PopSex – 3. Il Sacro Squirt

Noi donne parliamo di sesso. Ne parliamo un casino. Con buona probabilità ne parliamo più degli uomini e con più perizia che se fossimo vecchie bagasce portuali consumate dal mestiere più antico del mondo. Non paghe, infarciamo le nostre lunghe conversazioni di dettagli e analisi semio-erotiche capaci di violare la privacy di chiunque. Se mi fermo un attimo a pensare a buona parte delle mie amiche, mi accorgo di sapere piuttosto bene quali pratiche sessuali ammettono e quali vietano (da quella con la laurea ad honorem in pompinologia a quella che non lo prenderebbe in bocca manco sotto tortura dei narcotrafficanti; da quella che no-cunnilingus-no-party, a quella che dichiara lo stato di calamità se qualcuno osa avventurarsi con la faccia sotto il suo ombelico); so quali posizioni prediligono; so chi dei vari tipi/ex/fidanzati/amanti ce l’aveva piccolo, chi ce l’aveva grosso, chi la leccava bene, chi veniva in fretta, chi non veniva più, chi era un mago, chi doveva andare a ripetizioni, chi aveva una passione per l’orifizio secondario (proprio o altrui) e chi era passionale come una borsa del ghiaccio sulla caviglia dopo che hai preso una storta.

Più in generale, potremmo dire che le chiacchiere maschili si limitano a “bona”, “tette enormi”,  “ciuccia bene” o al massimo “una porca da combattimento”. Noi donne, invece, siamo capaci di ordinare un triplo giro di Moscow Mule parlando delle più recenti performance che ci hanno viste partecipi (o spettatrici, a seconda di quanto fedelmente votate al sesso passivo-vitruviano siamo – allego immagine chiarificatrice)

Eppure in tutto questo gran parlare di sesso, c’è un argomento che è tabù, ma tabù vero. Più dell’autoerotismo (che già non è esattamente il tema più discusso tra le schiere vaginali contemporanee), più dell’esistenza del presunto Punto G (le più audaci confessano di non sapere neppure se ce l’hanno), più intimo delle discussioni sui peli incarniti inguinali. Signore e signori: l’eiaculazione femminile, volgarmente detta squirting. Io stessa, che di sesso scrivo modestamente da lustri, ho sempre accuratamente evitato di imbattermi su questo scivoloso (ah-ah), nebuloso, torbido, a tratti mitologico territorio. Ma ormai i tempi sono maturi ed è questo l’argomento che affronteremo in questa terza puntata di PopSex, la rubrica di contro-informazione vaginale realizzata in collaborazione con Pleasure4You (vi ricordo il dovere morale di cliccare sul link e visitare il sito).

Per affrontare l’argomento, ho deciso di provare a rispondere a tutto ciò che avreste sempre voluto sapere sullo squirting ma non avete mai osato chiedere. Dobbiamo certamente premettere che quando si parla di squirting (e ho l’impressione che se ne parli comunque da poco, come se fosse un feticcio della sessualità post-moderna, figlio di quella pornocultura che ci insegna come chiamare qualunque cosa – squirting, spanking, rimming, scissoring che verrebbe da chiedersi se gli antichi fossero più casti o se semplicemente facessero le cose sozze senza crearci un intero vocabolario anglofono a corollario) ecco bisogna premettere che parlare di questo argomento genera confusione. La stessa comunità scientifica pare versare in uno stato di irreversibile disorientamento. La sessualità femminile s’annovera ancora tra i principali misteri dell’umanità, in un punto impreciso situato tra l’esistenza del Mostro di Loch Ness e le profezie di Nostradamus. Se la tv pubblica l’avesse permesso, probabilmente Roberto Giacobbo avrebbe ambientato una puntata di Voyager nella vagina.

Tuttavia, proviamo a fare chiarezza, procedendo con ordine:

1.  Lo squirting esiste?

. Non ci è dato collocare storicamente la sua comparsa nelle manifestazioni sessuali femminili, ma ciò che ad oggi sappiamo è che il fenomeno si presenta occasionalmente durante taluni atti sessuali.

2.  È pipì?

NO. Esso non ha né il colore né l’odore della pipì. Pare possa contenerne tracce ma, per capirci, è un po’ come se fossero due gocce di Chanel diluite in un bicchiere d’acqua.

