Disagio con l’Amore

Ci sono dei momenti in cui il mio compagno mi guarda con una tale intensità che mi fa male. Non c’è niente di truce o violento nei suoi occhi, al contrario. Le pupille gli si rivestono di una patina lucida di emozione, e mi fissa, dicendomi duemila cose, senza parlare. Nessuno mi ha mai guardata in quel modo. Per carità, mi hanno guardata in molti modi, alcuni brutti e altri decisamente più gratificanti. Ma nessuno ha mai posato su di me uno sguardo così pieno di fiducia, di entusiasmo, di curiosità, di passione. Nessuno ha saputo dirmi cose così importanti, così chiaramente, solo guardandomi.

Il mio compagno è un uomo intenso. Si commuove. Insomma, gli ho visto scivolare lacrime sulle guance innumerevoli volte, in questo lunghissimo anno. Sto insieme a un uomo che piange e non potete capire quanto sia figo. Pensate un attimo al fardello machista col quale molti uomini in circolazione sono cresciuti. L’uomo deve puzzare. L’uomo non deve chiedere mai. Quando passa per la strada le donne devono sbattere le persiane e urlargli che è un “Egoiste!”. Figurati se possono manifestare delle emozioni, figurati se possono avere pubbliche debolezze. Ecco, scegliere un uomo capace di piangere è un atto di profonda intelligenza perché vuol dire, più semplicemente, scegliere un essere umano più consapevole e più pacificato con la propria dimensione emotiva. Certo, è possibile che questo comporti altri fenomeni, come per esempio che pure loro accusano i sintomi della sindrome premestruale pur non avendo le ovaie, ma non importa.  

Quando il mio compagno vive i suoi momenti così, reagisco in maniera diversa, ma sempre benevola. A volte, gli faccio una carezza e gli dico che è proprio una pussy. A volte, mi commuovo pure io. A volte, lo stringo e basta, lo accolgo, lo includo, lo proteggo, lo rassicuro. In quei momenti, quando abbiamo l’anima nuda e ce la tocchiamo, e ce la scrutiamo con attenzione, provo una sensazione di completezza che mi causa sgomento. Spesso, ansia. Penso cose terribili, ho paura che possa finire, per nostra inefficienza o per qualche sciagura della vita. O per la vita stessa, che pialla e livella gli amori, che affonda le grandi storie nel tedio coniugale, che lascia implodere i desideri sotto il peso delle responsabilità. Insomma, ci sono delle volte in cui mi guarda e in cui mi accorgo che devo immortalarlo. Mi fermo e lo osservo. Gli occhi, la barba, la posizione, il sorriso, la forma che gli prende la bocca quando è rapito,  la luce che entra dalla finestra, i nostri corpi – spesso nudi – nello stesso spazio. So che è un momento di grazia assoluta, e che questo – come tutti i momenti della storia – non sarà eterno.

Cosa può rovinarci? mi chiedo spesso. Ne ho vissute e viste un sacco di storie, rovinate. Nate male e trascinate peggio, prima sane e poi avariate strada facendo. Strappate, interrotte, sradicate dalle fondamenta dell’anima, dimenticate e rinnegate. Insomma, sono molto a disagio con l’amore, con questo fatto di praticarlo e sentirlo. Sono anche molto affaticata dal mantenimento dell’amore. Sì, insomma: la maturità, l’ascolto, l’empatia, la spontaneità, la diplomazia, la dedizione, la pazienza, la fiducia, la pienezza e il maledetto impegno che le relazioni richiedono. Così mi chiedo cosa possa rovinarci. Lo faccio spesso, ma provo a farlo il meno possibile. 

Cosa può rovinarci? Come riuscirò a strapparti quella maledetta esaltazione dalla faccia? Quando mi inventerò una trovata geniale per deluderti? Oppure, più semplicemente, mi limiterò a triturarti lentamente e sadicamente i coglioni per ogni giorno che trascorreremo insieme nella nostra vita? E tu inizierai a non ascoltarmi e ad alzare gli occhi al cielo ogni volta che aprirò bocca? Quando inizierò a odiarti? Mi sbufferai in faccia? Quando finirò per essere infastidita dalla tua mano che si posa sul mio corpo? Quando conoscerai una che ti piacerà più di me? Una che semplicemente non sarà me e quindi ti piacerà più di me? Come reagirò quando lo capirò? Sarò intelligente o sarò cretina? Ti ricorderò cosa c’è di bello in noi, o ti spingerò tra le braccia di lei (o di lui, che non si può mai sapere)? Ti parlerò sempre? Avrai sempre voglia di ascoltarmi? Avrò sempre la pazienza di ascoltarti? Sarò disposta a capire le tue ragioni? Litigheremo mai per i soldi? Mi vieterai mai di fare qualcosa? Ti vieterò mai di fare qualcosa? Con chi mi tradirai? Sarà più giovane o più vecchia di me? Con chi ti tradirò? Quando? Siamo davvero così intelligenti come pensiamo, da salvarci? Saremo felici, dopo esserci salvati dalle rispettive tentazioni? Ci parleremo apertamente? Ci faremo male? Tutti quei vestiti, quegli elettrodomestici e quei libri che stiamo mischiando, dovremo dividerli tra qualche tempo? È casa mia, questa? È il mio approdo? Oppure stiamo solo temporeggiando, ingannando la vita, procrastinando? Diventeremo mai adulti? Sapremo farlo restando noi stessi? Scoperemo sempre in questo modo, o finiremo per annoiarci come tutti? Ingrasserò? Ti impigrirai? Cosa ti inventerai, per ferirmi? Ti considererò mai una zavorra? Diventerò mai una stronza supponente e ingrata? Lo sono già? Ti sentirai mai sopraffatto da me? E da te? Riuscirai a governare il tuo narcisismo e la tua insicurezza? Avrò mai voglia di andare a letto con un altro uomo? Te lo dirò? Lo farò di nascosto? Mi mancherai? Che effetto mi faranno le mani di un altro addosso? Che effetto ti farà la bocca di una che non ti conosce? Sapremo davvero rispettarci?

Me lo chiedo spesso, ma provo a chiedermelo il meno possibile perché metti poi che quelle minchiate sulle profezie auto-avveranti son vere…

10 Critiche al Femminismo

[Questo post è talmente lungo che non sentirete la mia mancanza per un bel po’]

I più attenti avventori di questo blog, avranno certamente notato che nell’ultimo anno ho scritto una caterva di post a sfondo vagamente femminista. Un po’ è stata colpa del mio compagno, che è piombato nella mia vita privandomi della singletudine e di quel ventaglio di succulenti casi umani che erano grande fonte d’ispirazione per questo blog. Un po’ è stata colpa del tempo che passa, e del bisogno disperato che ho di vedere l’utilità in ciò che faccio. Cinque anni fa vedevo una enorme utilità nel denunciare che gli uomini italiani non sapevano leccarci la figa. Oggi vedo una grande utilità nel parlare di donne, di società, di diritti, di educazione, di consenso, oltre che di sesso&amore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento però, sono obbligata a fare una brutale automarchetta: ho pubblicato un ebook, è un libretto agile ed economico, che raccoglie alcune riflessioni su un tema di cui si è molto dibattuto (spesso molto male) negli ultimi mesi. Il titolo è “MOLESTIE PER L’ESTATE – Le 7 volte che non ricordavo“. Lo trovate solo su Amazon e, se non siete dotati di lettore kindle, don’t panic! Potete scaricare qui l’app gratuita e leggerlo sui vostri device.

Ora che ho adempiuto al mio dovere di Wanna Marchi, veniamo alle 10 più comuni critiche mosse al femminismo.  Lo faccio perché alcune commentatrici hanno sollevato alcune legittime perplessità, che comprendo e che ho sperimentato in prima persona. Non ho sempre pensato a me stessa come a una femminista radicale, anzi. Nel 2013 scrivevo che non ero femminista e che le femministe mi stavano sul culo, perché loro s’erano beccate le minigonne e il libero amore, e noi la ceretta brasiliana e le cripto-checche metropolitane. Nel 2013 mi davano della femminista e io ne prendevo le distanze, e non ero molto diversa da voi che oggi mi scrivete “…non me ne vogliano le femministe, ma…“, come se il femminismo fosse una cosa altra, rispetto a voi. Come se non vi riguardasse dalla punta dei piedi alle doppie-punte che avete nei capelli. Non me ne vogliano, le donzelle che si sentiranno chiamate in causa riconoscendosi come autrici di quelle obiezioni, se il mio tono dovesse suonare un po’ secco. Lo faccio per andare al punto, e sono grata a chiunque alimenti questa conversazione.

Tornando a noi: se pensate che questo argomento sia noioso, avete ragione. Andatevi a leggere il più recente aggiornamento sul matrimonio Fedez-Ferragni. Fatelo, è vostro diritto. Non ha senso continuare, se il tema vi annoia.

Se siete giunte a questo capoverso, invece, vuol dire che possiamo entrare nel vivo:

1. “Perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna? Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?”

Essere solidale con un’altra persona solo in quanto donna è una cosa possibile nel caso in cui si capisca chiaramente il significato di essere donna. Quale, in altri termini, sia la storia delle donne. E poi quale sia la storia del femminismo. Quando è nato? Come? Per quali ragioni? Quali sono state le sue conquiste? Quali i suoi fallimenti? Se ti stai chiedendo perché dovresti fare la fatica di acquisire queste informazioni, la risposta è che queste informazioni parlano di me, di te, di tua madre, di tua nonna e della figlia stai crescendo o di quella che un giorno forse crescerai, o di quella che sta crescendo le tua migliore amica e dalla quale ami farti chiamare “zia”. Ecco, studiare qualcosa sul femminismo serve più del centocinquantesimo giocattolo che le regali. A voler ampliare ancora di più la prospettiva, però, puoi anche pensare che sapere qualcosa sulla storia delle donne, e sulla storia del femminismo, possa aiutarci a capire meglio la nostra attuale condizione. A fornirci una panoramica globale della situa(zione).

