Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Mollarsi ai Tempi di Facebook

Discutevo di recente con un mio amico di quanto sia tutto più difficile adesso, in termini di relazioni sentimentali. Lui non era d’accordo, sostenendo che oggigiorno, al netto di tutte le mie obiezioni, è  estremamente più semplice conoscere (cioè sdraiare) gente (a caso). Alché gli ho fatto notare che non si tratta solo della fase conoscitiva, perché le relazioni non si esauriscono mica nell’incontro e nell’approccio. A volte esse vivono, crescono e – spesso e volentieri – dopo un ciclo di vita di qualche giorno/mese/anno finiscono.

“Prendi Giovanna e Valerio”, gli ho detto.

“Eh”

“Lei continua a mandarmi a giorni alterni screenshot di lui con la nuova tipa”

“Ma deve smetterla di stalkerizzare su Facebook, deve rifarsi una vita”

Certo. Facilissimo a dirsi. A volte, un po’ meno a farsi. Senza contare che non si tratta solo di Facebook, parliamo di Facebook per agilità (come quando diciamo Coca-Cola ma intendiamo tutte le bevande gassate in commercio). Nel dire Facebook ci riferiamo anche a Instagram, Twitter, Snapchat, Whatsapp, Telegram, Pinterest, Vine, Youtube, Myspace ed MSN Space, anche se non esistono più, per stare proprio sicuri.

Giovanna e Valerio sono (erano) una coppia di nostri amici. Insieme da tanto (troppo) tempo, conviventi, giunti a quel punto della vita in cui o “ci sposiamo per ammazzare la noia che ci ammazzerà“, oppure “ci molliamo“. Hanno deciso di mollarsi. Lui ha deciso di mollare lei e, per la legge virile per cui un uomo non lascia mai un pertugio se non ne ha già un altro pronto e collaudato nel quale rifugiarsi, dopo 5 secondi stava già con un’altra. Non che lui l’abbia ammesso, naturalmente. Non che lui abbia usato sincerità nei confronti della donna con la quale ho cagato nello stesso cesso per centinaia di giorni, ogni giorno, per centinaia di cagate. No. Lui ha detto che aveva bisogno dei suoi spazi e dei suoi tempi, che è quella formula universale con la quale tutti noi – quando siamo in una storia che non ci garba più – rivendichiamo il nostro diritto individuale a evadere in uno spazio-tempo diverso, nel quale formalmente dobbiamo ritrovare noi stessi e praticamente abbiamo già in testa (o tra le cosce) qualcuno che ci piace di più del nostro attuale-partner/imminente-ex.

Ora, la fine di una relazione non è mai bella (spesso nemmeno pacifica, spesso nemmeno civile), tanto più per chi la subisce, per così dire. Non doveva essere una passeggiata di salute neppure, chessò, nel 1996. Ma oggi, nell’anno del signore 2016, possiamo starne certi, è faccenda ben più perniciosa. E a renderla così perniciosa è proprio la presenza dei social network.

La povera Giovanna di cui sopra, neosingle da circa un semestre, continua a mandarmi foto di lui con la nuova tipa, felice e noncurante, mentre lei è lì che si lecca la ferita (così profonda che il potere taumaturgico della saliva pare non essere sufficiente e forse ci vorrebbero una ventina di punti di sutura nell’anima). Parallelamente, inizia a destreggiarsi goffamente nel rinnovato mondo delle relazioni interpersonali tra generi, il cui panorama è cambiato – e non poco – dall’ultima volta che è uscita con un tipo, probabilmente nell’anno 5 A.W. (ante-whatsapp).

È un fatto, tuttavia, che Facebook è uno strumento di screening potentissimo quando conosciamo qualcuno, mentre lo frequentiamo e, ahinoi, pure quando l’abbiamo mollato. Ciò che di solito succede è quanto segue:

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  1. Controlli se pubblica e cosa pubblica
  2. Controlli se stringe nuove amicizie
  3. Controlli chi sono le nuove amicizie, ringraziando sempre l’alto dei cieli quando i nuovi contatti si dimostrano degli sprovveduti con la privacy ai minimi livelli
  4. Controlli i like che mette
  5. Controlli i like che riceve (che sono persino più inquietanti)
  6. Schedi quelle che gli mettono like, di cui impari a conoscere generalità, segni particolari, preferenze musicali e orientamento politico
  7. Quando incroci una che gli mette like, a cui lui mette like a sua volta, è fatta, ce l’hai! ECCALLÀ.
  8. Scrivi al suo migliore amico chiedendo “Ma si sta scopando Quella???????” (questo è l’unico caso in cui la grammatica italiana ammette l’uso reiterato dei punti interrogativi)
  9. Il suo migliore amico, ovviamente, non ti dirà nulla, giustamente. Che cazzo pretendi.
  10. Alché scrivi alle TUE amiche per dire che La Merda mette like a Quella e che Quella gli mette like, e che è assurdo, che avesse almeno il gusto di dirtelo (come se non sapessi perfettamente come funzionano queste situazioni, e in effetti se è la prima volta che ci passi, no, non lo sai). Le tue amiche ti diranno che vi siete mollati e che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lui è una fogna a cielo aperto e potrebbe almeno essere più discreto.
  11. Si scambiano commenti. Taggandosi. I commenti diventano flirt, apparentemente innocui ma sufficienti a farti venire un rivolo di sangue dal naso
  12. Ti viene voglia di sbrodolare uno status pieno di livore. Ti viene voglia di mettere like a tutte le loro foto. Ti viene voglia di compiere un’azione offensiva e provocatoria, di rompere le regole della civile convivenza digitale, ma non lo farai. Ti trattieni. Tutte le tue amiche (le stesse che dicono che devi smettere di guardarlo perché vi siete mollati), ti dicono di non farlo e non lo fai.
  13. Scruti attentamente tutte le fotografie di Quella chiedendoti come sia possibile, che La Merda era un feticista dei tacchi e ora va girando con una che usa i sandali francescani; che La Merda era di sinistra e ora va con una di casa pound; che La Merda amava il post-rock e ora sta con una che ascolta i Modà.
  14. Comparirà una foto di gruppo nella quale ci saranno entrambi, vicini. Seduti a tavola affianco oppure gomito a gomito durante concerto. Un banale indizio per l’umanità, una prova inconfutabile per te.
  15. Da allora, è solo questione di tempo, arriverà la prima foto di loro insieme, il loro primo SELFIE. E, indipendentemente che ti appaiano bellissimi o bruttissimi, digerirla sarà dura, sarà una mandria di cinghiali appollaiata sul tuo intestino emotivo e non si schioderà, nel migliore dei casi, per tutta la giornata.
  16. Screenshotterai la foto e la manderai alle tue amiche che ti diranno che vi siete mollati, che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lei è l’entità femminile più simile a Pippo Franco che abbiano mai visto (e ti diranno così anche allorquando non fosse del tutto vero).
  17. Prima o poi faranno la prima vacanza insieme. E nella tua home comparirà l’album fotografico. Tu lo guarderai.
  18. Andranno a convivere e vedrai le fotografie della casa in cui vive con lei, dopo aver vissuto con te.
  19. Ci sarà un’emorragia di cuori rossi in tutti i commenti, che ti farà venire più vomito che speranza, e gli amici in comune che mettevano like alle vostre foto, quelli che “eravate una coppia bellissima”, metteranno like alle loro foto. E i tuoi amici faranno a La Merda gli auguri per il compleanno che tu dirai “ma-come-cazzo-minchia-è-possibile”.
  20. La Merda e Quella cambieranno lo status sentimentale. Un giorno comparirà quella cosa patetica del cuoricino grigio con affianco scritto “Impegnato” (se sono irrecuperabili, scriveranno anche con chi sono impegnati) e inizieranno a chiamarsi pubblicamente “amore” (o qualche altro deprecabile nomignolo ingiustificabile per persone che abbiano superato la tarda post-adolescenza).

