Io Viaggio da Single 1 – Madrid

La prima volta è sempre così: non sei davvero sicura che ti sia piaciuto, ma senti che vuoi rifarlo subito, appena possibile, perché hai la sensazione che più lo farai, più ti piacerà. Vale per il sesso e vale anche per i viaggi da sola.

Vorrei raccontarvi tantissime cose su Madrid, la città che ho visitato lo scorso weekend, ma tutto sommato sono informazioni che potete benissimo trovare altrove, quindi proverò a parlarvi di cosa significhi, per una vagina single 30enne, terrona trapiantata a Milano, viaggiare da sola  senza un pretesto tipo andare a trovare un amico expat, andare a fare un corso di aggiornamento o partire per lavoro. Intendo proprio prenotare un periodo di tempo libero da passare fuori, da sola, per visitare un posto nuovo, e camminare e perdersi per le strade di una città tutta da scoprire.

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Premetto che ci ho pensato a lungo, prima di fare questo test (perché di test trattavasi e, in quanto test, non è che vado a farlo in Perù), perché avevo molte ritrosie: metti che ti scippano, metti che ti stuprano, metti che è triste, metti che non conosci nessuno, metti che ti deprimi, metti che ti viene un chitemmorto e hai bisogno di aiuto, and so on. Poi però, a un certo punto, ho pensato che non avevo più voglia di aspettare, incastrare, proporre, adattarmi, e che se c’è una cosa eccellente in questo specifico momento della mia vita da single è proprio la libertà di prendere e andare, senza chiedere il permesso o attendere nessuno (specialmente l’uomo della mia vita che, se esiste, evidentemente non viaggia su un agile destriero quanto su una testuggine affetta da una grave dipendenza dagli oppiacei). Così ho prenotato, volo e ostello, e sono partita.

Sissignori, ostello. Viaggiare da soli significa non dividere i costi. Pertanto, se siete ricche e potete pagarvi in toto il vostro luxury hotel di design, molto bene. Se non lo siete, l’ostello è una buona alternativa, se ne trovano di decenti, carini persino e con camere private (io, per esempio, ho preso la camera privata, perché va bene la spending review ma ognuno ha i suoi limiti e il mio limite non contempla la possibilità di dormire con 7 sconosciuti sopportandone rumori, odori e presenza). Il bagno era condiviso (“tanto comunque in vacanza non cago”, mi sono detta, prima di partire), ma veniva pulito 2 volte al giorno (lo dico per via di quella tipica germofobia italica che fa parte del nostro igienico standard culturale) e vi assicuro che ho trovato sorprese più sgradevoli nel cesso dell’ufficio che in quello dell’ostello (anche perché, in linea di massima, chi viaggia in ostello tende a essere particolarmente rispettoso degli ambienti in comune, ivi incluso il cesso). Insomma, dormire in ostello si può fare e se ce la faccio io, che ho la capacità di adattamento di un tricheco all’Equatore, può farcela chiunque. Nello specifico, ho alloggiato al Mad4You Hostel, che è molto pulito, con uno staff giovane e super-disponibile, aree in comune tra cui un patio interno attrezzato e una cucina che non ho naturalmente mai utilizzato (di grazia, non cucino a Milano ti pare che devo cucinare a Madrid). La colazione era inclusa nel prezzo, ma io ho preferito farla fuori, in un café adorabile dietro l’angolo, che si chiama Toma Café, di cui ho apprezzato la qualità del cappuccino, il repertorio musicale e il wifi gratuito.

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Detto tutto ciò, però, sarei falsa se non dicessi che in alcuni momenti ho provato sentimenti contrastanti, verso questo “lonely traveling“. Sarei falsa se non dicessi che al terzo giorno, dopo un imprevisto sul quale non vi tedio, ho iniziato a pensare che io tutta questa generale fascinazione per il viaggiare da soli come degli stronzi, non la comprendo e non la condivido poi tanto; che bello eh, per carità, di fare si fa, ma io preferisco viaggiare in compagnia; che io vivo da sola e faccio sempre quello che mi pare e che non ho certo bisogno di andare in culo al mondo per scoprire me stessa, che la conosco già a Milano, io, me stessa; e poi sì, bello fare sempre quello che voglio io. Ma tanto anche con un fidanzato, si farebbe quello che voglio io. E allora? E allora meglio viaggiare con un fidanzato che da sola, no?

