Gelosia e PsychoMilf

Mi piacerebbe essere una persona migliore e dirvi che non sono affatto gelosa, che per me le persone affatto gelose sono privilegiate, sono esseri umani superiori, come quelli che mangiano e non ingrassano, come quelli che hanno pochi peli, come quelli che ogni sera riescono ad addormentarsi entro la mezzanotte.

Ciò che posso dirvi, piuttosto, è che la mia gelosia è migliorata, che ci ho lavorato, che sono cresciuta, che sono più consapevole e più sicura di me. Il ché, per carità, è vero. Non sono più una di quelle che guardano il telefono, che scippano le password, che si infiltrano negli account altrui, che passano con la macchina a controllare che il tipo sia dove dice di essere. Non faccio più interrogatori col faro puntato in faccia, non conosco più vita-morte-e-miracoli di qualunque donna interagisca col mio compagno; non mi succede più, ogni volta che non mi risponde per mezz’ora, di pensare che stia facendo un ripasso del kamasutra con un’altra. Un’altra qualsiasi. Una ventenne senza rughe, una 50enne con le labbra rifatte, una 30enne di quelle secche e stilose che lo seduca parlandogli dell’ultimo aggiornamento software che ha fatto.

Insomma, queste cose non mi capitano più. O meglio, quando capitano, riesco a governarle prontamente. Ripasso mentalmente i comandamenti dell’antigelosia e mi calmo:

  1. La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore
  2. La gelosia è solo sintomo di insicurezza
  3. La gelosia è il modo migliore per indurre al tradimento
  4. La gelosia è una roba che ti rende repellente
  5. Se ci pensi, sei figa, non hai motivo di sentirti tanto insicura
  6. Se ci pensi, lui non ti dà ragione di dubitare della sua sincerità
  7. Se ci pensi, non è giusto rompergli i coglioni a causa dei tuoi traumi pregressi
  8. Se ci pensi, siete felici e scopate un sacco
  9. Se ci pensi, è un uomo intelligente, non trattarlo da coglione
  10. Se ci pensi, anche lui potrebbe pensare le stesse identiche cose di te (questa vale soprattutto per “Ma lui ha tradito la sua ex”. Perché, tu sei sempre stata Santa Maria Goretti?)

Di solito, di fronte a questi 10 comandamenti, la micro-crisi di gelosia rientra. Che poi, a voler essere pignoli, uno dovrebbe precisare che esistono tanti tipi di gelosia, mica una sola. E che non è neppure del tutto vero che la gelosia è imputabile alla sola carenza di autostima, perché francamente una può pure averci un’autostima discreta, ma certe volte le cose si incasinano e basta, va bene che sei figa ma il mondo è pieno di donne più fighe e più interessanti di te,  questo è giusto ricordarlo sempre, e di uomini più fighi e più interessanti del tuo partner, e nessuno di noi è naturalmente monogamo, e allora cosa vieta che quello inciampi in un’altra? E che si può fare quando ne trova una che, semplicemente, gli piace e lo attizza più di te? O che semplicemente, se tu sei imbattibile, rappresenti per lui la succulenta tentazione della novità? Un cazzo, te lo dico io, non si può fare un cazzo, a parte sperare che lui ci ami con entrambe le sue parti anatomiche rilevanti (cervello e uccello) e che faccia il possibile per non ferirci troppo. E quindi insomma, esiste pur sempre un irriducibile margine di feroce casualità nel tradimento, e di imponderabile irrazionalità nella gelosia. Possiamo consolarci pensando che, in fondo, lui corre lo stesso identico rischio, e che tutto sommato è una scommessa per entrambi. Ed è giusto così. Ma la gelosia è un tema assai complesso e assai caro per me, potrei tenervi qui per ore e non mi sembra il caso, piuttosto ne riparleremo in futuro. Per ora, invece, vorrei raccontarvi una roba che m’è successa, a proposito di gelosia e che è stata altamente formativa, perché va bene non essere gelosi, ma va bene pure essere bene attenti al partner.

La settimana scorsa io e il mio Cavaliere dello Zodiaco veniamo invitati a cena da una coppia di suoi conoscenti, su una terrazza, fuori Milano. Figata, penso tra me e me. Arriviamo e scopro che a cena siamo in sette. Gli altri hanno 50 anni. Il mio compagno ne ha 40. Io ne ho 30 (32, per l’esattezza, ma vi sto dicendo le fasce anagrafiche, tipo l’Istat). A parte noi, un’altra coppia e 3 single, divisi tra 2 donne e un uomo. Le due single 50enni sono molto diverse tra loro e naturalmente la mia attenzione viene rapita da quella che chiameremo d’ora in avanti PsychoMilf: milanesissima, capelli rossi, ossa lunghe e forme longilinee da adolescente. Tette sode opera di molta palestra o di un buon chirurgo. O di entrambi. Bisogno disperato di essere al centro dell’attenzione.

Nel corso della serata mi hanno colpita alcune delle sue dissertazioni, come per esempio: “Nelle serie tv si parla ovunque di droga, sembra quasi istigazione!” – “Beh credo che anche nella realtà si consumi molta droga”, rispondo. “Sì ma prendi Narcos! La parola cocaina viene ripetuta non so quante volte!“, mi fa e io a quel punto rinuncio a risponderle perché altrimenti dovrei segnalarle che Narcos racconta la storia di Pablo Escobar, e dunque è abbastanza ovvio che si parli di cocaina. Che se fosse stata una serie su Mozart si sarebbe parlato di pianoforte, insomma.

Mentre ciò accadeva, il mio compagno, che ha una tendenza innata a flirtare con chiunque, ma soprattutto con le sciure, nel senso che l’ho proprio visto sedurre mia madre e mia zia e ho capito tutto, si lasciava scappare cenni di approvazione verso la PsychoMilf. Cose tipo sorridere alle sue battute, oppure dirle “Grande!” dopo un suo commento. Ora, io so che diceva “Grande!” nello stesso identico modo in cui lo avrebbe detto al mio amico Ruggiero di Taranto, ma il problema è che aveva di fronte una PsychoMilf e non il mio amico. E c’era una considerevole differenza.

La serata è andata avanti snocciolando perle straordinarie, col provincialismo qualunquista di chi vuole suonare mondano, che riassumerei più o meno così: “Non so se avete mai sentito parlare del mio amico Fleming, che suonava con mio marito, che rullava le canne a occhi chiusi mentre guidava a 180km/h a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile tornare da Courmayeur, perché noi eravamo giovani e rock, mentre i ragazzi di oggi guarda, a proposito io mi sono sempre piaciuta molto, piaccio anche agli amici di mio figlio guarda, io non capisco cosa ci trovino in una signora come me, sì sì, abito in Area C, certo, però vado spesso in vacanza a Bali, sono così belle lì le persone guarda, così educate, così disponibili, sapessi, pure i bambini che ti portano le valige. E poi ogni anno incontro il mio caro amico ambasciatore del Burkina Fasu, ma sai che lì sono più organizzati di noi? In Italia bisognerebbe reintrodurre il servizio militare, perché era molto utile per mescolare i ragazzi del nord e quelli del sud…comunque io a-d-o-r-o Nina Zilli”. 

