Di scrittura si muore, ma io no. O forse sì.

Le persone me lo chiedono spesso. Si usa fare così, del resto, lo sappiamo. “Come stai?” mi chiedono e sembra si aspettino già la risposta, e la risposta non può che essere positiva, ma molto positiva, qualcosa di altisonante e che non lasci spazio a dubbi. Voglio dire, non s’accontentano di un “Bene, grazie” o di un “Abbastanza bene, non c’è male, tiriamo a campare, tuttappò“. La gente s’aspetta che io risponda cose come “Alla grande!“, “Super-top!!!“, “Splendidamente!“, “Felicissima“. Se non lo faccio – e capite bene che non lo faccio perché non sono quel genere di individuo insensatamente ottimista e positivo nei riguardi dell’esistenza – mi incalzano: “Sei sempre in giro!”, “Sei già diventata miliardaria?!”, “Ti hanno già tradotta in 27 lingue?”, “Stanno già girando il film dal romanzo?”, “A quando il prossimo?”, “Ormai sei una vip!”, “Il peso della notorietà!”, “Fai parte del jet-set” e altre piccole o grandi assurdità di questo calibro. È un attimo e la gente (per non suonare qualunquista: con “gente” mi riferisco agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli ex colleghi, ai lettori) inizia a credere che tu sia “arrivata” e che tu ce l’abbia fatta. Non è chiaro DOVE tu sia arrivata o a FAR COSA tu sia riuscita, ma loro ne sono ormai convinti.

Sia chiaro, capisco questa suggestione mediatica. Scoprirne le logiche dall’altra parte mi è, anzi, estremamente utile a ridurre la percezione che io stessa ho delle vite altrui, quando le osservo attraverso il caleidoscopio dei social network. Solo che più ci penso, più mi colpisce come il momento in cui tutti sembrano persuasi del mio “successo” (qualunque cosa significhi), sia lo stesso in cui metto più in discussione me stessa: le mie scelte, le mie capacità, le mie motivazioni. Resisterò alla tentazione di imputare questa crisi mistica al compleanno imminente (32 anni, li compirò l’8 novembre, non fatemi gli auguri anticipati che si sa che portano sfiga) e proverò a fare ciò che ho sempre fatto: sputare il rospo, cagare via dall’anima un pezzetto duro duro di questo malessere, guardarlo, andare avanti, crescere, prendere decisioni, e altre attività tragicamente faticose che – fatto ancor più funesto – non posso continuare a procrastinare ad libitum.

Veniamo a noi con una dovuta premessa: la faccenda non è semplice. Per capire che c’era un malessere (ma và!) e circoscriverne il terreno (ben più difficile), ho dovuto far caso a una serie di segnali.

  1. Quando la gente mi chiede “Che lavoro fai?“, formulare una risposta mi manda in sbattimento. Perché, per quanto io creda fermamente che non siamo ciò che facciamo né ciò che possediamo, è vero pure che ciò che facciamo e ciò che possediamo sono elementi che condizionano e definiscono la nostra vita. La gag del “faccio-cose-vedo-gente” funziona i primi mesi. Dopo un po’ vorresti poter rispondere: la dentista, la parrucchiera, la salumiera, la consulente, l’avvocato, la segretaria. Tecnicamente qualunque mestiere, persino l’allevatrice di cavallucci marini sarebbe più credibile di “Faccio la blogger“. Infatti, per inciso, io non rispondo mai “Faccio la blogger”, rispondo “Scrivo” (e già capite che trapela un ingiustificato senso di superiorità verso quelle che fanno le blogger e che – a differenza mia – fatturano centinaia di migliaia di euro)

