Taxi Rider

Milano è così. Ci sono volte che hai il bisogno feroce di scappare. E volte che hai il desiderio ardente di tornare. Non vale per tutti, naturalmente. E forse non vale per sempre. Non vale per quelli che Milano non la comprendono, per esempio. Non vale per quelli che di Milano non colgono l’essenza. Non vale per quelli che pensano che l’unica cosa che Milano abbia da offrir loro è uno stipendio di millerrotti euro al mese. Non vale per quelli che sono scappati prima che Milano sortisse la sua magia, o che — direbbero loro — li imprigionasse. Li compromettesse.

Sia chiaro, anche io sono stata così. Lo sono stata a lungo. Il mio rapporto con Milano è stato complicato, conflittuale, sofferto. Insomma, ha seguito il copione standard di tutte le mie relazioni amorose fondamentali. E si sarebbe interrotto, se io non avessi avuto la cocciutaggine di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Anche qui, esattamente come con gli uomini. In effetti, l’unica ragione per cui la mia storia con Milano non è finita, è che Milano non poteva mollarmi (cioè, farsi mollare, ma insomma è lo stesso) e trovarsene un’altra, più easy, più brava, più buona. Milano non aveva le gambe per andarsene.

Io Milano non la volevo. A me, di fare carriera, non me ne fregava un cazzo. Forse perché sapevo che comunque l’avrei fatta. Non la carriera in senso stretto, ma che qualcosa avrei combinato, in qualche modo, in ogni caso. Sono altre le cose che non ho mai saputo di me stessa, quelle su cui non avrei scommesso, quelle su cui ancora oggi nutro riserve. Se saprò mai amare, per esempio. Amare nel senso reale, non retorico, del termine. Sull’amore retorico sono una bomba. Nessuno mi batte, su quello. Ma sull’altro, quello vero, quello che investe (invece di sacrificare) una parte dell’individuo nel “noi”, ecco quella roba io boh. Vediamo. Le faremo sapere. Ma della carriera, non ho avuto dubbi mai. Questo per dire che io pensavo che di Milano non avevo bisogno. E pure che io Milano non la volevo. Per niente.

Ma le ho fatto il favore di venire qui. Così. Non mi serviva, Milano, ma sapevo che avrebbe potuto giovarmi, in qualche maniera. Perché ho sempre pensato che dai recinti bisognasse uscire, per indagare l’esterno, per capire cosa c’è dentro e cosa c’è fuori, e solo allora scegliere dove collocarsi. Sceglierlo, per l’appunto. O forse no, forse era solo curiosità. Forse era solo inerzia. Forse solo una sfida, una partita aperta, una punizione. Non lo so. Fatto sta che io qui ci sono venuta. E l’ho odiata.

L’ho odiata profondamente e a lungo. L’ho odiata per le sue contraddizioni e per i suoi eccessi. Per i suoi inglesismi e per i suoi terribili acronimi anglofoni (ASAP, FYI, TBC, ma come cazzo parlate?, pensavo). L’ho odiata per la sua fretta, la sua competitività, per i suoi altissimi standard d’efficienza, offerti e pretesi. L’ho odiata per le troppe opportunità che m’offriva, in mezzo alle quali non ero più capace di scegliere. Milano l’ho odiata perché ero smarrita. Perché ero arrivata qui con il mio piccolo-enorme bagaglio di certezze, e quella me l’aveva svuotato. Certezze forse è una parola forte. Persuasioni, ecco, potremmo dire “persuasioni”. Comunque molto radicate.

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Ero persuasa di essere figa, per esempio. Ero persuasa di essere benestante, per esempio. Ero persuasa di essere brava. In men che non si dica, Milano mi ha chiarito che qui era pieno di gente più figa, più benestante e più brava di me. Me l’ha chiarito ignorandomi, inizialmente. Poi mi ha imbarazzata. Mi ha fatta sentire fuori luogo, inadeguata e mai abbastanza, un numero di volte che non saprei dire, perché non le potrei contare.