2. “Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo”

Anche a me sembra riduttivo! Sono completamente d’accordo. Proprio per questo mi disturba essere discriminata in quanto donna. L’intento non è distinguere gli esseri umani sulla base del genere, ma esattamente il contrario. Ora, il discorso è complicato assai, ma a qualunque latitudine tu ti ponga, se osservi il MONDO, le donne non se la passano benissimo da nessuna parte. Pensa: noi siamo quelle messe meglio. Potrei diventare ulteriormente noiosa, citando dati e ricerche, per dimostrare che non è una suggestione, ma un fenomeno sociale trasversale e documentato (da fonti come l’Unesco).

3. “Una donna ha sempre ragione solo perché donna? Mi sembra assurdo!”

Non penso di aver detto questo. Non penso che nessuna persona sensata lo direbbe. Tuttavia, accade spesso una donna abbia torto, solo perché donna; che menta, solo perché è donna; che sia opportunista, solo perché è donna; che sia puttana, solo perché é donna; che debba guadagnare meno di un uomo, solo perché è donna. Mi sembra che la società ponga sempre in dubbio la sua integrità, e la sua moralità, solo perché è donna. Accade spesso che le donne vengano lapidate, metaforicamente e letteralmente. Accade che vengano violentate, mutilate, ammazzate, sfigurate, stuprate, sfruttate a qualunque livello di qualunque società. Non faccio esempi per ogni esempio, perché se no non ne usciamo più. Ma basta che ci pensiate un po’, e vi verranno in mente.

4. “Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”

Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità. Cioè ovunque. E chi ci deve andare? Le nostre madri? Le ragazzine? Chi deve andare a lavorare laddove esistono ancora le disparità, se non noi? Gli uomini? E perché gli uomini dovrebbero occuparsi di eliminare una disparità o, chiamandola con un altro nome, un loro vantaggio? Perché dovrebbero rinunciare a una fettina del loro potere, per darne a noi? Perché gli uomini non sono avidi, potresti rispondermi e in quel caso io ti guarderei, ti sorriderei come se tu mi dicessi che credi a Babbo Natale e ti ricorderei che in America è stato eletto Donald Trump e in Italia, Matteo Salvini, e se questo ti pare un clima nel quale qualcuno possa occuparsi delle donne, se non nel ruolo di madri, mogli e troie, hai veramente un serissimo problema di ottimismo 🙂 Quanto agli applausi alle donne manager e a tutta la mitologia su chi “ce l’ha fatta”, cosa posso dirti? Forse non ci sarebbero se la realtà occupazionale fosse diversa. Se i tassi dell’occupazione femminile fossero diversi. Se il potere si aprisse alle donne o se le donne se lo prendessero, nessuno applaudirebbe una donna manager. Nessuno avrebbe motivo di farlo, nessuno guarderebbe con sufficienza quella che invece rinuncia alla carriera; nessuna donna in carriera si sentirebbe superiore o farebbe di tutto per ostentare la sua posizione di potere davanti alle altre. Insomma, ognuno farebbe che cazzo vuole. Quando le donne dicono di essere più forti/intelligenti/brave, vogliono solo dire: “Siamo forti/intelligenti/brave anche noi!”. Vogliamo esserci, come voi, perché ne abbiamo le capacità e le facoltàFinché esisteranno cose come “le quote rosa“, esisteranno donne che si vanteranno di essere più brave degli uomini. Infine, sulla donna manager rampante: pensa a quante gliene direbbe dietro la società se, per esempio, per fare carriera non facesse un figlio. Chiunque di noi, in questa cultura edificata integralmente sull’uccello, paga il prezzo di essere donna. Lo paghiamo in modi diversi, ma lo paghiamo tutte. Quanto più lo capiremo, tanto meno lo pagheremo. Se non l’hai visto, guarda Battle of Sexes. È un film carino, ispirato a una storia vera, ambientato negli anni ’70. È in tema ed è ancora attuale.

5. “Il problema di molte donne è che sono troppo competitive: il gattamortaggio, la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare, in particolare in ambito lavorativo”

Le donne, come tutti gli esseri umani, hanno anche atteggiamenti sbagliati, non c’è dubbio. Io stessa li ho criticati (e auto-criticati) in più occasioni (e su temi anche molto diversi). Per esempio, io sono entrata spesso in competizione con le mie amiche. Perché? Perché sono competitiva, e chi si somiglia si piglia, ed eravamo competitive e sì, ci siamo scannate, a volte ferite, ma anche molto amate.  E allora? Buttiamo al cesso il genere femminile, perché tanto noi donne siamo tutte stronze? Capite, non si può. I rapporti femminili sono un terreno delicatissimo e non solo in ambito lavorativo, quando c’è rivalità tra colleghe. Pensa che per moltissime donne uno dei nodi più irrisolti dell’anima è il rapporto con la propria madre. È tutto un casino intricato, se non decidiamo di scioglierlo. Per farlo, però, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri errori sono conseguenza di un’i-n-f-i-n-i-t-à di ingiustizie, più o meno evidenti, più o meno vergognose, più o meno naturalizzate, perpetrate per millenni ai danni delle donne. Tu dirai: vabbè, cosa c’entra con quella stronza della mia collega? C’entra, perché siamo in gara, in un circo costruito, gestito, pensato dagli uomini e per gli uomini. Come è potuto succedere? Perché il nostro genere non sa neppure di esistere, se non per le stronzate fallocentriche di cui ci occupiamo (le rughe, la cellulite, le diete per non ingrassare, le ricette per farlo mangiare e i pratici consigli per soddisfarlo a letto). Io non voglio la solidarietà femminile, voglio la consapevolezza femminile, che è tutta un’altra cosa.  Le donne, per quanto popolino il mondo dai tempi di Adamo e della più grande peccatrice della storia, non hanno mai creato – tranne che in rari casi – un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni (e sono esistite società matriarcali), ma un modello consolidato non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, per crearli. Ancora oggi, l’unica possibilità, è mutuare schemi maschili, accettarne le logiche perché sono le uniche che conosciamo, le uniche che esistano nella vita pubblica, sul lavoro e nel potere. Ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. L’immaginazione per pensare un’alternativa. La capacità di creare un pensiero diverso. Sembra difficilissimo, e forse lo è, ma vale la pena provare.

6. “Se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.”

Sì, l’idea è quella di sollevare il problema e dargli un nome, precisamente. Ma non è che il problema sorga nel momento in cui lo mettiamo in evidenza. Il problema esiste da prima. Da millenni. Inossidabile. Semplicemente, ora ne stiamo parlando.

7. “Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna.”

Beh sì, mi sembra giusto, anzi mi sembra il minimo di umanità. Non è che io, di fronte a un uomo vittima di un’ingiustizia, invece, me la goda. La solidarietà è un sentimento nobile, uno dei più belli, e per definizione una persona o ce l’ha in animo, o non ce l’ha. Tu però, in quanto donna, sei soggetta a delle discriminazioni, per il solo fatto d’essere donna. L’entità di queste discriminazioni, dipende dall’epoca, dal paese e dalla cultura in cui vivi. E non ti sembra una strana coincidenza? E non ti sembra un incredibile comune denominatore?! Nessuno pretende che dobbiamo starci tutte simpatiche, ma non vedo perché non dovremmo, tutte insieme, pretendere di essere pari, pretendere di accedere alle stesse opportunità, pretendere di ridiscutere gli argomenti dell’agenda collettiva e di evolverci in una direzione davvero nuova.

8. “Le donne in gamba sono capacissime di meritare la solidarietà e il rispetto per ciò che fanno e dicono, non perché donne.”

Ma chi sono le donne NON in gamba? Quelle che scopano per fare carriera? Quelle che vanno con gli uomini sposati? Quelle che tradiscono, quelle viziose, quelle che spendono, quelle che mentono, quelle che non cucinano, quelle che se ne vanno, quelle che si fanno il fidanzato dell’amica, quelle che si trastullano solo con i selfie, quelle che s’ammazzano di antidepressivi, quelle che parlano male di noi alle nostre spalle? Io non riesco a credere che ciascuna donna, persino la più stronza, non abbia qualcosa di importante, di unico, di potente dentro di sé. Che cazzo ti devo dire? Mi è venuta questa fede mistica, questa fiducia profonda nel genere a cui appartengo, che proprio non ho dubbi. E credimi, figurati se a me sono state simpatiche tutte le donne che ho incontrato sul mio cammino. Figurati se a tutte loro sono stata simpatica io! Eppure, dobbiamo smetterla di ricadere sempre nell’odiosa dicotomia delle sante e delle puttane, delle amiche e delle nemiche, delle giovani e delle vecchie, delle sposate e delle single, delle mogli e delle amanti, delle madri e delle nullipare. Dobbiamo smetterla di applicare il pensiero elementare e binario alla femminilità. Siamo molto più complicate (secondo Fiorella Mannoia). Molto più sofisticate (secondo me).

9. “Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?”

Nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci, che come saprai costituiscono le fondamenta della nostra cultura. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. D’altra parte, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente e richiedere tempo. Nel mentre ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro carattere, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni accolte e rispettate meglio, da tutti, uomini e donne.

10. “Perché le donne, protette dal femminismo, ormai frignano per qualunque cosa?”