Insomma, quello che voglio dirvi, amiche, è che ho avuto un attacco di vaginismo, perché l’ho avuto. E a un certo punto, complice una condizione meteorologica non favorevole (praticamente ha piovuto come manco a Londra a novembre), ho pensato che avrei preferito essere a Milano, con il mio MacBook Pro e il mio abbonamento a Netflix e la mia terza stagione di Californication con David Duchovny. E so che questo mi fa sembrare poco cool ma sticazzi, questa è la verità.

Tuttavia quel momento è passato. E ho camminato. Camminato come un’ossessa. Ho fatto fotografie e ricominciato. Mi sono fermata a fare merenda con Churros e cioccolata calda e sono ripartita. Ho battuto la città in lungo e in largo, per le grandi arterie che la attraversano e che le conferiscono il sapore delle grandi metropoli internazionali, come la Gran Via, Calle Mayor o Calle de Alcala, attraverso le piazze più note, da Sol a Plaza Mayor, passando per Plaza de Santa Ana, scendendo fino al Mercato di San Miguel (dove mi sono ingozzata di Croquetas), e risalendo per piccoli vicoli stretti (perché Madrid è in salita e discesa, e i miei polpacci al secondo giorno gridavano già vendetta), fino alla Catedral De La Almudena e al Palacio Real, per poi tagliare da Plaza De Oriente e l’Opera, bere un bicchiere di vino tinto con un Boccadillo de Jamon e proseguire. Perdermi per le stradine del quartiere universitario, che brulicano di vita e gioventù, entrare in una libreria, fermarmi in una boutique vintage sulla strada del rientro e provare un turbante, due turbanti, tre turbanti, perché volevo tantissimo comprare un turbante. Ma purtroppo, con un turbante in testa, sembro un condom e ciò mi ha indotta a desistere.

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Quel momento è passato, da solo. È passato con la pioggia della sera. Ha lasciato le strade dell’anima bagnate, e la voglia di uscire e andare a cenare a La Taberna della Daniela, da sola, sì, da sola, embé, cenare da soli non è in fondo più triste che cenare in coppia senza guardarsi, e senza avere più nulla da dirsi.  È passato in una chiacchiera con tale 20enne bionda from Toronto che era lì post-laurea a farsi il giro dell’Europa. E con un giornalista 30enne che era a Madrid per seguire so io quale torneo di tennis. E con la cena insieme ad Andrés, il mio amico venezuelano, conosciuto a Londra 10 anni fa e che da 7 anni vive a Madrid, che ho rivisto ed è stata subito carramba. E con le patatas bravas mangiate insieme a Cecilia, mia concittadina che vive e lavora a Madrid. E con la visita al museo del Prado, e le pinturas negras di Goya che sublimano e mostrano il genio e il tormento dell’artista, il buio oltre la tecnica. E con l’ultima passeggiata attraverso Plaza Mayor, la sera, mentre nel cielo buio spiccavano, come lucciole posticce, quelle robe lanciate per aria dai cingalesi. E con la sensazione di esserci e di farcela, di bastarsi e di guardare il resto, guardare tutto, oltre le aspettative e oltre i limiti, dopo l’umido della pioggia, sui mattoni lucidi della notte, tra gli artisti di strada e i senegalesi che vendono borse tarocche, e i turisti, e i madrileni. 

Quel che resta, ora che sono tornata, è la gioia di essere andata, di aver visitato un posto nuovo e di esserne tornata arricchita di stimoli e spunti, di aver superato il limite emotivo che avevo, di aver vinto la paura indistinta che nutrivo. Paura di essere palesemente e dichiaratamente sola. Di giudicare e condannare quella solitudine.

Speriamo che non mi trovo male, con me“, avevo detto a un amico, la sera prima di partire.

Forse è questo il senso del viaggiare da soli: che il compagno di viaggio con cui riuscire ad andare d’accordo, sei tu. E che la persona che impari a conoscere meglio durante la vacanza, di cui scopri nuovi aspetti, o di cui ne ricordi altri vecchi, che avevi dimenticato, sei sempre tu. Lontana dalle sovrastrutture della quotidianità, dai ruoli e dalle posture.

