Il Paradosso dell’Uguaglianza

Avevo 11 anni ed ero in vacanza a Roma con i miei. Sull’autobus, qualcuno mi palpò. Era la prima volta che mi mettevano le mani addosso. Ero veramente un cesso all’epoca, quindi la cosa mi parve totalmente incomprensibile.

A 14 anni un compagno di classe mi mise una mano sul culo. Così. Per goliardia. Il giorno dopo gli diedi un pizzino nel quale gli spiegavo che non era ammissibile una tale mancanza di rispetto e che non avrebbe dovuto permettersi di farlo mai più. Non col mio culo, perlomeno.

A 15 anni avevo imparato a convivere con i clacson degli automobilisti (al sud era normale, se vedevi una ‘bella femmina’ per strada mentre eri alla guida, dovevi suonare il clacson in segno d’apprezzamento); con gli abbordaggi nei locali, con i complimenti non richiesti. Talvolta, anzi, quei complimenti mi lusingavano.

Da allora, nell’altra metà di vita (sentimentalmente e sessualmente attiva) che ho vissuto, sono stata fortunata: non mi pare di essere mai inciampata in qualcosa che definirei molestia. Certo, qualcuno ha insistito, qualcuno ha approfittato del mio tasso alcolico, qualcuno mi ha sedotta perché — in relazione a determinate circostanze — era più potente di me; qualcuno ha comprato il mio plauso facendomi regali; qualcuno mi ha offerto frettolosamente sue parti anatomiche con le quali non desideravo impellentemente entrare in contatto. È successo. Eppure non mi sono mai sentita indifesa.

Direi che, in tutti i casi, in quella zona grigia nella quale non avevo espresso un chiaro consenso, ci ero andata con le mie gambe, con quella che in un legal thriller si definirebbe “capacità di intendere e volere”. In quelle automobili, in quelle case, in quelle camere di hotel, in quelle ville al mare, negli angoli bui e appartati delle feste universitarie, ci ero andata consapevole di andarci. E non erano pazzi, quelli che si erano sbottonati la patta del pantalone, quelli che si erano lanciati in un improbabile limone. Forse non erano perfettamente svegli. Forse non erano dei galantuomini. Ma neppure dei molestatori consumati. Io, d’altra parte, non ho mai reagito schiaffeggiandoli e andandomene via, come nei film.

Per contro, nella mia onorata carriera, mi è capitato di esigere baci, di fare avances esplicite, di invitare a casa uomini eterosessuali e aspettarmi per definizione che mi sollazzassero; di ipotizzare omosessualità latenti in soggetti che non si decidevano a fare la prima mossa, o la seconda, o la terza. E non ero certo la sola. Ho consolato nutrite schiere di donne disperate per l’estinzione dei “maschi alfa di una volta”. Insomma, forse ho molestato anche io e non lo so neppure. E me lo chiedo, naturalmente, perché è difficile non chiederselo, in questo periodo. Negli ultimi mesi, pur seguendo con interesse il dibattito pubblico, non ho twittato nessun hashtag #MeToo, non ho denunciato #quellavoltache, perché mi pare graziaddio di non averla mai avuta, quella volta. Perché, graziaddio, non mi sono mai sentita vittima.

Ciononostante, non posso non pensare che il cambiamento che stiamo vivendo, questa “psicosi”, questa “moda”, questa “caccia alle streghe” come molti amano definirla, sia indiscutibilmente un fatto positivo. Punta a una parità sostanziale tra i generi, in prospettiva. Inoltre, risveglia una coscienza femminista tragicamente sopita da decenni di imperituro maschilismo consenziente. Sulla grande bilancia della storia, il piatto buono pesa più di quello cattivo, per me. Fine. Però. C’è un però: c’è che questo cambiamento è rivoluzionario e, come ogni rivoluzione, non piace a tutti. Infastidisce due categorie di persone: quelli che ne sono colpiti (quelli, cioè, che approfittano abitualmente della propria posizione di potere per estorcere consenso) e quelli che non la capiscono, che dicono che è sempre stato così, che si sapeva già, a che serve fare tutto questo baccano, adesso; quelli che, in altri termini, non hanno voglia di affannarsi per capire il mondo che cambia.

In mezzo, c’è un interregno di opinioni grigie, di uomini e donne che attendono guardinghi, perché sanno che spesso le rivoluzioni sono sommarie, fanno saltare teste (o carriere), sovvertono la pace apparente e a volte ricadono in gogne e crimini più efferati di quelli che si proponevano di debellare. Ecco, c’è molto lavoro da fare su questa diffidenza, su questa paura dell’ignoto, sulle opinioni grigie, su chi esprime pareri diversi, probabilmente derivati dalla cultura del secolo scorso, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi perché di culture non ne ha mai incontrate altre.

C’è da lavorare e da ascoltare chi non è d’accordo, senza necessariamente attribuirgli varie forme di demenza. C’è da trasformare la sommossa in cambiamento. C’è da imparare il consenso: gestirlo, esprimerlo, coglierlo, rispettarlo. Quello femminile e anche quello maschile. Educare generazioni migliori, per un futuro in cui i generi sappiano comunicare e capirsi meglio, invece di pronosticare apocalissi sessuali. Trattare, in altri termini, questo momento storico con tutta l’analisi che merita e non come un argomento da tifoseria social. Questo c’è da fare. Chiederci e capire perché esponenti femminili, eventualmente rispettabili, non sposino in toto questa causa, questa lotta simbolica (ma reale), questa nuova grammatica dei rapporti che preme per venir fuori e ridisegnare le logiche di potere tra uomo e donna.

Ecco tutto questo sarebbe utile. Molto utile. Ci aiuterebbe a capire la radice del problema. A stemperare i toni. A spiegare le buone ragioni di questo mo(vi)mento a quelle donne e a quegli uomini qualunque, che sono la maggioranza, che pensano e dichiarano: “Ormai non ci puoi manco più provare, metti che una ti denuncia, ti imputtani la vita”, che è l’evoluzione di “Non vi facciamo complimenti e siamo stronzi, vi facciamo complimenti e siamo morti di figa”, “Prendiamo l’iniziativa e siamo porci, non la prendiamo e siamo ricchioni”.

A peggiorare la situazione, a inasprirne le contraddizioni, bisogna dirlo, c’è il Paradosso dell’Uguaglianza, una faccenda che anche noi donne dobbiamo ancora comprendere ed elaborare appieno. Il Paradosso dell’Uguaglianza è quello per cui siamo indipendenti ed evolute, ma preferiamo che la cena la paghi lui; facciamo sesso occasionale, ma se poi non ci scrive è una merda; siamo libere e disinibite, ma poi ci sposiamo in chiesa. Più in generale: denunciamo atteggiamenti che riproduciamo. Commentiamo l’estetica degli uomini con la perizia e la classe delle puttane portuali. Ci vantiamo delle nostre prestazioni. Raccontiamo dettagli degli amanti con cui giaciamo. Ridiamo di chi è ciccione, basso, secco, calvo, ce-l’ha-piccolo. Giudichiamo chi non ha un lavoro serio. Facciamo tutto questo e non ce ne accorgiamo neppure. Abbiamo imparato bene, abbiamo mutuato alcuni dei peggiori malcostumi degli uomini, in tutti questi anni di patriarcato oscuro. Ora, forse per la prima volta da quando esistiamo, c’è una possibilità di cambiare. Tutti. E certo, sarà faticoso, ma se vogliamo supportare per questa causa (ed è giusto farlo), c’è un sacco di lavoro noioso, sfiancante, quotidiano da intraprendere (ed è giusto saperlo).

