Le Amiche del Cuore

Io e Gianna siamo state compagne di banco per tutti e cinque gli anni del liceo. Non ci assomigliavamo tanto. A dire il vero, non ci assomigliavamo quasi per niente. Innanzitutto lei era paesana e arrivava a scuola a bordo di uno di quegli autobus blu che quotidianamente riversavano decine di giovani provinciali nelle scuole cittadine. In secondo luogo, andava a messa e, peggio mi sento, faceva parte dei boy-scout, cosa per la quale l’ho presa per il culo per il quinquennio intero. Sentimentalmente io ero turbolenta e lei era quella pacata. Io avevo la verve della sgualdrina vanitosa, e lei quella della brava ragazza del sud. Quando c’erano gli scioperi lei spesso entrava, era uno di quei personaggi odiosi che consentivano ai prof di fare lezione, procedere col programma e soprattutto assegnare i compiti a casa, anche quando la classe era assente. Ho fatto molta fatica per volerle bene nonostante questo gigantesco difetto. Il sabato non uscivamo insieme (abitava, per l’appunto, in provincia) e l’estate non ci vedevamo quasi per niente. Pur tuttavia, il nostro è stato uno dei legami amichevoli più intensi che io abbia vissuto nella mia vita.

Gianna era famosa per le sopracciglia perfette, per le tette grosse e per la sua indole determinata e incazzusa (ma quello è proprio un fatto genetico degli abitanti del suo paese). Soprattutto, era famosa per la sua schiettezza indomabile, al limite della brutalità. Insomma, tra le due, la diplomatica ero io e con questo credo di aver reso abbastanza chiaramente l’idea. Una volta, durante un’assemblea di classe, fece piangere una delle nostre compagne. Insomma, Gianna era una di carattere, da maneggiare con attenzione. Studiava, più di quanto facessi io, ed entrambe a fine anno portavamo a casa una media degna di due “secchie”. Ci saremmo diplomate entrambe con 100/100, insieme ad altri 4 compagni di classe, e in tutto eravamo 16, dovevamo essere una classe di geni ribelli, di enfant prodige.

La nostra diversità ci ha permesso di condividere gli anni del liceo senza scontrarci praticamente mai. Al contrario, abbiamo creato un rapporto simbiotico, come forse solo a quell’età è possibile fare, di quelli in cui ti leggi nel pensiero senza manco guardarti in faccia, in cui conosci l’altra persona in maniera così profonda da anticiparne le reazioni, i commenti e i comportamenti. La connessione cerebrale ed emotiva, a quell’età, si sperimenta con le amiche, mica coi fidanzati. I fidanzati sono una cosa strana, una tappa evolutiva da ottemperare, uno strumento di scoperta sessuale, un placebo per la radicale insicurezza della gioventù e sono quasi sempre sbagliati, inadeguati, incapaci di esplorare le infinite profondità dell’animo femminile. Le amiche invece, oh, quelle sono le prime con cui ci si imbatte nei perniciosi anfratti dell’emotività, della fiducia, dei tradimenti e dei conflitti.

Io e Gianna abbiamo condiviso confessioni, pettegolezzi, paturnie e una discreta deficienza nelle materie scientifiche che, considerato che frequentavamo il liceo scientifico, era un argomento abbastanza preponderante della nostra agenda mediatica. Ogni giorno, al pomeriggio, ci attaccavamo al telefono e io non so cosa cazzo avessimo da raccontarci, ma parlavamo per due, tre ore. Le orecchie squamavano, le cornette diventavano incandescenti e le nostre madri si lamentavano perché – magari – c’avevano pure bisogno di fare una telefonata loro. La scusa, per me, era chiederle quali compiti avessimo da fare per il giorno dopo. Io non li scrivevo, lei si appuntava tutto scrupolosamente.

Oltre la sua apparenza riottosa, Gianna era una ragazza estremamente sensibile, acuta e intelligente (il suo nome scout era “Aquila Giudiziosa” e non aggiungo altro). È una persona a cui non ho mai dovuto argomentare la mia complessità, non mi sono mai dovuta giustificare della mia arroganza, né sforzarmi di dissimulare il mio narcisismo. Gianna mi ha voluto bene per quella che ero, in un periodo in cui evidentemente non capivo assolutamente chi fossi. E io ho fatto la stessa cosa con lei, senza dubbi e senza ripensamenti.

In assoluto, è la persona con cui ho riso di più nella mia vita, da lucida, cioè senza l’aiuto di sostanze alteranti. Ridevamo fino a farci venire i crampi alle guance, fino a lacrimare, fino all’asfissia. Non so neppure di cosa ridessimo. Stronzate, per lo più. Al liceo di quello si ride. Dell’imitazione della prof d’inglese o della prof di filosofia. Della caricatura del prof di matematica, disegnata sul diario. Del modo in cui il prof di lettere pronunciava la zeta. Come spesso succede a quell’età, avevamo creato un nostro gergo amicale, una microlingua fatta di citazioni e rimandi che solo noi comprendevamo appieno. E, in quell’età in cui si impara a stare al mondo, a relazionarsi con persone diverse dalla propria famiglia di origine, io e Gianna abbiamo sempre fatto squadra, in maniera perlopiù incondizionata: io sapevo che lei era dalla mia parte, lei sapeva che io ero dalla sua, anche quando non necessariamente approvavamo le espressioni pubbliche delle rispettive istanze (tipo quella volta che ha fatto piangere la nostra compagna di classe, ma a quel tempo eravamo in guerra, noi femmine, c’erano due fazioni ben divise, sono cose che succedono, si sa). Di base, tra di noi, c’era fiducia piena e c’era, al tempo stesso, l’illusione che quell’amicizia fosse inossidabile, che sarebbe durata per sempre, che sarebbe sopravvissuta a qualunque cambiamento, o scossa, o rivoluzione copernicana delle nostre vite. È normale, a quell’età, illudersi che sia così, ed è normale soffrire quando ci si accorge che così non è. Un pochino, in verità, ci si continua a illudere anche negli anni a venire, ogni volta, quando si incontra una cosiddetta “Amica del cuore“, qualcuna alla quale per un periodo di tempo ci sentiamo saldate da una sorellanza apparentemente indelebile. E, negli anni a venire, si continua a soffrire ogni volta che quel patto di incondizionata fiducia si infrange, spesso per nessuna ragione clamorosa, senza uno scontro plateale, senza un “perché” chiaro che ci dia pace. Esattamente come succede alla fine degli amori.

Fatto sta che si sa come vanno le cose: si cresce, ci si perde, ci si allontana, ci si lascia andare. Si accumula risentimento perché c’è sempre una che rincorre e una che si nega. C’è sempre una che non risponde all’ultimo sms (o whatsapp che dir si voglia). C’è sempre una che prende le distanze perché nelle amicizie troppo viscerali a un certo punto bisogna staccarsi. Bisogna conquistare il proprio spazio nel mondo, crescere indipendentemente, non cullarsi più nell’ombra dell’altra e imparare a stare sedute da sole al banco della vita. O, semplicemente, insieme ad altri compagni di gioco.