3.  E allora cos’è?

Si tratta di una sorta di liquido prostatico. Voi direte: ma la prostata non ce l’avevano gli uomini? Sì, loro ce l’hanno, ma noi abbiamo – udite udite – delle ghiandoline che secernono fluidi simili e che sbucano ai lati dell’uretra. Naturalmente si tratta di mondi piccolissimi, cose di cui neppure siamo coscienti, ma di cui la natura ci ha dotate (non è chiaro se per amore nei nostri confronti o come residuato ancestrale della prostata virile). Fatto sta che queste ghiandole, il cui nome scientifico è ghiandole di Skene producono un fluido antimicrobico, utile a lubrificare l’apertura dell’uretra. Nelle mie indagini ho scoperto che abbiamo pure un’altra ghiandola lì sotto, quella di Bartolini, e che pure quella ci secerne robe che aiutano la generale lubrificazione della nostra consorella (sebbene pare che la lubrificazione vaginale durante l’atto sessuale dipenda da liquidi secreti più internamente nell’affascinante concavità femminile). Ora non vorrei diventare troppo accademica (anche perché non ne ho le competenze), ma la risposta a quale sia la natura di questo fluido, pare essere qui: liquido prodotto da queste ghiandole e che evidentemente non arriva – come alcuni pensano – dalla vescica.

4.  Possono squirtare tutte le donne? 

NO. Se l’eiaculazione femminile dipende da queste ghiandole, come suggerito da alcuni sessuologi, esse hanno una conformazione estremamente variabile da donna a donna e in alcuni soggetti risultano parzialmente atrofiche e tanto basterebbe a spiegare perché il fenomeno eiaculatorio si manifesta in certe donne e non in altre.

5. Si può imparare a squirtare? 

Se vero è che NON tutte le donne possono farlo, è probabile che possano farlo molte più donne di quante lo facciano. Esperti sostengono che sia sufficiente “imparare” a farlo, sebbene ancora non sia stato istituito un corso avanzato in squirting. Il ragionamento alla base è che anatomicamente siamo simili, dunque creare una riproduzione sessuale della Cascata delle Marmore in camera da letto, è solo frutto di solido impegno e costante allenamento. Se la predisposizione anatomica ci aiuta, i risultati non tarderanno ad arrivare e di settimana in settimana gli audaci trainer potranno constatare l’entità dei progressi fatti dalle zelanti atlete, misurabili in centilitri, litri, ettolitri. Litri cubi.

6.  Agli uomini piace?

Dipende. Come per tutte le manifestazioni del piacere, vale il gusto personale che si esprime con un inventario quanto mai ampio di reazioni possibili. Da quello che già sogna scaffali di succo biologico di passera all’esselunga, a quello che ne rimane letteralmente disgustato (ricordo commenti di amici inorriditi dal fatto che la tipa avesse impiastricciato divano/materasso/sedile dell’automobile). È impossibile tracciare un profilo comportamentale standard nel sesso, tanto più nelle sue espressioni più sfacciate. Di solito, tuttavia, poiché si tratta di una pratica, come dire, a 4 mani, che prevede il coinvolgimento di (almeno) due persone, due corpi, due teste, è più facile che una donna si rilassi e si abbandoni così tanto, che rinunci al controllo del proprio corpo, nel momento in cui intuisce di condividere le scorribande orizzontali con un uomo incline ad apprezzare la femminilità nel senso più lato del termine (oltreché nelle sue più eccentriche e vivaci manifestazioni).

7.  Se una donna ne é capace una volta, ne è capace sempre?

Naturalmente NO. Esistono feticisti della pratica che pensano di relazionarsi con una vending machine dove inserisci la moneta e ti viene fuori un estratto ultraproteico di piacere femminile. Un juke box organico. Non è esattamente così. Come qualunque espressione della libido, come qualunque pratica erotica, ha una parte meccanica e una parte cerebrale, quindi è chiaro che serve un minimo stato di grazia per portare a casa il risultato. Non siete mica al circo, per l’amore del cielo.

8.  Quindi è come nel porno?

Certamente. Nella stessa misura in cui la durata, le dimensioni, i corpi sono come nel porno. E cioè poco, quasi per niente. Di grazia, lasciamo un attimo da parte le professioniste del settore, parliamo delle donne normali, delle candidate amatoriali, delle dilettanti allo sbaraglio. Più volte abbiamo detto che il porno non è la verità. Non dimentichiamolo.

9. Se una donna squirta gode di più? 

Uh, e chi può dirlo. Non esiste l’orgasmometro. Ogni donna vive il sesso in modo diverso, probabilmente quelle che riescono a squirtare sperimentano una forma di piacere diverso, non solo in termini fisici ma anche mentali, un senso di potenza e libertà che difficilmente raggiungono con altre pratiche ma, come potete immaginare, non essendoci chiarezza scientifica più o meno su nulla, è difficile delineare una legge universale. Ciò che è certo è che non è necessario avere le performance di un geyser per godere dell’atto. Senza nulla togliere ai geyser che oggettivamente sono fenomeni naturali assai affascinanti.