2. Quando le persone a me vicine, vicine abbastanza da conoscere la mia situazione professionale, mi chiedono – con prudenza, timore, un filo d’apprensione e una patina variabile di giudizio – che progetti io abbia per il futuro, mi sembra mi trattino come si trattano quegli amici che studiano da 10 anni per una laurea triennale, e cioè spalmando silenziosamente sul loro capo l’onta del fallimento. Capite, non è bello. E comunque sia, quale futuro? Cos’è il futuro? “No Future“, questo risponderei, urlandolo incazzata (e straziata) come fossi Lydon. Se solo fossi punk. Il futuro, due punti. Ho smesso di pensare al futuro, quando mi sono accorta che dovevo sbattermi troppo per sopravvivere al presente, ed energie non me ne rimanevano. Di solito in questi casi si cercano dei collaboratori, degli investitori, dei meccanismi redditizi costanti, delle agenzie. Tutte cose che altri, più svegli di me, hanno fatto. Io no. Ci ho pensato, ho annusato, ma comunque non l’ho fatto, non so se per istinto o per pigrizia, o per integrità. Dunque vivo alla giornata, faccio il contrario esatto di ciò a cui sono stata educata, perlustro tutti i limiti delle mie capacità. Saper produrre utili,  oppure unire le forze, oppure trovare investitori sono capacità che a “saper scrivere” ci spicciano casa. Ecco, la differenza non è marginale. Cos’è che voglio fare? Cos’è che voglio essere? Cos’è che sono davvero capace di fare? Cos’è che sono interessata a imparare? Cos’è che sono disposta a fare? Capite, non è facile.

3. Ma tutta questa generale anarchia esistenziale, questo ripudio dei punti fermi, questa libertà affascinante, questa sregolatezza scarmigliata come modus vivendi, ho potuto concedermela finché è esistito il grande cappello concettuale di esce-il-mio-primo-romanzo-con-rizzoli. Avevo il contratto, avevo un libro da scrivere, poi da promuovere. La promozione non è finita, ma il grosso è fatto. Adesso qual è la direzione? Ogni volta che qualcuno mi pone domande sul libro, sulle vendite, sugli sviluppi, sul prossimo che scriverò, vado in sbattimento. Non lo so. Non so niente. L’imbarazzo che suscita la domanda (per quanto legittima) non è molto diverso da quello di quando sei single e tutti ti chiedono (illegittimamente) “Beh, hai finalmente trovato qualcuno?”. “No, vivo di marchette occasionali, comunque poche perché sono selettiva”

4. Devo dire che una rilevante porzione del malessere suddetto, la colleziono ogni volta che il mio estratto conto riporta un numero a tre cifre; non a tre zeri, a tre CIFRE. Oppure ogni volta che accumulo pagamenti in arretrato; ogni volta che non vado con un’amica a fare shopping perché tanto non posso comprarmi un cazzo. Ma anche ogni volta che vedo i capelli bianchi e mi ripeto che dovrei tornare dal parrucchiere; oppure ogni volta che vorrei rifare la pulizia dei denti e penso che – anche per quello – conviene aspettare. Fossi più zelante avrei almeno iniziato a vendere online la roba che non uso più, ma la fatica mi sembra nel complesso sempre troppo eccessiva per il guadagno. Che poi, io mi chiedo, ma perché questa fissazione di dover fare un lavoro che mi piaccia, che mi rispecchi, che mi esprima? Ma perché ancora non mi sono affrancata da questa fantasia tardo-adolescenziale?

5. Un altro grave indice di malfunzionamento del mio modello di Business Improvisation è quando mi accorgo di non avere TEMPO; il ché, permettetemi, appare surreale. Eppure mi pare sempre di non averne abbastanza. Per andare in palestra con una regolarità sensata; per frequentare i miei amici; per leggere, per esserci per le persone che amo, per cucinare sano, per fare qualunque cosa.

E così si torna al punto di partenza: ma tu cos’è che fai? Io scrivo. Un po’ generico, lo so. È che non conosco altro modo di spiegarlo. Non sono una scrittrice, anche se ho pubblicato. Non sono una giornalista, anche se scrivo sui giornali. Non sono una che “fa la blogger” perché non fatturo centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sono un’opinionista, anche se vengo invitata qua e là, a parlare di cose. Non sono una docente, anche se sporadicamente faccio corsi. Non sono una consulente, anche se ho fornito consulenze. Non sono famosa, ma neppure del tutto sconosciuta. Sono un ibrido. Non sono una grande imprenditrice, non sono Virginia Woolf (ma neppure Federico Moccia), sono presuntuosa anche se passo per modesta e forse non ho neppure mai avuto una vera missione nella vita, a parte sentirmi dire da tutti “brava“.

