Vacanze da Single?

Ieri sera mi ha scritto un’amica che non sentivo da tempo. Si chiama Elena, ha qualche anno più di me, è single e ha un bimbo bellissimo di tre anni. Mi ha detto che il pupo se ne va una settimana in vacanza con il papà e dunque lei si ritrova – all’improvviso – libera e stressata perché non sa che cazzo fare (cito testualmente). Mi ha detto che vorrebbe partire in compagnia, ma conosce solo coppie o mamme con bambini. Mi ha detto che non sa che tipo di vacanza voglia fare, e che teme di scartavetrarsi le ovaie ovunque, da sola.

È stato allora che ho pensato di dover scrivere questo post, perché anche io, come Elena, per anni, ho dovuto far fronte al tipico Horror Vacui Single. Il disdicevole fenomeno si manifestava in alcuni specifici periodi dell’anno e portava con sé una dose discreta di imbarazzo sociale. In altri termini, a parte le classiche, odiose domande che costellavano la mia quotidianità, variamente comprese tra “Ma non c’è proprio nessuno-nessuno che ti piaccia?” e “Quando pensi di trovare un bravo ragazzo come hanno fatto le tue amiche?“, ce ne erano altre apparentemente innocue, ma sostanzialmente subdole.

Cos’hai fatto nel weekend?, per esempio, era una domanda che poteva facilmente mettermi in difficoltà. Di solito al weekend uscivo. Il venerdì andavo spesso a bere con alcuni amici single, e il sabato c’era la pizza con il gruppo terrons. La domenica, a ora di pranzo, andavo in palestra e nel resto del tempo mi dedicavo alla casa, o cazzeggiavo. A volte, fissavo un date a orario d’aperitivo. Detto ciò, però, capitavano anche lunghi weekend di singletudine e solitudine, nei quali gli amici partivano, o erano ammalati, o avevano appuntamenti galanti, in ogni caso non c’erano. Oppure weekend in cui avevo un umore talmente macabro che non reputavo opportuno manifestarmi nella società. Insomma, spesso avrei dovuto semplicemente rispondere “Ho fatto binge-watching di Dynasty su Netflix, ingozzandomi di patatine Più Gusto al Lime e Pepe Rosa“. Capite, non era premiante.

Una domanda altrettanto scomoda era Cosa fai a Capodanno?. Che cazzo ne so cosa faccio a Capodanno. Mi imbucherò a una festa piena di sconosciuti, alla quale berrò come se non ci fosse un domani, nella speranza che prima o poi la playlist mi regali “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. Proverò a non pensare che sono ancora single, a mezzanotte non bacerò nessuno e no, non avrò neppure un frettoloso rapporto sessuale di natura scaramantica per assicurarmi un anno di scorribande erotiche.

Naturalmente, la più insidiosa di queste domande era: Che programmi hai per l’estate?. Le ferie estive rappresentavano per me l’apogeo dello sbattimento, il punto di non ritorno dell’Horror Vacui Single. Tornare a casa, in Puglia o in Abruzzo, è sempre stata una valida alternativa. Al terzo, quarto o quinto anno consecutivo, però, avevo iniziato a sentire il bisogno di altro. Volevo viaggiare, anche. Volevo vedere posti nuovi, anche. Le ferie estive non erano facili come un weekend, che tutto sommato arrivava in fretta il lunedì e potevo tirare un sospiro di sollievo. L’estate era un’altra storia. Cosa avrei potuto fare?

Sarei dovuta partire da sola alla scoperta dei templi Maya in Messico? Sarei dovuta andare con lo zaino in spalla a scarpinare tra gli insetti della giungla vietnamita, insieme ad altre single, unite nella speranza di conoscere nuovi esemplari di scapoli purosangue? Oppure sarei dovuta andare in un bel villaggio turistico per single? Oppure una bella, squallidissima, crociera per single? Oppure dovevo farmi adottare da qualche coppia di amici, e andare in vacanza con loro come fossi la nipote teen-ager che si portavano appresso? Oppure ancora, avrei dovuto implorare i miei amici gay di includermi nella loro annuale spedizione punitiva a Mykonos? Mi era chiaro che ci fosse un buco di mercato, una domanda senza offerta, una mancanza di intrattenimento vacanziero per i single che non avesse l’aria di un’impresa per casi umani. Insomma, Elena non avrebbe potuto rivolgersi a consulente più appropriata. Era un tema che avevo sviscerato talmente tanto, da avere persino buoni consigli da dare:

  1. Ibiza” è stata la prima cosa che le ho detto. Ibiza è sempre una buona idea, altro che Parigi. Certo, Ibiza da sola ci vuole coraggio, ma dipende da come la pensi. Se devi fare lo schiuma party all’Amnesia da sola, capisco non sia il massimo. Ma lo schiuma party non è il massimo in nessun caso, a meno che tu non abbia 19 anni. Se, invece, ti concentri sulle calette che ci sono al nord, sulle spiagge dove puoi prendere il sole in topless perché il senso di libertà è tale che persino una terrona pudica come me l’ha fatto; se pensi alle passeggiate per Ibiza Town al mattino, quando tutti dormono e i colori del Flower Power dominano sulle stradine bianche inondate dalla luce del Mediterraneo; se pensi alla cena coi piedi nella sabbia, davanti al sole che tramonta, mentre mangi una paella bevendo un bicchiere di vino bianco, capisci che è un paradiso. Una meraviglia della quale puoi benissimo godere da sola, in compagnia di un buon numero di ottimi libri. Senza contare che è facile tu possa conoscere gente e far baldoria, qualora ti vada di farlo. È pur sempre Ibiza, cazzo. E se decidi di andare a ballare, puta caso, hai le discoteche più fighe d’Europa per farlo.

2. Io non ho mai avuto il coraggio di partire con un gruppo di sconosciuti, perché sono figlia unica e ho una capacità di adattamento vergognosamente scarsa. Chiunque sia migliore di me, però, può trovare facilmente tour operator che organizzino viaggi per giovani gruppi (non intendo liceali, dico 30-40enni, insomma non le escursioni per i 70enne crucchi coi sandali coi calzini). In questo modo,  non dovrete andare sulla Cordigliera Andina da sole, per dire, che mi sembra un dato interessante per chi è non è particolarmente Braveheart.

3. La città. Se c’è un posto nel quale un single può sentirsi a proprio agio, sono le grandi città. Le metropoli sono il regno incontrastato degli individui, degli sconosciuti, dell’anonimato urbano all’ombra del quale sappiamo vivere mediamente bene. Difficile annoiarsi in città come Berlino, Parigi, Londra, Barcellona, Madrid, Amsterdam, Copenaghen. Le città pullulano di stimoli che ci sono familiari, che possiamo finalmente assecondare liberamente secondo i nostri gusti. Musei, mostre, concerti, mercati, negozi, festival cinematografici/letterari/musicali/gastronomici/enologici, sono solo alcuni dei pretesti per i quali potete decidere di partire alla scoperta di una capitale. Certo, dovete considerare che è estate e d’estate in certi posti si schiatta di caldo, e in molte città non c’è il mare. Tuttavia, straordinariamente, ho scoperto che il mare non è esigenza universale e trasversale per tutti gli esseri umani. Dunque, in questi casi, visitare una città con calma, viverla non solo come turista del weekend, è una valida possibilità da prendere in considerazione.

