Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
 .
 
Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
 .
Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
 .
 .
Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
 . 
Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
  .
Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
   .
Buon 8 marzo.
A tutte.  

La Quarta Fase dell’Amante

Quando sei stata un’Amante Veterana, cioè sei passata per Le 2 Fasi dell’Amante, e poi per la Terza, e hai finalmente raggiunto la Quarta e ultima fase, che poi è un attestato che consegui a vita, una specie di laurea ad honorem in Merda Sentimentale, e ti trovi a parlare con le Matricole,  quelle cioè che per la prima volta nella loro vita si misurano con la discutibile posizione di essere “l’altra”, provi a dar loro tutti gli strumenti in tuo possesso, affinché si traggano in salvo prima che lo tsunami di fogna le travolga.

Tuttavia, poiché generalmente la cosa più utile che si fa con i consigli è ignorarli, si tratta spesso di un dispendio di energie fine a se stesso, un po’ come quando hai avvistato l’Iceberg e urli al Titanic di virare, “VIRA, TUTTO A BABORDOOOO”. Ma sappiamo benissimo qual è stato poi il destino dell’inaffondabile transatlantico. Resta il fatto che noi, che siamo qui di vedetta e guardiamo le nostre colleghe inciampare una dopo l’altra negli stessi errori che abbiamo commesso noi, per i quali adesso abbiamo un gigantesco MAI PIÙ tatuato nell’anima, noi che ormai decliniamo le avances degli uomini impegnati con la stessa scrupolosa cura con la quale eviteremmo di contrarre la lebbra, non possiamo fare altro che mettere il nostro know how a disposizione delle più inesperte reclute della battaglia amorosa.

is-anyone-there-yes-what-do-you-see-iceberg

1. Il fatto che lui non ti abbia mai parlato di “avere una tipa” (dove tipa può significare qualunque figura femminile compresa tra un campionario di trombamiche e la moglie con la quale ha procreato una squadra di rugby) non significa che quella tipa non esista. Chiedere è lecito. Domanda esplicita, diretta, secca. La formula che io uso generalmente è “Sei sposato/fidanzato/convivente/padre/single-del-genere-non-mi-avrete-mai?”. Questo perché gli uomini appetibili, single e intenzionati ad avere una relazione, lo abbiamo detto diverse volte ormai, sono frequenti e facili da esperire quanto l’aurora boreale.

2. Ti dice che no. Non c’è nessuna. O meglio, niente di serio. Molta, molta attenzione a quel “niente di serio” perché la storia ci insegna che per ogni uomo che vive “niente di serio” con una donna, esiste una donna che fa progetti nuziali, immobiliari e genetici con lui. Oppure una ex con cui è in pausa di riflessione, che ci spera ancora un casino, che è la migliore amica di sua sorella, che sua madre la chiama per nome e con la quale lui – con buona approssimazione – si vede ancora. Non dico che dobbiate licenziarlo immediatamente, non siate la Gestapo dell’Amore, la vita di nessuno è realmente il deserto dei tartari, dai su, non pretendiamo l’assurdo, neppure la vostra lo è. Però ecco, non prendiamo per oro colato tutto. Una volta che abbiamo posto la domanda (punto 1), proviamo a capire se la risposta è sincera. Teniamo alta la guardia. Non viviamo nel mondo dei folletti e dei minipony. La gente mente. Lo fanno gli uomini e lo facciamo pure noi donne. Non dobbiamo approcciarci al mondo con radicale sfiducia, ma neppure credere al Mago Do Nascimento. Quindi, senza diventare inquisitorie, se sul sedile posteriore della sua macchina c’è un seggiolino per bambini (che magari è per suo nipote eh), almeno notiamolo. Se quando andiamo da lui, in bagno troviamo una maschera per capelli all’olio di Argan e lui è calvo, una domanda facciamocela. Se ci sono due spazzolini, due accappatoi, un pacco di assorbenti che fa bella mostra di sé (quindi ovviamente non aprite mobili, che sareste pazzeh, dico se è proprio lì), o qualunque genere di indizio che dimostri chiaramente che in quella casa c’è una donna bene insediata, sul serio, facciamo resuscitare dal coma la Angela Lansbury che è dentro di noi (specialmente se è tipo luglio e la compagna è stata provvidenzialmente spedita in Riviera a far fare un po’ di mare ai pargoli, che il mare fa bene ai bambini, si sa, e lui è rimasto nella calura metropolitana dove si consola con tutte le vaginesingle e non – in cui inciampa). Così come, se si fa sentire durante l’orario lavorativo e la sera sparisce, badiamoci. Idem se si smaterializza ogni cazzo di weekend. Per carità, può pure andarci benissimo un ménage del genere, ma almeno che siate consapevoli e non vi facciate prendere per il culo. Che poi quando siete coinvolte è un casino tirarsi fuori da queste situazioni, e levarsi di dosso il senso di stupidità per essersi fatte prendere in giro (era fidanzato/sposato e non me l’ha detto), è più difficile che buttare giù i kg di troppo dopo le festività.