E poi sarà solo un crescendo. Un giorno si faranno un tatuaggetto insieme. Un giorno festeggeranno l’anniversario e lui la ringrazierà pubblicamente della felicità che gli ha regalato. Un giorno saranno al mare. Un giorno saranno a sciare. Un giorno ceneranno sul loro terrazzino con i fiori che coltivano. Un giorno ci sarà l’album di un matrimonio. Un giorno ci sarà la foto di un’ecografia. Una pancia. Una micromano minuscola, dentro la mano dell’uomo che hai amato. Un giorno arriverà un selfie di famiglia con uno status tipo “TRE!”. Oppure “Trois” se vogliono fare i fichi.

E tu guarderai questo fotoromanzo della vita del tuo ex, apparentemente bellissima (perché su Facebook tutti dimostriamo d’avere vite bellissime ovviamente, che nulla giustamente dicono dei momenti di noia, degli attriti, della libido che cala, delle bugie che ci diciamo, dei compromessi beceri a cui scendiamo, dei rimpianti che coviamo, dei sensi di colpa che abbiamo accumulato e compostato come fossero i rifiuti organici della nostra esistenza e che ora usiamo per concimare il futuro, della merda da pulire dal culo e delle nottate in bianco perché il pupo non prende pace). Tu guarderai questa cronaca in tempo reale della sua felicità e – indipendentemente da quale sia la tua condizione – cioè che tu sia ancora lì a capire come funziona Tinder o che tu ti sia accasata con un manzo brillante e sessualmente appagante- , la vera domanda è: perché?

Chi te la fa fare?

“Io a Giovanna ho detto di cancellare e bloccare, ovunque”

“Ma perché? Così fa capire che soffre

“E allora?”

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E allora soffrire, dimenticare, cancellare, difendere il proprio spazio e il proprio inalienabile diritto a NON sapere e a NON vedere, a NON assistere all’ostentazione di queste vite filtrate e ritoccate, offrirsi la possibilità di dimenticare, come si faceva un tempo, quando a mollarsi non ci si sapeva più, quando – superati il rancore e il dolore – forse rimanevano i bei ricordi, l’illusione di aver condiviso per qualche tempo qualcosa di esclusivo che non venisse riproposto nella stessa identica formula con quello che è venuto dopo di noi, ecco tutto questo è un nostro diritto emotivo.

Un diritto che non è mai stato necessario rivendicare, prima che Zuckerberg ci privasse culturalmente del piacere dell’oblio, della possibilità di dare sepoltura (degna o indegna che fosse) a una relazione, ma anche di credere ad alcune di quelle piccole bugie che facevano un po’ male ma anche un po’ bene, tipo quando l’ex che non vedevi e sentivi da mesi ti mandava un sms o ti faceva una telefonata. E ti diceva che gli mancavi ancora. E tu potevi credergli, una piccola parte di te poteva accoccolarsi nella melensa menzogna che ti diceva, bevendosela tutta, dissetando il proprio ego ammaccato, perché lo vedi che eri speciale? Lo vedi che gli manchi ancora? Anche lui ti manca ancora un po’, certo. MA SOPRATTUTTO POTEVI CREDERGLI PERCHÉ NON AVEVI GUARDATO PER SEI MESI TUTTO QUELLO CHE AVEVA POSTATO SU UN CAZZO DI SOCIAL NETWORK.

In conclusione: cancellate, bloccate, dimenticate.

Che ai tempi dei social network gli amori sono più difficili da far partire, da mantenere e pure da chiudere.

 

Uomini & Dating App

Il mese scorso sono andata a una festa di compleanno, alla quale ho conosciuto un tipo, che era con una tipa ma che però era single e che ha iniziato a parlarmi di quanto sia complessa la vita per gli uomini single a Milano. Ma-cosa-dove-come-quando-minchia-dici? mi son detta, tra me e me, figacentrica come sono, pensando come sempre che sia complesso solo per noi vagine, sopravvivere alla carneficina sentimentale e alla macelleria sessuale del mondo d’oggi. Invece no. Pare che anche per loro, per i portatori di pene, non sia poi così semplice.

“È una guerra, lì fuori è una guerra!”, mi ha detto il tipo. E la cosa mi ha incuriosita a sufficienza da dirgli: “Ok, ti intervisto per il blog”, lasciandogli i miei contatti (e no, non avevo alcun fine di broccolo, lo giuro).

Così dopo una decina di giorni ci siamo visti per un aperitivo al Deus, un posto in zona Isola dove sedersi è quasi impossibile e dove ti servono i cocktail nei barattoli invece che nei bicchieri e, sorseggiando il mio Moscow Mule, mi sono fatta raccontare un po’ dei suoi ultimi date. Così mi ha parlato di quella che si vantava di non pagare mai quando esce, perché lei è una pheega vera; e di quell’altra che nei primi 10 minuti gli ha raccontato i più macabri dettagli della sua promiscua vita sessuale; e di quella che dopo averlo limonato gli ha detto “Sì però scusa, amo un cinquantenne sposato”; e di quella che ha detto che non vuole necessariamente un compagno ma vuole un figlio, un figlio e basta, perché ha l’età per avere un figlio. Ma anche di un’altra che a letto gli ha sbuffato in faccia, e di quella che non voleva che se ne andasse e mentre cercava di persuaderlo armeggiava pericolosamente con un coltello da cucina.