Questa è una delle mie preferite. Dire che le donne sono PROTETTE mi suscita, come minimo, un sorriso sarcastico. Dove, esattamente, le donne sarebbero protette? In quale angolo del mondo non esistono discriminazioni? In quale paese del globo terraqueo non si rileva l’esistenza, più o meno istituzionalizzata, della violenza di genere? Quale aspetto della nostra vita non viene vivisezionato, giudicato e condizionato da una società che non ci corrisponde? Esistono organi internazionali che si occupano dei diritti civili delle donne e della parità di genere. Non è una “fisima”, non è una “pippa mentale” e non è un “piagnisteo”. Le donne non stanno frignando. Le donne stanno pensando, stanno parlando, stanno spiegando. Non dico dobbiate ascoltarle, o supportarle. Però, magari, su qualcosa hanno ragione e, nel dubbio, sarebbe carino non schernirle, non sminuire le loro istanze, chiedersi quali siano le loro ragioni, provando persino a scavare leggermente più in profondità.

11. (non è una domanda ma una riflessione con cui volevo salutarvi) “Le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top. Sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. ” […] “Mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna possa scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro”

Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing): le t-shirt da 400 dollari di Dior; la faccia di Frida Kahlo stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Alcune si stanno occupando anche di politica, di ambiente, di economia. Naturalmente sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale (fare le ribelli, le dure, le “donne con le palle”) è perché il femminismo ha bisogno anche di quel cuneo. Per cosa? Per scalfire la cultura in cui viviamo immersi fino al collo (e bada, la scalfisce solo). Ma sia chiaro: la causa femminista ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua.

A questo punto io vi saluto, sperando di riuscire a ritagliarmi qualche giorno di ferie e relax. Vi auguro di stare bene, riposarvi, abbronzarvi, mangiare bene, fare all’amore, viaggiare lontano ma pure vicino, bere buon vino, ridere e leggere 🙂

Vacanze da Single?

Ieri sera mi ha scritto un’amica che non sentivo da tempo. Si chiama Elena, ha qualche anno più di me, è single e ha un bimbo bellissimo di tre anni. Mi ha detto che il pupo se ne va una settimana in vacanza con il papà e dunque lei si ritrova – all’improvviso – libera e stressata perché non sa che cazzo fare (cito testualmente). Mi ha detto che vorrebbe partire in compagnia, ma conosce solo coppie o mamme con bambini. Mi ha detto che non sa che tipo di vacanza voglia fare, e che teme di scartavetrarsi le ovaie ovunque, da sola.

È stato allora che ho pensato di dover scrivere questo post, perché anche io, come Elena, per anni, ho dovuto far fronte al tipico Horror Vacui Single. Il disdicevole fenomeno si manifestava in alcuni specifici periodi dell’anno e portava con sé una dose discreta di imbarazzo sociale. In altri termini, a parte le classiche, odiose domande che costellavano la mia quotidianità, variamente comprese tra “Ma non c’è proprio nessuno-nessuno che ti piaccia?” e “Quando pensi di trovare un bravo ragazzo come hanno fatto le tue amiche?“, ce ne erano altre apparentemente innocue, ma sostanzialmente subdole.

Cos’hai fatto nel weekend?, per esempio, era una domanda che poteva facilmente mettermi in difficoltà. Di solito al weekend uscivo. Il venerdì andavo spesso a bere con alcuni amici single, e il sabato c’era la pizza con il gruppo terrons. La domenica, a ora di pranzo, andavo in palestra e nel resto del tempo mi dedicavo alla casa, o cazzeggiavo. A volte, fissavo un date a orario d’aperitivo. Detto ciò, però, capitavano anche lunghi weekend di singletudine e solitudine, nei quali gli amici partivano, o erano ammalati, o avevano appuntamenti galanti, in ogni caso non c’erano. Oppure weekend in cui avevo un umore talmente macabro che non reputavo opportuno manifestarmi nella società. Insomma, spesso avrei dovuto semplicemente rispondere “Ho fatto binge-watching di Dynasty su Netflix, ingozzandomi di patatine Più Gusto al Lime e Pepe Rosa“. Capite, non era premiante.

Una domanda altrettanto scomoda era Cosa fai a Capodanno?. Che cazzo ne so cosa faccio a Capodanno. Mi imbucherò a una festa piena di sconosciuti, alla quale berrò come se non ci fosse un domani, nella speranza che prima o poi la playlist mi regali “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. Proverò a non pensare che sono ancora single, a mezzanotte non bacerò nessuno e no, non avrò neppure un frettoloso rapporto sessuale di natura scaramantica per assicurarmi un anno di scorribande erotiche.

Naturalmente, la più insidiosa di queste domande era: Che programmi hai per l’estate?. Le ferie estive rappresentavano per me l’apogeo dello sbattimento, il punto di non ritorno dell’Horror Vacui Single. Tornare a casa, in Puglia o in Abruzzo, è sempre stata una valida alternativa. Al terzo, quarto o quinto anno consecutivo, però, avevo iniziato a sentire il bisogno di altro. Volevo viaggiare, anche. Volevo vedere posti nuovi, anche. Le ferie estive non erano facili come un weekend, che tutto sommato arrivava in fretta il lunedì e potevo tirare un sospiro di sollievo. L’estate era un’altra storia. Cosa avrei potuto fare?

Sarei dovuta partire da sola alla scoperta dei templi Maya in Messico? Sarei dovuta andare con lo zaino in spalla a scarpinare tra gli insetti della giungla vietnamita, insieme ad altre single, unite nella speranza di conoscere nuovi esemplari di scapoli purosangue? Oppure sarei dovuta andare in un bel villaggio turistico per single? Oppure una bella, squallidissima, crociera per single? Oppure dovevo farmi adottare da qualche coppia di amici, e andare in vacanza con loro come fossi la nipote teen-ager che si portavano appresso? Oppure ancora, avrei dovuto implorare i miei amici gay di includermi nella loro annuale spedizione punitiva a Mykonos? Mi era chiaro che ci fosse un buco di mercato, una domanda senza offerta, una mancanza di intrattenimento vacanziero per i single che non avesse l’aria di un’impresa per casi umani. Insomma, Elena non avrebbe potuto rivolgersi a consulente più appropriata. Era un tema che avevo sviscerato talmente tanto, da avere persino buoni consigli da dare:

  1. Ibiza” è stata la prima cosa che le ho detto. Ibiza è sempre una buona idea, altro che Parigi. Certo, Ibiza da sola ci vuole coraggio, ma dipende da come la pensi. Se devi fare lo schiuma party all’Amnesia da sola, capisco non sia il massimo. Ma lo schiuma party non è il massimo in nessun caso, a meno che tu non abbia 19 anni. Se, invece, ti concentri sulle calette che ci sono al nord, sulle spiagge dove puoi prendere il sole in topless perché il senso di libertà è tale che persino una terrona pudica come me l’ha fatto; se pensi alle passeggiate per Ibiza Town al mattino, quando tutti dormono e i colori del Flower Power dominano sulle stradine bianche inondate dalla luce del Mediterraneo; se pensi alla cena coi piedi nella sabbia, davanti al sole che tramonta, mentre mangi una paella bevendo un bicchiere di vino bianco, capisci che è un paradiso. Una meraviglia della quale puoi benissimo godere da sola, in compagnia di un buon numero di ottimi libri. Senza contare che è facile tu possa conoscere gente e far baldoria, qualora ti vada di farlo. È pur sempre Ibiza, cazzo. E se decidi di andare a ballare, puta caso, hai le discoteche più fighe d’Europa per farlo.

2. Io non ho mai avuto il coraggio di partire con un gruppo di sconosciuti, perché sono figlia unica e ho una capacità di adattamento vergognosamente scarsa. Chiunque sia migliore di me, però, può trovare facilmente tour operator che organizzino viaggi per giovani gruppi (non intendo liceali, dico 30-40enni, insomma non le escursioni per i 70enne crucchi coi sandali coi calzini). In questo modo,  non dovrete andare sulla Cordigliera Andina da sole, per dire, che mi sembra un dato interessante per chi è non è particolarmente Braveheart.

3. La città. Se c’è un posto nel quale un single può sentirsi a proprio agio, sono le grandi città. Le metropoli sono il regno incontrastato degli individui, degli sconosciuti, dell’anonimato urbano all’ombra del quale sappiamo vivere mediamente bene. Difficile annoiarsi in città come Berlino, Parigi, Londra, Barcellona, Madrid, Amsterdam, Copenaghen. Le città pullulano di stimoli che ci sono familiari, che possiamo finalmente assecondare liberamente secondo i nostri gusti. Musei, mostre, concerti, mercati, negozi, festival cinematografici/letterari/musicali/gastronomici/enologici, sono solo alcuni dei pretesti per i quali potete decidere di partire alla scoperta di una capitale. Certo, dovete considerare che è estate e d’estate in certi posti si schiatta di caldo, e in molte città non c’è il mare. Tuttavia, straordinariamente, ho scoperto che il mare non è esigenza universale e trasversale per tutti gli esseri umani. Dunque, in questi casi, visitare una città con calma, viverla non solo come turista del weekend, è una valida possibilità da prendere in considerazione.