Negli archivi della mia memoria, che sono una specie di schedario andreottiano nel quale custodisco i verbali di chiusura di alcune delle mie amicizie più significative, c’è segnato che è stata Gianna ad allontanarsi e che io l’ho lasciata andare. Che a un certo punto non ci siamo più viste e più sentite, sebbene ci fossimo trasferite a studiare nella stessa città. Soffrii ovviamente un casino, all’epoca, e pensai un sacco di cose tristi e mortificanti del nostro rapporto, come per esempio “EVIDENTEMENTE NON ERA VERA AMICIZIA, MA SOLO CIRCOSTANZA”. Per un buon numero di anni ho perso fiducia nella possibilità di vivere una relazione d’amicizia sana con le donne, ho ripudiato il concetto stesso di “migliore amica” e ho deliberato che le amicizie maschili fossero sicuramente le più idonee per me.

Qualche anno fa, io e Gianna ci siamo riscritte per caso e siamo riuscite a organizzare un pranzo in Puglia durante le feste di Natale (come se non fossimo già sufficientemente satolle delle abbuffate familiari). Lei è arrivata a bordo del solito autobus blu provinciale e io con l’auto dei miei. Abbiamo pranzato, e chiacchierato, e ci siamo raccontate gli ultimi quasi 10 anni di vita. Era stato un bel pranzo, un disgelamento, la rottura del silenzio.

E poi, la settimana scorsa, ho presentato il romanzo a Bologna e quella si è presentata all’evento, senza dirmi nulla. Ha assistito all’intera presentazione e ha atteso che terminassi tutta la liturgia del firma-copie, possiamo-farci-un-selfie-insieme-maccerto-figurati-ci-mancherebbe e poi, alla fine, ci siamo guardate e ci siamo abbracciate fortissimo senza dirci niente. È stata una sorpresa bellissima, tra tanta gente che era come se mi conoscesse, ce n’era una che mi conosceva per davvero. Una che aveva saputo i miei segreti, le mie fisime e le mie fragilità. Una che per 5 anni aveva decifrato ogni mia singola espressione facciale, ogni mio cenno di disappunto o di approvazione.

Abbiamo bevuto uno spritz insieme, dopo, e fumato una sigaretta. Eravamo felici, entrambe, e poiché non eravamo da sole abbiamo trattenuto la voglia di raccontarci duemila aneddoti, e novità, e pettegolezzi, e confidenze. Abbiamo iniziato a ridere, come un tempo, ripensando a ciò che ci faceva ridere da ragazzine, imponendoci un contegno sociale del quale avremmo volentieri fatto a meno, ripescando decine di gag dal passato che sono ancora capaci di farci piegare in due dalle risate. Prima di salutarci, ci siamo promesse di rivederci presto, in un tette a tette (e che tette!), e recuperare un po’ del tempo perduto.

Ecco, non so se lo faremo mai, perché insomma siamo adulte e siamo tutte prese, ognuna col suo viaggio ognuna diversa, ciascuna i propri impegni, gli obblighi e le scadenze, l’agenda fittissima e la difficoltà di curare i rapporti interpersonali vicini, figurati quelli lontani. Ma ciò che conta è che quella sera ho capito una verità importante: esattamente come certi amori, esistono amicizie che non finiscono, che fanno giri immensi e poi ritornano. Esistono complicità che sopravvivono alle avversità della vita, al tempo e alle acredini adolescenziali. Ho capito che l’amicizia tra donne è un affare complicatissimo in ogni caso ma, al tempo stesso, è una forza potente, possibile e affascinante. Sono tornata a Milano, pensando che quando si è state amiche in un certo modo, si resta in qualche misura amiche per sempre. Che certe amicizie sono come un timbro indelebile nella memoria, che sbiadisce gli screzi e lascia emergere i ricordi belli, le risate e le lacrime (quelle di felicità). Sono tornata a Milano con una consapevolezza nuova: quando si è state amiche per davvero, non c’è nulla che si perda. C’è solo la vita che fa il suo corso, e a volte ci allontana, e a volte ci avvicina. Ma di base non ci cancella mai.

PS: com’è ormai consuetudine, colgo l’occasione per segnalarvi la pubblicazione del mio nuovo video, la prima parte di Vagi4You, un mini-documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, del quale sono molto, molto, molto proud. Guardatelo, liketelo, commentatelo e soprattutto condividetelo. Se vi va ❤ 

Etologia degli Antiabortisti

Giuro che non volevo scrivere un pezzo su questo tema. Non volevo, perché mi andava, piuttosto, di dedicarmi a qualche minchiata naif tipo “10 consigli per dividere il cesso con un uomo e non odiarlo“. Non volevo, perché fondamentalmente sono un’illusa e pensavo che nel 2018 non fosse necessario rimettere nero su bianco una lunga serie di ovvietà. Purtroppo, però, martedì ho avuto l’infausta idea di commentare sulla mia pagina Facebook la ripugnante campagna di CitizenGo contro l’aborto (sì, mi riferisco a quell’affissione che indicava l’interruzione di gravidanza come prima causa di femminicidio al mondo, facendo un minestrone di stronzate che neppure 4 salti in padella). A seguire, ho dovuto leggere centinaia di commenti, molti dei quali raccapriccianti. Così ho deciso di avventurarmi in una dettagliata Etologia degli Antiabortisti (perché essi sono ovunque, e sono intorno a noi, e dobbiamo imparare a riconoscerli), basandomi sui tipi umani che sono venuti a dibattere sul mio profilo, significativo campione della regressione culturale che è, ahinoi, la cifra del nostro tempo.

Prima di entrare nel vivo del discorso, però, ci sono tre premesse che vorrei fare. La prima è che dovreste documentarvi su cosa sia CitizenGo: un’associazione ultracattolica reazionaria di stampo fascista; qui trovate il pezzo di Vice, ma se capite lo spagnolo potete documentarvi su altre fonti come questa, oppure questa, oppure questa (ringrazio Maria Nardelli, che me le ha segnalate). La seconda premessa è che questo post urterà la sensibilità di molti (persino di alcuni favorevoli all’aborto) perché è scritto di pancia ed è intriso di provocazioni. Se non siete sufficientemente elastici, se siete troppo politicamente corretti e se non vi girano MAI le palle, ve ne sconsiglio la lettura. Terza e ultima premessa: rispetto la libertà d’espressione nella misura in cui esprime idee e concetti intelligenti ed evolutivi, non necessariamente coincidenti con i miei; mi confronto quotidianamente con opinioni diverse dalle mie, le accolgo, le rispetto e spesso mi aiutano a raffinare le mie posizioni. Le stronzate, però, no. Quelle non ce la faccio. Quindi ditemi pure che sono incoerente, contraddittoria, totalitaria, radical-stocazzo e tutto quello che vi pare. Pure Adolf Hitler aveva delle opinioni, se è per questo, e non è che la libertà d’espressione sia un cappello concettuale sotto il quale scaricare la più putrescente stupidità, o grettezza oscurantista, o ignoranza folcloristica. Chiarito tutto ciò, ora veniamo alla preannunciata Etologia degli Antiabortisti.