Aperta al fascino di tutto ciò che intorno c’è. Delle stradine del Barrio de Malasana, delle saracinesche dipinte, dei murales, dei balconi con sopra la qualunque, dei vecchi seduti sulle panchine, dei garbanzos con la carne e della tortilla, degli innumerevoli “Do you speak english?” – “Un poquito”, del verde curato, della pulizia, delle fontane, delle ceramiche, dei prosciutti appesi, delle vetrine piene di ventagli, dei negozi di souvenir e dei palazzi enormi, dei taxi economici, delle persiane, delle insegne luminose, dei mendicanti e dei sorrisi che, sul mio cammino, ho incrociato.

Quel che resta, ora che sono tornata, è la voglia di scegliere la prossima meta.

 

Dopo 12 Anni

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto per Pasqua.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho visto le processioni della Settimana Santa, che per me erano un must, le processioni. Erano la conditio sine qua non della Pasqua, non era ammissibile saltarle, non contemplavo nemmeno l’idea di NON farmi due nottate di fila, il giovedì santo e il venerdì santo, al vento carico di polveri sottili, a rischio di prendermi una broncopolmonite, per il gusto di esserci, di incontrare i soliti volti noti, gli stessi che, pian piano, negli anni, si sono trasformati in figure aliene. Caricature estranee.

Per anni ho preso l’aereo il giovedì sera, dopo il lavoro, sono arrivata a casa, mi sono lavata, mi sono cambiata e sono partita per la ruggente via crucis sociale. L’ho fatto sempre, l’ho fatto anche quando non ne avevo le energie, anche quando i miei amici hanno iniziato a non tornare più, per Pasqua. E non lo facevo per fede, naturalmente, giacché sono una delle tante incarnazioni dell’anticristo. Bensì per folklore, per tradizione, per appartenenza.

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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho smadonnato per trovare parcheggio, non ho scarpinato per chilometri, non ho salutato vecchi professori e compagni di classe, non ho fatto finta di NON vedere altre settordicimila persone, non ho comprato una Raffo a 1 euro in Piazza Fontana e non ho sentito l’odore della salsicce arrostite sulle lamiere, vendute nel panino, anche quelle a 1 euro o poco più. Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono mescolata, non mi sono confusa, non ho detto parolacce camminando accanto a ottuagenarie signore della città vecchia, di nero vestite, addobbate come la Madonna Addolorata, che s’appoggiano stanche a enormi ceri accesi, e pregano, lente, lungo il pendio di San Domenico. Non ho parlato in dialetto, non ho salutato il cugino di Frecciagrossa, che suona nella banda, che suona marce funebri; non ho chiesto quanto sono andate le statue, perché sapete che si fa quella roba per cui le statue vengono messe all’asta e le famiglie più abbienti (e malavitose, secondo leggende metropolitane) le comprano per avere il priscio di portarle su tutta la notte, a piedi scalzi, facendo un passetto avanti e due passetti indietro (la “nazzicata”, in gergo; se lo pronunciate provate a ridurre al minimo il suono delle vocali, per cortesia, dovete dire una cosa tipo “a n’zz’c’t), espiando così le proprie colpe.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono persa tra la borghesia tarantina che cammina sulle pregiatissime Hogan, e nemmeno tra i tossicodipendenti coi denti consumati dall’eroina, e nemmeno tra i finti a-a-a-alternativi del panorama indipendente locale. Non ho aspettato l’alba, non ho visto i perdoni bussare sul portale della Chiesa del Carmine per rientrare, tra gli applausi dei presenti. Non ho mangiato un cornetto con la crema su Via Anfiteatro, accompagnato da un espressino, per poi rotolare distrutta verso casa.