L’importante è muoversi, e tu ti stai muovendo“, mi ha detto l’altra sera il Frequentante, a casa, che poverino certe volte si sorbisce di quei patemi che potrebbe emettermi fattura alla fine della seduta.

Muoversi non basta, se lo fai senza tecnica ti stanchi e basta, non vai da nessuna parte. È la differenza tra restare a galla e nuotare. Se sai solo stare a galla, resti fermo, la notte arriverà e morirai assiderato, come Titanic ci ha insegnato. Se, invece, impari a nuotare, puoi provare a raggiungere una nuova sponda, oppure la riva, oppure puoi approdare a qualunque terra ferma, e salvarti“, gli ho risposto.

Ecco forse dovrei solo iscrivermi a un corso di nuoto, nelle acque torbidissime della vita adulta.

Incontri d’Estate

Andiamo alla spiaggia di Mugoni”, mi ha detto. “Non è la più bella, ma non è incasinata come Stintino, è riparata dal Maestrale, l’acqua è sempre pulitissima e c’è anche qualche bar”, ha aggiunto.

Va bene”, ho risposto, con l’aria della terrona in astinenza da spiaggia, quella che quest’anno c’ha i giorni di mare contati, di più, contatissimi, e quindi sarebbe capace persino di immergersi a Cervia. Beh no, dài. Ora non esageriamo. Insomma, a me va bene qualunque mare, siamo in Sardegna e, basandomi su ciò che chiunque mi ha sempre raccontato di questo posto, qualunque mare sarà bello.

Passa a prendermi alle 10.30, ha comprato il pranzo al sacco, due pezzi di “Focaccia del Milese”, che ad Alghero è un’istituzione, una roba che devo assaggiare per forza, “La segnalano anche nelle guide”. Ha scelto la variante veg però, dopotutto vengo da Milano, chissà che paturnie alimentari, chissà quante intolleranze e allergie ho. Si chiama Costantino, ha 36 anni, ad Alghero ci è nato e ci è cresciuto. Non se ne è andato, perché è uno di quelli che del loro posto hanno voglia e bisogno. Ha fatto l’Istituto d’Arte e pure il rappresentante d’istituto, molto orientato a sinistra, ci tiene a precisare, con un pelo di inquietudine da “non so quale sia il tuo orientamento”. Mi racconta con fierezza di quell’autogestione che avevano fatto per protestare contro la riforma Berlinguer. Due settimane, era durata due settimane! “La gente ancora se la ricorda”, mi fa.“La mia unica occupazione è durata un pomeriggio”, gli ho risposto “gli studenti sono tornati a casa a mangiare la pasta asciutta la sera, vedi che crollo dell’impegno politico nel giro di pochi anni?”, gli faccio notare.

Suo papà lavorava al petrolchimico e sua madre gli ha insegnato fin da piccolo a fare i mestieri in casa. Aveva un negozio di cornici, ha lavorato pure per Marras e Fresu, poi però la crisi, le spese, i costi vivi. Ha lasciato il negozio al suo socio e oggi fa ciò che molti di noi fanno: s’arrangia, sopravvive, studia, non smette di imparare. E, tra i vari metodi di sopravvivenza, collabora con la Società Umanitaria Alghero, che organizza la rassegna itinerante Cinema delle Terre del Mare, alla quale sono stata invitata per presentare il romanzo. Per questo ci siamo conosciuti, perché mi doveva recuperare in aeroporto e poi portarmi da un punto all’altro della città. Nel mentre, però, abbiamo parlato un sacco.

Abbiamo parlato di Alghero, naturalmente, che è stato il luogo da cui il turismo è partito in Sardegna, e dell’enorme patrimonio storico, artistico, archeologico, naturale, minerale della regione. “Troppo, ne abbiamo troppo, così tanto che non riusciamo ad apprezzarlo, a rispettarlo”.

