Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

Minaccia Bikini

Comprare un costume. Comprare un costume intero. Ormai ho 30 anni. Posso comprare un costume intero. Certi costumi interi sono bellissimi. Certo, sono bellissimi indossati dalle modelle. Io sembrerei definitivamente una milf. Anzi una Ilf, non avendo prole. Anzi, una cinquantenne. E basta.

Sì. Un bel costume intero, nero. Che classe che avrei. Solo che poi ti resta quella roba bagnata sulla panza, dopo il bagno. E poi, quando metti il 2 pezzi, i lardominali hanno un colore diverso rispetto al resto del corpo.

Certo, l’abbronzatura. Altro tema. Odio stare al sole. Mi ustiono. Sono chiara, delicata. Se mi proteggo resto bianca. Ogni anno dopo l’estate ho duecento nei in più sul corpo. La mappatura dei nei. Dovrei farla, non l’ho fatta mai.

Oppure potrei andare al mare di notte. Sicuramente mi sentirei più fica, di notte. Innanzitutto perché non ci sarebbe nessuno e secondariamente perché col buio siamo tutti più belli. Voglio dire: in camera da letto non hai mica le luci al neon, non hai mica i cazzo di faretti alogeni come nei camerini dei negozi che ti fanno sembrare un incrocio tra un galletto Vallespluga e un suino Amadori. In camera hai la lampada della Philips, quella piccolina, che fa l’atmosfera, che colora e che ti rende sensualissima col favore della penombra e della policromia compiacente. Intuire ma non sapere. Vedere, ma non vederissimo. Questa è la regola.

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Al mare come si fa? Con quel sole accecante e qualsiasi imperfezione spiattellata in faccia ai più. E non sono mica solo i kg di troppo che, per carità, ci sono. È proprio il pelo incarnito, i capillari sulle cosce biancorescenti, i lividi che ti sei fatta non sai mai come e la pelle, in generale, che s’è appesa. Il tono, cazzo, il tono che manca. L’elasticità. L’idratazione. L’esercizio. L’alimentazione sana.

Sei in ritardo baby, siamo a luglio.

Ricordarsi a luglio della prova costume ti capita solo se vivi a Milano e se non hai l’audace o dispendiosa abitudine di andarti a fare il weekend al mare. Audace, se vai in giornata, perché passi 6 ore in macchina (2 per arrivare, 2 per tornare, 2 per cercare parcheggio) per fare 3 ore in spiaggia, che poi non è nemmeno spiaggia ma sono ciottoli e vabbè, va tutto bene, il mare in Liguria è bellissimo (per i piemontesi e i lombardi senz’altro; pugliesi, sardi e siciliani potrebbero avere qualcosa da ridire in merito, ma per carità, sempre mare è). Dispendiosa, se non fai tutto in giornata.

Succede così che se vivi a Milano, prima di luglio alla prova costume non ci pensi davvero, perché il mare non lo vedrai seriamente prima di agosto.

Non è che in assenza della Minaccia Bikini non mi interessi del mio corpo, sia chiaro. È che nella vita devo fare anche altro, a parte combattere la forza di gravità o l’invecchiamento. Provo a mangiare più o meno decentemente e ad andare in palestra più o meno con regolarità. E questo (che EVIDENTEMENTE non è abbastanza, perché da sopra dovrei metterci fanghi, massaggi, tisane drenanti, abolizione coatta dell’alcol, cene rigorosamente a casa per rispettare i diktat del regime alimentare ipocalorico — tutte cose assolutamente incompatibili con i mesi di giugno e luglio in cui tipicamente anche i misantropi diventano viveur) mette in pace il mio karma-fitness. Del resto, quando devo essere nuda, nei restanti 11 mesi all’anno, c’è la lampada della Philips. L’abat jour sul comodino. Non i faretti alogeni. Non il neon. Non il solleone.

Il fatto è che ricordarsi a luglio della prova costume, è un po’ come ricordarsi il giorno prima dell’ultima interrogazione dell’anno di dover studiare il programma dell’intero quadrimestre. Ci provo, ok, meglio di niente, ma è chiaro che porterò anche st’anno il debito formativo in chiappe-d’acciaio-addome-di-titanio-internocoscia-di-marmo-travertino. Ed è chiaro che sarò rimandata alla prossima estate.

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Allego immagine dell’outfit da spiaggia che ho scelto per agosto.