4. Al contrario, se avete bisogno del mare e non vi accollate il rischio di partire per una vacanza balneare da soli, ci sono sempre gli amici o i parenti terrons da tenere in considerazione. Coloro che non hanno la fortuna di venire da una città di mare, dovrebbero avere la furbizia di coltivare rapporti d’amicizia con i giargiana. Il giargiana è quasi sempre accogliente e ospitale, se gli parlate del vostro disagio vacanziero sarà probabilmente incline a invitarvi (il giargiana a Milano vive in topaie di 30 metri quadri, ma ha quasi sempre sontuose ville al mare, appartamenti con camere per gli ospiti; doppie e triple dimore, con depandance). Se non volete essere di disturbo, potete prenotare una camera nelle vicinanze dell’amico giargiana e comunque trascorrere giornate in compagnia, visitando luoghi come la Puglia, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Campania, con veri terroni autoctoni, che vi faranno assaggiare prelibatezze assortite e vi condurranno nelle spiagge più belle. Una piccola nota: è bene “disobbligarsi”. Non si arriva a casa del giargiana a mani vuote: portate con voi dei prodotti tipici della vostra zona, o un pensiero per chi vi ospita. In alternativa, o in aggiunta, durante il soggiorno invitate a cena fuori la famiglia giargiana e pagate il conto. Non preoccupatevi, se è una tavolata di 10 persone. Spenderete quanto una cena in due a Milano.

5. L’ultimo e più saggio consiglio, me lo diede una mia cara amica, qualche anno fa. Quando le parlavo del mio dissidio interiore vacanziero, lei mi disse: approfitta delle ferie per fare un corso di qualcosa che ti piaccia. BAM! Genio. GENIO ASSOLUTO. Come avevo potuto non pensarci prima? Quale che sia la tua passione, esiste certamente qualcuno che organizza qualcosa a tema, per l’estate, a cui puoi partecipare. Una mia amica ha la passione per la fotografia e viaggia con un gruppo di fotografi, per fare fotografie. Una mia amica, ha fatto un corso di sceneggiatura durante le vacanze, in un hotel con piscina, vicino al mare, nel quale al mattino facevano lezione e il resto del tempo erano liberi di cuocersi al sole. Un’altra mia amica ancora, va una settimana in Toscana a fare yoga. Immersioni, trekking, pittura, teatro, beach volley, golf, velabici, quale che sia la vostra passione, potete andare in vacanza con persone nuove che la condividano. E se non avete passioni di alcun genere, come fate a vivere?

Sulla scia di questa brillante idea, dopo aver parlato con la mia amica, nel 2015 contattai ESL – Soggiorni Linguistici. Ero intenzionata a fare un corso di lingua a Malta durante le ferie (mi pareva una buona opzione, Malta, perché aveva il mare). In generale, mi sembrava una figata, un ottimo modo per spolverare il mio inglese, ma anche per conoscere persone da tutto il mondo in un contesto familiare come un’aula scolastica. Certo, temevo fosse un’esperienza troppo young per me, un po’ come lo schiuma party a Ibiza. Voglio dire: non avevo più 19 anni. Esistevano corsi per persone della mia età? Sì, esistevano. Esistono. Nel 2015 non partii più, per una serie di ragioni troppo complesse e faticose da spiegare in questa sede, però la voglia di sperimentare una vacanza di questo tipo mi è rimasta. Lo faccio quest’anno.

Parto a fine mese. Vado a New York, per due settimane, a fare un corso d’inglese 30+ (magari sarò la più giovane della classe). Sono elettrizzata e spaventata. Divertita e disorganizzata. Confesso un filo d’apprensione, perché devo ancora preparare tutto: la valigia, le medicine, il beauty case. Dovrò parlare con persone nuove, e dovrò farlo in una lingua che senza sottotitoli spesso non comprendo. Dovrò provare a tornare in Italia senza mettere su 5 kg da junk food. Dovrò sopravvivere al caldo opprimente del cemento. Ma so che sarà una figata. Ve la racconterò in tempo reale, sui social (vi avviso: su Instagram non mi conterrò, diventerò l’incubo più ricorrente sulla vostra timeline) e al ritorno, invece, mi piacerebbe propinarvi un bel video-reportage ma non prometto niente! Insomma, come dovrei dire se fossi una blogger seria: stay tuned!

Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Psicodramma Politico

Sono settimane che affronto un drammatico dissidio interiore: vivo a Milano, dove quasi tutti quelli che conosco schifano profondamente il movimento 5 stelle; ma sono del sud, dove quasi tutti quelli che conosco hanno votato il movimento 5 stelle (e schifano, con un variabile grado di intensità, il PD). L’Italia che vedo, quella che percepisco, che non è detto sia l’Italia che vedono tutti gli altri, è un paese polarizzato, nettamente fratturato in due parti. Questa percezione non mi deriva solo dai tiggì o dalle prime pagine della stampa. Mi deriva anche dai commenti quotidiani che ascolto e che leggo, fatti da persone che conosco bene. È un’Italia collerica, sarcastica, arroccata su posizioni di principio e capricci, disinteressata al dialogo, alla comprensione, al compromesso. Un’Italia a tratti delirante.
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Ora io non sono una fine politologa, una costituzionalista consumata, un’economista esperta. Non mi sono mai “tesserata” a un partito, non sono mai stata attivista, non ho mai presidiato costantemente la piazza e non mi sono mai sentita pienamente rappresentata da nessuna delle cosiddette “alternative politiche“. Neppure da quelle nate appositamente per intercettare i soggetti come me, tipo il m5s. Alle ultime elezioni ho votato un partito che non ha superato la soglia di sbarramento (i radicali, ndr). Ma per capire davvero il mio attuale psicodramma politico, che negli ultimi giorni ha assunto tinte quanto mai fosche, bisogna fare un paio di premesse spicciole, qualche generalizzazione, giusto tre riflessioni approssimative, degne di una chiacchierata occasionale tra avventori di un bar.
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PRIMA PREMESSA:
Milano è una città in cui, chi è scampato al berlusconesimo, e al maronismo, e alla formigonìa, è confluito nel PD. L’appartenenza a questa sfera è chiara, tangibile, persino inevitabile. Se si vuole avere uno sguardo ravvicinato di cosa sia il PD alla sua massima efficienza, non bisogna andare in alcun posto all’infuori di Milano. E a Milano il PD funziona. Cazzo se funziona. In questi ultimi dieci anni, mentre il resto dell’Italia andava in malora, a Milano sono sorti nuovi QUARTIERI, nuove LINEE DI METROPOLITANA (che non è che sono lì in cantiere eh, la lilla non c’era e adesso c’è, ci si può viaggiare sopra, è super hi-tech e pulitissima, sempre; la blu è in costruzione), nuovi teatri, nuovi locali, nuovi ristoranti, nuove librerie, nuove boutique, nuovi mercati, nuovi centri commerciali, nuovi rooftop, nuovi ospedali, edifici premiati come i migliori al mondo…così, dal niente. A Milano non si sente l’esigenza di un’alternativa politica, perché le cose funzionano, ed è francamente bello avere un sindaco che è pure un bel signore presentabile, con un buon titolo di studio, ben vestito, culturalmente evoluto e votato a valori socialmente di sinistra. Voglio dire, a Milano non c’è bisogno di altro. A Milano, si sta bene.
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SECONDA PREMESSA:
Il problema, però, è che l’Italia non è Milano. Il problema è che io vengo da una città che ha avuto come sindaco Giancarlo Cito (un mafioso), Rossana Di Bello (Forza Italia, ha fatto fallire il comune con un buco di ennemila milioni di euro), Ippazio Stefano (il sindaco fantasma, che era di sinistra, ma andava in giro armato di pistola) e, dulcis in fundo, il Presidente della Regione Nichi Vendola, omosessuale e comunista, un trionfo c’era parso ai tempi, fino alle intercettazioni con la famiglia Riva sul caso Ilva, che erano alquanto distoniche per uno che aveva fondato il partito “Sinistra, Ecologia e Libertà” (poi rinominato, con amara ironia, “Sinistra, Siderurgia e Libertà”). Il problema è che al sud ci sono costruzioni incomplete per sempre, treni del dopoguerra che viaggiano sullo stesso binario, disastri ambientali taciuti, ponti che crollano, servizi inaffidabili, disoccupazione. Al sud, le uniche opere pubbliche fatte nell’ultimo decennio, sono i dossi sul manto stradale dissestato di buche. Al sud, gli ospedali si chiudono, mica si costruiscono.
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Su un manuale di storia della politica italiana, ci racconterebbero anche che il sud è stato tradizionalmente una banderuola politica, il luogo in cui è nato ed è proliferato il voto di scambio, non solo per la malavita e la chiesa (che erano un po’ due facce della stessa medaglia), ma pure perché al sud votavi chi ti dava il lavoro, fine. Al centro, invece, c’erano le zone rosse, tradizionalmente di sinistra, con gli zoccoli duri della Toscana e dell’Emilia, e poi il nord era la zona bianca di ispirazione democristiana, dalle cui ceneri è nata la Lega Nord (e naturalmente, il ventennio berlusconiano). Tutto questo per dire che, banalmente, il sud non aveva un orientamento politico forte, definitivo, identitario. Aveva e ha altri valori bellissimi, ma la politica è sempre stato un affare complesso, in un territorio altamente presidiato dalla malavita (che non è una leggenda, e non è una serie tv, e neppure un monologo di Saviano da Fazio). Il sud è un territorio schiacciato da mezzi di sviluppo ridicoli, ricatti occupazionali, contentini sporadici. È un sistema sociale e culturale profondamente diverso, ed è un ambiente nel quale tutte le precedenti ricette politiche sono fallite. È un territorio nel quale mancano la speranza e la fiducia nelle istituzioni (che sono fatiscenti, quando non del tutto assenti), manca spesso l’esperienza e a volte la competenza. Talvolta, bisogna essere onesti, manca pure la voglia di fare perché in generale pare che nessuno faccia un cazzo e che “fare” sia impossibile o inutile. È un luogo nel quale, inoltre, nessuno di noi torna, dopo aver girato l’Italia, l’Europa e il mondo, per renderlo un posto migliore. E così quell’altrove, del quale ci piace parlare per fare ironia sulla bontà del cibo, sul pacco da giù, sul fritto, sul sole, lu mare e lu ientu, diventa un posto sempre più remoto, sempre più isolato, sempre più radicalizzato nei suoi problemi di cui, in fondo, noialtri, da qui, possiamo ben guardarci. Perché noi ci siamo emancipati, perché quell’emancipazione l’abbiamo scelta e ci è costata, e non ci interessa più capire le ragioni di paesi, città, grandi città che non riescono manco a gestirsi la loro monnezza, che si lamentano del lavoro assente ma tutto sommato si vive bene a spese di mamma e papà, che invidiano i concerti che possiamo vedere al nord, ma che da aprile a ottobre pubblicano foto di giornate a cazzeggiare al mare sotto il sole, mentre noi qui in ufficio a produrre e fatturare. Quel sud dove ci piace tornare in vacanza l’estate ma al massimo per una settimana perché poi no guarda mi viene da sclerare sono tutti lentissimi, i negozi chiudono al pomeriggio, che schifo i cassonetti in mezzo alla strada.
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Noi viviamo a Milano e a Milano si avverte solo un pallido riverbero del senso di crisi che dilaga in provincia, un’idea quasi inesistente del sentiment popolare, virale e cronicizzato che ha portato il m5s al suo 32% (e la Lega al suo 17%). E ogni volta che leggo o ascolto commenti pieni di disprezzo, di superiorità intellettuale, di sufficienza nei confronti di chiunque abbia votato il movimento 5 stelle (che, lo ricordo, non ho votato) mi viene il rodimento di culo, perché io purtroppo non posso usare riduzioni altrettanto semplici: io non posso dare per certo che siano tutti stupidi quelli che votano 5 stelle, o che siano tutti stronzi quelli che votano PD. So, perché conosco entrambe le realtà, che – in mezzo a tanto degrado – esistono persone intelligenti sia da un lato che dall’altro. So, perché è evidente e lo sappiamo tutti, che esiste un movimento saldo, con un elettorato fedele e incrollabile, che dal 2013 al 2018 è rimasto sul 30%. Questo significa che un italiano su 3, lì fuori, vota 5 stelle. E in certe zone d’Italia, sono 3 italiani su 3, a votare 5 stelle. 
