Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Dimmi Perché Piangi

 

Da ieri sera verso in uno stato di paranoia catatonica. Ho pure pianto, a un certo punto, prima di andare a dormire, mentre pisciavo, seduta sul cesso. Non c’era una ragione precisa, non ero neppure in premestruo. Ho pianto e non so perché.

Non sarebbe stato un problema, se non avessi avuto accanto un esemplare di pene sapiens sapiens che mi chiedeva perché piangessi (adoro gli uomini, che pensano sempre che ci voglia una ragione per piangere e non sanno che invece piangere a volte è un modo per far respirare l’anima, per allentare l’apnea, per mollare la tensione e arrendersi, e poi trovare la forza per calmarsi e riprendersi). Sarebbe stato tutto regolare, se avessi avuto la libertà di rinchiudermi nella mia bolla di auto-disagio e auto-commiserazione, di colare a picco nelle mie paturnie, di abbandonarmi alla deriva indomabile del disprezzo più feroce che nutro per me stessa.

Insomma, robe che io conosco bene e lui non conosce affatto, e che sono solo alcuni dei miei demoni, quelle forze oscure della mia psiche che mi fanno sempre pensare che dovrei andare in analisi, mapperò non c’ho i soldi (né per quella, né per il dentista, né per il dermatologo, né per il nutrizionista, né per il personal trainer, né per un cazzo di ciò che dovrei fare per prendermi cura di me).

Di positivo c’è che ormai li conosco, quei demoni, e questo, si capisce, è un grande vantaggio rispetto a quanto succedeva, chessò, dieci anni fa. Se c’è un aspetto valido della crescita, o dell’invecchiamento, è che impari i tuoi malesseri a memoria, li riconosci dall’odore, prima ancora che si presentino alla tua porta, senza preavviso, cogliendoti nella tua personale condizione di degrado.

Alcuni li ripari, certo, ma altri sono talmente radicati da essere intoccabili. Non sono fantasmi da sconfiggere, ma malfunzionamenti interiori da governare e con i quali scendere a compromessi, imparare a convivere, trovare armistizi psicologici, esercitare comprensione, pazienza e carità. Resta il fatto, però, che non sempre ci si riesce. E che io non brillo per comprensione, pazienza e carità. Sono anzi un curioso incrocio tra una debosciata nichilista e viziosa, e una nazista intransigente e totalitaria. Non pratico le vie di mezzo, odio i gradi e i tempi che la vita richiede per accadere e ho un talento impareggiabile per spalarmi tonnellate di merda addosso e poi dirmi: “Vedi? Fai schifo!” E tutto questo riesco a farlo in qualsivoglia contesto, in qualsivoglia momento. Riesco a farlo anche a ridosso di un periodo di lavoro intenso e gratificante, due giorni prima di partire per il ponte del 1 maggio e andare a trovare i miei, che se mi dice bene mi faccio pure una bella giornata di mare (e ora che l’ho detto è naturale che pioverà ininterrottamente). Riesco a mortificarmi anche nelle condizioni di agio più estreme, e riesco a farlo anche quando ho una persona accanto che mi adora e alla quale – forse – dovrei mostrare le parti belle di me, non la fogna.

Però, la fogna c’è.

E questa è una condizione con la quale chiunque si avvicini molto a un altro essere umano deve essere disposto a confrontarsi. Il tanfo degli irrisolti, delle ansie, delle paure, dei fallimenti, delle debolezze e delle incapacità altrui, prima o poi, gli arriverà. L’olezzo indigesto del disamore per sé è un affare scomodo, in aperto conflitto con la realtà che esistono persone che ci stimano, ci desiderano, ci considerano, a qualche immeritato livello, un modello di qualcosa.

Ecco, io sono un modello di disordine, di indisciplina, di ribellione a me stessa. Sono il più sordido contrappasso che si possa immaginare, la talpa infame, la boicottatrice indefessa.

Devo perdere peso per salute? Ok, allora ricomincio a fumare.