Ma dall’anno prossimo (cioè settembre), vedrai. In palestra tutti i giorni, tutti. Cascasse il mondo! E se non vado in palestra, almeno faccio TUTTI I GIORNI addominali e squat a casa. Lo giuro. E mangio sano. Ricomincio a cucinarmi le minestrine di verdure. E sarò bella e tonica, la prossima estate.

Avrò anche i soldi per fare una bella vacanza.

Avrò anche un fidanzato.

Inizieremo a fare i weekend al mare da fine maggio.

A volte anche in barca.

Mi farò le foto con la mutanda schiantata in culo, da dietro, e le pubblicherò su Instagram. Avrò tantissimi like.

La prossima estate.

Per questa: comprare un costume intero.

Esistono dei costumi interi bellissimi.

Uomini & Dating App

Il mese scorso sono andata a una festa di compleanno, alla quale ho conosciuto un tipo, che era con una tipa ma che però era single e che ha iniziato a parlarmi di quanto sia complessa la vita per gli uomini single a Milano. Ma-cosa-dove-come-quando-minchia-dici? mi son detta, tra me e me, figacentrica come sono, pensando come sempre che sia complesso solo per noi vagine, sopravvivere alla carneficina sentimentale e alla macelleria sessuale del mondo d’oggi. Invece no. Pare che anche per loro, per i portatori di pene, non sia poi così semplice.

“È una guerra, lì fuori è una guerra!”, mi ha detto il tipo. E la cosa mi ha incuriosita a sufficienza da dirgli: “Ok, ti intervisto per il blog”, lasciandogli i miei contatti (e no, non avevo alcun fine di broccolo, lo giuro).

Così dopo una decina di giorni ci siamo visti per un aperitivo al Deus, un posto in zona Isola dove sedersi è quasi impossibile e dove ti servono i cocktail nei barattoli invece che nei bicchieri e, sorseggiando il mio Moscow Mule, mi sono fatta raccontare un po’ dei suoi ultimi date. Così mi ha parlato di quella che si vantava di non pagare mai quando esce, perché lei è una pheega vera; e di quell’altra che nei primi 10 minuti gli ha raccontato i più macabri dettagli della sua promiscua vita sessuale; e di quella che dopo averlo limonato gli ha detto “Sì però scusa, amo un cinquantenne sposato”; e di quella che ha detto che non vuole necessariamente un compagno ma vuole un figlio, un figlio e basta, perché ha l’età per avere un figlio. Ma anche di un’altra che a letto gli ha sbuffato in faccia, e di quella che non voleva che se ne andasse e mentre cercava di persuaderlo armeggiava pericolosamente con un coltello da cucina.

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Urca, ho pensato.

“Ma dove le hai trovate?”, ho chiesto.

“Amici in comune, colleghi, palestra”, mi ha risposto.

“Ah, mi aspettavo mi rispondessi: Tinder, avrebbe avuto più senso”

Tinder con me non funziona. Non matcho

“Com’è possibile?”

“Non lo so, eppure sono bellissimo”

“Certo, infatti…per me fare match è la cosa più divertente, regala facili e superficiali conferme al mio claudicante ego”

“Sei donna”

“Hai ragione, voi uomini mettete like alla qualunque, noi no. Ora che ci penso, un altro mio amico lamenta difficoltà a fare match e quando ho provato a giocare col suo account, una sera che eravamo insieme, è stato leggermente frustrante”

“Sì, non solo, anche se fai match non si parla. Dobbiamo contattarvi sempre noi, sempre, non esiste una donna che ci contatti. E poi cosa vi diciamo?”

“Vabbè un’idea ve la potete far venire, non state a lamentarvi per mandarci un messaggino su”

“Ma sì, però non funziona lo stesso. E poi è pieno di casi umani

“Ahem…”

“Presenti esclusi”

“Ma io sono sulle dating app perché le studio sociologicamente, sia chiaro…”

“Naturalmente”

“Però ci sono anche alcune tra le mie amiche più gagliarde…forse dovrei presentartele”

Ed è stato allora che mi è venuto in mente di suggerirgli questa nuova dating app con la quale sto smanettando di recente, sempre a scopo di ricerca etnometodologica.

“Si chiama Once

“Sì, l’ho sentita…me ne aveva parlato un mio amico a Londra”

“Ecco, io la sto usando in questi giorni”

“E com’è? Cosa cambia rispetto a Tinder? Intanto scarico…”

Ciò che cambia, rispetto a Tinder, è che Once ti mostra un partner al giorno, ogni mattina alle ore 12. Di lì, scattano 24 ore di tempo per matchare e contattarsi. La proposta non si basa solo su un algoritmo e sulla prossimità geografica ma è super-visionata da degli esseri umani, persone in carne ed ossa intendo, i cosiddetti “match-makers” (praticamente versioni digitali di Marta Flavi, per chi se la ricorda).