I primi anni la cosa che più mi auguravo, in qualunque contesto, era di risultare invisibile. Se non fossi stata invisibile, sarei comunque stata inappropriata. Tra le due, era senza dubbio migliore l’invisibilità. Essa, talvolta, può addirittura essere un super-potere. Non mi risulta che la Marvel abbia, al contrario, fatto un fumetto su un’eroina con il dono dell’inapropriatezza. Non esiste una X-Men col dono, per esempio, di essere grassa dove tutti sono magri (onestamente non so cosa facciano ai grassi a Milano; come minimo li deportano in un Fat Camp, dove realizzano una web-serie, che pubblicano su YouTube, ma fanno il teaser su Facebook, e le pillole video per Instagram e Vine, ma pure la gif per Twitter; e puoi seguire i protagonisti su Snapchat e insultarli in tempo reale).

Cioè, l’icona femminile per definizione “inappropriata” è Bridget Jones, ma andiamo, Bridget è sfigata. Io dico una Wonder Woman, una Catwoman, una Eva Kant (se dico imprecisioni, non vogliatemene, non capisco un cazzo di fumetti).

Non esiste una super-eroina col dono di avere numero 3, dico TRE, borse Carpisa. E io, beh, ce le avevo. Certo, avevo una Miu Miu nuova di zecca, che mi aveva regalato — svenandosi — un mio ex nel tentativo, immagino, di farsi perdonare plurime corna. Però ecco era UNA SOLA delle mie borse. L’unica.

Il primo giorno di lavoro, la prima cosa che mi disse quella che sarebbe stata nei mesi a seguire la mia tutor, fu “Bella borsa, ce l’ho uguale”. Ce l’aveva uguale. E ne aveva altre. Altrettanto fighe. Io no. Io avevo solo quella. Era la mia borsa migliore e io me la sparai al primo giorno di lavoro. Rookie mistake. Prima lezione di vita milanese: se non hai almeno 5 borse stra-fighe da poter sfoggiare in ordine crescente di fighezza, non andare a lavoro con la borsa più figa il primo giorno. Così come, se non hai la certezza di poter ampliare progressivamente il tuo Parco Borse con un upgrade costante di livello, mantieni comunque un profilo schiscio. E, bada, prima di passare a comprare una nuova borsa figa, devi equiparare il livello del portafogli. Perché un portafogli di Furla non sta bene dentro una borsa di Prada. E tra una borsa Coccinelle, e una borsa unbranded, preferisci l’unbranded, perché Coccinelle è come dire “Vorrei ma non posso”. Me lo sono sentito dire una volta, durante una riunione di lavoro. Inutile segnalarlo, avevo una Coccinelle.

La mia Miu Miu ad oggi giace semi decomposta sul mio ripiano delle borse, ma è ancora la borsa più figa che io abbia. L’unica che a Milano meriterebbe l’epiteto di “borsa”. E senza troppo entusiasmo comunque. Nel senso che Miu Miu non è come una Chanel originale. Cioè, brave tutte con la Miu Miu. È tipo l’entry-level di un’escalation di borse, al cui costo non esiste limite, non c’è un tetto. L’ho scoperto grazie a una delle mie amiche più milanesi, che è maestra di stile, una trend setter talmente VERA che non è neppure attiva sui social. Lei si veste in un modo, e pian piano quelle intorno a lei iniziano a vestirsi uguale. Borse così belle che le ho chiesto se, il giorno che deciderà che è stufa, che deve far spazio, che le deve buttare via, se per piacere le vende a me (sì, è un’OPA sulle borse usate della mia amica milanese, questa).

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Ecco non saprei dire quand’è che io e Milano abbiamo smesso di portarci sulle palle. Un giorno però è successo.

