Fai Uno Squillo Quando Arrivi

Fai Uno Squillo Quando Arrivi, il mio romanzo edito da Rizzoli, esce OGGI.

Sì, insomma: today is the day. Dopo mesi di esilio creativo, notti insonni, picchi d’ansia, nervosismo, agitazione, rivoli di sangue al naso, esso c’è, esiste, è un oggetto, si può prendere in mano (che detta così…), 380 pagine di autentiche pugnette femminili doc, in perfetto stile vaginale! Qualora voleste, come dire, leggerlo, possederlo, regalarlo alla vostra #bff, potete trovarlo in tutte le librerie (se non ce l’avessero, voi schifateli un poco e poi chiedete al libraio di ordinarlo, che in un paio di giorni v’arriva) e negli store online! Esce in formato cartaceo (che la carta è sempre la carta), ma pure ebook, kindle, whatever.

E niente, potrei dirvi: ACCATTATEVILL (e non sarei falsa, per un’esordiente è importante che il libro non lo comprino solo i parenti e gli amici, come dire) ma vorrei dirvi, ancora prima, che questo libro parla di amore, di relazioni, di dating app, di sexting, di sesso occasionale e di sesso fatto bene, di aspettative sociali, di maternità, di omosessualità, di ex che ritornano e del coraggio di rimettersi in gioco in amori nuovi. È un libro che parla di amicizia, di umanità, di comprensione, di conflitto. Parla del Nord e del Sud, del centro e della periferia, dei dilf e dei millennial. Parla dei rimpianti che nutriamo, perché non è vero che bisogna aspettare gli 80 anni per avere dei rimpianti, e della possibilità di elaborarli. È un libro che parla sostanzialmente di vita, di ciò che succede tra i 20 e i 30 anni, di come si cresce, di come si matura e di come per diventare persone migliori sia necessario anche accettare i propri fallimenti, assumersi le responsabilità delle proprie scelte e non subappaltare più a terzi le ragioni di quelli che siamo. Che detta così pare un piombo, ma invece è pure divertente. È pure leggero perché, a parte parlare della post-modernità emozionale nella quale viviamo, ci riporta indietro con la memoria, tira fuori dall’armadio scheletri trash che avevamo dimenticato, rievoca ricordi e sensazioni sopite. Non meno importante, in questo libro si parla tanto di Milano e si parla tanto di Taranto, e leggendolo scoprirete di voler conoscere meglio entrambi i luoghi. Infine, la musica: c’è un sacco di musica figa dentro (figa, perlomeno, per i miei criteri assoluti), che potete ascoltare qui, dove trovate la soundtrack completa del romanzo, perché chi l’ha detto che un romanzo non può avercela una colonna sonora?

Insomma, spero che questo romanzo vi piaccia, che vi risulti se non altro godibile, insomma che non vi faccia cacare (e qualora vi facesse cacare, ditemelo con dolcezza), che vi diverta almeno un po’ e che vi emozioni, com’è successo a me mentre lo scrivevo. Spero che viaggi nelle vostre valige questa estate, che giaccia sulle vostre mensole, che veda tante belle spiagge e anche dei percorsi di montagna; che sia racchiuso in incarti colorati e donato alle vostre amiche; che veniate alle presentazioni, alle quali mi auguro di dire qualcosa di intelligente anche se è sistematico che quando sono chiamata a dire qualcosa di intelligente pronuncio solo idiozie. Insomma: mucha mierda, in culo alla balena, in bocca al lupo, dita incrociate, pure quelle dei piedi e stiamo a vedere un po’.

E intanto, anche un grazie, a chi questo blog lo legge da anni, a chi ne condivide i contenuti, a chi lo commenta, a chi ne parla, a chi spende il proprio tempo per confrontarsi sulle faccende più disparate (e, a volte, dispErate), a chi mi scrive, a chi mi racconta le sue esperienze, a chi ha contribuito a creare questo piccolo spazio dell’indérnet e a tenerlo vivo negli anni.

E niente, ciao ❤

ps: per avere aggiornamenti puntuali e costanti su novità, eventi, presentazioni, consiglio umilmente di mettere like qui e niente, direi che per il momento qui è tutto. Ci aggiorniamo presto. Passo e chiudo. Anzi, socchiudo.