Per la prima volta non ho percorso i vicoli stretti che sanno di piscio e di pesce, non ho costeggiato le vie dello shopping cittadino, non mi sono districata tra la folla cercando un volto tra i volti, un sorriso tra i sorrisi, una capigliatura priva di senso tra tutte le capigliature prive di senso, che spopolano in questa periferia così distante dagli hairstyle milanesi.
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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono fatta saltare il cuore in gola, non mi sono fatta rovinare la serata da un saluto mancato, non mi sono fatta sfiorare la mano di nascosto, tra la folla. Non ho fumato una sigaretta con disinvoltura e circospezione sotto gli occhi della città intera, senza dare a nessuno modo di intendere cos’è che ci fosse sotto, quale fosse il non detto di quella non-vita, di quel non-amore, di quel siamo solo vecchi conoscenti che si sono appartenuti oltre ogni ragionevole possibilità. Oltre ogni sostenibile ragionevolezza. Per la prima volta non ho urlato al telefono a notte fonda. Per la prima volta non ho rincorso nessuno. Per la prima volta non mi sono chiesta cosa ci fosse di così difficile ad amarmi.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto, non sono andata alla processioni, non ho scrutato la folla alla ricerca di un uomo che non avevo smesso di amare mai.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, ho scelto di fare altro. Di liberarmi dal giogo dei ricordi, dalla coazione a ripetere, dalle usanze ormai in disuso insensatamente perpetrate, a discapito d’altre, nuove, più gratificanti esperienze. Ne conservo i ricordi, le sensazioni, i colori e i sapori. Li conservo finché ci sarà spazio, finché non dovrò eliminarli per il naturale processo di eliminazione di cui cantava Manuel Agnelli. Non c’è torto o ragione.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, sono stata con la mia famiglia, ho mangiato, ho dormito, ho letto, ho passeggiato, ho imprecato contro l’assenza di copertura 3G in campagna, e poi mi sono goduta i mandorli in fiore, e il cielo, e l’erba rigogliosa da arare.

Per la prima volta ho ammesso di non appartenere a nessun luogo e a nessuna persona. Di essere cresciuta. Di essere libera.

Libera. Anche da quella che ho sempre creduto essere “me stessa”.

Ed è stato bello.

Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

Christina-Paez

È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

Vagi Avventure nel Mondo #1 – IBIZA

Avete presente quando gli zii vi obbligavano a vedere le diapositive dei loro viaggi, accompagnate da ultra-didascaliche narrazioni dei momenti salienti, e a voi giustamente non ve ne fregava una minchia?

Bene, è quello che sto per fare anche io, raccontandovi la mia Ibiza 2015.

  1. Primo giorno a Ibiza, piove

Non facciamone una tragedia, non è che sei appena arrivata su un’isola dell’arcipelago delle Baleari nel Mar Mediterraneo a inizio agosto per trovare il bel tempo! Forza e coraggio, andiamo al mare di pomeriggio (a Las Salinas mi pare, un posto che se lo vedi in foto pare fichissimo, poi arrivi e dici “vabbè ma questo è tutto?”). Alle 18 fa così freddo che io ho la pelle d’oca e le mie amiche milanesi si rivestono. Prima di andare facciamo una pausa al bar, dove oltre a spendere 5 euro per un caffè, incontriamo una fauna quanto mai assortita di cui, per me, l’esemplare vincente è comunque lei:

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Una turista che voleva essere Nicole Minetti

Intuisco il tenore della vacanza quando la prima sera non andiamo a ballare.

2. Il secondo giorno a Ibiza c’è il sole.

Spettacolo. Decidiamo di andare a Cala Nova, con il taxi perché siccome siamo milanesi inside abbiamo deciso che ci muoveremo solo in taxi. Tanto siamo in 4, siamo in Spagna, costano poco.

Spendiamo, così, una cifra imponderabile per raggiungere la nostra destinazione, che era in effetti molto bella, se non fosse che era esposta sul lato dell’isola dove quel giorno c’era mare demmerda. Ma proprio demmerda, con mini-tsunami fatti per metà di acqua e per metà di ALGHE. Tipo che i turisti tedeschi (o olandesi, o svedesi, o danesi, insomma quelli bianchi-bianchi e molto biondi) uscivano dall’acqua ricoperti di ALGHE, ovunque, anche in faccia.

No, questo era davvero troppo per noi, infatti non ci siamo fatte il bagno e siamo piacevolmente rimaste 4 ore sotto il sole senza uno straccio d’ombra a rantolare. Il tutto cospargendoci di almeno 3 creme diverse,  a seconda della zona del corpo, protezione minimo 30. Perché io valgo.