10.  Si squirta stimolando il punto G?

Dipende. Alcune donne confessano di raggiungere questo genere di piacere proprio grazie alla stimolazione del punto G che di solito si ottiene in due modi: o grazie a un uomo particolarmente sveglio che sa fare ottimo uso delle proprie dita, oppure grazie ad alcuni dildo appositamente pensati per la stimolazione dell’area suddetta.  Altre donne, tuttavia, riferiscono di raggiungere lo squirting con un’intensa stimolazione clitoridea. Probabilmente dipende dalla personale inclinazione di ciascuna e dal rapporto che ciascuna di noi ha col proprio corpo e con la propria sessualità.

A questo punto abbiamo terminato l’esplorazione nei meandri oscuri del temibile squirting. Sperando di aver fatto un po’ di chiarezza e nella consapevolezza che non esistono ancora risposte definitive sul tema, concluderei dicendo che come la maggior parte delle attività inerenti la sfera sessuale, è giusto viverlo in serenità, senza morbosità, senza vergogna, con la giusta dose di curiosità e leggerezza, e la gioia di scoprire le sensazioni che il nostro corpo è in grado di offrirci.

Non mi resta che salutarvi e rimandarvi al prossimo anno e alla prossima puntata di PopSex (e, già che ci siamo, vi auguro anche buon Natale!)

Sempre vostra,

V.

 

 

Fai Uno Squillo Quando Arrivi

Fai Uno Squillo Quando Arrivi, il mio romanzo edito da Rizzoli, esce OGGI.

Sì, insomma: today is the day. Dopo mesi di esilio creativo, notti insonni, picchi d’ansia, nervosismo, agitazione, rivoli di sangue al naso, esso c’è, esiste, è un oggetto, si può prendere in mano (che detta così…), 380 pagine di autentiche pugnette femminili doc, in perfetto stile vaginale! Qualora voleste, come dire, leggerlo, possederlo, regalarlo alla vostra #bff, potete trovarlo in tutte le librerie (se non ce l’avessero, voi schifateli un poco e poi chiedete al libraio di ordinarlo, che in un paio di giorni v’arriva) e negli store online! Esce in formato cartaceo (che la carta è sempre la carta), ma pure ebook, kindle, whatever.

E niente, potrei dirvi: ACCATTATEVILL (e non sarei falsa, per un’esordiente è importante che il libro non lo comprino solo i parenti e gli amici, come dire) ma vorrei dirvi, ancora prima, che questo libro parla di amore, di relazioni, di dating app, di sexting, di sesso occasionale e di sesso fatto bene, di aspettative sociali, di maternità, di omosessualità, di ex che ritornano e del coraggio di rimettersi in gioco in amori nuovi. È un libro che parla di amicizia, di umanità, di comprensione, di conflitto. Parla del Nord e del Sud, del centro e della periferia, dei dilf e dei millennial. Parla dei rimpianti che nutriamo, perché non è vero che bisogna aspettare gli 80 anni per avere dei rimpianti, e della possibilità di elaborarli. È un libro che parla sostanzialmente di vita, di ciò che succede tra i 20 e i 30 anni, di come si cresce, di come si matura e di come per diventare persone migliori sia necessario anche accettare i propri fallimenti, assumersi le responsabilità delle proprie scelte e non subappaltare più a terzi le ragioni di quelli che siamo. Che detta così pare un piombo, ma invece è pure divertente. È pure leggero perché, a parte parlare della post-modernità emozionale nella quale viviamo, ci riporta indietro con la memoria, tira fuori dall’armadio scheletri trash che avevamo dimenticato, rievoca ricordi e sensazioni sopite. Non meno importante, in questo libro si parla tanto di Milano e si parla tanto di Taranto, e leggendolo scoprirete di voler conoscere meglio entrambi i luoghi. Infine, la musica: c’è un sacco di musica figa dentro (figa, perlomeno, per i miei criteri assoluti), che potete ascoltare qui, dove trovate la soundtrack completa del romanzo, perché chi l’ha detto che un romanzo non può avercela una colonna sonora?