Eccetera.

Ecco, in mezzo a questa delirante overdose di parole, gli altri commensali erano persone gradevoli e simpatiche. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto vino, abbiamo rollato un paio di canne (i cinquantenni di oggi non sono più i cinquantenni di una volta), e abbiamo continuato a parlare, e a ridere. A un certo punto, mi alzo per andare a urinare nelle sedi appropriate, torno in terrazza e assisto alla scena della PsychoMilf intenta a mostrare al mio compagno un tatuaggio sull’avambraccio, che si era fatta di recente. Mi avvicino mentre lei gli srotola sette metri di arto superiore sul tavolo e due delle sue dita piene di anelli, distrattamente, sfiorano una coscia di lui, sul jeans. Il tutto, ammorbandolo sulle turbe psichiche del designer che le aveva fatto il disegno del tatuaggio.

Conservo quello che a me sembrerebbe un invidiabile contegno (perlomeno per i miei standard), mi avvicino, estraggo una sigaretta dalla borsa, prendo l’accendino e mi allontano sul terrazzo. Lui mi segue, senza che glielo chieda, assecondando quel salvifico istinto di sopravvivenza maschile, tanto prezioso per il funzionamento delle relazioni. Quando siamo appartati a sufficienza mi chiede cosa succeda, gli dico niente, insiste, gli dico qualcosa di acido, non capisce, sono nervosa, si mette sulla difensiva, lo bacio, sorride. Gli dico che mi piacerebbe poter fare la prossima pipì senza temere di tornare in terrazza e trovargli la PsychoMilf in braccio. La chiamo proprio così: PsychoMilf. Lui ride, dice che non capisce. Gli faccio notare che forse anche a lui darebbe fastidio tornare dal cesso e vedere la mia mano sulla coscia di un altro. Ce la fa. Capisce. I neuroni si connettono. Evviva. Dice che non aveva capito un cazzo e aggiunge che non ne poteva più di quelle pugnette sul designer che le ha fatto quel tatuaggio che comunque fa cagare (effettivamente, faceva cagare). Dice che quando sono tornata ha pensato che fossi FINALMENTE arrivata a salvarlo. Ci baciamo ancora, con la lingua, come i teen-ager. D’altra parte, rispetto al resto dei commensali, lo siamo. Nel complesso, tutta la scena, che la PsychoMilf osservava, è stata la risposta più chiara alla sua intraprendenza: non una coppia che s’allontana e parla fitto fitto e litiga tentando di mantenere il decoro. Al contrario, una coppia che si allontana, e parla, e ride, e si bacia. Da quel momento in poi, passiamo il resto della serata a parlare con l’altra metà del tavolo; la PsychoMilf si dedica, a quel punto, finalmente, al single 50enne che era di sua competenza. Quando andiamo via, ci chiede come possiamo fare per restare in contatto. Lo chiede a lui, notare bene, non a me. Lui glissa e me la sbologna. Le do i miei contatti, la saluto caramente e vado via. Non accetterò la sua richiesta di amicizia per ovvie ragioni.

Tornando a casa, penso che tutto sommato l’ho gestita bene. Che non ce l’ho con la PsychoMilf, che mica era stata tutta un’iniziativa sua. Che pure lui doveva aver ammiccato a sua insaputa (io lo faccio spesso, ammicco e non sempre ne sono cosciente). Ho pensato che se il mio compagno avesse incontrato la PsychoMilf quando era single, le cose sarebbero andate in maniera diversa: avrebbero parlato tutta la sera, lei avrebbe progressivamente aumentato il contatto corporeo, avrebbero flirtato, avrebbero bevuto, lei avrebbe pensato che un bel ragazzo di 40 anni era proprio ciò che le ci voleva, lui avrebbe pensato che era vecchia ma tutto sommato scopabile, sarebbero andati via insieme, avrebbero forse valutato di fermarsi a bere una cosa in un altro locale strada facendo, e poi avrebbero diviso un taxi, e avrebbero limonato sotto casa di uno o dell’altra, e avrebbero scopato, e sarebbe stata una scopata mediocre dopo troppe bottiglie di vino bevute. Sarebbe andata così, perché quando si è single va così. Perché così si fa, quando non si ha niente da perdere: si beve per scopare, si scopano sconosciuti, si viene senza intimità e a volte senza neppure vera attrazione. Non è sempre così, ma spesso è così. E quando ci ripensiamo, racimoliamo ricordi di performance che avremmo preferito risparmiarci.

In tutto questo, avrei voluto dire alla signora PsychoMilf che io sono stata single per un milione di anni, e sono andata a milioni di cene, feste, matrimoni, compleanni, eventi in cui ero da sola, seduta a capotavola, proprio come lei l’altra sera. So benissimo com’è essere single, ne conosco il bello e il brutto, è una condizione esistenziale che ho letteralmente perlustrato per un lungo periodo della mia vita, parlandone ampiamente con altre donne single di ogni provenienza ed età. D’altra parte, so altrettanto bene come si provocano gli uomini altrui, poiché l’ho fatto, e so anche per quali ragioni si fa.

Mi creda, signora PsychoMilf, ammiro il fatto che lei non sia lì a occuparsi della menopausa ma lotti con tutta se stessa per restare giovane, desiderabile, competitiva. Ammiro la sua dedizione alla causa, che non so se avrei in egual misura e, le giuro, non c’è sarcasmo nelle mie parole. Al suo posto forse farei altrettanto, in un modo diverso. Probabilmente avrebbe potuto starmi molto simpatica, avrei potuto raccogliere le sue confidenze, e confrontare le mie opinioni da 30enne con le sue da 50enne, come spesso mi capita di fare con le donne, indifferentemente più adulte o più giovani di me. Solo che purtroppo, io questo compagno l’ho aspettato a lungo, e al momento mi sembra abbastanza giusto per me, e io ero convinta che non potesse esistere qualcuno giusto per me, qualunque cosa significhi esattamente. Insomma, se quel fesso flirta e non lo sa, se è così narcisista da non accorgersi che tra un po’ lei gli si spalma addosso come una noce di burro sulla fetta biscottata, se è così vanesio da cadere dal pero quando gli faccio notare che tra un po’ era seduto più vicino a lei che vicino a me, io cosa posso farci? Di base, poi, appena gliel’ho fatto notare, si è fidato, mica m’ha dato della pazza visionaria. Non l’ha più cagata di pezza e ha chiarito senza dubbio la sua posizione, dandole praticamente le spalle per il resto del tempo e lei lo scuserà se è stato scortese, mi creda, di solito non lo è, è solo che si è fidato di quel che gli ho detto.