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Di fronte a questo scenario, non sarebbe un errore se la sinistra ammettesse di aver perso delle buone teste, in questi anni; se ammettesse di aver abbandonato il sud, di aver rimosso le istanze dei più deboli, di aver perso la capacità di comprendere i problemi delle persone comuni, rinchiudendosi in una torre d’avorio nella quale chiunque sbagli un congiuntivo è un minus habens al quale bisognerebbe revocare il diritto di voto. Mi piacerebbe se la sinistra si spogliasse di quella spocchia autoconferita e fosse migliore di chi dice “Pidioti“. Mi piacerebbe che ammettesse di essersi trasformata nella gauche caviar, di non sbattersene granché degli umili e neppure degli ultimi, e di vivere ormai la sinistra come se fosse una moda, uno stile di vita: se sei di sinistra ti piace un certo tipo di cucina, un certo tipo di ristorante, un certo tipo di abbigliamento, un certo tipo di vacanza, un certo tipo di quartiere, un certo tipo di istruzione, un certo tipo di autore, un certo tipo di programma televisivo, un certo tipo di estetica. Hai un certo tipo di valori condivisibili, ti muovi in un frame culturale molto definito, e dentro vuoi che ci siano solo persone che ti assomiglino tantissimo, perché in fondo la sinistra è diventata un’élite peggiore della borghesia che doveva combattere. È la sinistra con i soldi, con le azioni, con i patrimoni immobiliari. È la sinistra che si sente sinistra perché è favorevole alle unioni civili, ma che non ha mai vissuto fuori dalla cerchia dei bastioni e non ha mai avuto un amico che abitasse alle case popolari, e forse non ha neppure mai preso un caffè a casa di un operaio (pensate, esistono ancora gli operai!). La sinistra che da ragazzina indossava i pantaloni strappati per tendenza, e oggi custodisce nella scarpiera le Louboutin. È una sinistra che ha diritto di esistere, per carità, non è che per essere di sinistra si debba per forza essere povery, ma dei povery bisogna occuparsi, perché la sinistra anche di questo si occupa e se smette di farlo diventa un partito vuoto. Ed è a quella sinistra, sempre più chiusa e sempre più presuntuosa, sempre più autoreferenziale e sempre più debole, che muore senza accorgersene, indisposta a trattare coi diversi, inclusi i più stupidi, i più ignoranti, i più incazzati, ecco è a quella sinistra che si deve il merito di aver consegnato il paese nelle mani di forze sovraniste, populiste e dal retrogusto fascista.
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TERZA (e ultima) PREMESSA:
Tuttavia, non vorrei essere troppo ingiusta con la nostra sinistra, e trovo anzi importante inserire in una prospettiva di ampio respiro ciò che sta succedendo in Italia. In primo luogo, bisogna considerare che le sinistre di tutto il mondo sono in grave crisi. Le destre, al contrario, godono di ottima salute e mietono consensi nel malcontento popolare (effettivamente esperito nel quotidiano o mediaticamente iniettato nel sentire comune, non fa tanta differenza). Estrema Destra, il libro inchiesta di Guido Caldiron, spiega esattamente come tutta l’Europa sia attraversata da correnti nere, violente, antieuropeiste (cosa che non dovrebbe lasciarci dormire sereni). Ne “La Democrazia del Narcisismo”il giornalista Giovanni Orsina, invece, ci racconta che da un sondaggio pubblicato lo scorso gennaio emerge che il 54% degli italiani prova rancore verso l’Italia, sentendosi in credito nei confronti del proprio paese, con la convinzione di aver dato più di quanto abbia ricevuto. Due anni prima, lo stesso sondaggio, attribuiva questo sentimento a “solo” il 49% degli italiani. Il malcontento popolare è, a torto o a ragione, in crescita e questa crescita non si arresterà. Si potrebbe obiettare che in fondo abbiamo un tetto sopra la testa, che abbiamo un smartphone per pubblicare sagaci analisi politiche su Facebook, e abbiamo pure un’aspettativa di vita di 80 anni, invece che di 35. Si potrebbe obiettare che l’Italia ha vissuto momenti anche peggiori, regimi totalitari, terrorismo politico, governi mafiosi e che in fondo questo non è il momento più buio della storia contemporanea. Ma non farebbe la differenza. La gente, lì fuori, è incazzata e il fenomeno è di respiro internazionale.
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Nel tentativo di provare a dipanare la matassa, ho parlato con due donne, che sono mie amiche e delle quali non vi racconto molto perché il voto è segreto e magari quelle non vogliono che io faccia capire che sto parlando esattamente di loro due. Fatto sta che sono entrambe di sinistra. Cresciute in famiglie autenticamente di sinistra, con le idee chiare già a 14 anni, con episodi di impegno politico e sociale nei loro curricula. Insomma, due che la sinistra avrebbe dovuto tenersi strette. Due che difficilmente avrebbero cambiato idea, perché per loro la sinistra era un fatto identitario e culturale (roba che quando viaggiavano in macchina con la famiglia da bambine, ascoltavano e cantavano “Bella Ciao“). Due donne ironiche, intelligenti e colte (tra le lettrici più accanite che io abbia conosciuto). Bene, cosa hanno votato secondo voi? Cinque stelle. Entrambe. Ora, io cosa dovrei pensare? Che persone che ho stimato per tutta la vita siano rimbambite all’improvviso? Ma come fanno a non accorgersi del gigantesco problema di comunicazione e credibilità dei 5 stelle? Di quel complesso di superiorità morale? Di quanto siano dilettanti allo sbaraglio e sì, ho capito che pure-il-Trota!! ma non è questo il punto. Come fanno a non capire che tutta quella storia di essere post-ideologici a un certo punto diventa un problema perché, pensanpò, le ideologie sono solo idee messe in ordine? E, giusto o sbagliato che sia, in una certa misura, serve avere le idee più o meno in ordine per fare politica?
Ecco, devo pensare che si siano bevute il cervello, oppure devo sospettare che ci siano delle ragioni da ascoltare, un malcontento radicale e contagioso, una sfiducia irrimediabile nei confronti della pseudo-sinistra?
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Insomma, ho parlato con queste due amiche. La prima, ha votato i 5 stelle schifandoli, turandosi il naso, come si suol dire. La seconda, il cui fidanzato non ha una “fabbrichetta” ma in fabbrica ci lavora, ogni giorno, coi turni, ecco lei li ha votati con fervente convinzione. Quando Di Maio e Salvini hanno iniziato a flirtare, le ho scritto per chiederle cosa ne pensasse. Mi sembrava paradossale che i 5 stelle, votati quasi all’unanimità dal sud Italia, scendessero a compromessi con Salvini della Lega (Nord), che sarebbe ancora lì a prendersela con i terroni, se non fossero arrivati i negher. La mia amica mi ha risposto, spiegandomi il suo punto di vista: l’unica cosa di sinistra che si possa fare oggi, è sporcarsi le mani, capire il movimento, entrarci e portarlo a sinistra. Creare anticorpi interni che arginino derive estreme. Fare, non lamentarsi. Ricostruire, in seno a una forza politica in crescita, di certo non praticare necrofilia su un partito, il PD, che ha perso qualunque forma di credibilità agli occhi di chi è “di sinistra davvero”.
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CONCLUSIONI:
Ecco, io non so quale sia la scelta giusta, non so come saranno accolti e trattati i penta-stellati dell’ultimo minuto da quelli della vecchia guardia, non so cosa succederà la prima volta che un tizio entrerà nel giardino di un signorotto col porto d’armi, ma inizio a pensare che gli elettori di sinistra, quelli intelligenti che sanno praticare l’esercizio del dubbio, si troveranno a fronteggiare un dilemma imponente. Oserei dire monumentale. Inizio a pensare che dovranno chiedersi quale sia la strategia migliore per non consegnare il paese alle destre, più o meno estreme; per non consegnarlo alle destre e ai populisti insieme; per non consegnarlo ai populisti di destra o ai populisti metà e metà; per non illudersi di vincere perché tanto dove cazzo devono andare; per difendere i valori in cui credono; per resistere al prurito di parlare di scieghimighe; per essere in pace con la coscienza, il mattino dopo le elezioni.
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Vi lascio,  con l’auspicio che aver condiviso il mio psicodramma politico, non sia occasione per vomitare slogan, ovvietà, volgarità, amenità, spocchiosità di ogni genere qui sotto. Tra quelli che, senza esitazione, tifano sugli spalti, a fare gli ultras di una parte e dell’altra, o di quell’altra ancora, immagino ci siano persone che osservano esterrefatte gli eventi di questi giorni, provando a comprenderli, a ricostruirvi una logica, a mediare le posizioni, ad analizzare gli scenari, a sconfortarsi e a confrontarsi, a parlare con educazione, dando luogo a un dialogo e non a un bullismo da terza media.
Quelli, qui, sono sempre i benvenuti. Gli altri, meno.
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Ps: dopo aver scritto questo post ho intrapreso un’estenuante discussione di tre ore con un amico penta-stellato della prima ora, uno di quelli assai convinti. È stato spossante, ma ce l’ho fatta e a un certo punto lui mi ha detto una frase che credo riassuma il pensiero di molti:
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“Il movimento non è perfetto, ma è migliorabile. Gli altri partiti non sono migliorabili”. 
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Gli ho risposto che io vedo soprattutto un margine di peggioramento, tanto più se il movimento viene affiancato dalla forza politica sbagliata. Chissà che non abbiamo ragione entrambi.