Blind Dating Rules

Siamo onesti: quando hai circa 30 anni e sei single, pur vivendo in una città con oltre 1 milione di abitanti (380.000 dei quali membri di un nucleo familiare singolo), non è semplicissimo conoscere uomini appetibili e scapoli. E badate che quando diciamo “appetibili” non stiamo pensando soltanto a Christian Bale. Stante questa oggettiva e conclamata difficoltà sociale, ho riscontrato che se dichiari di usare (o aver usato) dating app, ciò ti espone a un malcelato giudizio morale, all’occorrenza anche retroattivo, del tipo: “Se tu te li cerchi sulle app, cosa pretendi?”.

Innanzitutto, non pretendo niente. In secondo luogo: come se iscriversi a un corso di balli latino-americani o di fotografia con l’intento di imbroccare qualcuno/a sia assai meno triste che usare un’app appositamente pensata per lo scopo. O come se il mondo pullulasse di single purosangue e noi, orbe, non ce ne accorgessimo. O come se non andassimo agli eventi, alle serate, alle cene, ai concerti, come se non vivessimo nel mondo e come se non incrociassimo ogni giorno decine di persone. Per intenderci: ho sentito uomini condannare le donne che usano le app, per poi apprendere che loro avevano “conosciuto” la concubina facendo una ricerca con filtri su Facebook e aggiungendola a caso.

Io ho fatto e faccio tutt’ora un uso assai sporadico di queste app (attualmente credo di aprire Tinder 2 volte all’anno). Le uso così poco solo perché non mi hanno mai regalato incredibili gioie e mi hanno stancata assai in fretta. Ma se non fosse stato così, le avrei usate certamente di più, sconfinando probabilmente nella dipendenza (come è successo a certi miei amici omoscessciuali che invece su Grindr hanno trovato incredibili felicità).

A livello macrologico credo che le dating app abbiano un po’ peggiorato l’approccio e il rapporto uomo-donna (un po’ per quell’idea che il troppo stroppia, che l’eccesso d’offerta, che la semplicità di reperimento, che la comodità d’avercele sempre in tasca, che la fluidità di questi legami che legami non sono, perché mai si creano nodi che uniscano, ecco è come se tutto ciò ci avesse impigriti nella vita reale, ci avesse disabituati a parlare con un estraneo sul tram, per abituarci in compenso a fare sexting con uno sconosciuto su una dating app).

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In ogni caso, ne comprendo e talvolta incentivo l’utilizzo, anche solo per fasi temporanee. Perché in ogni caso le cose è giusto conoscerle, anche solo per cultura generale e per avere una percezione propria e scevra da misticismi/moralismi di questi nuovi strumenti delle relazioni interpersonali.

Così ho deciso di stilare – per chi vi si volesse avventurare – le 10 Blind Dating Rules.

  1. Rendere i blind date quanto più “unblinded” possibile. Fatevi mandare le foto. Occhio. Diffidate di chi vi manda:

– fotografie in cui indossa sempre gli occhiali da sole

– fotografie in cui non ride mai

– fotografie in bianco e nero

– fotografie con troppi filtri e un uso insensatamente smodato del contrasto e della saturazione

– fotografie troppo in posa (ti ricordo che non sei Jim Morrison)

– fotografie troppo reali (va bene la sincerità, ma la fototessera della carta di identità scattata alle macchinette in metropolitana anche no)

– fotografie in cui indossa una camicia Burberry, o i mocassini, o le Hogan, o il costume slippino bianco, ma anche qualunque logo, specialmente D&G e Armani Jeans.

2. Che non ecceda, però, nell’unblinding. Non è necessario che vi invii fotografie del suo membro virile entro i primi 10 minuti di conversazione. Per carità, comodo è comodo, così almeno capite subito se il gioco vale lo smorzacandela. Ma la verità è che la cosa sarà semplicemente spoetizzante, priva di narrazione e quasi sicuramente l’aspirante dater non sarà né affetto da ipogenitalismo clinico, né sarà la versione umana di Furia il cavallo del west. Quasi sempre egli avrà un normo-pene, talvolta bruttarello, e quindi non vi resterà altro che l’insoluta domanda: perché ha così tanta ansia di mostrarlo manco fosse una rarità?

3. Se possibile e se ne avete voglia, fatevi una chiacchiera al telefono. Lo so, è una cosa noiosa, ma è il primo vero approccio sensato. E già dalla telefonata capirete molte cose. La voce, l’accento, la risata, la prontezza ma soprattutto i contenuti espressi. L’eventuale presenza o assenza di verve costituiranno movente cruciale nella decisione di dar seguito alla cosa.

