Quando Sarai Madre

“Quando sarai madre, capirai”.

È una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso durante la mia adolescenza. Me la diceva mia madre, quando criticavo qualche sua politica genitoriale, quando improvvisavo scioperi della fame o conducevo proteste passivo-aggressive per rivendicare qualche diritto da teen-ager, ingiustamente negato. “Quando sarai madre, capirai”, mi diceva. Oggi ho 31 anni, non sono madre e non so se lo sarò mai, però, vorrei dirle, ci sono un sacco di cose che ho capito lo stesso. E, vorrei dirle, penso spesso al nostro rapporto.

Ripenso a quando da bambina le rispondevo male, e dovevo farlo così spesso che mi ero guadagnata il soprannome di “lingua biforcuta“. Vorrei dirle che ripenso a quando mi chiedeva di fare qualcosa in casa e io rispondevo che l’avrei “fatto dopo”. E dopo neppure lo facevo. E che ero una stronza, a non accorgermi di quanto avesse bisogno del mio aiuto. Vorrei dirle che mi darei una sberla in faccia per ogni volta che in faccia le ho sbuffato. E per ogni volta che mi sono lamentata di ciò che non c’era nella dispensa, e per ogni volta che ho fatto storie per il piatto caldo che mi ha messo davanti, e per ogni volta che non trovavo una maglia e strippavo perché lei – mentre lavorava, gestiva una casa e una famiglia – non ricordava immediatamente dove l’avesse conservata. Vorrei dirle che mi dispiace di tutte le volte che ho sbattuto le porte in casa e di non aver mai rifatto il letto la mattina come ha provato, per tutta la vita, a insegnarmi. Ma adesso che vivo da sola a Milano, lo rifaccio, e questo è comunque meglio di niente.

Vorrei dirle che a volte ricordo sorridendo quando commentava le gonne con cui uscivo, definendole “copri-culo“. E quando mi diceva che non avrei dovuto farmi venire a prendere ogni sera da un ragazzo diverso, che la gente vedeva, la gente osservava e parlava. E io le rispondevo con sufficienza, che erano solo amici e che a me nulla interessava di ciò che la gente poteva pensare. E mica lo capivo che, però, poteva interessare a lei.

Vorrei dirle che spesso ricordo quando le dicevo che da grande volevo fare la critica cinematografica, e lei mi rispondeva di trovarmi un lavoro vero, e alla fine sono finita a scrivere di peni e vagine, così s’impara la prossima volta a contraddirmi. E vorrei dirle che da ragazzina detestavo il fatto che non si sciogliesse in un brodo di giuggiole per i miei piccoli “successi“,  e che oggi invece la ringrazio anche di questo, perché la presunta bravura dei figli non devono essere i genitori a declamarla (e poi tanto c’era papà che andava in deliquio per me).

Vorrei dirle che mi dispiace di averla fatta preoccupare quando ho frequentato persone che non ha condiviso, e di essere rientrata così tardi, così spesso. E di aver mentito, a volte. E di essere venuta su turbolenta e irrisolta, e di non darle (ancora) la serenità di sapermi accompagnata a un brav’uomo.

Vorrei dirle che mi inorgoglisce vederla usare le emoticon su messenger e che mi imbarazza la qualità dei visual che condivide su Facebook. Che mi intenerisce quando mi manda su gmail la ricetta della torta di mele. Che sono fiera dei corsi che frequenta e dello sport che fa nonostante la fatica che le causa.

Vorrei dirle che se dell’amore so qualcosa, lo so grazie a lei. Non perché me l’abbia mai spiegato con analisi accademiche, ma perché è una donna che ama, che si prende cura, che protegge, che comprende, che critica, che a volte (spesso) parla e che a volte (strategicamente) tace, che fa tutto quello che bisogna fare per amare davvero, nei fatti e non nelle pugnette, e lo fa per indole, non per sentirsi dire “brava!” (come a volte faccio io). Vorrei dirle che se so qualcosa della forza di spirito, della capacità di andare avanti, della possibilità di superare le difficoltà, della coerenza, della correttezza e pure della schiettezza, la so grazie a lei.

Vorrei dirle che alla fine ha sempre ragione e che sono abbastanza grande per arrendermi a ciò e che, anzi, se me la vuole cercare lei, la persona giusta, va bene, apriamo i casting.  Vorrei dirle che sì, se avessi seguito i suoi consigli, se mi fossi impegnata per assomigliarle di più, invece che essere la sua perfetta antitesi, forse tanti errori non li avrei fatti. Forse non li farei, dato che come la recente cronaca sentimentale dimostra, continuo a farne.