La cosa bellissima, in compenso, di cui abbiamo potuto godere a Cala Nova,  è il baretto gestito da ragazzi napoletani (o, per lo meno io, me li ricordo tutti con l’accento napoletano), poco più su. Un’atmosfera piacevolissima, accogliente e rilassata. Se mai ci passerete, capirete cosa intendo dire.

io che mi sento fica al baretto di Cala Nova
io che mi sparo le pose al baretto, che ho appena scoperto essere il Ristorante Punta Verde (dove io però ho mangiato solo un toast alle 17)

Prendo definitiva consapevolezza del tenore della vacanza quando anche la seconda sera non andiamo a ballare. Non riesco a non pensare che a 20 anni, la seconda sera, a Ibiza con la mia amica Vagignocca, ci ritrovammo su una nave piena di arabi e bionde, a ubriacarci di champagne e a far mattina ballando. E no, non l’abbiamo data a nessuno. Però, per l’appunto, c’avevamo 20 anni, non 30.

In compenso, adesso ho un’enciclopedica conoscenza di tutte le farmacie e di tutti i negozietti del porto, tipo che se vuoi fare le collanine a Ibiza, posso spiegarti anche dove andare per comprare pietre e accessori vari.

3. Il terzo giorno a Ibiza, mi viene il ciclo

Il programma della giornata prevede di andare al mare a Playa d’en Bossa e poi direttamente a ballare all’Ushuaia. Dopo aver superato lo shock indotto dal fatto che le mie amiche milanesi volessero portarmi a ballare roncia di salsedine, direttamente da mare, mi sono armata di un kit di sopravvivenza per la giornata (nonché di innumerevoli tampax e salviettine) e sono andata incontro al mio destino.

Ci siamo stanziate sulla spiaggia libera, a destra del Bora Bora e siamo rimaste lì per qualche ora. Un lasso di tempo sufficiente a conoscere piuttosto approfonditamente almeno 40 promoter, uomini e donne, per lo più italiani e inglesi, età media 22 anni, che ti propongono favolosi Boat Party open bar e open food, età media 18 anni. E tu ne hai 30.

Quindi, se avete voglia di rilassarvi un’ora senza che nessuno vi rompa i cojoni, Playa d’en Bossa (per lo meno la spiaggia libera) non è decisamente il posto per voi, perché dopo 30 minuti non ne potrete più di essere importunate ogni 5 minuti, e inizierete a trattare i promoter con lo stesso piglio che usate con gli insistenti pakistani delle rose.

Se andate a Playa d’en Bossa dovete sapere alcune cose, a parte la piaga dei promoter che comunque danno anche interessanti sconti o riduzioni, e tutto sommato sono lì a lavorare invece che stare all’Hard Rock pagati da papà. A Playa d’en Bossa ci saranno dei truzzi, ci saranno molte fighe con chiappe marmoree, ci saranno alcuni fattoni, ci saranno dei ragazzini. Vi anticipo anche che, quando sono andata io, c’era un piacevolissimo olezzo di uovo marcio misto fogna, non saprei dire, che arrivava a ondate, dritto dal mare.

Ma questo, per fortuna, in foto non si vede.

Playa d'en Bossa
Playa d’en Bossa

Da quelle parti, tuttavia, cioè procedendo oltre il Bora Bora, ci siamo imbattute – arrivando dalla spiaggia – in un posto di cui non ricordo assolutamente il nome, ma che era tipo così, dove abbiamo anche mangiato un ottimo pad thai. Mi rammarica ammetterlo, ma sono stata la prima a scegliere il pad thai e le altre mi hanno seguita a ruota (giustamente, perché mangiare altro, in Spagna, quando possiamo mangiare un piatto fusion che ci fa sentire a Milano).

Il posto in questione

Sto posto ha cuscini, dondoli, un repertorio musicale discutibile e soprattutto un omone di colore che per 35 ragionevolissimi euri ti fa il massaggio rilassante di 50 minuti alla ripa di mare. Confesso di averci pensato. Ma mi sarei sentita quasi come gli uomini che vanno a mignotte. E non l’ho fatto.

(intanto ho cercato il posto con Google, si chiama Mumak)

A seguire, andiamo a ballare all’Ushuaia. Quella sera suona Avicii, che non ho la più pallida idea di chi sia ma qualcuna delle altre dice che è figo.

In effetti la serata è bellissima. Ballare in infradito altrettanto.