4. L’appuntamento deve necessariamente essere dopo poco tempo (non è che potete raccontarvela su per 6 mesi senza vedervi), però rigorosamente in un luogo pubblico. Che sia chiaro: evitiamo di salire sul calesse di Jack Lo Squartatore dopo 2 minuti, così come rifiutiamo di chiuderci in casa con American Psycho dopo un quarto d’ora. Poi, va da sé, se di fronte c’avete Ted Bundy, quello sarà carino, sembrerà normale, voi vi fiderete e poi v’ammazzerà lo stesso. Però cautelarsi un minimo non guasta mai, giacché non viviamo mica nel regno di Pollyanna.

5. Propedeutica rispetto al punto precedente è la ricerca preventiva delle informazioni. Potrebbe sembrare paranoico, ma non lo è. Appurate il nome, il cognome, cercatelo su Facebook e scoprite se avete amici in comune e guardate chi sono questi amici. Sono persone reali oppure sono, cazzonesò, James Franco? Googlate. Scoprite dove lavora o dove ha studiato. E fatevi due domande se questa persona secondo il colosso di Mountain View non esiste. Io prima di appartarmi faccio sempre in modo di conoscere le generalità e condividerle con qualche amico fidato, in modo che se da quella sera il mio corpo sparisce, qualcuno per lo meno sa chi denunciare.

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6. Siate sempre sul chivalà con l’aspirante dater che vi propone di vedervi troppo tardi, tipo alle 23 di mercoledì sera. Capisco che c’era il derby, capisco che hai tanti impegni,  capisco che al weekend hai di meglio da fare, capisco anche che essendoci conosciuti su una dating app tu presupponga che io abbia un disperato bisogno d’uccello. Ma non funziona esattamente così.

7. Parlare di sesso va bene, ma che si faccia con un briciolo di bon ton. Tenete presente che non l’avete ancora visto e che non vi serve farlo arrivare ultra-barzotto all’appuntamento. Che poi magari non vi piace. Un conto sono le foto, un conto è dal vivo. Magari lo vedete ed è una donna mancata. Magari lo vedete e ha la più pestilenziale fiatella del mondo. Per contro, non c’è motivo di vantarsi di essere meglio di Sasha Grey, creando in lui inusitate aspettative. Lasciate, nel caso, che lo scopra da sé, se siete le dee del sesso.

8. Per lo stesso motivo di cui sopra, poiché non l’avete mai visto, optate per un abbigliamento tranquillo. Se avrete voglia di essere sensuali lo sarete, senza arrivare bardate come una bagascia portuale. Non sto dicendo che dovete andare con i mutandoni di Zia Yetta o con un allevamento di peli secolari sulle gambe. Sto altresì dicendo che, prima di decidere di sedurlo, verificate che lui possa sedurre voi, che lui possa piacervi, al di là del nostro tipico bisogno di piacere e di sentirci rassicurate nella nostra programmatica inadeguatezza.

9. Tornando all’orario: il timing è estremamente importante nei blind date. Da uno studio accurato è emerso che la soluzione migliore è rappresentata da un aperitivo infrasettimanale post-lavoro. Se volete essere Professional Dater, anticipategli che poi forse dovrete raggiungere degli amici a cena, lasciandovi così aperta la possibilità di evadere dopo un’oretta dall’incontro, qualora esso risultasse pernicioso. Viceversa, qualora dovesse piacervi la situazione, fate sempre in tempo a dire che l’appuntamento con gli altri è saltato e che – se va a entrambi – potete mangiare una cosa insieme.

10. Infine: non date troppe informazioni troppo dettagliate su di voi. Niente dati davvero sensibili, tipo dove vivete o in quale palestra esattamente andate. Non intendo suggerire nomi falsi, come Jessica Rabbit o Mia Wallace, ma abbiate a mente che non potete mai sapere se il dater ha nel suo intimo una vocazione da stalker. Quindi, meglio mantenere un po’ le distanze, finché non vi sembrerà quanto meno una persona essenzialmente equilibrata.

L’ultimo punto vale prevalentemente per chi NON vive a Milano, città in cui una diffusa condizione di figafobia rende più moderato il rischio di incorrere in pur minime molestie di matrice virile.