C’è da parlare con tutte le Catherine Deneuve e le Natalia Aspesi che incontriamo. C’è da spiegare loro perché questa improvvisa urgenza di cambiare anche ciò che “è sempre stato così”. E se vi pare strano spiegare il mondo a persone più grandi di voi, non preoccupatevi, non state peccando di presunzione: ricordate che siamo la prima generazione che deve insegnare roba ai propri genitori (computer, smartphone, tablet, Facebook, instagram, whatsapp, Netflix, milioni di app). C’è da spiegare loro che le persone non smetteranno di conoscersi, corteggiarsi, scoparsi, amarsi e lasciarsi. Semplicemente, forse, lo faranno con più rispetto.

C’è da spiegare anche che risvegliare il femminismo patinato di Hollywood, serve a risvegliarne e alimentarne altri, di femminismi; serve a raggiungere anche le donne che vivono segregate nell’entroterra culturale del mondo, che lottano spesso per problemi oggettivamente più gravi del pene nudo di un regista.

In altri termini: non diamo del deficiente a chi la pensa diversamente. Parliamoci. Sporchiamoci e stanchiamoci a difendere una causa, se ci crediamo davvero. Per migliorare il mondo c’è bisogno soprattutto di questo. Non (solo) dei tweet.

Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

10 Sintomi della Bimbaminchieria

Diciamo la verità: la vita da single non è semplice, ma neppure quella da coppia. E, se prima dovevi preoccuparti delle grevi insidie della solitudine (tipo rischiare di scivolare nel piatto doccia e restarci fino alla putrefazione), adesso ci sono nuove preoccupanti minacce che incombono sulla tua quotidianità. Perché dobbiamo essere oneste: possiamo ripeterci ininterrottamente che iniziare una relazione non ci cambierà, che noi resteremo sempre le stesse, che noi non faremo tutti quei vergognosi errori che abbiamo visto commettere a TUTTE le nostre amiche, o perlomeno a buona parte di esse. Credetemi, possiamo dircelo e ridircelo. Dircelo tantissimo. Ma le parole non bastano, servono i fatti, serve un attento e severo apparato supervisore della Bimbaminchieria, quella spericolata deriva nella puerilità amorosa che – quasi certamente – a un certo punto – ti travolgerà (alcuni studiosi sostengono che il fattore anagrafico non costituisca antidoto di per sé e che, anzi, spesso quanto più tardi ci si innamora, tanto più tragicamente si rincoglionisce). E poco importa che della propria singletudine si sia fatta bandiera, poco contano quegli anni passati a coltivare ogni piccola acidità interiore, a innaffiare ogni minima idiosincrasia nei confronti delle relazioni sentimentali. Niente. Nulla. Neppure se ti sei ribellata con tutta te stessa al potere normativo delle coppie e al loro ruolo livellante sulla società, sui diversi, sui freak, sui single, neppure in quel caso potrai considerarti immune alla Bimbaminchieria. Scopriamo meglio di cosa si tratta:

1. Succederà un giorno, all’improvviso. O meglio, te ne accorgerai all’improvviso e solo allora realizzerai che succede già da tempo. Ebbene sì, mia cara, hai messo a punto un assortito ventaglio di vocine del cazzo e di paroline buffe che usi ormai solo con lui. La vostra personale e vomitevolissima micro-lingua è già nata, senza che tu te ne accorgessi neppure. Stai molto attenta, amica, perché ci vuole un attimo che ti ritrovi a parlare come una persona con un disturbo della personalità in pubblico. In mezzo ai vostri amici. Al telefono, sui mezzi. Rifletti. Tu avevi giurato che quella roba lì non l’avresti fatta mai.

2. Ti scapperà e, di nuovo, te ne accorgerai quando il danno sarà già fatto: inizierai a parlare alla prima persona plurale. Inizierai a rispondere con il “noi” quando la gente ti chiederà cosa hai fatto, cosa hai mangiato, cosa ne pensi, cosa hai in programma. Ecco, adesso, a questo punto della tua vita ti sembrerà anche normale, per la famosa Legge della Banderuola (quella per cui quando sei in auto odi i pedoni e quando sei pedone odi gli automobilisti): ora ti sembrerà del tutto normale rispondere alla prima persona plurale ma ti prego di ricordare quanta pietas ti abbia suscitato in precedenza questa cosa.

3. Limonerai in pubblico. Se conserverai ancora un briciolo di dignità intellettuale, a volte, ti capiterà di guardarti da fuori, come se ti fossi presa la chetamina, e ti vedrai. E ti disprezzerai. E penserai “Cazzo ma ce la fate? Ma quanti anni avete? Ma prendetevi una camera!”.

4. Sarai attanagliata da una tentazione come manco Gesù Cristo nel deserto, come manco Jim Morrison nel deserto (insomma chiunque nel deserto non se la passa benissimo e questo è chiaro): vorrai, davvero vorrai, intasare il web di vostri autoritratti digitali artisticamente editati. Insomma, di vostri selfie. Nei casi più critici, ma in questi consiglierei di rivolgersi a uno specialista, la tentazione sconfinerà nel feticismo morboso, instillando in voi il dubbio che dovreste forse creare un format di coppia, un filone sai, la riproposizione reiterata e ossessivo-compulsiva di una vostra specifica parte anatomica (tipo i piedi, o la schiena, o le mani) o un oggetto che rappresenta l’unione suggellata per l’eternità delle vostre anime (tipo un peluche), in tutti i possibili contesti. Resisti, diomadonna ti prego resisti. Ricorda cosa pensavi quando vedevi gli altri farlo.

5. Finalmente sei uscita con il tuo migliore amico, o con la tua migliore amica (per quanto bisogna riconoscere che continuare a parlare di migliori amici e migliori amiche dopo i 15 anni di età sia vagamente border ma insomma ci siamo capiti), non vi vedevate da un botto (che magari è tipo 1 settimana o 2, ma per i vostri standard è come essersi persi di vista per un paio di ere geologiche), lui è lì che ti racconta i suoi ultimi aggiornamenti e quando raggiunge il climax della narrazione, tu ricevi una telefonata dal tuo moroso, che ti chiama per dirti che è uscito dall’ufficio (…), che in ufficio è stata una giornata pesante (…), che ora forse va a casa (…), che è indeciso su cosa mangiare a cena (…) e altre informazioni di capitale importanza che ti terranno al telefono per 30  minuti, mentre tu sarai lì in bilico tra la pazienza vacillante del tuo amico e il timore di ferire la sensibilità del tuo nuovo concubino. Io, sappilo, sono dalla parte dell’amico.

6. Darvi un…soprannome. Ecco questa storia dei soprannomi è veramente imbarazzante e la sublimazione dell’imbarazzo, già molto imbarazzante di per sé, è quando questi nomignoli diventano di pubblico dominio. Ora, qualunque rapporto d’affetto prevede (o può prevedere) epiteti di vario genere e natura. Pensiamo a tutti gli amici e le amiche che appelliamo “tes”, “tesò”, “amo”, “amò”, “cuore”, “gioia” e via discorrendo. Però c’è un però. Anzi, un PERÒ. C’è che esiste una soglia di dignità al di sotto della quale non bisognerebbe scendere mai, quindi se proprio decidete di appellarvi “pulcino&pulcina”, “orsetta&orsetto”, “micino&micetta” fatelo nel privato.

7. Iniziare qualunque discorso con “Lui mi ha insegnato”, “Lui mi ha raccontato”, “Lui mi ha regalato”, “Lui mi ha fatto vedere/leggere/scoprire/assaggiare/guardare/capire”. E tutto quel filone dialettico dal quale traspare che tu e la tua identità intellettuale non siate esistite mai prima dell’avvento del maschio redentore.

8. Trascurare gli amici e le amiche, che non vuol dire riuscire a esserci politicamente una volta ogni tanto per sentirsi la coscienza pulita e mettersi al riparo dalle più ovvie critiche di latitanza. Vuol dire prestare attenzione agli amici, a quelle persone che c’erano fino al giorno prima, ….e questo avrai la sensazione di non farlo mai abbastanza bene.