Trovo l’amore? Ok, allora devo re-ingrassare.

Lavoro tanto e mi piace ciò che faccio? Ok, ma ricordati che comunque sei una pezzente. 

E così, mentre il pover’uomo ieri sera mi guardava, crucciato all’idea che dietro quelle lacrime e quei  silenzi ci fosse chissà quale pericolosa discussione della nostra relazione, io provavo ancora più imbarazzo per la puerilità del mio malessere. Perché non avevo voglia di dirgli che mi consideravo solo una cicciona piena di vizi e senza soldi. Non avevo voglia di dirgli che il mio estratto conto segna 337 euro, sebbene io avanzi oltre 10mila euro di pagamenti per lavori già svolti, ma si sa come funziona in Italia, no? Lavori a ottobre 2017, e a maggio 2018 ancora non ti hanno pagata, e va bene così, ma ogni volta che mi ritrovo in questa situazione metto in discussione tutta me stessa, la vita che ho scelto di fare (perché l’ho scelto eh, mica mi ci sono ritrovata per caso a questo punto), le possibilità di crescita che ho e la madonna sa cos’altro. Non avevo voglia di dirgli che fumo un pacchetto di sigarette al giorno e che ogni cazzo di volta che impugno l’accendino so che mi faccio male e non riesco a trovare la motivazione per smettere. Né avevo voglia di condividere l’eterno problema del bioritmo a mignotte, che condiziona l’esistenza, l’alimentazione, la produttività. Neppure avevo voglia di dirgli che ho ricominciato a vergognarmi del mio corpo, a volerlo coprire, a non volere che mi si tocchi la pancia perché è gonfia, oppure flaccida, oppure appesa e che di tutto questo mi ero liberata e invece ci sto tornando, perché in palestra non vado, perché mangio male, perché bevo vino, o birra, o cocktail ogni santo giorno. Così come non avevo voglia di dirgli che – sebbene io in costume da bagno non mi sia sentita mai a mio agio, e sebbene sappia che nella mia vita sono chiamata a superare prove ben più rilevanti della prova bikini (auto-cit) – mi inquieta l’idea di mostrarmi a lui in costume, che è diverso dal mostrarsi in camera da letto o sotto la doccia, che in casa ci sono solo io, mentre in spiaggia ci sono le persone toniche, quelle brave, quelle socialmente accettabili, quelle giovani, quelle che s’ammazzano di squat tutto l’anno e giustamente sfoggiano culi da combattimento che inghiottono mutande tra le natiche per tutta l’estate. E certo, lo so che mica sta con me per le mie chiappe (che comunque dichiara di amare) ma per la mia testa, va bene, ma comunque sia non è bello pensare che tra corpi scolpiti nel marmo debba vedere il mio, segnato dal tempo, dalle cattive abitudini, dalla trasandatezza ingiusta che gli sto imponendo e naturalmente dal rifiuto culturale per una serie di misogine pratiche estetiche, che risolvono con la chirurgia l’inefficienza di Madre Natura.

Non avevo voglia di dirgli neppure che mi sento paralizzata,  come se il mio auto-miglioramento fosse un eterno fallimento, un risultato perennemente mediocre, un insuccesso costante, interrotto solo da progressi temporanei. Non avevo voglia di dirgli che tutto ciò che sto trascurando di me stessa, mina profondamente la fatica che ho fatto per imparare a volermi bene.

“Domani mi passa”, ho detto al pene sapiens sapiens. E ho mentito. Perché so che questa inquietudine, quando arriva, non se ne va in un giorno, è un ospite sgradito che sporca le giornate e occupa i miei spazi interiori. E quando mi viene la crisi esistenziale, generalmente ogni anno, a primavera, quando tutti sono felici e dovrei esserlo pure io perché le giornate s’allungano, nei locali ci si può sedere all’aperto, il sole illumina l’asfalto, i collant si ripongono nel cassetto, l’atmosfera estiva arriva, in uno sciame di insetti e polline, a suggerirci che le vacanze sono all’orizzonte, ecco proprio quando dovrei essere felice come tutti, divento repellente e depressa. E anche amara, perché so che a un certo punto non ha senso sfogare a parole la frustrazione per la propria debolezza. È necessario agire. E io me lo ripeto ogni giorno, ogni sera, poco prima di dormire: da domani riprendo le redini; da domani ricomincio a occuparmi di me; da domani non fumo più; da domani torno in palestra; da domani mangerò bene; da domani sarò quella che – con inconcepibile fatica – ho dimostrato di poter essere. Oggi faccio schifo, ma da domani sarò migliore.