“A differenza di Tinder, poi, non sei obbligato a fare log-in con Facebook. Puoi, certo, ma hai anche la possibilità di farti un account specifico. E se ti loggi con Facebook, comunque non ti matcha con i tuoi contatti, il ché non è male per la privacy

“Così la collega evita di vedere che sei un disperato su un’app”

“Ma smettetela con questa menata che le app sono da disperati. La gente ha sempre usato la tecnologia per flirtare e rimorchiare. Sempre. Dalla “chat piccante” di Arianna, a mIRC (che era un arcipelago di community, le “room”, create sulla base di argomenti specifici; ma anche un posto dove ci si appartava “in pvt”, in privato); passando per c6, che ti dava direttamente la possibilità di cercare gli utenti con cui parlare sulla base di filtri geografici e anagrafici, oltre che vedendo in anteprima interessi e descrizione. Fino ad arrivare ai vari social network da rimorchio, di cui Badoo e Meetic sono solo 2 dei numerosissimi esempi. E oggi, che viviamo nell’era delle dating app, siamo alla definitiva sublimazione di questa istanza: usare i nostri device allo scopo di inzuppare il biscotto.”

“Tu dici”

“Ma certo. Le dating app fanno ormai parte a tutti gli effetti delle nostre relazioni, può piacere o meno, ma è così, basta usarle con criterio…e anzi il fatto che hai la possibilità di fare un match al giorno ha degli aspetti positivi”

“Tipo?”

“Tipo che evita quell’effetto da ‘polli in batteria’, hai un partner al giorno da vagliare, non 20, puoi non guardare solo le foto ma addirittura spulciare gli interessi in comune, così magari ti viene in mente qualcosa per attaccare bottone!”

“Ma tu che ci hai raccattato li?”

“Esco settimana prossima con un copywriter, ma sempre per fini di indagine antropologica”

“Sì, beh, ovvio…quindi tu dici che la devo provare”

“Sì, dico che devi provarla. Tra l’altro questa offre anche un sacco di info, tipo l’altezza, che è utilissima perché se sei una vichinga puoi valutare se uscire con uno gnomo oppure no, e viceversa. Oppure l’etnia, o la religione”

“E se sono ateo?”

“È una delle opzioni naturalmente…”

“Va bene…ma non sarà pieno anche qui di casi umani?”

“Ma caro, i casi umani sono ovunque: sono in mezzo alla strada, al supermercato, in ufficio, in metropolitana, sui giornali, in televisione, su facebook e pure sulle dating app, basta avere un po’ di pazienza e scegliere”, gli rispondo, mentre nella mia mente passo in rassegna un’etologia completa dei casi umani maschili da dating app:

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– Quello che ti chiede alle 2 di notte se vuoi uscire, e tu gli rispondi che no, grazie, ma te pare. E allora tronca perché “scusa, ma mi rompo a parlare”. Hai ragione, infatti non sei mica su una chat.

– Quello che ha tutte le foto con gli occhiali da sole che o sei Jim Morrison, o sei guercio, non c’è altra spiegazione

– Quello che ha la sindrome del bimbominchia anche se ha 40 anni e si fa i selfie con la bocca a culo di gallina che DIOMADRE

– Quello che ha tutte le foto in cui è con altri amici, che devi concentrarti tantissimo sulla sua fisionomia per riconoscerlo e – salvo che non siano gruppi di rugbisti – ti passa rapidamente il sentimento

– Quello che ha la foto della sua motocicletta, o del suo cane, o della montagna con la neve che, ti voglio bene, ma non uscirò col tuo bolide, né con la tua bestia, né con le Dolomiti intere. Posso vedere la tua faccia?

