Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Allo specchio

Dovrei mettermi la crema in faccia ogni sera e ogni mattina, lo so.

Dovrei usare il contorno occhi. Dovrei rismettere di fumare.

Dovrei dormire, Cristo, guarda che occhiaie. Neanche il miracoloso correttore Kiko da 4,99 può nulla. Diventano grige invece che nere. Passo da Zio Fester a Spud di Trainspotting.

E poi le rughe. La grana. Il tono.

Dovrei mettermi l’olio dopo la doccia. Dovrei idratare. Dovrei fare lo scrub. Dovrei ricominciare con i massaggi.

Dovrei fare come le mie amiche, che prendono pasticche per pisciare di più, riducendosi ad avere la stessa autonomia vescicale di un colibrì. Tutto per combattere la ritenzione idrica in previsione della prova costume.

Dovrei chiedermi perché le unghie si sfaldano o perché i capelli cadono come se il periodo delle castagne durasse 12 mesi.

Dovrei svegliarmi prima al mattino e dovrei truccarmi. Ogni giorno. Perché non ho più 18 anni e la differenza con e senza make-up adesso si vede.

Dovrei impegnarmi di più a mostrare il meglio di me. Dovrei fare come tutte. Sarebbe giusto. Sarebbe intelligente.

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Invece continuo a pensare che invecchiare non sia una colpa e che la bellezza non sia un merito, se non in parte.

Continuo a pensare che ci siano urgenze più serie cui far fronte nella vita, rispetto alla buccia d’arancia. C0ntinuo a pensare che ci siano attività più interessanti da intraprendere, nel mondo, invece che ossessionarsi per essere perfette, cosa che peraltro non saremo mai, salvo dedicare 3 ore al giorno alla cura estetica di noi stesse (e, con tutto il rispetto, 3 ore al giorno te le puoi concedere solo se sei estremamente ricca e/o estremamente fancazzista). Perché nella vita vera, a parte essere esteticamente gradevoli, facciamo altro: lavoriamo, viaggiamo,  mandiamo avanti una casa, a volte una famiglia, andiamo in palestra, dal parrucchiere e dal fruttivendolo, stendiamo il bucato e a volte lo stiriamo e, purtroppo, non abbiamo Diego Della Palma segregato nel mobile del bagno, pronto a renderci splendide in ogni momento della giornata.

No, non sto dicendo che dobbiamo diventare donne di Neanderthal, non curarci, mangiare solo pringles e mars facendo come un’unica attività fisica i 5 passi che ci distanziano dal cesso. Tanto meno sto dicendo che dovremmo intraprendere una crociata proto-femminista contro le case cosmetico-farmaceutiche che campano sui culi flaccidi delle donne ricche di mezzo mondo.

No. Semplicemente: se mi va di uscire a bere una birra e non ho 30 minuti da dedicare al make-up, sono libera di andare senza farmi inutili atti di onanismo cerebrale; se ho la ritenzione idrica e vado al mare, non devo sentirmi a disagio, son lì per godermela non per fare una sfilata e concorrere a Veline di Antonio Ricci.

Semplicemente: se desidero che la società smetta di pesarmi solo su quanto sono figa o quanto sono cessa, forse io per prima devo smettere di usare questa unità di misura per me stessa e per le altre donne.

Vedete, spesso gli uomini ci dicono che vediamo sempre difetti, che siamo sempre insoddisfatte, che siamo insicure. Vorrei vedere loro, se subissero la metà dell’aspettativa estetico-sociale che subiamo noi. Stai attenta al peso, stai attenta alla pelle, stai attenta alla cellulite, stai attenta ai capelli, stai attenta ai capillari, stai attenta alle smagliature, stai attenta ai peli, stai attenta alle rughe: devi stare attenta a così tante cose che è difficile tu possa stare attenta a tutto. Che è  difficile tu possa sentirti completamente a posto. Che è programmatico che tu sia sempre in parte insicura, che tu senta sempre di dover mettere qualcosa a posto di te, che ti senta in colpa a invecchiare (ed ecco che donne intelligenti e belle si devastano di botox, snaturando completamente i propri lineamenti, per esempio).

