Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
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La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
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Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
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Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
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In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
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Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
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Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
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Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
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Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Tatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
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La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
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Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
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Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
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Psicodramma Politico

Sono settimane che affronto un drammatico dissidio interiore: vivo a Milano, dove quasi tutti quelli che conosco schifano profondamente il movimento 5 stelle; ma sono del sud, dove quasi tutti quelli che conosco hanno votato il movimento 5 stelle (e schifano, con un variabile grado di intensità, il PD). L’Italia che vedo, quella che percepisco, che non è detto sia l’Italia che vedono tutti gli altri, è un paese polarizzato, nettamente fratturato in due parti. Questa percezione non mi deriva solo dai tiggì o dalle prime pagine della stampa. Mi deriva anche dai commenti quotidiani che ascolto e che leggo, fatti da persone che conosco bene. È un’Italia collerica, sarcastica, arroccata su posizioni di principio e capricci, disinteressata al dialogo, alla comprensione, al compromesso. Un’Italia a tratti delirante.
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Ora io non sono una fine politologa, una costituzionalista consumata, un’economista esperta. Non mi sono mai “tesserata” a un partito, non sono mai stata attivista, non ho mai presidiato costantemente la piazza e non mi sono mai sentita pienamente rappresentata da nessuna delle cosiddette “alternative politiche“. Neppure da quelle nate appositamente per intercettare i soggetti come me, tipo il m5s. Alle ultime elezioni ho votato un partito che non ha superato la soglia di sbarramento (i radicali, ndr). Ma per capire davvero il mio attuale psicodramma politico, che negli ultimi giorni ha assunto tinte quanto mai fosche, bisogna fare un paio di premesse spicciole, qualche generalizzazione, giusto tre riflessioni approssimative, degne di una chiacchierata occasionale tra avventori di un bar.
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PRIMA PREMESSA:
Milano è una città in cui, chi è scampato al berlusconesimo, e al maronismo, e alla formigonìa, è confluito nel PD. L’appartenenza a questa sfera è chiara, tangibile, persino inevitabile. Se si vuole avere uno sguardo ravvicinato di cosa sia il PD alla sua massima efficienza, non bisogna andare in alcun posto all’infuori di Milano. E a Milano il PD funziona. Cazzo se funziona. In questi ultimi dieci anni, mentre il resto dell’Italia andava in malora, a Milano sono sorti nuovi QUARTIERI, nuove LINEE DI METROPOLITANA (che non è che sono lì in cantiere eh, la lilla non c’era e adesso c’è, ci si può viaggiare sopra, è super hi-tech e pulitissima, sempre; la blu è in costruzione), nuovi teatri, nuovi locali, nuovi ristoranti, nuove librerie, nuove boutique, nuovi mercati, nuovi centri commerciali, nuovi rooftop, nuovi ospedali, edifici premiati come i migliori al mondo…così, dal niente. A Milano non si sente l’esigenza di un’alternativa politica, perché le cose funzionano, ed è francamente bello avere un sindaco che è pure un bel signore presentabile, con un buon titolo di studio, ben vestito, culturalmente evoluto e votato a valori socialmente di sinistra. Voglio dire, a Milano non c’è bisogno di altro. A Milano, si sta bene.
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SECONDA PREMESSA:
Il problema, però, è che l’Italia non è Milano. Il problema è che io vengo da una città che ha avuto come sindaco Giancarlo Cito (un mafioso), Rossana Di Bello (Forza Italia, ha fatto fallire il comune con un buco di ennemila milioni di euro), Ippazio Stefano (il sindaco fantasma, che era di sinistra, ma andava in giro armato di pistola) e, dulcis in fundo, il Presidente della Regione Nichi Vendola, omosessuale e comunista, un trionfo c’era parso ai tempi, fino alle intercettazioni con la famiglia Riva sul caso Ilva, che erano alquanto distoniche per uno che aveva fondato il partito “Sinistra, Ecologia e Libertà” (poi rinominato, con amara ironia, “Sinistra, Siderurgia e Libertà”). Il problema è che al sud ci sono costruzioni incomplete per sempre, treni del dopoguerra che viaggiano sullo stesso binario, disastri ambientali taciuti, ponti che crollano, servizi inaffidabili, disoccupazione. Al sud, le uniche opere pubbliche fatte nell’ultimo decennio, sono i dossi sul manto stradale dissestato di buche. Al sud, gli ospedali si chiudono, mica si costruiscono.
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Su un manuale di storia della politica italiana, ci racconterebbero anche che il sud è stato tradizionalmente una banderuola politica, il luogo in cui è nato ed è proliferato il voto di scambio, non solo per la malavita e la chiesa (che erano un po’ due facce della stessa medaglia), ma pure perché al sud votavi chi ti dava il lavoro, fine. Al centro, invece, c’erano le zone rosse, tradizionalmente di sinistra, con gli zoccoli duri della Toscana e dell’Emilia, e poi il nord era la zona bianca di ispirazione democristiana, dalle cui ceneri è nata la Lega Nord (e naturalmente, il ventennio berlusconiano). Tutto questo per dire che, banalmente, il sud non aveva un orientamento politico forte, definitivo, identitario. Aveva e ha altri valori bellissimi, ma la politica è sempre stato un affare complesso, in un territorio altamente presidiato dalla malavita (che non è una leggenda, e non è una serie tv, e neppure un monologo di Saviano da Fazio). Il sud è un territorio schiacciato da mezzi di sviluppo ridicoli, ricatti occupazionali, contentini sporadici. È un sistema sociale e culturale profondamente diverso, ed è un ambiente nel quale tutte le precedenti ricette politiche sono fallite. È un territorio nel quale mancano la speranza e la fiducia nelle istituzioni (che sono fatiscenti, quando non del tutto assenti), manca spesso l’esperienza e a volte la competenza. Talvolta, bisogna essere onesti, manca pure la voglia di fare perché in generale pare che nessuno faccia un cazzo e che “fare” sia impossibile o inutile. È un luogo nel quale, inoltre, nessuno di noi torna, dopo aver girato l’Italia, l’Europa e il mondo, per renderlo un posto migliore. E così quell’altrove, del quale ci piace parlare per fare ironia sulla bontà del cibo, sul pacco da giù, sul fritto, sul sole, lu mare e lu ientu, diventa un posto sempre più remoto, sempre più isolato, sempre più radicalizzato nei suoi problemi di cui, in fondo, noialtri, da qui, possiamo ben guardarci. Perché noi ci siamo emancipati, perché quell’emancipazione l’abbiamo scelta e ci è costata, e non ci interessa più capire le ragioni di paesi, città, grandi città che non riescono manco a gestirsi la loro monnezza, che si lamentano del lavoro assente ma tutto sommato si vive bene a spese di mamma e papà, che invidiano i concerti che possiamo vedere al nord, ma che da aprile a ottobre pubblicano foto di giornate a cazzeggiare al mare sotto il sole, mentre noi qui in ufficio a produrre e fatturare. Quel sud dove ci piace tornare in vacanza l’estate ma al massimo per una settimana perché poi no guarda mi viene da sclerare sono tutti lentissimi, i negozi chiudono al pomeriggio, che schifo i cassonetti in mezzo alla strada.
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Noi viviamo a Milano e a Milano si avverte solo un pallido riverbero del senso di crisi che dilaga in provincia, un’idea quasi inesistente del sentiment popolare, virale e cronicizzato che ha portato il m5s al suo 32% (e la Lega al suo 17%). E ogni volta che leggo o ascolto commenti pieni di disprezzo, di superiorità intellettuale, di sufficienza nei confronti di chiunque abbia votato il movimento 5 stelle (che, lo ricordo, non ho votato) mi viene il rodimento di culo, perché io purtroppo non posso usare riduzioni altrettanto semplici: io non posso dare per certo che siano tutti stupidi quelli che votano 5 stelle, o che siano tutti stronzi quelli che votano PD. So, perché conosco entrambe le realtà, che – in mezzo a tanto degrado – esistono persone intelligenti sia da un lato che dall’altro. So, perché è evidente e lo sappiamo tutti, che esiste un movimento saldo, con un elettorato fedele e incrollabile, che dal 2013 al 2018 è rimasto sul 30%. Questo significa che un italiano su 3, lì fuori, vota 5 stelle. E in certe zone d’Italia, sono 3 italiani su 3, a votare 5 stelle. 