– Quello palesemente fidanzato o sposato che mette solo foto di schiena, così che tu possa scegliere oculatamente con quale schiena uscire, e andare chessò al cinema, e sederti nella fila dietro di lui per continuare a interagire con la sua schiena

– Quello con le stock photos “sexy” in bianco e nero prese da google, con tacchi a spillo e cravatte, che pensa di sedurci con papiri che manco 50 sfumature di minchia

– Quello che scrive tutto in CAPS LOCK contravvenendo alle basilari norme della netiquette, ed elenca tutto ciò che odia, tutti i tipi di donne che non sopporta, che ti verrebbe voglia di dirgli: “Perché non provi a cambiare gusto del gelato e non solo?”

e via discorrendo. Però non condivido con il mio compagno d’aperitivo questo freak show da dating app. Perché non voglio scoraggiarlo. Perché si può trovare anche qualcuno di simpatico, interessate o piacevole. Perché si può persino fare networking con le dating app (io ho un’amica che in questo è bravissima).

…ma anche perché, nel frattempo, scegliamo il posto dove trasformare l’aperitivo in una cena e l’intervista in una chiacchiera. Tra due single, adulti, metropolitani, che si scambiano suggerimenti per sopravvivere emotivamente nella selva delle relazioni post-moderne.

[Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sono stata contattata da Once per testare l’app e parlarne, e qui c’è il link per scaricarla. Scaricatela, curiosateci su per qualche tempo – non un giorno o due – e fatemi sapere la vostra, se v’aggrada :)]

Manuale di Gestione dei Belli

La mia amica Janis l’altro giorno mi ha detto: “Tu non hai paura dei belli“.

Dopo un accurato studio dei soggetti che le ho proposto in questi anni, infatti, è giunta alla conclusione che io non sia intimidita dagli uomini di bell’aspetto.

Così ci ho riflettuto, perché ha ragione, in parte, sebbene io abbia avuto nella vita anche degli uomini relativamente brutti, in quanto da giovane se un uomo mi affascinava dialetticamente, con l’ironia, con l’intelligenza, con la cultura, avrei potuto dargliela anche se fosse stato il sosia di Marzullo.

È pur vero, d’altra parte, che quasi tutti quelli che ho propinato a Janis negli ultimi tempi erano discretamente manzi nel senso volgarmente canonico del termine e quindi mi sono chiesta se io sia diventata una persona superficiale, se Milano mi abbia imbruttita fino a questo punto o, più in generale, cosa mi sia successo. Magari la mia percezione di me stessa s’è fatta gli steroidi, o magari sono diventata “virile” nel pesare l’estetica.

Ovvio è che “dove c’è gusto non c’è perdenza“, come dice sempre mia madre. Ma è vero pure che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è bello“, come dice il mio amico Frecciagrossa (cioè la bellezza è oggettiva – per quanto suscettibile di influenze e contaminazioni culturali – mentre il gusto, quello sì, è soggettivo).

In linea di principio la differenza la fa il piacere che ci da essere in compagnia di quella persona, bella o meno bella che sia (com’è ovvio), e quali corde essa riesce a toccare nella nostra emotività. In altre parole: non vedo perché dovrei escludere a priori uno tipo Luca Argentero solo perché è un figo della misericordia e solo perché io non sono altrettanto bella. Ma allora la moglie di Hugh Jackman non ci ha insegnato proprio niente? Non è, del resto, del tutto normale vedere donne molto belle accanto a uomini che se una dote ce l’hanno è evidentemente occultata nella zona pelvica, o nelle mutande, o nella tasca che contiene il portafogli? Perché l’incontrario non può valere?

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Proviamo a fare un discorso odioso, asettico, politicamente scorretto, essenzialmente maschile (è solo un esercizio di stile, noi abbiamo la vagina, le ovaie, le tube di falloppio, lo sappiamo bene): i belli, esattamente come i non-belli, hanno dei pro e dei contro. Avete presente quando gli amici maschi vi dicono che le strafighe poi non danno più di tanta soddisfazione, mentre le bruttarelle fanno performance da mille e una notte? Ecco, diciamo che vale pure per loro. Non è una legge, naturalmente, ed è una brutale semplificazione, ma assumiamola come valida. Alla luce di ciò, tuttavia, non è che gli uomini rifiutino una gnocca atomica perché è bella ma non balla, perché secondo loro non è particolarmente brillante, perché è troppo bella e ne sarebbero gelosi. No. Loro comunque, se possono (e se riescono, cioè se non ci viene l’ansia da prestazione),  se la fanno. Perché? Perché è bella. Punto. Tanto basta. E quel tanto, circoscritto e circostanziato, può bastare anche a noi, quanto meno per bullarcene con i nostri amici omosessuali che ci intasano il whatsapp di peni ingiustamente strappati alla passericoltura.