Etologia degli Antiabortisti

Giuro che non volevo scrivere un pezzo su questo tema. Non volevo, perché mi andava, piuttosto, di dedicarmi a qualche minchiata naif tipo “10 consigli per dividere il cesso con un uomo e non odiarlo“. Non volevo, perché fondamentalmente sono un’illusa e pensavo che nel 2018 non fosse necessario rimettere nero su bianco una lunga serie di ovvietà. Purtroppo, però, martedì ho avuto l’infausta idea di commentare sulla mia pagina Facebook la ripugnante campagna di CitizenGo contro l’aborto (sì, mi riferisco a quell’affissione che indicava l’interruzione di gravidanza come prima causa di femminicidio al mondo, facendo un minestrone di stronzate che neppure 4 salti in padella). A seguire, ho dovuto leggere centinaia di commenti, molti dei quali raccapriccianti. Così ho deciso di avventurarmi in una dettagliata Etologia degli Antiabortisti (perché essi sono ovunque, e sono intorno a noi, e dobbiamo imparare a riconoscerli), basandomi sui tipi umani che sono venuti a dibattere sul mio profilo, significativo campione della regressione culturale che è, ahinoi, la cifra del nostro tempo.

Prima di entrare nel vivo del discorso, però, ci sono tre premesse che vorrei fare. La prima è che dovreste documentarvi su cosa sia CitizenGo: un’associazione ultracattolica reazionaria di stampo fascista; qui trovate il pezzo di Vice, ma se capite lo spagnolo potete documentarvi su altre fonti come questa, oppure questa, oppure questa (ringrazio Maria Nardelli, che me le ha segnalate). La seconda premessa è che questo post urterà la sensibilità di molti (persino di alcuni favorevoli all’aborto) perché è scritto di pancia ed è intriso di provocazioni. Se non siete sufficientemente elastici, se siete troppo politicamente corretti e se non vi girano MAI le palle, ve ne sconsiglio la lettura. Terza e ultima premessa: rispetto la libertà d’espressione nella misura in cui esprime idee e concetti intelligenti ed evolutivi, non necessariamente coincidenti con i miei; mi confronto quotidianamente con opinioni diverse dalle mie, le accolgo, le rispetto e spesso mi aiutano a raffinare le mie posizioni. Le stronzate, però, no. Quelle non ce la faccio. Quindi ditemi pure che sono incoerente, contraddittoria, totalitaria, radical-stocazzo e tutto quello che vi pare. Pure Adolf Hitler aveva delle opinioni, se è per questo, e non è che la libertà d’espressione sia un cappello concettuale sotto il quale scaricare la più putrescente stupidità, o grettezza oscurantista, o ignoranza folcloristica. Chiarito tutto ciò, ora veniamo alla preannunciata Etologia degli Antiabortisti.

1. Antiabortista Fondamentalista 

È quello che non vuole sentire ragioni: l’aborto è un delitto, punto e basta. Un omicidio a pieno titolo, reso legale dall’infame legge 194. Mi piace pensare che questo genere di antiabortista che ha così a cuore la vita e il benessere di un embrione umano, non strappi le margherite dai prati (pure quella è vita), non possieda giubbotti in vera piuma d’oca (perché non è molto cortese spennare brutalmente le povere oche per il nostro comfort) e naturalmente che non mangi la pancetta (non è bello quello che fanno ai maiali quando li ammazzano eh, quelli piangono, pure se sono suini che vivono nel letame, i maiali capiscono che stanno per morire malamente e si disperano, prima della mattanza; certo, si potrebbe ammettere lo “specismo” e cioè che la nostra vita di esseri umani, anche quando è puramente potenziale, valga più di quella di tutte le altre centinaia di migliaia di esseri viventi presenti sul pianeta, ma non sono sicura che Gesù Cristo e San Francesco d’Assisi sarebbe d’accordo con una simile affermazione).  Questo antiabortista considera indiscriminatamente, qualunque donna ricorra all’aborto, un’assassina. Parla per slogan, non argomenta razionalmente le sue ragioni e, se possibile, ti fa un dettagliato e truculento resoconto del modo in cui, secondo lui, opera l’aborto, che uccide milioni di “bimbi” (anche il gergo, non è casuale mai) per mano di donne snaturare e colpevoli. Siamo dinanzi a una condanna, senza possibilità d’appello.