angela-lansbury-la-signora-in-giallo_980x571

3 Altra ipotesi è che ti dica che in effetti sì, un rapporto ce l’ha, ma naturalmente in crisi. Una storia sulla via del tramonto. Una relazione senza futuro. Si stanno lasciando. È questione di tempo. Mesi. Giorni. Minuti. Guarda se non lo interrompevi lui proprio in quel momento stava andando a lasciare la moglie! Se voi non farete la cosa più intelligente da fare in quel momento (cioè girare i tacchi e andarvene liete per altri peni), probabilmente inizierà a raccontarvi cosa non va bene della compagna, che vogliono cose diverse, che si sono amati ma ormai le cose non funzionano più, che si sente incastrato in una vita che non è la sua e che vuole riprendere in mano il coraggio e tornare a VIVERE. Bla. Bla. Bla. Amiche, abbiate chiara a mente una cosa: quasi nessun uomo vi dirà mai “sì, in effetti con la mia partner va tutto bene, solo che sai, ogni tanto ho voglia di farmi una ciulata diversa, che la quiete è un poco noiosa, e quindi niente, chiaviamo?“. Loro sanno perfettamente che il deal che vi propongono non è vantaggioso (lo è solo all’inizio, un investimento che rende un casino nell’immediato e che vi manda in bancarotta emotiva sul lungo periodo), quindi devono tendenzialmente farcirlo bene. E spesso sono bravi. Spesso sono COSì BRAVI che si convincono anche loro. Finché la bolla non scoppia e non subentra la realtà.

4. La realtà generalmente è che NON la molla. E voi ci perdete X mesi se non anni, intere porzioni di vita, lustri in cui darete del lungo ad altri papabili candidati, perché sarete in stand by ad attendere il vostro grande amore che però, eh aspetta, oggi ha avuto una giornata difficile in ufficio, non posso parlarle; domani cade sua madre, neppure; dopodomani lei è in premestruo e rischia d’ammazzarlo, e tu vuoi metterti con un uomo morto? No certo che no, meglio aspettare. E poi il giorno dopo muore il suo gatto Ciccì, che aveva 45 anni, il momento è delicato. Fino al giorno in cui: eh niente, è incinta, avremo un bambino, ma no non ti ho mentito, non andavamo a letto insieme da secoli, è successo solo una volta, era il suo compleanno, e comunque zero attrazione, la libido è morta, lo sai che amo te. Certo. Morta come muore il vostro cuore che, per carità, resusciterà, ma dopo anni di psicanalisi e fisioterapia che per rimettervi in piedi l’anima e la fiducia nel genere maschile ci vorrà quasi la divinazione.

15367_war_of_the_roses-u1502818791551p-590x271-287-u1902188969454l1e-406x198

5. PEGGIO MI SENTO: la molla davvero. Lì voi pensate, povere illuse, che arrivi il bello, che finalmente starete insieme. POVERE ILLUSE. Chiariamo una cosa: rompere una coppia NON è un fatto auspicabile, neppure se l’oggetto del vostro desiderio ci è incastrato dentro. Quando la rottura si compie (TRANNE RARISSIMI CASI, le eccezioni che confermano la regola) viene il peggio: il senso di colpa, la guerra dei roses, il fallimento, le famiglie, la casa co-intestata, gli amici in comune, un intero sistema sociale che se va a mignotte. Anzi a mignotta, cioè te, perché è questa la description che accompagnerà il tuo nome per lungo tempo. Lo ami così tanto che non ti interessa? Eccellente. Sappi però che un conto è essere amanti, un conto è vivere la vita vera. Un conto è crogiolarsi in un’alcova di desiderio e impossibilità, di struggimento e zero-responsabilità, BEN ALTRA è assumere un ruolo, scendere in campo e giocare una partita (per vincerla). Vale tanto per te quanto per lui. Può diventare tutto meraviglioso all’improvviso (seh vabbeh), puoi ritrovarti in un incubo e chiederti come cazzo ci sei finita (e, darling, risponderti che ci sei finita con le tue gambe, sarà il riscontro più duro da dare a te stessa). Ora, lo so che il mio ti sembra terrorismo emotivo, che in fondo stai solo andando a prendere un caffè, non c’è niente di male. Che in fondo vi scrivete e basta. Che in fondo tu gestisci tutto benissimo. Che tu non vuoi rompere la sua coppia. Che smetti quando vuoi. Blablabla. Per questo leggi qui.

