momento arrivi.

4. Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? No, come detto al punto 3, ci ammazziamo di vicinanza perché di questo abbiamo voglia. E in quella vicinanza c’è più il sentore di una nuova dimensione, di un esperimento inedito dell’anima, nulla che abbia a che vedere col massacro del proprio “io”. Venendo però a gelosie-sospetti-&-much-more, il punto è che se sei geloso puoi esserlo anche se passi con una persona 22 ore al giorno; se sospetti, puoi trovare indizi ovunque; parlerò in maniera più diffusa della gelosia, più avanti, che per me è un tema cruciale, per il momento mi limito a dire che avere una relazione è difficile da innumerevoli punti di vista e la risposta non è mai (solo) nella quantità di ore passate insieme. La risposta è nella qualità, soprattutto. Nella predisposizione a discutere i margini delle proprie convinzioni, dei postulati incrollabili che abbiamo edificato nei lunghi periodi di singletudine (e a volte solitudine). Avere una relazione vuol dire aprire un dialogo quotidiano con un’altra persona, che c’è, che non è relegata a una notifica whatsapp che possiamo non visualizzare, non è un aperitivo che possiamo paccare, non è una serie tv che possiamo consumare bulimicamente oppure abbandonare a seconda di come ci vada. Soprattutto, è uno scambio a due, ci impone il temibile spettro del confronto. E il confronto è costante, continuo, perenne. Spesso edificante, istruttivo, divertente, elettrizzante. Altre volte è sfiancante, detestabile, ineluttabile. Ed è un confronto che spazia dalle abitudini alimentari a come sistemi i piatti in lavastoviglie. Da ciò che fai per Natale a come gestisci il rapporto con la famiglia, gli amici, il lavoro, gli ex. Più d’ogni altra cosa, un compagno diventa uno specchio nel quale osserviamo riflessi i nostri limiti, i difetti che non sopportiamo, i malcostumi che abbiamo ereditato dai nostri genitori, le zone buie della nostra formazione capaci di inghiottire anche il più paziente e tollerante partner (e, sia chiaro, è un ingranaggio a cui si lavora in due, perché non c’è mai un componente pieno di guai e l’altro sanissimo; c’abbiamo tutti il nostro bagaglio di irrisolti, graziaddio, non avendo più 15 anni). Se la domanda è: come facciamo a sopravvivere a tutti i continui attentati alla serenità di una relazione, la risposta è “sgobbando”, lavorando quotidianamente, su se stessi e sull’altro, insieme. È uno sbattimento di proporzioni bibliche, ma è anche una delle cose più belle che possa capitare di vivere, quando capita con la PAMG.

5. Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Sì. Capisco cosa si intende per “tempi forzati”. So che me li hanno imposti e so di averli imposti a mia volta, in passato. Ho fatto una lunga gavetta anche in materia di direzioni opposte. E lo intendo alla lettera. Cioè che uno stava da una parte e io me ne andavo dall’altra. Che io restavo in un posto, e quello se ne andava. E, poiché sarebbe ingiusto sputare nel piatto in cui ho mangiato per tutta la vita, mi tocca riconoscere che questo giochino della fuga geografica mi ha sempre tutelata dal rischio di confrontarmi con una relazione propriamente detta. Ma so anche cosa significa volere una cosa mentre lui ne vuole un’altra, e viceversa, e perdere mesi e forse anni per girare in tondo intorno all’ovvio: non funziona. E poi cosa succede? Che arriva uno che non conoscevi, o che conoscevi ma non pensavi potesse farlo, e ti piglia per mano e ti dice “Vediamo che c’è di là” e tu gli dici “Chi se ne frega?” e quello ti dice “Fidati” e tu gli dici “Non c’ho voglia, mi fanno male i piedi, sono stanca”, e quello ti dice “Voglio portarti in un posto bello” e tu gli dici “Ma perché proprio a me?” e quello ti dice “Perché mi piaci”. E succede così che dopo una vita passata a schivare e lottare con lupi cattivi, gli dai una possibilità. E camminando parlate, e parlando vi piacete, e tu non pensi neppure più a quei cazzo di tacchi e a chi minchia te l’ha fatta fare di uscire coi tacchi per fare la figa. Le ore passano, poi i giorni, le settimane, i mesi, e tu c’hai voglia di continuare a camminare in quella direzione. Per il momento.

6. Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Sì e sì. Quasi 6 anni di singletudine sono la prova inconfutabile del fatto che con uno incapace di comprendermi (almeno parzialmente) e accettarmi per quella che sono, non ci sto, detto alla Oscar Luigi Scalfaro. Allo stesso modo, quei quasi 6 anni di singletudine mi hanno insegnato che senza lo sforzo reale di comprendere l’altra persona, è impossibile che funzioni. Però c’è una precisazione da fare: accettarsi per quelli che si è, non vuol dire restare per sempre come si è. Dopo tutta una fase propedeutica di comprensione, e sottotitolazione di se stessi, serve altro. Serve essere disposti a mettersi in gioco, a migliorarsi e migliorare, incontrarsi, incastrarsi. Pure questa è una fatica mondiale. Però è una roba da cui è impossibile prescindere, perlomeno per gli organismi pluricellulari complessi, i vegetali forse sanno stare insieme anche in maniera più semplice e innocua.