Mi chiedo quando arrivi domani, perché va così già da un po’, e mi rispondo che il punto è che domani non arriva mai, se non decidiamo di andargli incontro e prenderlo per le palle, o per le corna, o per qualsivoglia parte anatomica.  L’importante è afferrarlo, il domani, e incominciare da un punto, uno qualsiasi, che sconfigga l’immobilismo, la stasi, il bisogno di punirsi inconsciamente di non si sa bene cosa, il rifiuto presente di amarsi, la paura di cambiare e di concedersi una meritata serenità.

Da domani ricomincio a concentrarmi sulle cose belle, per smetterla di sprofondare in quelle di merda, promesso. Oggi, facciamo che mi odio ancora un po’. Poi smetto.

Perlomeno fino alla prossima crisi mistica.

Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

Caro 2015

Caro 2015,

ti scrivo perché in questo periodo in cui tutti stilano elenchi di buoni propositi personali di cui non gliene frega una beata a nessuno, io volevo banalmente salutarti. So che sembra una minchiata, e in effetti lo è, però – ne converrai – esiste una specie di misticismo laico nella chiusura di un anno, un ciclo di vita, un pezzo di storia, e l’inizio del successivo.

Per questo ti scrivo. E anche perché voglio ringraziarti.

Voglio ringraziarti per le persone interessanti che la mia vita la abitano, la popolano, la bazzicano, l’attraversano e lasciano un segno.

Voglio ringraziarti per gli affetti di sempre che continuano a esserci, quando torno nei luoghi del mio passato, per Pasqua, per Natale o per un arrosto di bombette e salsiccia ad agosto.

Voglio ringraziarti per l’audacia che mi hai dato di tagliarmi tantissimo i capelli in primavera. E di lasciarli ricci. E di trovare un’altra me, assai più simile a come sono io, oggi.

Voglio ringraziarti per avermi insegnato che Milano è bella, da scoprire, da visitare, da mostrare (tanto che quando i miei genitori sono venuti a trovarmi, abbiamo deputato una giornata intera al turismo metropolitano, per la prima vera volta da quando vivo qui).

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Voglio ringraziarti per il cane del mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale, un delizioso Cavalier King con lo strabismo di Venere, che mi è stato molto di supporto (il cane) in momenti in cui solo la pet theraphy poteva salvami da attacchi di misantropia radicale.

Voglio ringraziarti anche per i weekend a Lecce, a Palermo, a Courmayeur, a Copenaghen, a Londra e i numerosi in Abruzzo, e la settimana a Ibiza. E anche per le Spa in cui mi hai fatta alloggiare (sti cazzo di addii al nubilato).

Voglio ringraziarti per il matrimonio della mia prima amica-sorella, che le amiche-sorelle sono quelle che ci si conosce da quando si aveva ancora il monociglio (entrambe), si usavano le camicie di flanella (lei), o si avevano gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde (io). Le amiche-sorelle sono quelle che si ricordano la faccia e il soprannome del tipo che ti piaceva al primo anno di liceo (uno del quinto, alto, biondocongliocchiazzurri, che faceva il modello sulle locandine dell’Ipercoop di Taranto), o che ricordano il cognome del tuo primo fidanzato. Quelle che ti hanno prestato milioni di fazzoletti di carta e quelle a cui hai tenuto milioni di volte la porta del cesso. Quelle che non si contano più i capodanni, ferragosti, compleanni, lauree, festini, fronti tenute su mentre “eh ha mischiato troppo” (io) oppure “eh, troppi cicchetti, ora dorme” (lei). Le amiche-sorelle sono quelle con cui si diventa amiche quando non si è ancora capaci di essere amiche tra donne, perché donne non si è ancora, perché si è preda di quel magma psico-ormonale che è l’adolescenza. Ma si resta amiche, punti di riferimento indubbi, famiglia. Ecco, si è sposata la mia prima amica-sorella. Ed è stato forte.