Abbiamo parlato delle centinaia di nuraghi censiti, delle spiagge e delle riserve naturali, degli innumerevoli scenari dell’isola, di quanto la “continuità territoriale” sia perlopiù teorica. Ma abbiamo parlato anche di dating app, di liquidità della società, di Geppi Cucciari, di Michela Murgia, di quella signora vetero-femminista che c’era alla presentazione, che io temevo mi avrebbe cazziata e invece alla fine s’è avvicinata e m’ha fatto complimenti bellissimi e io quasi non ci credevo. Abbiamo parlato del modo in cui la modernità s’è incastrata con quella radice assai rurale della regione. Dello “stipendificio” di Porto Torres, delle bonifiche ambientali impossibili da fare, di quanto anche a Taranto sia così, di quanto a Taranto la situazione sia persino peggiore.

Soprattutto, abbiamo parlato di quei terreni che Aga Khan comprò in saldo, a suo tempo, prima di edificarci sopra la Costa SmerDalda, come la chiama lui, e io lo trovo geniale, e rido, e penso che sì, è vero, è un po’ ciò che è successo anche al Forte (dei Marmi), a Santa (Margherita), a Cortina. “Quanti miliardi volete? ha chiesto Aga Khan ai pastori. Quelli sai cosa gli hanno risposto: ma quali miliardi?! Noi vogliamo i milioni! Capisci l’ignoranza? È così che ci siamo fatti colonizzare per due soldi!”.

Noi siamo abituati a farci invadere, qui ci sono venuti tutti, ad Alghero si parla pure il catalano; abbiamo risorse infinite e stiamo morendo di fame”. E io l’ho ascoltato, Costantino, parlarmi della sua terra, mentre ci facevamo il bagno, mentre squamavamo al sole, mentre prendevamo un caffé nell’entroterra e mi raccontava quanto più denso fosse il tessuto sociale, il senso di comunità, quando lui era bambino. L’ho ascoltato mentre tornavamo verso il B&B in campagna dove ero ospite, con quell’amore sofferto e incondizionato che alcuni di noi provano per il luogo in cui sono nati. E non importa, in definitiva, se siamo rimasti o se ce ne siamo andati. Riconosciamo i nervi scoperti, i compromessi, la fatica di andare e il coraggio di restare e provare a migliorare le cose. Ritrovo in lui la passione che il mio amico Peppe usa quando parla di Taranto, la rabbia di mio cugino (che ha l’età di Costantino) quando parla delle inefficienze e dei disservizi, dell’inquinamento, della corruzione, dell’abusivismo. Riconosco così tante emozioni che mi sento a casa, mi sento tra amici, mi sembra di conoscere Costantino da anni e lo conosco da soli 2 giorni.

Devi tornare, tornaci in vacanza, girala, la Sardegna è tutta bella”, mi ha detto, prima di salutarmi. “Non ad agosto, vienici a giugno, oppure a luglio, oppure a settembre”, ha aggiunto. “E comunque avevo letto quelle cose terribili che scrivi, pensavo mordessi, invece sei dolcissima“, ha concluso.

Gli ho promesso che tornerò, che la visiterò, che chiamerò lui e le altre persone che ho conosciuto. Perché è esattamente questo che penso mentre mi avvio ai controlli in aeroporto, per tornare a Milano in data OTTO AGOSTO. Penso a quanti sorrisi, quante storie, quante chiacchiere, quante vite ho incrociato in 48 ore. A quanto mi sia sentita accolta, a quanto sia stato bello, a quanto mi abbia sorpresa perché dei sardi si dice che siano persone piene di spigoli e asperità. E io, invece, ho conosciuto soprattutto bella gente, bella nel senso immediato del termine, solare e autentica. Semplice e per nulla banale.

Penso a quanta voglia ho di tornare a scoprire questa terra e queste persone. Questa fucina di storie e di contraddizioni, di natura e di vita.

PS: inoltre io Costantino devo ringraziarlo anche perché senza di lui non avrei mai scoperto questa esilarante imitazione di Michela Murgia trasmessa da una rete locale.

Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.