4. Al contrario, se avete bisogno del mare e non vi accollate il rischio di partire per una vacanza balneare da soli, ci sono sempre gli amici o i parenti terrons da tenere in considerazione. Coloro che non hanno la fortuna di venire da una città di mare, dovrebbero avere la furbizia di coltivare rapporti d’amicizia con i giargiana. Il giargiana è quasi sempre accogliente e ospitale, se gli parlate del vostro disagio vacanziero sarà probabilmente incline a invitarvi (il giargiana a Milano vive in topaie di 30 metri quadri, ma ha quasi sempre sontuose ville al mare, appartamenti con camere per gli ospiti; doppie e triple dimore, con depandance). Se non volete essere di disturbo, potete prenotare una camera nelle vicinanze dell’amico giargiana e comunque trascorrere giornate in compagnia, visitando luoghi come la Puglia, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Campania, con veri terroni autoctoni, che vi faranno assaggiare prelibatezze assortite e vi condurranno nelle spiagge più belle. Una piccola nota: è bene “disobbligarsi”. Non si arriva a casa del giargiana a mani vuote: portate con voi dei prodotti tipici della vostra zona, o un pensiero per chi vi ospita. In alternativa, o in aggiunta, durante il soggiorno invitate a cena fuori la famiglia giargiana e pagate il conto. Non preoccupatevi, se è una tavolata di 10 persone. Spenderete quanto una cena in due a Milano.

5. L’ultimo e più saggio consiglio, me lo diede una mia cara amica, qualche anno fa. Quando le parlavo del mio dissidio interiore vacanziero, lei mi disse: approfitta delle ferie per fare un corso di qualcosa che ti piaccia. BAM! Genio. GENIO ASSOLUTO. Come avevo potuto non pensarci prima? Quale che sia la tua passione, esiste certamente qualcuno che organizza qualcosa a tema, per l’estate, a cui puoi partecipare. Una mia amica ha la passione per la fotografia e viaggia con un gruppo di fotografi, per fare fotografie. Una mia amica, ha fatto un corso di sceneggiatura durante le vacanze, in un hotel con piscina, vicino al mare, nel quale al mattino facevano lezione e il resto del tempo erano liberi di cuocersi al sole. Un’altra mia amica ancora, va una settimana in Toscana a fare yoga. Immersioni, trekking, pittura, teatro, beach volley, golf, velabici, quale che sia la vostra passione, potete andare in vacanza con persone nuove che la condividano. E se non avete passioni di alcun genere, come fate a vivere?

Sulla scia di questa brillante idea, dopo aver parlato con la mia amica, nel 2015 contattai ESL – Soggiorni Linguistici. Ero intenzionata a fare un corso di lingua a Malta durante le ferie (mi pareva una buona opzione, Malta, perché aveva il mare). In generale, mi sembrava una figata, un ottimo modo per spolverare il mio inglese, ma anche per conoscere persone da tutto il mondo in un contesto familiare come un’aula scolastica. Certo, temevo fosse un’esperienza troppo young per me, un po’ come lo schiuma party a Ibiza. Voglio dire: non avevo più 19 anni. Esistevano corsi per persone della mia età? Sì, esistevano. Esistono. Nel 2015 non partii più, per una serie di ragioni troppo complesse e faticose da spiegare in questa sede, però la voglia di sperimentare una vacanza di questo tipo mi è rimasta. Lo faccio quest’anno.

Parto a fine mese. Vado a New York, per due settimane, a fare un corso d’inglese 30+ (magari sarò la più giovane della classe). Sono elettrizzata e spaventata. Divertita e disorganizzata. Confesso un filo d’apprensione, perché devo ancora preparare tutto: la valigia, le medicine, il beauty case. Dovrò parlare con persone nuove, e dovrò farlo in una lingua che senza sottotitoli spesso non comprendo. Dovrò provare a tornare in Italia senza mettere su 5 kg da junk food. Dovrò sopravvivere al caldo opprimente del cemento. Ma so che sarà una figata. Ve la racconterò in tempo reale, sui social (vi avviso: su Instagram non mi conterrò, diventerò l’incubo più ricorrente sulla vostra timeline) e al ritorno, invece, mi piacerebbe propinarvi un bel video-reportage ma non prometto niente! Insomma, come dovrei dire se fossi una blogger seria: stay tuned!

Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Giovani & Fighe

Siamo a giugno, il che significa che – ormai da settimane – siamo target del consueto terrorismo psico-estetico da prova costume.

Le diete, gli esercizi, la cosmesi, i programmi miracolosi di dimagrimento, i massaggi, i fanghi, le alghe, il fascio di raggi protonici, la rava e la fava. La macchina dell’inadeguatezza è partita alla grande, come ogni anno, per farci arrivare in spiaggia quanto più insicuri possibile. Ci ho pensato l’altra mattina, dopo la doccia, che avevo un po’ di tempo e mi sono addirittura concessa di idratare il mio corpo con l’olio alle mandorle. Mentre spalmavo l’unguento sulle mie carni, e le sentivo modellarsi sotto la pressione delle mani, mentre guardavo il mio addome deformato, o il braccio pendulo, o l’internocoscia rammollito che vibrava tutto come un materasso ad acqua, ho lucidamente pensato “Fucking unguardable!” (come se normalmente i miei pensieri li scrivesse un autore di Mtv). E sì sì, lo so, ormai sono grande e non ho bisogno di farmi queste paranoie. Sì sì, lo so, colpa mia che sono andata poco in palestra e ho mangiato peggio; sì, certo, so che ormai la moda è curvy, ormai esistono i movimenti contro il body-shaming, esiste il body-positive, sì certo, ho superato prove ben più impegnative di quella bikini, ovvio, lo so, sì, va bene la teoria, ma nella PRATICA ci tocca andare in spiaggia in mezzo a culi marmorei, e cosce tornite, e addominali scolpiti nei tronchi di bambù. Insomma, la solita storia.

Che poi, mi chiedo, dove sta scritto che dobbiamo essere tutte belle? Che dobbiamo essere tutte giovani? Ma com’è possibile che queste siano le uniche due unità con le quali misuriamo il valore delle donne? E non dovremmo forse, noi per prime, smetterla di usare un sistema di giudizio che aborriamo? Forse sì.

Ecco, pensate a quante energie, ore di vita, risorse economiche e scleri emotivi, le donne investono al solo scopo di essere belle, di apparire belle, di apparire sempre più belle, di mantenersi belle, come se il loro ruolo nella società fosse principalmente quello. Essere belle. E, naturalmente, essere giovani. Oppure vecchie, ma ancora capaci di farlo rizzare agli uomini (quindi vecchie ma rifatte e vestite come se avessero almeno 20 anni di meno). E dopo “Belle” e “Giovani” ci sono una serie di altri ruoli che non abbiamo scelto e che ci spettano, culturalmente. E spesso neppure ce ne accorgiamo, che ci sono cuciti addosso, quei ruoli.

Lo faccio per me stessa.

Lo faccio per il mio compagno.

Lo faccio per prendermi cura di me.

Ma quanti modi esistono per prendersi cura di sé, che possono essere più cruciali di esserefighe&esseregiovani? Più intelligenti di alimentarsi di estratti di cetriolo e ananas? Tipo, guadagnare più soldi, non ti interesserebbe? Avere più opportunità, non ti interesserebbe? Fare qualcosa per il mondo che va in vacca da qualunque punto di vista lo guardi, non sarebbe per te più importante di impiantarti due pesche-noce al posto degli zigomi?

Sia chiaro, è strano accorgersi di invecchiare, lo capisco. È strano quando ti accorgi che tra te e le 23enni inizia a esserci una visibile differenza. È strano anche quando per la prima volta pensi che forse non è più il caso di andare in giro completamente struccata, perché oggettivamente la differenza si nota, adesso (io comunque continuo a farlo). È difficile vivere tutta la vita senza sentirsi bella abbastanza, va bene, ma non essere abbastanza belle o non essere più giovanissime non ci fa valere meno come donne. Il pensiero che presuppone questo è un pensiero sbagliato, viziato da un’ingiustizia di fondo. È un pensiero che non abbiamo scelto ma che abbiamo acquisito dall’ambiente culturale nel quale siamo cresciute.

È pazzesco quanto sia faticoso capire e ricordare che il nostro valore non dipende dalla nostra bellezza, e che nella bellezza ci sono ampi margini di soggettività, e no, non parliamo della bellezza accademica, delle proporzioni perfette, delle professioni che richiedono una fisicità peculiare, tipo la modella o la ballerina, o la showgirl. Parliamo della vita reale nel mondo reale, popolato da miliardi di donne tutte diverse (quelle che non vanno a farsi fare la faccia-stampino dal chirurgo). E che ciascuna di esse ha più di qualcosa di bello, e più di qualche fortuna, anche se non la vede, anche se si concentra solo su ciò che odia. Provate a elencare le parti di voi che amate e le parti di voi che odiate e ditemi quale dei due elenchi è più lungo.

Adesso, invece, pensate alle parole che si usano per descrivere una donna. Non vi chiedo di contare il numero di volte in cui avete sentito termini come “vecchia“, “cessa“, “obesa“, “racchia“, “nana” detti come se essere queste cose fosse una colpa, come se non esistessero altre unità di misura per il valore femminile all’infuori del binomio bellezza&gioventù. E guardate non lo fanno mica solo gli uomini trogloditi eh. Lo fanno tutti. Lo fanno anche gli uomini amici delle donne. Lo fanno anche gli uomini gay. Lo fanno anche le donne. A volte, soprattutto le donne.

Di solito l’insulto estetico viaggia di paripasso con quello sessista “troia”, “puttana”, “cagna”, “succhiacazzi”, “mestruata”, “frigida”, “figadilegno” e via discorrendo. Facciamo una prova: “Vecchia troia!“, funziona. “Cessa puttana“, funziona di brutto. “Obesa succhiacazzi” è praticamente un insulto capolavoro. “Racchia mestruata…” è ultra-plausibile, di solito le persone che non vogliono essere troppo sboccate usano insulti di questo genere; fino a “Nana frigida” che, ne converrete, oggettivamente suona bene.