7. Litighiamo? Certamente sì. Quanto spesso, non saprei. So però che nella maggioranza dei casi si tratta di discussioni costruttive, che magari nascono da sciocchezze e riescono a evolversi, a spiegare e insegnare qualcosa in più all’altro, a noi stessi. I litigi, poi, sono un terreno fondamentale per una coppia e – soprattutto – sono il primo vero campo di prova, dopo il sesso. Intendiamoci: superati i primissimi tempi, che volano all’insegna di un misto tra incredulità e infatuazione, si arriva necessariamente al match tra i rispettivi “ego“. E quanto dico “ego” non intendo egoismi, intendo proprio ciò che siamo e il modo in cui siamo abituati a essere, che a volte abbiamo scelto, a volte è una posizione scorretta che la nostra identità ha assunto e non ha mai corretto. Ecco, credo che si possa capire la qualità di una coppia dal modo in cui scopa e dal modo in cui litiga, che sono attività solo apparentemente molto distanti. Litigare è fondamentale, se lo intendiamo come percorso (decisamente meno divertente di quello che si fa tra le lenzuola) per conoscersi e comprendersi. Mappare le insicurezze, le debolezze, le miserie dell’altro è fondamentale ed esistono solo due momenti in cui siamo nudi, ridotti all’osso della nostra essenza: quando si copula e quando si discute. Anche quello, si impara a farlo insieme. Ripenso sempre a una delle mie più care amiche, che mi raccontava, i primi tempi, quando iniziava a frequentare quello che poi è diventato suo marito, che era allibita dal fatto che con lui non potesse urlare. Non che lui glielo avesse mai esplicitamente detto, che non gradiva le scenate da drama queen. Semplicemente, lei lo aveva capito. Si erano auto-regolati. Lei era cresciuta. Questo vuol dire che non abbiano mai attraversato momenti di difficoltà? No, vuol dire che hanno imparato a farlo insieme, a non attaccare le vulnerabilità dell’altro, a medicare le ferite insieme, provando a non infliggersene troppe.

L’altro giorno, invece, a pranzo, un amico mi ha detto che avere una storia significa prendere semplicemente 3 decisioni: decidere di provarci, decidere di essere fedele e decidere di essere trasparente. Non so se sono d’accordo su tutta la linea, ma so che quando la persona che hai di fronte “vale il gioco“, allora giochi. E ogni tanto segni, e ogni tanto cadi, e ogni tanto commetti un fallo, oppure lo subisci. Ma la partita la giochi, senza farti troppe domande, con tutto l’impegno che puoi. La fortuna ti aiuta all’inizio. Dopo serve esercizio e, naturalmente, un lungo lavoro di squadra.

Nella speranza di aver risposto con dovizia di particolari, mi congedo.

Sempre vostra,

V.

PopSex – 2. La ginnastica della Patata

La mia infanzia è stata costellata da innumerevoli tentativi di farmi fare sport, qualunque genere di sport: ho provato con il tennis, la pallavolo, il nuoto, l’aerobica, l’equitazione, il pattinaggio (avevo le gambe a X). Inutile dirlo, non mi sono mai appassionata ad alcun genere di attività fisica. Vivevo l’avvicinarsi dell’allenamento settimanale come una iattura inaffrontabile (solo il catechismo, il sabato pomeriggio, era capace di mandarmi in uno stato di paranoia peggiore), non socializzavo con i miei compagni, se andavo a fare sport con amichetti che già conoscevo, finivano per salirmi sulle palle. Insomma, lo sport mi ha sempre tediata mortalmente (e, sia chiaro, non ne vado fiera; se avessi fatto danza artistica, probabilmente adesso avrei un culo da milleeunanotte, oppure un punto vita perfetto, oppure degli addominali in vero acciaio inox). Fatto sta che, crescendo, ho dovuto ammettere che fare sport (qualunque genere di sport) era necessario per arginare i danni della vita adulta, tragicamente sedentaria. Mi sono iscritta in palestra e, da qualche anno, con ritmi fortemente incostanti, mi sono rassegnata all’idea di deputare ore della mia vita alla ginnastica.

Ciò che mai mi sarei aspettata, crescendo, era di dovermi occupare dell’esercizio di una tipologia del tutto peculiare di muscolatura: quella della Patata (del pavimento pelvico, per l’esattezza). Ebbene sì, ormai è abbastanza acclarato: oltre agli squat per i glutei, e agli addominali per la panza, e a ore di interminabile cyclette per le gambe, ci tocca pure il fitness vaginale. Lo so, vi sembra un argomento secondario, fare ginnastica per allenare dei muscoli che manco si vedono, che manco possiamo sfoggiare al mare, che manco possiamo fotografare e postare su Instagram accompagnati da una frase poetica. Lo so. Ma aspettate, perché il tema è delicato, assai più prezioso di quanto possa apparirvi a primo acchito. Dopo aver parlato del rapporto tra le donne e la propria consorella, e di quanto difficile sia per molte di noi l’accettazione estetica della propria virtù, è giunto il momento di andare più in profondità, ahem, sì, insomma, addentrarci meglio nei meandri oscuri e umidi della nostra vagina, per scoprire insieme l’effetto che fa. Parliamo di questo, nella seconda puntata di Pop-Sex, la rubrica di Contro-Informazione Vaginale gentilmente offerta da Pleasure4You (cliccate, da brave, e visitate il sito).