No, non sono stati i concerti, gli eventi, le mostre, le anteprime, i servizi. Che comunque senza dubbio aiutano. Ma no. Non è per i concerti che vivi a Milano. Cioè a Milano suonano talmente tutti, che smetti pure di andarci ai concerti. Io, per lo meno, ho smesso. Preferivo di più quando dovevo prendere un treno lercio e massacrarmi fisicamente, di quando dopo una giornata di lavoro dovevo pure obbligarmi ad andare al PalaStocazzo o al ForumMinchia per vedere tale gruppo indie, di cui conoscevo due o tre canzoni, perché le ascoltava il mio ex di 2 anni prima. Ma sticazzi. No, non sono neppure i concerti che mi sono serviti ad amare Milano. Hanno aiutato, perché hanno aiutato. Aver visto Roger Waters, i Depeche Mode, gli Interpol, gli Arctic Monkeys, i Porcupine Tree, Morrissey, Bruce Springsteen, Patti Smith, gli Afterhours, i Baustelle (2 volte, agli Arcimboldi e al Carroponte) e decine di altri di cui non ricordo i nomi ma che saranno molto noti nel panorama indie, voglio dire per essere una che non va ai concerti, ne ho visti un bel po’. E per essere una a cui i musical fanno cacare, ne ho visti 3 o 4 (tra cui Rocky Horror ben 2 volte, una delle quali allo storico Cinema Mexico, e l’ho amato). Tutto questo ha aiutato. Ma non è stato questo.

È successo il giorno in cui ho smesso di guardare questa città come un’antagonista e ho iniziato a guardarla come complice, che le cose sono cambiate. Quando ho capito che dovevo comprenderla io, affinché mi comprendesse lei. Quando ho accettato che la diversità può essere un vantaggio. Quando mi sono assunta la responsabilità di esserci andata con le mie gambe, fuori dal recinto, smettendola di subappaltare a terzi le colpe e i meriti di quella che ero.

Milano ha iniziato a piacermi quando mi ha aiutata a diventare più simile a quella che vorrei essere. E questo un costo ce l’ha, certo che ce l’ha, ma è diventato un investimento e non una tassa emotiva.

Milano mi piace, adesso. Chiedermi perché io viva qui è come chiedermi perché ho i capelli ricci. O se penso di avere per sempre gli occhi castani.

Sono rientrata, dopo un mese di assenza, in treno, attraversando le intemperie che flagellano il Bel Paese. Sono arrivata di sera, tardi. Ho guardato le volte a botte in ferro della Stazione Centrale e sentito il freddo pungermi attraverso il jeans. Ho sollevato gli occhi e ho visto un cartello immenso che mi dice che SE VOGLIO, POSSO avere fino a 1 Gigabyte al SECONDO. Che non lo so, io sono ancora con l’adsl di mio nonno credo, ma va bene. Se voglio, posso.

Sono andata alla stazione dei taxi, dove i taxi ci sono, sempre. Con la fila, che scorre ordinata e civile. E i tempi di smaltimento sono quasi immediati.

Il tassista, per tutto il tragitto che dalla stazione mi conduceva a casa, mi ha raccontato tutte le sue disgrazie sentimentali, senza naturalmente conoscermi.  L’ho salutato dicendogli “Tutti abbiamo il nostro passato e tutti siamo passibili di giudizio. Il punto è trovare qualcuno che non ci giudichi, ma che ci comprenda e che sia disposto a conoscerci

Quello mi ha salutata complimentandosi, perché non gli capita mai di fare della conversazione così edificante.

La corsa comunque non me l’ha offerta.

Rientrata a casa, mi sono ricordata di quell’altra volta, che era estate, un luglio torrido che ti saresti scuoiata viva per il caldo. Rimasi nel taxi, sotto casa, a corsa terminata. A fumare una sigaretta insieme al tassista, parlando di quanto fosse difficile l’amore.  Di che scemenza fosse, l’amore. Gli raccontai tutto, quella volta. Neppure me ne accorsi. Mi fece mille domande e io gli risposi, senza filtri, nuda come un verme. Come una donna sola che ha un bisogno terribile di parlare. Come una bambina, del tutto spoglia della salvifica diffidenza metropolitana.