Basta diversificare (come negli investimenti e nell’alimentazione, mangiare un po’ di questo e un po’ di quello, seguire una dieta equilibrata per non sviluppare carenze di autostima insomma), ed essere consapevoli di alcuni accorgimenti da usare, come:

  1. Il bello può essere più bello di voi. È una possibilità concreta. Invece che farvi le paranoie per quell’accumulo di grasso sulla pancia, o per quella cazzo di cellulite sulle chiappe, godetevelo. Vi ha invitate a uscire, non gli fate schifo, forse non vi chiederà la mano, ma santo cielo, chi se lo sposerebbe uno così? Solo per collezionare tradimenti e impazzire di gelosia? No. Col bello ci si può fare un giro (o più giri) e non esiste ragione valida per non farlo. Non ricollegabile a una nostra presunta inadeguatezza, per lo meno.

2. Il bello è abituato alle belle. Cioè le sue ex, quelle che verranno dopo di voi, e quelle che a voi si alternano, sono facilmente più fighe di voi. Non è che voi non siate fighe, è che quelle sono pertiche di 1.80, toniche al limite dell’immoralità, con la pelle perfetta, il sorriso abbagliante e gli occhi-fanale naturalmente chiari. Oppure sono replicanti di Giorgia Palmas. Voi ve ne dovete sbattere.

3. Il bello è tendenzialmente vanitoso. Non vi riempirà di complimenti, non vi farà sentire donne speciali (a meno che non siate Mila Kunis), non vi dirà che state benissimo con il nuovo taglio di capelli. Non sarà particolarmente gentile (se è troppo bello e troppo gentile, ocio, potrebbe essere una criptochecca, come le definisce la mia amica Sbarbi), e avrà sempre un’aria da uomo che non deve chiedere mai. Voi assecondatelo, non vi interessa redimerlo. Compiacetelo, se v’aggrada, e non assumete una inutile aria da femmina alpha, che tanto per farsi un giro di giostra non è necessaria.

4. Il bello non vi darà l’esclusiva. Siamo serie: non la danno i non-belli, figurarsi uno che potrebbe scoparsi (e probabilmente si scopa) mezza fashion week milanese.

5. Il bello è da NON seguire sui social. Se siete amici su Facebook, ignoratene gli aggiornamenti. Quando cambia la foto profilo ed è bono come il pane di Altamura, voi fate finta di nulla. Assolutamente NON mettetegli il like (il fatto che occasionalmente gliela diate mi sembra già un endorsement sufficientemente esplicito, seppur privato) e NON guardate chi l’ha commentato e gli ha messo il like. Perché, scremati gli amici (tendenzialmente ugualmente belli, perché per una legge di natura i belli vanno con i belli), vi imbatterete in un ginepraio di figa (anche di importazione) davvero pericoloso. Sì, sono tutte più tope di voi. Pazienza. È a casa vostra, però, che viene, a fare fit-sex, una nuova forma di attività aerobica che va per la maggiore nel 2016.

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6. Il bello è bello perché s’impegna per essere bello. Ha uno stile di vita che lo rende bello. Quindi è difficile che ci fumiate una canna insieme, restando a parlare e a ridere fino all’alba, con le guance che vi fanno male per l’accumulo di acido lattico e divertimento. Segue un’alimentazione corretta, quindi lo vedrete mangiare tartarre, di sicuro non il cuoppo napoletano. Voi berrete più di lui, senza dubbio, quindi quel bel sesso alcolico ve lo potete pure scordare. Non meno importante, per vederlo dovrete incastrarvi tra gli allenamenti di tennis, di squash, di golf, di basket, la corsa al Parco Sempione e i weekend in montagna a sciare (oltre che tra tutte le altre fighe di cui sopra).

7. Il bello è egocentrico, il ché significa che quando siete a letto è fallocentrico. Cioè tutto ruota attorno al suo uccello. Quanto è bravo. Quanto vi fa godere. Quanto gli piace farsi usare e fornirvi una prestazione all’altezza. Avete ragione. Non c’è amore, né sentimento, né tenerezza. Dopo non vi coccolate e non vi addormentate, insieme, attorcigliati nel letto, per svegliarvi l’indomani coi bacetti sulle spalle e ricopulare sull’entusiasmo dell’erezione mattutina. Tutto vero. Però non è che se non la date ai belli, trovate il cesso dei vostri sogni. E piuttosto che l’astinenza, santo cielo, meglio questo.