Ora, il tema appare poco appassionante perché, in genere, si sente parlare di pavimento pelvico in caso di gravidanza, dopo la gravidanza, in menopausa. Sembra, insomma, di parlare della fisioterapia della passera dopo un brutto trauma, oppure della ginnastica riabilitativa quando invecchi, perché altrimenti inizi a pisciarti addosso (allenare i muscoli pubococcigei serve, infatti, anche per controllare l’incontinenza, che è una cosa triste che a un certo punto della vita pare ci succeda, come gli spot di Tena Lady ci hanno insegnato fin dalla più tenera età). Ciò che si dice molto meno, perlomeno in Italia, è che la padronanza e l’esercizio dei muscoli laggiù può migliorare (e di MOLTO) l’intera vita sessuale della donna e dei suoi partner. Il momento in cui la donna diventa consapevole di poter fare delle cose – più o meno prodigiose – con la sua inquilina del piano di sotto, è un momento topico, uno sparti-acque nella sua storia personale, una svolta epocale nel suo benessere sessuale.

Innanzitutto, la prima cosa da fare è accorgersi di avere questi muscoli che nessuno ci ha mai raccontato di avere (ci esercitiamo a contrarre i bicipiti, in genere, non la nostra area perineale). Potete fare un tentativo anche adesso, ovunque siate (in ufficio, in metro, al supermercato, in aeroporto), ma vi consiglio di prendervi qualche minuto a casa, rilassate, sul divano o sul letto. Per capire di cosa stiamo parlando, immaginate di dover trattenere la pipì e contraete ciò che c’è da contrarre. Pronte? Un-du-tre-quattr, contrazione! Fatelo per 3-5 secondi, e poi rilassate per 10-15, e poi ripetete l’operazione per 10 volte (se ce la fate, è pur sempre ginnastica). State iniziando a fare i celeberrimi esercizi del Dottor Kegel ma, mi raccomando, non esagerate, nessuno vi chiede di diventare l’equivalente vaginale di Jean-Claude Van Damme.

Un’altra cosa che potete fare, è contrarre i glutei, risvegliando la parte posteriore del pavimento pelvico (come se voleste aprire la sorpresa dell’uovo kinder con le chiappe, per capirci). Un’altra cosa ancora, è distinguere i muscoli interni della vagina, che è di per sé capace di cose strepitose. Ora, non dico che al primo giorno di allenamento dobbiate sparare palline da ping pong con la passera, oppure suonarci il piffero, oppure fumarci il narghilè. Sarebbe come pretendere di sollevare 50kg al primo giorno di palestra, oppure di fare la maratona di New York dopo 15 minuti di tapis roulant. Dico solo che, se ci pensate, abbiamo tra le cosce una Ferrari e la guidiamo come fosse una Panda. Non sarà mica un peccato?

Una volta che la nostra patata è risvegliata e consapevole, essa diventerà necessariamente più partecipativa. Non è detto che i risultati siano immediati (se provate a contrarre e nulla si contrae, sappiate che si tratta di un blocco psicologico, non fisico, quei muscoli sono perfettamente volontari, esattamente come quelli che ci consentono di deambulare), ma non scoraggiatevi e continuate a provare. Poco per volta imparerete a contrarre, aspirare, basculare, fremere. Padroneggerete la vostra muscolatura intima e le pareti interne della vostra baggiana, e sarà a quel punto che accadrà l’incantesimo:

  1. godrete molto di più, sarete più mobili e più sensibili, i vostri muscoli parteciperanno alla danza dell’accoppiamento e solleciterete di più il vostro punto G (potrete sospingerlo verso il Beato Uccello e offrirlo sull’altare del coito) e tutto sarà più appassionante

2. il vostro partner si accorgerà perfettamente di questa novità e ci andrà giù di testa; non sarà necessario fare chissà quali peripezie, al primo accenno di movimento quello reagirà come Galileo, “Eppur si muove!” penserà, e sarà solo l’inizio! Non ve ne accorgerete e vi ritroverete a stringerlo, a inghiottirlo, risucchiarlo, respingerlo. Il sesso diventerà un’esperienza nuova, piena di gioie inedite da sperimentare.

Ora, se per fare questi esercizietti volete una mano, non troverete su Media Shopping gli appositi strumenti, ma vi basterà usare le celeberrime palline vaginali che, una volta indossate, grazie all’azione di un peso interno, si muoveranno contro le pareti della vostra vagina e stimoleranno le vostre reazioni muscolari.