Davvero signora, è un ottimo compagno, ma è uomo, è umano e non è perfetto. E non lo so cosa sarebbe accaduto se quella sera io non ci fossi stata, e non mi interessa, nel senso che non è quello il punto. Il punto è che c’ero, e se ci sono, le mani lei se le tiene in tasca, sul tavolo, in borsa, dove meglio preferisce, ma non sulle cosce del mio compagno. E poi sa, signora PsychoMilf, pure a lui è capitato di vedermi flirtare. Anche in quel caso, dopo, ne abbiamo riso. Siamo fatti così, in questo equilibrio qua, simili e fin troppo trasparenti con l’altro, ma mi sembra che ci amiamo molto, e allora quando io vedo le sue nocche dove non dovrebbero essere, non posso farci nulla, mi sale il crimine, viene fuori la nera del ghetto, mi trasformo in Stella from the blocks, chiamo in causa le mie radici di Taranto Vecchia, non so dirle cosa succeda esattamente, ma io la guardo e penso solo: LEVATI DAL CAZZO. ORA.

Non so se possa capirmi, signora PsychoMilf, ma è una cosa strana quella che provo, a metà tra l’istinto primitivo della difesa e la cura e la delicatezza della protezione. È che di questo rapporto proprio mi interessa, e dunque ci sto attenta. E non potrò proteggerlo per sempre, e non potrò proteggerlo da tutto, e non è neppure ciò che intendo fare h24, tutti i giorni della mia vita, presidiare con attenzione felina la mia relazione. Mi fido della mia relazione. Ciononostante, lei si levi cortesemente dal cazzo.

Poi, il giorno che diventiamo una coppia aperta, le facciamo sapere.

E meno male che comunque non sono più così tanto gelosa.

Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Le Amiche del Cuore

Io e Gianna siamo state compagne di banco per tutti e cinque gli anni del liceo. Non ci assomigliavamo tanto. A dire il vero, non ci assomigliavamo quasi per niente. Innanzitutto lei era paesana e arrivava a scuola a bordo di uno di quegli autobus blu che quotidianamente riversavano decine di giovani provinciali nelle scuole cittadine. In secondo luogo, andava a messa e, peggio mi sento, faceva parte dei boy-scout, cosa per la quale l’ho presa per il culo per il quinquennio intero. Sentimentalmente io ero turbolenta e lei era quella pacata. Io avevo la verve della sgualdrina vanitosa, e lei quella della brava ragazza del sud. Quando c’erano gli scioperi lei spesso entrava, era uno di quei personaggi odiosi che consentivano ai prof di fare lezione, procedere col programma e soprattutto assegnare i compiti a casa, anche quando la classe era assente. Ho fatto molta fatica per volerle bene nonostante questo gigantesco difetto. Il sabato non uscivamo insieme (abitava, per l’appunto, in provincia) e l’estate non ci vedevamo quasi per niente. Pur tuttavia, il nostro è stato uno dei legami amichevoli più intensi che io abbia vissuto nella mia vita.

Gianna era famosa per le sopracciglia perfette, per le tette grosse e per la sua indole determinata e incazzusa (ma quello è proprio un fatto genetico degli abitanti del suo paese). Soprattutto, era famosa per la sua schiettezza indomabile, al limite della brutalità. Insomma, tra le due, la diplomatica ero io e con questo credo di aver reso abbastanza chiaramente l’idea. Una volta, durante un’assemblea di classe, fece piangere una delle nostre compagne. Insomma, Gianna era una di carattere, da maneggiare con attenzione. Studiava, più di quanto facessi io, ed entrambe a fine anno portavamo a casa una media degna di due “secchie”. Ci saremmo diplomate entrambe con 100/100, insieme ad altri 4 compagni di classe, e in tutto eravamo 16, dovevamo essere una classe di geni ribelli, di enfant prodige.

La nostra diversità ci ha permesso di condividere gli anni del liceo senza scontrarci praticamente mai. Al contrario, abbiamo creato un rapporto simbiotico, come forse solo a quell’età è possibile fare, di quelli in cui ti leggi nel pensiero senza manco guardarti in faccia, in cui conosci l’altra persona in maniera così profonda da anticiparne le reazioni, i commenti e i comportamenti. La connessione cerebrale ed emotiva, a quell’età, si sperimenta con le amiche, mica coi fidanzati. I fidanzati sono una cosa strana, una tappa evolutiva da ottemperare, uno strumento di scoperta sessuale, un placebo per la radicale insicurezza della gioventù e sono quasi sempre sbagliati, inadeguati, incapaci di esplorare le infinite profondità dell’animo femminile. Le amiche invece, oh, quelle sono le prime con cui ci si imbatte nei perniciosi anfratti dell’emotività, della fiducia, dei tradimenti e dei conflitti.

Io e Gianna abbiamo condiviso confessioni, pettegolezzi, paturnie e una discreta deficienza nelle materie scientifiche che, considerato che frequentavamo il liceo scientifico, era un argomento abbastanza preponderante della nostra agenda mediatica. Ogni giorno, al pomeriggio, ci attaccavamo al telefono e io non so cosa cazzo avessimo da raccontarci, ma parlavamo per due, tre ore. Le orecchie squamavano, le cornette diventavano incandescenti e le nostre madri si lamentavano perché – magari – c’avevano pure bisogno di fare una telefonata loro. La scusa, per me, era chiederle quali compiti avessimo da fare per il giorno dopo. Io non li scrivevo, lei si appuntava tutto scrupolosamente.

Oltre la sua apparenza riottosa, Gianna era una ragazza estremamente sensibile, acuta e intelligente (il suo nome scout era “Aquila Giudiziosa” e non aggiungo altro). È una persona a cui non ho mai dovuto argomentare la mia complessità, non mi sono mai dovuta giustificare della mia arroganza, né sforzarmi di dissimulare il mio narcisismo. Gianna mi ha voluto bene per quella che ero, in un periodo in cui evidentemente non capivo assolutamente chi fossi. E io ho fatto la stessa cosa con lei, senza dubbi e senza ripensamenti.