8. Il bello è schizzinoso. Peli ne ha meno di voi e la sua pelle è più idratata della vostra. Quindi prima di una sessione con il bello, voi dovete essere perfette. Ok, non perfette, ma se siete state dall’estetista e dal parrucchiere nelle precedenti 24 ore, è meglio. Escludete l’imprevisto imprevedibile della ricrescita da letargo invernale sulle gambe e siate pronte – in caso d’emergenza – a recidere il vostro eccesso pilifero mediante lametta o crema depilatoria (con buona pace della vostra estetista, che vi farà una paternale infinita lamentandosi del fatto che i peli sono duri, alla prossima ceretta, che vi sgama subito, ogni volta, e voi del resto non potrete spiegarle che un bello-bello-in-modo-assurdo veniva da voi e dovevate essere glabre). Possibilmente, dopo la doccia spalmatevi di olio di argan, ma non troppo. Tanto per essere ancora più lisce.

9. Il bello è passeggero. Con il bello non bisogna soffermarsi e non bisogna mai pensare cose come: “Quanto mi piacerebbe portarlo davanti al mio ex, tanto per fargli fare una sfilata e far sì che a quello gli detoni il fegato“, perché questo non succederà. Mai. Mettetevi l’anima in pace.

10. Il bello potrebbe non avere argomenti interessanti. Potrebbe non essere nemmeno particolarmente seduttivo poiché, in quanto manzo, presume che gli sia sufficiente esistere per far calare le mutande al genere femminile. E a volte ha ragione.

Detto tutto ciò, personalmente i migliori match della mia vita li ho fatti con dei non-belli, che non erano brutti ma manco belli impossibili.

Le più appassionate, viscerali, sfacciate, indimenticabili avventure, quelle in cui il sesso si fa primitivo, reale, totalmente umano, non ginnico, pornografico in senso sublime, sono state con uomini che al centro mettevano la coppia (perché almeno per qualche ora – bene che vada – si è una coppia) non l’individuo.

Uomini che con ogni centimetro del proprio corpo, attraverso ogni centimetro del mio, mi hanno fatta sentire desiderata, e voluta, e bella, e donna, e femmina.

Così. Tanto per ricordarlo.

 

Se è figo, se non è figo

Ho deciso di fare coming out. Ho deciso di dire la verità su come noi donne reagiamo ai flirt.

Perché, dopotutto, siamo convinte di essere molto più sofisticate e complesse degli uomini (e per certi aspetti senz’altro lo siamo), ma inciampiamo anche noi in una riduzione fastidiosa seppur verosimile, subendola ma anche applicandola, e cioè: non gli piaci abbastanza/non ti piace abbastanza.

Per capire meglio a cosa facciamo riferimento, entriamo nel dettaglio di alcune situazioni che tipicamente si verificano nei primi approcci con l’altro sesso e scopriamo quanto, sottoposte alle stesse sollecitazioni, reagiamo in maniera diversa a seconda di quanto sia figo l’uomo in questione. I due scenari che prospettiamo, cum figus e sine figus, non si riferiscono al mero aspetto estetico, ovviamente, ma a quell’insieme di elementi – alcuni evidenti, altri imperscrutabili e nascosti nelle profondità del nostro inconscio – che rendono un soggetto particolarmente appetibile per noi.