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Di fronte a questo scenario, non sarebbe un errore se la sinistra ammettesse di aver perso delle buone teste, in questi anni; se ammettesse di aver abbandonato il sud, di aver rimosso le istanze dei più deboli, di aver perso la capacità di comprendere i problemi delle persone comuni, rinchiudendosi in una torre d’avorio nella quale chiunque sbagli un congiuntivo è un minus habens al quale bisognerebbe revocare il diritto di voto. Mi piacerebbe se la sinistra si spogliasse di quella spocchia autoconferita e fosse migliore di chi dice “Pidioti“. Mi piacerebbe che ammettesse di essersi trasformata nella gauche caviar, di non sbattersene granché degli umili e neppure degli ultimi, e di vivere ormai la sinistra come se fosse una moda, uno stile di vita: se sei di sinistra ti piace un certo tipo di cucina, un certo tipo di ristorante, un certo tipo di abbigliamento, un certo tipo di vacanza, un certo tipo di quartiere, un certo tipo di istruzione, un certo tipo di autore, un certo tipo di programma televisivo, un certo tipo di estetica. Hai un certo tipo di valori condivisibili, ti muovi in un frame culturale molto definito, e dentro vuoi che ci siano solo persone che ti assomiglino tantissimo, perché in fondo la sinistra è diventata un’élite peggiore della borghesia che doveva combattere. È la sinistra con i soldi, con le azioni, con i patrimoni immobiliari. È la sinistra che si sente sinistra perché è favorevole alle unioni civili, ma che non ha mai vissuto fuori dalla cerchia dei bastioni e non ha mai avuto un amico che abitasse alle case popolari, e forse non ha neppure mai preso un caffè a casa di un operaio (pensate, esistono ancora gli operai!). La sinistra che da ragazzina indossava i pantaloni strappati per tendenza, e oggi custodisce nella scarpiera le Louboutin. È una sinistra che ha diritto di esistere, per carità, non è che per essere di sinistra si debba per forza essere povery, ma dei povery bisogna occuparsi, perché la sinistra anche di questo si occupa e se smette di farlo diventa un partito vuoto. Ed è a quella sinistra, sempre più chiusa e sempre più presuntuosa, sempre più autoreferenziale e sempre più debole, che muore senza accorgersene, indisposta a trattare coi diversi, inclusi i più stupidi, i più ignoranti, i più incazzati, ecco è a quella sinistra che si deve il merito di aver consegnato il paese nelle mani di forze sovraniste, populiste e dal retrogusto fascista.
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TERZA (e ultima) PREMESSA:
Tuttavia, non vorrei essere troppo ingiusta con la nostra sinistra, e trovo anzi importante inserire in una prospettiva di ampio respiro ciò che sta succedendo in Italia. In primo luogo, bisogna considerare che le sinistre di tutto il mondo sono in grave crisi. Le destre, al contrario, godono di ottima salute e mietono consensi nel malcontento popolare (effettivamente esperito nel quotidiano o mediaticamente iniettato nel sentire comune, non fa tanta differenza). Estrema Destra, il libro inchiesta di Guido Caldiron, spiega esattamente come tutta l’Europa sia attraversata da correnti nere, violente, antieuropeiste (cosa che non dovrebbe lasciarci dormire sereni). Ne “La Democrazia del Narcisismo”il giornalista Giovanni Orsina, invece, ci racconta che da un sondaggio pubblicato lo scorso gennaio emerge che il 54% degli italiani prova rancore verso l’Italia, sentendosi in credito nei confronti del proprio paese, con la convinzione di aver dato più di quanto abbia ricevuto. Due anni prima, lo stesso sondaggio, attribuiva questo sentimento a “solo” il 49% degli italiani. Il malcontento popolare è, a torto o a ragione, in crescita e questa crescita non si arresterà. Si potrebbe obiettare che in fondo abbiamo un tetto sopra la testa, che abbiamo un smartphone per pubblicare sagaci analisi politiche su Facebook, e abbiamo pure un’aspettativa di vita di 80 anni, invece che di 35. Si potrebbe obiettare che l’Italia ha vissuto momenti anche peggiori, regimi totalitari, terrorismo politico, governi mafiosi e che in fondo questo non è il momento più buio della storia contemporanea. Ma non farebbe la differenza. La gente, lì fuori, è incazzata e il fenomeno è di respiro internazionale.