Voglio ringraziarti per le ore trascorse in chiacchiere con mia madre e mio padre, ai quali mi ritrovo a spiegare cosa sia Tinder, come funziona questo mondo d’oggi, in cui la loro deliziosa figlia unica è così unica da essere single. In cui ascolto mia madre che fa un corso di educazione alimentare e mio padre che vorrebbe farne uno di inglese e li amo, e sono orgogliosa di loro, come loro dovevano esserlo di me quando andavo a scuola, che si sa che a un certo punto i ruoli iniziano a invertirsi, tra genitori e figli, no? Tutte quelle ore che servono a recuperare le distanze di questa vita a distanza, fatta di “no, niente di particolare, sì, sì, tutto bene, niente, sì, sono stanca, no, non ho ancora cenato, lì che si dice? Com’è il tempo? Come state?” per un totale di 3 faticosi minuti di conversazione.

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Voglio ringraziarti per le decisioni che sono riuscita a prendere e per il coraggio (o follia) con il quale ho deciso di provare a fare ciò che amo, da free lance, senza sapere se sopravvivrò o diventerò una clochard.

Voglio ringraziarti per tutti i momenti di merda che però sono stati cruciali, al fine di accettare la terribile idea di essere adulta, di non essere più la ragazzina di papà, quella che qualcuno prima o poi salverà, quella che può demandare agli altri la propria maturità. E le proprie responsabilità.

Voglio ringraziarti per le 4 sedute di psicanalisi. Un mese, è durata. Poi stava diventando una relazione troppo solida e ho ritenuto opportuno interromperla. Che poi è una cosa bizzarra, la psicanalisi.  Ti siedi di fronte a un estraneo, in una stanza spoglia e piuttosto triste, e gli parli dei cazzi tuoi, quello non ride nemmeno alle tue battute (perché tutto sommato io andavo a fornirgli una prestazione di cabaret) e non sei nemmeno del tutto sicura che ti stia ascoltando, o che non pensi “Diobbuono l’ennesima trentenne interrotta che mi centrifuga le palle con i suoi problemi da primo mondo e con il suo banalissimo disordine interiore“. Comunque magari ricomincio.

Voglio ringraziarti perché nonostante le liti, le discussioni, le lacrime, il nervosismo, lo stress, l’incertezza, l’ansia, le minacce, gli avvocati, gli insulti, gli sputtanamenti, le bugie, le mediocrità, e l’insonnia, nonostante i treni e i voli persi, gli allagamenti in casa e i lavori di ristrutturazione per due mesi, e le tasse da pagare, nonostante tutto ciò, sei stato un anno decisivo.

E ti saluto a testa alta, ben lieta che tu ti tolga dai coglioni, ma senza negarti la tua dignità.

Voglio ringraziarti perché non sei stato un anno semplice, ma di sicuro nemmeno il più difficile.

Voglio ringraziarti, infine, caro 2015, perché mi lasci con un unico, prezioso e fondamentale, proposito per il tuo successore 2016. Ossia rendere più semplice quella cosa complessa e criptica che è amare se stessi, accettarsi, assolversi.

Giudicarsi e giudicare con meno ferocia.

Volersi bene.

Aprirsi, insomma, al cosmo e alle sue infinite possibilità, come dice la mia amica GuruVagina.