Ma non si può mai dire. Quindi, amiche, siate ugualmente accorte.

E buon blind dating!

 

Vi lascio con una chicca, girata dai miei amici qualche mese fa, sulle dating app!

#UnFigoAlGiorno

Il fatto è che più si cresce, più è difficile trovare i fighi.

E pensare che esisteva un tempo in cui, per noi vagine, il mondo pullulava di fighi. L’apogeo dell’esposizione alla fighezza maschile sono indiscutibilmente i primi 2 anni del liceo. In quel periodo la giovane vagina ancora vergine (per lo meno ai miei tempi) si guarda attorno in preda al più completo subbuglio ormonale ed emotivo, cognitivamente arginato  da pregresse letture di Top Girl che le hanno spiegato che deve tener su le mutande finché non si sente debitamente innamorata e finalmente pronta a farsi defloreare.

Tra i 13 e i 15 anni, la giovane vagina vede una quantità sconsiderata di fighi ovunque intorno a sé e si innamora più volte al giorno, e la sua passione per il mondo dei cazzetti si alimenta a ogni campanella d’uscita, a ogni viaggio in pullman tornando a casa, ad ogni manifestazione, ad ogni assemblea d’istituto.

Tipicamente, le vagine in quegli anni si fomentano tra loro, condividendo morbosità platoniche su individui che frequentano il quarto o il quinto anno e che, salvo le vagine non siano le replicanti di Angelina Jolie adolescente, non le cagano di striscio. A primo acchito si innamorano del bellissimo della scuola. Poi si innamorano del rappresentante d’istituto. Poi si innamorano del cantante della rock band. Poi si innamorano del tipo che scrive gli articoli sul giornalino scolastico. E, sia chiaro, non importa che siano anemici, o grassi, o strabici, o con i denti rotti. Le giovani vagine li amano per il semplice fatto che sono fighi, bofonchiando commenti e contenendo gridolini di approvazione ogni volta che uno dei soggetti della figh-list passa loro innanzi. Tutto questo carrozzone di demenza adolescenziale prosegue fino al giorno in cui la vagina non raggiunge il suo sospirato intento: mettersi con uno che sia almeno due classi avanti. Fatto questo, tutto cambia.

I veterani del liceo non sono più inarrivabili e la giovane vagina, che ormai fa petting con uno di quinto, inizia a vedere tutto con occhio diverso. Ora che la sua femminilità è stata legittimata da uno che c’ha già la patente, la vagina entra ufficialmente in quella letale fase della vita in cui l’asticella della fighezza maschile minima percepita inizia ad alzarsi.

E succede così che dai 25 in poi trovare uno che sia figo e fruibile, rimane arduissima impresa che a confronto fare jogging vestita da Lady Gaga rimarrebbe cosa semplice.

Ciò che, di fatto, avviene è che i fighi sul mercato agiscono come segue:

1. Si lasciano occupare da vagine terze e il massimo che possono concedere al genere vaginale globalmente inteso sono scappatelle, sotterfugi ed eiaculazioni precoci clandestine, che possono andare bene per un po’, ma poi anche no.

2. Sono mediamente fighi ma si convincono di essere i più fighi dell’universo conosciuto, ammalandosi di EgoFrociaggine

3. Si rifiutano di riprodursi, esattamente come i panda, e condannano all’estinzione il genere maschile figo, abdicando al loro dovere evoluzionistico e abbandonando l’umanità al proliferare indiscriminato di fan di Eros Ramazzotti e Anna Tatangelo.

Naturalmente ogni vagina ha la sua personale concezione di figo ma, va detto, esistono dei tratti caratteristici dominanti che ci mettono tutte d’accordo, pure le clitoridee. Il figo in generale è fisicamente gradevole, naturalmente piacente, apparentemente sicuro di sé, ha un lavoro discreto, una mentalità aperta, ascolta buona musica, conosce una lingua straniera, ha gli occhi furbi e un sorriso strappamutande sovente incorniciato dalla barbetta. E questa è la base, il Figo S, quello senza airbag e senza servosterzo. Poi c’è il Figo SX (i fighi hanno le stesse sigle delle vecchie Fiat Punto, non mi si chieda perché), con i finestrini elettrici, che è anche alto tra 1.80 e 1.90, fuma, è colto ma non se la mena, suona uno strumento maschio (lo strumento maschio principe è la batteria che, come dice la mia amica indie-vagina: “quando uno picchia forte sulla batteria…”) e, soprattutto, sa farti ridere. Infine, c’è il Figo ELX che è quello superaccessoriato con i comandi vocali, che oltre ad essere moro, alto, affascinante, divertente e intelligente, è intrigato da tutta la tua conturbante complessità vaginale, ha una predilezione per le ciccione, ha sempre dell’ottima erba con sé, ha vissuto all’estero e a letto è una specie di action man in scala 1:1.