Mi feci mille paranoie, a seguire. Temendo mi avrebbe stalkerizzata. Che di me ormai sapeva tutto. Che magari era un serial-killer. Naturalmente non l’ho mai più visto.

Milano è così. Può esserti amica e pure innamorata. Se dimostri di meritarla.

Viceversa, può essere stronza e spietata. E se lo può permettere talmente tanto, di essere spietata e stronza, che pure chi la odia alla fine sta qua (non tutti quelli che la odiano, ma molti di quelli che ci vivono).

Dovrei scriverle comunque le mie avventure sui taxi milanesi.

Dovrei approfondire l’idea.

Taxi Rider dovrei chiamare la raccolta.

Essere una Droga

Nella vita mi è capitato spesso che gli uomini mi dicessero cose come: “Sei una droga“.

Questo, quando sei una pischella decadente che fa sogni bagnati su Manuel Agnelli degli Afterhours, ti lusinga non poco. Perché ti fa sentire gagliarda, una che più-ne-hai-più-ne-vuoi, una che non puoi farne a meno, una che inebria, una che sballa, una che abbassa le inibizioni e che riduce il raziocinio.

Quando hai 29 anni e gli uomini ti dicono che sei una droga, realizzi che la droga è notoriamente una cosa sbagliata. Che per quanto godimento possa dare nel breve, sul lungo periodo presenta pesanti effetti collaterali, crea dipendenza, richiede disintossicazione. Che la droga non puoi assumerla per tutta la vita, se non rischiando di rimanerci sotto o di rimanerci secco (a seconda della tipologia di stupefacente). A 29 anni realizzi che ciò che ti stanno in effetti dicendo è che sei tossica, come i rifiuti in Campania, e tanto basta a capire perché le tue amiche convolano a nozze mentre tu sei, al loro matrimonio, al tavolo delle donne single e degli omosessuali.

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La normalità, quel meraviglioso ideale borghese nel quale siamo cresciuti: il coniuge, i figli, la casa in città, la villeggiatura, l’animale domestico, l’abbonamento a Sky, la doppia automobile, la domenica dai suoceri, la settimana bianca a Natale, la baby sitter. Questo abbacinante eldorado middle class verso il quale procediamo fin da quando abbiamo 5 anni, più o meno inconsciamente. Perché fin dall’infanzia fantastichiamo sulla famiglia che avremo, sulla città in cui vivremo, su tutti i viaggi che faremo e tutti i posti del mondo che vedremo, sul lavoro che svolgeremo (e sia chiaro che io non ho mai voluto fare la ballerina, che ho anzi avuto fantasie come parrucchiera, come salumiera, come contabile – quando giocavo con una vecchia calcolatrice che mi aveva regalato mia nonna – e dai 12 anni in poi come poetessa maledetta tipo Arthur Rimbaud). Perché in fondo da sempre pensiamo che saremo straordinari, da grandi, o male che ci vada “normali“, di quella normalità molto gauche caviar. Non pensiamo mai, da piccoli, che saremo insoddisfatti perché tutto ciò che ci aspettavamo (nel lavoro, nell’amore, nella maturità) è, nella vita vera, molto diverso. A volte inaccessibile. A volte banale. A volte mortalmente noioso. Da piccoli non ci accorgiamo che quell’ideale borghese di normalità è una fregatura, che non è vero, che non è così meraviglioso e desiderabile e scontato come ci hanno sempre fatto credere. E di solito è qui che si cresce. Quando si metabolizza tutta la distanza che c’è tra l’aspettativa e la realtà. Tutta la distanza che c’è tra essere una donna-proteina ed essere una donna-anfetamina.

