L’Insostenibile Leggerezza del Coito Interrotto

Sono nata a metà degli anni ottanta. Da bambina sono rimasta traumatizzata dalla visione di Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington, sono cresciuta con gli spot dei condom a cena e ho fatto una specie di educazione sessuale a scuola.
…forse anche voi avete ricordi dal sapore quasi comico, di quando ci prendevano, pre-adolescenti com’eravamo, coi jeans della Lee e le felpe colorate Benetton 0-12, e ci portavano nell’auditorium (se la scuola ce l’aveva), o in palestra (se la scuola ce l’aveva), e ci facevano un pistolotto sull’importanza del sesso protetto, a noi, che il più delle volte non avevamo ancora limonato con nulla che non fosse un cucchiaino da caffè, tanto per fare pratica.
Ad ogni modo, come il genere umano perpetrasse la propria esistenza, l’appresi all’età di 9 anni, da mia madre. Era un periodo in cui in tv non si faceva che parlare di “preservativi” e Aids, e io chiedevo continuamente delucidazioni, in qualunque situazione immaginabile, finché la mia genitrice non decise che era giunto il momento di darmi una risposta. Mi prese e mi spiegò per sommi capi cosa significasse fare all’amore, mi disse che quella roba si faceva quando si era, per l’appunto, innamorati e che in quel modo nascevano i bambini, me compresa. Eravamo sedute al tavolo della cucina, con mio padre sull’uscio della porta, incastrato da mia madre e dal suo “DOVE TE NE VAI? È GIUSTO CHE CI SIA ANCHE TU!”, proprio mentre provava a sgattaiolare via da quell’imbarazzo che la sua unica figlia femmina gli stava imponendo. Ottenute le informazioni necessarie, dal canto mio, mi limitai a commentare con un lapidario: “CHE SCHIFO!”. Di positivo ci fu che mentre certe mie compagne credevano ancora d’esser nate sotto un cavolfiore o nel becco di una cicogna, io sapevo la verità. E, a quel punto, sapevo pure cosa fossero quei fantomatici “preservativi“, anche se sarebbero passati molti altri anni, prima che ne facessi uso.
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La scenetta mi è tornata inevitabilmente in mente quando, la scorsa settimana, sono stata invitata a un evento Durex, per parlare della loro nuova campagna #EmozioniSenzaInterruzioni e per commentare i dati emersi dalla Durex Global Sex Survey del 2017, ovverosia un’analisi svolta in 36 paesi, su un campione di circa 30.000 persone, per conoscere meglio le abitudini sessuali di uomini e donne, accoppiati e single, etero e gay, di qualunque età. Come dire: moooseca per le mie orecchie.
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A parte alcune prevedibili scoperte (come che il 55% degli intervistati riconosce tra i benefici del sesso l’aumento del buonumore e dell’autostima, insieme a una riduzione del grado di stress), dall’indagine emergono dati interessanti e, diciamolo francamente, un po’ preoccupanti, soprattutto per quel che concerne – tanto per cambiare – il nostro paese. L’Italia, infatti, rispetto alle altre nazioni europee, tende a evitare l’uso del profilattico in favore di metodi contraccettivi alternativi e non sicuri (sì, parliamo di lui signori, MrCoitus Interruptus). Se il salto della quaglia è considerato una disciplina di nicchia in SpagnaSvizzeraGermaniaInghilterraFrancia e Austria (praticata al massimo dal 9% della popolazione), con apogei di civiltà in Olanda (dove la percentuale scende al 5%), l’Italia conquista la medaglia d’oro della Maleducazione Sessuale, con un rampante 23% di “saltatori”.