2. Antiabortista Moderato 

È quello che considera l’aborto un omicidio, però te lo concede se proprio sei stata stuprata e sei rimasta incinta. Insomma, se sei una vittima, se hai subito violenza, è ammissibile che tu possa fare ricorso a un’interruzione spontanea di gravidanza. Oppure se rischi di crepare, con quella gravidanza, in quel caso pure è legittimo (forse). Oppure, se ti si è rotto il preservativo e sei rimasta incinta per questa ragione (ma l’antiabortista moderato è convinto che questa sia una leggenda metropolitana e che i condom siano infallibili). In tutti gli altri casi, l’aborto non è ammesso e noi donne che vi facciamo ricorso siamo tutte scellerate, stronze, egoiste e cretine che dovrebbero piuttosto farsi sterilizzare, come i pet. Dovrebbe, secondo l’antiabortista in questione, istituirsi una specie di Corte Morale che decida, caso per caso, chi ha diritto di abortire e chi no. Ora, una delle argomentazioni predilette dall’antiabortista moderato, è il concetto di “abuso di aborto”. In altri termini egli è convinto che, poiché esiste una percentuale di donne che abortisce a seguito di superficialità (cioè mancata contraccezione), l’aborto in quanto tale andrebbe debellato, come se fosse un crimine contro l’umanità. Che, con tutto il rispetto, è un po’ come dire che siccome nel mondo esistono i ciccioni che s’abbuffano di cioccolata, bisognerebbe rendere illegale la cioccolata. A volte, poi, mi chiedo cosa sappiano, certi abortisti, dei veri crimini contro l’umanità. A volte mi chiedo, per esempio, se gli stessi che sono venuti a dispensare lezioni di morale cattolica sulla mia pagina Facebook, avessero perlomeno letto la notizia della strage che il giorno prima era successa a Gaza e che aveva mietuto centinaia di vittime, anche tra i bambini. Oddio, non si tratta di bambini bianchi e forse valgono meno, però quelli erano proprio bambini veri eh, fatti e finiti. Mi chiedo anche se questi abortisti che chiamano in causa il femminicidio, si indignino mai per le storie di ordinaria violenza a cui le donne sono sottoposte, o se siano lì a dire che il femminicidio è un’invenzione mediatica delle femministe coi peli sulle gambe, o se magari siamo noi che ce la siamo cercata per tutte le ragioni per cui le donne sono sempre, storicamente, nei secoli dei secoli, colpevoli di tutto. Più o meno dai tempi di Eva.

3. Antiabortista Maschilista

È quello che di base odia le donne ma, sia chiaro, questa posizione viene spesso assunta da donne stesse (che, com’è noto, non sono certo sprovviste di misoginia). Se decidi di abortire per ennemila ragioni personali, sei un’omicida piena di grilli per la testa come, cazzonesò, studiare, oppure fare carriera, oppure non recluderti nel ruolo di madre indipendentemente da quale sia la tua vita, o le tue ambizioni, o qualsivoglia variabile che possa influenzare una scelta del genere. L’antiabortista maschilista non va per il sottile, non aspetta altro che puntare il dito contro la donna e dire che è una sgualdrina stupida che avrebbe dovuto PENSARCI PRIMA…e se non l’ha fatto, cazzi sua! Naturalmente per questa tipologia di antiabortista è indubbio che il ricorso alle precauzioni debba essere appannaggio esclusivo della donna, come se l’uomo fosse un minus habens incapace di fare la sua parte per prevenire una gravidanza indesiderata. Come se gli uomini non fossero i primi votati al coito interrotto perché così l’arnese regge meglio, perché così sentono di più e perché a pelle è più bello. Allo stesso modo, per l’antiabortista maschilista, non si pone neppure il problema che la genitorialità sia una faccenda che riguarda entrambi i generi e che, sempre di più, dovrebbe riguardare entrambi i generi, non solo al momento del concepimento, ma pure nella crescita, nell’educazione, nei permessi dal lavoro e in una serie di altre variabili che, nell’anno domini 2018, rendono ancora impari le responsabilità di un figlio e condizionano molto più la vita della donna rispetto a quella dell’uomo. Di fronte a queste obiezioni, l’antiabortista maschilista sarà capace di balbettare qualcosa sulla natura, sulla biologia e sul fatto che s’è sempre fatto così.

4. Antiabortista Generazionale

È quello che se la prende con le donne applicando dei filtri sulla base dell’età. Se, per esempio, è una donna adulta che deve scegliere se portare avanti una gravidanza problematica, nella quale il bambino avrà gravi malformazioni, la colpa è della donna che s’è ricordata a 37 anni di fare un figlio, perché prima chissà quale assurdità s’era impegnata a fare. Se la ragazza che va ad abortire è una 20enne, invece,  sono proprio i giovani d’oggi fanno cacare perché pensano che l’aborto sia un metodo contraccettivo. Come se la colpa dell’ignoranza sessuale dei giovani fosse dei giovani e non, invece, di una società che ignora deliberatamente e completamente cosa sia l’educazione sessuale. Forse, e dico forse, sarebbe ora di riaprire una conversazione seria e costruttiva, oltre che istruttiva, sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate. Ma se i giovani di sesso (e di contraccezione) non capiscono un cazzo, se è vero (perché è vero) che le percentuali di acquisto di profilattici nelle fasce d’età più basse sono in progressivo calo, forse dipende anche dagli adulti che subappaltano qualsivoglia formazione sessuale a Pornhub. Educare, non reprimere. Non mi sembra difficile. La soluzione non è certo prendersela con un diritto che, VE NE DOVETE FARE UNA RAGIONE, è un diritto garantito dalla legge. La soluzione è creare cultura dove non ce n’è. Non tornare nel Medioevo e cancellare la storia, le lotte e UN REFERENDUM che si è già espresso 40 anni fa su un tema sul quale state ancora rompendo i coglioni.

5. Antiabortista Obiettore 

Dulcis in fundo, loro: i medici che lavorano negli ospedali pubblici e non praticano l’aborto (ma nulla vieta che poi, privatamente, possano raschiare tutto dietro lauto compenso). Quelli che sono pro-vita, come se le donne che difendono la libertà di non portare avanti una gravidanza siano pro-morte. Sono i medici che non intervengono e fanno crepare le donne, piuttosto che procedere con l’interruzione della gravidanza (è cronaca, non fantascienza, purtroppo). Sono quelli che disertano il proprio dovere in nome delle proprie convinzioni personali. Sono uno dei paradossi peggiori del nostro sistema sanitario nazionale, una vergogna indegna di uno Stato che si definisce laico. Se la legge dice che io posso abortire, io devo poterlo fare e NON devono esistere ospedali nei quali mi è impossibile farlo perché tutti obiettano (ci sono REGIONI italiane, ripeto REGIONI, nelle quali è praticamente una chimera trovare un ginecologo non obiettore). Ecco, so che questo mi renderà impopolare ed estremista, ma quando mi imbatto nelle testimonianze di donne che mi raccontano quante peripezie devono fare per riuscire ad abortire, quando leggo dei rischi che corrono per la propria salute nell’indifferenza degli obiettori, quando mi raccontano il giudizio morale che devono subire da chi dovrebbe invece aiutarle, penso che gli obiettori di coscienza andrebbero radiati dall’albo. Se decidi di intraprendere quella professione, sai che nel pacchetto ci sono anche l’assistenza e la cura delle donne che vogliono abortire e che hanno diritto di farlo, nella stessa identica misura in cui ci sono la cura e l’assistenza delle donne che vogliono portare a compimento la gravidanza. Punto e basta. Non dovrebbe esserci margine di discussione, e invece continua a esserci e francamente non se ne può più. Se non ti va bene interrompere le gravidanze, vai a fare il panettiere e lascia il posto a chi s’accolla gli onori e gli oneri di un ruolo per il quale non sei probabilmente all’altezza. Fine della storia. Ho letto commenti che sottolineavano come la professione ginecologica non consista solo nella pratica abortiva, vero, e come la medicina serva a salvare le vite, non a ucciderle, giusto. Però, HELLOOOO, l’aborto si praticava anche prima, e le donne ci rimettevano la vita perché i metodi erano rozzi, non igienici, non scientifici. Le mammane hanno lasciato spazio alla medicina e dovete rassegnarvi.  Esiste una cosa che si chiama libertà di decidere cosa fare della gravidanza, del proprio corpo e della propria vita. I medici pagati dagli ospedali pubblici dovrebbero garantire il rispetto di quel diritto, nella stessa misura in cui le forze dell’ordine dovrebbero garantire la sicurezza e gli avvocati dovrebbero garantire la miglior difesa possibile. Perché? Perché fa parte della loro PROFESSIONALITÀ. Perché questo è parte integrante del mestiere che hanno scelto. Se non lo fanno c’è un problema. Un problema gigante. FINE.