A volte penso che sarebbe più giusto essere una donna-proteina, una sostanza che un uomo deve prendere per tutta la vita per stare bene, per essere sano, per essere forte, per essere fertile. A volte mi sono impegnata per essere una donna-proteina ma la verità è che a 29 anni so che ciò che siamo può cambiare solo parzialmente, che prima o poi la nostra natura verrà fuori, tutta insieme, e sarà un’overdose.

La verità è che a 29 anni capisci che il mondo si divide in quelli che resistono alla tentazione di schiacciarsi i brufoli e quelli che cedono alla medesima tentazione, pur sapendo che è sbagliato, che infetterà altri pori, che lascerà i segni sulla pelle, in nome di una ignota forma di morbosa soddisfazione che provano nell’atto. E se uno non riesce ad essere ortodosso nemmeno in senso dermatologico, come può esserlo su tutto il resto?

La verità è che a 29 anni ti stanchi di condannarmti perché ti schiacci i brufoli, perché non hai una moralità anni 50, perché non incarni quell’ideale borghese di normalità.

La verità è che a 29 anni capisci che non può mai essere solo colpa del “fato” e nemmeno solo colpa tua.

La verità è che a 29 anni realizzi che sei seduta al tavolo da gioco da un pezzo e che giochi da sempre con le carte che hai. E che hai sbagliato un sacco di mani. E che hai ancora fiches abbondanti per continuare.

La verità è che a 29 anni devi accettare che, anche se come tutte le bambine sei stata educata a pensare che saresti diventata moglie e madre, in realtà sei single e libera. O zoccola, secondo alcuni.

La verità è che a 29 anni ti accorgi che forse dovresti solo scopare di più.

E sesso orale. E santità.

Quando una è single le succede di alternare momenti di profonda aridità emotiva a periodi di elevata sensibilità sentimentale, durante i quali si innamora a ogni piè sospinto, attingendo a un repertorio umano che varia dall’autista del tram ad Arthur Rimbaud.

In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle. Anzi, sono innamorata dei Baustelle.

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Come di tanto in tanto faccio, ho smosso i miei potentissimi canali vaginali e ho ottenuto due accrediti per me e indievagina che, oltre a essere l’eletta che meglio può apprezzare questo genere di esperienza metafisica di lunedì sera dopo il lavoro, è anche colei che per prima mi passò La Malavita, in un pomeriggio di diversi anni (e diversi kilogrammi) fà.

Così, intorno alle 20 siamo montate a bordo del mio bolide e siamo partite alla volta degli Arcimboldi, per assistere al Fantasma Tour, non prima di aver ingurgitato un hot dog di fetida qualità accompagnato da birra piscio, disquisendo su quanto tra tutte le tipologie di junk food, quello  pre-concerto resti indiscutibilmente il più gustoso.

Ci siamo sedute, pochi minuti d’attesa, si sono spente le luci e lo spettacolo è iniziato.

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E’ iniziato e io non so se sia dipeso dal fatto d’essere in teatro, che io mi suggestiono sempre quando sono in teatro, oppure dalla presenza dell’orchestra diretta da Enrico Gabrielli, che io adoro perché i Calibro 35 sono così bravi che non si ascoltano, ecco io non lo so da cosa sia dipeso, ma ho pensato dal primo istante: “Cazzo, sono diventati grandi“.

I Baustelle son cresciuti. L’evocazione adolescenziale ha lasciato il posto a un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali, la malinconia dubbiosa da trentenni di provincia, l’inquietudine esistenziale si è evoluta, si è complicata. E questo i Baustelle ce lo mostrano, senza inibizione e senza ostentazione, facendo ricorso a un canto che si fa narrazione e a un impianto strumentale che esprime il putiferio opaco che vi è dietro, che vi è dentro, che vi è sotto.

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La maturità chiude le possibilità. Il Futuro è una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. E tutto rimane permeato da un’incontenibile, sfrontata e persino precoce nostalgia. Ed è proprio questa specie di ansia naturalizzata, questo logorante sentimento del tempo che scorre inesorabile, cantato con una disarmante spontaneità, che me li ha fatti sentire vicini. Vicinissimi.