9. Nei casi più gravi succederà che inizierai a confrontarti con lui prima di accettare in via definitiva l’invito per qualunque aperitivo, cena, appuntamento, in orario serale, sperando che matchi con la serata in cui lui gioca a calcetto, o a poker, oppure si vede col gruppo per suonare. Peggio ancora, inizierai a proporre ai tuoi amici di vedervi esattamente quando lui ha altro da fare, secondo l’obiettivo scientifico di tappare i buchi. Il punto di non ritorno lo raggiungerai quando qualcuno ti inviterà a uscire e tu risponderai: “Non esco perché non esce lui”. Giuro, mi è successo. Di essere dall’altra parte, intendo. Di sentirmelo dire. Per capirci: alcune delle mie più care amiche, da quando si sono accoppiate, non le ho più viste da sole se non ai rispettivi addii al nubilato.

10. Farvi un tatuaggio di merda.

Presidiando con attenzione tutte queste aree sensibili della vostra relazione, potrete riuscire ad avere una storia senza ridurvi alla stregua di quegli human cases che avete così lungamente sofferto e compatito nelle precedenti epoche single della vostra esistenza.

Nella speranza di esservi tornata sufficientemente utile, vi saluto calorosamente,

vostra

V.

La Persona Giusta Non Esiste

Una lettrice mi ha chiesto, tempo fa, sotto uno di quei post nei quali raccontavo di stare bene con il Frequentante, cosa intendessi esattamente. Cosa vuol dire, in pratica, star bene con una persona? Cosa si sente? Abbiamo entrambi i nostri spazi? Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Litighiamo?

Così ho deciso di provare a rispondere, a spiegare meglio com’è possibile che sia accaduto l’inspiegabile, come può succedere d’innamorarsi anche quando pensi che sia necessario l’intervento di Ridley Scott per girare questo film di fantascienza basato su un libro di Isaac Asimov. Andiamo con ordine:

1. Cosa si sente? Benessere. Lo so, sembra banale. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Invece no, invece è semplice, così semplice da suonare fastidioso, ma è così. Si sente benessere. Come quando inizi a mangiare meglio, come quando riesci a fare sport, come quando dormi e caghi regolarmente (anche se, ironicamente, entrambe questa attività subiscono una tragica battuta d’arresto, all’inizio di una relazione: generalmente lui russa troppo e tu sei più stitica di Geppi Cucciari e Alessia Marcuzzi messe insieme). Ciononostante provi un senso di completezza, di pacificazione, di naturale serenità che oggettivamente (parlo per me) non potevi immaginare esistesse, finché non l’hai sperimentato, e quando gli altri te lo raccontavano pensavi fossero dei sempliciotti illusi, beati loro, più fortunati di te (ma su questo ci torniamo in chiusura).

2. Abbiamo entrambi i nostri spazi? Sì, qualunque cosa significhi davvero. Ciò che voglio dire è che, sorprendentemente, quella linea di demarcazione tra ciò che è mio (spazio, casa, biscotti, amici, parenti, vacanze, esperienze) e ciò che è tuo, s’attenua. Non dico che svanisca, sarebbe preoccupante se svanisse, ma si fa flebile, a tratti impercettibile, il perimetro della nostra individualità tende a rinegoziare i propri contorni e ciò è inevitabile (credo), forse persino giusto (viceversa non avrebbe neppure senso imbastire una dialettica a due, possiamo restare con noi stesse e con le nostre vite – a volte strepitose, a volte raccapriccianti – da single e va benissimo così). C’è una premessa da fare: non credo (né ho mai creduto) all’esistenza delle “Persone Giuste“, ma credo all’esistenza delle “Persone al Momento Giusto” (PAMG d’ora in avanti). Ciò significa che nel grande minestrone delle relazioni sentimentali, sappiamo essere vittime di qualcuno, carnefici di qualche altro, complici a volte e traditori infidi altre. Una persona che è sbagliata per noi, sarà probabilmente giusta per altri, e viceversa. Dunque, quando incontri la PAMG hai voglia (non paura) di includerla. Il tuo spazio non è una roccaforte da presidiare contro l’invasione del nemico, ma un rifugio in cui accogliere un pellegrino, un reduce, un essere umano come te. E questo credo sia essenziale nell’amore. Detto ciò, è ovvio che ciascuno coltiva i propri spazi, i propri rapporti e i propri interessi. È ovvio che non vuol dire opprimersi l’un l’altro e diventare l’uno l’ombra dell’altra. Non mentirò: all’inizio non è semplice. Bisogna fare un po’ di fine tuning e trovare l’equilibrio (soprattutto in termini di tempo) tra il prima e il dopo. Ma si può fare e una PAMG può aiutarci a riuscirci.

3. Ci ammazziamo di vicinanza? Sì, per il momento, perché è esattamente ciò di cui abbiamo voglia. Perché a star separati pare d’averci il piede zoppo, oppure l’occhio guercio, e lo so che fanno venire i conati questi esempi, ma è così. Credo sia la fase acuta e iniziale di qualunque innamoramento, combatterla non avrebbe senso. Godersela, invece, sì. Poi è naturale che passi, e che si inizi il lungo percorso di trasformazione in una di quelle belle coppie che a cena al ristorante stanno zitte perché non hanno più nulla da dirsi e che piuttosto mandano messaggi agli amanti e alle amanti. Diciamo che non abbiamo fretta che quel momento arrivi.

4. Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? No, come detto al punto 3, ci ammazziamo di vicinanza perché di questo abbiamo voglia. E in quella vicinanza c’è più il sentore di una nuova dimensione, di un esperimento inedito dell’anima, nulla che abbia a che vedere col massacro del proprio “io”. Venendo però a gelosie-sospetti-&-much-more, il punto è che se sei geloso puoi esserlo anche se passi con una persona 22 ore al giorno; se sospetti, puoi trovare indizi ovunque; parlerò in maniera più diffusa della gelosia, più avanti, che per me è un tema cruciale, per il momento mi limito a dire che avere una relazione è difficile da innumerevoli punti di vista e la risposta non è mai (solo) nella quantità di ore passate insieme. La risposta è nella qualità, soprattutto. Nella predisposizione a discutere i margini delle proprie convinzioni, dei postulati incrollabili che abbiamo edificato nei lunghi periodi di singletudine (e a volte solitudine). Avere una relazione vuol dire aprire un dialogo quotidiano con un’altra persona, che c’è, che non è relegata a una notifica whatsapp che possiamo non visualizzare, non è un aperitivo che possiamo paccare, non è una serie tv che possiamo consumare bulimicamente oppure abbandonare a seconda di come ci vada. Soprattutto, è uno scambio a due, ci impone il temibile spettro del confronto. E il confronto è costante, continuo, perenne. Spesso edificante, istruttivo, divertente, elettrizzante. Altre volte è sfiancante, detestabile, ineluttabile. Ed è un confronto che spazia dalle abitudini alimentari a come sistemi i piatti in lavastoviglie. Da ciò che fai per Natale a come gestisci il rapporto con la famiglia, gli amici, il lavoro, gli ex. Più d’ogni altra cosa, un compagno diventa uno specchio nel quale osserviamo riflessi i nostri limiti, i difetti che non sopportiamo, i malcostumi che abbiamo ereditato dai nostri genitori, le zone buie della nostra formazione capaci di inghiottire anche il più paziente e tollerante partner (e, sia chiaro, è un ingranaggio a cui si lavora in due, perché non c’è mai un componente pieno di guai e l’altro sanissimo; c’abbiamo tutti il nostro bagaglio di irrisolti, graziaddio, non avendo più 15 anni). Se la domanda è: come facciamo a sopravvivere a tutti i continui attentati alla serenità di una relazione, la risposta è “sgobbando”, lavorando quotidianamente, su se stessi e sull’altro, insieme. È uno sbattimento di proporzioni bibliche, ma è anche una delle cose più belle che possa capitare di vivere, quando capita con la PAMG.

5. Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Sì. Capisco cosa si intende per “tempi forzati”. So che me li hanno imposti e so di averli imposti a mia volta, in passato. Ho fatto una lunga gavetta anche in materia di direzioni opposte. E lo intendo alla lettera. Cioè che uno stava da una parte e io me ne andavo dall’altra. Che io restavo in un posto, e quello se ne andava. E, poiché sarebbe ingiusto sputare nel piatto in cui ho mangiato per tutta la vita, mi tocca riconoscere che questo giochino della fuga geografica mi ha sempre tutelata dal rischio di confrontarmi con una relazione propriamente detta. Ma so anche cosa significa volere una cosa mentre lui ne vuole un’altra, e viceversa, e perdere mesi e forse anni per girare in tondo intorno all’ovvio: non funziona. E poi cosa succede? Che arriva uno che non conoscevi, o che conoscevi ma non pensavi potesse farlo, e ti piglia per mano e ti dice “Vediamo che c’è di là” e tu gli dici “Chi se ne frega?” e quello ti dice “Fidati” e tu gli dici “Non c’ho voglia, mi fanno male i piedi, sono stanca”, e quello ti dice “Voglio portarti in un posto bello” e tu gli dici “Ma perché proprio a me?” e quello ti dice “Perché mi piaci”. E succede così che dopo una vita passata a schivare e lottare con lupi cattivi, gli dai una possibilità. E camminando parlate, e parlando vi piacete, e tu non pensi neppure più a quei cazzo di tacchi e a chi minchia te l’ha fatta fare di uscire coi tacchi per fare la figa. Le ore passano, poi i giorni, le settimane, i mesi, e tu c’hai voglia di continuare a camminare in quella direzione. Per il momento.

6. Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Sì e sì. Quasi 6 anni di singletudine sono la prova inconfutabile del fatto che con uno incapace di comprendermi (almeno parzialmente) e accettarmi per quella che sono, non ci sto, detto alla Oscar Luigi Scalfaro. Allo stesso modo, quei quasi 6 anni di singletudine mi hanno insegnato che senza lo sforzo reale di comprendere l’altra persona, è impossibile che funzioni. Però c’è una precisazione da fare: accettarsi per quelli che si è, non vuol dire restare per sempre come si è. Dopo tutta una fase propedeutica di comprensione, e sottotitolazione di se stessi, serve altro. Serve essere disposti a mettersi in gioco, a migliorarsi e migliorare, incontrarsi, incastrarsi. Pure questa è una fatica mondiale. Però è una roba da cui è impossibile prescindere, perlomeno per gli organismi pluricellulari complessi, i vegetali forse sanno stare insieme anche in maniera più semplice e innocua.

7. Litighiamo? Certamente sì. Quanto spesso, non saprei. So però che nella maggioranza dei casi si tratta di discussioni costruttive, che magari nascono da sciocchezze e riescono a evolversi, a spiegare e insegnare qualcosa in più all’altro, a noi stessi. I litigi, poi, sono un terreno fondamentale per una coppia e – soprattutto – sono il primo vero campo di prova, dopo il sesso. Intendiamoci: superati i primissimi tempi, che volano all’insegna di un misto tra incredulità e infatuazione, si arriva necessariamente al match tra i rispettivi “ego“. E quanto dico “ego” non intendo egoismi, intendo proprio ciò che siamo e il modo in cui siamo abituati a essere, che a volte abbiamo scelto, a volte è una posizione scorretta che la nostra identità ha assunto e non ha mai corretto. Ecco, credo che si possa capire la qualità di una coppia dal modo in cui scopa e dal modo in cui litiga, che sono attività solo apparentemente molto distanti. Litigare è fondamentale, se lo intendiamo come percorso (decisamente meno divertente di quello che si fa tra le lenzuola) per conoscersi e comprendersi. Mappare le insicurezze, le debolezze, le miserie dell’altro è fondamentale ed esistono solo due momenti in cui siamo nudi, ridotti all’osso della nostra essenza: quando si copula e quando si discute. Anche quello, si impara a farlo insieme. Ripenso sempre a una delle mie più care amiche, che mi raccontava, i primi tempi, quando iniziava a frequentare quello che poi è diventato suo marito, che era allibita dal fatto che con lui non potesse urlare. Non che lui glielo avesse mai esplicitamente detto, che non gradiva le scenate da drama queen. Semplicemente, lei lo aveva capito. Si erano auto-regolati. Lei era cresciuta. Questo vuol dire che non abbiano mai attraversato momenti di difficoltà? No, vuol dire che hanno imparato a farlo insieme, a non attaccare le vulnerabilità dell’altro, a medicare le ferite insieme, provando a non infliggersene troppe.

L’altro giorno, invece, a pranzo, un amico mi ha detto che avere una storia significa prendere semplicemente 3 decisioni: decidere di provarci, decidere di essere fedele e decidere di essere trasparente. Non so se sono d’accordo su tutta la linea, ma so che quando la persona che hai di fronte “vale il gioco“, allora giochi. E ogni tanto segni, e ogni tanto cadi, e ogni tanto commetti un fallo, oppure lo subisci. Ma la partita la giochi, senza farti troppe domande, con tutto l’impegno che puoi. La fortuna ti aiuta all’inizio. Dopo serve esercizio e, naturalmente, un lungo lavoro di squadra.

Nella speranza di aver risposto con dovizia di particolari, mi congedo.

Sempre vostra,

V.

PopSex – 2. La ginnastica della Patata

La mia infanzia è stata costellata da innumerevoli tentativi di farmi fare sport, qualunque genere di sport: ho provato con il tennis, la pallavolo, il nuoto, l’aerobica, l’equitazione, il pattinaggio (avevo le gambe a X). Inutile dirlo, non mi sono mai appassionata ad alcun genere di attività fisica. Vivevo l’avvicinarsi dell’allenamento settimanale come una iattura inaffrontabile (solo il catechismo, il sabato pomeriggio, era capace di mandarmi in uno stato di paranoia peggiore), non socializzavo con i miei compagni, se andavo a fare sport con amichetti che già conoscevo, finivano per salirmi sulle palle. Insomma, lo sport mi ha sempre tediata mortalmente (e, sia chiaro, non ne vado fiera; se avessi fatto danza artistica, probabilmente adesso avrei un culo da milleeunanotte, oppure un punto vita perfetto, oppure degli addominali in vero acciaio inox). Fatto sta che, crescendo, ho dovuto ammettere che fare sport (qualunque genere di sport) era necessario per arginare i danni della vita adulta, tragicamente sedentaria. Mi sono iscritta in palestra e, da qualche anno, con ritmi fortemente incostanti, mi sono rassegnata all’idea di deputare ore della mia vita alla ginnastica.

Ciò che mai mi sarei aspettata, crescendo, era di dovermi occupare dell’esercizio di una tipologia del tutto peculiare di muscolatura: quella della Patata (del pavimento pelvico, per l’esattezza). Ebbene sì, ormai è abbastanza acclarato: oltre agli squat per i glutei, e agli addominali per la panza, e a ore di interminabile cyclette per le gambe, ci tocca pure il fitness vaginale. Lo so, vi sembra un argomento secondario, fare ginnastica per allenare dei muscoli che manco si vedono, che manco possiamo sfoggiare al mare, che manco possiamo fotografare e postare su Instagram accompagnati da una frase poetica. Lo so. Ma aspettate, perché il tema è delicato, assai più prezioso di quanto possa apparirvi a primo acchito. Dopo aver parlato del rapporto tra le donne e la propria consorella, e di quanto difficile sia per molte di noi l’accettazione estetica della propria virtù, è giunto il momento di andare più in profondità, ahem, sì, insomma, addentrarci meglio nei meandri oscuri e umidi della nostra vagina, per scoprire insieme l’effetto che fa. Parliamo di questo, nella seconda puntata di Pop-Sex, la rubrica di Contro-Informazione Vaginale gentilmente offerta da Pleasure4You (cliccate, da brave, e visitate il sito).