Insomma, spero che questo romanzo vi piaccia, che vi risulti se non altro godibile, insomma che non vi faccia cacare (e qualora vi facesse cacare, ditemelo con dolcezza), che vi diverta almeno un po’ e che vi emozioni, com’è successo a me mentre lo scrivevo. Spero che viaggi nelle vostre valige questa estate, che giaccia sulle vostre mensole, che veda tante belle spiagge e anche dei percorsi di montagna; che sia racchiuso in incarti colorati e donato alle vostre amiche; che veniate alle presentazioni, alle quali mi auguro di dire qualcosa di intelligente anche se è sistematico che quando sono chiamata a dire qualcosa di intelligente pronuncio solo idiozie. Insomma: mucha mierda, in culo alla balena, in bocca al lupo, dita incrociate, pure quelle dei piedi e stiamo a vedere un po’.

E intanto, anche un grazie, a chi questo blog lo legge da anni, a chi ne condivide i contenuti, a chi lo commenta, a chi ne parla, a chi spende il proprio tempo per confrontarsi sulle faccende più disparate (e, a volte, dispErate), a chi mi scrive, a chi mi racconta le sue esperienze, a chi ha contribuito a creare questo piccolo spazio dell’indérnet e a tenerlo vivo negli anni.

E niente, ciao ❤

ps: per avere aggiornamenti puntuali e costanti su novità, eventi, presentazioni, consiglio umilmente di mettere like qui e niente, direi che per il momento qui è tutto. Ci aggiorniamo presto. Passo e chiudo. Anzi, socchiudo.

Blind Dating Rules

Siamo onesti: quando hai circa 30 anni e sei single, pur vivendo in una città con oltre 1 milione di abitanti (380.000 dei quali membri di un nucleo familiare singolo), non è semplicissimo conoscere uomini appetibili e scapoli. E badate che quando diciamo “appetibili” non stiamo pensando soltanto a Christian Bale. Stante questa oggettiva e conclamata difficoltà sociale, ho riscontrato che se dichiari di usare (o aver usato) dating app, ciò ti espone a un malcelato giudizio morale, all’occorrenza anche retroattivo, del tipo: “Se tu te li cerchi sulle app, cosa pretendi?”.

Innanzitutto, non pretendo niente. In secondo luogo: come se iscriversi a un corso di balli latino-americani o di fotografia con l’intento di imbroccare qualcuno/a sia assai meno triste che usare un’app appositamente pensata per lo scopo. O come se il mondo pullulasse di single purosangue e noi, orbe, non ce ne accorgessimo. O come se non andassimo agli eventi, alle serate, alle cene, ai concerti, come se non vivessimo nel mondo e come se non incrociassimo ogni giorno decine di persone. Per intenderci: ho sentito uomini condannare le donne che usano le app, per poi apprendere che loro avevano “conosciuto” la concubina facendo una ricerca con filtri su Facebook e aggiungendola a caso.

Io ho fatto e faccio tutt’ora un uso assai sporadico di queste app (attualmente credo di aprire Tinder 2 volte all’anno). Le uso così poco solo perché non mi hanno mai regalato incredibili gioie e mi hanno stancata assai in fretta. Ma se non fosse stato così, le avrei usate certamente di più, sconfinando probabilmente nella dipendenza (come è successo a certi miei amici omoscessciuali che invece su Grindr hanno trovato incredibili felicità).

A livello macrologico credo che le dating app abbiano un po’ peggiorato l’approccio e il rapporto uomo-donna (un po’ per quell’idea che il troppo stroppia, che l’eccesso d’offerta, che la semplicità di reperimento, che la comodità d’avercele sempre in tasca, che la fluidità di questi legami che legami non sono, perché mai si creano nodi che uniscano, ecco è come se tutto ciò ci avesse impigriti nella vita reale, ci avesse disabituati a parlare con un estraneo sul tram, per abituarci in compenso a fare sexting con uno sconosciuto su una dating app).

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In ogni caso, ne comprendo e talvolta incentivo l’utilizzo, anche solo per fasi temporanee. Perché in ogni caso le cose è giusto conoscerle, anche solo per cultura generale e per avere una percezione propria e scevra da misticismi/moralismi di questi nuovi strumenti delle relazioni interpersonali.

Così ho deciso di stilare – per chi vi si volesse avventurare – le 10 Blind Dating Rules.

  1. Rendere i blind date quanto più “unblinded” possibile. Fatevi mandare le foto. Occhio. Diffidate di chi vi manda:

– fotografie in cui indossa sempre gli occhiali da sole

– fotografie in cui non ride mai

– fotografie in bianco e nero

– fotografie con troppi filtri e un uso insensatamente smodato del contrasto e della saturazione

– fotografie troppo in posa (ti ricordo che non sei Jim Morrison)

– fotografie troppo reali (va bene la sincerità, ma la fototessera della carta di identità scattata alle macchinette in metropolitana anche no)

– fotografie in cui indossa una camicia Burberry, o i mocassini, o le Hogan, o il costume slippino bianco, ma anche qualunque logo, specialmente D&G e Armani Jeans.