Vorrei dirle che ho una paura infame degli anni che verranno, ma che affronteremo insieme quello che sarà. E che quando la guardo contorcersi per riuscire a fare una cosa, qualunque movimento, che per me è banale e per lei difficilissimo; ogni volta che una cosa le cade dalle mani, ogni volta che avrebbe bisogno di aiuto a prendere questo o quello e invece fa da sola, per non disturbare, mi sento in colpa di non esserci, a farle da balia h24. Ma so che sclereremmo se fossi sempre lì, perché sono apprensiva e oppressiva, e lei mi direbbe che sono “una suocera“, sebbene sia una figlia. Oppure sclereremmo perché lei dice frasi come “prendi i cosi nel coso” che cosa minchia significa, mi chiedo.

Vorrei dirle che quando le persone ci dicono che siamo fortunate, io ad avere la madre che ho e lei ad avere la figlia che ha, forse dovremmo rispondere che questo legame non è stato un dono, un premio vinto alla lotteria della vita, ma il frutto di un lavoro instancabile, fatto insieme, sulla nostra umanità. Forse dovremmo dire quante volte abbiamo urlato con ferocia, quanto è stato faticoso comunicare in certi periodi, quanto è stata dura accettare i limiti l’una dell’altra. Quanto impegno ci voglia, ad amarsi e a conoscersi, e a sapersi nel modo in cui ci sappiamo noi, a priori, prima ancora di parlare, intuendo l’altra prima che quella capisca se stessa.

Vorrei dirle che ci sono certi amori che non si spiegano, che le parole non le trovano, che a volte sono così profondi che scuotono tutta la coscienza di noi stessi, se li sfioriamo.

Vorrei dirle che non è stata sempre una madre perfetta e che io sono stata una figlia tutt’altro che docile, ma che non potrei essere più orgogliosa, delle donne che siamo diventate.

Buon 14 maggio. Alle madri. E alle figlie.

[SessuOhhhlogismi 1] – Le 10 Tipologie di Limone

[Gentilissimi, inauguriamo oggi SessuOhhhlogismi, una nuova rubrica nella quale parleremo di argomenti a vario titolo pruriginosi, senza timori e senza pudori, come siamo soliti fare. Per trasparenza vi informo del fatto che si tratta di una rubrica sponsorizzata. Il perché della sponsorship lo trovate sommariamente espresso qui, mentre il link a chi ci consente di fare questa proficue chiacchiere, lo trovate qui]

 
Sessuohhhlogismi2

Baciare è una cosa semplice, che non tutti sanno fare.

Il bacio, o come amiamo chiamarlo confidenzialmente “limone”,  è il biglietto da visita, il kick-off della vostra tresca, la stretta di mano al colloquio di lavoro. È la prima impressione che fate. Per carità, non è davvero la primissima, perché prima di infilarsi le rispettive lingue nelle reciproche cavità orali, ci sono altri input che riceviamo e che mandiamo. Prima del gusto e del tatto, ci sono altri sensi che esprimono il proprio voto (o il proprio veto), come la giuria di un talent, e dicono “per me è sì”, “per me è no”, “sei fuori”, “attacca”. Banalmente, la vista ci dice se quella persona ci piace esteticamente. Se ci piace la sua copertina. Se ci piace come ride, come si muove, com’è vestita. Poi c’è un altro giudice, apparentemente innocuo ma fondamentale, ed è l’olfatto. Come dire: la persona non deve puzzare, che sia per lo meno inodore, se profuma è meglio. Se profuma di borotalco o di Le Male di Jean Paul Gaultier fa ulteriore differenza. E al netto dei profumi artificiali da uomo che non deve chiedere mai, o da diva che si fa un bagno di bellezza nell’oro fuso, deve garbarci l’odore della sua pelle, quello dei suoi capelli e ci saranno altri odori che dovranno garbarci, ma su quello arriveremo più avanti.

Non meno importante, anche se ingiustamente trascurato, è l’udito. Perché se uno parla in falsetto, oppure urla, oppure si esprime per ultrasuoni che non si capisce una minchia di ciò che dice (a meno che non siate dei delfini), oppure se una ride come una gallina sgozzata, questo può influenzare la percezione che ne abbiamo. Così come, una bella voce, una bella dizione o un accento che ci sia particolarmente congeniale (tipo il romano, su di me), una risata piacevole e femminile, una tonalità maschia e profonda, possono sortire effetti inversi.