1. Antiabortista Fondamentalista 

È quello che non vuole sentire ragioni: l’aborto è un delitto, punto e basta. Un omicidio a pieno titolo, reso legale dall’infame legge 194. Mi piace pensare che questo genere di antiabortista che ha così a cuore la vita e il benessere di un embrione umano, non strappi le margherite dai prati (pure quella è vita), non possieda giubbotti in vera piuma d’oca (perché non è molto cortese spennare brutalmente le povere oche per il nostro comfort) e naturalmente che non mangi la pancetta (non è bello quello che fanno ai maiali quando li ammazzano eh, quelli piangono, pure se sono suini che vivono nel letame, i maiali capiscono che stanno per morire malamente e si disperano, prima della mattanza; certo, si potrebbe ammettere lo “specismo” e cioè che la nostra vita di esseri umani, anche quando è puramente potenziale, valga più di quella di tutte le altre centinaia di migliaia di esseri viventi presenti sul pianeta, ma non sono sicura che Gesù Cristo e San Francesco d’Assisi sarebbe d’accordo con una simile affermazione).  Questo antiabortista considera indiscriminatamente, qualunque donna ricorra all’aborto, un’assassina. Parla per slogan, non argomenta razionalmente le sue ragioni e, se possibile, ti fa un dettagliato e truculento resoconto del modo in cui, secondo lui, opera l’aborto, che uccide milioni di “bimbi” (anche il gergo, non è casuale mai) per mano di donne snaturare e colpevoli. Siamo dinanzi a una condanna, senza possibilità d’appello.

2. Antiabortista Moderato 

È quello che considera l’aborto un omicidio, però te lo concede se proprio sei stata stuprata e sei rimasta incinta. Insomma, se sei una vittima, se hai subito violenza, è ammissibile che tu possa fare ricorso a un’interruzione spontanea di gravidanza. Oppure se rischi di crepare, con quella gravidanza, in quel caso pure è legittimo (forse). Oppure, se ti si è rotto il preservativo e sei rimasta incinta per questa ragione (ma l’antiabortista moderato è convinto che questa sia una leggenda metropolitana e che i condom siano infallibili). In tutti gli altri casi, l’aborto non è ammesso e noi donne che vi facciamo ricorso siamo tutte scellerate, stronze, egoiste e cretine che dovrebbero piuttosto farsi sterilizzare, come i pet. Dovrebbe, secondo l’antiabortista in questione, istituirsi una specie di Corte Morale che decida, caso per caso, chi ha diritto di abortire e chi no. Ora, una delle argomentazioni predilette dall’antiabortista moderato, è il concetto di “abuso di aborto”. In altri termini egli è convinto che, poiché esiste una percentuale di donne che abortisce a seguito di superficialità (cioè mancata contraccezione), l’aborto in quanto tale andrebbe debellato, come se fosse un crimine contro l’umanità. Che, con tutto il rispetto, è un po’ come dire che siccome nel mondo esistono i ciccioni che s’abbuffano di cioccolata, bisognerebbe rendere illegale la cioccolata. A volte, poi, mi chiedo cosa sappiano, certi abortisti, dei veri crimini contro l’umanità. A volte mi chiedo, per esempio, se gli stessi che sono venuti a dispensare lezioni di morale cattolica sulla mia pagina Facebook, avessero perlomeno letto la notizia della strage che il giorno prima era successa a Gaza e che aveva mietuto centinaia di vittime, anche tra i bambini. Oddio, non si tratta di bambini bianchi e forse valgono meno, però quelli erano proprio bambini veri eh, fatti e finiti. Mi chiedo anche se questi abortisti che chiamano in causa il femminicidio, si indignino mai per le storie di ordinaria violenza a cui le donne sono sottoposte, o se siano lì a dire che il femminicidio è un’invenzione mediatica delle femministe coi peli sulle gambe, o se magari siamo noi che ce la siamo cercata per tutte le ragioni per cui le donne sono sempre, storicamente, nei secoli dei secoli, colpevoli di tutto. Più o meno dai tempi di Eva.

3. Antiabortista Maschilista

È quello che di base odia le donne ma, sia chiaro, questa posizione viene spesso assunta da donne stesse (che, com’è noto, non sono certo sprovviste di misoginia). Se decidi di abortire per ennemila ragioni personali, sei un’omicida piena di grilli per la testa come, cazzonesò, studiare, oppure fare carriera, oppure non recluderti nel ruolo di madre indipendentemente da quale sia la tua vita, o le tue ambizioni, o qualsivoglia variabile che possa influenzare una scelta del genere. L’antiabortista maschilista non va per il sottile, non aspetta altro che puntare il dito contro la donna e dire che è una sgualdrina stupida che avrebbe dovuto PENSARCI PRIMA…e se non l’ha fatto, cazzi sua! Naturalmente per questa tipologia di antiabortista è indubbio che il ricorso alle precauzioni debba essere appannaggio esclusivo della donna, come se l’uomo fosse un minus habens incapace di fare la sua parte per prevenire una gravidanza indesiderata. Come se gli uomini non fossero i primi votati al coito interrotto perché così l’arnese regge meglio, perché così sentono di più e perché a pelle è più bello. Allo stesso modo, per l’antiabortista maschilista, non si pone neppure il problema che la genitorialità sia una faccenda che riguarda entrambi i generi e che, sempre di più, dovrebbe riguardare entrambi i generi, non solo al momento del concepimento, ma pure nella crescita, nell’educazione, nei permessi dal lavoro e in una serie di altre variabili che, nell’anno domini 2018, rendono ancora impari le responsabilità di un figlio e condizionano molto più la vita della donna rispetto a quella dell’uomo. Di fronte a queste obiezioni, l’antiabortista maschilista sarà capace di balbettare qualcosa sulla natura, sulla biologia e sul fatto che s’è sempre fatto così.

4. Antiabortista Generazionale

È quello che se la prende con le donne applicando dei filtri sulla base dell’età. Se, per esempio, è una donna adulta che deve scegliere se portare avanti una gravidanza problematica, nella quale il bambino avrà gravi malformazioni, la colpa è della donna che s’è ricordata a 37 anni di fare un figlio, perché prima chissà quale assurdità s’era impegnata a fare. Se la ragazza che va ad abortire è una 20enne, invece,  sono proprio i giovani d’oggi fanno cacare perché pensano che l’aborto sia un metodo contraccettivo. Come se la colpa dell’ignoranza sessuale dei giovani fosse dei giovani e non, invece, di una società che ignora deliberatamente e completamente cosa sia l’educazione sessuale. Forse, e dico forse, sarebbe ora di riaprire una conversazione seria e costruttiva, oltre che istruttiva, sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate. Ma se i giovani di sesso (e di contraccezione) non capiscono un cazzo, se è vero (perché è vero) che le percentuali di acquisto di profilattici nelle fasce d’età più basse sono in progressivo calo, forse dipende anche dagli adulti che subappaltano qualsivoglia formazione sessuale a Pornhub. Educare, non reprimere. Non mi sembra difficile. La soluzione non è certo prendersela con un diritto che, VE NE DOVETE FARE UNA RAGIONE, è un diritto garantito dalla legge. La soluzione è creare cultura dove non ce n’è. Non tornare nel Medioevo e cancellare la storia, le lotte e UN REFERENDUM che si è già espresso 40 anni fa su un tema sul quale state ancora rompendo i coglioni.