Capite, in questo contesto, ci vuole coraggio a non uniformarsi. Una vita passata a schivare insulti ed etichette. Ci vuole coraggio per invecchiare liberamente in una società in cui invecchiare non è ammesso perché il resto, tutto ciò che fai, qualunque cosa tu faccia, vale quasi sempre meno della tua avvenenza, a meno che tu non sia Rita Levi Montalcini. Ma lì fuori è pieno di donne in gamba, che magari non vinceranno il Nobel, ma che sono eccellenti in ciò che fanno e che valgono molto più di quanto la società le valuti.

Che poi, di grazia, tutta questa avversione verso la crescita/invecchiamento chi ce l’ha messa in testa?  Da un certo punto di vista, invecchiare è bellissimo: la gente finalmente ti tratta da adulto e ti prende sul serio, puoi essere autorevole e all’occorrenza autoritario. Puoi decidere tu per te stesso. Sui mezzi pubblici iniziano a cederti il posto o comunque puoi non sentirti in colpa se non lo cedi tu, perché c’è di certo intorno qualcuno più giovane che dovrebbe farlo. Sei chiaramente una persona migliore perché hai più esperienza di te, degli altri, del mondo. Non sei più obbligato a fare certe cose indegne da giovani, come andare a ballare in discoteca, oppure passare la notte di Ferragosto in spiaggia a procurarsi i reumatismi di domani. Insomma, io so che – se sopravvivrò ai miei vizi e questo non è detto – sarò una vecchia spassosa, stronzissima e depressa…non vedo l’ora! Perché dovrei dissimulare tutto questo? Perché dovrei crucciarmi, quando guardo una foto di 10 anni fa e mi accorgo che sono un’altra persona? Perché la mia faccia è cambiata? Ma vivaddio è cambiata pure la mia testa, e la mia testa vale più della mia faccia, perché la testa è il contenuto e la faccia è il contenitore.

Badate, non sto facendo l’inno al libero svacco. Sto dicendo che curarsi è giusto, che andare in palestra è giusto e fa bene alla salute, prima che alla silhouette, che cercare di conservarsi al meglio è sacrosanto. Ma con raziocinio e, soprattutto, con la consapevolezza che la nostra più importante missione nel mondo non può essere: essere Giovani&Fighe. Sorry, ma no. Sorry, ma non basta.

E se avete paura che invecchiare o non essere sufficientemente in forma vi faccia perdere appeal non solo agli occhi del bagnino ma agli occhi degli uomini tutti, vi sbagliate. Scegliete compagni che sappiano vedere tutte le dimensioni della femminilità, della sensualità, della libertà dagli stereotipi. Se vi mettete con uno yuppie workaholic pelofobico che va in palestra alle 7 del mattino e pranza con Herbalife, fatevi una domanda e datevi una risposta. Non vi sto proponendo in alternativa Homer Simpson, sia chiaro, vi sto solo dicendo che agli uomini normali, lì fuori, le nostre imperfezioni vanno bene. Molte di esse, neppure le vedono. E quelle che vedono, le accettano, perché sanno che il nostro valore non dipende dal nostro indice di massa grassa e di massa magra. Dal numero di rughe che abbiamo refillato dal dottore. E comunque, se sta insieme a noi, è facile supporre che ci trovi attraenti di già, così come siamo. E comunque ricordate sempre che neppure loro sono tutti Michael Fassbender.

Per esempio, quando ho fatto questa pugnetta al mio compagno, sul fatto che prima o poi mi avrebbe trovata vecchia, anche se per ora passo per quella giovane, per via di un prezioso gap generazionale che ci divide, e che la nostra differenza d’età non mi garantisce certo l’eterna giovinezza ai suoi occhi, né tanto meno l’assoluta bellezza, ecco quello mi ha guardata, ha temporeggiato qualche secondo e poi mi ha detto, grattandosi gli attributi, una cosa tipo “Se dovessi fare un pronostico – tanto per dire – su di noi, tra 10, 15, 20 anni, non riuscirei a immaginare un vecchio che sbava dietro alla stagista 22enne; non riuscirei a immaginare una donna che ha smarrito qualunque traccia della sua femminilità; quindi se mi chiedi cosa vedo tra ennemmila anni, io vedo noi, così, qui, sul divano, a dirci porcate, con lo stesso luminoso, stupore di adesso” (giuro, ha detto così, lo so, è una femmina imprigionata nel corpo di un uomo, è bellissimo).

“A dirci porcate da vecchi, quindi!”, gli ho risposto.

“È chiaro che saremo due vecchi laidi”, ha concluso.

A quel punto io non ho avuto più nulla da obiettare.

Invecchiare insieme come maiali m’è parso un ottimo progetto per il futuro.

Ecco, quello che voglio dire è più o meno questo.

Il contenuto sul contenitore.

Il significato sopra il significante.

Pensiamoci.