In assoluto, è la persona con cui ho riso di più nella mia vita, da lucida, cioè senza l’aiuto di sostanze alteranti. Ridevamo fino a farci venire i crampi alle guance, fino a lacrimare, fino all’asfissia. Non so neppure di cosa ridessimo. Stronzate, per lo più. Al liceo di quello si ride. Dell’imitazione della prof d’inglese o della prof di filosofia. Della caricatura del prof di matematica, disegnata sul diario. Del modo in cui il prof di lettere pronunciava la zeta. Come spesso succede a quell’età, avevamo creato un nostro gergo amicale, una microlingua fatta di citazioni e rimandi che solo noi comprendevamo appieno. E, in quell’età in cui si impara a stare al mondo, a relazionarsi con persone diverse dalla propria famiglia di origine, io e Gianna abbiamo sempre fatto squadra, in maniera perlopiù incondizionata: io sapevo che lei era dalla mia parte, lei sapeva che io ero dalla sua, anche quando non necessariamente approvavamo le espressioni pubbliche delle rispettive istanze (tipo quella volta che ha fatto piangere la nostra compagna di classe, ma a quel tempo eravamo in guerra, noi femmine, c’erano due fazioni ben divise, sono cose che succedono, si sa). Di base, tra di noi, c’era fiducia piena e c’era, al tempo stesso, l’illusione che quell’amicizia fosse inossidabile, che sarebbe durata per sempre, che sarebbe sopravvissuta a qualunque cambiamento, o scossa, o rivoluzione copernicana delle nostre vite. È normale, a quell’età, illudersi che sia così, ed è normale soffrire quando ci si accorge che così non è. Un pochino, in verità, ci si continua a illudere anche negli anni a venire, ogni volta, quando si incontra una cosiddetta “Amica del cuore“, qualcuna alla quale per un periodo di tempo ci sentiamo saldate da una sorellanza apparentemente indelebile. E, negli anni a venire, si continua a soffrire ogni volta che quel patto di incondizionata fiducia si infrange, spesso per nessuna ragione clamorosa, senza uno scontro plateale, senza un “perché” chiaro che ci dia pace. Esattamente come succede alla fine degli amori.

Fatto sta che si sa come vanno le cose: si cresce, ci si perde, ci si allontana, ci si lascia andare. Si accumula risentimento perché c’è sempre una che rincorre e una che si nega. C’è sempre una che non risponde all’ultimo sms (o whatsapp che dir si voglia). C’è sempre una che prende le distanze perché nelle amicizie troppo viscerali a un certo punto bisogna staccarsi. Bisogna conquistare il proprio spazio nel mondo, crescere indipendentemente, non cullarsi più nell’ombra dell’altra e imparare a stare sedute da sole al banco della vita. O, semplicemente, insieme ad altri compagni di gioco.

Negli archivi della mia memoria, che sono una specie di schedario andreottiano nel quale custodisco i verbali di chiusura di alcune delle mie amicizie più significative, c’è segnato che è stata Gianna ad allontanarsi e che io l’ho lasciata andare. Che a un certo punto non ci siamo più viste e più sentite, sebbene ci fossimo trasferite a studiare nella stessa città. Soffrii ovviamente un casino, all’epoca, e pensai un sacco di cose tristi e mortificanti del nostro rapporto, come per esempio “EVIDENTEMENTE NON ERA VERA AMICIZIA, MA SOLO CIRCOSTANZA”. Per un buon numero di anni ho perso fiducia nella possibilità di vivere una relazione d’amicizia sana con le donne, ho ripudiato il concetto stesso di “migliore amica” e ho deliberato che le amicizie maschili fossero sicuramente le più idonee per me.

Qualche anno fa, io e Gianna ci siamo riscritte per caso e siamo riuscite a organizzare un pranzo in Puglia durante le feste di Natale (come se non fossimo già sufficientemente satolle delle abbuffate familiari). Lei è arrivata a bordo del solito autobus blu provinciale e io con l’auto dei miei. Abbiamo pranzato, e chiacchierato, e ci siamo raccontate gli ultimi quasi 10 anni di vita. Era stato un bel pranzo, un disgelamento, la rottura del silenzio.

E poi, la settimana scorsa, ho presentato il romanzo a Bologna e quella si è presentata all’evento, senza dirmi nulla. Ha assistito all’intera presentazione e ha atteso che terminassi tutta la liturgia del firma-copie, possiamo-farci-un-selfie-insieme-maccerto-figurati-ci-mancherebbe e poi, alla fine, ci siamo guardate e ci siamo abbracciate fortissimo senza dirci niente. È stata una sorpresa bellissima, tra tanta gente che era come se mi conoscesse, ce n’era una che mi conosceva per davvero. Una che aveva saputo i miei segreti, le mie fisime e le mie fragilità. Una che per 5 anni aveva decifrato ogni mia singola espressione facciale, ogni mio cenno di disappunto o di approvazione.

Abbiamo bevuto uno spritz insieme, dopo, e fumato una sigaretta. Eravamo felici, entrambe, e poiché non eravamo da sole abbiamo trattenuto la voglia di raccontarci duemila aneddoti, e novità, e pettegolezzi, e confidenze. Abbiamo iniziato a ridere, come un tempo, ripensando a ciò che ci faceva ridere da ragazzine, imponendoci un contegno sociale del quale avremmo volentieri fatto a meno, ripescando decine di gag dal passato che sono ancora capaci di farci piegare in due dalle risate. Prima di salutarci, ci siamo promesse di rivederci presto, in un tette a tette (e che tette!), e recuperare un po’ del tempo perduto.

Ecco, non so se lo faremo mai, perché insomma siamo adulte e siamo tutte prese, ognuna col suo viaggio ognuna diversa, ciascuna i propri impegni, gli obblighi e le scadenze, l’agenda fittissima e la difficoltà di curare i rapporti interpersonali vicini, figurati quelli lontani. Ma ciò che conta è che quella sera ho capito una verità importante: esattamente come certi amori, esistono amicizie che non finiscono, che fanno giri immensi e poi ritornano. Esistono complicità che sopravvivono alle avversità della vita, al tempo e alle acredini adolescenziali. Ho capito che l’amicizia tra donne è un affare complicatissimo in ogni caso ma, al tempo stesso, è una forza potente, possibile e affascinante. Sono tornata a Milano, pensando che quando si è state amiche in un certo modo, si resta in qualche misura amiche per sempre. Che certe amicizie sono come un timbro indelebile nella memoria, che sbiadisce gli screzi e lascia emergere i ricordi belli, le risate e le lacrime (quelle di felicità). Sono tornata a Milano con una consapevolezza nuova: quando si è state amiche per davvero, non c’è nulla che si perda. C’è solo la vita che fa il suo corso, e a volte ci allontana, e a volte ci avvicina. Ma di base non ci cancella mai.

PS: com’è ormai consuetudine, colgo l’occasione per segnalarvi la pubblicazione del mio nuovo video, la prima parte di Vagi4You, un mini-documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, del quale sono molto, molto, molto proud. Guardatelo, liketelo, commentatelo e soprattutto condividetelo. Se vi va ❤ 

L’Amore Arriva Quando Meno Te l’Aspetti

Di tutte le frasi che hanno accompagnato il mio periodo di militanza single, ce n’è una che ho sofferto più delle altre (e, sia chiaro, le trovavo tutte mediamente insopportabili, da “Sei troppo esigente” a “Perché non ti iscrivi a un corso di fotografia?“).