Se è figo

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  • Controlliamo il telefono ogni 3 minuti
  • Se vediamo una sua notifica, sorridiamo compiaciute e ci fiondiamo a leggerla
  • Per rispondere aspettiamo circa 10 secondi, il tempo di pensare alla cosa più sagace da dire (che spesso non è poi così sagace, a esser franche)
  • Riponiamo il telefono e lo controlliamo ogni 30 secondi per vedere se ri-risponde
  • A un certo punto, per non fare le groupie, ci imponiamo di non visualizzare e di non accedere a whatsapp per almeno 15 minuti. Generalmente al settimo minuto non resistiamo più e leggiamo.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il nostro, ed è un messaggio inutile tipo un’emoticon
  • Se invece ha troncato lui la conversazione, ci offendiamo un po’, in segreto, e giuriamo a noi stesse che non ci faremo sentire più finché non si farà vivo lui (lasso di tempo accuratamente monitorato e misurato in minuti, poi in ore, poi in giorni)
  • Lui non si fa vivo, quindi pensiamo che in effetti è così figo che possiamo fare un’eccezione, che vale lo sforzo e che possiamo scrivergli noi. Per riuscirci consumiamo circa 350 kcal e mandiamo al macero tutta la nostra educazione sentimentale borbonica che vuole che l’iniziativa sia maschia (ma, del resto, viviamo nel 2016 e, tra criptochecche e amazzoni metropolitane, è difficile discernere il giusto dallo sbagliato, senza contare che “non esistono leggi in amore“)
  • Visualizza, non risponde. Noi controlliamo le spunte. Controlliamo che sia online. Andiamo a controllare se per caso è attivo su Facebook. Se per caso ha pubblicato qualcosa sulla bacheca. Se per caso non è rimasto vittima di un attentato terroristico e per questo non ci degna dell’attenzione che altresì meriteremmo. Niente.
  • Riappare dopo 15 ore. Noi c’abbiamo i coglioni di traverso, ma non diciamo nulla perché siamo donne emancipate e poi sei mica pazzah, che cosa vuoi, ha una vita. Ci vendichiamo al massimo facendolo attendere 30 minuti.
  • I nostri messaggi sono prolissi, viaggiano a gruppi di almeno 3-4 paragrafi per volta. Lui risponde a monosillabi. Comunque non più di cinque parole. Figurati una subordinata.
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno pensiamo che non vediamo l’ora di vederlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo che ha una voce adorabile, la ascoltiamo 8 volte, la forwardiamo all’amica più intima, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale
  • Se ci manda delle sue fotografie pensiamo che avremo dei figli bellissimi, le salviamo e ci intasiamo la gallery di sue effigi nelle quali inciamperemo quando la cosa sarà inevitabilmente andata a mignotte
  • Se ci parla di sua madre, ci chiediamo se piaceremo a nostra suocera
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che è stupendo, ha anche l’istinto di paternità
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia divertente e se ci manda dei link li guardiamo tutti fino all’ultimo secondo anche se non ce ne frega una minchia
  • Se ci fa una telefonata, sta diventando una cosa importante, quasi amore
  • Se ci invita a uscire, accettiamo. Se abbiamo impegni li spostiamo con tripli salti mortali. Pacchiamo le amiche senza rimorso e senza ritegno, e non mentiamo nemmeno, fiduciose del fatto che le amiche vere capiscono. Le vere amiche sanno.
  • Se ci passa a prendere ci sembra rassicurante e premuroso, e apprezziamo un casino questo fatto che non ci fa sciupare a guidare e cercare parcheggio, o a prendere i mezzi, o a spendere soldi per il taxi.
  • Se durante la cena è loquace, che bello, si sta aprendo, stiamo comunicando! Se invece tace, è tenebroso e affascinante.
  • Se non ci invita a uscire, convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali, incluse le quote finocchie, per analizzare il caso, decifrare i suoi contrastanti segnali e diagnosticare quale forma di disadattamento abbia, perché è evidentemente che è un disadattato
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita, va bene. Anzi, forse siamo noi che ci proviamo.
  • Se a letto non è il top, non importa, sono stata molto bene lo stesso. Se a letto è il top, iniziamo a chiederci se cerimonia civile o religiosa.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, iniziamo a patire e a lamentarci della totale assenza di uomini single eterosessuali, non egofroci, equilibrati.
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, affrontiamo la giornata con un sorprendente buon umore, il ché è la scientifica dimostrazione del fatto che sì, è vero: quando siamo acide è perché non scopiamo abbastanza (o abbastanza bene)
  • Se fa qualche progetto al futuro il cuore ci salta via dallo sterno, perché ei forse allora al matrimonio della mia amica avrò il mio +1. Te pensa.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, non avremo mai più una storia,  ormai è impossibile, piangiamo e scriviamo alle nostre amiche intime, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale; quelle ci dicono le cose che si dicono in questi casi e noi le ascoltiamo ma in fondo non riusciamo a liberarci della modalità “futura gattara inesorabilmente disgraziata” per almeno una settimana.

 