I Baustelle sono cresciuti. Hanno metabolizzato e rielaborato i propri tratti distintivi, arricchendoli di rimandi, omaggi, citazioni della migliore tradiziona cantautorale italiana, ma anche di cori e giochi di luce di pinkfloydiana memoria, e sonorità a tratti lisergiche. E anche quando sale il sospetto che forse non ci sia in essi qualcosa di davvero nuovo, di davvero straordinario, di davvero mai sentito (per quanto encomiabile e interessante sia ciò cui si sta assistendo), ecco che arriva un verso, senza preavviso, 4 o 5 parole messe in fila, che ci lasciano nudi. Che ci obbligano alla resa. Come il “Perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia. E dammi figli e verità. E sesso orale e santità ” di Nessuno.

Cioè, io glielo davo veramente l’utero, a uno che mi cantava ste robe, per dire…

I Baustelle sono cresciuti. E io non so dire se siano migliori o peggiori di quelli iniziali, che pure abbiamo amato. So soltanto che sono cresciuti, come persone e come artisti. E so che io sento ciò che sentono loro. So che tutti cerchiamo la chiave individuale a un disagio generazionale. So che quell’irrisolto oggi è più profondo di ieri, al punto che – d’un tratto – le parole finiscono e tutto viene demandato all’orchestra che interpreta, sublima e ci restituisce i perché e i per come delle nostre angosce condivise. Della nostra paura di fallire.

So che i Baustelle sono cresciuti e che interpretano come pochi altri lo spirito del nostro tempo: la sua controversia, la sua inadeguatezza a tutti i semplicismi, la sua ansia, la sua rassegnazione sofferta. Ma anche la sua cultura, la sua finezza, il suo catartico cinismo, la sua malinconica bellezza.

So che i Baustelle sono cresciuti e saranno tra quelli che un giorno ascolterò in macchina, in viaggio, con il mio compagno accanto e i figli seduti dietro. Come mio padre faceva quando ero bambina. Con De André. E Dalla, e De Gregori, e Bennato, e Battisti.

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In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle.

Perché magari sembrerà strano, ma è una cosa meravigliosa sapere che qualcuno è ancora capace di toccare le inquietudini che ho dentro. Anche se è un musicista. Anche se lo fa cantando, in punta di dita, sull’orlo di me. Senza conoscermi.

FicaSmelling

Di recente un evento nefasto ha leso la mia vanità vaginale.

Facciamo una dovuta premessa: io non sono quel genere di vagina ossessionata dal bisogno di piacere, posto che piacere mi piace, come a qualunque essere pluricellulare dotato di pneuma vitale e che, come è noto, i complimenti sono la mia zona erogena preferita. Tuttavia, la gravosa consapevolezza dei miei pregi e dei miei difetti – ma soprattutto difetti – mi porta a comprendere perfettamente quanto possa essere plausibile che io NON piaccia. Sia fisicamente, che caratterialmente.

Nella vita dopo la prossima, in cui voglio rinascere maschio, magro, superdotato e frocio, nella mia bisvita insomma, voglio rinascere piccoletta, minuta, con l’ossatura di carta velina, i capelli lisci, le tettine piccine picciò e il cocco-culo, ovvero quel culo così rotondo e piccolo che possa chiudersi in una noce di cocco. Nella vita dopo la prossima, per l’appunto. Nel frattempo c’ho il mio culone, le mie cosce, la mia panza, le mie zinne, e ci convivo, siamo tanta roBBa, ci facciamo compagnia. In compenso, come molte mie simili, ho cercato di affinare altre qualità, tipo la fellatio perfetta.

Detto ciò, veniamo al dunque.

Qualche sera fa mi chiama Frecciagrossa che mi dice di essere uscito con L’UomoCheSussurravaAlleSueNarici.