Ogni volta che il malcapitato interlocutore indulgeva in un retorico “L’amore arriva quando meno te l’aspetti“, mi saliva il crimine. Innanzitutto, perché io l’amore me l’aspettavo sempre, me l’aspettavo eccome, lo pretendevo persino, doveva essermi riconosciuto di diritto ed ero piuttosto seccata dal suo ritardo, figurarsi se poteva esistere un solo momento della vita in cui non ci pensassi.

In secondo luogo, perché quando ho capito che trovare un compagno non era un fatto così scontato, ho deciso che non sarebbe mai accaduto. Che era infattibile. Avevo un approccio scientifico, praticamente aritmetico, per dimostrare a me stessa e agli altri che io non l’avrei mai trovato, che la mia “persona giusta” non poteva esistere, essere viva, essere single, vivere nella mia stessa parte di mondo, parlare una lingua comprensibile, incontrarmi, innamorarsi e innamorarmi, ma, soprattutto, aver voglia di una “relazione seria“, con un timing compatibile col mio. Insomma, FANTASCIENZA PURA. Più me lo raccontavo e più il mio ragionamento mi pareva inoppugnabile.

Ero arrivata persino a dubitare fortemente della mia predisposizione, o inclinazione, o autentica intenzione di intraprendere una vita di coppia; avevo stabilito, in altri termini, che l’amore è come la matematica: o ci sei portato, oppure fai una fatica bestiale (e comunque spesso, nonostante gli sforzi, resti mediocre). L’amore, evidentemente, non era la mia materia. Ero molto brava a organizzare un evento, per esempio, ma non ad avere un fidanzato. D’altra parte, avevo un senso fortissimo dell’impossibilità sentimentale, e un certo disprezzo per la pratica della speranza, che mi pareva di per sé una confessione di insicurezza, di incompletezza. Io non ero insicura. E non ero incompleta. Certo, non ero neppure felice, ma non dipendeva dall’amore. Non solo, perlomeno. E non mi sarei mai abbassata a “sperare di trovare l’amore“, che era una cosa così pink-pop, così chick-lit, così old-economy.

Fatto sta che, a quel punto, sentirmi dire che l’amore arriva quando meno te l’aspetti mi sembrava una vergognosa menzogna, tipo quelle sulle religioni, oltre che un’immane presa per il culo. Mi pareva che mi si richiedesse un atteggiamento di remissivo ottimismo, di accomodante positività. E io, ai tempi, non avevo scorte né dell’uno, né dell’altra. Anzi, le mie perplessità crescevano esponenzialmente quanto più gli altri provavano a rasserenarmi. Da come ne parlavano, l’amore pareva un miracolo, una suggestione, il jackpot della Lotteria Italia. Insomma,  esso si presentava alla mia percezione come un privilegio esclusivo a cui non tutti avevano accesso, e non capivo il criterio alla base della selezione. Non si accoppiavano solo i belli o solo i brutti, solo i brillanti o solo gli stupidi, solo i ricchi o solo i poveri. La mia impressione era che si accoppiassero tutti, tranne me e qualche sparuto individuo di passaggio per il limbo dei single, tra una relazione e l’altra. Avevo intessuto delle amicizie abbastanza forti, in quegli anni, con altre persone che un po’ per scelta e un po’ per circostanza, diventavano adulte come me, senza un compagno o una compagna. Mi sembrava che la mia vita sarebbe in effetti stata sempre così, e dunque avevo preso a impegnarmi per vederci il meglio, superando l’horror vacui dei weekend, dei giorni liberi, delle serate e delle maledette ferie estive (Che cazzo faccio? Dove vado? Con chi? No, non sono ancora pronta a scarpinare nella giungla con lo zaino in spalla, insieme a un gruppo di donne nubili alla ricerca del marito ideale).

Oggi, che sono invischiata in una storia sentimentale apparentemente normale e matura (perlomeno per i miei standard), non potete capire quanto fastidio mi procuri l’idea che avessero ragione loro, quelli che mi dispensavano lezioni d’amore per dilettanti. Non sopporto l’idea, cioè, che fosse esattamente come mi dicevano, e che i miei dilemmi potessero effettivamente essere liquidati con una frase fatta, un modo di dire, uno stereotipo preso al discount dei luoghi comuni sull’amore. E invece…

E invece quello, il cosiddetto “amore“, è arrivato davvero in un momento in cui LETTERALMENTE non ci stavo pensando. Era la settimana di uscita del mio romanzo, ero COMPLETAMENTE assorbita da altro, la mia vita non avrebbe potuto sentirsi più piena di quanto fosse, non avevo un minuto di tempo da dedicare a qualcuno che non fosse la criatura, il libro, quell’oggetto fucsia nelle mani dell’umanità. Ecco, proprio quando ero più distratta, più emozionata, più in divenire che mai, con tutto ciò che il divenire comporta (tipo un’ansia mortale), è arrivato l’amore. Così, a complicare, a moltiplicare, a completare ciò che mi pareva già abbastanza completo di per sé.

Fatto sta che l’evidenza era inoppugnabile. Era arrivato mentre non ci pensavo. Avevano ragione loro, gli altri, gli stronzi che mi ammorbavano con questa frase. E allora mi sono chiesta come fosse accaduto questo strano fenomeno, che io mi distraessi. Avevo smesso di pensare all’amore senza accorgermene e non credo fosse esistito un momento prima, nella mia vita, in cui avrei potuto riuscirci altrettanto spontaneamente; molte volte me l’ero imposto, e non ci ero riuscita, come succede con le diete quando non sei davvero motivata a farle.

La risposta è banale: si smette di pensare all’assenza dell’amore, quando ci si può concentrare sulla presenza di qualcosa di persino più bello, più urgente, più raro, come la realizzazione di un sogno personale. In quel periodo, mi si parava innanzi un nuovo elettrizzante paragrafo della mia vita: non sapevo cosa sarebbe successo, quante persone avrei conosciuto, quanti viaggi avrei intrapreso, ma sapevo che era un momento per essere felice e, finalmente, lo ero. Lo ero, da sola. Lo ero, insieme ai miei affetti. Lo ero, senza un uomo. Mission accomplished.

Naturalmente, c’era anche dell’altro. Per esempio che la scrittura del romanzo era stata catartica, terapeutica, liberatoria, per me. Avevo fatto ciò che andava fatto; avevo elaborato, smaltito, vivisezionato e ricucito letteralmente gli irrisolti del mio passato, ed ero per la prima volta pulita, disintossicata, finalmente e inconsapevolmente pronta a intraprendere nuove avventure. La mia storia era diventata la storia di Nina, e no, non per filo e per segno, la fiction c’è, è ovvio, il punto non è se ho fatto un ménage a trois oppure no, quello è pettegolezzo; il punto è che le emozioni raccontate, per essere scritte, sono state vissute, masticate, vomitate e ricomposte. Nel romanzo ci sono le budella, ben visibili, ed è per questo che ha fatto bene a così tante persone (stando a ciò che mi hanno scritto e a ciò che mi hanno detto nelle circa 20 presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia).