Detto tutto ciò, a nessuno piace l’idea di abortire e non vorrei che questo scritto passasse per un’ apologia dell’interruzione volontaria di gravidanza, perché non è di questo che si tratta. Il tema, per quanto mi riguarda, è smetterla di mettere sempre in discussione una libertà già discussa. È smetterla di decidere chi deve per forza avere figli e chi, invece, non ha diritto ad averne o ad adottarne. Il tema è smetterla di emettere sentenze approssimative, ignorando cosa sia l’esperienza dell’aborto per tutti, non solo per l’embrione/feto; quali ripercussioni abbia sulla DONNA; quanto possa essere più o meno complesso fare ricorso a una libertà che, siamo tutti d’accordo, è preferibile evitare a monte (praticando sesso protetto, e se abbiamo smesso di farlo ricominciamo a parlare di quanto sia importante prevenire, invece di cullare, piuttosto). Il punto è smetterla di distinguere tra chi ha diritto di fare ricorso all’aborto e chi no. È smetterla di accusare di omicidio qualcuno che per la legge italiana NON è un omicida. Il tema, per me, è rivendicare la sacrosanta e intoccabile libertà di scelta delle donne e garantire loro la possibilità di praticare aborti non clandestini. Francamente non credo esistano donne che, a fronte di una gravidanza imprevista, ricorrano all’aborto con la stessa disinvoltura con la quale vanno a farsi la ceretta brasiliana dall’estetista. Questa, a me, puzza di propaganda spicciola; oppure di ignoranza e, di nuovo, l’antidoto contro l’ignoranza non è mai altra ignoranza. 

Personalmente, non ho mai abortito e spero di non trovarmi mai nella condizione di doverlo fare, perché sono sicura che non sarebbe una scelta semplice. Se domani restassi incinta, lo terrei. Se fossi rimasta incinta a 20 anni non so cosa avrei fatto. Dire che esistono le precauzioni è vero, ma è ipocrita non ammettere che spesso non si usano e questo sì, è un errore, al quale si pone rimedio educando, non negando diritti già acquisiti. Abortire o non abortire è una scelta estremamente personale nella vita di una donna, pertiene un territorio del tutto intimo, nel quale nessuna condanna e nessun giudizio morale, aiuta. Lasciate fare il mestiere del Padre Eterno al Padre Eterno, se credete esista. E per il resto, NON TOCCATE LE NOSTRE LIBERTÀ.

E noialtre, che di quelle libertà comprendiamo il valore, alziamola pure la voce. Che qua l’oscurità cerebrale avanza e di questo passo finiremo a reintrodurre il delitto d’onore e a revocare il diritto di voto. Il tutto mentre il mondo più civile, nel quale siano consentite cose come l’eutanasia, la fecondazione eterologa, l’adozione per i gay e i single, diventa sempre più un miraggio irraggiungibile.

A questo punto, dopo essermi certamente giocata il favore di un buon numero di follouah, e dopo essermi assicurata un posto all’inferno in cui bruciare per l’eternità, io vi saluto. E vado a masturbarmi, così mi distraggo un po’.

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Qui, qualora vi interessasse, trovate questo articolo tradotto. 

Femministe col Culo degli Altri

La settimana scorsa sono stata invitata, insieme ad altri bloggers, giornalistis e influencers, a una cena con Mary Lynn Bracht, scrittrice americana, di origini coreane. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un’interlocutrice anglosassone, e di dire quelle cose tipo nais tu mit iu, ho riflettuto sul senso della serata e del suo romanzo, in uscita in 18 paesi, tra cui l’Italia (con Longanesi). Figlie del Mare, questo il titolo, racconta un tema di cui — specialmente qui in Occidente — sappiamo davvero poco: la storia delle comfort women coreane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se a questo punto state pensando qualcosa tipo “Che noia la storia delle prostitute asiatiche“, avete ragione. Due palle questi romanzi storici, politici, femministi nella sostanza e non nell’etichetta. Chi se ne frega. Quante erano? 200.000. Che è successo? Le hanno ridotte in schiavitù sessuale e venivano quotidianamente stuprate dai militari giapponesi. Si vabbè, ma tipo 70 anni fa! Sì sì, roba vecchia, ci basta fare i conti con l’Olocausto. Chi se ne importa delle ferite inferte su popoli lontani, quando ci siamo noi qui, che siamo tanto inguaiati. E poi ormai le donne non fanno che parlare e lamentarsi di tutto, e alzano la voce in tutto il mondo, e mò dobbiamo deprimerci pure con questo pezzo della storia delle donne di cui non sappiamo un cazzo? Che noia. Avete ragione. Per questo motivo ho deciso di sconsigliarvi la lettura di questo romanzo.

Innanzitutto perché è lungo 370 pagine, neppure troppe, ma comunque per leggerle tutte serve più impegno di quanto ne richieda, per esempio, condividere un bel video, molto ritmato, di Freeda su Facebook (e, sia chiaro, a me piacciono i video di Freeda); lo sconsiglio, perché ha una storia, una trama e qualche riferimento storico, dunque intellettualmente potrebbe essere più impegnativo di scegliere un nuovo gadget di Frida Kahlo su Amazon; lo sconsiglio, perché forse non c’è neppure un passaggio che potrete fotografare e pubblicare su Instagram con l’hashtag #girlpower. Lo sconsiglio, perché è un libro faticoso, non da leggere ma da sentire nelle budella; lo sconsiglio perché metterà a dura prova la vostra sensibilità e aprirà uno spiraglio nauseante sulla brutalità degli esseri umani. Vi sconsiglio questo libro perché se lo leggeste vi taglierebbe dentro, non dico con la stessa perizia con cui ha fatto Primo Levi ai suoi tempi, ma con lo stesso tipo di bisturi, quello capace di incidere e chiarire che esiste un bene e che esiste un male, e che ci sono casi in cui non si sollevano dubbi in proposito.