Ora, il tema appare poco appassionante perché, in genere, si sente parlare di pavimento pelvico in caso di gravidanza, dopo la gravidanza, in menopausa. Sembra, insomma, di parlare della fisioterapia della passera dopo un brutto trauma, oppure della ginnastica riabilitativa quando invecchi, perché altrimenti inizi a pisciarti addosso (allenare i muscoli pubococcigei serve, infatti, anche per controllare l’incontinenza, che è una cosa triste che a un certo punto della vita pare ci succeda, come gli spot di Tena Lady ci hanno insegnato fin dalla più tenera età). Ciò che si dice molto meno, perlomeno in Italia, è che la padronanza e l’esercizio dei muscoli laggiù può migliorare (e di MOLTO) l’intera vita sessuale della donna e dei suoi partner. Il momento in cui la donna diventa consapevole di poter fare delle cose – più o meno prodigiose – con la sua inquilina del piano di sotto, è un momento topico, uno sparti-acque nella sua storia personale, una svolta epocale nel suo benessere sessuale.

Innanzitutto, la prima cosa da fare è accorgersi di avere questi muscoli che nessuno ci ha mai raccontato di avere (ci esercitiamo a contrarre i bicipiti, in genere, non la nostra area perineale). Potete fare un tentativo anche adesso, ovunque siate (in ufficio, in metro, al supermercato, in aeroporto), ma vi consiglio di prendervi qualche minuto a casa, rilassate, sul divano o sul letto. Per capire di cosa stiamo parlando, immaginate di dover trattenere la pipì e contraete ciò che c’è da contrarre. Pronte? Un-du-tre-quattr, contrazione! Fatelo per 3-5 secondi, e poi rilassate per 10-15, e poi ripetete l’operazione per 10 volte (se ce la fate, è pur sempre ginnastica). State iniziando a fare i celeberrimi esercizi del Dottor Kegel ma, mi raccomando, non esagerate, nessuno vi chiede di diventare l’equivalente vaginale di Jean-Claude Van Damme.

Un’altra cosa che potete fare, è contrarre i glutei, risvegliando la parte posteriore del pavimento pelvico (come se voleste aprire la sorpresa dell’uovo kinder con le chiappe, per capirci). Un’altra cosa ancora, è distinguere i muscoli interni della vagina, che è di per sé capace di cose strepitose. Ora, non dico che al primo giorno di allenamento dobbiate sparare palline da ping pong con la passera, oppure suonarci il piffero, oppure fumarci il narghilè. Sarebbe come pretendere di sollevare 50kg al primo giorno di palestra, oppure di fare la maratona di New York dopo 15 minuti di tapis roulant. Dico solo che, se ci pensate, abbiamo tra le cosce una Ferrari e la guidiamo come fosse una Panda. Non sarà mica un peccato?

Una volta che la nostra patata è risvegliata e consapevole, essa diventerà necessariamente più partecipativa. Non è detto che i risultati siano immediati (se provate a contrarre e nulla si contrae, sappiate che si tratta di un blocco psicologico, non fisico, quei muscoli sono perfettamente volontari, esattamente come quelli che ci consentono di deambulare), ma non scoraggiatevi e continuate a provare. Poco per volta imparerete a contrarre, aspirare, basculare, fremere. Padroneggerete la vostra muscolatura intima e le pareti interne della vostra baggiana, e sarà a quel punto che accadrà l’incantesimo:

  1. godrete molto di più, sarete più mobili e più sensibili, i vostri muscoli parteciperanno alla danza dell’accoppiamento e solleciterete di più il vostro punto G (potrete sospingerlo verso il Beato Uccello e offrirlo sull’altare del coito) e tutto sarà più appassionante

2. il vostro partner si accorgerà perfettamente di questa novità e ci andrà giù di testa; non sarà necessario fare chissà quali peripezie, al primo accenno di movimento quello reagirà come Galileo, “Eppur si muove!” penserà, e sarà solo l’inizio! Non ve ne accorgerete e vi ritroverete a stringerlo, a inghiottirlo, risucchiarlo, respingerlo. Il sesso diventerà un’esperienza nuova, piena di gioie inedite da sperimentare.

Ora, se per fare questi esercizietti volete una mano, non troverete su Media Shopping gli appositi strumenti, ma vi basterà usare le celeberrime palline vaginali che, una volta indossate, grazie all’azione di un peso interno, si muoveranno contro le pareti della vostra vagina e stimoleranno le vostre reazioni muscolari.

Voi mi direte: vabbé ma il sesso è molto altro. Amore, sentimento, magia, incontro, emozione. Tutto vero. Il sesso, quando è pieno, contempla tutte queste cose. Detto ciò, non diciamoci minchiate: la tecnica ha la sua importanza, come in tutte le arti e, udite udite, non è detto che sia appannaggio esclusivo dell’uomo. È importante che l’uomo sappia usare il suo arnese, no? Beh, lo è anche che la donna sappia usare la sua, di arnesA. Ora, non intendo ammorbarvi con una pippa sui settordicimila anni di cultura maschilista, né sulla desessualizzazione della donna, sulla sua castrazione psicofisica e su altri duecento fattori sociopolitici dell’oppressione storica della nostra libido. Dico solo che, se ci pensate, imparare a usare la nostra vagina è un atto che cambia la base culturale, l’idea stessa del rapporto sessuale. E sì, sì, lo so che già siamo impegnate a essere belle, giovani, intelligenti, fertili, manager, emancipate, ora dobbiamo pure diventare acrobate della passera? Lo so, avete ragione, ma la risposta è comunque sì. In ogni caso sì.

Sì, perché la ginnastica della patata ci rende padrone di un’area cruciale e delicatissima del nostro corpo. Sì, perché rivoluziona l’idea della passività femminile (quella che prende, quella che riceve, quella che incassa, la caverna oscura, la custodia, il contenitore che aspetta e spera che il partner sia capace di procurarle un sentore pallido di piacere) e introduce un’esperienza attiva del tutto diversa, che non è mettersi sopra e fare la cavallerizza per 40 minuti, ma è partecipare all’atto essendo presente alla propria vagina. Al proprio cuore. Alla propria testa. A tutto il corpo insieme, mischiato nel nobile atto della fornicazione, col corpo di un altro.

Nella certezza di avervi incuriosite abbastanza (lo so che siete lì a stringere e contrarre, a contare e rilassare, vi vedo, non mentite!), io vi saluto e vi do appuntamento alla prossima puntata di Pop-Sex in compagnia di (se non l’avete fatto prima, mi raccomando, visitatelo adesso) Pleasure4You.

Vi abbraccio e vi incoraggio,

sempre vostra,

V.

50 Sfumature di Molestia

L’altra sera sono uscita con un’amica e mentre bevevano uno spritz inutilmente costoso, lei mi ha chiesto cosa ne pensassi di tutta questa, aperte virgolette, faccenda delle molestie, chiuse virgolette. Nei giorni precedenti me l’avevano chiesto anche altre persone, dal vivo, via mail, nei direct messages di Facebook. Così, sebbene avessi deciso di non parlarne, ho cambiato idea. Et voilà, eccoci qua, accolliamoci questo argomento bello leggero.

Di tutta questa storia, mi colpiscono soprattutto due cose. La prima è come il dibattito, in Italia, sia permeato di misoginia. La seconda è l’incredibile resistenza al cambiamento culturale che le donne stesse (spesso colte, indipendenti, in gamba) oppongono. Per chiarire meglio la mia posizione, prenderò in esame alcune delle argomentazioni e dei commenti nei quali sono inciampata più frequentemente nelle ultime settimane. Tenetevi forte.