Tutto questo per dire che il limone non è il primo approccio sensoriale che abbiamo, ma è l’entry level del contatto erotico tra due corpi. Ed è per questo che ha una sua speciale importanza. Un buon limone, infatti, è una condizione necessaria (perché se non ci troviamo bene a limonare, come faremo a trovarci bene su tutto il resto, gioia mia?!), ma non sufficiente (state buoni, aspettate a stappare la bottiglia di Veuve Cliquot che tenevate in dispensa per le grandi occasioni; il mondo è pieno di gran limonatori, progettati per creare nel partner aspettative destinate a essere disattese).

Per carità, non intendiamo alimentare ansia da prestazione sui limoni (già vi vedo, che vi infilate un cucchiaio in bocca e ci date giù di lingua per prendere il giusto ritmo centrifugo), perché il punto non è questo. Limonare è bello, trasversale, democratico, universale, easy-going e, nel bacio come in tutto ciò che pertiene l’esperienza sessuale condivisa, non si tratta tanto di tecnica quanto della capacità di intercettare le velocità, i ritmi e i gusti dell’altro. Ciononostante, però, proviamo a distinguere le varie tipologie di Limone che, almeno una volta nella vita, è capitato a tutti noi di esperire:

1. Fido-Lemon –> Sono quei limoni a seguito dei quali, con immensa grazia, devi asciugarti i residui della sua saliva con la manica della maglia. O un telo da doccia. O un phon.  Quei limoni che se potessi geologalizzarti la bocca e fargli capire esattamente dov’è situata, lo faresti. Che no, ei, guarda che quello è il mento, aspetta, no, sono le narici. E intanto continua a sciropparti dagli zigomi alle clavicole come fosse un San Bernardo. Talvolta il Fido-Lemon può essere assimilabile a un peeling. Anche a uno scrub, se la lingua è rasposa.

2. Lecter-Lemon –> Sì, sono carini i morsetti, uuuh, quanto mi vuoi, ma se non mi stacchi il labbro come Mike Tyson strappava padiglioni auricolari, te ne sono grata. Sinceramente.

3. Trivella-Lemon –> Stiamo limonando, non ci stiamo facendo una tracheoscopia con la lingua, quindi, se puoi, non sentirti come Indiana Jones nel Tempio Maledetto, non c’è nulla che tu debba trovare in fondo al mio esofago, calmate n’attimo.

4. Bimby-Lemon –> È quello che ti sbatte con la lingua come manco un robot da cucina, una frusta elettrica, un minipimer. Praticamente uno che con la lingua potrebbe preparare anche l’impasto della ciambella, montare il bianco d’uovo per il tiramisù, cucinare e soffriggere. Fa tutto lui, con multivelocità e movimenti perfettamente ellittici che non cessano fino al momento in cui non lo disattivate staccandogli la spina.

5. Rino-Lemon –> Nulla contro i nasi importanti, per carità, conferiscono personalità al volto, ci mancherebbe. Solo che se guidi un suv non puoi comportarti come se avessi la smart. Per cui quando lambisci l’aria con il tuo aggraziato nasino francese o quando, nel climax del limone, decidi di cambiare inclinazione della tua testa, ti prego solo di sincerarti che questa manovra non mi renda orba.

6. Stinky-Lemon –> Eh. Questo è terribile e imponderabile. Non lo scopri finché la tua faccia non è a pochi centimetri dalla faccia dell’altro e, di solito, quando si è ormai giunti in quel pericolosissimo territorio, diventa estremamente complesso tirarsi indietro. Ormai sei in ballo e devi ballare. Anche se quello si è scolato una tanica di Tavernello prima dell’appuntamento. Anche se ha pasteggiato a base di 25 varietà diverse di cipollotti e aglio bianco polesano. Anche se ha fumato 30 sigarette (ci penso sempre, quando bacio un non-fumatore, che deve avere la sensazione di leccare un posacenere). Lo stinky-lemon è una specie di libidocida chimico. E, soprattutto, la benamata fiatella non guarda in faccia a nessuno e non fa favoritismi. Non riusciremmo a trovarla attraente (né alla lunga sostenibile) neanche in Ryan Gosling.

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7. Lazy-Lemon –> Sarebbe il fuoco che non s’accende, il fiore che non sboccia, lo starnuto che non arriva. Questo genere di limone un po’ svogliato (quello che fai con l’amico del tipo con cui la tua amica sta facendo il Cirque du Soleil nella stanza affianco) è caratterizzato da una moderata divaricazione labiale, un dispiego assai economico di quel prezioso muscolo meglio noto come lingua e da ripetute interruzioni, secondi di recupero consigliati dal lemon-trainer tra una serie e l’altra di baci. Un limone singhiozzante, che tipicamente non alimenta il desiderio di partire per la missione tra le lenzuola.