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Cosa significa? Che quasi un 1 italiano su 4 s’affida sistematicamente al coito interrotto e NON pratica sesso protetto. Nelle Top Queries 2017 di Google, il “coito interrotto” è il quarto metodo contraccettivo più ricercato dagli italiani. Ora, sia chiaro, non siamo qui per pontificare, per fare la lezioncina su quanto sia importante proteggersi dalla Malattie Sessualmente Trasmissibili (MST) e dalle gravidanze indesiderate (perché é vero che possiamo abortire, ma è vero pure che non è mai una passeggiata di piacere farlo); però una riflessione è il caso di spenderla e siccome abbiamo ormai un’età (alcuni di noi sono ADDIRITTURA genitori, altri stanno per diventarlo, altri lo saranno in futuro e altri invece mai, ma auspicabilmente per loro continueranno ad avere una vita sentimental-sessuale), è anche il caso di parlare del segmento più fragile di questo panel: i giovani. Quando dico giovani, intendo giovani veri, non voi che avete 35 anni e ancora non accettate il fatto che Luke Perry sia diventato così:
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Quando dico giovani, parlo dei ragazzi compresi tra i 13 e i 24 anni d’età (non è che noi siamo vecchi eh, per i signori del Marketing diventiamo “young adults“, un bell’ossimoro che ci permette di sopportare la maturità e il peso delle responsabilità in cambio di un modesto potere d’acquisto). Fatto sta che il 73% dei g-g-giovani non è in grado di indicare 5 Malattie Sessualmente Trasmissibili, il 45% non è consapevole dei loro rischi e il 70% di essi si informa da fonti non qualificate (equamente distribuite tra internet, scuola, amici e pornografia). È significativo, in proposito, che solo il 24% degli italiani dichiari di aver ricevuto un’educazione sessuale, contro il 77% degli intervistati negli altri paesi.
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Sarebbe fin troppo scontato, di fronte a questi dati, constatare quanto l’educazione al sesso e ai sentimenti sia un bisogno della nostra società, al quale troppo raramente viene data risposta. Scontato, ma inevitabile. Cosa bisognerebbe fare? Avviare un dialogo aperto su questi temi, per esempio. Favorire il confronto culturaleapprofondireinformare. Fare, in sostanza, un lavoro capace di permeare la società e di attecchire anche sui più giovani.
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E, in questo senso, Durex la sua parte la fa, da decenni, promuovendo una cultura libera del benessere sessuale; intercettando il registro giusto per raggiungere il proprio target, facendo un ricorso intelligente all’ironia (le pubblicità di Durex sono bellissime, soprattutto quelle censurate in Italia, e se questa vi sembra una marchetta, sappiate che è piuttosto una dichiarazione d’amore per il noto brand di condomS).
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Per esempio, ai dati della Global Sex Survey 2017Durex risponde lanciando la nuova campagna #EmozioniSenzaInterruzioni, volta a valorizzare gli aspetti positivi del SafeSex: non solo la sicurezza in termini di MST e prematuri eredi al trono (che non sono dettagli trascurabili), ma anche la libertà di godere appieno dell’atto, fino al suo climax, senza interruzioni, senza crucci e senza palpitazioni postume del genere “Ommioddio! Ho 5 minuti di ritardo” (oppure “Chissà come mi va il prossimo pap-test”). 
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Naturalmente Durex è un’azienda, non il Ministero della Salute, non è che può fare miracoli, non è che può dare la vista ai ciechi, oppure l’udito ai sordi. Ciò che può fare, in quanto leader mondiale nel suo settore, è creare occasioni di condivisione, di entertainment, di formazione, per ricordarci ciò che tendiamo a dimenticare, per segnalarci le aree sensibili della nostra cultura (oltre a quelle erogene del nostro corpo) che tendiamo a non presidiare.  A questo punto m’aspetto che tra voi ci sia qualche sciachimista che mi dica: vabbè, ma Durex li produce i profilattici, è ovvio che vogliono che li usiamo, a loro conviene!1!!!
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Il fatto, però, è che conviene soprattutto a noi, usarli. E bisognerebbe porre rimedio a questo fatto che ce lo stiamo dimenticando.
Ammesso di averlo mai capito davvero.
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Concludo su questa preziosa riflessione, e vi saluto. E, già che ci siamo, essendo San Valentino, lo faccio ricordandovi che proteggersi è un atto d’amore, sempre.
Per chi c’è. Per chi ci sarà.
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Con viva cordialità,
vostra
V.
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Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.