(cioè: smettere di fumare, andare in palestra, tonificare, mangiare meglio, leggere di più, viaggiare di più, uscire di più, spugnettare di meno, andare a letto prima la sera, essere più presente per le persone che amo e allontanare i pieni-di-merda. Spalmare la crema in faccia tutti i giorni,  che ormai c’ho 30 anni, fare tutti gli esami medici che avrei dovuto fare 1 anno e mezzo fa e che ho rinviato fino ad ora, frequentare persone che ho autenticamente piacere di frequentare e dire no alle altre. Buttare i vestiti vecchi, le scarpe vecchie, gli amori vecchi…oppure regalarli ai poveri. Cercare stimoli, assecondare passioni, soddisfare curiosità. Esplorare. Non avere paura. Accettare gli inviti a bere qualcosa. Conoscere gente nuova. Volare, lontano, quando possibile. Da sola o in compagnia. Fidanzarsi magari, anzi trovare un compagno di viaggio. E poi ciulare, di grazia, quello sì, con più flessibilità e con standard dignitosi in termini di qualità e quantità).

Ciao 2015, e avanti 2016! E, fammi la cortesia, cerca di essere un buon anno.

I 30 anni e l’egosbattimento

Ci siamo, li ho compiuti. Ne ho 30 baby. Trenta. Net Net. Tond Tond.

Trent’anni. Mica male.

Se non fosse per quel dettaglio trascurabile che i 30 anni ci mandano in una particolare forma (piuttosto furiosa) di sbattimento, meglio noto come egosbattimento (perché è costituito da una mole di masturbazioni mentali incontrollate, egoriferite, autoreferenziali e deliranti).

Tecnicamente tutti (ok, non tutti, ma molti), uomini e donne, veniamo assaliti dalla paranoia di dover decidere tutto della nostra vita nel giro di un mese, tipo: che lavoro vogliamo fare davvero, dove, con chi, se vogliamo andare a vivere insieme, cambiare casa, comprarla (ahahah) o affittarla, se vogliamo figliare, oggi, domani oppure mai, se vogliamo prendere un fidanzato, se vogliamo prendere un gatto, come gestiremo l’invecchiamento dei nostri genitori? Come sopporteremo una vita in cui forse non avremo mai un giardino con il prato all’inglese, pur essendo cresciuti negli anni novanta sotto l’egida degli stereotipi Fininvest? Come faremo a essere adulti noi che del presente non abbiamo certezza e che siamo generazionalmente con le pezze al culo (tipo che – ad oggi – andremo in pensione non prima dei 75 anni e con 2 arachidi mensili, lorde)

Tante belle pugnette, all’occorrenza inevitabili, che ci soffocano e ci fanno perdere di vista cosa c’è di bello in questi 30 anni, perché in fondo 30 anni non sono mica una cattiva età, vediamo perché:

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  1. Sei grande abbastanza per decidere della tua vita, per iniziare a fare ciò che davvero vuoi e non ciò che gli altri vogliono tu faccia. Puoi assumerti le responsabilità delle tue azioni ed essere abbastanza credibile agli occhi degli altri.

2. Hai fatto un pezzo di strada sufficiente ad avere una buona sicurezza in te stesso/a, ti sei già dimostrato alcune cose e per quanti siano gli obiettivi che ancora non hai centrato, stai sicuro che ne hai già beccati diversi.

3. Sei, d’altro canto, ancora abbastanza giovane da pensare che tutto può succedere. Puoi ancora trovare l’uomo della tua vita. Puoi ancora andare a vivere all’estero. Puoi ancora fare bunjee jumping, se ci tieni.

4. Le persone che ami, bene o male, ci sono ancora. A volte, tutte. O quasi. E nonostante gli acciacchi, puoi tornare a casa e incontrarle, puoi alzare il telefono e chiacchierarci, puoi godere ancora della loro presenza, anche se in un modo fisiologicamente diverso rispetto a quando avevi 17 anni, ma grazie al cielo.