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Urca, ho pensato.

“Ma dove le hai trovate?”, ho chiesto.

“Amici in comune, colleghi, palestra”, mi ha risposto.

“Ah, mi aspettavo mi rispondessi: Tinder, avrebbe avuto più senso”

Tinder con me non funziona. Non matcho

“Com’è possibile?”

“Non lo so, eppure sono bellissimo”

“Certo, infatti…per me fare match è la cosa più divertente, regala facili e superficiali conferme al mio claudicante ego”

“Sei donna”

“Hai ragione, voi uomini mettete like alla qualunque, noi no. Ora che ci penso, un altro mio amico lamenta difficoltà a fare match e quando ho provato a giocare col suo account, una sera che eravamo insieme, è stato leggermente frustrante”

“Sì, non solo, anche se fai match non si parla. Dobbiamo contattarvi sempre noi, sempre, non esiste una donna che ci contatti. E poi cosa vi diciamo?”

“Vabbè un’idea ve la potete far venire, non state a lamentarvi per mandarci un messaggino su”

“Ma sì, però non funziona lo stesso. E poi è pieno di casi umani

“Ahem…”

“Presenti esclusi”

“Ma io sono sulle dating app perché le studio sociologicamente, sia chiaro…”

“Naturalmente”

“Però ci sono anche alcune tra le mie amiche più gagliarde…forse dovrei presentartele”

Ed è stato allora che mi è venuto in mente di suggerirgli questa nuova dating app con la quale sto smanettando di recente, sempre a scopo di ricerca etnometodologica.

“Si chiama Once

“Sì, l’ho sentita…me ne aveva parlato un mio amico a Londra”

“Ecco, io la sto usando in questi giorni”

“E com’è? Cosa cambia rispetto a Tinder? Intanto scarico…”

Ciò che cambia, rispetto a Tinder, è che Once ti mostra un partner al giorno, ogni mattina alle ore 12. Di lì, scattano 24 ore di tempo per matchare e contattarsi. La proposta non si basa solo su un algoritmo e sulla prossimità geografica ma è super-visionata da degli esseri umani, persone in carne ed ossa intendo, i cosiddetti “match-makers” (praticamente versioni digitali di Marta Flavi, per chi se la ricorda).

“A differenza di Tinder, poi, non sei obbligato a fare log-in con Facebook. Puoi, certo, ma hai anche la possibilità di farti un account specifico. E se ti loggi con Facebook, comunque non ti matcha con i tuoi contatti, il ché non è male per la privacy

“Così la collega evita di vedere che sei un disperato su un’app”

“Ma smettetela con questa menata che le app sono da disperati. La gente ha sempre usato la tecnologia per flirtare e rimorchiare. Sempre. Dalla “chat piccante” di Arianna, a mIRC (che era un arcipelago di community, le “room”, create sulla base di argomenti specifici; ma anche un posto dove ci si appartava “in pvt”, in privato); passando per c6, che ti dava direttamente la possibilità di cercare gli utenti con cui parlare sulla base di filtri geografici e anagrafici, oltre che vedendo in anteprima interessi e descrizione. Fino ad arrivare ai vari social network da rimorchio, di cui Badoo e Meetic sono solo 2 dei numerosissimi esempi. E oggi, che viviamo nell’era delle dating app, siamo alla definitiva sublimazione di questa istanza: usare i nostri device allo scopo di inzuppare il biscotto.”

“Tu dici”

“Ma certo. Le dating app fanno ormai parte a tutti gli effetti delle nostre relazioni, può piacere o meno, ma è così, basta usarle con criterio…e anzi il fatto che hai la possibilità di fare un match al giorno ha degli aspetti positivi”

“Tipo?”

“Tipo che evita quell’effetto da ‘polli in batteria’, hai un partner al giorno da vagliare, non 20, puoi non guardare solo le foto ma addirittura spulciare gli interessi in comune, così magari ti viene in mente qualcosa per attaccare bottone!”

“Ma tu che ci hai raccattato li?”

“Esco settimana prossima con un copywriter, ma sempre per fini di indagine antropologica”

“Sì, beh, ovvio…quindi tu dici che la devo provare”

“Sì, dico che devi provarla. Tra l’altro questa offre anche un sacco di info, tipo l’altezza, che è utilissima perché se sei una vichinga puoi valutare se uscire con uno gnomo oppure no, e viceversa. Oppure l’etnia, o la religione”

“E se sono ateo?”

“È una delle opzioni naturalmente…”

“Va bene…ma non sarà pieno anche qui di casi umani?”

“Ma caro, i casi umani sono ovunque: sono in mezzo alla strada, al supermercato, in ufficio, in metropolitana, sui giornali, in televisione, su facebook e pure sulle dating app, basta avere un po’ di pazienza e scegliere”, gli rispondo, mentre nella mia mente passo in rassegna un’etologia completa dei casi umani maschili da dating app:

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– Quello che ti chiede alle 2 di notte se vuoi uscire, e tu gli rispondi che no, grazie, ma te pare. E allora tronca perché “scusa, ma mi rompo a parlare”. Hai ragione, infatti non sei mica su una chat.

– Quello che ha tutte le foto con gli occhiali da sole che o sei Jim Morrison, o sei guercio, non c’è altra spiegazione

– Quello che ha la sindrome del bimbominchia anche se ha 40 anni e si fa i selfie con la bocca a culo di gallina che DIOMADRE

– Quello che ha tutte le foto in cui è con altri amici, che devi concentrarti tantissimo sulla sua fisionomia per riconoscerlo e – salvo che non siano gruppi di rugbisti – ti passa rapidamente il sentimento

– Quello che ha la foto della sua motocicletta, o del suo cane, o della montagna con la neve che, ti voglio bene, ma non uscirò col tuo bolide, né con la tua bestia, né con le Dolomiti intere. Posso vedere la tua faccia?