Fatto sta che io, quando mi guardo allo specchio, in tutti i difetti che vedo, non trovo qualcosa di più brutto rispetto a ciò che vedevo 10 anni fa. Trovo qualcosa di diverso, semmai. Trovo una donna, dove prima vedevo una pischella. Sono invecchiata. Certo. Lo vedo. E se mi guardo attentamente, analizzando le mie predisposizioni genetiche, so già che il mio collo imploderà nel quintuplo mento e che le mie guance tenderanno al suolo come quelle di un Mastino Napoletano. Sono invecchiata. Invecchierò ancora. E allora? Valgo meno come donna? Ma manco per la minchia.

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Voglio dire che quelle occhiaie, che fanno oggettivamente cacare, sono un pezzo di me, delle mie inquietudini e della determinazione che mi fa lavorare la notte (no, non in circonvallazione), invece che dormire.

Voglio dire che quella ritenzione idrica sulle chiappe, fa parte del mio essere femmina. Fa parte del mio essere donna ed essere donna è più erotico di qualsiasi culo marmoreo (posto che i culi marmorei sono e restano cose bellissime).

Per carità, magari tra 1 mese cambio idea, magari tra un mese mi passa questo mood da fondamentalista bio-eco-friendly, ma per ora è così. Per ora mi  accorgo che sto invecchiando e non voglio nasconderlo.

Nemmeno agli uomini. Soprattutto agli uomini.

Quando ho un appuntamento a stento mi trucco e gli outfit sono molto più castigati d’un tempo, con tessuti mediamente sintetici che ammantano insensatamente sia le tette che le cosce. Non so da cosa dipenda esattamente. Forse è solo che non mi interessa più impressionare nessuno (diversamente da quando andavo in giro con minigonne raso-fica e tacchi da baldracca, evidentemente). Forse è solo che non mi interessa attirare tanti uomini. Forse preferirei, nel caso, attirarne uno intelligente, magari perché lo faccio ridere. Forse è solo che penso che se uno ha occhi, e orecchie, e naso, e tatto, e pelle, arriva lo stesso. O forse è solo che voglio che mi veda così. Come sono.

Senza trucco, senza plateau, senza ciglia finte, senza lenti colorate, senza push up, senza guaina contenitiva.

Anzi, voglio che mi veda al peggio e che sopravviva a quello.

Voglio che veda le mie occhiaie, le mie rughe, la mia ritenzione, i miei 10 kg di troppo, i miei capelli sfibrati.

Voglio che veda la mia età.

Voglio che veda le mie rinunce.

Voglio che veda le mie conquiste.

Voglio che tocchi la mia vulnerabilità.

Voglio che s’innamori della mia forza.

Poi viene tutto il resto.

Sparso, tra gli occhi e le caviglie.

Dalle clavicole, per le labbra rosse.

Fino alle ginocchia.

Forse è solo che. Per ora. Al momento.

Dimagrire con l’elettroshock

Sono a dieta da circa 4 mesi.

Sotto le minacce di un pool di medici, sono stata sottoposta a un nuovo regime alimentare a base di fibre, vitamine e proteine. Carboidrati moderati. Pasti regolari. Grassi ridotti. Addio Coca Cola. Addio Mc Bacon Menù grande con una vaschetta di maionese. Addio formaggi. Addio panna. Addio besciamella. Addio patatine Più Gusto al pomodoro, mi mancate, mi mancate tanto.

Essere a dieta non è semplice, sia chiaro, è uno sbattimento logistico-organizzativo non indifferente: plan alimentare da fare, verdure da comprare e da cucinare, pranzo da portare in ufficio e via discorrendo; il tutto senza nemmeno contare la sconfinata mestizia dei cibi consumati. E risparmiamoci la storia della “dieta non mortificante” che per me è leggendaria più o meno quanto quella del “carcere rieducativo”.

In più, se vivere in un regime ipocalorico è un sacrificio per tutti, per noi meridionali lo è ancora di più. Non lo capisci mai con tanta chiarezza come quando abbandoni Milano e parti per la Puglia o, chessò, l’Abruzzo (dove sono stata di recente, per la precisione a Vasto  – qui dove alloggiare – e posso confermarvi che anche l’Abruzzo ne sa che ne sa). Sono proprio questi, dicevo, i contesti più propizi per arrendersi alla disarmante evidenza: sono un’obesa imprigionata nel corpo di una vagina a dieta.