L’UomoCheSussurravaAlleSueNarici è un nostro amico di vecchia data, che secondo Frecciagrossa mi si sarebbe fatto più o meno dai tempi della prima erezione. Io ho sempre dissimulato questa convinzione del frocio, ma era una postura, roba del tipo: “Ma nooo, ma che diciiiii, mica gli piaccio”, anche perché lui, LUCSASN, veniva in classe con me e io non potrò mai superare, come sempre avviene con i compagni di classe, l’idea di lui 14enne, secco, con l’acne e l’apparecchio ai denti.

La verità, però, è che anche io ho sempre creduto che LUCSASN mi avrebbe volentierissimo chiavata. Non che LUCSASN mi abbia mai molestata fisicamente, sia chiaro, né che le nostre carni siano mai entrate in contatto in modo improprio. Ma insomma sì, quelle cose che noi vagine lo capiamo, no, quando uno ci si schiaccerebbe, che del resto c’abbiamo il nostro “infallibile intuito vaginale“.

E ho anche sempre pensato che io e LUCSASN siamo amici da tanti anni, che nulla è mai successo e nulla mai succederà e che, al massimo, il mio sapere vaginale gli può essere più utile per gestire una conterranea 22enne che per altro. In tutto ciò, però, lui non doveva mai smettere di trovarmi estremamente appetibile e attraente, non perché io abbia il fisique durole ma perché sono io in quanto tale, investita da una presunta aura di scopabilità e irraggiungibilità, tipica delle ex compagne di classe.

Se non fosse che Frecciagrossa ha presentato a LUCSASN una sua amica, che io conosco, Bianca. Ella, oltre a chiamarsi come una canzone degli Afterhours, è intelligente, simpatica, indipendente, nonché piuttosto piacente. E, nota non trascurabile, c’ha una quarta. E, ci tengo a precisarlo, Bianca va almeno – e dico “almeno” – 10 kg meno di me.

Frecciagrossa mi ha riportato un dialogo più o meno del genere:

“Allora, ti piace Bianca?”

“Freccia, ma sei impazzito?”

“Perché?”

“Ma come ti viene in mente? E’ grossa!”

“Ma hai visto che menne che c’ha?”

“Freccia, che ti devo dire. Non mi piace, è grassa, c’ha pure le braccia grosse! Ti prego, guardami, io sono un fico”

Nell’ascoltare il dialogo riportato, ho iniziato ad accusare un fastidio pesantissimo, uno smottamento intestinale come la domenica mattina, nel relax, dopo il caffé e la sigaretta, per capirci. E ho pensato a questi omuncoli nati dall’incrocio genetico tra Philippe Daverio e Solange, che ci guardano le braccia. Che ora non basta più preoccuparsi di tette, e culo, e cosce. No, adesso bisogna averci il braccio tonico, se no che femmina sei?

A quel punto, Frecciagrossa, profondo propugnatore della teoria per cui LUCSASN mi si sarebbe fatto da quando i rigori li tirava ancora Roberto Baggio, ha detto:

“Beh, scusa, ma anche Vagina, mica è magra…”

“E allora?”

“E tu Vagina te la faresti!”

“Freccia, ma cosa dici? A me Vagina piace come amica, ma non è proprio il tipo che mi porterei a letto”.

MA PENSA!

Quindi il mio intuito è fallibile.

Quindi io che sono sempre stata convinta che, se avessi voluto, il suo pene mi sarebbe arrivato a domicilio, mi sbagliavo.

Quindi lui non mi si chiaverebbe, mi trova giusto simpatica.

Quindi quando mi diceva di restare a dormire da lui perché era troppo stanco per riaccompagnarmi a 8 km da dove eravamo, era davvero troppo stanco.

Quindi quando mi ha proposto di andare in vacanza con lui, l’ha fatto perché secondo lui ho un buon senso dell’orientamento e sono una buona compagna di viaggio.

Ora è tutto molto più chiaro. Assai meglio così.