2. Che non ecceda, però, nell’unblinding. Non è necessario che vi invii fotografie del suo membro virile entro i primi 10 minuti di conversazione. Per carità, comodo è comodo, così almeno capite subito se il gioco vale lo smorzacandela. Ma la verità è che la cosa sarà semplicemente spoetizzante, priva di narrazione e quasi sicuramente l’aspirante dater non sarà né affetto da ipogenitalismo clinico, né sarà la versione umana di Furia il cavallo del west. Quasi sempre egli avrà un normo-pene, talvolta bruttarello, e quindi non vi resterà altro che l’insoluta domanda: perché ha così tanta ansia di mostrarlo manco fosse una rarità?

3. Se possibile e se ne avete voglia, fatevi una chiacchiera al telefono. Lo so, è una cosa noiosa, ma è il primo vero approccio sensato. E già dalla telefonata capirete molte cose. La voce, l’accento, la risata, la prontezza ma soprattutto i contenuti espressi. L’eventuale presenza o assenza di verve costituiranno movente cruciale nella decisione di dar seguito alla cosa.

4. L’appuntamento deve necessariamente essere dopo poco tempo (non è che potete raccontarvela su per 6 mesi senza vedervi), però rigorosamente in un luogo pubblico. Che sia chiaro: evitiamo di salire sul calesse di Jack Lo Squartatore dopo 2 minuti, così come rifiutiamo di chiuderci in casa con American Psycho dopo un quarto d’ora. Poi, va da sé, se di fronte c’avete Ted Bundy, quello sarà carino, sembrerà normale, voi vi fiderete e poi v’ammazzerà lo stesso. Però cautelarsi un minimo non guasta mai, giacché non viviamo mica nel regno di Pollyanna.

5. Propedeutica rispetto al punto precedente è la ricerca preventiva delle informazioni. Potrebbe sembrare paranoico, ma non lo è. Appurate il nome, il cognome, cercatelo su Facebook e scoprite se avete amici in comune e guardate chi sono questi amici. Sono persone reali oppure sono, cazzonesò, James Franco? Googlate. Scoprite dove lavora o dove ha studiato. E fatevi due domande se questa persona secondo il colosso di Mountain View non esiste. Io prima di appartarmi faccio sempre in modo di conoscere le generalità e condividerle con qualche amico fidato, in modo che se da quella sera il mio corpo sparisce, qualcuno per lo meno sa chi denunciare.

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6. Siate sempre sul chivalà con l’aspirante dater che vi propone di vedervi troppo tardi, tipo alle 23 di mercoledì sera. Capisco che c’era il derby, capisco che hai tanti impegni,  capisco che al weekend hai di meglio da fare, capisco anche che essendoci conosciuti su una dating app tu presupponga che io abbia un disperato bisogno d’uccello. Ma non funziona esattamente così.

7. Parlare di sesso va bene, ma che si faccia con un briciolo di bon ton. Tenete presente che non l’avete ancora visto e che non vi serve farlo arrivare ultra-barzotto all’appuntamento. Che poi magari non vi piace. Un conto sono le foto, un conto è dal vivo. Magari lo vedete ed è una donna mancata. Magari lo vedete e ha la più pestilenziale fiatella del mondo. Per contro, non c’è motivo di vantarsi di essere meglio di Sasha Grey, creando in lui inusitate aspettative. Lasciate, nel caso, che lo scopra da sé, se siete le dee del sesso.

8. Per lo stesso motivo di cui sopra, poiché non l’avete mai visto, optate per un abbigliamento tranquillo. Se avrete voglia di essere sensuali lo sarete, senza arrivare bardate come una bagascia portuale. Non sto dicendo che dovete andare con i mutandoni di Zia Yetta o con un allevamento di peli secolari sulle gambe. Sto altresì dicendo che, prima di decidere di sedurlo, verificate che lui possa sedurre voi, che lui possa piacervi, al di là del nostro tipico bisogno di piacere e di sentirci rassicurate nella nostra programmatica inadeguatezza.

9. Tornando all’orario: il timing è estremamente importante nei blind date. Da uno studio accurato è emerso che la soluzione migliore è rappresentata da un aperitivo infrasettimanale post-lavoro. Se volete essere Professional Dater, anticipategli che poi forse dovrete raggiungere degli amici a cena, lasciandovi così aperta la possibilità di evadere dopo un’oretta dall’incontro, qualora esso risultasse pernicioso. Viceversa, qualora dovesse piacervi la situazione, fate sempre in tempo a dire che l’appuntamento con gli altri è saltato e che – se va a entrambi – potete mangiare una cosa insieme.