Insomma, se dovessi ricostruire la dinamica dell’incidente che ad oggi mi vede innamorata di un uomo che mi ama (o così pare) è questa:

1.In primo luogo, smaltire gli irrisolti; è impossibile iniziare una relazione sana se abbiamo ancora le scorie del nostro passato dentro

2. In secondo luogo, il suggerimento che darei a un’amica single sconfortata, come a volte sono le donne single e come a lungo sono stata anche io, è proprio di spalmare quell’amore sentimentale inespresso, su amori diversi. È riempire la propria vita di altre forme di passione, di attenzione, di cura e di condivisione. È investire su un pezzetto di , che funziona con o senza un compagno accanto. È godere del tempo a propria disposizione per coltivare sogni e allevare passioni. È scoprire cosa ci fa sentire meglio, e provare a farlo sempre di più, e a farlo sempre meglio. Che si tratti di scrivere, di suonare, di ballare, di cucinare, di mangiare, di insegnare, di viaggiare, di fare fotografie, di interpretare una piece teatrale, di fare volontariato, di studiare. Qualunque cosa sia, fatela, perché serve a tirar fuori la luce che avete dentro.

Alla fine della fiera, quello che la gente prova a esprimere quando dice che l’amore arriva quando meno te l’aspetti, forse è questo. Qualcosa tipo: occupati di altro, pensa ad altro, fai altro. Esci dal loop. Tenta cose nuove. Avventurati fuori dalla tua zona di comfort. Prova ad avere meno verità incrollabili. Prova a metterti più in discussione. Divertiti. Non svenderti in millemila storielle inutilmente mortificanti (nel senso che proprio, a conti fatti, non ne vale la pena). Non essere così risentita. Non essere così incazzata. Non picchiare duro i tuoi spigoli contro il prossimo, che non serve a un cazzo. Non avere sempre quell’aria di sufficienza. Tira fuori i tuoi meriti, il tuo talento, la tua bellezza. Trasmetti soddisfazione e felicità, che attirano molto più della delusione e della lamentela. E scopri come fare, per essere semplicemente più soddisfatta e più felice di te.

Sì, credo che si intenda qualcosa del genere, quando si pronuncia l’orripilante frase in questione. E con questa riflessione io vi lascio, immaginandovi intente a stilare un micro-elenco di buoni propositi per diventare una versione migliorata di voi stesse. Non so se possa funzionare con tutti ma con me sì, pare sia andata più o meno così.

***

Dimenticavo di dirvi che sabato prossimo, 21 aprile, vi aspetto a Milano, in Corso Garibaldi 60, dalle 12 a sera, per parlare e video-intervistarvi su pruriginosi temi scessciuali. Intanto, eccovi l’invito ufficiale:

 

Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

Amicizie Sentimentali

Ieri sera ho invitato un amico a cena. Ero reduce dal weekend dai miei, dal quale ero tornata, com’è uso e consuetudine, con abbondanti scorte alimentari, tra cui un tupperware pieno di polpette al sugo, pronte per essere condivise.

Nel bel mezzo della cena, il mio ospite ha nominato una delle mie amiche, che anche lui conosce, e che io non sento più. “Avete litigato?“, mi ha chiesto. “No“, ho risposto e ho sentito un discreto imbarazzo. Davvero non abbiamo litigato. Davvero non ci frequentiamo più. Davvero se qualcuno l’anno scorso avesse previsto che io e lei non ci saremmo più cagate, l’avrei trovato impossibile. Eppure, è successo.

1. IL VUOTO FORMATIVO

Finita la cena (sponsored by mia mamma, dunque buonissima), ho continuato a pensare a quel momento di acuto disagio che avevo provato, a quanto m’avesse turbata ammettere che quel rapporto fosse, come dire, naufragato. Così mi sono accorta che si parla moltissimo di cosa succede quando finisce un amore, ma mai di cosa succede quando finisce un’amicizia. Pensateci: almeno il 70% – non abbiamo dati scientifici ma la percentuale appare plausibile – dell’industria editoriale/musicale/cinematografica si fonda sul racconto del trauma scaturito dall’interruzione, dalla sospensione, dall’atrofia progressiva di un amore. Siamo così preparati a livello teorico, da aver messo in conto che le relazioni non sono mai definitive e da aver sradicato il mito dell’amore eterno; siamo riusciti persino a sconfessare uno dei principali comandamenti romantici con cui siamo cresciuti: “…e vissero per sempre felici e contenti“. MINCHIATE! Non è vero. Ormai lo sappiamo.

Tuttavia, il fatto che anche le amicizie finiscano rimane un fatto scarsamente dibattuto. Eppure, a esser sincera, non credo che sia un fenomeno molto più raro della fine degli amori. Non credo che quando il fraintendimento, il diverso investimento emotivo, la delusione, provengono da un amico siano meno dolorosi rispetto a quando provengono da un partner. Anzi. E allora, mi chiedo, perché siamo attrezzatissimi, abbiamo decine di manuali che ci spiegano cosa fare quando la nostra relazione va in frantumi e non abbiamo un cazzo, manco un tweet illuminante, che ci spieghi come elaborare un lutto amicale?

2. SFIGA D’AMORE vs SFIGA D’AMICIZIA

Sia chiaro, chiederselo è faticoso, molto faticoso. In un certo senso è come se esistesse una maggiore forma di pudore, rispetto ai fallimenti sentimentali. È come se, in altri termini, fosse socialmente più accettato il racconto delle proprie disgrazie amorose, rispetto a quello delle proprie crisi di amicizia. In amore ci sta (essere sfigati), l’immaginario collettivo è popolato da innumerevoli personaggi caratterizzati dalla sfiga amorosa e comunque accettabili, simpatici persino. Ma la sfiga d’amicizia è diversa: non esiste. Puoi non avere un partner, perché sei sfortunato; se invece non hai amici è perché sei uno stronzo.

3. TUTTE DONNE

E mentre riflettevo, scendevano lungo le sponde del mio torrente le spoglie di certe amicizie vitali delle quali nella mia vita non resta traccia. Di tutte le persone, in altre parole, che ho perso. Che, per una ragione o per l’altra, ho lasciato andare e che mi hanno lasciata andare. Di tutti quei rapporti che si sono stemperati nell’indifferenza apparente, a volte; nella ripicca sciocca, altre; nelle regolari pieghe dell’evoluzione, altre volte ancora. Legami intensi eppur estinti, spesso senza un vero casus belli, che lasciano dietro di sé una scia di ricordi più o meno sbiaditi, di quando si era più giovani, e si facevano cose, e si vedevano genti. I ricordi, gli oggetti prestati e mai ricevuti indietro, gli oggetti presi in prestito e mai resi, e i like su Instagram.