8. Party-Lemon –> Il limone festaiolo, quello che di solito viene dopo un numero superiore a ENNE cicchetti o cocktail, quello che di solito non gode del minimo senso della decenza ed è spesso privo della pur minima traccia di romanticismo. È un limone hic et nunc che non tiene conto del passato né del futuro. Purtroppo spesso non tiene conto nemmeno del presente. E cioè di chi stai limonando davvero. E come. In presenza di chi.

9. Pity-Lemon –> Anche noto come “limone per sfinimento“, di solito è quello che fai con qualcuno che ti è stato alle calcagna per tutta la sera per premiarne la tenacia, anche se sai che non ci sarà futuro (ma nemmeno nelle immediate ore successive); oppure con quello che è carinissimo sulla carta e tu vorresti tanto che ti piacesse, ma già sai che non ti piace, però fai una piccola prova del 9 per esserne proprio sicura. Il Pity-lemon si rifà, infatti, alla nobile etica di “un limone non si nega a nessuno” e spesso è il movente degli scheletri che conserviamo nell’armadio delle nostre conquiste.

10. Liuk –> È il limone quello BELLO. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che ha gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si fa in due e ci si trova, e allora le labbra, e le lingue, e le salive, e i corpi, diventano un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne. E lascia presagire orizzonti di piacere. E fa venire voglia di continuare, e continuare, e continuare come quando si aveva 15 anni e si era seduti sulle panchine della Villa Comunale, e niente avrebbe potuto fermarci. Fino a consumarsi. Fino ad arrivare alla parte più golosa: la stecca di liquirizia.

Detto ciò, chiudiamo con qualche utile consiglio:

  • portate sempre con voi delle mentine o dei chewing gum (io ci penso sempre, se sono con uno e quello si mette una mentina in bocca io mi aspetto di essere limonata entro e non oltre un quarto d’ora)
  • “ascoltate” il corpo dell’altro e il modo in cui l’altro vi bacia, va bene essere decisionisti, ma è importante sintonizzarsi sulla giusta lunghezza (non sto alludendo a ciò che pensate) d’onda
  • usate le mani, mentre vi baciate, non restate come dei trimoni: toccatevi le guance, toccatele il collo, passetegli una mano tra i capelli (se ne ha) e poi fatela scendere sul petto, e voi uomini abbracciateci, prendeci, cingetevi a noi, che non vuol dire necessariamente appoggiarci il pacco barzotto, ma vuol dire farci capire che di noi avete voglia. Voglia davvero.

E adesso prendete e limonatene tutti.

E approfittate che siamo anche in primavera.

[Se vi va di leggere le altre cose che ho scritto per Ohhh, le trovate qui!]

 

Le 3 fasi di Gestione dello Stronzo

C’è uno specifico esemplare d’uomo con il quale non esiste donna sul Globo che non abbia dovuto confrontarsi almeno una volta nella vita: lo stronzo. Dicesi “Stronzo” qualunque maschio intento ad assumere in maniera deliberata, financo inconsapevole, atteggiamenti urticanti nei confronti della vagina (che, si sa, è per definizione molto delicata e suscettibile).

Di fatto non importa che tu sia Courtney Love oppure Suor Germana, prima o poi, di sicuro, in uno stronzo ci incappi. Un po’ come con la varicella, te la fai di sicuro. Come una tappa della crescita, come l’esame per certificare la tua expertise in campo sentimentale, se non sei mai stata sotto per uno stronzo, dopotutto, chiminchiasei?

Naturalmente, la reazione allo Stronzo cambia nel tempo, pur lasciando sempre inalterato quel minimo comune denominatore di incredulità e indignazione di fronte all’evidenza che, chiunque egli sia, non fa le piroette ai nostri piedi di Sovrane Indiscusse dell’Universo.

Scientificamente sono state documentate tre fasi esistenziali di Gestione dello Stronzo, in donne di età compresa tra i 15 e i 50 anni.

FASE 1 – dai 12 ai 19 anni: LA DISPERAZIONE

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Dalla pre-adolescenza agli anni del liceo, lo stronzo investe completamente il nostro essere. Ci straccia l’anima e ci ribalta, ci fa piangere con i singhiozzi, ci fa scrivere pagine e pagine di minchiate imbarazzanti, ci fa passare ore interminabili al telefono con le nostre amiche a parlare sempre ed esclusivamente di quanto sia stronzo lui che, però, ci piace così tanto perché lo amiamo in modo assurdo da morire. Lo Stronzo, nella Fase 1, ci debilita più di un’infezione gastrointestinale e ci fa ascoltare “Amore Bello” di Claudio Baglioni a tutto volume, senza provare un pur minimo briciolo di imbarazzo.