10. Infine: non date troppe informazioni troppo dettagliate su di voi. Niente dati davvero sensibili, tipo dove vivete o in quale palestra esattamente andate. Non intendo suggerire nomi falsi, come Jessica Rabbit o Mia Wallace, ma abbiate a mente che non potete mai sapere se il dater ha nel suo intimo una vocazione da stalker. Quindi, meglio mantenere un po’ le distanze, finché non vi sembrerà quanto meno una persona essenzialmente equilibrata.

L’ultimo punto vale prevalentemente per chi NON vive a Milano, città in cui una diffusa condizione di figafobia rende più moderato il rischio di incorrere in pur minime molestie di matrice virile.

Ma non si può mai dire. Quindi, amiche, siate ugualmente accorte.

E buon blind dating!

 

Vi lascio con una chicca, girata dai miei amici qualche mese fa, sulle dating app!

#UnFigoAlGiorno

Il fatto è che più si cresce, più è difficile trovare i fighi.

E pensare che esisteva un tempo in cui, per noi vagine, il mondo pullulava di fighi. L’apogeo dell’esposizione alla fighezza maschile sono indiscutibilmente i primi 2 anni del liceo. In quel periodo la giovane vagina ancora vergine (per lo meno ai miei tempi) si guarda attorno in preda al più completo subbuglio ormonale ed emotivo, cognitivamente arginato  da pregresse letture di Top Girl che le hanno spiegato che deve tener su le mutande finché non si sente debitamente innamorata e finalmente pronta a farsi defloreare.

Tra i 13 e i 15 anni, la giovane vagina vede una quantità sconsiderata di fighi ovunque intorno a sé e si innamora più volte al giorno, e la sua passione per il mondo dei cazzetti si alimenta a ogni campanella d’uscita, a ogni viaggio in pullman tornando a casa, ad ogni manifestazione, ad ogni assemblea d’istituto.

Tipicamente, le vagine in quegli anni si fomentano tra loro, condividendo morbosità platoniche su individui che frequentano il quarto o il quinto anno e che, salvo le vagine non siano le replicanti di Angelina Jolie adolescente, non le cagano di striscio. A primo acchito si innamorano del bellissimo della scuola. Poi si innamorano del rappresentante d’istituto. Poi si innamorano del cantante della rock band. Poi si innamorano del tipo che scrive gli articoli sul giornalino scolastico. E, sia chiaro, non importa che siano anemici, o grassi, o strabici, o con i denti rotti. Le giovani vagine li amano per il semplice fatto che sono fighi, bofonchiando commenti e contenendo gridolini di approvazione ogni volta che uno dei soggetti della figh-list passa loro innanzi. Tutto questo carrozzone di demenza adolescenziale prosegue fino al giorno in cui la vagina non raggiunge il suo sospirato intento: mettersi con uno che sia almeno due classi avanti. Fatto questo, tutto cambia.

I veterani del liceo non sono più inarrivabili e la giovane vagina, che ormai fa petting con uno di quinto, inizia a vedere tutto con occhio diverso. Ora che la sua femminilità è stata legittimata da uno che c’ha già la patente, la vagina entra ufficialmente in quella letale fase della vita in cui l’asticella della fighezza maschile minima percepita inizia ad alzarsi.

E succede così che dai 25 in poi trovare uno che sia figo e fruibile, rimane arduissima impresa che a confronto fare jogging vestita da Lady Gaga rimarrebbe cosa semplice.

Ciò che, di fatto, avviene è che i fighi sul mercato agiscono come segue:

1. Si lasciano occupare da vagine terze e il massimo che possono concedere al genere vaginale globalmente inteso sono scappatelle, sotterfugi ed eiaculazioni precoci clandestine, che possono andare bene per un po’, ma poi anche no.

2. Sono mediamente fighi ma si convincono di essere i più fighi dell’universo conosciuto, ammalandosi di EgoFrociaggine

3. Si rifiutano di riprodursi, esattamente come i panda, e condannano all’estinzione il genere maschile figo, abdicando al loro dovere evoluzionistico e abbandonando l’umanità al proliferare indiscriminato di fan di Eros Ramazzotti e Anna Tatangelo.