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Nel tentativo di provare a dipanare la matassa, ho parlato con due donne, che sono mie amiche e delle quali non vi racconto molto perché il voto è segreto e magari quelle non vogliono che io faccia capire che sto parlando esattamente di loro due. Fatto sta che sono entrambe di sinistra. Cresciute in famiglie autenticamente di sinistra, con le idee chiare già a 14 anni, con episodi di impegno politico e sociale nei loro curricula. Insomma, due che la sinistra avrebbe dovuto tenersi strette. Due che difficilmente avrebbero cambiato idea, perché per loro la sinistra era un fatto identitario e culturale (roba che quando viaggiavano in macchina con la famiglia da bambine, ascoltavano e cantavano “Bella Ciao“). Due donne ironiche, intelligenti e colte (tra le lettrici più accanite che io abbia conosciuto). Bene, cosa hanno votato secondo voi? Cinque stelle. Entrambe. Ora, io cosa dovrei pensare? Che persone che ho stimato per tutta la vita siano rimbambite all’improvviso? Ma come fanno a non accorgersi del gigantesco problema di comunicazione e credibilità dei 5 stelle? Di quel complesso di superiorità morale? Di quanto siano dilettanti allo sbaraglio e sì, ho capito che pure-il-Trota!! ma non è questo il punto. Come fanno a non capire che tutta quella storia di essere post-ideologici a un certo punto diventa un problema perché, pensanpò, le ideologie sono solo idee messe in ordine? E, giusto o sbagliato che sia, in una certa misura, serve avere le idee più o meno in ordine per fare politica?
Ecco, devo pensare che si siano bevute il cervello, oppure devo sospettare che ci siano delle ragioni da ascoltare, un malcontento radicale e contagioso, una sfiducia irrimediabile nei confronti della pseudo-sinistra?
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Insomma, ho parlato con queste due amiche. La prima, ha votato i 5 stelle schifandoli, turandosi il naso, come si suol dire. La seconda, il cui fidanzato non ha una “fabbrichetta” ma in fabbrica ci lavora, ogni giorno, coi turni, ecco lei li ha votati con fervente convinzione. Quando Di Maio e Salvini hanno iniziato a flirtare, le ho scritto per chiederle cosa ne pensasse. Mi sembrava paradossale che i 5 stelle, votati quasi all’unanimità dal sud Italia, scendessero a compromessi con Salvini della Lega (Nord), che sarebbe ancora lì a prendersela con i terroni, se non fossero arrivati i negher. La mia amica mi ha risposto, spiegandomi il suo punto di vista: l’unica cosa di sinistra che si possa fare oggi, è sporcarsi le mani, capire il movimento, entrarci e portarlo a sinistra. Creare anticorpi interni che arginino derive estreme. Fare, non lamentarsi. Ricostruire, in seno a una forza politica in crescita, di certo non praticare necrofilia su un partito, il PD, che ha perso qualunque forma di credibilità agli occhi di chi è “di sinistra davvero”.
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CONCLUSIONI:
Ecco, io non so quale sia la scelta giusta, non so come saranno accolti e trattati i penta-stellati dell’ultimo minuto da quelli della vecchia guardia, non so cosa succederà la prima volta che un tizio entrerà nel giardino di un signorotto col porto d’armi, ma inizio a pensare che gli elettori di sinistra, quelli intelligenti che sanno praticare l’esercizio del dubbio, si troveranno a fronteggiare un dilemma imponente. Oserei dire monumentale. Inizio a pensare che dovranno chiedersi quale sia la strategia migliore per non consegnare il paese alle destre, più o meno estreme; per non consegnarlo alle destre e ai populisti insieme; per non consegnarlo ai populisti di destra o ai populisti metà e metà; per non illudersi di vincere perché tanto dove cazzo devono andare; per difendere i valori in cui credono; per resistere al prurito di parlare di scieghimighe; per essere in pace con la coscienza, il mattino dopo le elezioni.
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Vi lascio,  con l’auspicio che aver condiviso il mio psicodramma politico, non sia occasione per vomitare slogan, ovvietà, volgarità, amenità, spocchiosità di ogni genere qui sotto. Tra quelli che, senza esitazione, tifano sugli spalti, a fare gli ultras di una parte e dell’altra, o di quell’altra ancora, immagino ci siano persone che osservano esterrefatte gli eventi di questi giorni, provando a comprenderli, a ricostruirvi una logica, a mediare le posizioni, ad analizzare gli scenari, a sconfortarsi e a confrontarsi, a parlare con educazione, dando luogo a un dialogo e non a un bullismo da terza media.
Quelli, qui, sono sempre i benvenuti. Gli altri, meno.
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Ps: dopo aver scritto questo post ho intrapreso un’estenuante discussione di tre ore con un amico penta-stellato della prima ora, uno di quelli assai convinti. È stato spossante, ma ce l’ho fatta e a un certo punto lui mi ha detto una frase che credo riassuma il pensiero di molti:
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“Il movimento non è perfetto, ma è migliorabile. Gli altri partiti non sono migliorabili”. 
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Gli ho risposto che io vedo soprattutto un margine di peggioramento, tanto più se il movimento viene affiancato dalla forza politica sbagliata. Chissà che non abbiamo ragione entrambi.

Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.

Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
.
3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
.  
8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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 .
11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
.

Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

Minaccia Bikini

Comprare un costume. Comprare un costume intero. Ormai ho 30 anni. Posso comprare un costume intero. Certi costumi interi sono bellissimi. Certo, sono bellissimi indossati dalle modelle. Io sembrerei definitivamente una milf. Anzi una Ilf, non avendo prole. Anzi, una cinquantenne. E basta.

Sì. Un bel costume intero, nero. Che classe che avrei. Solo che poi ti resta quella roba bagnata sulla panza, dopo il bagno. E poi, quando metti il 2 pezzi, i lardominali hanno un colore diverso rispetto al resto del corpo.

Certo, l’abbronzatura. Altro tema. Odio stare al sole. Mi ustiono. Sono chiara, delicata. Se mi proteggo resto bianca. Ogni anno dopo l’estate ho duecento nei in più sul corpo. La mappatura dei nei. Dovrei farla, non l’ho fatta mai.

Oppure potrei andare al mare di notte. Sicuramente mi sentirei più fica, di notte. Innanzitutto perché non ci sarebbe nessuno e secondariamente perché col buio siamo tutti più belli. Voglio dire: in camera da letto non hai mica le luci al neon, non hai mica i cazzo di faretti alogeni come nei camerini dei negozi che ti fanno sembrare un incrocio tra un galletto Vallespluga e un suino Amadori. In camera hai la lampada della Philips, quella piccolina, che fa l’atmosfera, che colora e che ti rende sensualissima col favore della penombra e della policromia compiacente. Intuire ma non sapere. Vedere, ma non vederissimo. Questa è la regola.