6. Le persone non escono dalle rotture che sono proprio primule a primavera. Specie se di mezzo ci sono avvocati, cause, alimenti, danni morali. Specie se di mezzo ci sono figli. Pensaci, cazzo. Pensaci. Pensaci per lui (saprà reggere tutto questo? è davvero così forte e così convinto?), pensaci per te (vuoi davvero accollarti un accumulo di macerie? Lo ami abbastanza da ricostruire insieme quello che resta di lui? Se sì, procedi. Se no, o non ne sei proprio sicura, Ctrl + Alt + Canc, uscita forzata e via).

7. Se resti lì, sappi che ti toccherà spalare una quantità inaudita di merda. Sappi che lei ti odierà, e tu odierai lei, in una specie di allucinazione emotiva nella quale finirai persino col dimenticare che sei tu l’abusiva, non lei. Quando parlerai di lei con le tue amiche trapelerà il disprezzo dalle tue parole, per una donna che neppure conosci se non attraverso i racconti alterati del suo compagno fedifrago. E saranno racconti dei quali non dubiterai, perché sarai totalmente obnubilata. Ma ricorda che senti sempre solo una delle campane.

8. E l’unico fatto concreto, che hai sotto gli occhi e che potresti valutare, fingerai di non vederlo. Il fatto, incontestabile, che l’uomo che presumi di aver scelto tra tutti gli uomini che popolano il pianeta Terra, quello che presumi d’amare così tanto, che ti sembra il migliore per te, il più desiderabile tra i desiderabili, è un uomo che ha mentito e ha preso per il culo un’altra donna. Non una qualsiasi. Quella che teoricamente amava e rispettava di più. Quella con la quale spartiva il tetto e il talamo, con la quale magari ha messo al mondo dei figli, con la quale ha sottoscritto un contratto (perché il matrimonio è un contratto), firmando che si sarebbe preso cura di lei per sempre. Ora, per carità, le storie finiscono, gli amori pure e le convivenze anche. Le famiglie s’allargano. Viviamo tutti in questa continua dinamica fluida delle relazioni, nella quale non esistono più punti d’approdo definitivi, e questo non è necessariamente un male. Però, ricordalo, ci sono modi e modi, anche per chiudere una storia. E ai suoi modi, quelli che usa con la sua partner, ti prego di fare caso. Perché il modo in cui un uomo tratta le sue ex, è il biglietto da visita che ci fa capire come tratterà (o potrebbe trattare, un giorno) noi.

tech-cheaters-1

9. L’aspetto generalmente più avvincente di queste situazioni, apparentemente trascurabile ma che nella sua sostanza rivela il paradosso di questi affair, è che tu nel giro di poco probabilmente ti troverai a essergli fedele. Cioè non andrai con altri. Non indirai una gara d’appalto per accaparrarsi la tua virtù. Al contrario, diventerai ligia e monogama, votata a questo amore in un regime non-detto (perché raramente il tema si affronta apertamente) di monogamia. L’apogeo di follia, molto comune tuttavia, si raggiunge quando lui inizia persino ad essere geloso di te. Una gelosia che ti lusingherà persino all’inizio, facendoti pensare che “ehi vedi che ci tiene“. Stronzate. È possesso, manipolazione, alterazione dei fatti: non devi alcuna esclusiva a uno che ogni notte dorme nel letto con un’altra persona. TATUATELO.