Mi sono infatti resa conto di 5 indiscussi fattori che complicano inesorabilmente l’intento di dimagrimento e che conto di condividere seriamente con il mio nutrizionista al prossimo controllo: 

1. Dimagrire al sud è impossibile. Puoi resistere finché  mangi a casa con i tuoi, quello sì, e comunque tra grosse difficoltà. Ma la prima volta che esci nel mondo, che vai a pranzo dai parenti, o a cena al ristorante e ordini gli antipasti misti terra e mare, o la prima volta che i tuoi amici magnano un panzerotto fritto come snack alle 3 di notte, ecco capisci che pretendere di dimagrire è talmente velleitario che avresti più probabilità di arrivare a Sharm El Sheik a nuoto.

2. Al sud abbiamo un rapporto religioso e morboso con il cibo. E’ qualcosa di ancestrale e inspiegabile, una spinta irrazionale che induce le donne meridionali a cucinare per 7 persone come se cucinassero per il raduno nazionale dei Suini Anonimi, tutti operati di bypass gastrico. Nel senso che non è ragionevole un menù con: pasta al forno (condita con sugo, mozzarella, melanzane, carne macinata, mortadella e un paio di autobotti di olio) + arrosto di carne (capocollo & bombette in doppia variante: piccanti e ripiene di provolone e salame piccante) + vino casereccio in quantità + torta salata con carciofi + frittata + peperoni arrostiti + melanzane arrostite + fiori di zucchina fritti + insalata + nodini di mozzarella + burratine + scamorza affumicata + pane + dolce + caffé + ammazzacaffé. Praticamente un suicidio assistito. Se a Jonestown fossero stati pugliesi, si sarebbero ammazzati di parmigiana di melanzane e calamari fritti.

3. Il fatto è che per noi terrons il cibo è gratificazione allo stato puro e questa cosa è fortemente connaturata al nostro modus pensandi. Per questo motivo la zucchina lessa ci ferisce emotivamente, in profondità. Essa è contraria a tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto. A Milano, per esempio, è diverso. Qui la gente si gratifica comprandosi le Luis Vouitton e considera il cibo puro carburante. Esso viene assunto non per il piacere che procura ma per le proprietà nutritive che ha, tipo le medicine. Il paradosso si raggiunge quando ti dicono che il riso in bianco con il parmigiano è “buonissimo”. Da me, il riso in bianco con il parmigiano è ciò che mangi quando stai male, ma proprio male brutto, dalla gastroenterite acuta in sù. E, quando lo mangi, i commensali ti guardano con compassione e provano più pena per te che per il cane di Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi. E non esiste nessun altro motivo al mondo (a parte una giornata/nottata passata sul cesso) per cui possa venirti in mente di mangiare riso in bianco con parmigiano. C’è anche da dire che qui a Milano ci si cura mediamente di più, la gente si fa le analisi del sangue nel tempo libero (un po’ tipo “Che hobbyes hai?” – “L’ipocondria”), e così scopri i valori del tuo sangue e te ne vai più facilmente in fissa con l’idea di essere sano. Mentre da me si va dal medico quando hai la gamba rotta, un dolore che non ti fa dormire la notte, una vertebra che se ne è andata in giro per i cazzi suoi. Le analisi del sangue si fanno ogni 15 anni, quindi giù a scofanarsi l’universo commestibile come se non ci fosse un domani. Poi magari sei a dieta e dimagrisci pure, ma fai oggettivamente il triplo della fatica perché sei in un contesto culturale in cui il cibo è sdoganato come pura forma di edonismo.

4. Il cibo per noi è convivialità. Per carità lo è anche al nord. Ma è un po’ come il sesso. Ci può essere il rapporto normale, composto, mediamente appagante e socialmente accettabile (l’aracera arrosto con spinacini di contorno e un calice di vino bianco) che fai a Milano. E poi c’è il rapporto lussurioso e peccaminoso, nocivo e ridondante, così animalesco che torni a casa con i lividi e i muscoli indolenziti, che più ne hai e più ne vuoi (la tipica abbuffata meridionale alla quale non puoi sopravvivere senza un digestivo Brioschi). Il problema è che quando sei cresciuta con il secondo genere di esperienza sessuale e alimentare, ti viene difficile poi trovare ugualmente appagante la normo-trombata senza infamia e senza lode. Cioè, l’accetti, va bene, devi pur sempre alimentarti, ma ti resterà dentro il germe dell’ingordigia, pronto a risvegliarsi da un momento all’altro.