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Al mare come si fa? Con quel sole accecante e qualsiasi imperfezione spiattellata in faccia ai più. E non sono mica solo i kg di troppo che, per carità, ci sono. È proprio il pelo incarnito, i capillari sulle cosce biancorescenti, i lividi che ti sei fatta non sai mai come e la pelle, in generale, che s’è appesa. Il tono, cazzo, il tono che manca. L’elasticità. L’idratazione. L’esercizio. L’alimentazione sana.

Sei in ritardo baby, siamo a luglio.

Ricordarsi a luglio della prova costume ti capita solo se vivi a Milano e se non hai l’audace o dispendiosa abitudine di andarti a fare il weekend al mare. Audace, se vai in giornata, perché passi 6 ore in macchina (2 per arrivare, 2 per tornare, 2 per cercare parcheggio) per fare 3 ore in spiaggia, che poi non è nemmeno spiaggia ma sono ciottoli e vabbè, va tutto bene, il mare in Liguria è bellissimo (per i piemontesi e i lombardi senz’altro; pugliesi, sardi e siciliani potrebbero avere qualcosa da ridire in merito, ma per carità, sempre mare è). Dispendiosa, se non fai tutto in giornata.

Succede così che se vivi a Milano, prima di luglio alla prova costume non ci pensi davvero, perché il mare non lo vedrai seriamente prima di agosto.

Non è che in assenza della Minaccia Bikini non mi interessi del mio corpo, sia chiaro. È che nella vita devo fare anche altro, a parte combattere la forza di gravità o l’invecchiamento. Provo a mangiare più o meno decentemente e ad andare in palestra più o meno con regolarità. E questo (che EVIDENTEMENTE non è abbastanza, perché da sopra dovrei metterci fanghi, massaggi, tisane drenanti, abolizione coatta dell’alcol, cene rigorosamente a casa per rispettare i diktat del regime alimentare ipocalorico — tutte cose assolutamente incompatibili con i mesi di giugno e luglio in cui tipicamente anche i misantropi diventano viveur) mette in pace il mio karma-fitness. Del resto, quando devo essere nuda, nei restanti 11 mesi all’anno, c’è la lampada della Philips. L’abat jour sul comodino. Non i faretti alogeni. Non il neon. Non il solleone.

Il fatto è che ricordarsi a luglio della prova costume, è un po’ come ricordarsi il giorno prima dell’ultima interrogazione dell’anno di dover studiare il programma dell’intero quadrimestre. Ci provo, ok, meglio di niente, ma è chiaro che porterò anche st’anno il debito formativo in chiappe-d’acciaio-addome-di-titanio-internocoscia-di-marmo-travertino. Ed è chiaro che sarò rimandata alla prossima estate.

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Allego immagine dell’outfit da spiaggia che ho scelto per agosto.

Ma dall’anno prossimo (cioè settembre), vedrai. In palestra tutti i giorni, tutti. Cascasse il mondo! E se non vado in palestra, almeno faccio TUTTI I GIORNI addominali e squat a casa. Lo giuro. E mangio sano. Ricomincio a cucinarmi le minestrine di verdure. E sarò bella e tonica, la prossima estate.

Avrò anche i soldi per fare una bella vacanza.

Avrò anche un fidanzato.

Inizieremo a fare i weekend al mare da fine maggio.

A volte anche in barca.

Mi farò le foto con la mutanda schiantata in culo, da dietro, e le pubblicherò su Instagram. Avrò tantissimi like.

La prossima estate.

Per questa: comprare un costume intero.

Esistono dei costumi interi bellissimi.