10. Tu mi dirai che in realtà tutti questi punti non corrispondono alla tua situazione. Perché tu non sei innamorata di lui, non sei mica stupida, non fai alcun progetto (e generalmente sappi che non se ne fanno mai, semplicemente a un certo punto le cose sfuggono al controllo). Tu mi dirai che lui però ti fa sentire speciale, per quegli scampoli di vita che condividete, perché è l’uomo più piacevole che tu abbia incontrato negli ultimi 5 anni e scusa se a un certo punto anche tu hai voglia di passare un po’ di quality time con un pene. Che non è mica colpa tua se sono già tutti presi. Che tu lo rendi un marito migliore, perché anzi lui con te sta bene quindi torna a casa e sopporta meglio l’oppressione della routine. Che siete solo due adulti consenzienti e che – tutto sommato – non fate del male a nessuno. E a questo ti rispondo che – a meno che non sia davvero solo e soltanto sesso animale (mah…) – va bene, hai ragione, continua pure, fino al giorno in cui sarà il tuo compleanno e lui non ci sarà; fino al giorno di Natale, che festeggerà a casa dei suoceri mandandoti gli auguri di nascosto; fino al Capodanno, quando partirà con lei e sparirà. Ma ehi, tu sei forte. E sarai forte sempre, finché un giorno non vedrai comparire sul suo smartphone la chiamata in arrivo di lei, che è salvata in rubrica “Amore“. Finché non ascolterai per caso una telefonata tra loro, nella quale lui sarà affettuoso e noncurante, tenero e falsissimo e non potrai in alcun modo fingere di non accorgertene. Non sentire un brivido d’orrore per la sua doppiezza. E in quel momento, anche se probabilmente non lo farai, vorrei tanto che dessi ascolto al tuo istinto di sopravvivenza e lo mandassi a cagare.

E sì, certo, esistono ALCUNI casi in cui delle storie iniziano clandestine e poi si stabilizzano, durano, vivono liete e feconde. Ma sono eccezioni che confermano la regola. E la regola è quella testé illustrata. Potete avere la presunzione di essere eccezionali, purché siate pronte ad accettare poi la media e la mediocrità degli esiti.

Insomma, nella Quarta Fase dell’Amante assomigli un po’ agli ex eroinomani, o agli ex bulimici/anoressici, che adesso vanno in giro a fare campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per dire a chi sta vivendo la stessa difficoltà, che ce la si può fare, ma che per uscirne bisogna volerlo.

Insomma, sei una specie di testimone e testimonial dello sfacelo emotivo. Ma sei anche una reduce. Sei una sopravvissuta. Sei una che dopo essersi ferita in trincea, conosce il valore inestimabile della pace. Anche in amore.

ps: ovviamente, sia chiaro, non solo le donne sono amanti, non solo gli uomini tradiscono, la cosa può valere anche a ruoli invertiti, con i dovuti distinguo, e blablabla, state sereni, lo sappiamo.

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
o-poop-emoji-ice-cream-facebook
.
Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
.
Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
.  
Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
.  . 
Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
 . . 
Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
. . 
Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
. . 
No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
.. 
Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

.. . 

ohhh_singleboxdonna1
. . 
1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
. . 
2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
 . 
3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
july_hairstylesfromsuits_700x400
.  
7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
.  
Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
 . 
Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
.  
Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

Taxi Rider

Milano è così. Ci sono volte che hai il bisogno feroce di scappare. E volte che hai il desiderio ardente di tornare. Non vale per tutti, naturalmente. E forse non vale per sempre. Non vale per quelli che Milano non la comprendono, per esempio. Non vale per quelli che di Milano non colgono l’essenza. Non vale per quelli che pensano che l’unica cosa che Milano abbia da offrir loro è uno stipendio di millerrotti euro al mese. Non vale per quelli che sono scappati prima che Milano sortisse la sua magia, o che — direbbero loro — li imprigionasse. Li compromettesse.

Sia chiaro, anche io sono stata così. Lo sono stata a lungo. Il mio rapporto con Milano è stato complicato, conflittuale, sofferto. Insomma, ha seguito il copione standard di tutte le mie relazioni amorose fondamentali. E si sarebbe interrotto, se io non avessi avuto la cocciutaggine di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Anche qui, esattamente come con gli uomini. In effetti, l’unica ragione per cui la mia storia con Milano non è finita, è che Milano non poteva mollarmi (cioè, farsi mollare, ma insomma è lo stesso) e trovarsene un’altra, più easy, più brava, più buona. Milano non aveva le gambe per andarsene.