E se questo ancora non è sufficiente a dissuadervi, io no so che dirvi. Non capisco perché vi incaponiate, perché vogliate sporcarvi le mani e l’anima a leggere un libro che accende la coscienza, scritto da una donna, sulle donne. Perché dovreste leggerlo, quando potete continuare comodamente a pensare che essere femministe sia più o meno come essere hipster: nessuno sa esattamente che cazzo significhi, ma tutti siamo un po’ vittime della loro estetica. Ecco facciamoci bastare il femminismo estetico, quello confortevole che sta in superficie, che ci fa pensare che le cose stiano cambiando da sole. Prendiamoci il marketing del femminismo e rendiamo grazie, la sua narrazione mediatica, la fuffa inoffensiva, la querelle televisiva, lo slogan, l’advertising, il trend. Roba che fa scena e che va pure bene, ma che non basta. Roba che poi, nella sostanza, cambia di poco le cose, così non corriamo il rischio di evolverci, e ci risparmiamo la fatica di studiare. Non leggetelo, questo libro, tanto ci appassionano più le guerriere delle vittime,  e continuiamo a ignorare come tutti i ruoli della femminilità siano interdipendenti, e come da questo nasca il femminismo intelligente. Il femminismo potente. Quello capace di pensare e attuare prospettive future più eque. Intanto, nel dubbio, spariamoci le pose, atteggiamoci, frammentiamoci in sottoculture disomogenee e in piccole lotte intestine, dài. Del resto ci bastano le immagini e l’immaginario, la retorica e l’accessorio, per sentirci femministe, mica dobbiamo esserlo per davvero, il mercato lo sa. Il femminismo tira un casino, dilaga ovunque nel tessuto narrativo, crea stereotipi nuovi. Si trasforma in femvertising che, tecnicamente, è la pubblicità fatta dalle donne per le donne, veicolando messaggi positivi e incoraggianti (empowering, letteralmente) indovinate per chi? Ma per le donne, ovvio.

Tuttavia il femminismo liofilizzato e ammansito, reso fenomeno di costume, va oltre. Prendete Westworld, di cui ho visto le prime due puntate della seconda stagione. La vicenda è popolata da eroine ribelli e spietate, volto unico della rivolta, affiancate da figure maschili remissive e obbedienti, servi adoranti e coraggiosi, pronti a seguirle ciecamente nei loro propositi sovversivi, al fine ultimo di sconfiggere i nemici, che sono tutti maschi, potenti e stronzi. Insomma, una specie di revengefantasy in gonnella, un po’ inno e un po’ caricatura del movimento #MeToo e delle sue rivendicazioni. Se ancora non vi basta, prendete l’alta moda, le sfilate in cui i modelli e le modelle in passerella indossano t-shirt da 400 dollari con su scritte frasi di matrice femminista. Dall’Haute Couture agli scaffali di H&M e Primark, il POP-Femminismo è al suo massimo vigore storico, gronda promesse di mondi migliori, propone armature illusorie per una battaglia che poi, in fondo, nelle pieghe della quotidianità, non intraprendiamo quasi mai.

Dev’essere questo il disagio, sottile e persistente, che avverto da mesi. Posto che qualunque deriva femminista, anche la più naif, mi pare comunque preferibile a qualsivoglia maschilismo, oscurantismo, sessismo e paternalismo, non riesco a liberarmi da una preoccupazione originale (originale come il peccato di Adamo ed Eva): rischiamo di imbrigliare il potere dirompente di una nuova coscienza femminista nelle maglie della pop-culture? Stiamo forse creando un’onda anomala di dibattito senza approfondimento ed educazione? Una bolla di opinioni a buon mercato che non hanno base accademica (perché a volte l’accademia ci vuole eh) né potenziale formativo?

Mi sono risposta che la pop-culture va pure bene. È utile, forse persino necessaria per creare vivacità nell’ambiente, per avvicinare chi ha bisogno della sicurezza che solo un argomento trattato sulle cover per smartphone può garantire. E che tutto il resto è troppo impegnativo da conseguire, massì, accontentiamoci del merchandising del femminismo, invece di leggerlo, masticarlo, deglutirlo, digerirlo e infine, se siamo fortunate, cagarlo. Agghindiamoci da femminista gipsy, o da femminista BruceWillis, o da femminista intellettuale e tanto basta. Non importa imparare a pensare, agire e sentire da femminista. Il cervello e i contenuti sono sopravvalutati, non ci servono mica. La cultura e la conoscenza, decisamente non sono utili per accreditarci come POP-Feminist in grado di mietere migliaia di like.

Non leggetelo, questo libro perché poi forse avrete voglia di approfondire, capirete che alcune donne (che avremmo potuto essere noi, o le nostre madri, o le nostre figlie, o le nostre sorelle) sono state vittime di un crimine contro l’umanità proprio in quanto donne, giovani, ragazzine al limite dell’infanzia. Non leggetelo questo libro, perché potrebbe aprirvi la mente, interrogarvi su quante altre donne oggi vivano in condizioni inaccettabili, farvi pensare che siamo una collettività, un gruppo gigantesco che subisce violenza da secoli, a qualunque latitudine del globo terraqueo e a qualunque livello della scala sociale (è notizia della settimana scorsa che persino le suore di clausura di Pamplona si sono indignate per l’ennesima ingiustizia giudiziaria a seguito di uno stupro di gruppo, tanto per non citare un caso italiano o americano).

Insomma: non leggetelo, Figlie del Mare, perché leggere questo romanzo è un atto femminista e potrebbe indurvi a pensare che si possa fare di meglio; e che essere femministe col culo degli altri potrebbe non essere abbastanza.

Leggere questo romanzo è un fatto. Non è una t-shirt, un meme, una gif.

È un’azione culturale che rischierebbe di insegnarvi qualcosa.

È un pericoloso gesto politico che vi porterebbe con la mente lontano.

E col cuore, incredibilmente vicino.

Ci siamo capite?

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Io mi sono sempre opposta a questa storia delle magliette, di dover fare le mie magliette, di diventare una maglietta, perché a un certo punto bisogna fare le magliette; perché Memorie di Una Vagina è un brand che ci starebbe benissimo su una maglietta, eccetera, eccetera…ma se lo fa Christian Dior, stamparci il femminismo su tessuto, allora posso farlo anche io. 

E cosa scriverci sopra, lo decido io. 

Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.