Psicodramma Politico

Sono settimane che affronto un drammatico dissidio interiore: vivo a Milano, dove quasi tutti quelli che conosco schifano profondamente il movimento 5 stelle; ma sono del sud, dove quasi tutti quelli che conosco hanno votato il movimento 5 stelle (e schifano, con un variabile grado di intensità, il PD). L’Italia che vedo, quella che percepisco, che non è detto sia l’Italia che vedono tutti gli altri, è un paese polarizzato, nettamente fratturato in due parti. Questa percezione non mi deriva solo dai tiggì o dalle prime pagine della stampa. Mi deriva anche dai commenti quotidiani che ascolto e che leggo, fatti da persone che conosco bene. È un’Italia collerica, sarcastica, arroccata su posizioni di principio e capricci, disinteressata al dialogo, alla comprensione, al compromesso. Un’Italia a tratti delirante.
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Ora io non sono una fine politologa, una costituzionalista consumata, un’economista esperta. Non mi sono mai “tesserata” a un partito, non sono mai stata attivista, non ho mai presidiato costantemente la piazza e non mi sono mai sentita pienamente rappresentata da nessuna delle cosiddette “alternative politiche“. Neppure da quelle nate appositamente per intercettare i soggetti come me, tipo il m5s. Alle ultime elezioni ho votato un partito che non ha superato la soglia di sbarramento (i radicali, ndr). Ma per capire davvero il mio attuale psicodramma politico, che negli ultimi giorni ha assunto tinte quanto mai fosche, bisogna fare un paio di premesse spicciole, qualche generalizzazione, giusto tre riflessioni approssimative, degne di una chiacchierata occasionale tra avventori di un bar.
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PRIMA PREMESSA:
Milano è una città in cui, chi è scampato al berlusconesimo, e al maronismo, e alla formigonìa, è confluito nel PD. L’appartenenza a questa sfera è chiara, tangibile, persino inevitabile. Se si vuole avere uno sguardo ravvicinato di cosa sia il PD alla sua massima efficienza, non bisogna andare in alcun posto all’infuori di Milano. E a Milano il PD funziona. Cazzo se funziona. In questi ultimi dieci anni, mentre il resto dell’Italia andava in malora, a Milano sono sorti nuovi QUARTIERI, nuove LINEE DI METROPOLITANA (che non è che sono lì in cantiere eh, la lilla non c’era e adesso c’è, ci si può viaggiare sopra, è super hi-tech e pulitissima, sempre; la blu è in costruzione), nuovi teatri, nuovi locali, nuovi ristoranti, nuove librerie, nuove boutique, nuovi mercati, nuovi centri commerciali, nuovi rooftop, nuovi ospedali, edifici premiati come i migliori al mondo…così, dal niente. A Milano non si sente l’esigenza di un’alternativa politica, perché le cose funzionano, ed è francamente bello avere un sindaco che è pure un bel signore presentabile, con un buon titolo di studio, ben vestito, culturalmente evoluto e votato a valori socialmente di sinistra. Voglio dire, a Milano non c’è bisogno di altro. A Milano, si sta bene.
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SECONDA PREMESSA:
Il problema, però, è che l’Italia non è Milano. Il problema è che io vengo da una città che ha avuto come sindaco Giancarlo Cito (un mafioso), Rossana Di Bello (Forza Italia, ha fatto fallire il comune con un buco di ennemila milioni di euro), Ippazio Stefano (il sindaco fantasma, che era di sinistra, ma andava in giro armato di pistola) e, dulcis in fundo, il Presidente della Regione Nichi Vendola, omosessuale e comunista, un trionfo c’era parso ai tempi, fino alle intercettazioni con la famiglia Riva sul caso Ilva, che erano alquanto distoniche per uno che aveva fondato il partito “Sinistra, Ecologia e Libertà” (poi rinominato, con amara ironia, “Sinistra, Siderurgia e Libertà”). Il problema è che al sud ci sono costruzioni incomplete per sempre, treni del dopoguerra che viaggiano sullo stesso binario, disastri ambientali taciuti, ponti che crollano, servizi inaffidabili, disoccupazione. Al sud, le uniche opere pubbliche fatte nell’ultimo decennio, sono i dossi sul manto stradale dissestato di buche. Al sud, gli ospedali si chiudono, mica si costruiscono.
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Su un manuale di storia della politica italiana, ci racconterebbero anche che il sud è stato tradizionalmente una banderuola politica, il luogo in cui è nato ed è proliferato il voto di scambio, non solo per la malavita e la chiesa (che erano un po’ due facce della stessa medaglia), ma pure perché al sud votavi chi ti dava il lavoro, fine. Al centro, invece, c’erano le zone rosse, tradizionalmente di sinistra, con gli zoccoli duri della Toscana e dell’Emilia, e poi il nord era la zona bianca di ispirazione democristiana, dalle cui ceneri è nata la Lega Nord (e naturalmente, il ventennio berlusconiano). Tutto questo per dire che, banalmente, il sud non aveva un orientamento politico forte, definitivo, identitario. Aveva e ha altri valori bellissimi, ma la politica è sempre stato un affare complesso, in un territorio altamente presidiato dalla malavita (che non è una leggenda, e non è una serie tv, e neppure un monologo di Saviano da Fazio). Il sud è un territorio schiacciato da mezzi di sviluppo ridicoli, ricatti occupazionali, contentini sporadici. È un sistema sociale e culturale profondamente diverso, ed è un ambiente nel quale tutte le precedenti ricette politiche sono fallite. È un territorio nel quale mancano la speranza e la fiducia nelle istituzioni (che sono fatiscenti, quando non del tutto assenti), manca spesso l’esperienza e a volte la competenza. Talvolta, bisogna essere onesti, manca pure la voglia di fare perché in generale pare che nessuno faccia un cazzo e che “fare” sia impossibile o inutile. È un luogo nel quale, inoltre, nessuno di noi torna, dopo aver girato l’Italia, l’Europa e il mondo, per renderlo un posto migliore. E così quell’altrove, del quale ci piace parlare per fare ironia sulla bontà del cibo, sul pacco da giù, sul fritto, sul sole, lu mare e lu ientu, diventa un posto sempre più remoto, sempre più isolato, sempre più radicalizzato nei suoi problemi di cui, in fondo, noialtri, da qui, possiamo ben guardarci. Perché noi ci siamo emancipati, perché quell’emancipazione l’abbiamo scelta e ci è costata, e non ci interessa più capire le ragioni di paesi, città, grandi città che non riescono manco a gestirsi la loro monnezza, che si lamentano del lavoro assente ma tutto sommato si vive bene a spese di mamma e papà, che invidiano i concerti che possiamo vedere al nord, ma che da aprile a ottobre pubblicano foto di giornate a cazzeggiare al mare sotto il sole, mentre noi qui in ufficio a produrre e fatturare. Quel sud dove ci piace tornare in vacanza l’estate ma al massimo per una settimana perché poi no guarda mi viene da sclerare sono tutti lentissimi, i negozi chiudono al pomeriggio, che schifo i cassonetti in mezzo alla strada.
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Noi viviamo a Milano e a Milano si avverte solo un pallido riverbero del senso di crisi che dilaga in provincia, un’idea quasi inesistente del sentiment popolare, virale e cronicizzato che ha portato il m5s al suo 32% (e la Lega al suo 17%). E ogni volta che leggo o ascolto commenti pieni di disprezzo, di superiorità intellettuale, di sufficienza nei confronti di chiunque abbia votato il movimento 5 stelle (che, lo ricordo, non ho votato) mi viene il rodimento di culo, perché io purtroppo non posso usare riduzioni altrettanto semplici: io non posso dare per certo che siano tutti stupidi quelli che votano 5 stelle, o che siano tutti stronzi quelli che votano PD. So, perché conosco entrambe le realtà, che – in mezzo a tanto degrado – esistono persone intelligenti sia da un lato che dall’altro. So, perché è evidente e lo sappiamo tutti, che esiste un movimento saldo, con un elettorato fedele e incrollabile, che dal 2013 al 2018 è rimasto sul 30%. Questo significa che un italiano su 3, lì fuori, vota 5 stelle. E in certe zone d’Italia, sono 3 italiani su 3, a votare 5 stelle. 
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Di fronte a questo scenario, non sarebbe un errore se la sinistra ammettesse di aver perso delle buone teste, in questi anni; se ammettesse di aver abbandonato il sud, di aver rimosso le istanze dei più deboli, di aver perso la capacità di comprendere i problemi delle persone comuni, rinchiudendosi in una torre d’avorio nella quale chiunque sbagli un congiuntivo è un minus habens al quale bisognerebbe revocare il diritto di voto. Mi piacerebbe se la sinistra si spogliasse di quella spocchia autoconferita e fosse migliore di chi dice “Pidioti“. Mi piacerebbe che ammettesse di essersi trasformata nella gauche caviar, di non sbattersene granché degli umili e neppure degli ultimi, e di vivere ormai la sinistra come se fosse una moda, uno stile di vita: se sei di sinistra ti piace un certo tipo di cucina, un certo tipo di ristorante, un certo tipo di abbigliamento, un certo tipo di vacanza, un certo tipo di quartiere, un certo tipo di istruzione, un certo tipo di autore, un certo tipo di programma televisivo, un certo tipo di estetica. Hai un certo tipo di valori condivisibili, ti muovi in un frame culturale molto definito, e dentro vuoi che ci siano solo persone che ti assomiglino tantissimo, perché in fondo la sinistra è diventata un’élite peggiore della borghesia che doveva combattere. È la sinistra con i soldi, con le azioni, con i patrimoni immobiliari. È la sinistra che si sente sinistra perché è favorevole alle unioni civili, ma che non ha mai vissuto fuori dalla cerchia dei bastioni e non ha mai avuto un amico che abitasse alle case popolari, e forse non ha neppure mai preso un caffè a casa di un operaio (pensate, esistono ancora gli operai!). La sinistra che da ragazzina indossava i pantaloni strappati per tendenza, e oggi custodisce nella scarpiera le Louboutin. È una sinistra che ha diritto di esistere, per carità, non è che per essere di sinistra si debba per forza essere povery, ma dei povery bisogna occuparsi, perché la sinistra anche di questo si occupa e se smette di farlo diventa un partito vuoto. Ed è a quella sinistra, sempre più chiusa e sempre più presuntuosa, sempre più autoreferenziale e sempre più debole, che muore senza accorgersene, indisposta a trattare coi diversi, inclusi i più stupidi, i più ignoranti, i più incazzati, ecco è a quella sinistra che si deve il merito di aver consegnato il paese nelle mani di forze sovraniste, populiste e dal retrogusto fascista.
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TERZA (e ultima) PREMESSA:
Tuttavia, non vorrei essere troppo ingiusta con la nostra sinistra, e trovo anzi importante inserire in una prospettiva di ampio respiro ciò che sta succedendo in Italia. In primo luogo, bisogna considerare che le sinistre di tutto il mondo sono in grave crisi. Le destre, al contrario, godono di ottima salute e mietono consensi nel malcontento popolare (effettivamente esperito nel quotidiano o mediaticamente iniettato nel sentire comune, non fa tanta differenza). Estrema Destra, il libro inchiesta di Guido Caldiron, spiega esattamente come tutta l’Europa sia attraversata da correnti nere, violente, antieuropeiste (cosa che non dovrebbe lasciarci dormire sereni). Ne “La Democrazia del Narcisismo”il giornalista Giovanni Orsina, invece, ci racconta che da un sondaggio pubblicato lo scorso gennaio emerge che il 54% degli italiani prova rancore verso l’Italia, sentendosi in credito nei confronti del proprio paese, con la convinzione di aver dato più di quanto abbia ricevuto. Due anni prima, lo stesso sondaggio, attribuiva questo sentimento a “solo” il 49% degli italiani. Il malcontento popolare è, a torto o a ragione, in crescita e questa crescita non si arresterà. Si potrebbe obiettare che in fondo abbiamo un tetto sopra la testa, che abbiamo un smartphone per pubblicare sagaci analisi politiche su Facebook, e abbiamo pure un’aspettativa di vita di 80 anni, invece che di 35. Si potrebbe obiettare che l’Italia ha vissuto momenti anche peggiori, regimi totalitari, terrorismo politico, governi mafiosi e che in fondo questo non è il momento più buio della storia contemporanea. Ma non farebbe la differenza. La gente, lì fuori, è incazzata e il fenomeno è di respiro internazionale.
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Nel tentativo di provare a dipanare la matassa, ho parlato con due donne, che sono mie amiche e delle quali non vi racconto molto perché il voto è segreto e magari quelle non vogliono che io faccia capire che sto parlando esattamente di loro due. Fatto sta che sono entrambe di sinistra. Cresciute in famiglie autenticamente di sinistra, con le idee chiare già a 14 anni, con episodi di impegno politico e sociale nei loro curricula. Insomma, due che la sinistra avrebbe dovuto tenersi strette. Due che difficilmente avrebbero cambiato idea, perché per loro la sinistra era un fatto identitario e culturale (roba che quando viaggiavano in macchina con la famiglia da bambine, ascoltavano e cantavano “Bella Ciao“). Due donne ironiche, intelligenti e colte (tra le lettrici più accanite che io abbia conosciuto). Bene, cosa hanno votato secondo voi? Cinque stelle. Entrambe. Ora, io cosa dovrei pensare? Che persone che ho stimato per tutta la vita siano rimbambite all’improvviso? Ma come fanno a non accorgersi del gigantesco problema di comunicazione e credibilità dei 5 stelle? Di quel complesso di superiorità morale? Di quanto siano dilettanti allo sbaraglio e sì, ho capito che pure-il-Trota!! ma non è questo il punto. Come fanno a non capire che tutta quella storia di essere post-ideologici a un certo punto diventa un problema perché, pensanpò, le ideologie sono solo idee messe in ordine? E, giusto o sbagliato che sia, in una certa misura, serve avere le idee più o meno in ordine per fare politica?
Ecco, devo pensare che si siano bevute il cervello, oppure devo sospettare che ci siano delle ragioni da ascoltare, un malcontento radicale e contagioso, una sfiducia irrimediabile nei confronti della pseudo-sinistra?
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Insomma, ho parlato con queste due amiche. La prima, ha votato i 5 stelle schifandoli, turandosi il naso, come si suol dire. La seconda, il cui fidanzato non ha una “fabbrichetta” ma in fabbrica ci lavora, ogni giorno, coi turni, ecco lei li ha votati con fervente convinzione. Quando Di Maio e Salvini hanno iniziato a flirtare, le ho scritto per chiederle cosa ne pensasse. Mi sembrava paradossale che i 5 stelle, votati quasi all’unanimità dal sud Italia, scendessero a compromessi con Salvini della Lega (Nord), che sarebbe ancora lì a prendersela con i terroni, se non fossero arrivati i negher. La mia amica mi ha risposto, spiegandomi il suo punto di vista: l’unica cosa di sinistra che si possa fare oggi, è sporcarsi le mani, capire il movimento, entrarci e portarlo a sinistra. Creare anticorpi interni che arginino derive estreme. Fare, non lamentarsi. Ricostruire, in seno a una forza politica in crescita, di certo non praticare necrofilia su un partito, il PD, che ha perso qualunque forma di credibilità agli occhi di chi è “di sinistra davvero”.
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CONCLUSIONI:
Ecco, io non so quale sia la scelta giusta, non so come saranno accolti e trattati i penta-stellati dell’ultimo minuto da quelli della vecchia guardia, non so cosa succederà la prima volta che un tizio entrerà nel giardino di un signorotto col porto d’armi, ma inizio a pensare che gli elettori di sinistra, quelli intelligenti che sanno praticare l’esercizio del dubbio, si troveranno a fronteggiare un dilemma imponente. Oserei dire monumentale. Inizio a pensare che dovranno chiedersi quale sia la strategia migliore per non consegnare il paese alle destre, più o meno estreme; per non consegnarlo alle destre e ai populisti insieme; per non consegnarlo ai populisti di destra o ai populisti metà e metà; per non illudersi di vincere perché tanto dove cazzo devono andare; per difendere i valori in cui credono; per resistere al prurito di parlare di scieghimighe; per essere in pace con la coscienza, il mattino dopo le elezioni.
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Vi lascio,  con l’auspicio che aver condiviso il mio psicodramma politico, non sia occasione per vomitare slogan, ovvietà, volgarità, amenità, spocchiosità di ogni genere qui sotto. Tra quelli che, senza esitazione, tifano sugli spalti, a fare gli ultras di una parte e dell’altra, o di quell’altra ancora, immagino ci siano persone che osservano esterrefatte gli eventi di questi giorni, provando a comprenderli, a ricostruirvi una logica, a mediare le posizioni, ad analizzare gli scenari, a sconfortarsi e a confrontarsi, a parlare con educazione, dando luogo a un dialogo e non a un bullismo da terza media.
Quelli, qui, sono sempre i benvenuti. Gli altri, meno.
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Ps: dopo aver scritto questo post ho intrapreso un’estenuante discussione di tre ore con un amico penta-stellato della prima ora, uno di quelli assai convinti. È stato spossante, ma ce l’ho fatta e a un certo punto lui mi ha detto una frase che credo riassuma il pensiero di molti:
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“Il movimento non è perfetto, ma è migliorabile. Gli altri partiti non sono migliorabili”. 
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Gli ho risposto che io vedo soprattutto un margine di peggioramento, tanto più se il movimento viene affiancato dalla forza politica sbagliata. Chissà che non abbiamo ragione entrambi.