Il Figo ELX è un’invenzione di Isaac Asimov e Ridley Scott ci farà il suo prossimo film. Attore protagonista: Michael mi-sento-male Fassbender.

A fronte della drammatica scarsità di fighi, a luglio, nell’ozio strappato alla voglia di andare in ferie, io e Polly abbiamo iniziato a segnalarci su Twitter i fighi che vedevamo, così, just for your info, come si suol dire. E così, è nato #UnFigoAlGiorno.

Poi sono venute le ferie e abbiamo sospeso. Ma ora, che l’autunno è alle porte e ha già messo un piede in casa nostra, Polly e io abbiamo deciso di rilanciare la nostra attività socialmente utile, il nostro servizio gratuito di mutua assistenza vaginale, la nostra indefessa attività di figh-scouting online, perché,  parliamoci chiaro, l’inverno sta arrivando e noi vagine single, per superarlo, dobbiamo sapere che lì fuori ci sono ancora dei fighi impuniti, con i quali chiudersi in casa al weekend mentre fuori piove, e nevica, e grandina. Saperlo scalda l’anima. Anche solo a livello teorico.

Va da sé, figo è tante cose. Figo è uno carino, ma è anche uno che ha una bio gagliarda. Figo è uno che sa scrivere, o suonare, o fare belle foto. Figo è uno che, a qualche livello, riesce a toccare le corde del nostro vaginismo, non necessariamente tutte insieme: quindi si accetta dal rude meccanico con delle spalle 4 stagioni, al sofisticato radical chic che esprime tutto il suo intelletto in 140 caratteri.

Partecipare è semplice: è sufficiente avere un account twitter e segnalarci, usando l’hashtag #UnFigoAlGiorno, il figo della vostra TL, pescato tra utenti non vips (le foto che io inserisco, dunque, non fanno fede). Noi stipiamo tutte le nomination, le salviamo e creiamo questa uber-lista dei fighi del UEB.

Successivamente, una giuria composta da Polly e me, coadiuvata dalle vagine che si dimostreranno più zelanti nella Figo Hunt, decreterà i 3 finalisti. Qualsiasi tentativo virile di corruzione della giuria, sarà premiato.

Io e Polly v’aspettiamo!

ps: naturalmente, l’autocandidatura maschile non è ammessa. Se volete partecipare a #UnFigoAlGiorno e diventare #IlFigoDellAnno dovete farvi raccomandare da qualche vagina con cui siete stati molto-assai generosi.

Buona Pasqua

 

Io oggi torno a casa mia.

Saranno i soliti pochi giorni in cui incrociare troppe facce.

Sarà bello. Almeno spero.

Vi saluto con questa. Perché sono entrata in una brutta dipendenza dai Verdena.

E, in tutta onestà, ance se c’arivo tardi, me ne compiaccio alquanto.

 

Per il resto mi scollegherò da tutto, anche in virtù del fatto che casa mia in terronia vanta una ADSL con prestazioni da 56k.

Quindi me porto avanti e auguro buon Natale a tutti, fin d’ora.

Vi auguro de magnà, dormì e scopà quel tanto che basta per sentirsi in pace con se stessi, da perfetti italiani medi.

Vi auguro di stare bene con le persone a cui bene volete.

Vi auguro di crederci ancora, che esprimere un desiderio a capodanno serva a qualcosa.

 

Se vedemo all’anno nuovo.

Un abbraccio,

con vaginale cordialità,

MdV

Dev’essere premestruo

Dev’essere premestruo.

Sono appena rientrata a casa. Ho mangiato un pan-ciok o una cosa del genere, una di quelle merendine di compromesso – che come dice la mia amica AstroVagina: la vita è piena di compromessi e uno dopo un po’ si rompe anche le palle di accettarli (e non ci riferiamo a quel genere di compromessi che portano l’intellighenzia femminile italiana in parlamento o al meteo di Rete4) – di quelle che mi piacciono ma non troppo e che, di conseguenza, mi permettono di dominare l’impulso bulimico.