5. Antiabortista Obiettore 

Dulcis in fundo, loro: i medici che lavorano negli ospedali pubblici e non praticano l’aborto (ma nulla vieta che poi, privatamente, possano raschiare tutto dietro lauto compenso). Quelli che sono pro-vita, come se le donne che difendono la libertà di non portare avanti una gravidanza siano pro-morte. Sono i medici che non intervengono e fanno crepare le donne, piuttosto che procedere con l’interruzione della gravidanza (è cronaca, non fantascienza, purtroppo). Sono quelli che disertano il proprio dovere in nome delle proprie convinzioni personali. Sono uno dei paradossi peggiori del nostro sistema sanitario nazionale, una vergogna indegna di uno Stato che si definisce laico. Se la legge dice che io posso abortire, io devo poterlo fare e NON devono esistere ospedali nei quali mi è impossibile farlo perché tutti obiettano (ci sono REGIONI italiane, ripeto REGIONI, nelle quali è praticamente una chimera trovare un ginecologo non obiettore). Ecco, so che questo mi renderà impopolare ed estremista, ma quando mi imbatto nelle testimonianze di donne che mi raccontano quante peripezie devono fare per riuscire ad abortire, quando leggo dei rischi che corrono per la propria salute nell’indifferenza degli obiettori, quando mi raccontano il giudizio morale che devono subire da chi dovrebbe invece aiutarle, penso che gli obiettori di coscienza andrebbero radiati dall’albo. Se decidi di intraprendere quella professione, sai che nel pacchetto ci sono anche l’assistenza e la cura delle donne che vogliono abortire e che hanno diritto di farlo, nella stessa identica misura in cui ci sono la cura e l’assistenza delle donne che vogliono portare a compimento la gravidanza. Punto e basta. Non dovrebbe esserci margine di discussione, e invece continua a esserci e francamente non se ne può più. Se non ti va bene interrompere le gravidanze, vai a fare il panettiere e lascia il posto a chi s’accolla gli onori e gli oneri di un ruolo per il quale non sei probabilmente all’altezza. Fine della storia. Ho letto commenti che sottolineavano come la professione ginecologica non consista solo nella pratica abortiva, vero, e come la medicina serva a salvare le vite, non a ucciderle, giusto. Però, HELLOOOO, l’aborto si praticava anche prima, e le donne ci rimettevano la vita perché i metodi erano rozzi, non igienici, non scientifici. Le mammane hanno lasciato spazio alla medicina e dovete rassegnarvi.  Esiste una cosa che si chiama libertà di decidere cosa fare della gravidanza, del proprio corpo e della propria vita. I medici pagati dagli ospedali pubblici dovrebbero garantire il rispetto di quel diritto, nella stessa misura in cui le forze dell’ordine dovrebbero garantire la sicurezza e gli avvocati dovrebbero garantire la miglior difesa possibile. Perché? Perché fa parte della loro PROFESSIONALITÀ. Perché questo è parte integrante del mestiere che hanno scelto. Se non lo fanno c’è un problema. Un problema gigante. FINE.

Detto tutto ciò, a nessuno piace l’idea di abortire e non vorrei che questo scritto passasse per un’ apologia dell’interruzione volontaria di gravidanza, perché non è di questo che si tratta. Il tema, per quanto mi riguarda, è smetterla di mettere sempre in discussione una libertà già discussa. È smetterla di decidere chi deve per forza avere figli e chi, invece, non ha diritto ad averne o ad adottarne. Il tema è smetterla di emettere sentenze approssimative, ignorando cosa sia l’esperienza dell’aborto per tutti, non solo per l’embrione/feto; quali ripercussioni abbia sulla DONNA; quanto possa essere più o meno complesso fare ricorso a una libertà che, siamo tutti d’accordo, è preferibile evitare a monte (praticando sesso protetto, e se abbiamo smesso di farlo ricominciamo a parlare di quanto sia importante prevenire, invece di cullare, piuttosto). Il punto è smetterla di distinguere tra chi ha diritto di fare ricorso all’aborto e chi no. È smetterla di accusare di omicidio qualcuno che per la legge italiana NON è un omicida. Il tema, per me, è rivendicare la sacrosanta e intoccabile libertà di scelta delle donne e garantire loro la possibilità di praticare aborti non clandestini. Francamente non credo esistano donne che, a fronte di una gravidanza imprevista, ricorrano all’aborto con la stessa disinvoltura con la quale vanno a farsi la ceretta brasiliana dall’estetista. Questa, a me, puzza di propaganda spicciola; oppure di ignoranza e, di nuovo, l’antidoto contro l’ignoranza non è mai altra ignoranza. 

Personalmente, non ho mai abortito e spero di non trovarmi mai nella condizione di doverlo fare, perché sono sicura che non sarebbe una scelta semplice. Se domani restassi incinta, lo terrei. Se fossi rimasta incinta a 20 anni non so cosa avrei fatto. Dire che esistono le precauzioni è vero, ma è ipocrita non ammettere che spesso non si usano e questo sì, è un errore, al quale si pone rimedio educando, non negando diritti già acquisiti. Abortire o non abortire è una scelta estremamente personale nella vita di una donna, pertiene un territorio del tutto intimo, nel quale nessuna condanna e nessun giudizio morale, aiuta. Lasciate fare il mestiere del Padre Eterno al Padre Eterno, se credete esista. E per il resto, NON TOCCATE LE NOSTRE LIBERTÀ.

E noialtre, che di quelle libertà comprendiamo il valore, alziamola pure la voce. Che qua l’oscurità cerebrale avanza e di questo passo finiremo a reintrodurre il delitto d’onore e a revocare il diritto di voto. Il tutto mentre il mondo più civile, nel quale siano consentite cose come l’eutanasia, la fecondazione eterologa, l’adozione per i gay e i single, diventa sempre più un miraggio irraggiungibile.

A questo punto, dopo essermi certamente giocata il favore di un buon numero di follouah, e dopo essermi assicurata un posto all’inferno in cui bruciare per l’eternità, io vi saluto. E vado a masturbarmi, così mi distraggo un po’.