Etologia degli Antiabortisti

Giuro che non volevo scrivere un pezzo su questo tema. Non volevo, perché mi andava, piuttosto, di dedicarmi a qualche minchiata naif tipo “10 consigli per dividere il cesso con un uomo e non odiarlo“. Non volevo, perché fondamentalmente sono un’illusa e pensavo che nel 2018 non fosse necessario rimettere nero su bianco una lunga serie di ovvietà. Purtroppo, però, martedì ho avuto l’infausta idea di commentare sulla mia pagina Facebook la ripugnante campagna di CitizenGo contro l’aborto (sì, mi riferisco a quell’affissione che indicava l’interruzione di gravidanza come prima causa di femminicidio al mondo, facendo un minestrone di stronzate che neppure 4 salti in padella). A seguire, ho dovuto leggere centinaia di commenti, molti dei quali raccapriccianti. Così ho deciso di avventurarmi in una dettagliata Etologia degli Antiabortisti (perché essi sono ovunque, e sono intorno a noi, e dobbiamo imparare a riconoscerli), basandomi sui tipi umani che sono venuti a dibattere sul mio profilo, significativo campione della regressione culturale che è, ahinoi, la cifra del nostro tempo.

Prima di entrare nel vivo del discorso, però, ci sono tre premesse che vorrei fare. La prima è che dovreste documentarvi su cosa sia CitizenGo: un’associazione ultracattolica reazionaria di stampo fascista; qui trovate il pezzo di Vice, ma se capite lo spagnolo potete documentarvi su altre fonti come questa, oppure questa, oppure questa (ringrazio Maria Nardelli, che me le ha segnalate). La seconda premessa è che questo post urterà la sensibilità di molti (persino di alcuni favorevoli all’aborto) perché è scritto di pancia ed è intriso di provocazioni. Se non siete sufficientemente elastici, se siete troppo politicamente corretti e se non vi girano MAI le palle, ve ne sconsiglio la lettura. Terza e ultima premessa: rispetto la libertà d’espressione nella misura in cui esprime idee e concetti intelligenti ed evolutivi, non necessariamente coincidenti con i miei; mi confronto quotidianamente con opinioni diverse dalle mie, le accolgo, le rispetto e spesso mi aiutano a raffinare le mie posizioni. Le stronzate, però, no. Quelle non ce la faccio. Quindi ditemi pure che sono incoerente, contraddittoria, totalitaria, radical-stocazzo e tutto quello che vi pare. Pure Adolf Hitler aveva delle opinioni, se è per questo, e non è che la libertà d’espressione sia un cappello concettuale sotto il quale scaricare la più putrescente stupidità, o grettezza oscurantista, o ignoranza folcloristica. Chiarito tutto ciò, ora veniamo alla preannunciata Etologia degli Antiabortisti.

1. Antiabortista Fondamentalista 

È quello che non vuole sentire ragioni: l’aborto è un delitto, punto e basta. Un omicidio a pieno titolo, reso legale dall’infame legge 194. Mi piace pensare che questo genere di antiabortista che ha così a cuore la vita e il benessere di un embrione umano, non strappi le margherite dai prati (pure quella è vita), non possieda giubbotti in vera piuma d’oca (perché non è molto cortese spennare brutalmente le povere oche per il nostro comfort) e naturalmente che non mangi la pancetta (non è bello quello che fanno ai maiali quando li ammazzano eh, quelli piangono, pure se sono suini che vivono nel letame, i maiali capiscono che stanno per morire malamente e si disperano, prima della mattanza; certo, si potrebbe ammettere lo “specismo” e cioè che la nostra vita di esseri umani, anche quando è puramente potenziale, valga più di quella di tutte le altre centinaia di migliaia di esseri viventi presenti sul pianeta, ma non sono sicura che Gesù Cristo e San Francesco d’Assisi sarebbe d’accordo con una simile affermazione).  Questo antiabortista considera indiscriminatamente, qualunque donna ricorra all’aborto, un’assassina. Parla per slogan, non argomenta razionalmente le sue ragioni e, se possibile, ti fa un dettagliato e truculento resoconto del modo in cui, secondo lui, opera l’aborto, che uccide milioni di “bimbi” (anche il gergo, non è casuale mai) per mano di donne snaturare e colpevoli. Siamo dinanzi a una condanna, senza possibilità d’appello.

2. Antiabortista Moderato 

È quello che considera l’aborto un omicidio, però te lo concede se proprio sei stata stuprata e sei rimasta incinta. Insomma, se sei una vittima, se hai subito violenza, è ammissibile che tu possa fare ricorso a un’interruzione spontanea di gravidanza. Oppure se rischi di crepare, con quella gravidanza, in quel caso pure è legittimo (forse). Oppure, se ti si è rotto il preservativo e sei rimasta incinta per questa ragione (ma l’antiabortista moderato è convinto che questa sia una leggenda metropolitana e che i condom siano infallibili). In tutti gli altri casi, l’aborto non è ammesso e noi donne che vi facciamo ricorso siamo tutte scellerate, stronze, egoiste e cretine che dovrebbero piuttosto farsi sterilizzare, come i pet. Dovrebbe, secondo l’antiabortista in questione, istituirsi una specie di Corte Morale che decida, caso per caso, chi ha diritto di abortire e chi no. Ora, una delle argomentazioni predilette dall’antiabortista moderato, è il concetto di “abuso di aborto”. In altri termini egli è convinto che, poiché esiste una percentuale di donne che abortisce a seguito di superficialità (cioè mancata contraccezione), l’aborto in quanto tale andrebbe debellato, come se fosse un crimine contro l’umanità. Che, con tutto il rispetto, è un po’ come dire che siccome nel mondo esistono i ciccioni che s’abbuffano di cioccolata, bisognerebbe rendere illegale la cioccolata. A volte, poi, mi chiedo cosa sappiano, certi abortisti, dei veri crimini contro l’umanità. A volte mi chiedo, per esempio, se gli stessi che sono venuti a dispensare lezioni di morale cattolica sulla mia pagina Facebook, avessero perlomeno letto la notizia della strage che il giorno prima era successa a Gaza e che aveva mietuto centinaia di vittime, anche tra i bambini. Oddio, non si tratta di bambini bianchi e forse valgono meno, però quelli erano proprio bambini veri eh, fatti e finiti. Mi chiedo anche se questi abortisti che chiamano in causa il femminicidio, si indignino mai per le storie di ordinaria violenza a cui le donne sono sottoposte, o se siano lì a dire che il femminicidio è un’invenzione mediatica delle femministe coi peli sulle gambe, o se magari siamo noi che ce la siamo cercata per tutte le ragioni per cui le donne sono sempre, storicamente, nei secoli dei secoli, colpevoli di tutto. Più o meno dai tempi di Eva.