Voi mi direte: vabbé ma il sesso è molto altro. Amore, sentimento, magia, incontro, emozione. Tutto vero. Il sesso, quando è pieno, contempla tutte queste cose. Detto ciò, non diciamoci minchiate: la tecnica ha la sua importanza, come in tutte le arti e, udite udite, non è detto che sia appannaggio esclusivo dell’uomo. È importante che l’uomo sappia usare il suo arnese, no? Beh, lo è anche che la donna sappia usare la sua, di arnesA. Ora, non intendo ammorbarvi con una pippa sui settordicimila anni di cultura maschilista, né sulla desessualizzazione della donna, sulla sua castrazione psicofisica e su altri duecento fattori sociopolitici dell’oppressione storica della nostra libido. Dico solo che, se ci pensate, imparare a usare la nostra vagina è un atto che cambia la base culturale, l’idea stessa del rapporto sessuale. E sì, sì, lo so che già siamo impegnate a essere belle, giovani, intelligenti, fertili, manager, emancipate, ora dobbiamo pure diventare acrobate della passera? Lo so, avete ragione, ma la risposta è comunque sì. In ogni caso sì.

Sì, perché la ginnastica della patata ci rende padrone di un’area cruciale e delicatissima del nostro corpo. Sì, perché rivoluziona l’idea della passività femminile (quella che prende, quella che riceve, quella che incassa, la caverna oscura, la custodia, il contenitore che aspetta e spera che il partner sia capace di procurarle un sentore pallido di piacere) e introduce un’esperienza attiva del tutto diversa, che non è mettersi sopra e fare la cavallerizza per 40 minuti, ma è partecipare all’atto essendo presente alla propria vagina. Al proprio cuore. Alla propria testa. A tutto il corpo insieme, mischiato nel nobile atto della fornicazione, col corpo di un altro.

Nella certezza di avervi incuriosite abbastanza (lo so che siete lì a stringere e contrarre, a contare e rilassare, vi vedo, non mentite!), io vi saluto e vi do appuntamento alla prossima puntata di Pop-Sex in compagnia di (se non l’avete fatto prima, mi raccomando, visitatelo adesso) Pleasure4You.

Vi abbraccio e vi incoraggio,

sempre vostra,

V.

PopSex – 1. La Riappropriazione della Patata

Era un po’ che da queste parti, complici le grandi rivoluzioni copernicane che hanno interessato la mia umile esistenza (tipo l’uscita del romanzo e l’inizio di una relazione), non si parlava di quei temi scottanti che mi sono valsi in più occasioni l’epiteto di “sex blogger” (che poi magari in certi periodi scopassi pochissimissimo, era un di cui). Dunque è bene recuperare il tempo perduto e ricominciare a discettare sui massimi sistemi genitali, sulla sessualità sana e su quella zoppicante, sui tabù e sui preconcetti che ancora costituiscono la nervatura di una sfera tanto fondamentale e tanto complessa quale l’accoppiamento biblico. Colgo l’occasione, dunque, per inaugurare una nuova rubrica di post osceni (la cui lettura è vivamente sconsigliata a ciellini, neocatecumenali e legionari di Cristo) e realizzata in collaborazione con Pleasure4You, un nuovo sexy shop online straordinariamente sguarnito di tette culi nel lay-out, ma ricco di idee per insaporire la sessualità (individuale, di coppia, di gruppo, trasversale, orizzontale, di capo sotto). Diamo dunque il via alla prima puntata di Pop-Sex in cui affronteremo un argomento alquanto intimo: la riappropriazione della patata. Ma andiamo con ordine.

La settimana scorsa chiacchieravo con un amico che mi raccontava i problemi sessuali con la sua fidanzata (non chiedetemi perché, nella mia vita è sempre stato così: sono sempre stata gratuitamente considerata una fonte attendibile di consigli, senza aver nessun titolo ufficiale per dispensarne). Mi ha raccontato che lei non si masturba e che non se la guarda neppure, la patata, il tubero, la cozza, la passera, la baggiana, insomma come preferite appellarla.  Cioè che non se l’è guardata MAI. “Impossibile”, ho risposto. Non perché io stia lì a contemplarmela manco fosse la extended edition director’s cut di Titanic, ma perché semplicemente nella vita mi è capitato di guardarmela, di esserne naturalmente curiosa.

La cosa, però, mi ha colpita, così mi sono documentata un po’ e ho scoperto che è estremamente comune che le donne non abbiano cognizione neppure dell’aspetto della propria vulva. Che spesso ne siano imbarazzate, se non disgustate. Che preferiscono non saperla, ignorarla, fare come se non fosse loro, dimenticarla persino. Si capisce pure che a quel punto, la nostra povera consorella, a sentirsi trattata in questo modo, è facile che NON si trasformi in quello straordinario e ingegnoso strumento di piacere che può essere; d’altra parte chi di noi, non sentendosi accettato, riuscirebbe a dare il meglio di sé? Partiamo dall’assunto che una donna che non ama la propria patata, una donna che – peggio ancora – si vergogna della propria patata (del suo aspetto, dei suoi odori, dei suoi umori), è raro che sia libera, capace di godere il sesso in modo pieno, sano, consapevole. Ciò, che ai maschietti piaccia oppure no, sconviene anche a loro. Perché una donna che si ama, è una donna che ama meglio. E l’amore per se stessa, per il proprio corpo, passa anche dall’accettazione del proprio aspetto…pure di quello vaginale.