Del resto siamo in quella fase della vita in cui il nostro bisogno di legittimazione virile è al massimo storico e, se riceviamo piccoli segnali negativi, ne va di tutto il nostro ego. Per quello soffriamo in quel modo scomposto e viscerale, perché la sua stronzaggine mina la nostra presenza a noi stesse.

FASE 2 – dai 20 ai 26 anni: IL SOFISMA

Negli anni universitari lo stronzo assume un peso differente nelle nostre vite. Noi siamo cresciute, spesso siamo andate via di casa, siamo – per quanto acerbe – molto più consapevoli di noi stesse e questo ci permette di non subire lo Stronzo, bensì di affrontarlo e sfidarlo, di prenderlo per le palle e frantumargliele! E’ un periodo meraviglioso della vita, quello, in cui il tempo libero abbonda, il coraggio verso il mondo è enorme perché in quegli anni pensi che il mondo sia fare serata e prendere 28 a un esame. Insomma, siamo gagliarde e quindi abbiamo tutti gli strumenti per applicarci! Se lui non ci ama, lo innamoreremo!

Tipicamente, dunque, nella Fase 2 si sprecano ore di discussioni, giornate di polemiche, settimane di pugnette mentali auto-indotte e imposte al disgraziato di turno (che se non ti lascia parlare a voce, vuoi non scrivergli 4 cartelle Word, interlinea singola, carattere 10, per esprimergli il tuo punto di vista?). Abbondano in questo periodo i velleitari tentativi di cambiare lo Stronzo in questione perché, inevitabilmente, dovrà accorgersi che siamo le migliori per lui, perché lo siamo, e ci amerà come lo amiamo noi. Per sempre. Nei secoli dei secoli. Amen.

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FASE 3 – dai 27 anni in poi: MASTICAZZI

Quando ti incammini verso i 30 anni, hai un altro punto di vista sulle cose. Ormai sei grande abbastanza da aver brevettato lo stronzometro, un dispositivo cerebrale che ti permette di individuare subito il tipo di Stronzo, quando ne becchi uno: lo Stronzo Old School, lo Stronzo Digitale, lo Stronzo Seriale, il Wannabe Stronzo (perché m’hanno detto che stronzo è fico). Poche palle. Verso i 30 sei molto più sicura di te e lo sei al punto da conoscere le tue fragilità e accettarle come naturale contraltare di tutto il resto. Per questo motivo lo stronzo in questa fase della vita ci annoia. La sua scapestratezza sentimentale non è più un nettare emotivo per la nostra psiche vaginale e la spinta formativa data dal confronto con lo stronzoide l’abbiamo esaurita almeno 5 anni prima. Lo Stronzo a questo punto non aggiunge niente, non ci completa e ci fa al massimo perdere tempo.

Per carità, il fascino dello Stronzo è un grande classico della vaginografia contemporanea, un carisma intramontabile nel quale può succedere a volte di ricadere. Ciò che cambia, in noi, sono i tempi di reazione. Rispetto a quando eravamo pischelle, adottiamo il protocollo “Masticazzi”,  gli tagliamo la testa e bon, ciaoproprio, stronzo sei e stronzo resterai, adesso lo so che, non essendo la Madonna di Madjugorie, non ho il potere di redimerti. Non mi interessa quale traume psico-sodomo-cerebrale abbia condizionato il tuo sviluppo. Cordialmente, addio.

Perché sì, cazzo, è ora di sfatare questo mito sul fatto che ci piacciono gli stronzi. No. Non è del tutto vero. La verità è che gli stronzi ci ricordano di quando eravamo giovanissime e rievocano in noi un tempo sufficientemente lontano da sembrarci bello, giocano con la nostra nostalgia vaginale. La verità è che confrontarsi con uno Stronzo è molto più semplice che confrontarsi con un Uomo. La verità è che uno stronzo non ci obbliga a diventare migliori, a superare i nostri limiti, e i suoi, passando dalla relazione di fantasia a quella reale. La verità è che lo Stronzo non ci impegna.

E non è che quando eravamo ragazzine amare era più facile.

E’ solo che allora eravamo disposte ad amare uno Stronzo, mentre oggi pretendiamo di amare un Uomo.

L’atrocità del Petting

Ieri mi è capitato di riflettere sull’atrocità del petting.

Ci sono arrivata riflettendo sui sospesi sessuali, ovvero quei flirt/relazioni che non hanno mai trovato sublimazione in un atto di fornicazione oscena e consapevole, per intenderci.