La musica, la location, l’audio, la gente, il sole che tramonta sulla festa in piscina, l’aria è bella, ed è tutto così fico che quasi non ci pensi che stai spendendo 20 euro per un cazzo di cocktail. Il concept di base dell’Ushuaia è farti sentire a un’enorme festa in piscina a casa di quell’amico ricchissimo dei tuoi amici ricchissimi, dove sono tutti fichissimi (che è una cosa orrenda, per carità, ma non prendiamoci per il culo che Beverly Hills l’abbiamo visto tutti, in un’età in cui eravamo facilmente impressionabili).

E in qualche maniera è così, perché sei in un hotel, tra le camere di persone più fiche di te, che alloggiano lì. Non sei propriamente invitato, perché per entrare paghi 55 euro. E se ti guardi attentamente intorno puoi individuare un discreto numero di soggetti improbabili. Ma nulla di tutto questo conta. L’esperienza nel complesso è appagante. E se andate a Ibiza, all’Ushuaia ha senso andare.

una topa sospesa in un cerchio all'Ushuaia
una topa sospesa in un cerchio all’Ushuaia

A mezzanotte, a serata finita, io sono semi-paralizzata dal mal di schiena e dal mal di reni, perché ricordiamo al gentile pubblico che era comunque il mio primo giorno di ciclo. E io non ho più 20 anni!

4. Quarto giorno a Ibiza, abbiamo un solo obiettivo: Cala d’Hort.

Cala d'Hort

Un posto splendido, non saprei dire se il più bello di Ibiza, ma sicuramente uno dei.  E non solo perché l’insenatura abbraccia due specie di faraglioni, ma anche per l’atmosfera che vi si respira, in cui riescono tranquillamente a coesistere l’anima hippy dell’isola e un moderato turismo.

Accanto a noi c’erano due ragazze di Los Angeles che meditavano con le pietre e fumavano di qualità.

A un certo punto, è arrivato un vecchio hippy e si è fatto il bagno nudo. E tutti gli altri avevano il costume. E nessuno si è scomposto. E per chi se lo stesse chiedendo, il suo è l’unico uccello che io abbia visto a Ibiza.

Il ché comunque merita un momento di raccoglimento.

Guardiamo la giornata scorrere, dalle 12 alle 23, rifugiandoci sotto le palme del bar per un tinto de verano e mangiando la paella al ristorante El Carmen, quello a sinistra, guardando il mare.

Ecco, voi non fatelo.

Voi mangiate nell’altro, quello più piccolo, dove noi abbiamo preso solo il tinto de verano, quello centrale, che i piatti li avevamo visti passare ed erano pure invitanti.

Non fate come noi, che ci siamo fatte depistare dalla tassista (vi prego, voi prendete la macchina) che ci dice che El Carmen fa la paella più buona di Ibiza. E nemmeno dal fatto che fanno 25 tipi di paella diversa, che noi siamo abituati alla pluralità d’offerta, ci affascina.

Invece no, cazzo, è giusto mangiare dove di paelle ne fanno solo 2, se non solo 1, quella è, quella tradizionale, se non ti sta bene, vatti a mangiare una pizza a Playa d’en Bossa.

Considerate che una delle mie amiche ha vomitato dopo qualche ora (considerate pure che la mia amica è milanese e i milanesi hanno una specie di delicatezza digestivo-intestinale che noi, cresciuti a tielle di cozze al gratin, non comprenderemo mai davvero).

Fatto sta che a parte la paella demmerda, la serata è una di quelle che a 50 anni uno ripensa “madò com’eravamo giovani e belle”. Il posto incantevole, la compagnia deliziosa e, soprattutto, siamo come rigenerate, purificate, perché in quel posto non prende un cazzo e noi per 11 ore siamo tagliate fuori dalla civiltà.

Ma abbiamo assistito a tutto questo. E forse era da tanto che non stavamo ferme, a guardare la giornata scorrere e il cielo imbrunirsi, fino a diventar pesto.

Dopo il tramonto, sempre Cala d'Hort
Dopo il tramonto, sempre Cala d’Hort

Sappiate, infine, che se pensaste di tornare a Ibiza Città in taxi da Cala d’Hort, non è semplice. Infatti noi siamo tornate con un gentile cameriere romeno del ristorante ibizenco, che ci ha eroicamente tratte in salvo fino alla nostra magione. Al quale abbiamo dato 25 euro in nero di gratitudine.