Io Milano non la volevo. A me, di fare carriera, non me ne fregava un cazzo. Forse perché sapevo che comunque l’avrei fatta. Non la carriera in senso stretto, ma che qualcosa avrei combinato, in qualche modo, in ogni caso. Sono altre le cose che non ho mai saputo di me stessa, quelle su cui non avrei scommesso, quelle su cui ancora oggi nutro riserve. Se saprò mai amare, per esempio. Amare nel senso reale, non retorico, del termine. Sull’amore retorico sono una bomba. Nessuno mi batte, su quello. Ma sull’altro, quello vero, quello che investe (invece di sacrificare) una parte dell’individuo nel “noi”, ecco quella roba io boh. Vediamo. Le faremo sapere. Ma della carriera, non ho avuto dubbi mai. Questo per dire che io pensavo che di Milano non avevo bisogno. E pure che io Milano non la volevo. Per niente.

Ma le ho fatto il favore di venire qui. Così. Non mi serviva, Milano, ma sapevo che avrebbe potuto giovarmi, in qualche maniera. Perché ho sempre pensato che dai recinti bisognasse uscire, per indagare l’esterno, per capire cosa c’è dentro e cosa c’è fuori, e solo allora scegliere dove collocarsi. Sceglierlo, per l’appunto. O forse no, forse era solo curiosità. Forse era solo inerzia. Forse solo una sfida, una partita aperta, una punizione. Non lo so. Fatto sta che io qui ci sono venuta. E l’ho odiata.

L’ho odiata profondamente e a lungo. L’ho odiata per le sue contraddizioni e per i suoi eccessi. Per i suoi inglesismi e per i suoi terribili acronimi anglofoni (ASAP, FYI, TBC, ma come cazzo parlate?, pensavo). L’ho odiata per la sua fretta, la sua competitività, per i suoi altissimi standard d’efficienza, offerti e pretesi. L’ho odiata per le troppe opportunità che m’offriva, in mezzo alle quali non ero più capace di scegliere. Milano l’ho odiata perché ero smarrita. Perché ero arrivata qui con il mio piccolo-enorme bagaglio di certezze, e quella me l’aveva svuotato. Certezze forse è una parola forte. Persuasioni, ecco, potremmo dire “persuasioni”. Comunque molto radicate.

schermata-2017-01-23-alle-23-46-36

Ero persuasa di essere figa, per esempio. Ero persuasa di essere benestante, per esempio. Ero persuasa di essere brava. In men che non si dica, Milano mi ha chiarito che qui era pieno di gente più figa, più benestante e più brava di me. Me l’ha chiarito ignorandomi, inizialmente. Poi mi ha imbarazzata. Mi ha fatta sentire fuori luogo, inadeguata e mai abbastanza, un numero di volte che non saprei dire, perché non le potrei contare.

I primi anni la cosa che più mi auguravo, in qualunque contesto, era di risultare invisibile. Se non fossi stata invisibile, sarei comunque stata inappropriata. Tra le due, era senza dubbio migliore l’invisibilità. Essa, talvolta, può addirittura essere un super-potere. Non mi risulta che la Marvel abbia, al contrario, fatto un fumetto su un’eroina con il dono dell’inapropriatezza. Non esiste una X-Men col dono, per esempio, di essere grassa dove tutti sono magri (onestamente non so cosa facciano ai grassi a Milano; come minimo li deportano in un Fat Camp, dove realizzano una web-serie, che pubblicano su YouTube, ma fanno il teaser su Facebook, e le pillole video per Instagram e Vine, ma pure la gif per Twitter; e puoi seguire i protagonisti su Snapchat e insultarli in tempo reale).

Cioè, l’icona femminile per definizione “inappropriata” è Bridget Jones, ma andiamo, Bridget è sfigata. Io dico una Wonder Woman, una Catwoman, una Eva Kant (se dico imprecisioni, non vogliatemene, non capisco un cazzo di fumetti).

Non esiste una super-eroina col dono di avere numero 3, dico TRE, borse Carpisa. E io, beh, ce le avevo. Certo, avevo una Miu Miu nuova di zecca, che mi aveva regalato — svenandosi — un mio ex nel tentativo, immagino, di farsi perdonare plurime corna. Però ecco era UNA SOLA delle mie borse. L’unica.