Mi sono chiesta: perché per gli uomini il cazzo è un trofeo e per noi donne la vagina è ragione di imbarazzo? Possiamo provare a rispondere con l’anatomia. Da un lato bisogna ammettere che per i maschi, almeno questo, è più semplice. Hanno tutto lì, a portata di mano, evidente, esplicito, sotto i loro occhi ogni volta che fanno semplicemente pipì. Non devono mica andare in esplorazione, armarsi di specchietto, scostare, divaricare, scorgere, scappucciare cose piccolissime. Poi arriva l’età dell’eccitazione sessuale e, pure in quel caso, per i maschi è tutto alquanto evidente. Non oso immaginare cosa provino, la prima volta che il fringuellino gli si desta, che non risponde alla loro volontà, fa un gesto plateale e inaspettato. Però, voglio dire, una volta svelato l’arcano, per loro è molto chiaro cosa succede quando provano del desiderio (pure cosa fare per inseguirlo, a suon di rasponi segreti chiusi al cesso). Per noi donne, il primo atto inconsulto della nostra patata, sono le mestruazioni. Cioè la prima azione autonoma che la nostra inquilina del piano di sotto intraprende è SANGUINARE a nostra insaputa e insozzarci senza preavviso. Praticamente un tradimento. E di certo non ci è chiaro cosa succede, invece, quando quella s’infatua. La sentiamo un po’ agitata, lo intuiamo, ma boh, è tutto un mistero. Poi qualcuno inizia a spiegarci qualcosa, proviamo a documentarci ma ciò che apprendiamo teoricamente della nostra patata è davvero confuso, ne leggiamo e ci sembra di leggere il funzionamento di un reattore nucleare. Clitoride? Imene? Uretra? Vagina? Punto G? Orgasmo clitorideo? Orgasmo vaginale che però ce l’hanno solo alcune, non è di serie in tutte le donne. Gesù che difficoltà.

D’altro canto, al di là dell’anatomia, esistono pure diversi fattori culturali. In prima istanza, come sempre, il sesso è peccato e – per quanto appaia più sdoganato, mentre disquisiamo di vibratori di design come fossero borse di Chanel – la verità è che scarseggia ancora molto la consapevolezza del sesso, l’educazione al contatto e alle emozioni (che ne sono ingredienti fondamentali) e che esiste ancora – tangibilissimo – lo stigma della sessualità femminile libera (lasciatevelo dire da una che di sesso scrive da anni). In secondo luogo, noi donne siamo educate a non piacerci, fin dalla più tenera età, e se già siamo abituate a non farci piacere parti più esplicite del nostro corpo, figurarsi quella parte lì. Perché i genitali, si sa, a primo acchito non sono mica belli (pensate alla prima volta che avete visto o toccato un pisello e ditemi se non vi ha suscitato la stessa sensazione di avere a che fare con un’anguilla putrefatta), solo che poi nel tempo ci si abitua, come con il sushi, che la prima volta ti fa schifo e poi dopo diventi addicted. E poi, diciamolo, la verità non è come l’immaginazione. Magari la patata è tutta chiusa, magari è slabbrata, magari non è più quella di una 16enne, magari è tutta pelosa che manco ci vedi niente, magari è depilata e irritata, magari è violacea, magari è irregolare, magari è semplicemente una parte di te che non sei abituata a vedere. E devi prenderci confidenza.

Insomma, per una donna, prendere e guardarsi in faccia – in quella faccia! – è un atto quasi rivoluzionario e, come tutte le rivoluzioni, richiede coraggio. Ma va fatto, perché averci confidenza con la propria consorella è importante. Con il suo aspetto e con la sua interiorità. Con la sua forma e con la sua sostanza. Perché quella ha e deve avere un ruolo centrale nella nostra dimensione intima, non possiamo disconoscerla, se non a patto di abdicare a una fetta (grossa e succulenta) della nostra femminilità. E io questo, amiche care, come sapete, non ve lo consiglio affatto. Vi consiglio, al contrario, di guardare il video con cui vi lascio in chiusura – che fa riflettere – e pure di fare un giro da queste parti così iniziate a farvi solleticare perlomeno la fantasia (e poi, possibilmente, il resto).

Sempre vostra,

Vagi

La Fine della Singletudine

Una delle cose più singolari che ti capitano quando ti ritrovi a vivere una diciamo-relazione, dopo lustri che eri ufficialmente single, sono le reazioni di chi hai intorno. Sia chiaro, i problemi veri sono altri. Voglio dire: ci sta che una mentre è presa a combattere con il doppio spazzolino, il doppio shampoo, il doppio balsamo, il doppio phon, perché non è che ogni sera posso fare un trasloco e uscire col trolley, per non parlare del bioritmo alterato e tutti gli altri cazzi, ecco ci sta che una non stia lì a pensare a come reagiranno gli altri a questo cambiamento strutturale della sua identità single. Finché le cose non succedono e tocca fare i conti con la cosiddetta “Fine della Singletudine” (che, questo amo ricordarlo, non è mai una situazione definitiva, essere single ed essere coppia sono semplicemente due condizioni transitorie che capita di esperire nella liquidità delle relazioni contemporanee, fine). Ad ogni modo possiamo stilare un agile compendio delle reazioni a cui capita di andare incontro:

1. I Parenti 

Palesemente terrorizzati all’idea che tu morissi da sola divorata dagli acari, i tuoi parenti sono semplicemente felici; sono proprio inequivocabilmente felici; ti vedono felice, quindi sono felici, quindi tu vedi loro essere felici e pensi che sia giusta la cosa che stai facendo, e si crea questo circolo virtuoso nel quale dopo 10 minuti simpatizzano già per lui – l’eroico e prode maschio che si sta sobbarcando il rischio di avere a che fare con te, indomabile e recalcitrante femmina ribelle, e dispensano a te pillole di saggezza sull’essere brava, tenertelo buono, che sembra un bravo ragazzo e altre considerazioni del genere. Se lui è sveglio può comprarsi il favore dei familiari davvero con poco: piccoli accorgimenti come la buona educazione, l’igiene, fare domande, sorridere e soprattutto MANGIARE tanto.