Tutto è naturalmente partito da un messaggio ricevuto su whatsapp da un mio ex, che risale ai tempi in cui ascoltavo ancora i Red Hot Chili Peppers convinta che il loro funky rock fosse il non plus ultra ed ero completamente persuasa all’idea di perdere la mia verginità con i pettorali di Anthony Kiedis.

Ho ricevuto questo whatsapp da un numero con prefisso internazionale, perché a me piace flirtare con quelli che stanno negli altri continenti, così non corro il rischio di farmi una sana chiavata come Rocco comanda.

La cosa bizzarra è che avevo sognato il tizio in questione la notte prima ed essere contattata il giorno dopo ha inevitabilmente toccato corde sensibili di una vita, la mia, ricca di colpi di scena relazionali, sentimentali, sessuali. Tanti, troppi, decisamente ridondanti per un solo cuore.

Così, tra un “come va?” e un “mi dispiace di non averti salutata degnamente”, siamo finiti a parlare di quanto eravamo giovani quando facevo petting primordiale in gita scolastica, oppure quando c’era assemblea d’istituto e si andava in motorino alla villa al mare, dove la casa era umida, e le lenzuola intonse e fredde, e un sole spinto dalla tramontana passava dalle persiane. Sì, ho un ricordo molto poetico del petting primordiale.

Il tizio in questione è uno che risale ai tempi in cui il mesiversario era un traguardo esistenziale e lo si festeggiva con un peluche di Diddl, il topo che dopo una prolungata esposizione ai monologhi di Saviano ha subito una mutazione genetica che gli ha ingigantito zampe e orecchie. Di quei tempi in cui il T9 era un ritrovato di avanguardia tecnologica che induceva i più lungimiranti a pensare che un giorno i computer avrebbero sostituito gli esseri umani. Di quei tempi in cui esisteva ancora netmeeting, dove la gente ti chiamava random e ti mostrava il pisello e tu chiudevi inorridita che, in fondo, non c’avevi tanta confidenza col membro virile.

Ecco, a quei tempi lontani in cui se ci avessero chiesto dove saremmo stati oggi forse avremmo risposto più o meno dove siamo: lui dall’altra parte del mondo a fare il managercazzi e io a Milano, al nord, in qualche posto dove avrei fatto tipo la giornalista o la pubblicitaria. Perché io no, non sarei andata in un altro continente. Quei tempi lontani in cui potevamo immaginare che da adulti avremmo concluso grandi robe, comprato bei vestiti, costruito una bella vita insieme a qualcuno. Del resto erano i tempi in cui sostenevo che entro i 30 avrei fatto tutto: lavoro, casa, marito e figli. Anche una fetta di culo.

E invece tra la teoria e la pratica lo scarto è enorme, i nostri limiti li impariamo vivendoli, e così ci ritroviamo dopo 10 anni con i nostri sospesi, con le fellatio mai elargite e rivendicate con un decennio di differita a migliaia di chilometri, con la memoria di quando emozionarsi era così assurdamente, meravigliosamente possibile. E la decadenza era fica, ed essere complicati era avvincente.

Ma soprattutto, la cosa più sconvolgente è che all’epoca si riteneva eticamente plausibile strusciarsi per ore nelle parti intime senza copulare. Che è una roba che, ripensandoci oggi, uno si chiede come sia possibile. Voglio dire: quanto mal di palle hanno avuto i poveri cazzetti che abbiamo incontrato sul nostro cammino in quegli anni lì? Quelli che sì-appoggiamelo-ma-non-entrare, sì-mi-metto-su-di-te-e-timidamente-mi-dischiudo-come-un-bocciuolo-di-rosa-ma-no-non-te-la-do-perché-sai-non-sono-proprio-sicura-di-essere-proprio-pronta. Che quelle erano torture che potevano intervenire i caschi blu dell’Onu, a fermare l’atrocità. Poi sì, certo, per carità, fronte cazzetti tutto quello che veniva era epifania e andava bene e diventava argomento di chiacchiere dopo il calcetto o nel cesso del liceo.

Solo che ecco, mi pareva giusto, così, ripensnadoci, spezzare una lancia in favore di tutti quei cazzetti che non ci hanno né violentate, né molestate, né seviziate, né lasciate dopo interminabili sessioni di petting che alle volte non culminavano nemmeno in un orgasmo. Che era impacciato esplorarsi, allora, più che altro.

Ecco, volevo dirvi grazie.

Così. Che mi pareva giusto.

E ormai l’ho detto.

Lolita

Ho rivisto Lolita, ieri sera.