1. Te ne ricordi dopo vent’anni? → questa è la più gettonata in assoluto e si riferisce, naturalmente, ad Asia Argento. Il sottotesto è sempre lo stesso: prima hai approfittato della situazione, hai fatto carriera, hai goduto dei benefici e adesso fai la vittima? Posto che il punto non è decidere se Asia Argento ci piaccia oppure no, quale sia stata la sua condotta, con quanta rettitudine abbia vissuto la sua vita (se l’avesse denunciata Geppi Cucciari, una violenza subita 20 anni fa, ci avrebbe lasciati altrettanto perplessi?), sarebbe opportuno ricordare che non è così raro che la memoria delle molestie e degli abusi (e le relative confessioni) affiorino con anni, a volte decenni, di ritardo. Lasciatemi anche dire che le molestie non scadono, che denunciare non è semplice, che si teme sempre di non esser credute e di diventare mangime per il pollaio social-mediatico globale (che è esattamente ciò che è successo alla Argento). Ma queste cose le hanno già dette molti altri, meglio di me.

2. Si sa che in certi ambienti funziona così, hanno scoperto l’acqua calda. Il prossimo scandalo quale sarà, che nel backstage dei concerti circola droga? → su questa io reagisco come i giudici di X Factor nelle eliminazioni complicate: chiamo il tilt. Ma cosa significa, esattamente? Il diritto al consenso è universale, farlo dipendere dal contesto è una stortura abominevole. Per capirci meglio, chiamiamo in causa la solita prostituta e diciamo che anche lei ha diritto di dire “NO”, esattamente come ce l’ha una maestra di scuola elementare, ok? Per capirci ancora di più, diciamo che essere molestate in discoteca non è più accettabile che essere molestate in parrocchia, ok? Il valore del consenso, inteso nel senso più lato possibile, poiché in esso contiene innumerevoli sfumature, è uguale per tutte le donne, è un fondamento di civiltà, non ci si dovrebbe neppure discutere su. Punto. E lo so che vi sembra una rigidità vetero-femminista, ma santiddio, fidatevi. Viceversa, pare che crediate all’esistenza di una classificazione morale delle donne, in base al loro aspetto e alla loro professione. Se questa è la vostra idea, forse dovreste mettere al rogo le minigonne, i jeans attillati, i tacchi alti, le maglie scollate, la metà delle professioni che siamo libere di esercitare, e più in generale tutto ciò che, un domani, potrebbe indurre qualcuno a dire che, d’altra parte, ce la siamo cercata.

3. Sono le donne le prime a offrirla su un piatto d’argento → Ammettiamo che esistano aspiranti-qualcosa che, per facilitare il proprio percorso, ricorrano alla seduzione del potente di turno (e non dimentichiamocele, le olgettine che dichiaravano che giammai avrebbero fatto un lavoro normale per guadagnare 1000 euro al mese, come noialtre, povere stronze). Ammettiamo però anche che,  dall’altra parte, c’è un lui, un maschio, che però è anche un uomo, un professionista, un produttore, un politico. Invece che concentrarci solo sul valore morale della parte femminile, potremmo concentrarci sul valore morale della complicità maschile, dell’avallo di chi è in una posizione privilegiata, di maggior potere e controllo. Dove sta scritto che l’uomo che accetta, che magari c’ha pure moglie e figli, è tutto sommato nell’ordine delle cose (perché è la natura, no? Il maschio è cacciatore, si sa), mentre una donna che si offre è passibile di condanna immediata? (sta scritto nel Grande Libro del Patriarcato Incrollabile, è ovvio, ma soprassediamo)

4. Quelle che fanno così penalizzano le altre donne per bene, che certi compromessi li rifiutano → semmai è il sistema che penalizza le donne che non accettano questi compromessi. Di nuovo: l’uomo non è una parte passiva dell’ingranaggio. Se alcune donne adottano questa condotta è anche perché esiste un sistema, talmente consolidato che pare incrollabile, che ha penetrato le nostre coscienze al punto da apparirci naturale (come nel caso dello showbiz), che insegna che fare così è premiante. Il punto non è decidere se Tizia o Caia siano sante o puttane, se ci piacciano o no, se ci marcino sopra o meno. Il punto è che per la prima volta sembra possibile scardinare questo meccanismo e non vedo perché una donna, o un uomo intelligente, dovrebbero essere infastiditi — se non addirittura contrari —  a questa evoluzione.

5. Noi donne lo sappiamo SEMPRE → con questa ci si riferisce, invece, alla rapidità con cui possiamo capire che quell’uomo ha delle mire su di noi, che probabilmente stiamo prestando il fianco a una situazione scomoda, nella quale ci verrà chiesto qualcosa che non abbiamo intenzione di concedere. Anche questo, è vero. Non per tutte, ma per molte sì. Sappiamo che quando un tipo ci invita a vedere la collezione di farfalle, vuole altro, vero? Sappiamo che ritrovarci in una camera di hotel, o in uno studio con una jacuzzi al centro, può essere preludio di atti sessuali, vero? Quello di cui a volte non si tiene conto, tuttavia, è che spesso queste cose accadono a donne molto giovani. E sì, sì, sì, certo, ormai le pischelle sono sempre più sgamate, i nostri 19 anni equivalgono ai 13 anni di oggi, va bene, però fatemi un favore lo stesso: guardate nel vostro passato e ditemi se non avete scheletri nell’armadio, situazioni spiacevoli, tresche di cui vi siete pentite, imbarazzi che col senno di poi vi risparmiereste volentieri. Io sì, più d’uno. Il primo è Peppe Felisia, come lo memorizzai sul mio cellulare. Non mi piaceva, era basso e zarro, si attaccò a me in discoteca (Felisia era il nome della discoteca, per l’appunto) come una cozza, per tutto il tempo, quella sera. Finii persino a baciarlo quando, non so perché, mi ritrovai isolata dagli altri. Scrissi un sms al mio amico “Per piacere, sono dietro i tendoni bianchi, vieni a salvarmi”. Fine. Mentre ci pensate, però, immaginate che al posto di Peppe Felisia ci fosse un uomo potente, capace di avvicinarvi alla professione dei vostri sogni, in un contesto culturale in cui non era poi così peregrina l’idea di essere perlomeno “carine”. Certo, a voi non sarebbe successo, ma potete capire meglio che l’esperienza e l’età un ruolo ce l’hanno?

6. Poveri uomini, siamo arrivati alla caccia agli stregoni. Poi vi lamentate che non prendono più l’iniziativa. Grazie al cazzo. Rischiano di essere denunciati se solo vi invitano al cinema. → Adesso non esageriamo, per cortesia. Dire che questa ondata di consapevolezza non farà che rendere ancora più fragile e inconsistente l’identità virile, mi pare ardito e ancora figlio di una logica antagonista del rapporto tra i sessi. Una relazione trasparente, non offuscata dall’abuso di potere, non asservita alle dinamiche impari tra i generi, si fonda su una grammatica comune, che magari va raffinata ma che esiste già e che regola tutte le nostre interazioni sociali. Abbiamo detto che “noi donne lo sappiamo”, e allora diciamo che anche gli uomini lo sanno. Diciamo che non è poi così difficile leggere il consenso, in un rapporto. Esistono le parole, la comunicazione non verbale, i comportamenti. Possono essere soggetti a interpretazione? In parte, certamente. Se uno non è proprio una lince a cogliere l’apprezzamento femminile, a distinguere l’educazione dall’attrazione, e la cortesia dalla proposta indecente, per stare al sicuro, potrebbe adottare una semplice linea guida, che garantirebbe anche maggiore meritocrazia nel contesto professionale: non scopi con le persone con cui lavori. Punto. Non inviti e non accetti inviti. Punto. Tieni il pisello fuori dall’ufficio. Punto. Lì fuori, del resto, ci sono tutte le cassiere di Vittorio Feltri, che non aspettano altro che te.

7. Noi donne non siamo tutte agnelli indifesi!!! → È vero, l’immagine che ne esce delle donne è sconfortante, monocorde, sviluppata attorno a un unico asse narrativo, come se l’alternativa fosse esclusivamente “troia vs debole”. Fa parte del racconto che i media costruiscono attorno a questi fatti, non corrisponde alla verità. Esistono certamente le donne forti, capaci di sfanculare un porco, e di denunciarlo immediatamente, e di difendere la propria dignità e di rinunciare alla carriera che sognavano, oppure di perseguire comunque le proprie ambizioni con la consapevolezza di ottenere meno, ma non vale per tutte. Queste donne ci sono, vivaddio. Dimenticarle, sarebbe ingiusto. Ma, se ammettiamo che esistono le spregiudicate disposte a tutto, dobbiamo ammettere anche che esistono donne altre, più fragili (intellettualmente, culturalmente, psicologicamente), non per questo meritevoli di molestie. Mi sembra demenziale dirlo, ma a quanto pare è necessario farlo.