Naturalmente ogni vagina ha la sua personale concezione di figo ma, va detto, esistono dei tratti caratteristici dominanti che ci mettono tutte d’accordo, pure le clitoridee. Il figo in generale è fisicamente gradevole, naturalmente piacente, apparentemente sicuro di sé, ha un lavoro discreto, una mentalità aperta, ascolta buona musica, conosce una lingua straniera, ha gli occhi furbi e un sorriso strappamutande sovente incorniciato dalla barbetta. E questa è la base, il Figo S, quello senza airbag e senza servosterzo. Poi c’è il Figo SX (i fighi hanno le stesse sigle delle vecchie Fiat Punto, non mi si chieda perché), con i finestrini elettrici, che è anche alto tra 1.80 e 1.90, fuma, è colto ma non se la mena, suona uno strumento maschio (lo strumento maschio principe è la batteria che, come dice la mia amica indie-vagina: “quando uno picchia forte sulla batteria…”) e, soprattutto, sa farti ridere. Infine, c’è il Figo ELX che è quello superaccessoriato con i comandi vocali, che oltre ad essere moro, alto, affascinante, divertente e intelligente, è intrigato da tutta la tua conturbante complessità vaginale, ha una predilezione per le ciccione, ha sempre dell’ottima erba con sé, ha vissuto all’estero e a letto è una specie di action man in scala 1:1.

Il Figo ELX è un’invenzione di Isaac Asimov e Ridley Scott ci farà il suo prossimo film. Attore protagonista: Michael mi-sento-male Fassbender.

A fronte della drammatica scarsità di fighi, a luglio, nell’ozio strappato alla voglia di andare in ferie, io e Polly abbiamo iniziato a segnalarci su Twitter i fighi che vedevamo, così, just for your info, come si suol dire. E così, è nato #UnFigoAlGiorno.

Poi sono venute le ferie e abbiamo sospeso. Ma ora, che l’autunno è alle porte e ha già messo un piede in casa nostra, Polly e io abbiamo deciso di rilanciare la nostra attività socialmente utile, il nostro servizio gratuito di mutua assistenza vaginale, la nostra indefessa attività di figh-scouting online, perché,  parliamoci chiaro, l’inverno sta arrivando e noi vagine single, per superarlo, dobbiamo sapere che lì fuori ci sono ancora dei fighi impuniti, con i quali chiudersi in casa al weekend mentre fuori piove, e nevica, e grandina. Saperlo scalda l’anima. Anche solo a livello teorico.

Va da sé, figo è tante cose. Figo è uno carino, ma è anche uno che ha una bio gagliarda. Figo è uno che sa scrivere, o suonare, o fare belle foto. Figo è uno che, a qualche livello, riesce a toccare le corde del nostro vaginismo, non necessariamente tutte insieme: quindi si accetta dal rude meccanico con delle spalle 4 stagioni, al sofisticato radical chic che esprime tutto il suo intelletto in 140 caratteri.

Partecipare è semplice: è sufficiente avere un account twitter e segnalarci, usando l’hashtag #UnFigoAlGiorno, il figo della vostra TL, pescato tra utenti non vips (le foto che io inserisco, dunque, non fanno fede). Noi stipiamo tutte le nomination, le salviamo e creiamo questa uber-lista dei fighi del UEB.

Successivamente, una giuria composta da Polly e me, coadiuvata dalle vagine che si dimostreranno più zelanti nella Figo Hunt, decreterà i 3 finalisti. Qualsiasi tentativo virile di corruzione della giuria, sarà premiato.

Io e Polly v’aspettiamo!

ps: naturalmente, l’autocandidatura maschile non è ammessa. Se volete partecipare a #UnFigoAlGiorno e diventare #IlFigoDellAnno dovete farvi raccomandare da qualche vagina con cui siete stati molto-assai generosi.

Buona Pasqua

 

Io oggi torno a casa mia.

Saranno i soliti pochi giorni in cui incrociare troppe facce.

Sarà bello. Almeno spero.

Vi saluto con questa. Perché sono entrata in una brutta dipendenza dai Verdena.

E, in tutta onestà, ance se c’arivo tardi, me ne compiaccio alquanto.

 

Per il resto mi scollegherò da tutto, anche in virtù del fatto che casa mia in terronia vanta una ADSL con prestazioni da 56k.

Quindi me porto avanti e auguro buon Natale a tutti, fin d’ora.

Vi auguro de magnà, dormì e scopà quel tanto che basta per sentirsi in pace con se stessi, da perfetti italiani medi.

Vi auguro di stare bene con le persone a cui bene volete.

Vi auguro di crederci ancora, che esprimere un desiderio a capodanno serva a qualcosa.

 

Se vedemo all’anno nuovo.

Un abbraccio,

con vaginale cordialità,

MdV

Dev’essere premestruo

Dev’essere premestruo.