– Quello palesemente fidanzato o sposato che mette solo foto di schiena, così che tu possa scegliere oculatamente con quale schiena uscire, e andare chessò al cinema, e sederti nella fila dietro di lui per continuare a interagire con la sua schiena

– Quello con le stock photos “sexy” in bianco e nero prese da google, con tacchi a spillo e cravatte, che pensa di sedurci con papiri che manco 50 sfumature di minchia

– Quello che scrive tutto in CAPS LOCK contravvenendo alle basilari norme della netiquette, ed elenca tutto ciò che odia, tutti i tipi di donne che non sopporta, che ti verrebbe voglia di dirgli: “Perché non provi a cambiare gusto del gelato e non solo?”

e via discorrendo. Però non condivido con il mio compagno d’aperitivo questo freak show da dating app. Perché non voglio scoraggiarlo. Perché si può trovare anche qualcuno di simpatico, interessate o piacevole. Perché si può persino fare networking con le dating app (io ho un’amica che in questo è bravissima).

…ma anche perché, nel frattempo, scegliamo il posto dove trasformare l’aperitivo in una cena e l’intervista in una chiacchiera. Tra due single, adulti, metropolitani, che si scambiano suggerimenti per sopravvivere emotivamente nella selva delle relazioni post-moderne.

[Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sono stata contattata da Once per testare l’app e parlarne, e qui c’è il link per scaricarla. Scaricatela, curiosateci su per qualche tempo – non un giorno o due – e fatemi sapere la vostra, se v’aggrada :)]

Friendzone Preventiva

Pare che nella vita non si debba mai dire mai.

E, in effetti, se un giorno mi avessero detto che sarei diventata una friendzonatrice preventiva, non ci avrei creduto.

Semplicemente avrei banalizzato l’argomento “friendzone” in quanto tale dicendo che se una tipa friendzona uno è perché non le piace. Ne ero convinta, così come ero convinta che la friendzone fosse univoca, e cioè che solo noi donne potessimo infliggerla agli uomini perché, secondo il mio ancestrale retaggio culturale, gli uomini dovrebbero rifarsi a un’etica ormai estinta per la quale ogni lasciata è persa, ma anche “ogni buco è pertuso”.

Invece mi sono accorta che anche le donne possono essere friendzonate e che si può friendzonare preventivamente qualcuno che ci piace. E questo apparente ossimoro, questa specie di lucida follia da Condoleezza Rice del sentimento, offre in verità molti benefit. Vediamo quali:

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  1. Spesso gli uomini sono più interessANTI da amici che da amanti (e forse noi pure), senza contare il fatto che per noi è importante/utile avere degli amici maschi, single ed etero, qualcuno a cui mandare gli screenshot della conversazione con l’homo erectus di turno per farci fare una grossolana (ma verace) analisi semiologica di testo ed emoticon. Insomma, rifletteteci. Non l’amica single, non l’amica d’infanzia che ora è madre e mentre voi le parlate di one night stand prepara bio-omogeneizzati e lotta contro i germi. E nemmeno l’amico gay che vive a Grindrlandia. Io dico proprio un amico etero, mosso dalle stesse pulsioni, biologicamente affine all’autore del whatsapp oggetto di analisi, che sia single e conosca il mondo delle relazioni contemporanee uomo-donna davvero (non come i vostri amici fidanzati/sposati che sono fuori dai giochi e dalle discussioni da 10 anni).

2. Spesso gli uomini sono più interessATI a noi, da amici. Tendenzialmente un uomo single ed etero a cui non la dai ti offre più attenzioni di un uomo single ed etero a cui la dai. Questo in media, ovviamente. Non vale per quando l’avete data a vostro marito, graziarcazzo che è andata bene, è diventato vostro marito.

3. Io stessa, come persona, mi sento più piacevole se mi penso come amica. Perché amica so esserlo, lo sono da tutta la vita, e pure gagliarda, perché con gli amici maschi ci sono cresciuta. Come compagna no, cazzo ne so, che sbattimento, non ho nessuna case history di successo. E se dobbiamo solo scopare, uso Tinder scusa (oppure mi astengo), perché dovrei rinunciare a queste belle chiacchierate che ci facciamo noi, che almeno ci vogliamo bene, che se ti scrivo so per certo che mi rispondi, per cosa poi? Tanto per farci un giro di giostra io e te? Non ha senso (è ovvio che se il vostro amico è Michael Fassbender questo ragionamento NON dovete farlo)

4. In sostanza, se lo friendzono, mi stresso di meno. Se ho voglia di scrivergli, lo faccio. Se ho voglia di vederlo, glielo dico. E mi affranco da una quantità insostenibile di paturnie mentali sul fatto che devo piacergli, che NON devo sembrare troppo categorica, che NON devo essere troppo disinibita, che NON devo schiacciarlo, che NON devo essere troppo diretta, che NON devo essere troppo esplicita, che NON devo essere troppo cerebrale e over-analizzare, che NON devo spaventarlo, che NON devo sembrare una mantide religiosa e neppure una 30enne sentimentalmente in calore. Alla fine divento una cosa strana, peggiore di tutte le altre, ibrida, indecisa, impacciata. Se lo friendzono, invece, posso conoscerlo e farmi conoscere. Normalmente.

5. Se lo friendzono non penserò mai “se gli piacessi davvero, lo farebbe lui” (scrivermi, chiamarmi, chiedermi di uscire, uscire, baciarmi, and so on). Questo è un retropensiero latente del fronte reazionario sentimentale, al quale risponde il fronte progressista che dice che no però, dai, i tempi sono cambiati, adesso le donne devono essere intraprendenti. Insomma, un casino. Se semplicemente lo friendzono, non dovrò mai preoccuparmi di essere troppo attiva o troppo passiva. Non mi chiederò mai com’è che funziona adesso? Ci devo provare io perché abbiamo voluto la parità? Oppure no, la donna è sempre donna. Bisogna tirarsela, lasciare che sia lui a fare, perché se gli piaci veramente qualcosa farà (campa cavallo che l’erba cresce, dice sempre mia madre). 

6. Se lo friendzono posso anzi parlare di tutto questo con lui, scambiare opinioni sincere e disinteressate, ridere, fare sociologia da salotto fumando e bevendo con la musica che va, ascoltarlo mentre si racconta, leggere tra ciò che dice e ciò che tace, che persona è, magari scoprire che mi piace davvero, oppure no. Posso arricchirmi e arricchirlo, è una situazione umana win-win.