Ho rivisto Lolita e non avrei dovuto farlo.

E’ successo per caso, stavo facendo zapping, completamente divelta dopo 3 giorni di riunioni. E sono inciampata in una discutibile Melanie Griffith che mostrava la casa al Professor Humbert. E no, lui ancora non l’aveva vista, la sua ninfetta, il fuoco dei suoi lombi, il suo peccato, la sua anima, il suo paradiso illuminato dalle fiamme dell’inferno. La sua Lo.

Era proprio l’inizio e tutto doveva succedere.

Perché sì, naturalmente io parlo del Lolita  del 1997, quello di Adrien Lyne, con Jeremy Irons che sto male e la colonna sonora di Ennio Morricone. Quello che Kubrick mi ha fatto le pippe, in confronto.

Mi sono fermata su Lolita. E non avrei dovuto farlo.

Lolita è un film che ho consumato, con la pelle e con la pancia, quando ero appena adolescente e attraverso lo sguardo immenso di Jeremy Irons ho forgiato la mia conclamata gerontofilia.

L’ho guardato. E riguardato. E riguardato. L’avevo registrato su una vecchia VHS, sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film.

Ho rivisto Lolita e ho avuto di nuovo 15 anni.

Ho amato di nuovo Humbert, ho desiderato di nuovo qualcosa di mostruoso e meraviglioso da vivere, ho pianto di nuovo per la sua mediocrità, per la sua debolezza, per il suo egoismo feroce, per tutto il male che le ha fatto. Ho pianto di nuovo per quegli amori che nascono storti, come le erbacce cattive, dove non dovrebbero crescere. Ho pianto di nuovo per quelli a cui capita di desiderare ciò che non dovrebbero, di sentirsi vivi nel peccato, fuori dalla misericordia di tutto ciò che è normale, o accettabile. Sono stata di nuovo lei, smorfiosa e inconsapevole. Sono stata lui, patetico e miserabile. Sono stata le loro urla strazianti, le loro risate contaminate di amarezza, sono stata di nuovo quel peccato inesorabile, quell’incontro di disperazioni, quella follia cieca, quel desiderio iperbolico di amare qualcuno danneggiandolo.

Ho ricordato com’ero, 12 anni fa, quando guardavo questo film. Ho ricordato quanta ansia di vita e di errori avessi. Ho ricordato quanto amore mi impegnassi a dare, e quanto dolore fossi capace di provare, e quanto riuscissi a sublimare il mio struggimento, come se proprio quello mi rendesse più viva che mai. Che non mi poteva bastare, limonare alla Villa Comunale, a me, per sentirmi viva.

Ho ricordato quanto, stando insieme al mio cazzetto 18enne,  invocassi il mio amore, devastante e morboso, consapevole del fatto che il mondo l’avesse per certo in serbo per me. Ho ricordato che Jeremy Irons mi sembrava bellobellissimo. Ho ricordato com’ero e ho sentito ancora esistere, schiacciata sotto il peso di una vita oppiacea e impegnatissima che non lascia spazio ai sentimentalismi, piccolissima, quella 15enne, in me, nascosta, tra il fegato e qualcosa di anatomicamente attiguo.

Ho ricordato com’era drammatico e rassicurante, pensare di poter amare qualcuno nella negazione, nel non poterlo avere, nel desiderarlo più di qualunque altra cosa al mondo e sentire le fitte nel ventre all’idea di non poter essere al suo fianco, per sempre. Perché allora ci si credeva al per sempre, cazzo se ci si credeva. E si credeva pure, allora, che Lui sarebbe rimasto per sempre Lui.

Ho rivisto Lolita. E non avrei dovuto.

Perché attraverso la loro storia, la loro pazzia, la loro colpa, ho rivisto me stessa. Ho pianto per quella prontezza d’amore che non ho più, per il coraggio di perdere l’equilibrio che ho smarrito. Ho pianto per gli errori meravigliosi e tremendi che ho fatto. Ho pianto per paura di non farli mai più.

Ho pianto. Poco. Perché non so più piangere tanto. Con grande compostazza. Senza smorfie.

Ho pianto con le lacrime che venivano giù, da sole. Taciturne. E adulte.

Ho deciso che devo averlo il dvd di Lolita, nella mia colonna dei dvd.

Devo averlo perché si può dire che quel film abbia parzialmente deviato la mia percezione delle relazioni, del giusto, dello sbagliato. Devo averlo perché mi sono accorta che dentro c’è la memoria di troppe cose.

Devo averlo per quando ho bisogno di piangere e non ci riesco.