Tornate a casa ci siamo docciate, due sono andate a dormire (quelle che, in viaggio, dormono e cagano senza problemi), mentre io e l’altra (le stitiche insonni) siamo salite sul terrazzo, e siamo rimaste a parlare un’infinità di tempo, e ho conosciuto tanti aspetti in più di una persona che non conoscevo abbastanza.

Ed è stato in verità molto figo fare l’alba a Ibiza a parlare su un tetto con una donna gagliarda, estremamente cinica ed estremamente pura, come se avesse questa corazza spessissima che serve a proteggere un nucleo intatto, nel quale conserva il suo stupore e la sua energia, la sua lealtà e la sua poetica. Ed era uno di quei dialoghi, come a volte ne faccio con le mie amiche, che ci starebbero di brutto in una piece teatrale.

5. Quinto giorno a Ibiza: make love, not war

La missione è ambiziosa. Serata al Pacha, tutta una tirata, poi si parte, il giorno dopo, senza dormire. Abbiamo 30 anni e per essere sicure di non rimanerci secche, decidiamo di abolire il mare, nonostante sia il nostro ultimo giorno. Ma capite, dobbiamo essere riposate per essere giovani.

In compenso, ci dedichiamo al nostro quotidiano giretto per i negozietti. E lì, facendo una cosa apparentemente sfigatissima come essere sveglia a Ibiza alle 11 di mattina, mi è successo di vedere un’Ibiza bellissima, che non avevo mai visto prima. Un’Ibiza fatta di stradine semi-vuote, silenziose, tutte addobbate a tema Flower Power, e numerose effigi di Mick Jagger, quando Mick Jagger era Dio, in giro.

Era come spiare quant’è bella Ibiza, quando dorme.

Ibiza dormiente
Ibiza dormiente

Lo stesso giorno saliamo a piedi in cima sulla Dalt Vila (sempre al fine ultimo di arrivare riposate e fresche al Flower Power, nonché di fare finalmente un po’ di fitness) e continuiamo ad amoreggiare con questa Ibiza di nicchia, essenzialmente deserta, assolutamente bellissima (ho fatto duemila foto che sono su Instagram e che qui vi risparmio). Quell’Ibiza speciale che nessuno vede (per forza, tutti gli altri sono a Playa d’en Bossa). Nota a latere: usate scarpe chiuse e comode se andate a farvi un giro su, su, su, proprio fino alla cattedrale, come dei veri turisti. Non infradito, come ho fatto io.

Poesia
uno scorcio qualunque

Infine, torniamo al porto per cena e mangiamo in un ristorante delizioso. Un posto ricco di suggestioni mediterranee, con un’atmosfera accogliente ma elegante, in una specie di giardino interno, con luci soffuse, tavoli in muratura decorati da maioliche e piante rampicanti che incorniciano il cielo sotto il quale si cena. Abbiamo cenato mangiando frittura di pesce, gamberoni arrostiti e orate al forno con patate e verdure. Per finire una crema catalana a metà, un caffè, l’ultimo bicchiere di bianco e chupito di hierbas gentilmente offerto dal cameriere spagnolo 25enne di notevole fichezza.

Ultima sera, come da progress, Flower Power al Pacha.

Per l’occasione, mi vesto di nero.

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A parte il mio non avere niente di flauah-pauah per andare al flauah-pauah, è una serata bellissima. Balliamo, cantiamo, ridiamo, parliamo, scriviamo numeri di telefono su fazzoletti di carta come nei telefilm degli anni novanta.

Scappiamo all’alba, dobbiamo andare in aeroporto a prendere il nostro volo easymerda che ci riporterà in Italia, senza dormire nemmeno 20 minuti, perché noi siamo giovani e facciamo after.

Arriviamo in aeroporto. Il nostro volo easymerda ha 5 ore di ritardo.

Quella che segue è l’ultima foto della mia vacanza, dalla quale si evince il livello di scoramento e afflizione. Bestemmio un po’ perché ho perso tutte le coincidenze e perderò un giorno a Milano prima di proseguire per l’Abruzzo.

Poi, finalmente, collasso sui sedili della sala d’aspetto.

Scoramento e Afflizione

FINE

Il resto delle ferie l’ho speso tra Abruzzo e Puglia.

…giornate impegnative, ma di quelle ne parleremo un’altra volta.

E comunque, ben ritrovati!