Se NON è figo

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  • Controlliamo il telefono e proviamo delusione mista a fastidio quando rileviamo 5 notifiche di quello che non ci piace. Invece che del figo.
  • Non c’è nessuna fretta di accedere a whatsapp e visualizzare i messaggi, del resto sto stalkerando su Facebook la nuova tipa del mio ex. Leggerò quando arriveranno notifiche rilevanti, tipo quelle del gruppo “Assorbenti con le ali per lanciarsi col paracadute” con le amiche della scuola materna.
  • Tra una risposta e l’altra lasciamo passare circa 15 minuti, di modo che anche il più solerte interlocutore sarebbe degnamente scoraggiato.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il suo. Non è colpa mia se mi sono addormentata all’improvviso. È stata una giornata pesante.
  • Non ci facciamo sentire. Se non si fa sentire lui ce ne accorgiamo dopo 1 mese.
  • Magari gli scriviamo un “come va?”, perché in fondo siamo educate e non ha fatto nulla di male
  • Visualizziamo, non rispondiamo. Ricompariamo dopo 15 ore e non osare dirmi nulla, cazzo vuoi, ho una vita
  • Rispondiamo a monosillabi o quasi. Usiamo l’emoticon del pollice per dire “ok” e chiudere la conversazione
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno, pensiamo di bloccarlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo ma che sbatti, sono in pubblico,  ma che vuoi, ma non puoi scrivere?
  • Se ci manda delle fotografie sue, notiamo tutti i terribili errori di stile che commette
  • Se ci parla di sua madre pensiamo che vabbé, dai, cresci un po’
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che voglia usarci come incubatrici e no, scusa, ma io non sono pronta
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia adolescenziale e se ci manda dei link non ci clicchiamo nemmeno sopra dicendo “lo guardo appena riesco” e non riusciremo mai più.
  • Se ci fa una telefonata, è invadente.
  • Se ci invita a uscire, abbiamo impegni. Siamo piene per le prossime 3 settimane. Guarda sono infognata. Periodo pazzesco. Gli diamo pacco numerose volte consecutive. Alla fine cediamo perché, in fondo, non si può mai sapere.
  • Se vuole passarci a prendere, è uno stalker che vuole sapere dove abitiamo esattamente. No tranqui, prendo un’enjoy.
  • Se durante la cena è loquace, per noi è logorroico; se tace è un disagiato
  • Se ci invita a uscire convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali per valutare come gestire la possibilità che ne voglia, mentre noi non ne vogliamo
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita è un inetto, ma non lo capisce, ma per chi ti ha presa, ma perché gli uomini devono sempre sessualizzare tutto così in fretta? Che stress.
  • Se a letto non è il top, addio. Se a letto è bravo e zelante, sì, magari lo rivedo, però insomma non so. Al limite come trombamico nei periodi di arsura.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, tiriamo un sospiro di sollievo
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, iniziamo a pensare cosa fare per scollarcelo di dosso
  • Se fa qualche progetto al futuro: SENTI STAI CALMO, IO SONO UNA DONNA SINGLE, NON RINUNCIO ALLA MIA LIBERTÀ SIA CHIARO, NON POTRAI INGABBIARMI MAI, NON POTRAI LIMITARE I MIEI SPAZI Né LA MIA INDIPENDENZA E POI GUARDA CHE IO SONO UN CASINO LASCIAMI PERDERE.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, è andata così, sono una donna contemporanea e contundente, mi amo & mi odio, forse la mia dimensione è questa perché sì, sai, io non mi accontento, perché io valgoh.

E lo scriviamo alle altre amiche single che, anche lì, comprendono il nostro stato e ci dicono “si, si, certo”. Perché è tutto vero e tutto sarà così, finché non troveremo un altro figo a cui non piacciamo abbastanza. E il ciclo ricomincerà da capo.

E allora, forse, se un modo esiste per venirne fuori, per non dividere il mondo in categorie stagne, in fretta, con questi ritmi serrati dettati dall’iperconnessione in cui viviamo, dall’infinita pluralità di offerta, dall’inafferrabile liquidità dell’instant-relationship, ecco se un modo esiste forse è prendere e pretendere tempo. Da noi stessi e dagli altri. Tempo per conoscersi. Per capire se ci si piace oppure no. Perché non siamo i messaggi che scriviamo, né i meme che inviamo, né i link che condividiamo, né le stronzate che pubblichiamo. Perché siamo anche cose altre, e molte, e per scoprirle ci vuole il fottuto tempo. Altrimenti, in fretta, facciamo presto a decretare che uno è in o out, sulla base di micro-impressioni, di atteggiamenti digitali, di tempi di reazione messaggistica. O di quanto è biondo. O di com’è vestito.

Piacersi dev’essere un’altra cosa. E finché non ci riappropriamo del significato stesso di piacere e piacersi, che è una cosa che presuppone la scoperta, lo svelamento, la condivisione, la comprensione, la partita che si gioca ad armi pari e parità d’intenti, penso che continueremo ad accenderci di facili entusiasmi e a spegnerci di superficiali delusioni.

Indipendentemente dal fatto che siamo portatori di pene o di vagina.

Con questa estrema saggezza concludo.

Andate in pace.