Sono andata su YouTube perché c’avevo una voglia matta di ascoltare Next Exit degli Interpol, che io con Next Exit degli Interpol mi sono fatta più pugnette mentali di quante se n’è fatte fisicamente il maschio medio italiano sui calendari di Manuela Arcuri.

(Se vero è che le riviste vendono di più mettendo le battone in copertina, voglio fare un esperimento e scoprire se questo post riceve più click co sta foto nella sharing-preview)

Ecco mi sono collegata a YouTube, che comunque ha deciso che deve piacermi Willwoosh (…) perché continua a piantarmelo in Home, nemmeno fosse Gemma del Sud vojo dì. Ecco, mi sono collegata ed è successo che Next Exit degli Interpol su YouTube non ce sta più. Questo non è che vada benissimo. Io vorrei che la piantassimo con questa storia dei diritti d’autore e dei copyright e vorrei, altresì, trovare esattamente ciò che voglio sentire, esattamente nella versione che dico io, senza spendere soldi (perché lo sanno tutti benissimo che gli artisti non vanno pagati) e soprattutto senza dover surfare tra decine di video di inutili live che, non per essere stronza ma se non sei Roger Waters con David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason a Pompei,  9 volte su 10 puoi pure lasciar perdere.

Morale: non ho trovato la canzone che volevo ascoltare, che è una cosa fastidiosissima, vagamente assimilabile a quando rinvieni nel mobile il tubo delle Pringles alla paprika vuoto. In più è tutto il giorno, ma proprio tutto il giorno, che me pare d’averci Moira Orfei seduta sul petto. Non so come dì.  (*del perché scimmiotto la parlata romana pur essendo una pugliese che vive a Milano, ne tratteremo in seguito).

Insomma c’ho una specie di paranoia sottile e ineluttabile, che mi rimbalza tra ovaie e cervello, causandomi apocalittici smottamenti umorali. Allora penso “dev’esse il premstruo“, perché una vagina normale ed equilibrata avrebbe imparato da circa 14 anni a segnarsi quando le viene il ciclo. Io no, perché vivo della gratuita presunzione di poterlo ricordare “a mente”. Naturalmente non lo ricordo pe gnente, ho giusto un’idea del tutto approssimativa, del tipo che me viene all’inizio, alla metà o alla fine der mese e, siccome da 1 mese e mezzo non vivo più, me rimane pure difficile trovare dei riferimenti nel flusso incondizionato e ininterrotto della mia squisita alienazione esistenziale.

Insomma, comunque io mi dico che non può essere altro che il premestruo. Non può essere che oggi la mia stagista ha assestato un bel paio di colpi cogliendomi impreparata (cosa che io vivo piuttosto male perché ho un’innata tendenza alla spontanea performanza, combinata con un insano feticismo per i complimenti). No, non può essere che non vado in palestra da mesi, che ingrasso, che fumo troppo, che dormo un cazzo, che fisso negli occhi la solitudine e la sfido, che al telefono coi miei cerco di dissimulare, senza avere nessuna voglia di parlare, illudendomi che nascondermi in poche frasi di circostanza ed evadere qualunque domanda sulla mia vita possa evitare preoccupazioni a chi mi ama e mi è lontano. E la Vagina Maestra, d’altra parte, lo dice sempre: “a figghja mut, a mamm ‘ndenn” (o qualcosa del genere) che vorrebbe dire che anche se i figli non parlano, le madri comprendono. Con questo non che la Vagina Maestra sia solita parlare in dialetto, solo che i proverbi hanno senso così, sono popolari, sono antichi, sono saggi e i più belli sono pure volgari, quindi tradurli in italiano sarebbe quasi delittuoso.

No, deve essere il premestruo. Sono talmente convinta che sia il premestruo che credo che scoppierò a piangere nel giro di qualche ora. Non lo so perché. Magari perché Tiziano Ferro è “fidanzato e felice”, oppurre per solidarietà nei confronti della marmotta che subisce del mobbing da parte della Milka e continua a incartare tavolette di cioccolato da 10 anni. Non lo so, un motivo per piangere, quando si è in premestruo, lo si trova sempre…o meglio, è lui che trova noi. E mi troverà.

Perché questa puzza di vita non può essere altro che premestruo.

Niente di più.