2. Le amiche accoppiate

Ti guardano con tenerezza e sorpresa, come se fossi un furetto che ha preso la patente, per capirci. O, più semplicemente, come se finalmente anche tu fossi arrivata nell’età adulta che, per essere sancita, evidentemente abbisogna della presenza di un pene al tuo fianco. Welcome darling, adesso anche tu puoi unirti al club del rotolo-della-carta-igienica, partecipare alle dissertazioni sull’asse del cesso, oppure dare il tuo contributo in quelle gag da coppie COSìDIVERTENTI nelle quali si raccontano aneddoti buffi dell’uno e dell’altro. Insomma, avete capito, quel sandraeraimondismo pluricollaudato che ti garantisce di sembrare una “bella coppia simpatica e affiatata”. Naturalmente sei già molto in ritardo, cioè presentare un uomo mentre le altre sono sposate e gravide, lo capisci, è come laurearsi fuori-corso. Brava eh, meglio tardi che mai, ma sai abbiamo un baby-shower da organizzare adesso.

3. Gli amici accoppiati 

Sanno che siete agli inizi e che scopate tantissimo, patiscono pensando che loro sono ormai irregimentati nel sesso-al-weekend-se-non-ci-sono-impegni-più-urgenti, vi invidiano bonariamente e sperano vi passi in fretta quell’appagamento insopportabile che trasudate, quella sfacciata complicità che la felicità vi dona. Quella luce fastidiosa, di chi s’illude che resterà sempre così.

4. Gli amici storici

Si preoccupano dell’andamento della relazione e dei suoi tempi (che se sono troppo rapidi poi tu ti secchi, che pure con la palestra fai lo stesso, o ci vai sempre o non ci vai mai, e pure col cibo, che sei disordinata nell’anima, noi ti conosciamo, poi ti senti oppressa ed è finita), sono speranzosi, a volte un po’ gelosi (“Ma quindi ora sei in modalità boyfriend only?“, oppure “Adesso non mi farai più le coccole“, “Sei viva?“, “Sei morta?“, “Sei sparita?“). Perché questo un po’ va detto: il tempo si riduce, le abitudini un poco cambiano. Quindi laddove prima eri più o meno sempre reperibile, all’inizio di una storia entri in una specie di modalità aereo. Ti dedichi alla persona nuova con la quale stai condividendo la vita, lo spazio, il tempo, salvo novità eclatanti che richiedano la tua attenzione tempestiva. E di questo, sorprendentemente, la gente si accorge.

5. Le amiche single

Sono le più delicate, in questa fase; esse ti guardano con incredulità e un pelo di diffidenza. Tutto si riassume in una sola domanda: “Com’è possibile? Com’è successo? Allora esistono degli uomini normali?”. Ecco, le amiche single per me sono le più delicate perché le domande che mi pongono loro sono le stesse che mi pongo io. Le cose che loro non si spiegano, sono le stesse che non mi spiego io. E la verità è che – per il momento – risposte definitive non ne ho. Quello che posso dire, quello che ho detto ieri a una di loro che mi ha scritto, è che con questa persona sto semplicemente bene. E non saprei spiegare in che modo ci siamo trovati, e com’è possibile che io l’abbia accolto, e non saprei dire se semplicemente erano maturi i tempi, o se sarà l’ennesimo fuoco di paglia, un ulteriore buco nell’acqua trivellata dai fallimenti amorosi della mia vita; e che semmai mi spaventa la banalità di questo stare bene, che non è perfetto ma è reale; e che mi ero anche persuasa di non meritarmela neppure questa felicità, che fosse impossibile per me, che non avrei neppure saputo immaginarmelo un compagno, non ero neppure più capace di dire che requisiti dovesse avere, sapete quando facciamo quelle liste di come ci piacerebbe fosse il nostro uomo ideale? Ecco io non ero più capace di fare neppure quella cosa lì. Io non sapevo neppure più immaginarlo ma, se di immaginarlo fossi stata capace, forse l’avrei immaginato così com’è. E questa cosa non avrei potuto saperla, se non ci fossi inciampata. Se non gli avessi dato la possibilità di conoscermi e farsi conoscere. Se non avessi ammesso l’eccezionale ipotesi che le cose possano succedere, all’improvviso (…che poi improvviso un cazzo, che qua s’aspettava da lustri un po’ di aria buona). Ecco, alle amiche single, alle commilitone, alle compagne di lotta, alle braccia che c’hanno consolate, alle orecchie che c’hanno ascoltate, agli occhi che hanno letto tonnellate di messaggi di uomini improbabili, a quelle che hanno spartito con noi speranze e inquietudini, possiamo dare questo: la testimonianza. A volte le cose succedono e lasciarle succedere è bellissimo.