7. Se lo friendzono non cercherò mai conferme alla mia insicurezza in ogni notifica whatsapp. Condivideremo momenti, esperienze, pensieri, con continuità, per mesi. Faremo progetti, come andare a cena qui. Oppure una volta dobbiamo andare lì. Ti devo far provare questo. Te lo faccio assaggiare. E ci si può dire queste cose serenamente, senza l’ansia di generare ansia nell’altro.

8. Se lo friendzono sono più a mio agio. Posso invitarlo a cena anche senza essermi depilata, se cucino di merda non ha importanza perché non devo mica sedurlo come Wilma De Angelis. Se viene fuori, parlando, che ho l’anima rotta, e un sacco di pezzi in disordine, e crateri sparsi tra i rimpianti e le speranze, ecco posso sperare che non mi interni in un centro per donne sentimentalmente pericolose. Sono come mamma m’ha fatta, per intenderci, mi astengo da quei kolossal campioni di incassi che puntualmente ci facciamo in queste situazioni, per cui pensiamo a come saremo da vecchi, alla faccia che avranno i nostri figli, a quanti libri ci saranno nella nostra casa, se piacerà ai nostri amici, se piacerà alla nostra famiglia, quali e quante esperienze nuove faremo insieme a lui, camminando sulle coste della Sardegna Occidentale o per qualche cazzo di paese che non abbiamo nemmeno idea di dove si trovi collocato sul globo terraqueo. Che di solito, questi kolossal, per gli uomini etero e single sono tipo il DDT per le formiche.

9. Se lo friendzono prima o poi arriverà una più sveglia, più smart, più pronta, più tonica, più figa, più decisa, che se lo piglierà, questo raro esemplare di single etero, che mi piace e che ho friendzonato. Tipo che al mondo ci sono più panda che uomini così. E io penserò che vabbè, non era destino, se gli fossi piaciuta veramente, blablabla. Ed è un rischio, lo so.

10. Se lo friendzono posso porre una barriera, posso richiedere il tempo che mi serve per conoscerla una persona, in questo frullatore di opportunità sessuali ed esistenziali in cui, alla fine, alla domenica pranziamo da soli (io in verità vado in palestra a ora di pranzo la domenica). Se lo friendzono posso scoprirlo, conoscerlo, ascoltarlo senza pesare le sue parole come se stessi esaminando un vitello in questa macelleria umana che è l’accoppiamento. E posso lasciarmi conoscere, senza boicottare tutto da principio con assurdità comportamentali vaginali che generalmente non mi appartengono e che meriterebbero esse stesse uno studio dedicato.

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Certo, la Friendzone Preventiva ha l’effetto collaterale che non si tromba.

Ed è un brutto effetto collaterale. Lo so.

Ma in fondo chi l’ha detto che bisogna andarci a letto dopo 1 ora, dopo 1 mese, dopo 1 anno o dopo 3? E allora Harry ti presento Sally?! (io, per esempio, ho sempre detto che bisogna andarci a letto subito, così si capisce in fretta se c’è alchimia oppure no…ma voglio dire non è che sono l’Oracolo di Delfi).

In fondo, la friendzone, se spogliata di quel significato negativo generalmente attribuitogli, non può anche essere il nuovo modo di dire “conoscenza“, oppure incontro, approfondimento, scoperta, corteggiamento, tra due esseri umani, abbastanza adulti e sufficientemente complessi, da necessitare di tempo e pazienza per scoprirsi, comprendersi, sorprendersi, scivolarsi dentro?

Non è una gara di velocità, mi ha detto qualcuno, una volta.

“È una maratona, è sulla lunga distanza che si fa la differenza”

Giusto. Giustissimo.

Sarà che devo iniziare a fare tapis roulant in palestra.

ps: se non ci sentiamo prima, naturalmente, buon Natale a tutti! 🙂

[Off Topic 1] – Dopo Parigi

Scrivo questo post perché dopo gli attentati di Parigi, un mio amico, una persona che conosco da 15 anni, ha scritto una marea di stronzate in una discussione su whatsapp sull’argomento Islam. E ha usato l’espressione “musulmani di merda”. E io mi sono vergognata. E ho pensato che, come lui, evidentemente, ce ne sono tanti. Ho provato a scrivere quello che ho pensato in questi lunghi, ultimi 3 giorni. Mi scuso in anticipo per la prolissità. 

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Io ho paura dell’ISIS.

E ho paura di voi.  Ho paura di ciò che ho ascoltato, letto, visto sui social network, sui giornali, in tv. Ho paura degli aerei francesi che partono a bombardare non si sa bene cosa, a Raqqa.

Ho paura dell’odio per un nemico comune (che tanto ci fa sentire uniti), ma indefinito e camaleontico (che tanto ci spaventa). Ho paura dell’ignoranza storica, ho paura della facilità dei giudizi, della superficialità delle analisi, delle varie tesi psicopolitiche sbrodolate su Facebook, del panico, della brutalità delle sintesi, dei titoli di Libero. Ho paura dell’ottusità, dell’ipocrisia, della disonestà intellettuale e di questa specie di Alzheimer collettivo per cui non riusciamo ad avere memoria storica nemmeno di cose successe 15 anni fa. O studiate 15 anni fa a scuola.

Ho paura della ragnatela della tensione globale, ho paura del sospetto per il vicino di casa, ho paura di chi non vuole più sentire ragioni dicendo che – adesso basta – dobbiamo debellarli. Adesso basta un cazzo, ma vi rendete conto del mondo in cui viviamo? La convivenza è una cosa difficile e impegnativa, come lo è la democrazia, come lo è il confronto, come lo è la comprensione del diverso, perché il diverso noi lo comprendiamo e vogliamo a nostra volta essere compresi nelle nostre diversità, e questo è l’abc della nostra cultura e dobbiamo perseguirlo, per difenderla fattivamente. Per non generare e far fermentare altro odio. E non perché siamo, come dice quell’illustre intellettuale dei nostri tempi meglio noto come Matteo Salvini, dei radical chic. Ma perché è così che facciamo, da occidentali, da persone evolute quali siamo, che vivono nel mondo, nell’anno del signore 2015.