Femministe col Culo degli Altri

La settimana scorsa sono stata invitata, insieme ad altri bloggers, giornalistis e influencers, a una cena con Mary Lynn Bracht, scrittrice americana, di origini coreane. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un’interlocutrice anglosassone, e di dire quelle cose tipo nais tu mit iu, ho riflettuto sul senso della serata e del suo romanzo, in uscita in 18 paesi, tra cui l’Italia (con Longanesi). Figlie del Mare, questo il titolo, racconta un tema di cui — specialmente qui in Occidente — sappiamo davvero poco: la storia delle comfort women coreane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se a questo punto state pensando qualcosa tipo “Che noia la storia delle prostitute asiatiche“, avete ragione. Due palle questi romanzi storici, politici, femministi nella sostanza e non nell’etichetta. Chi se ne frega. Quante erano? 200.000. Che è successo? Le hanno ridotte in schiavitù sessuale e venivano quotidianamente stuprate dai militari giapponesi. Si vabbè, ma tipo 70 anni fa! Sì sì, roba vecchia, ci basta fare i conti con l’Olocausto. Chi se ne importa delle ferite inferte su popoli lontani, quando ci siamo noi qui, che siamo tanto inguaiati. E poi ormai le donne non fanno che parlare e lamentarsi di tutto, e alzano la voce in tutto il mondo, e mò dobbiamo deprimerci pure con questo pezzo della storia delle donne di cui non sappiamo un cazzo? Che noia. Avete ragione. Per questo motivo ho deciso di sconsigliarvi la lettura di questo romanzo.

Innanzitutto perché è lungo 370 pagine, neppure troppe, ma comunque per leggerle tutte serve più impegno di quanto ne richieda, per esempio, condividere un bel video, molto ritmato, di Freeda su Facebook (e, sia chiaro, a me piacciono i video di Freeda); lo sconsiglio, perché ha una storia, una trama e qualche riferimento storico, dunque intellettualmente potrebbe essere più impegnativo di scegliere un nuovo gadget di Frida Kahlo su Amazon; lo sconsiglio, perché forse non c’è neppure un passaggio che potrete fotografare e pubblicare su Instagram con l’hashtag #girlpower. Lo sconsiglio, perché è un libro faticoso, non da leggere ma da sentire nelle budella; lo sconsiglio perché metterà a dura prova la vostra sensibilità e aprirà uno spiraglio nauseante sulla brutalità degli esseri umani. Vi sconsiglio questo libro perché se lo leggeste vi taglierebbe dentro, non dico con la stessa perizia con cui ha fatto Primo Levi ai suoi tempi, ma con lo stesso tipo di bisturi, quello capace di incidere e chiarire che esiste un bene e che esiste un male, e che ci sono casi in cui non si sollevano dubbi in proposito.

E se questo ancora non è sufficiente a dissuadervi, io no so che dirvi. Non capisco perché vi incaponiate, perché vogliate sporcarvi le mani e l’anima a leggere un libro che accende la coscienza, scritto da una donna, sulle donne. Perché dovreste leggerlo, quando potete continuare comodamente a pensare che essere femministe sia più o meno come essere hipster: nessuno sa esattamente che cazzo significhi, ma tutti siamo un po’ vittime della loro estetica. Ecco facciamoci bastare il femminismo estetico, quello confortevole che sta in superficie, che ci fa pensare che le cose stiano cambiando da sole. Prendiamoci il marketing del femminismo e rendiamo grazie, la sua narrazione mediatica, la fuffa inoffensiva, la querelle televisiva, lo slogan, l’advertising, il trend. Roba che fa scena e che va pure bene, ma che non basta. Roba che poi, nella sostanza, cambia di poco le cose, così non corriamo il rischio di evolverci, e ci risparmiamo la fatica di studiare. Non leggetelo, questo libro, tanto ci appassionano più le guerriere delle vittime,  e continuiamo a ignorare come tutti i ruoli della femminilità siano interdipendenti, e come da questo nasca il femminismo intelligente. Il femminismo potente. Quello capace di pensare e attuare prospettive future più eque. Intanto, nel dubbio, spariamoci le pose, atteggiamoci, frammentiamoci in sottoculture disomogenee e in piccole lotte intestine, dài. Del resto ci bastano le immagini e l’immaginario, la retorica e l’accessorio, per sentirci femministe, mica dobbiamo esserlo per davvero, il mercato lo sa. Il femminismo tira un casino, dilaga ovunque nel tessuto narrativo, crea stereotipi nuovi. Si trasforma in femvertising che, tecnicamente, è la pubblicità fatta dalle donne per le donne, veicolando messaggi positivi e incoraggianti (empowering, letteralmente) indovinate per chi? Ma per le donne, ovvio.

Tuttavia il femminismo liofilizzato e ammansito, reso fenomeno di costume, va oltre. Prendete Westworld, di cui ho visto le prime due puntate della seconda stagione. La vicenda è popolata da eroine ribelli e spietate, volto unico della rivolta, affiancate da figure maschili remissive e obbedienti, servi adoranti e coraggiosi, pronti a seguirle ciecamente nei loro propositi sovversivi, al fine ultimo di sconfiggere i nemici, che sono tutti maschi, potenti e stronzi. Insomma, una specie di revengefantasy in gonnella, un po’ inno e un po’ caricatura del movimento #MeToo e delle sue rivendicazioni. Se ancora non vi basta, prendete l’alta moda, le sfilate in cui i modelli e le modelle in passerella indossano t-shirt da 400 dollari con su scritte frasi di matrice femminista. Dall’Haute Couture agli scaffali di H&M e Primark, il POP-Femminismo è al suo massimo vigore storico, gronda promesse di mondi migliori, propone armature illusorie per una battaglia che poi, in fondo, nelle pieghe della quotidianità, non intraprendiamo quasi mai.

Dev’essere questo il disagio, sottile e persistente, che avverto da mesi. Posto che qualunque deriva femminista, anche la più naif, mi pare comunque preferibile a qualsivoglia maschilismo, oscurantismo, sessismo e paternalismo, non riesco a liberarmi da una preoccupazione originale (originale come il peccato di Adamo ed Eva): rischiamo di imbrigliare il potere dirompente di una nuova coscienza femminista nelle maglie della pop-culture? Stiamo forse creando un’onda anomala di dibattito senza approfondimento ed educazione? Una bolla di opinioni a buon mercato che non hanno base accademica (perché a volte l’accademia ci vuole eh) né potenziale formativo?

Mi sono risposta che la pop-culture va pure bene. È utile, forse persino necessaria per creare vivacità nell’ambiente, per avvicinare chi ha bisogno della sicurezza che solo un argomento trattato sulle cover per smartphone può garantire. E che tutto il resto è troppo impegnativo da conseguire, massì, accontentiamoci del merchandising del femminismo, invece di leggerlo, masticarlo, deglutirlo, digerirlo e infine, se siamo fortunate, cagarlo. Agghindiamoci da femminista gipsy, o da femminista BruceWillis, o da femminista intellettuale e tanto basta. Non importa imparare a pensare, agire e sentire da femminista. Il cervello e i contenuti sono sopravvalutati, non ci servono mica. La cultura e la conoscenza, decisamente non sono utili per accreditarci come POP-Feminist in grado di mietere migliaia di like.