8. Allora domani mattina chiunque si sveglia e denuncia qualcuno di molestia/abuso/stupro, con decenni di ritardo e senza nessuna prova, e va bene così! Le carriere di queste persone sono rovinate! E così le loro vite private, pensa alla moglie di Brizzi! → Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa sia una molestia, cosa un abuso, cosa uno stupro, cosa un’avance, e invece ci muoviamo in questo calderone nel quale vale un po’ tutto e il contrario di tutto. In secondo luogo, esiste un terzo protagonista in questa vicenda: l’opinione pubblica. Famelica, ansiosa di schierarsi, smaniosa di emettere condanne capitali attraverso processi sommari e sempre pronta a dare visibilità ai millantatori, o alle vittime, o alle finte vittime, o ai finti millantatori. D’altra parte, siamo cresciuti osservando arringhe televisive e siamo diventati adulti tuonando sentenze in 140 caratteri. La pubblica gogna è esistita sempre, è sempre più ingovernabile e ci siamo dentro fino al collo, tutti. È il sistema mediatico che strappa like alla nostra riprovazione, che vuole scandalizzarci e indignarci quotidianamente, indurci al dileggio nell’ignoranza dei fatti, alimentando la macchina finché ce la fa, finché non ci viene la nausea. Siamo sempre liberi di ricordare che i processi non si fanno su Facebook, né su Twitter, né su Vanity Fair.

9. Mi sembra che adesso sia proprio una moda, quella di urlare alle molestie → generalmente detto come se tutte queste donne fossero mitomani, come se per tutte la denuncia fosse solo un pretesto per attirare l’attenzione, per farsi notare, per speculare, per recuperare un’ospitata da Barbara D’Urso; è comprensibile, del resto, che la faccenda prenda questa piega macabra. Un argomento di simile urgenza e delicatezza viene affidato a Le Iene (LE IENE), e poi rimbalza per giorni da un media all’altro, mentre il minestrone di opinioni viene rifocillato dalle dichiarazioni di Nancy Brilli, Alba Parietti, Sandra Milo (!) e il confine tra consapevolezza e gossip s’assottiglia fino a svanire, delegittimando un tema cruciale, rendendolo fenomeno di costume, argomento del momento, infografica, campagna video, hashtag, fanta-femminismo, quiz: “Dimmi come molesti e ti dirò che personaggio famoso sei”. La responsabilità di tutto questo, di nuovo, non è di chi denuncia ma di chi, attorno a quelle denunce, fomenta il prurito e la morbosità del pubblico.

10. Le vere violenze sono altre. Perché nessuno si occupa delle donne che subiscono soprusi veri? → E questa è l’argomentazione più pericolosa, perché ti fa pensare davvero alle donne che vengono violentate con la forza, a quelle che vengono picchiate dai mariti, a quelle che lasciano il loro compagno e quello poi si perita di fare un falò con il loro corpo. Ti fa pensare che una donna normale, sconosciuta, qualunque, che denuncia uno stalker viene letteralmente ignorata dalle autorità, finché quello non le lancia un barile d’acido addosso, finché non le fracassa il cranio, finché non la strozza o non l’accoltela 56 volte. E queste sono tutte cose serissime e gravissime, tanto più al cospetto di una qualsivoglia attricetta di serie B, che denuncia un regista che s’è fatto un raspone davanti a lei. E in effetti ci sta, sono livelli diversi, per questo non andrebbero mischiati, anche se afferiscono alla stessa sfera. Inoltre, per questa logica, dovremmo smetterla di lamentarci di qualunque cosa: “Fa freddo” — “Eh, vabbé, pensa agli esquimesi”; “Ho fame” — “Eh, vabbé, pensa ai bambini in Africa”; “Sono infelice” — “Eh, dài, pensa a chi ha una malattia incurabile”; “Mi hanno rubato l’iPhone” — “Eh, dài, pensa a chi ha ancora il Nokia”; “Vorrei una casa più grande” — “Eh, vabbé, pensa ai clochard”. È ovvio che esistano malesseri minori e malesseri maggiori. Ma sempre malesseri restano. Ognuno ha i suoi. Tra qualche settimana non si parlerà più di molestie e potremo tornare a concentrarci sui femminicidi. Non prima di aver degnamente celebrato la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulla Donne, condividendo bellissimi video, e fotografie, e poesie, e aforismi, sulle stesse bacheche dove la settimana prima abbiamo dato della bottana a questa o a quella.

In conclusione, la risposta che alcuni commentatori non colgono, è sempre nella cultura e la cultura cambia anche grazie a questi movimenti, che ci piacciano oppure no. Sono certa che nell’agenda degli argomenti femminili, per esempio, ne esistano di più impellenti. Sono certa anche che, a voler parlare dei diritti delle donne, si possano interpellare esponenti più autorevoli di Mara Venier. Tuttavia, mi piace pensare che se domani avessi una figlia, e quella tra vent’anni volesse tentare la carriera di attrice (perché ha studiato, è brava, magari pure bella), potrebbe farlo senza succhiare gioielli di famiglia a destra e a manca. Senza rischiare che un produttore 40 anni più vecchio di lei le chieda di spogliarsi al primo provino (salvo che il produttore non sia Rocco Siffredi, ovviamente, nel qual caso sarebbe un altro discorso).

Mi piace pensare che anche ciò che “Tanto si sa che funziona così” può essere cambiato. D’altra parte, al mondo, alla società, succede questo.

“Perché proprio adesso?” mi ha chiesto Frecciagrossa, il mio migliore amico gay, un po’ scettico sul tema.

“Perché oggi i gay possono sposarsi e 50 anni fa non potevano farlo?” gli ho risposto.

È la storia che fa il suo corso. È la cultura che matura. Il risultato di questo battage, forse, sarà che d’ora in avanti gli uomini in posizioni di potere ci penseranno qualche volta in più, prima di molestare o abusare di qualcuno, uomo o donna che sia. E questo, a me, di per sé, pare un progresso. Possiamo discuterne i modi, ma non possiamo ignorare la potenza di questa svolta.

D’altra parte, se l’umanità si fosse storicamente limitata a “Tanto si sa che funziona così”, probabilmente vivremmo ancora con la schiavitù, la dittatura, la segregazione, i manicomi, le lampade a olio, i pozzi al posto dell’acqua corrente e le carrozze trainate dai muli.

Di scrittura si muore, ma io no. O forse sì.

Le persone me lo chiedono spesso. Si usa fare così, del resto, lo sappiamo. “Come stai?” mi chiedono e sembra si aspettino già la risposta, e la risposta non può che essere positiva, ma molto positiva, qualcosa di altisonante e che non lasci spazio a dubbi. Voglio dire, non s’accontentano di un “Bene, grazie” o di un “Abbastanza bene, non c’è male, tiriamo a campare, tuttappò“. La gente s’aspetta che io risponda cose come “Alla grande!“, “Super-top!!!“, “Splendidamente!“, “Felicissima“. Se non lo faccio – e capite bene che non lo faccio perché non sono quel genere di individuo insensatamente ottimista e positivo nei riguardi dell’esistenza – mi incalzano: “Sei sempre in giro!”, “Sei già diventata miliardaria?!”, “Ti hanno già tradotta in 27 lingue?”, “Stanno già girando il film dal romanzo?”, “A quando il prossimo?”, “Ormai sei una vip!”, “Il peso della notorietà!”, “Fai parte del jet-set” e altre piccole o grandi assurdità di questo calibro. È un attimo e la gente (per non suonare qualunquista: con “gente” mi riferisco agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli ex colleghi, ai lettori) inizia a credere che tu sia “arrivata” e che tu ce l’abbia fatta. Non è chiaro DOVE tu sia arrivata o a FAR COSA tu sia riuscita, ma loro ne sono ormai convinti.