Ho paura anche di chi dice (tipo Anselma dell’Olio ieri sera su rai2, che pareva posseduta da un demone, o comunque in evidente difficoltà ormonale data dalla menopausa) che non possiamo più parlare dei massacri che noi occidentali abbiamo compiuto, come se essi potessero giustificare la violenza dell’ISIS. Ma certo, cara Anselma, va bene, siamo d’accordo che la violenza è per definizione ingiustificabile, la loro e la nostra, ma vedi, non è che lo decidiamo noi quando tutta la merda che abbiamo fatto può considerarsi “condonata”. Non decidiamo noi se e quando guariscono le ferite che abbiamo inferto a questo mondo, della cui globalizzazione siamo – in quanto occidentali – artefici (perché è paradigmatico il fatto che lo stato islamico usi i nostri strumenti di comunicazione – oltre che le nostre armi – per fare ciò che sta facendo).

E allora, siccome siamo giustamente molto indignati e molto scossi, siccome siamo sconvolti come se non fosse prevedibile ciò che sta succedendo e ciò che succederà,  come se il conto per la nostra scellerata e secolare condotta nel mondo non dovesse mai arrivare, dovremmo ricordarci che ad azione corrisponde reazione. E che questa è una legge fondante dell’universo, contro la quale né Maometto, né Allah, né Gesù Cristo, possono fare niente. E sono quasi sicura del fatto che molti di noi, fossero nati dall’altra parte del mondo, odierebbero questa. E non avrebbero d’altronde nemmeno torto.
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Perché dobbiamo guardarci allo specchio e provare ad avere l’onestà di riconoscere che noi occidentali facciamo schifo, perché proprio come nei rapporti umani, affinché le relazioni funzionino, non si può prescindere dall’autocritica. E noi abbiamo da farne una enorme, anche se scomoda, anche se faticosa, anche se apparentemente retorica e secondaria rispetto all’urgenza che sentiamo di ripristinare l’ordine costituito.

Facciamo schifo. Facciamo schifo non solo per i secoli di colonialismo nei quali abbiamo sterminato o ridotto in schiavitù popolazioni intere, sottomesso paesi, sfruttato le loro risorse e portato ben poco progresso in cambio. Facciamo schifo non solo per il capitalismo malato che sta ammazzando il pianeta, i mari, i terreni, l’aria, e per tutte le specie animali che abbiamo estinto.

Facciamo schifo per tutte le distorsioni che abbiamo imposto alla natura, la cui estrema conseguenza è che se mangi la carne ti viene il tumore, i pulcini vengono bombati di ormoni, così crescono più in fretta, così mangiamo più Mc Chicken, così spendiamo di più, così ingrassiamo e crepiamo da bravi consumatori, inconsapevoli e ingordi.

Facciamo schifo perché siamo egoriferiti, perché pensiamo che l’unica storia vera sia la nostra. Facciamo schifo perché siamo ipocriti, perché nasciamo dall’Illuminismo e perché non siamo mai stati davvero capaci di applicare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, se non a nostro uso e consumo.

Facciamo schifo perché ci sentiamo superiori e onnipotenti da secoli, e avremo anche mandato le sonde nello spazio e trovato cure strepitose a malattie mortali, peccato che di malattie ce ne vengano molte altre. Abbiamo preti pedofili, ragazzine di 15 anni che mignotteggiano per comprarsi un iPhone, governanti corrotti, monogamie apparenti e vulve depilate secondo l’estetica dello youporn.

Facciamo schifo per tutte le guerre strategiche, per tutti i missili intelligenti, per tutte le armi batteriologiche, e le radiazioni e le mutilazioni. Facciamo schifo per tutti i raid che abbiamo visto in diretta sull’Iraq in tv, quando avevano 6 anni. E lo spettacolo della guerra, il gusto morboso per la morte in diretta, la narrazione epica e cinematografica degli assassini, l’abbiamo creata noi occidentali, anche se adesso la usano loro.

Facciamo schifo e gli orrori dell’ISIS ci fanno quasi sembrare buoni.
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Mia madre è stata una di quelli che si sono messi la bandiera in faccia su facebook. Io capisco che state dando espressione a una ferita collettiva che sentite, ma è sempre una bandiera, che finché lo fate coi colori del gay pride, va bene, ma se iniziate a farlo con i colori delle Nazioni, non so, pensateci. Perché voi il primo giorno la mettete per esprimere cordoglio, il secondo giorno è la bandiera di un paese che dichiara guerra a un altro paese nel giro di 24 ore.

In più, se vogliamo ragionare in termini di ferite collettive, assumiamoci le nostre responsabilità collettive.

E sia chiaro che io dico queste cose da occidentale. Occidentale vera e fino al midollo. Cresciuta con il televisore Mivar nella cameretta, nella villetta a schiera con giardino, dove ho guardato Beverly Hills 90210 e Dawson’s Creek, e Friends, e Baywatch. E oggi ho un blog in cui parlo di sesso, e non potrei essere più occidentale di così, e sarebbe oggettivamente complesso, per me, fare le stesse cose che faccio qui in Afghanistan, lo so. E potremmo aprire una parentesi infinita sul ruolo della donna nella cultura islamica e in quella occidentale, e sono felice di essere nata in questa parte di mondo. Ma non posso non rendermi conto anche del resto.

Rendiamoci conto di cosa siamo. Proviamo a vestire altri panni. Guardiamo la storia con gli occhi di un altro, documentiamoci,  forse capiremo qualcosa. Forse avremo un’idea. Forse sarà anche realistica. Costruttiva, persino. Forse sapremo instaurare un dialogo con i nostri vicini di casa islamici, che NON sono terroristi dell’ISIS: che sono il ragazzo magrebino della lavanderia, il vicino di casa pakistano, il pizzaiolo egiziano che ci porta la pizza a casa, la tata che ci va a prendere i bambini da scuola. Stiamo zitti, piuttosto, non per essere complici e silenti, ma perché prima di parlare occorre riflettere e la riflessione talvolta richiede più tempo di un rutto.

Forse, così, arriveremo a una riflessione che non sia vomitata sull’onda di rabbia e paura che, come si può immaginare, con la complicità della fretta (fretta di esprimere un’opinione, fretta di manifestare indignazione e di prendere una posizione) generano una spaventosa bomba atomica del pensiero, dopo la quale non resterà nulla, se non tanta, disumana, stupidità.

Forse se ci avventurassimo in una lettura alternativa degli eventi, potremmo persino immaginare che ciò che ci sta succedendo abbiamo fatto in modo di meritarcelo. In maniera attiva, o passiva.

In qualunque modo abbiamo vissuto la nostra vita occidentale, normale, ignara, andando semplicemente a un concerto di sabato sera, senza pensare neanche per un secondo che in quel momento, in decine di altri posti nel mondo qualcosa di tragico succedeva a troppe persone.