Non leggetelo, questo libro perché poi forse avrete voglia di approfondire, capirete che alcune donne (che avremmo potuto essere noi, o le nostre madri, o le nostre figlie, o le nostre sorelle) sono state vittime di un crimine contro l’umanità proprio in quanto donne, giovani, ragazzine al limite dell’infanzia. Non leggetelo questo libro, perché potrebbe aprirvi la mente, interrogarvi su quante altre donne oggi vivano in condizioni inaccettabili, farvi pensare che siamo una collettività, un gruppo gigantesco che subisce violenza da secoli, a qualunque latitudine del globo terraqueo e a qualunque livello della scala sociale (è notizia della settimana scorsa che persino le suore di clausura di Pamplona si sono indignate per l’ennesima ingiustizia giudiziaria a seguito di uno stupro di gruppo, tanto per non citare un caso italiano o americano).

Insomma: non leggetelo, Figlie del Mare, perché leggere questo romanzo è un atto femminista e potrebbe indurvi a pensare che si possa fare di meglio; e che essere femministe col culo degli altri potrebbe non essere abbastanza.

Leggere questo romanzo è un fatto. Non è una t-shirt, un meme, una gif.

È un’azione culturale che rischierebbe di insegnarvi qualcosa.

È un pericoloso gesto politico che vi porterebbe con la mente lontano.

E col cuore, incredibilmente vicino.

Ci siamo capite?

***

Io mi sono sempre opposta a questa storia delle magliette, di dover fare le mie magliette, di diventare una maglietta, perché a un certo punto bisogna fare le magliette; perché Memorie di Una Vagina è un brand che ci starebbe benissimo su una maglietta, eccetera, eccetera…ma se lo fa Christian Dior, stamparci il femminismo su tessuto, allora posso farlo anche io. 

E cosa scriverci sopra, lo decido io. 

Dimmi Perché Piangi

 

Da ieri sera verso in uno stato di paranoia catatonica. Ho pure pianto, a un certo punto, prima di andare a dormire, mentre pisciavo, seduta sul cesso. Non c’era una ragione precisa, non ero neppure in premestruo. Ho pianto e non so perché.

Non sarebbe stato un problema, se non avessi avuto accanto un esemplare di pene sapiens sapiens che mi chiedeva perché piangessi (adoro gli uomini, che pensano sempre che ci voglia una ragione per piangere e non sanno che invece piangere a volte è un modo per far respirare l’anima, per allentare l’apnea, per mollare la tensione e arrendersi, e poi trovare la forza per calmarsi e riprendersi). Sarebbe stato tutto regolare, se avessi avuto la libertà di rinchiudermi nella mia bolla di auto-disagio e auto-commiserazione, di colare a picco nelle mie paturnie, di abbandonarmi alla deriva indomabile del disprezzo più feroce che nutro per me stessa.

Insomma, robe che io conosco bene e lui non conosce affatto, e che sono solo alcuni dei miei demoni, quelle forze oscure della mia psiche che mi fanno sempre pensare che dovrei andare in analisi, mapperò non c’ho i soldi (né per quella, né per il dentista, né per il dermatologo, né per il nutrizionista, né per il personal trainer, né per un cazzo di ciò che dovrei fare per prendermi cura di me).

Di positivo c’è che ormai li conosco, quei demoni, e questo, si capisce, è un grande vantaggio rispetto a quanto succedeva, chessò, dieci anni fa. Se c’è un aspetto valido della crescita, o dell’invecchiamento, è che impari i tuoi malesseri a memoria, li riconosci dall’odore, prima ancora che si presentino alla tua porta, senza preavviso, cogliendoti nella tua personale condizione di degrado.

Alcuni li ripari, certo, ma altri sono talmente radicati da essere intoccabili. Non sono fantasmi da sconfiggere, ma malfunzionamenti interiori da governare e con i quali scendere a compromessi, imparare a convivere, trovare armistizi psicologici, esercitare comprensione, pazienza e carità. Resta il fatto, però, che non sempre ci si riesce. E che io non brillo per comprensione, pazienza e carità. Sono anzi un curioso incrocio tra una debosciata nichilista e viziosa, e una nazista intransigente e totalitaria. Non pratico le vie di mezzo, odio i gradi e i tempi che la vita richiede per accadere e ho un talento impareggiabile per spalarmi tonnellate di merda addosso e poi dirmi: “Vedi? Fai schifo!” E tutto questo riesco a farlo in qualsivoglia contesto, in qualsivoglia momento. Riesco a farlo anche a ridosso di un periodo di lavoro intenso e gratificante, due giorni prima di partire per il ponte del 1 maggio e andare a trovare i miei, che se mi dice bene mi faccio pure una bella giornata di mare (e ora che l’ho detto è naturale che pioverà ininterrottamente). Riesco a mortificarmi anche nelle condizioni di agio più estreme, e riesco a farlo anche quando ho una persona accanto che mi adora e alla quale – forse – dovrei mostrare le parti belle di me, non la fogna.

Però, la fogna c’è.

E questa è una condizione con la quale chiunque si avvicini molto a un altro essere umano deve essere disposto a confrontarsi. Il tanfo degli irrisolti, delle ansie, delle paure, dei fallimenti, delle debolezze e delle incapacità altrui, prima o poi, gli arriverà. L’olezzo indigesto del disamore per sé è un affare scomodo, in aperto conflitto con la realtà che esistono persone che ci stimano, ci desiderano, ci considerano, a qualche immeritato livello, un modello di qualcosa.

Ecco, io sono un modello di disordine, di indisciplina, di ribellione a me stessa. Sono il più sordido contrappasso che si possa immaginare, la talpa infame, la boicottatrice indefessa.

Devo perdere peso per salute? Ok, allora ricomincio a fumare.

Trovo l’amore? Ok, allora devo re-ingrassare.

Lavoro tanto e mi piace ciò che faccio? Ok, ma ricordati che comunque sei una pezzente. 