Del resto è da Instagram che apprendo se una s’è riprodotta, se l’altra s’è sposata, se l’altra s’è trasferita all’estero oppure se quell’altra continua ad andare ai concerti indipendenti.  Sarà un caso, davvero, ma sono tutte donne. Gli uomini non devono proprio essere capaci di una complessità del genere, senza offesa per i miei amici, che sono il mio campione di riferimento. Voglio dire: non giurerei di non aver mai perso un amico uomo, ma non me lo ricordo, quindi, se è successo, è stato piuttosto naturale, privo di pathos. Con i miei amici uomini ricordo di aver discusso, litigato, alzato la voce, sospeso le comunicazioni per mesi, questo sì; ma non ricordo di averli persi, se non in quota “crescita/cambiamenti della vita”.

4. L’AMICIZIA SENTIMENTALE

Ma con le donne, invece, con quelle s’apre un dedalo di amicizie che, a un certo punto, sono finite e la loro fine ha prodotto in me un variabile grado di malessere. A posteriori, a volte per ANNI, il solo sentirle nominare risvegliava in me il risentimento, la gelosia, la delusione, la recriminazione, la sintesi facile che “evidentemente non era un rapporto così importante” (praticamente come quando, con gli uomini, liquidiamo tutto con “la verità è che non gli piaci abbastanza“). Non è successo così tante volte, badate. Il fatto è che me le ricordo tutte. A volte, con alcune, proprio come con i tipi, la crisi si preannunciava su whatsapp, con doppie spunte senza risposta, con risposte che arrivavano a distanza di giorni, con le EMOTICON per chiudere i discorsi. Insomma, ci si riservava il trattamento, vicendevole e sciatto, che si sarebbe riservato all’ultimo dei Tinder Date.

Ebbene sì, Vosto Onore: l’ho fatto. Sì, Vostro Onore, l’ho subito. Sì, vostro Onore, ho avuto voglia di dire: oh ma  te lo ricordi quante belle serate abbiamo passato insieme? Quante risate, mamma mia. E poi quanto ci ha fatto bene condividere roba? E quanto ci siamo state simpatiche da subito, eh, te lo ricordi? E va bene che le cose cambiano, ma da essere culo e camicia a ignorarsi completamente, fammi un recap: come cazzo ci siamo finite? 

Certo, Vostro Onore che c’ho pensato. Il fatto però è che questo tipo di amicizia, una volta incrinato è difficile da ripristinare, nonostante molte buone intenzioni di “parlarsi” e “chiarirsi”, di “prendersi un caffè insieme, un giorno”. Il fatto però è che certi “perché” sono troppo faticosi da cercare e spiegare, e anche che certe amicizie rispondono alle logiche sentimentali pur non essendo rapporti d’amore in senso stretto: in quei casi non è facile rimanere amici, dopo. In quei casi, è ugualmente gravoso smaltire aspettative disattese, memorie, nostalgie, non-detti, souvenir delle vacanze insieme, fotografie e un numero imponderabile di amici in comune su Facebook. Il tutto, sempre e rigorosamente, ignorandosi.

CONCLUSIONI

Sarebbe facile concludere che, banalmente, queste non erano amicizie VERE. E in parte, forse, ci sta anche; però, come sempre, c’è molto di più. C’è che l’amicizia è un sentimento complesso come l’amore, c’è che è composta da tanti ingredienti: complicità, similitudine, affetto, compagnia, legittimazione, dipendenza, possesso, lealtà, supporto, fiducia, complementarità, comfort, circostanza. E tutti questi elementi si tengono in equilibrio insieme, consentendo al rapporto di continuare. A volte, però, le porzioni si sbilanciano, a volte l’affetto c’è ma non è l’ingrediente principe, l’elemento preponderante. A volte arriva qualcuno che ci piace di più.

Forse la ragione per cui non esistono manuali che spieghino come elaborare la fine di un’amicizia, è perché esistono già i manuali per elaborare la fine di un amore, e le cose non sono poi così diverse. Il fatto che a un certo punto non si stia più insieme, non vuol dire che non sia mai stato bello, unico, speciale stare insieme. Vuol dire solo che non ha funzionato per sempre.

POST-CONCLUSIONI

Per non intristirmi in questi pensieri, ho infine deciso di concentrarmi sulle amicizie presenti: quelle maschili, quelle femminili, quelle gay e quelle etero, quelle che hanno appena partorito, quelli che si sono sposati, pure gli altri che sono espatriati. Quelle che davanti al loro bambino ti chiamano “zia“, e la cosa suscita in te un misto di angoscia e felicità; quelle che ti passano ancora a prendere da casa per andare a bere nello stesso bar col dehor di plastica; quelle che ogni volta che transitano da Milano vogliono salutarti; quelle che a Milano vengono a trovarti; quelle che interrogano il tuo fidanzato come se fossero tua zia; quelle che a 33 anni iniziano un master; quelle che a 40 anni si iscrivono per la prima volta in palestra; quelle che hanno sempre un consiglio giusto da dare; quelle che hanno sempre bisogno di un consiglio giusto da ascoltare e non seguire. Quelle, insomma, della cui trasparenza non dubitiamo mai, nonostante i cambiamenti e le contingenze della vita.