Certo, direte voi, uno non può mica passare la vita a star male per qualunque cosa, o a lottare contro tutto. E quelle persone non avevano nessuna colpa. Vero. Verissimo. Come non ne hanno i civili ammazzati nelle nostre operazioni militari.

È che forse un mondo globale, impone un malessere globale. Che genera ferite collettive e implica responsabilità globali. E, oggi più che mai, i nostri dolori, le nostre paure, i nostri rancori possono fare network.

È il lato oscuro del Villaggio di McLuhan.

Benvenuti.

“Cara Cornuta” in arrivo

*Quello che segue è un sintetico estratto di alcune conversazioni che ho avuto negli ultimi mesi, a seguito di domande come: “Beh? Allora? Che ci racconti?”, poste da amici e parenti.

***

E niente, sto scrivendo un ebook.

Ma come un ebook??

Sì sì, ma per me stessa, cioè non per un editore…

Ah…

Sì, è una cosa indipendente, niente di importante…

E che genere è? Qual è il titolo?

Si chiama “Cara Cornuta – Manuale di Sopravvivenza al Tradimento

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] ma è tipo il blog?

Sì e no. E’ più tipo un’operetta di sociologia spiccia che, accanto alla parte manualistica sul management delle corna, si lancia in un’analisi (pure quella spiccia) sul tradimento, sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla’amore, sulla sessualità, sull’onestà. Però insomma ho cercato di rendere il tutto leggibile, sai per non ammorbare il prossimo mio…

Ammazza, sembra interessante…di sicuro andrà bene!

Oddio, io mica tanto convinta. Però penso che potrebbe far discutere. Penso che potrebbe aprire un dialogo interessante, quello sì, al femminile e non solo per raccontarci le tecniche depilatorie, o le paturnie sentimentali, o le bizzarrie sessuali del nostro ultimo partner (tutti comunque rispettabilissimi argomenti).

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Penso che “Cara Cornuta” possa aprire un confronto più alto, più lucido e più critico sulla nostra emancipazione, sulla nostra femminilità, sulla consapevolezza che abbiamo di noi stesse, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero. Penso che il testo possa dar vita a uno scambio, a una riflessione propriocettiva ed esterocettiva sul nostro ruolo di donne, in senso collettivo, lato, di genere, in senso quasi politico, passami il termine…

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] e quando esce?

Appena riesco a finire tutto, direi entro metà luglio, al massimo…la cover ce l’ho già! Stiamo raffinando gli ultimi dettagli, ma è fichissima! L’ha disegnata una mia amica, che è un’artista, ma un’artista vera di quelle che un giorno puoi vantarti dicendo “io l’ho conosciuta” [che si chiama Elena Borghi, la quale oltre a essere una sopraffina paper designer è pure divertente, acuta, brillante e il bello è che non la sto sviolinando…nel caso vogliate constatare da voi, la trovate qui].

Bene, bene, avvisami quando esce eh…

Sì figurati, lo scriverò urbi et orbi quando sarà disponibile.

Ma dove lo troverò?

Su Amazon, essenzialmente. Volevo metterlo anche sugli altri store digitali, ma non c’ho il tempo, non ci riesco a fare tutto, non ci sto dietro, sto infognatissima, non vado in palestra da quando Fabrizio Frizzi e Rita dalla Chiesa stavano ancora insieme.

Ma comunque tu potresti trovarlo un editore…

Forse sì, ma per ora va bene così. Cioè io non ho bisogno di vedermi stampata in libreria, non che il mio ego non ne trarrebbe indiscusso giovamento, però la cosa che mi interessa di più è essere letta, non essere vista. Mi interessa arrivare alla gente e alla gente preferisco chiedere 3 euro invece di 13. E preferisco farlo da me, in self-publishing.

E’ una scelta giusta nel tuo caso, secondo me, il self-publishing. Ma senti come la metti con la pirateria? Cioè la gente scarica gli ebook, tipo i film, se li passano…

E vabbé, pace all’anima. Ognuno fa come crede. Se la gente lo compra e premia le nottate che ho passato a scriverlo, sono contenta. Se la gente lo scarica, ci inciampa, lo trova stampato in una fogna di Calcutta e se lo legge, e trova di pagina in pagina un motivo per arrivare alla fine, per me va comunque bene. Anche se naturalmente quelli che lo compreranno li apprezzerò molto di più.

E quanto è lungo?

Sono circa 60 pagine word…

Sarà una scrittura all’uso tuo…ci andrai giù pesante…

No, non ci vado giù particolarmente pesante. E’ un testo con delle finalità costruttive, di base.

E mercato ce n’è…

Diciamo che è un argomento controverso e spinoso, ma sensibile per molti.

Ma non hai paura dei giudizi?

Vengo giudicata costantemente per qualsiasi aspetto della mia personalità, del mio aspetto, della mia storia e della mia vita. Stronza, zoccola, cessa, pezzente, terrona, cinica, complicata, spigolosa. Che sarò giudicata, per questo ebook come per tutto il resto, lo metto in conto. Metto in conto che qualcuno mi insulterà. Metto in conto che qualcuno dirà che quelle pagine sono solo monnezza e che avrei potuto anche dormire la notte invece che scriverle. Metto in conto che il tema non susciterà simpatia e che se avessi parlato di cellulite invece che di corna avrei incontrato un plauso più trasversale. Ma penso che alle donne servano più queste riflessioni che quelle sui loro fastidiosi inestetismi cutanei. E io l’ho scritto così, Cara Cornuta, da donna a donna, come faccio sempre su questo blog, da anni. Questo sì, questo nell’ebook è proprio uguale al blog.

E in quanto tempo l’hai scritto?

Tre mesi, circa. Negli avanzi di tempo, di notte, alienandomi nei weekend.

Ma sei contenta?

Sono a pezzi, ma Sì, sono contenta.

50 Sfumature di Vagina

Sono andata a vedere 50 Sfumature di Grigio.

Ci sono andata senza leggere alcuna recensione e avendo a malapena visto il trailer, in modo da arrivare alla visione quanto più possibile scevra da pregiudizi. Voglio dire: hai visto mai che esco dalla sala con un insano bisogno di farmi incaprettare, oppure di farmi appendere a testa in giù come un capocollo di Martina Franca, oppure di farmi versare cera bollente sull’ignuda pelle con un candelabro ebraico, oppure ancora di stendere i calzini con le mollette sui capezzoli…sì, insomma, sapete com’è, nella vita – e nel sesso – mai dire mai.