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5. E poi c’è tutto il fattore umano, che non è trascurabile: io so che la ferisco per davvero, mia zia, se non mangio le prelibatezze che ha comprato e cucinato apposta apposta per me. Ma anche un po’ la madre di Frecciagrossa se non onoro le sue sacre carteddate natalizie. Diventi una specie di cuspide sociale, non sei né del Nord (perché non sarai mai una che a pranzo mangia 2 litri di tisana drenante) e non sei del Sud (perché hai deciso che dopo un primo e un secondo non mangerai 15 tipologie di salamino buonissimo, assaggialo che è favoloso, mena che mò ti trovi, quando ti ricapita?) Ecco, possiamo dire che il “quando ti ricapita?” riassume perfettamente il ricatto emotivo a cui amici e parenti ti espongono: automaticamente pensi che non ti capiterà per mesi e quindi t’abbotti come una giovane scrofa in fame chimica.

Considerate, quindi, tutte le difficoltà culturali e sociali, e anche il fatto che la goduria alimentare è parte integrante del nostro habitus terrons, forse la soluzione migliore per consentire a noi vagine meridionali di dimagrire definitivamente dovrebbe essere (oltre a non tornare a casa per almeno un anno) praticarci l’elettroshock. La lobotomia. L’ipnosi. Qualunque cosa che ci permetta di dimenticare una volta per tutte il sapore della puccia, della cassata, del gateau di patate, dei tubetti con le cozze, delle mozzarelle in carrozza, del pane fresco inzuppato nell’olio dei peperoni alla scacchiata, tutto in quantità inumane . Qualunque cosa possa convincerci che il cavolfiore cotto al vapore è buono. Davvero molto buono. Tipo gli hambuger di soia.

E che tutto sommato non c’è questa grande differenza tra uno yogurt vitasnella e la nutella.

O che la focaccia con le cipolle e le olive nere non è poi così tanto più gustosa di un cracker di riso…

Sì.

Ne sono sempre più convinta: elettroshock is the way!

 

DEV – Depressione Estiva Vaginale

E’ ormai estate.

L’estate è un gran bel momento: i peli devono essere sempre fatti, la pedicure dev’essere a posto, il tasso di umidità fuori dalle nostre mutande è più alto di quello all’interno delle stesse e ciò ci crea una patina sudaticcia e permanente su tutto il corpo che ci rende più repellenti di un programma condotto da Amadeus. Come se non bastasse, il magma ormonale si risveglia e inizia a farci notare i numerosi replicanti di Gerard Butler che ci tagliano la strada mentre, per esempio, si dirigono ai casting per la prossima settimana della moda.

A rendere ancora più complessa la stagione c’è poi la fisiologica necessità di scoprirsi che implica una naturale conseguenza: la celeberrima DEV, anche nota come Depressione Estiva Vaginale. Trattasi di una sindrome autoindotta che colpisce 8 vagine su 10 nel momento in cui per la prima volta si denudano e, tutte bianche color Zarina Francia di Martufello, iniziano a osservarsi. Scatta lì lo strategismo estetico, che si realizza in una serie di azioni belliche più o meno spietate, messe in atto ai danni di se stesse. Robe del tipo:

Operazione Kate Moss

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Si entra in un regime alimentare composto solo da Jocca, bresaola e gallette di riso e si continua finché ce la si fa. Di solito, comunque, non si supera la settimana. L’anno scorso l’operazione Kate Moss era stata declinata secondo i dettami del Dio Dukan, roba che io guardavo le mie amiche cercando di ravvisare in esse una briciola di quell’umanità che avevo conosciuto fino al giorno prima e gnente, manco per il cazzo, si erano trasformate in consumatrici diaboliche di proteine. Quando hanno vomitato sentendo l’odore di una fettina di carne arrostita, hanno capito che era l’ora di smetterla.