Sia chiaro, capisco questa suggestione mediatica. Scoprirne le logiche dall’altra parte mi è, anzi, estremamente utile a ridurre la percezione che io stessa ho delle vite altrui, quando le osservo attraverso il caleidoscopio dei social network. Solo che più ci penso, più mi colpisce come il momento in cui tutti sembrano persuasi del mio “successo” (qualunque cosa significhi), sia lo stesso in cui metto più in discussione me stessa: le mie scelte, le mie capacità, le mie motivazioni. Resisterò alla tentazione di imputare questa crisi mistica al compleanno imminente (32 anni, li compirò l’8 novembre, non fatemi gli auguri anticipati che si sa che portano sfiga) e proverò a fare ciò che ho sempre fatto: sputare il rospo, cagare via dall’anima un pezzetto duro duro di questo malessere, guardarlo, andare avanti, crescere, prendere decisioni, e altre attività tragicamente faticose che – fatto ancor più funesto – non posso continuare a procrastinare ad libitum.

Veniamo a noi con una dovuta premessa: la faccenda non è semplice. Per capire che c’era un malessere (ma và!) e circoscriverne il terreno (ben più difficile), ho dovuto far caso a una serie di segnali.

  1. Quando la gente mi chiede “Che lavoro fai?“, formulare una risposta mi manda in sbattimento. Perché, per quanto io creda fermamente che non siamo ciò che facciamo né ciò che possediamo, è vero pure che ciò che facciamo e ciò che possediamo sono elementi che condizionano e definiscono la nostra vita. La gag del “faccio-cose-vedo-gente” funziona i primi mesi. Dopo un po’ vorresti poter rispondere: la dentista, la parrucchiera, la salumiera, la consulente, l’avvocato, la segretaria. Tecnicamente qualunque mestiere, persino l’allevatrice di cavallucci marini sarebbe più credibile di “Faccio la blogger“. Infatti, per inciso, io non rispondo mai “Faccio la blogger”, rispondo “Scrivo” (e già capite che trapela un ingiustificato senso di superiorità verso quelle che fanno le blogger e che – a differenza mia – fatturano centinaia di migliaia di euro)

2. Quando le persone a me vicine, vicine abbastanza da conoscere la mia situazione professionale, mi chiedono – con prudenza, timore, un filo d’apprensione e una patina variabile di giudizio – che progetti io abbia per il futuro, mi sembra mi trattino come si trattano quegli amici che studiano da 10 anni per una laurea triennale, e cioè spalmando silenziosamente sul loro capo l’onta del fallimento. Capite, non è bello. E comunque sia, quale futuro? Cos’è il futuro? “No Future“, questo risponderei, urlandolo incazzata (e straziata) come fossi Lydon. Se solo fossi punk. Il futuro, due punti. Ho smesso di pensare al futuro, quando mi sono accorta che dovevo sbattermi troppo per sopravvivere al presente, ed energie non me ne rimanevano. Di solito in questi casi si cercano dei collaboratori, degli investitori, dei meccanismi redditizi costanti, delle agenzie. Tutte cose che altri, più svegli di me, hanno fatto. Io no. Ci ho pensato, ho annusato, ma comunque non l’ho fatto, non so se per istinto o per pigrizia, o per integrità. Dunque vivo alla giornata, faccio il contrario esatto di ciò a cui sono stata educata, perlustro tutti i limiti delle mie capacità. Saper produrre utili,  oppure unire le forze, oppure trovare investitori sono capacità che a “saper scrivere” ci spicciano casa. Ecco, la differenza non è marginale. Cos’è che voglio fare? Cos’è che voglio essere? Cos’è che sono davvero capace di fare? Cos’è che sono interessata a imparare? Cos’è che sono disposta a fare? Capite, non è facile.

3. Ma tutta questa generale anarchia esistenziale, questo ripudio dei punti fermi, questa libertà affascinante, questa sregolatezza scarmigliata come modus vivendi, ho potuto concedermela finché è esistito il grande cappello concettuale di esce-il-mio-primo-romanzo-con-rizzoli. Avevo il contratto, avevo un libro da scrivere, poi da promuovere. La promozione non è finita, ma il grosso è fatto. Adesso qual è la direzione? Ogni volta che qualcuno mi pone domande sul libro, sulle vendite, sugli sviluppi, sul prossimo che scriverò, vado in sbattimento. Non lo so. Non so niente. L’imbarazzo che suscita la domanda (per quanto legittima) non è molto diverso da quello di quando sei single e tutti ti chiedono (illegittimamente) “Beh, hai finalmente trovato qualcuno?”. “No, vivo di marchette occasionali, comunque poche perché sono selettiva”

4. Devo dire che una rilevante porzione del malessere suddetto, la colleziono ogni volta che il mio estratto conto riporta un numero a tre cifre; non a tre zeri, a tre CIFRE. Oppure ogni volta che accumulo pagamenti in arretrato; ogni volta che non vado con un’amica a fare shopping perché tanto non posso comprarmi un cazzo. Ma anche ogni volta che vedo i capelli bianchi e mi ripeto che dovrei tornare dal parrucchiere; oppure ogni volta che vorrei rifare la pulizia dei denti e penso che – anche per quello – conviene aspettare. Fossi più zelante avrei almeno iniziato a vendere online la roba che non uso più, ma la fatica mi sembra nel complesso sempre troppo eccessiva per il guadagno. Che poi, io mi chiedo, ma perché questa fissazione di dover fare un lavoro che mi piaccia, che mi rispecchi, che mi esprima? Ma perché ancora non mi sono affrancata da questa fantasia tardo-adolescenziale?

5. Un altro grave indice di malfunzionamento del mio modello di Business Improvisation è quando mi accorgo di non avere TEMPO; il ché, permettetemi, appare surreale. Eppure mi pare sempre di non averne abbastanza. Per andare in palestra con una regolarità sensata; per frequentare i miei amici; per leggere, per esserci per le persone che amo, per cucinare sano, per fare qualunque cosa.

E così si torna al punto di partenza: ma tu cos’è che fai? Io scrivo. Un po’ generico, lo so. È che non conosco altro modo di spiegarlo. Non sono una scrittrice, anche se ho pubblicato. Non sono una giornalista, anche se scrivo sui giornali. Non sono una che “fa la blogger” perché non fatturo centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sono un’opinionista, anche se vengo invitata qua e là, a parlare di cose. Non sono una docente, anche se sporadicamente faccio corsi. Non sono una consulente, anche se ho fornito consulenze. Non sono famosa, ma neppure del tutto sconosciuta. Sono un ibrido. Non sono una grande imprenditrice, non sono Virginia Woolf (ma neppure Federico Moccia), sono presuntuosa anche se passo per modesta e forse non ho neppure mai avuto una vera missione nella vita, a parte sentirmi dire da tutti “brava“.

L’importante è muoversi, e tu ti stai muovendo“, mi ha detto l’altra sera il Frequentante, a casa, che poverino certe volte si sorbisce di quei patemi che potrebbe emettermi fattura alla fine della seduta.

Muoversi non basta, se lo fai senza tecnica ti stanchi e basta, non vai da nessuna parte. È la differenza tra restare a galla e nuotare. Se sai solo stare a galla, resti fermo, la notte arriverà e morirai assiderato, come Titanic ci ha insegnato. Se, invece, impari a nuotare, puoi provare a raggiungere una nuova sponda, oppure la riva, oppure puoi approdare a qualunque terra ferma, e salvarti“, gli ho risposto.

Ecco forse dovrei solo iscrivermi a un corso di nuoto, nelle acque torbidissime della vita adulta.