Sono appena rientrata a casa. Ho mangiato un pan-ciok o una cosa del genere, una di quelle merendine di compromesso – che come dice la mia amica AstroVagina: la vita è piena di compromessi e uno dopo un po’ si rompe anche le palle di accettarli (e non ci riferiamo a quel genere di compromessi che portano l’intellighenzia femminile italiana in parlamento o al meteo di Rete4) – di quelle che mi piacciono ma non troppo e che, di conseguenza, mi permettono di dominare l’impulso bulimico.

Sono andata su YouTube perché c’avevo una voglia matta di ascoltare Next Exit degli Interpol, che io con Next Exit degli Interpol mi sono fatta più pugnette mentali di quante se n’è fatte fisicamente il maschio medio italiano sui calendari di Manuela Arcuri.

(Se vero è che le riviste vendono di più mettendo le battone in copertina, voglio fare un esperimento e scoprire se questo post riceve più click co sta foto nella sharing-preview)

Ecco mi sono collegata a YouTube, che comunque ha deciso che deve piacermi Willwoosh (…) perché continua a piantarmelo in Home, nemmeno fosse Gemma del Sud vojo dì. Ecco, mi sono collegata ed è successo che Next Exit degli Interpol su YouTube non ce sta più. Questo non è che vada benissimo. Io vorrei che la piantassimo con questa storia dei diritti d’autore e dei copyright e vorrei, altresì, trovare esattamente ciò che voglio sentire, esattamente nella versione che dico io, senza spendere soldi (perché lo sanno tutti benissimo che gli artisti non vanno pagati) e soprattutto senza dover surfare tra decine di video di inutili live che, non per essere stronza ma se non sei Roger Waters con David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason a Pompei,  9 volte su 10 puoi pure lasciar perdere.

Morale: non ho trovato la canzone che volevo ascoltare, che è una cosa fastidiosissima, vagamente assimilabile a quando rinvieni nel mobile il tubo delle Pringles alla paprika vuoto. In più è tutto il giorno, ma proprio tutto il giorno, che me pare d’averci Moira Orfei seduta sul petto. Non so come dì.  (*del perché scimmiotto la parlata romana pur essendo una pugliese che vive a Milano, ne tratteremo in seguito).

Insomma c’ho una specie di paranoia sottile e ineluttabile, che mi rimbalza tra ovaie e cervello, causandomi apocalittici smottamenti umorali. Allora penso “dev’esse il premstruo“, perché una vagina normale ed equilibrata avrebbe imparato da circa 14 anni a segnarsi quando le viene il ciclo. Io no, perché vivo della gratuita presunzione di poterlo ricordare “a mente”. Naturalmente non lo ricordo pe gnente, ho giusto un’idea del tutto approssimativa, del tipo che me viene all’inizio, alla metà o alla fine der mese e, siccome da 1 mese e mezzo non vivo più, me rimane pure difficile trovare dei riferimenti nel flusso incondizionato e ininterrotto della mia squisita alienazione esistenziale.

Insomma, comunque io mi dico che non può essere altro che il premestruo. Non può essere che oggi la mia stagista ha assestato un bel paio di colpi cogliendomi impreparata (cosa che io vivo piuttosto male perché ho un’innata tendenza alla spontanea performanza, combinata con un insano feticismo per i complimenti). No, non può essere che non vado in palestra da mesi, che ingrasso, che fumo troppo, che dormo un cazzo, che fisso negli occhi la solitudine e la sfido, che al telefono coi miei cerco di dissimulare, senza avere nessuna voglia di parlare, illudendomi che nascondermi in poche frasi di circostanza ed evadere qualunque domanda sulla mia vita possa evitare preoccupazioni a chi mi ama e mi è lontano. E la Vagina Maestra, d’altra parte, lo dice sempre: “a figghja mut, a mamm ‘ndenn” (o qualcosa del genere) che vorrebbe dire che anche se i figli non parlano, le madri comprendono. Con questo non che la Vagina Maestra sia solita parlare in dialetto, solo che i proverbi hanno senso così, sono popolari, sono antichi, sono saggi e i più belli sono pure volgari, quindi tradurli in italiano sarebbe quasi delittuoso.

No, deve essere il premestruo. Sono talmente convinta che sia il premestruo che credo che scoppierò a piangere nel giro di qualche ora. Non lo so perché. Magari perché Tiziano Ferro è “fidanzato e felice”, oppurre per solidarietà nei confronti della marmotta che subisce del mobbing da parte della Milka e continua a incartare tavolette di cioccolato da 10 anni. Non lo so, un motivo per piangere, quando si è in premestruo, lo si trova sempre…o meglio, è lui che trova noi. E mi troverà.

Perché questa puzza di vita non può essere altro che premestruo.

Niente di più.