Incasinato, ma bellissimo.

Le 5 Resistenze da Single

“Come si fa?”, mi ha chiesto un’amica che da un paio di mesi è alle prese – pure lei – con una specie di relazione propriamente detta. “Come si supera la paura di essere invasi, di perdere i propri tempi e i propri spazi, la propria vita da single che tutto sommato va pure bene? La paura di essere di nuovo fregati, di ritrovarsi di nuovo a pezzi? Come si fa a proteggersi senza chiudersi a riccio, precludendosi la possibilità di stare di nuovo bene in due?”. “Tu ce l’hai fatta”, mi ha detto. “Magari hai qualche dritta da darmi”, ha concluso. Io ce l’ho fatta. A fare cosa, le ho chiesto? A non farmi più seghe mentali? A non avere più paura? A non inciampare un giorno sì e l’altro pure nella difficoltà che rappresenta includere una persona, invece che escluderla? No, non ce l’ho fatta. Ci sto provando, che è molto, molto diverso.

Come si fa a non concentrarsi sui difetti invece che sui pregi, per procurarsi la scusa necessaria a restare nella propria comfort-zone (salvo che poi,  a volte, ci sta pure una bella dose di discomfort in quella zona, però almeno è un discomfort che ci è familiare, che abbiamo più o meno imparato a gestire e quindi ci pare comunque più tollerabile)? Come si fa, eh, eh? Perché uno la fa facile. Uno pensa che il problema, la parte difficile, sia trovarlo un esemplare di pene sapiens decente (o perlomeno con un indice di casumanità abbastanza ragionevole da renderlo papabile). E beh sì, è difficile eccome. Ma non è la parte più difficile, perché poi, quando lo trovi, ammesso e non concesso che non sia la solita truffa, ebbene lì inizia la vera partita. E, fatevelo dire, la disciplina è faticosa. Lo ribadisco: FATICOSA! Ed è così faticosa perché qualunque single di vecchia data non può non inciampare nelle 5 Resistenze da Single.

1. DIVENIRE & ESSERE –> guardiamo in faccia la realtà: non siamo più ragazzine e, salvo frequentare un minorenne, è possibile che anche il nostro Campione non lo sia. Questo, se da un lato è un bene perché ci dota di quella fantomatica esperienza che dovrebbe tutelarci da un ampio spettro di fregature, vuol dire pure che abbiamo tutti la nostra storia, il nostro bagaglio di relazioni, la nostra cronologia di fallimenti, un ampio inventario di errori già commessi, di malintesi e ferite che ci portiamo necessariamente appresso. Non solo: abbiamo anche i nostri impegni, le nostre ambizioni, le idee, i traguardi, i mutui, i contratti. Da adulti dobbiamo conoscerci in un senso diverso. A differenza di quando avevamo 20 anni (che tutto sommato ci accoppiavamo con più flessibilità e ci univamo senza troppa fatica) la proporzione tra il divenire e l’essere è invertita. Per carità, eravamo anche allora, e diventiamo anche adesso, ma siamo persone costituite molto più di quanto lo fossimo prima. I nostri ego sono edificati (non sempre a norma, infatti a volte crollano) e le persone che siamo, spesso lo siamo diventate da sole. Con il prezioso contributo di terzi (e quarti, e quinti, e sesti), ma il perimetro della nostra identità non è stato dettato da un partner, non si è definito in contiguità a quello di un’altra persona a cui ci legava una relazione sentimentale apparentemente “definitiva”. Insomma, siamo ciò che siamo, coi nostri pregi, le nostre storture e i nostri irrisolti. Comprenderci e renderci intelligibili a un altro essere umano è impresa tutt’altro che banale.

2. LA LOGISTICA –> Al netto dell’enorme dispiego di forze emotive, empatiche e psicologiche (che assorbiranno ore di vita in dialoghi sfiancanti, infarciti di riflessioni intro ed esterospettive), c’è proprio che bisogna avere la capacità e la voglia di adattarsi. Se sei abituata ai tuoi famosi “spazi“, non ti viene facile cederli. Se sei abituata ad avere il tuo TEMPO per te, a disporne al 100%, è evidente che anche una riduzione del 30% sarà rilevante nell’economia della tua vita. Per dirla facile: quelle ore passate a snocciolare intere stagioni di serie tv, a leggere libri speditamente, a condurre interminabili sessioni di whatsapping con le tue amiche alla sera, a farti la manicure e la pedicure serenamente, ebbene tutte queste attività – soprattutto all’inizio – sembrano svanire dalla tua quotidianità. E sarà destabilizzante. E varrà per il tuo equilibrio circadiano/alimentare/intestinale/sociale e in alcuni casi persino professionale (perché voglio vederti al meeting delle 9 dopo che hai fatto le 3 di notte a fare all’ammore di mercoledì sera travolta dall’impeto della prima passione). Il risultato sarà che avrai arretrati di tutto (email e mutande da lavare), ti parrà ci sia più caos di prima, ti sentirai in una specie di ipotiroidismo esistenziale costante. Però ci sarà anche altro di mezzo, quindi tendenzialmente procederai.