5. Puoi comprarti delle cose e concederti dei benefit e quando viaggi non sei più obbligato a dormire negli ostelli putridi col cesso al piano. Puoi farlo se vuoi, ma per scelta esistenziale, non perché non hai alternativa perché per 1 settimana di vacanza hai in tutto 350 euro. Puoi preferire i treni alta velocità, dopo anni in regionali o in autobus Marino. Puoi scegliere di farti tagliare i capelli da un adepto di Coppola, invece che dal rampante parrucchiere tarantino (che, a me, 3 anni fa, mi ha fatto i capelli arancioni invece che biondi).

6. Puoi ancora sopravvivere a una sbronza, anche se con più difficoltà. E puoi fare l’alba con gli amici perché hai ancora degli amici piacevolmente fancazzisti, che non hanno prole al seguito.

7. Puoi ancora usare i tacchi alti senza restare irreparabilmente paralizzata, e le minigonne, se lo ritieni opportuno. Un po’ come gli uomini che possono andare in giro con le magliette comprate ai concerti e non sembrare ancora “quello ci è rimasto sotto“.

8. Puoi ancora pensare che il tuo corpo sia giovane e fare delle cosa da giovane, come andare a un festival musicale in mezzo ai 20enni, o giocare a calcetto, facendo più fatica di loro, ma ce la puoi fare.

9. Sei ancora chiavabile. Anche se sei invecchiato o invecchiata. Anche se prima non avevi quelle rughe, anche se avevi il doppio dei capelli, anche se non avevi traccia di cellulite, mentre adesso c’hai un cratere di ritenzione idrica sulla chiappa destra che fa spavento, che altro che buccia d’arancia, si potrebbe dire che hai un agrumeto addosso (seguirà una digressione sull’invecchiamento al femminile e quello al maschile).

10. Sei all’inizio della tua vera vita. Quella in cui sei libero di decidere chi essere e come esserlo. Sei al limite del seminato nel quale fino ad ora hai mosso i tuoi primi passi da semi-adulto, facendo tutto ciò che era prevedibile tu facessi: studiare, impegnarti, prendere bei voti, laurearti, trasferirti al nord o all’estero, lavorare, sopravvivere ad anni di contratti precari (perché chi ha 30 anni oggi si è fatto tutta la trafila dei possibili co.co.pro e co.co.minchia), iniziare a mantenerti, cambiare abitudini, evolverti. Adesso tocca a te. Non solo al tuo impegno, ma anche alla tua immaginazione, al tuo coraggio, alla tua onestà con te stesso. E questa adrenalina, di chi è al centro della propria vita, di chi decide cosa essere, scansando un po’ di pressioni sociali e di aspettative etero-indotte, se riesci a coglierla, è splendida.

E allora dall’alto dei miei 30 anni appena compiuti (per i quali però ho iniziato a fare training autogeno almeno 5 mesi prima) mi sento di dare questo suggerimento ai miei compagni di generazione: godiamocela questa età. Godiamocelo il mentre, questo momento rubato, in cui tutto è ancora abbastanza accettabile e noi abbiamo la forza di sostenerlo. Godiamoci persino l’incertezza, la sospensione, la possibilità. Godiamoci il primo peso di questa maturità.  Godiamocela e usiamola per capire, se mai, a cosa teniamo davvero. Come per fare un favore a noi stessi e costruirci una vita come ci va. O che assomigli, in qualcosa, alla vita che ci va. Senza ansia. E so che è impossibile dire “senza ansia”, a noi, che siamo una generazione sommariamente afflitta dall’ansia, e non perché siamo stronzi ma perché ci hanno tolto tutti i cuscinetti sociali, culturali e morali che a loro, a chi c’era prima, permettevano di gestirla meglio, questa tensione di crescere e questa prestazione di vivere.

Ma non dovremmo permettere, all’egosbattimento fisiologico, di toglierci il bello che c’è. Qui ed ora.

In questo momento prezioso e raro, scomodo e stretto. Schiacciato malamente tra il peso – o il mito – del passato e le incognite – o le sorprese – del futuro.

Le. Belle. Sorprese. Del. Futuro.