Il primo giorno di lavoro, la prima cosa che mi disse quella che sarebbe stata nei mesi a seguire la mia tutor, fu “Bella borsa, ce l’ho uguale”. Ce l’aveva uguale. E ne aveva altre. Altrettanto fighe. Io no. Io avevo solo quella. Era la mia borsa migliore e io me la sparai al primo giorno di lavoro. Rookie mistake. Prima lezione di vita milanese: se non hai almeno 5 borse stra-fighe da poter sfoggiare in ordine crescente di fighezza, non andare a lavoro con la borsa più figa il primo giorno. Così come, se non hai la certezza di poter ampliare progressivamente il tuo Parco Borse con un upgrade costante di livello, mantieni comunque un profilo schiscio. E, bada, prima di passare a comprare una nuova borsa figa, devi equiparare il livello del portafogli. Perché un portafogli di Furla non sta bene dentro una borsa di Prada. E tra una borsa Coccinelle, e una borsa unbranded, preferisci l’unbranded, perché Coccinelle è come dire “Vorrei ma non posso”. Me lo sono sentito dire una volta, durante una riunione di lavoro. Inutile segnalarlo, avevo una Coccinelle.

La mia Miu Miu ad oggi giace semi decomposta sul mio ripiano delle borse, ma è ancora la borsa più figa che io abbia. L’unica che a Milano meriterebbe l’epiteto di “borsa”. E senza troppo entusiasmo comunque. Nel senso che Miu Miu non è come una Chanel originale. Cioè, brave tutte con la Miu Miu. È tipo l’entry-level di un’escalation di borse, al cui costo non esiste limite, non c’è un tetto. L’ho scoperto grazie a una delle mie amiche più milanesi, che è maestra di stile, una trend setter talmente VERA che non è neppure attiva sui social. Lei si veste in un modo, e pian piano quelle intorno a lei iniziano a vestirsi uguale. Borse così belle che le ho chiesto se, il giorno che deciderà che è stufa, che deve far spazio, che le deve buttare via, se per piacere le vende a me (sì, è un’OPA sulle borse usate della mia amica milanese, questa).

schermata-2017-01-23-alle-23-43-25

Ecco non saprei dire quand’è che io e Milano abbiamo smesso di portarci sulle palle. Un giorno però è successo.

No, non sono stati i concerti, gli eventi, le mostre, le anteprime, i servizi. Che comunque senza dubbio aiutano. Ma no. Non è per i concerti che vivi a Milano. Cioè a Milano suonano talmente tutti, che smetti pure di andarci ai concerti. Io, per lo meno, ho smesso. Preferivo di più quando dovevo prendere un treno lercio e massacrarmi fisicamente, di quando dopo una giornata di lavoro dovevo pure obbligarmi ad andare al PalaStocazzo o al ForumMinchia per vedere tale gruppo indie, di cui conoscevo due o tre canzoni, perché le ascoltava il mio ex di 2 anni prima. Ma sticazzi. No, non sono neppure i concerti che mi sono serviti ad amare Milano. Hanno aiutato, perché hanno aiutato. Aver visto Roger Waters, i Depeche Mode, gli Interpol, gli Arctic Monkeys, i Porcupine Tree, Morrissey, Bruce Springsteen, Patti Smith, gli Afterhours, i Baustelle (2 volte, agli Arcimboldi e al Carroponte) e decine di altri di cui non ricordo i nomi ma che saranno molto noti nel panorama indie, voglio dire per essere una che non va ai concerti, ne ho visti un bel po’. E per essere una a cui i musical fanno cacare, ne ho visti 3 o 4 (tra cui Rocky Horror ben 2 volte, una delle quali allo storico Cinema Mexico, e l’ho amato). Tutto questo ha aiutato. Ma non è stato questo.

È successo il giorno in cui ho smesso di guardare questa città come un’antagonista e ho iniziato a guardarla come complice, che le cose sono cambiate. Quando ho capito che dovevo comprenderla io, affinché mi comprendesse lei. Quando ho accettato che la diversità può essere un vantaggio. Quando mi sono assunta la responsabilità di esserci andata con le mie gambe, fuori dal recinto, smettendola di subappaltare a terzi le colpe e i meriti di quella che ero.

Milano ha iniziato a piacermi quando mi ha aiutata a diventare più simile a quella che vorrei essere. E questo un costo ce l’ha, certo che ce l’ha, ma è diventato un investimento e non una tassa emotiva.

Milano mi piace, adesso. Chiedermi perché io viva qui è come chiedermi perché ho i capelli ricci. O se penso di avere per sempre gli occhi castani.

Sono rientrata, dopo un mese di assenza, in treno, attraversando le intemperie che flagellano il Bel Paese. Sono arrivata di sera, tardi. Ho guardato le volte a botte in ferro della Stazione Centrale e sentito il freddo pungermi attraverso il jeans. Ho sollevato gli occhi e ho visto un cartello immenso che mi dice che SE VOGLIO, POSSO avere fino a 1 Gigabyte al SECONDO. Che non lo so, io sono ancora con l’adsl di mio nonno credo, ma va bene. Se voglio, posso.