E così, mentre il pover’uomo ieri sera mi guardava, crucciato all’idea che dietro quelle lacrime e quei  silenzi ci fosse chissà quale pericolosa discussione della nostra relazione, io provavo ancora più imbarazzo per la puerilità del mio malessere. Perché non avevo voglia di dirgli che mi consideravo solo una cicciona piena di vizi e senza soldi. Non avevo voglia di dirgli che il mio estratto conto segna 337 euro, sebbene io avanzi oltre 10mila euro di pagamenti per lavori già svolti, ma si sa come funziona in Italia, no? Lavori a ottobre 2017, e a maggio 2018 ancora non ti hanno pagata, e va bene così, ma ogni volta che mi ritrovo in questa situazione metto in discussione tutta me stessa, la vita che ho scelto di fare (perché l’ho scelto eh, mica mi ci sono ritrovata per caso a questo punto), le possibilità di crescita che ho e la madonna sa cos’altro. Non avevo voglia di dirgli che fumo un pacchetto di sigarette al giorno e che ogni cazzo di volta che impugno l’accendino so che mi faccio male e non riesco a trovare la motivazione per smettere. Né avevo voglia di condividere l’eterno problema del bioritmo a mignotte, che condiziona l’esistenza, l’alimentazione, la produttività. Neppure avevo voglia di dirgli che ho ricominciato a vergognarmi del mio corpo, a volerlo coprire, a non volere che mi si tocchi la pancia perché è gonfia, oppure flaccida, oppure appesa e che di tutto questo mi ero liberata e invece ci sto tornando, perché in palestra non vado, perché mangio male, perché bevo vino, o birra, o cocktail ogni santo giorno. Così come non avevo voglia di dirgli che – sebbene io in costume da bagno non mi sia sentita mai a mio agio, e sebbene sappia che nella mia vita sono chiamata a superare prove ben più rilevanti della prova bikini (auto-cit) – mi inquieta l’idea di mostrarmi a lui in costume, che è diverso dal mostrarsi in camera da letto o sotto la doccia, che in casa ci sono solo io, mentre in spiaggia ci sono le persone toniche, quelle brave, quelle socialmente accettabili, quelle giovani, quelle che s’ammazzano di squat tutto l’anno e giustamente sfoggiano culi da combattimento che inghiottono mutande tra le natiche per tutta l’estate. E certo, lo so che mica sta con me per le mie chiappe (che comunque dichiara di amare) ma per la mia testa, va bene, ma comunque sia non è bello pensare che tra corpi scolpiti nel marmo debba vedere il mio, segnato dal tempo, dalle cattive abitudini, dalla trasandatezza ingiusta che gli sto imponendo e naturalmente dal rifiuto culturale per una serie di misogine pratiche estetiche, che risolvono con la chirurgia l’inefficienza di Madre Natura.

Non avevo voglia di dirgli neppure che mi sento paralizzata,  come se il mio auto-miglioramento fosse un eterno fallimento, un risultato perennemente mediocre, un insuccesso costante, interrotto solo da progressi temporanei. Non avevo voglia di dirgli che tutto ciò che sto trascurando di me stessa, mina profondamente la fatica che ho fatto per imparare a volermi bene.

“Domani mi passa”, ho detto al pene sapiens sapiens. E ho mentito. Perché so che questa inquietudine, quando arriva, non se ne va in un giorno, è un ospite sgradito che sporca le giornate e occupa i miei spazi interiori. E quando mi viene la crisi esistenziale, generalmente ogni anno, a primavera, quando tutti sono felici e dovrei esserlo pure io perché le giornate s’allungano, nei locali ci si può sedere all’aperto, il sole illumina l’asfalto, i collant si ripongono nel cassetto, l’atmosfera estiva arriva, in uno sciame di insetti e polline, a suggerirci che le vacanze sono all’orizzonte, ecco proprio quando dovrei essere felice come tutti, divento repellente e depressa. E anche amara, perché so che a un certo punto non ha senso sfogare a parole la frustrazione per la propria debolezza. È necessario agire. E io me lo ripeto ogni giorno, ogni sera, poco prima di dormire: da domani riprendo le redini; da domani ricomincio a occuparmi di me; da domani non fumo più; da domani torno in palestra; da domani mangerò bene; da domani sarò quella che – con inconcepibile fatica – ho dimostrato di poter essere. Oggi faccio schifo, ma da domani sarò migliore.

Mi chiedo quando arrivi domani, perché va così già da un po’, e mi rispondo che il punto è che domani non arriva mai, se non decidiamo di andargli incontro e prenderlo per le palle, o per le corna, o per qualsivoglia parte anatomica.  L’importante è afferrarlo, il domani, e incominciare da un punto, uno qualsiasi, che sconfigga l’immobilismo, la stasi, il bisogno di punirsi inconsciamente di non si sa bene cosa, il rifiuto presente di amarsi, la paura di cambiare e di concedersi una meritata serenità.

Da domani ricomincio a concentrarmi sulle cose belle, per smetterla di sprofondare in quelle di merda, promesso. Oggi, facciamo che mi odio ancora un po’. Poi smetto.

Perlomeno fino alla prossima crisi mistica.

L’Amore Arriva Quando Meno Te l’Aspetti

Di tutte le frasi che hanno accompagnato il mio periodo di militanza single, ce n’è una che ho sofferto più delle altre (e, sia chiaro, le trovavo tutte mediamente insopportabili, da “Sei troppo esigente” a “Perché non ti iscrivi a un corso di fotografia?“).

Ogni volta che il malcapitato interlocutore indulgeva in un retorico “L’amore arriva quando meno te l’aspetti“, mi saliva il crimine. Innanzitutto, perché io l’amore me l’aspettavo sempre, me l’aspettavo eccome, lo pretendevo persino, doveva essermi riconosciuto di diritto ed ero piuttosto seccata dal suo ritardo, figurarsi se poteva esistere un solo momento della vita in cui non ci pensassi.

In secondo luogo, perché quando ho capito che trovare un compagno non era un fatto così scontato, ho deciso che non sarebbe mai accaduto. Che era infattibile. Avevo un approccio scientifico, praticamente aritmetico, per dimostrare a me stessa e agli altri che io non l’avrei mai trovato, che la mia “persona giusta” non poteva esistere, essere viva, essere single, vivere nella mia stessa parte di mondo, parlare una lingua comprensibile, incontrarmi, innamorarsi e innamorarmi, ma, soprattutto, aver voglia di una “relazione seria“, con un timing compatibile col mio. Insomma, FANTASCIENZA PURA. Più me lo raccontavo e più il mio ragionamento mi pareva inoppugnabile.

Ero arrivata persino a dubitare fortemente della mia predisposizione, o inclinazione, o autentica intenzione di intraprendere una vita di coppia; avevo stabilito, in altri termini, che l’amore è come la matematica: o ci sei portato, oppure fai una fatica bestiale (e comunque spesso, nonostante gli sforzi, resti mediocre). L’amore, evidentemente, non era la mia materia. Ero molto brava a organizzare un evento, per esempio, ma non ad avere un fidanzato. D’altra parte, avevo un senso fortissimo dell’impossibilità sentimentale, e un certo disprezzo per la pratica della speranza, che mi pareva di per sé una confessione di insicurezza, di incompletezza. Io non ero insicura. E non ero incompleta. Certo, non ero neppure felice, ma non dipendeva dall’amore. Non solo, perlomeno. E non mi sarei mai abbassata a “sperare di trovare l’amore“, che era una cosa così pink-pop, così chick-lit, così old-economy.