Quindi l’ho fatto: ho dato il mio personale contributo a un’operazione commerciale di volgare portata e l’ho fatto perché, come dice il mio amico Drugo: ogni tanto fare la femmina media non guasta. E vi dirò che 50 Sfumature di Grigio non è il film più brutto del mondo, in quanto film (del resto c’è sempre la cinematografia di Nicolas Vaporidis), ma che fa inesorabilmente cacare in quanto tratto da un libro che fa inesorabilmente cacare.

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Sia chiaro: non sono qui per tediarvi in merito al pregio artistico di questa pellicola, d’altra parte nessuna di noi s’immaginava d’imbattersi in un capolavoro del cinema d’essai. Ciò su cui amerei soffermarmi è l’abominevole presa per il culo che tutta la storia di Anastasia Steele e Christian Grey rappresenta. Una truffa totale, una menzogna imbarazzante ma imbarazzante come quando avevi 12 anni e, mentre cenavi con i tuoi genitori, capitava una scena di sesso in tv. E allora uno tossiva, uno si alzava a prendere un cucchiaio, l’altro fissava il piatto di pasta e lenticchie. Ricordo che mio padre cambiava canale, in concomitanza con scene soft porn, così, alla cazzo, come per fare un po’ di sano zapping nel bel mezzo del film. Poi, un giorno smise di farlo. Dovevo essere diventata grande abbastanza.

Abominevole presa per il culo, dicevamo. Ebbene sì, perché io ve lo dico, i cartoni animati della Disney con cui siamo cresciute, con tutte quelle minchiate della fata turchina che trasformava la zucca in carrozza, della Bestia che grazie all’amore di Belle tornava umano (salve che nelle sembianze umane era così deludente che quasi lo preferivamo animale), del Genio che usciva da una stoviglia se la sfregavi e dei tappeti che volavano nel cielo…ecco tutto questo era comunque più credibile di 50 Sfumature di Grigio. Con l’aggravante che 50 Sfumature di Grigio ha anche il criminale intento di toccare temi immensi come la sessualità, articolati come il sadomaso, supremi come l’amore, con una serie di assunti completamente surreali. Conducendo, in ultimo, alla folle conclusione che puoi pure essere una sfigata, mezza cessa (non che lo sia l’attrice, ma è evidentemente volutamente imbruttita), priva di alcun senso dello stile, timida, vergine, con i peli sulle cosce, i mutandomi di mia nonna, uno scarso senso dell’igiene (ciò si evince dal fatto che debba ricordarglielo lui, che “è l’ora del bagnetto”), addetta alla vendita in una ferramenta (oltre questo si può solo immaginare un harleyista come commesso da Prada) e CIONONOSTANTE pupparti un rampollo esageratamente figo, sessualmente fantasioso, che ti presenta alla famiglia (che è – guarda caso – straordinariamente friendly per essere così incredibilmente ricca), che ti suona il pianoforte dopo averti chiavata, che ti compra i vestiti senza che tu glieli chieda, che ti fa venire a prendere dal suo autista in aeroporto, che alla tua laurea ti regala una BMW rossa, che ti da una camera di 50 metri quadri, tutta per te, nel suo attico straordinario, che te la lecca ma non ti chiede di ricambiare, che ti compra un MacBook Pro 15″ prima ancora che tu gliela dia…e sì, certo, io sono Charlize Theron.

E nonostante tutto questo, tu, Anastasia, cosa fai? Titubi? Per via di 2 sculacciate ogni tanto? Per 6 colpi di cinta a trimestre? Rompi i coglioni perché non dormite insieme? Scusa, Anastasia, ma capisci che così puoi pure dormire bella serena, che se russa non lo senti, che non ti tira la coperta, che puoi rotolare nel letto king size serenamente e che puoi svegliarti al mattino senza dover annusare la sua fiatella e senza doverti vergognare della tua?

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Insomma, amiche vagine, capite bene, che tipo di credibilità può avere, proprio in termini narrativi, un quadro umano così distante dalla realtà?

Perché, diciamolo, nella realtà al massimo può esistere 50 Sfumature di Vagina, che è un remake dell’originale.

In 50 Sfumature di Vagina, Anastasia Acciaio è di San Severo in provincia di Foggia e si trasferisce a Milano. Arriva con la sua borsa della Guess e i capelli ricci, folti, ben definiti da accurati impacchi di schiuma Pantene Ricci Perfetti. Cristiano Grigio, invece, è un dirigente di 38 anni che abita nel Bosco Verticale. E’ gay. Oppure è fidanzato con una fichetta elegantissima dell’alta società. Oppure è un figlio di papà, cocainomane e snob. Oppure è un egofrocio con ansia di riscatto sociale che se non parli almeno 12 lingue per lui non esisti. Anastasia Acciaio e Cristiano Grigio non si incontreranno mai. Non si cagheranno mai. Non si innamoreranno mai. E se anche si incontrassero e finissero per fortuita circostanza a letto insieme, lui inorridirebbe davanti al pube irsuto di lei. Lei non vedrebbe l’ora di whatsappare le sue amiche per raccontare cosa le sta succedendo. Dopo la fornicazione Anastasia andrebbe in bagno, si guarderebbe allo specchio, con tutti i ricci scomposti, dio come ci vorrebbe un po’ di schiuma Pantene Ricci Perfetti adesso. E penserebbe, compiaciuta, che quello potrebbe essere il suo bagno, un giorno. Che la casa è splendida e la vista dal soggiorno toglie il fiato. Che questo è un uomo vero, moderno, mica come il suo ex di giù. Si saluterebbero, poi, Anastasia e Cristiano, con garbo e cortesia. Lui le chiamerebbe un taxi, dicendole che le telefonerà l’indomani, per passare a prenderla dall’ufficio dove è in stage. Così, perché vuole portarla a cena in un posto nuovo, molto cool.

La telefonata non arriverebbe mai.

Cristiano sparirebbe. Per sempre.

Anastasia inizierebbe a usare la piastra.

Fine.

 

Morale della favola: se sei Anastasia Acciaio non avrai MAI Cristiano Grigio, quindi non sprecare il tuo tempo e le tue energie nell’attesa che arrivi uno scapolo d’oro, attraente e depravato, che ti deflori ripetutamente bendandoti con un asciugamano del bidet, che si innamori di te, che ti venga a prendere in elicottero e che ti subaffitti casa aggratise.