Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.