Sono andata alla stazione dei taxi, dove i taxi ci sono, sempre. Con la fila, che scorre ordinata e civile. E i tempi di smaltimento sono quasi immediati.

Il tassista, per tutto il tragitto che dalla stazione mi conduceva a casa, mi ha raccontato tutte le sue disgrazie sentimentali, senza naturalmente conoscermi.  L’ho salutato dicendogli “Tutti abbiamo il nostro passato e tutti siamo passibili di giudizio. Il punto è trovare qualcuno che non ci giudichi, ma che ci comprenda e che sia disposto a conoscerci

Quello mi ha salutata complimentandosi, perché non gli capita mai di fare della conversazione così edificante.

La corsa comunque non me l’ha offerta.

Rientrata a casa, mi sono ricordata di quell’altra volta, che era estate, un luglio torrido che ti saresti scuoiata viva per il caldo. Rimasi nel taxi, sotto casa, a corsa terminata. A fumare una sigaretta insieme al tassista, parlando di quanto fosse difficile l’amore.  Di che scemenza fosse, l’amore. Gli raccontai tutto, quella volta. Neppure me ne accorsi. Mi fece mille domande e io gli risposi, senza filtri, nuda come un verme. Come una donna sola che ha un bisogno terribile di parlare. Come una bambina, del tutto spoglia della salvifica diffidenza metropolitana.

Mi feci mille paranoie, a seguire. Temendo mi avrebbe stalkerizzata. Che di me ormai sapeva tutto. Che magari era un serial-killer. Naturalmente non l’ho mai più visto.

Milano è così. Può esserti amica e pure innamorata. Se dimostri di meritarla.

Viceversa, può essere stronza e spietata. E se lo può permettere talmente tanto, di essere spietata e stronza, che pure chi la odia alla fine sta qua (non tutti quelli che la odiano, ma molti di quelli che ci vivono).

Dovrei scriverle comunque le mie avventure sui taxi milanesi.

Dovrei approfondire l’idea.

Taxi Rider dovrei chiamare la raccolta.

Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
.
3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
.  
8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
.
15822228_10212262116577499_1969489009_n
 .
11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
.