Operazione Sergente Hartman

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Si pretende di imbastire una copiosa attività fisica secondo una disciplina da Marines in Vietnam. Parte la Cavalcata delle Valchirie mentre, in preda al più completo delirio, una domenica mattina calziamo le nostre running shoes per ritrovarci a correre intorno a un’aiuola nel centro di Milano, ansimando come rinoceronti asmatici. Oppure decidiamo che nulla ci dividerà dalla palestra. SurfVagina mi ha confessato di essere andata in palestra alle 21.15, in taxi, a guardare il Commissario Montalbano sul tapis roulant, perché il giorno prima era entrata in DEV.

Fronte mio, la DEV mi ha indotta a informarmi per gli ingressi in una palestra veri cul (cul nel senso che per pagarla devi darlo via), spinta dalla perversione di frequentarla alle 7 del mattino, tutti i giorni fino alla prova costume, prima del lavoro. Sì. Certo. Come no.

Operazione Wanna Marchi

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E’ la psicosi estetica più pura, quella roba che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi a stipulare un contratto con finanziamento tasso zero per farti 10 sedute di pressoterapia, oppure a comprare unguenti e lozioni di alga con albume d’uovo di pterodattilo, da spalmarti sulle cosce durante la notte. Oppure ancora decidi di investire parte del tuo denaro in un massaggiatore elettrico che praticamente la sera devi metterti a fare su e giù per le tue carni con questa specie di sbattitore da cucina che tratta la tua ritenzione idrica come fosse panna da montare.

Perché sìssignore, il vero nemico è lei. Suprema, incubo indiscusso e trasversale, motore inesauribile delle più conclamate paranoie vaginali, ad altissimo tasso di emissione pugnette: la cellulite. Oh yes. Ne abbiamo già parlato più volte. La cellulite è quel nemico pubblico numero 1 contro il quale tutte combattiamo, indistintamente, grasse e magre, senza riserve, con tutto il pathos di cui le nostre ovaie sono capaci, sprofondando in torbidi abissi di inquietudine quando ci rendiamo conto che questa forsennata lotta siamo destinate in buona parte a perderla.

La cellulite è quell’entità reale o immaginaria che ci colonizza le carni, e se non ce l’abbiamo ce la inventiamo, e la odiamo, e ne soffriamo, e ci struggiamo, e la cerchiamo negli altri corpi per accettarla nel nostro, per sentirci meno sole in questo insormontabile dilemma estetico. Completamente dimentiche del fatto che, in fin dei conti, se la smettessimo di ossessionarci reciprocamente per essa, forse tutte ci accorgeremmo che ci sono cose peggiori, peggiori della cellulite intendo, tipo essere in qualche modo imparentati con Davide Mengacci.

La cellulite è il carburante che alimenta il sadomasochismo collettivo del genere vaginale e ci allontana dalla più semplice e rassicurante delle consapevolezze: siamo nude in pubblico 10 giorni all’anno. Dico: 10. Quindici, tiè. Su trecentosessantacinque. No, dai, davvero. Magari, faccio per dire, potremmo anche smetterla di masturbarci così prepotentemente l’identità in virtù delle nostre cosce non sufficientemente levigate. Onnò?

Per i restanti 350 giorni, gli uomini – purché non EgoFroci – non la noteranno nemmeno, la cellulite. Non se ne turberanno. Magari je piacerà persino, perché fa femmina. Penseranno a prendersi tutto quel che possono e a darci tutto quel che possono. Penseranno a farci godere e a godere di noi. Chiaro sia: percepiranno una certa qual differenza tra noi e Belen Rodriguez – ma solo perché sono intuitivi assai – ciononostante non metteranno a fuoco che il punto di discrepanza tra noi e l’ultratopa nietzschiana, è proprio quel fastidioso inestetismo cutaneo meglio noto come buccia d’arancia.

E poi, per quanto feroce possa essere la DEV dobbiamo sempre pensare che sì, forse qualcuno ci guarderà in costume e penserà che siamo sfasciate; sì, forse qualcuno osserverà le nostre cosce pensando che la Eminflex dovrebbe investirci su e lanciare una linea di cuscinetti ad acqua; ma di positivo c’è che nessuno guarderà il nostro pacco, dentro uno slippino logato D&G, domandandosi se abbiamo in effetti un pisello o un punticcio.

Che a me comunque me pare un bel vantaggio.

Detto ciò: buona DEV a tutte!

Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

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Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

– E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

– Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

– Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.