Devo averlo per ricordarmi quanto ero appassionata, dieci anni fa.

Anche se, tutto sommato, c’è da dire che ieri era il mio PorcoCanePrimoGiornoDiCiclo

La Fase del Secondo Limone

Il limone ha un ruolo importante nella vita di ciascun individuo.

C’è chi c’arriva prima, chi c’arriva dopo. Io, per esempio, ci sono arrivata in ritardo e ciò mi ha causato considerevoli problemi di integrazione sociale per buona parte della mia pre-adolescenza. In sostanza, non mi si limonava nessuno. Essenzialmente perché ero un cesso.

Parte della mia cessaggine originale era da imputare alla Vagina Maestra che, in maniera assolutamente illegittima, riuscì dopo la prima comunione – a 10 anni – a manipolarmi e a convincermi che sarebbe stato fantastico avere i capelli corti. Ma corti-corti. Proprio corti “alla maschietto”. Così io, ignara, lasciai che recidessero la mia chioma, condannandomi al peggior triennio che una giovine vagina in fase pre-puberale abbia potuto vivere nella storia dell’umanità. I miei capelli, infatti, oltre ad avere un non so ché di pagliereccio, tipo che le Rondini della San Benedetto potrebbero nidificarmi in testa con sommo appagamento, hanno l’altra caratteristica di crescere in maniera lenta. Anzi, no:

L   e   n   t   a  .   .   .

Bene. Quindi, essendo che ero un cesso con i capelli corti, gli occhiali con la montatura tonda e dorata, le sopracciglia che parevo l’orso yoghi in eccesso di testosterone, ecco, era pure normale che nessuno mi si limonasse, contrariamente alle mie amiche che avevano già una mezza dozzina di limoni alle spalle e due bocce paura a 11 anni.

Detto ciò, al limone ci sono arrivata anche io. A 15 anni. E ci sono arrivata dignitosamente, con un tipo che a me pareva fichissimo (che Frecciagrossa85 ricorda ancora come il mio fidanzato più gnocco…ma io non sono d’accordo), che faceva il quinto superiore, mentre io facevo il secondo e che, per la celeberrima regola del “ogni buco è pirtuso” aveva deciso che poteva anche essere il mio ragazzo. A patto che io iniziassi a farmi le sopracciglia, of course…

E lì, all’adolescente, indifferentemente che sia cazzetto o vagina, si apre proprio un mondo. Il mondo del Limone Spinto. Quella fase succulenta della vita in cui si può trascorrere un numero sconsiderato di ore a limonare come se non ci fosse un domani. In cui si investono pomeriggi interi nella sublime arte del limonare sulle panchine del lungomare o della villa comunale, strusciandosi l’uno contro l’altro, che il mondo ci pare n’altro e che ci fa sentire così fichi, aver bigiato la scuola per andare a fare cose sozze-ma-non-troppo.

Ecco, poi si cresce. E il povero limone, che tante gioie c’ha donato, viene brutalmente soppiantato dalla nuova frontiera della trasgressione: il ditalino (neologismo la cui liceità è circoscritta tra i 14 e i 16 anni di vita, per quanto mi riguarda). Dopo il ditalino, tornare indietro è difficile. Si innesca nell’adolescente l’escalation sessuale che, passando per cunnilingus, fellatio e penetrazione, accontona ufficialmente il fascino del limone originario.

Non solo, arriva addirittura un momento della vita, solitamente dopo i 20 anni, in cui l’ex limonator, guarda con incredulità a quel tempo lontanissimo in cui si slogava la mascella e si consumava la lingua in appassionatissime sessioni orali. Ci ripensa con tenerezza, dicendo qualcosa come: “ma quanto eravamo ingenui”.

Poi si cresce ancora. Le storie finiscono. Finisce la prima. La seconda. La terza. Ci si sente vecchi, persino, a volte.

E poi accade che, improvvisamente, come notoriamente succede nella storia che è ciclica, il Limone riappare, prepotente, in tutto il suo dirompente e pervasivo desiderio. A quel punto si entra, dopo i 25 anni, ufficialmente nella Fase del Secondo Limone, che è quella fase splendida, in cui già sai tutto quello che c’è dopo (o quasi tutto, sì) e non hai fretta. In cui a limonare non ti senti più grande, ma più piccolo. In cui puoi gustare tutto il desiderio che ti arriva fino alla punta delle unghie, passandoti per gli avanbracci, e il collo, e le spalle.

In cui puoi tornare a casa, leggerissima. Come se fossi una teen-ager.

In cui puoi tornare a casa, leggerissiima.

Come non succedeva da un macello di tempo.