Fatto sta che, a quel punto, sentirmi dire che l’amore arriva quando meno te l’aspetti mi sembrava una vergognosa menzogna, tipo quelle sulle religioni, oltre che un’immane presa per il culo. Mi pareva che mi si richiedesse un atteggiamento di remissivo ottimismo, di accomodante positività. E io, ai tempi, non avevo scorte né dell’uno, né dell’altra. Anzi, le mie perplessità crescevano esponenzialmente quanto più gli altri provavano a rasserenarmi. Da come ne parlavano, l’amore pareva un miracolo, una suggestione, il jackpot della Lotteria Italia. Insomma,  esso si presentava alla mia percezione come un privilegio esclusivo a cui non tutti avevano accesso, e non capivo il criterio alla base della selezione. Non si accoppiavano solo i belli o solo i brutti, solo i brillanti o solo gli stupidi, solo i ricchi o solo i poveri. La mia impressione era che si accoppiassero tutti, tranne me e qualche sparuto individuo di passaggio per il limbo dei single, tra una relazione e l’altra. Avevo intessuto delle amicizie abbastanza forti, in quegli anni, con altre persone che un po’ per scelta e un po’ per circostanza, diventavano adulte come me, senza un compagno o una compagna. Mi sembrava che la mia vita sarebbe in effetti stata sempre così, e dunque avevo preso a impegnarmi per vederci il meglio, superando l’horror vacui dei weekend, dei giorni liberi, delle serate e delle maledette ferie estive (Che cazzo faccio? Dove vado? Con chi? No, non sono ancora pronta a scarpinare nella giungla con lo zaino in spalla, insieme a un gruppo di donne nubili alla ricerca del marito ideale).

Oggi, che sono invischiata in una storia sentimentale apparentemente normale e matura (perlomeno per i miei standard), non potete capire quanto fastidio mi procuri l’idea che avessero ragione loro, quelli che mi dispensavano lezioni d’amore per dilettanti. Non sopporto l’idea, cioè, che fosse esattamente come mi dicevano, e che i miei dilemmi potessero effettivamente essere liquidati con una frase fatta, un modo di dire, uno stereotipo preso al discount dei luoghi comuni sull’amore. E invece…

E invece quello, il cosiddetto “amore“, è arrivato davvero in un momento in cui LETTERALMENTE non ci stavo pensando. Era la settimana di uscita del mio romanzo, ero COMPLETAMENTE assorbita da altro, la mia vita non avrebbe potuto sentirsi più piena di quanto fosse, non avevo un minuto di tempo da dedicare a qualcuno che non fosse la criatura, il libro, quell’oggetto fucsia nelle mani dell’umanità. Ecco, proprio quando ero più distratta, più emozionata, più in divenire che mai, con tutto ciò che il divenire comporta (tipo un’ansia mortale), è arrivato l’amore. Così, a complicare, a moltiplicare, a completare ciò che mi pareva già abbastanza completo di per sé.

Fatto sta che l’evidenza era inoppugnabile. Era arrivato mentre non ci pensavo. Avevano ragione loro, gli altri, gli stronzi che mi ammorbavano con questa frase. E allora mi sono chiesta come fosse accaduto questo strano fenomeno, che io mi distraessi. Avevo smesso di pensare all’amore senza accorgermene e non credo fosse esistito un momento prima, nella mia vita, in cui avrei potuto riuscirci altrettanto spontaneamente; molte volte me l’ero imposto, e non ci ero riuscita, come succede con le diete quando non sei davvero motivata a farle.

La risposta è banale: si smette di pensare all’assenza dell’amore, quando ci si può concentrare sulla presenza di qualcosa di persino più bello, più urgente, più raro, come la realizzazione di un sogno personale. In quel periodo, mi si parava innanzi un nuovo elettrizzante paragrafo della mia vita: non sapevo cosa sarebbe successo, quante persone avrei conosciuto, quanti viaggi avrei intrapreso, ma sapevo che era un momento per essere felice e, finalmente, lo ero. Lo ero, da sola. Lo ero, insieme ai miei affetti. Lo ero, senza un uomo. Mission accomplished.

Naturalmente, c’era anche dell’altro. Per esempio che la scrittura del romanzo era stata catartica, terapeutica, liberatoria, per me. Avevo fatto ciò che andava fatto; avevo elaborato, smaltito, vivisezionato e ricucito letteralmente gli irrisolti del mio passato, ed ero per la prima volta pulita, disintossicata, finalmente e inconsapevolmente pronta a intraprendere nuove avventure. La mia storia era diventata la storia di Nina, e no, non per filo e per segno, la fiction c’è, è ovvio, il punto non è se ho fatto un ménage a trois oppure no, quello è pettegolezzo; il punto è che le emozioni raccontate, per essere scritte, sono state vissute, masticate, vomitate e ricomposte. Nel romanzo ci sono le budella, ben visibili, ed è per questo che ha fatto bene a così tante persone (stando a ciò che mi hanno scritto e a ciò che mi hanno detto nelle circa 20 presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia).

Insomma, se dovessi ricostruire la dinamica dell’incidente che ad oggi mi vede innamorata di un uomo che mi ama (o così pare) è questa:

1.In primo luogo, smaltire gli irrisolti; è impossibile iniziare una relazione sana se abbiamo ancora le scorie del nostro passato dentro

2. In secondo luogo, il suggerimento che darei a un’amica single sconfortata, come a volte sono le donne single e come a lungo sono stata anche io, è proprio di spalmare quell’amore sentimentale inespresso, su amori diversi. È riempire la propria vita di altre forme di passione, di attenzione, di cura e di condivisione. È investire su un pezzetto di , che funziona con o senza un compagno accanto. È godere del tempo a propria disposizione per coltivare sogni e allevare passioni. È scoprire cosa ci fa sentire meglio, e provare a farlo sempre di più, e a farlo sempre meglio. Che si tratti di scrivere, di suonare, di ballare, di cucinare, di mangiare, di insegnare, di viaggiare, di fare fotografie, di interpretare una piece teatrale, di fare volontariato, di studiare. Qualunque cosa sia, fatela, perché serve a tirar fuori la luce che avete dentro.

Alla fine della fiera, quello che la gente prova a esprimere quando dice che l’amore arriva quando meno te l’aspetti, forse è questo. Qualcosa tipo: occupati di altro, pensa ad altro, fai altro. Esci dal loop. Tenta cose nuove. Avventurati fuori dalla tua zona di comfort. Prova ad avere meno verità incrollabili. Prova a metterti più in discussione. Divertiti. Non svenderti in millemila storielle inutilmente mortificanti (nel senso che proprio, a conti fatti, non ne vale la pena). Non essere così risentita. Non essere così incazzata. Non picchiare duro i tuoi spigoli contro il prossimo, che non serve a un cazzo. Non avere sempre quell’aria di sufficienza. Tira fuori i tuoi meriti, il tuo talento, la tua bellezza. Trasmetti soddisfazione e felicità, che attirano molto più della delusione e della lamentela. E scopri come fare, per essere semplicemente più soddisfatta e più felice di te.

Sì, credo che si intenda qualcosa del genere, quando si pronuncia l’orripilante frase in questione. E con questa riflessione io vi lascio, immaginandovi intente a stilare un micro-elenco di buoni propositi per diventare una versione migliorata di voi stesse. Non so se possa funzionare con tutti ma con me sì, pare sia andata più o meno così.

***

Dimenticavo di dirvi che sabato prossimo, 21 aprile, vi aspetto a Milano, in Corso Garibaldi 60, dalle 12 a sera, per parlare e video-intervistarvi su pruriginosi temi scessciuali. Intanto, eccovi l’invito ufficiale:

 

Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.