3. Antiabortista Maschilista

È quello che di base odia le donne ma, sia chiaro, questa posizione viene spesso assunta da donne stesse (che, com’è noto, non sono certo sprovviste di misoginia). Se decidi di abortire per ennemila ragioni personali, sei un’omicida piena di grilli per la testa come, cazzonesò, studiare, oppure fare carriera, oppure non recluderti nel ruolo di madre indipendentemente da quale sia la tua vita, o le tue ambizioni, o qualsivoglia variabile che possa influenzare una scelta del genere. L’antiabortista maschilista non va per il sottile, non aspetta altro che puntare il dito contro la donna e dire che è una sgualdrina stupida che avrebbe dovuto PENSARCI PRIMA…e se non l’ha fatto, cazzi sua! Naturalmente per questa tipologia di antiabortista è indubbio che il ricorso alle precauzioni debba essere appannaggio esclusivo della donna, come se l’uomo fosse un minus habens incapace di fare la sua parte per prevenire una gravidanza indesiderata. Come se gli uomini non fossero i primi votati al coito interrotto perché così l’arnese regge meglio, perché così sentono di più e perché a pelle è più bello. Allo stesso modo, per l’antiabortista maschilista, non si pone neppure il problema che la genitorialità sia una faccenda che riguarda entrambi i generi e che, sempre di più, dovrebbe riguardare entrambi i generi, non solo al momento del concepimento, ma pure nella crescita, nell’educazione, nei permessi dal lavoro e in una serie di altre variabili che, nell’anno domini 2018, rendono ancora impari le responsabilità di un figlio e condizionano molto più la vita della donna rispetto a quella dell’uomo. Di fronte a queste obiezioni, l’antiabortista maschilista sarà capace di balbettare qualcosa sulla natura, sulla biologia e sul fatto che s’è sempre fatto così.

4. Antiabortista Generazionale

È quello che se la prende con le donne applicando dei filtri sulla base dell’età. Se, per esempio, è una donna adulta che deve scegliere se portare avanti una gravidanza problematica, nella quale il bambino avrà gravi malformazioni, la colpa è della donna che s’è ricordata a 37 anni di fare un figlio, perché prima chissà quale assurdità s’era impegnata a fare. Se la ragazza che va ad abortire è una 20enne, invece,  sono proprio i giovani d’oggi fanno cacare perché pensano che l’aborto sia un metodo contraccettivo. Come se la colpa dell’ignoranza sessuale dei giovani fosse dei giovani e non, invece, di una società che ignora deliberatamente e completamente cosa sia l’educazione sessuale. Forse, e dico forse, sarebbe ora di riaprire una conversazione seria e costruttiva, oltre che istruttiva, sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate. Ma se i giovani di sesso (e di contraccezione) non capiscono un cazzo, se è vero (perché è vero) che le percentuali di acquisto di profilattici nelle fasce d’età più basse sono in progressivo calo, forse dipende anche dagli adulti che subappaltano qualsivoglia formazione sessuale a Pornhub. Educare, non reprimere. Non mi sembra difficile. La soluzione non è certo prendersela con un diritto che, VE NE DOVETE FARE UNA RAGIONE, è un diritto garantito dalla legge. La soluzione è creare cultura dove non ce n’è. Non tornare nel Medioevo e cancellare la storia, le lotte e UN REFERENDUM che si è già espresso 40 anni fa su un tema sul quale state ancora rompendo i coglioni.

5. Antiabortista Obiettore 

Dulcis in fundo, loro: i medici che lavorano negli ospedali pubblici e non praticano l’aborto (ma nulla vieta che poi, privatamente, possano raschiare tutto dietro lauto compenso). Quelli che sono pro-vita, come se le donne che difendono la libertà di non portare avanti una gravidanza siano pro-morte. Sono i medici che non intervengono e fanno crepare le donne, piuttosto che procedere con l’interruzione della gravidanza (è cronaca, non fantascienza, purtroppo). Sono quelli che disertano il proprio dovere in nome delle proprie convinzioni personali. Sono uno dei paradossi peggiori del nostro sistema sanitario nazionale, una vergogna indegna di uno Stato che si definisce laico. Se la legge dice che io posso abortire, io devo poterlo fare e NON devono esistere ospedali nei quali mi è impossibile farlo perché tutti obiettano (ci sono REGIONI italiane, ripeto REGIONI, nelle quali è praticamente una chimera trovare un ginecologo non obiettore). Ecco, so che questo mi renderà impopolare ed estremista, ma quando mi imbatto nelle testimonianze di donne che mi raccontano quante peripezie devono fare per riuscire ad abortire, quando leggo dei rischi che corrono per la propria salute nell’indifferenza degli obiettori, quando mi raccontano il giudizio morale che devono subire da chi dovrebbe invece aiutarle, penso che gli obiettori di coscienza andrebbero radiati dall’albo. Se decidi di intraprendere quella professione, sai che nel pacchetto ci sono anche l’assistenza e la cura delle donne che vogliono abortire e che hanno diritto di farlo, nella stessa identica misura in cui ci sono la cura e l’assistenza delle donne che vogliono portare a compimento la gravidanza. Punto e basta. Non dovrebbe esserci margine di discussione, e invece continua a esserci e francamente non se ne può più. Se non ti va bene interrompere le gravidanze, vai a fare il panettiere e lascia il posto a chi s’accolla gli onori e gli oneri di un ruolo per il quale non sei probabilmente all’altezza. Fine della storia. Ho letto commenti che sottolineavano come la professione ginecologica non consista solo nella pratica abortiva, vero, e come la medicina serva a salvare le vite, non a ucciderle, giusto. Però, HELLOOOO, l’aborto si praticava anche prima, e le donne ci rimettevano la vita perché i metodi erano rozzi, non igienici, non scientifici. Le mammane hanno lasciato spazio alla medicina e dovete rassegnarvi.  Esiste una cosa che si chiama libertà di decidere cosa fare della gravidanza, del proprio corpo e della propria vita. I medici pagati dagli ospedali pubblici dovrebbero garantire il rispetto di quel diritto, nella stessa misura in cui le forze dell’ordine dovrebbero garantire la sicurezza e gli avvocati dovrebbero garantire la miglior difesa possibile. Perché? Perché fa parte della loro PROFESSIONALITÀ. Perché questo è parte integrante del mestiere che hanno scelto. Se non lo fanno c’è un problema. Un problema gigante. FINE.

Detto tutto ciò, a nessuno piace l’idea di abortire e non vorrei che questo scritto passasse per un’ apologia dell’interruzione volontaria di gravidanza, perché non è di questo che si tratta. Il tema, per quanto mi riguarda, è smetterla di mettere sempre in discussione una libertà già discussa. È smetterla di decidere chi deve per forza avere figli e chi, invece, non ha diritto ad averne o ad adottarne. Il tema è smetterla di emettere sentenze approssimative, ignorando cosa sia l’esperienza dell’aborto per tutti, non solo per l’embrione/feto; quali ripercussioni abbia sulla DONNA; quanto possa essere più o meno complesso fare ricorso a una libertà che, siamo tutti d’accordo, è preferibile evitare a monte (praticando sesso protetto, e se abbiamo smesso di farlo ricominciamo a parlare di quanto sia importante prevenire, invece di cullare, piuttosto). Il punto è smetterla di distinguere tra chi ha diritto di fare ricorso all’aborto e chi no. È smetterla di accusare di omicidio qualcuno che per la legge italiana NON è un omicida. Il tema, per me, è rivendicare la sacrosanta e intoccabile libertà di scelta delle donne e garantire loro la possibilità di praticare aborti non clandestini. Francamente non credo esistano donne che, a fronte di una gravidanza imprevista, ricorrano all’aborto con la stessa disinvoltura con la quale vanno a farsi la ceretta brasiliana dall’estetista. Questa, a me, puzza di propaganda spicciola; oppure di ignoranza e, di nuovo, l’antidoto contro l’ignoranza non è mai altra ignoranza. 

Personalmente, non ho mai abortito e spero di non trovarmi mai nella condizione di doverlo fare, perché sono sicura che non sarebbe una scelta semplice. Se domani restassi incinta, lo terrei. Se fossi rimasta incinta a 20 anni non so cosa avrei fatto. Dire che esistono le precauzioni è vero, ma è ipocrita non ammettere che spesso non si usano e questo sì, è un errore, al quale si pone rimedio educando, non negando diritti già acquisiti. Abortire o non abortire è una scelta estremamente personale nella vita di una donna, pertiene un territorio del tutto intimo, nel quale nessuna condanna e nessun giudizio morale, aiuta. Lasciate fare il mestiere del Padre Eterno al Padre Eterno, se credete esista. E per il resto, NON TOCCATE LE NOSTRE LIBERTÀ.

E noialtre, che di quelle libertà comprendiamo il valore, alziamola pure la voce. Che qua l’oscurità cerebrale avanza e di questo passo finiremo a reintrodurre il delitto d’onore e a revocare il diritto di voto. Il tutto mentre il mondo più civile, nel quale siano consentite cose come l’eutanasia, la fecondazione eterologa, l’adozione per i gay e i single, diventa sempre più un miraggio irraggiungibile.

A questo punto, dopo essermi certamente giocata il favore di un buon numero di follouah, e dopo essermi assicurata un posto all’inferno in cui bruciare per l’eternità, io vi saluto. E vado a masturbarmi, così mi distraggo un po’.

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