Volevo lasciarvi con questa meravigliosa effige di me medesima che ballo "Cicale Cicale"
Volevo lasciarvi con questa meravigliosa effige di me medesima che ballo e interpreto (con un certo trasporto) “Cicale Cicale” di Heather Parisi, alla festa per il mio trentesimo compleanno, gentilmente ospitata dal mio amico imprenditore che ama definirsi tale, nel suo attico.

Lettera aperta a Voi

Ci sono alcune cose che vorrei dirvi da un po’ di tempo.

E vorrei dirvele per rispettare quel tacito “patto di trasparenza” che ho sempre avuto con le persone che leggono questo blog. Con voi, insomma.

Sono successe molte cose nella mia vita in questo ultimo anno. Alcune le ho raccontate, le ho condivise, come sempre. Altre le ho taciute. Perché non potevo parlarne, perché non sarebbe stato opportuno. E per quanto mi sia pesato mettere la museruola ai miei polpastrelli, ho preferito fare così.

Ad oggi, però, c’è un pezzo di tutto quello che è successo, che è giunto il momento di raccontarvi.

Non so mai bene che parole usare per spiegare alla gente quello che ho fatto, perché tendo sempre a minimizzare, ho questa forma di ancestrale e irrimediabile scaramanzia, ultra-retaggio borbonico della mia architettura culturale. Quindi dico cose tipo: “Ho lasciato il lavoro” (che fa pensare a una donna sull’orlo di un baratro nervoso), oppure “Mi sono licenziata!” (che fa pensare a una che non vuole dire che in realtà l’hanno mandata via, un po’ come quando “l’ho lasciato io/mi ha lasciata lui”). E poi rincaro tantissimo la dose, dicendo che l’ho fatto proprio nel momento in cui stavo conquistando il falso mito dei nostri genitori, IL CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO, che per loro è tipo il Sacro Graal, invece è una roba sempre più spoglia di tutele e diritti, ma vuoi mettere la sicurezza di uno stipendio fisso? Mettici che sono pure donna! E come farò, senza la maternità, quando vorrò sgravare? E in tutto questo il fatto che io non abbia un compagno, non abbia una relazione fissa e, a dirla tutta, non pratichi il mambo orizzontale da così tanto tempo che forse mi è ricresciuto l’imene, è un di cui. Un trascurabile di cui.

Comunque la verità è che ho deciso di fare ciò che volevo fare e di non trascinarmi nel futuro il rimpianto di non essere stata coraggiosa abbastanza. Mi sono accollata le responsabilità della mia scelta, e il rischio di fallire. E ho deciso. Il tutto senza nemmeno un marito consulente che mi porti a casa 5000 euro al mese.

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Cos’è che voglio fare? La free lance, la libera professionista, la consulente, la scrittrice a cottimo, quello che sia. Fondamentalmente non mi interessa diventare Stocazzo e fare i miliardi. Mi interessa, invece, avere una vita più flessibile, che non mi inchiodi a Milano, che mi consenta di essere potenzialmente più vicina ai miei affetti, ovunque essi siano, che mi consenta di non elemosinare 3 giorni di ferie se mia madre si opera; ma che mi consenta anche di provare a fare qualcuna di quelle cose che mi piacerebbe tanto fare, tipo: finire l’ebook (con cui, come alcuni di voi avranno notato, sono in un ritardo tale da far pensare a un bluff, ma vi giuro che esiste, è parcheggiato e non ho ancora avuto modo di rimetterci mano), organizzare un tour di eventi in Italia, provare a creare una web serie, costruire un progetto di scrittura collettiva femminile, avere una trasmissione in radio. Oltre naturalmente a scrivere gli altri duecento ebook che ho già pronti in testa, che potrebbero addirittura dire qualcosa di interessante. E naturalmente continuare a scrivere su questo blog, che amo. Fare qualcosa che mi diverta, che non mi imprigioni e che sia utile, in qualche maniera, agli altri; che continui a promuovere quelle cose di cui parliamo da anni: la consapevolezza, la sessualità libera, la femminilità sostenibile. E poi anche una fetta di culo incartata da una marmotta.