L’Insostenibile Leggerezza del Coito Interrotto

Sono nata a metà degli anni ottanta. Da bambina sono rimasta traumatizzata dalla visione di Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington, sono cresciuta con gli spot dei condom a cena e ho fatto una specie di educazione sessuale a scuola.
…forse anche voi avete ricordi dal sapore quasi comico, di quando ci prendevano, pre-adolescenti com’eravamo, coi jeans della Lee e le felpe colorate Benetton 0-12, e ci portavano nell’auditorium (se la scuola ce l’aveva), o in palestra (se la scuola ce l’aveva), e ci facevano un pistolotto sull’importanza del sesso protetto, a noi, che il più delle volte non avevamo ancora limonato con nulla che non fosse un cucchiaino da caffè, tanto per fare pratica.
Ad ogni modo, come il genere umano perpetrasse la propria esistenza, l’appresi all’età di 9 anni, da mia madre. Era un periodo in cui in tv non si faceva che parlare di “preservativi” e Aids, e io chiedevo continuamente delucidazioni, in qualunque situazione immaginabile, finché la mia genitrice non decise che era giunto il momento di darmi una risposta. Mi prese e mi spiegò per sommi capi cosa significasse fare all’amore, mi disse che quella roba si faceva quando si era, per l’appunto, innamorati e che in quel modo nascevano i bambini, me compresa. Eravamo sedute al tavolo della cucina, con mio padre sull’uscio della porta, incastrato da mia madre e dal suo “DOVE TE NE VAI? È GIUSTO CHE CI SIA ANCHE TU!”, proprio mentre provava a sgattaiolare via da quell’imbarazzo che la sua unica figlia femmina gli stava imponendo. Ottenute le informazioni necessarie, dal canto mio, mi limitai a commentare con un lapidario: “CHE SCHIFO!”. Di positivo ci fu che mentre certe mie compagne credevano ancora d’esser nate sotto un cavolfiore o nel becco di una cicogna, io sapevo la verità. E, a quel punto, sapevo pure cosa fossero quei fantomatici “preservativi“, anche se sarebbero passati molti altri anni, prima che ne facessi uso.
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La scenetta mi è tornata inevitabilmente in mente quando, la scorsa settimana, sono stata invitata a un evento Durex, per parlare della loro nuova campagna #EmozioniSenzaInterruzioni e per commentare i dati emersi dalla Durex Global Sex Survey del 2017, ovverosia un’analisi svolta in 36 paesi, su un campione di circa 30.000 persone, per conoscere meglio le abitudini sessuali di uomini e donne, accoppiati e single, etero e gay, di qualunque età. Come dire: moooseca per le mie orecchie.
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A parte alcune prevedibili scoperte (come che il 55% degli intervistati riconosce tra i benefici del sesso l’aumento del buonumore e dell’autostima, insieme a una riduzione del grado di stress), dall’indagine emergono dati interessanti e, diciamolo francamente, un po’ preoccupanti, soprattutto per quel che concerne – tanto per cambiare – il nostro paese. L’Italia, infatti, rispetto alle altre nazioni europee, tende a evitare l’uso del profilattico in favore di metodi contraccettivi alternativi e non sicuri (sì, parliamo di lui signori, MrCoitus Interruptus). Se il salto della quaglia è considerato una disciplina di nicchia in SpagnaSvizzeraGermaniaInghilterraFrancia e Austria (praticata al massimo dal 9% della popolazione), con apogei di civiltà in Olanda (dove la percentuale scende al 5%), l’Italia conquista la medaglia d’oro della Maleducazione Sessuale, con un rampante 23% di “saltatori”.
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Cosa significa? Che quasi un 1 italiano su 4 s’affida sistematicamente al coito interrotto e NON pratica sesso protetto. Nelle Top Queries 2017 di Google, il “coito interrotto” è il quarto metodo contraccettivo più ricercato dagli italiani. Ora, sia chiaro, non siamo qui per pontificare, per fare la lezioncina su quanto sia importante proteggersi dalla Malattie Sessualmente Trasmissibili (MST) e dalle gravidanze indesiderate (perché é vero che possiamo abortire, ma è vero pure che non è mai una passeggiata di piacere farlo); però una riflessione è il caso di spenderla e siccome abbiamo ormai un’età (alcuni di noi sono ADDIRITTURA genitori, altri stanno per diventarlo, altri lo saranno in futuro e altri invece mai, ma auspicabilmente per loro continueranno ad avere una vita sentimental-sessuale), è anche il caso di parlare del segmento più fragile di questo panel: i giovani. Quando dico giovani, intendo giovani veri, non voi che avete 35 anni e ancora non accettate il fatto che Luke Perry sia diventato così:
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Quando dico giovani, parlo dei ragazzi compresi tra i 13 e i 24 anni d’età (non è che noi siamo vecchi eh, per i signori del Marketing diventiamo “young adults“, un bell’ossimoro che ci permette di sopportare la maturità e il peso delle responsabilità in cambio di un modesto potere d’acquisto). Fatto sta che il 73% dei g-g-giovani non è in grado di indicare 5 Malattie Sessualmente Trasmissibili, il 45% non è consapevole dei loro rischi e il 70% di essi si informa da fonti non qualificate (equamente distribuite tra internet, scuola, amici e pornografia). È significativo, in proposito, che solo il 24% degli italiani dichiari di aver ricevuto un’educazione sessuale, contro il 77% degli intervistati negli altri paesi.
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Sarebbe fin troppo scontato, di fronte a questi dati, constatare quanto l’educazione al sesso e ai sentimenti sia un bisogno della nostra società, al quale troppo raramente viene data risposta. Scontato, ma inevitabile. Cosa bisognerebbe fare? Avviare un dialogo aperto su questi temi, per esempio. Favorire il confronto culturaleapprofondireinformare. Fare, in sostanza, un lavoro capace di permeare la società e di attecchire anche sui più giovani.
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E, in questo senso, Durex la sua parte la fa, da decenni, promuovendo una cultura libera del benessere sessuale; intercettando il registro giusto per raggiungere il proprio target, facendo un ricorso intelligente all’ironia (le pubblicità di Durex sono bellissime, soprattutto quelle censurate in Italia, e se questa vi sembra una marchetta, sappiate che è piuttosto una dichiarazione d’amore per il noto brand di condomS).
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Per esempio, ai dati della Global Sex Survey 2017Durex risponde lanciando la nuova campagna #EmozioniSenzaInterruzioni, volta a valorizzare gli aspetti positivi del SafeSex: non solo la sicurezza in termini di MST e prematuri eredi al trono (che non sono dettagli trascurabili), ma anche la libertà di godere appieno dell’atto, fino al suo climax, senza interruzioni, senza crucci e senza palpitazioni postume del genere “Ommioddio! Ho 5 minuti di ritardo” (oppure “Chissà come mi va il prossimo pap-test”). 
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Naturalmente Durex è un’azienda, non il Ministero della Salute, non è che può fare miracoli, non è che può dare la vista ai ciechi, oppure l’udito ai sordi. Ciò che può fare, in quanto leader mondiale nel suo settore, è creare occasioni di condivisione, di entertainment, di formazione, per ricordarci ciò che tendiamo a dimenticare, per segnalarci le aree sensibili della nostra cultura (oltre a quelle erogene del nostro corpo) che tendiamo a non presidiare.  A questo punto m’aspetto che tra voi ci sia qualche sciachimista che mi dica: vabbè, ma Durex li produce i profilattici, è ovvio che vogliono che li usiamo, a loro conviene!1!!!
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Il fatto, però, è che conviene soprattutto a noi, usarli. E bisognerebbe porre rimedio a questo fatto che ce lo stiamo dimenticando.
Ammesso di averlo mai capito davvero.
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Concludo su questa preziosa riflessione, e vi saluto. E, già che ci siamo, essendo San Valentino, lo faccio ricordandovi che proteggersi è un atto d’amore, sempre.
Per chi c’è. Per chi ci sarà.
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Con viva cordialità,
vostra
V.
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