Niente, è quasi Natale

Niente, volevo dirti che è quasi Natale.
Volevo dirti che qui è freddissimo e che ancora non capisco come cazzo facciano i milanesi a sopravvivere all’inverno senza fare ricorso alla piuma d’oca. Sì, io i piumini ce li ho. Sì, sono una terrons, lo sai perfettamente. Però mi rifiuto di usarli, perché vivo a Milano da troppo tempo, lo capisci. Il problema, vedrai, è che a forza di fare la figa e uscire col cappottino quando qua ci son due gradi, m’ammalo. Un bel Natale con l’influenza.
Janis dice che i milanesi mettono i micropiumini sotto i cappotti. Così non muoiono di freddo. Dimenticavo che i milanesi sono magri. E comunque, volevo dirti, povere oche.
Niente, è quasi Natale. Milano è bellissima. Hai presente quando il freddo ti prende a schiaffi appena varchi la soglia di casa e l’aria è densa ma leggera insieme? E c’è quella specie di nebbia incerta, che sembra di muoversi nel latte totalmente scremato, e i respiri si condensano all’istante subito fuori dalle nostre bocche? Ecco. È così. Però con le luci di Natale appese da una sponda all’altra delle vie. Gli alberi. Le vetrine a festa. Le pasticcerie che scintillano. Le vecchie con le pellicce di visone. I vecchi coi cappelli. Le sciurette che spingono le carrozzine. Le auto che suonano i clacson. Le persone che ti invitano all’aperitivo pre-natalizio. Alla festa pre-natalizia. Alla cena pre-natalizia. Che insomma placatevi. Partiamo per una settimana di ferie, mica per il Vietnam.
15391144_10211320215301667_3108608541319213076_n
.  
Niente, è quasi Natale e volevo dirti che non ho comprato nessun regalo. Non farò regali a nessuno quest’anno. Ho troppi pochi soldi e troppa poca voglia. Spero anche che nessuno me ne faccia. Se tu ci fossi, però, a te lo farei. Ne avrei già in mente due o tre, di cose, che mi piacerebbe regalarti.
 .  
Niente, è quasi Natale e tornerò giù. Sì, farò le mie solite tappe. Prima l’Abruzzo, poi la Puglia. Ma non mi fermerò a lungo. Ho un sacco di lavoro arretrato da sbrigare. Succede così quando sei free-lance. Non hai un capo da cui andare e dire: “Senti hai rotto il cazzo, io questa roba non la faccio! Sono piena”. Il tuo capo sei tu. E, insomma, tutto ciò che arriva lo prendi. O quasi. Voglio dire, hai capito. Tipo come i ragazzini pre-adolescenti quando si infilerebbero anche in un buco nel mobile di legno della nonna, fatto dalle tarme.
.  
Niente, è quasi Natale e sono terrorizzata da quanto mi faranno mangiare i miei parenti. Ma sono tanto felice di rivederli. Anche perché ormai non li vedo quasi più. Succede così, quando si cresce. Però, quest’anno ho giocato d’anticipo e sono andata in palestra come una pazza furiosa per ben 6 giorni consecutivi, prima di partire. Tutti i giorni, per mettermi in forma prima del salasso alimentare. Comunque non ho perso un solo kg.
 .  
Niente, è quasi Natale e a me non piace il torrone. Neppure il panettone. Neppure il pandoro. Mi piace la pasta al forno con le melanzane fritte che fa mia zia. Che mangi quella e muori. Mi piace il polpettone che fa mia madre. Mi piace quando dopo la siesta giochiamo a sette e mezzo. Mi piace quando diciamo che non ceneremo perché a pranzo abbiamo mangiato troppo e alle 19.40 apparecchiano di nuovo la tavola giusto con i taralli, le olive, i nodini di mozzarelle, il capocollo, e i miei mangiano di nuovo perché “devono prendere le medicine” e non possono farlo a stomaco vuoto. Certo.
 .  
Niente, è quasi Natale e per il primo anno non si rispetterà la “tradizione del 27” con i miei amici. Che venivano a casa mia già mangiati e si giocava a zumpacavallo, prima, e a poker alla texana, poi.
 .  
Niente, è quasi Natale e io ancora non so cosa farò a Capodanno. Penso niente. Penso che neppure mi importa, a dire la verità. Che un tempo organizzavo le super-feste, iniziavo a mobilitarmi da ottobre. E invece ora non lo so. Non so dove sarò e non so con chi. È solo una sera, come tutte le altre, no?
.  
Se tu ci fossi, però, con te saprei cosa fare. Inviteremmo a cena i nostri amici. Cucinerei io ma mi farei aiutare dalle altre. Tu ti occuperesti del vino e della musica. E li accoglieremmo tutti in sala, nella casa vera che avremmo, proprio una casa intendo: non un garage adibito a casa, non un sottotetto adibito a casa, una cosa vera, con il bagno con la finestra, per dirne una.
 .  
Datemi le giacche, le appoggio in camera da letto.
.
15631548_10212129447180847_1216653487_o
 .  
Useremmo il servizio buono di piatti, come i veri borghesi. E dopo cena mi aiuteresti a metterli in lavastoviglie. Si può lavare il servizio buono in lavastoviglie, no? E poi giocheremmo a carte, o parleremmo, e rideremmo, continuando a bere vino. E aspetteremmo la mezzanotte. E poi, intorno all’1 i nostri amici gay se ne andrebbero per andare a ballare da qualche parte. Gli altri resterebbero ancora un’oretta, a bere un amaro o una grappa. E poi resteremmo soli. Finalmente. E forse saremmo troppo stanchi e troppo ubriachi per scopare. Forse io mi struccherei in bagno mentre tu ti lavi i denti, mi aiuteresti a tirare giù la zip del vestito, mi daresti un bacio sulle spalle. Forse commenteremmo qualche aneddoto che i nostri amici ci hanno raccontato, spegnendo tutte le luci. Forse, infilandomi a letto ti direi che l’anno prossimo però, se tutto va bene, se ho più soldi, ce ne andiamo in vacanza al mare, in qualche posto esotico di quelli che su Instagram prendono un casino di like. Tu mi stringeresti, da dietro, acconsentendo. Forte, fortissimo. E ci addormenteremmo di sasso. Satolli. Un po’ sbronzi. Molto sereni.
 .  
E l’amore lo faremmo la mattina dopo.
Appena svegli.
Per dare il buongiorno al nostro nuovo anno.
.   
Se tu ci fossi. Se tu esistessi.
Il fatto, invece, è che niente, è quasi Natale, e tu non ci sei.
.