Insomma, tutto questo non è facile, dovrò senz’altro avvalermi di validi collaboratori e soprattutto dovrò cercare di non morire di stenti.

Ad oggi collaboro ancora con la mia agenzia, per 2 giorni alla settimana. Nel resto del tempo, butto le fondamenta per concretizzare alcune di queste nebulose idee.

In ogni caso, trovo corretto dirvi che farò (anzi, sto già facendo) qualche collaborazione con delle aziende. Lo faccio con molta prudenza, mi sono accorta che ho questa terribile tendenza a tirarmela, non solo con gli uomini, ma anche con i brand e con le agenzie, e questo perché sono molto attenta a non snaturare questo blog che fondamentalmente non è mai stato (e non voglio diventi) un collettore di markette, perché sì, di questo stiamo parlando.

Ce ne saranno, ma con moderazione e soprattutto con criterio. Cioè non scriverò post su Padre Pio con la pubblicità delle supposte alla glicerina sopra. Se sceglierò di accettare una collaborazione è perché sarà su qualche tema che secondo me è rilevante, utile, importante o divertente. Non sarò mai insincera in una considerazione che pubblicherò e non sarò mai testimonial di Somatoline.

Mi piacerebbe anche sottolineare che ho rifiutato moltissime proposte in questi anni, l’ultima delle quali proprio la settimana scorsa, quando tecnicamente ero già disoccupata. E questo ve lo dico perché mi piacerebbe che continuasse ad esserci quel rapporto di “fiducia” tra autore e lettore che c’è stato fino ad ora.
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Ci ho pensato a lungo, se scrivere o meno questo post. Ho anche pensato che per evitare qualunque marketta avrei potuto valutare l’opzione fund raising. Della serie: vi chiedo 2 euro all’anno, che praticamente sono 0,16 centesimi al mese, e stiamo pace. Però chiedere soldi mi sembra una poracciata…e poi io che non do 1 euro a wikipedia (che è una roba utilissima), perché dovrei chiederne 2 a voi (per un blog di pugnette)?

E poi c’è anche da dire che forse non c’è una percezione chiara di quanto lavoro possa esserci dietro un blog.

Di quante ore di vita, di quanti pezzi di anima, di quante serate a casa a preparare i pezzi, di quanti aperitivi paccati all’ultimo minuto, di quante telefonate non fatte, di quanti weekend a lavorare e di quante nottate a rispondere a tutti i commenti, quanti che fossero, e la conseguente Sindrome Cronica dell’Occhiaia da Eroinomane.

E, in fondo, tutto sommato, che qualcuno voglia collaborare con te, o mandarti un pacco, o invitarti a un evento, o ospitarti, o farti scrivere un post, non è una tragedia (a patto che tu dica la verità ai tuoi lettori), specialmente dopo che ti fai un bucio di culo così da 4 anni.

E con ciò non voglio dire che da adesso faccio la blogger di professione, che mi vengono i conati di vomito. Voglio solo dire che un buon blog porta via tanto lavoro e non c’è niente di male se uno con il lavoro ci guadagna anche qualcosa.

Concludo dicendovi che spero che chi mi ha letta in questi anni abbia il piacere di continuare a farlo.

Spero che l’affetto che sento da molti di voi sia per me un carburante importante per realizzare gli altri progetti che ho in testa e che sono convinta vi piaceranno.

Spero di continuare a offrirvi spunti di riflessione, sorrisi, lacrime e tutte quelle altre cose di cui mi ringraziate nelle mail e nei commenti che mi inviate.

Adesso credo che il messaggio sia chiaro, quindi vi saluto,

con affetto e gratitudine

Vagi

 

ps: a questo proposito mi permetto di segnalare un video che ho pubblicato la settimana scorsa per Falloxme, che è stato esilarante girare e spero per voi sia altrettanto divertente da guardare 🙂