3. LA NEGOZIAZIONE –> un altro dato di fatto, quando sei una donna adulta single, è che nelle tue precedenti relazioni non hai trovato la formula giusta, l’alchimia necessaria alla sopravvivenza del rapporto. Quasi tutte, infatti, abbiamo vissuto parentesi oscure nelle quali siamo state donne-zerbino e altre in cui siamo state donne-tiranne. E la soluzione del rebus – questo è un dato – non l’abbiamo mica trovata. Sedendoci al tavolino di una nuova relazione, dunque, dovremo capire quanto di noi siamo disposte a cedere e quanto a trattenere. Quali parti della nostra individualità dobbiamo assolutamente presidiare nonostante l’insinuazione del Maschio e cosa, invece, possiamo rielaborare insieme. Ora, detta così pare una faccenda complicatissima, e in parte lo è, ma non vorrei scoraggiarvi. Di fatto, oltre alla razionalità, ci guida anche l’istinto. Ed è vero pure che a forza di fare pratica, si impara. E che, altra cosa importante, questo negoziato non è unilaterale. Se il Candidato ha le carte in regola, possiamo aprire la trattativa con lui e usare tutti gli strumenti in possesso di entrambi per condurla a buon fine.

4. IL RISCHIO –> Sì, iniziare una nuova relazione è rischioso, certamente lo è. D’altra parte la cosa più rischiosa che possiamo fare con la vita è viverla. E vivendola, ci esponiamo al pericolo di danneggiarci e danneggiare, di collezionare nuove delusioni e di procurarne, di perdere quell’ultimo barlume di fiducia nel genere umano che – a torto o a ragione – continuiamo a nutrire. Lo sappiamo bene perché le contusioni ce le portiamo addosso. E qualcuno si porta addosso quelle che gli abbiamo elargito noi. Potremmo dire che a un certo punto si tratta di “scegliere” se rischiare o meno, ma la verità è che nei casi migliori non si sceglie nemmeno. Nei casi migliori si asseconda la vita e basta, cercando di non auto-boicottarsi troppo, con la consapevolezza della fallibilità che ci distingue ma con la speranza che si possa incontrare un buon compagno con cui fare squadra almeno per un po’. Abbiamo la sfortuna, ma secondo me è un privilegio, di non credere più alle favole, di aver debellato le tracce disneyane dalla nostra identità, di aver assistito alla fine dell’eternità. Abbiamo, in altri termini, gli strumenti per valutare, e per capire, l’altro e noi stesse (perché poi oh, magari ci sta che la dimensione di “coppia” proprio non ci calzi, tipo i jeans skinny, bisogna averci la conformazione fisica per starci dentro, altrimenti ti ci senti ineluttabilmente a disagio).

5. IL MAGO OTELMA –> proprio perché ormai sappiamo come gira il mondo, poiché abbiamo visto fiumi e affluenti di merda scorrere sui letti della nostra vita, quando ci fermiamo a pensare con lucidità al fatto che stiamo mettendo la nostra felicità (perlomeno una porzione di essa) nelle mani di un altro essere umano (peggio mi sento, un uomo), sotto l’egida della relazione eterosessuale monogama ed esclusiva, è chiaro che un brivido di terrore non possa che percorrerci la spina dorsale. Buona parte della mia vita sentimentale, per esempio, si è fondata su schemi ricorsivi, dinamiche pluri-collaudate da tutte le disfatte amorose che mi hanno vista partecipe e interprete (in ruolo offensivo o difensivo, non è rilevante). Insomma, sono l’indovina della tragedia, precorro le malefatte, le intuisco, le realizzo, le subisco. Ho il potere divinatorio di individuare subito il marcio e concentrarmici. Se ho sbagliato in passato, sbaglierò di nuovo. Se hanno sbagliato con me in passato, continueranno a sbagliare. Ora, questo in parte è plausibile, ma solo in parte. Non è mica detto che ciò che è accaduto debba ripetersi. Non è mica detto che le persone siano tutte uguali, che sottoposte alle stesse sollecitazioni rispondano in maniera identica. Non è detto che noi stesse non siamo cresciute, anzi. E non è detto neppure che questa relazione sia comprata al grande magazzino dell’amor pubblico e non piuttosto cucita su misura sulle due persone che la pongono in essere, una storia unbranded, fuori dalle etichette dell’amor borghese.

Insomma, le domande che mi ha posto la mia amica non mi sono parse banali, né puerili. Esse hanno, anzi, messo in luce una serie di meccanismi di auto-difesa che io stessa distinguo in me stessa. E non so se alla fine sia riuscita a risponderle come avrebbe voluto, perché non conosco soluzioni infallibili, formule vincenti, brevetti segreti. So solo che ci provo. Con trasparenza, con fiducia, con onestà. Dicendo ciò che penso, senza l’idea di dover dimostrare qualcosa, di dover aderire a un’immagine formale, di dover riempire la casella vuota nella vita di un altro. Dicendo ciò che penso, anche delle mie difficoltà e dei miei limiti, con la franchezza che userei con un amico, un pari, un socio, un adulto, un compagno. E per il momento va bene così.

 

 

Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.