A lui Bianca non piace. E io nemmanco. Noi c’avemo i bracci grossi.

Lui è un maschio duro e puro: solo quelle che c’hanno er fisico.

Resta il fatto che Sua Vaginità, lesa nella sacra vanità, nell’urgenza di comprendere il margine d’errore del proprio intuito, se avesse tempo da perdere, attuerebbe il celeberrimo FicaSmelling.

Il FicaSmelling consiste in: tirarsi, uscire con il cazzetto, camminare sui tacchi, sorridere spostandosi i capelli che cadono morbidi sul decolté sapientemente incorniciato da un reggiseno compiacente, arrivare in un locale, sedersi, chiacchierare, accavallare le gambe mettendole in obliquo, in quella posizione così bella e così scomoda che solo la camminata culo-in-tangenziale di Belen Rodriguez è più innaturale. E poi scrutare ammiccante, ridere di gusto alle sue battute, toccargli le spalle frivola e alticcia mentre si fuma una sigaretta fuori insieme. E poi, dirigendosi alla macchina prima di tornare a casa, per le strade deserte del centro di notte, fermarsi, dirgli qualcosa come: “C’è una cosa che ti devo chiedere…”, guardarlo fisso e non dire niente. Sorridere ancora, emettendo un miagolio sottilissimo, quasi impercettibile. E poi, indicandogli una cosa sulla maglietta, sfiorargli la pancia con l’unghia dell’indice, facendola indugiare un minimo e abbassando lo sguardo. Poi guardarlo negli occhi, di nuovo, seria. Fare un passo verso di lui, con un accenno di sorriso e un sospiro.

E proprio lì, quando lui non starà capendo e qualcosa di microscopico avrà dato segni di vita nelle sue mutande e la salivazione gli sarà aumentata tipo Cane di Pavlov, dirgli: “E adesso accompagnami a casa”.

FuoriVagina al FuoriSalone

Il design può far apparire tutto più bello di quanto non sia.

Ad esempio, una poltrona fatta di lattine. Ad esempio, essere single.

Nella ridente Milano si è appena conclusa la settimana del Salone del Mobile e del vituperato Fuorisalone, una cinque giorni debitamente annaffiata da pioggia quasi ininterrotta (a differenza dei coiti praticati dai nati negli anni settanta). Perché, del resto, si sa che se decidi di dar credito a Rousseau e di fare l’animale sociale, ci sarà un tempo di merda.

In foto un grafico di Vice che riassume la frequentazione del FuoriSalone milanese divisa per categorie socio-ornitologiche.

La verità è che durante questa settimana, ci sono qualcosa come 845 fanta-eventi concomitanti, di cui non te ne frega mezza tuba di falloppio, ma il fermento è contagioso, si crea una psicosi collettiva e centinaia di vittime cadono sotto velleità organizzative che trascendono il semplice planning e diventano vere e proprie manipolazioni di massa, rendez vois di pubbliche relazioni in cui ti vengono presentate 120 persone di cui non ricorderai mai il nome, infiltrazioni a party mediamente ambiti, spionaggio industriale condito di vodka-red bull, davanti a una parete fatta con capsule Nespresso, che tutti fotografano. E tu pensi: “poi si dice ai giapponesi coi piccioni…”.

Resta il fatto che, se non altro in nome dell’alcol gratuito, ho fatto una tale scorpacciata di socialità che potrei benissimo alienarmi per il prossimo bimestre e non accusare alcun senso di colpa.

Di fatto, ho deciso di abbandonarmi agli aperitivi, alle cene, alle bollicine di infimo prosecco tracannato da flut di finto cristallo, alla folla tra cui non si da un passo, alle chiacchiere con gli sconosciuti, alle risate con le amiche, alle birre calde prese alle 2 di notte alla Latteria di Tortona, a tutti quei ventenni pieni di capelli, ai tassisti omofobi con cui chiacchierare tornando a casa, a tutti quelli con la barbetta che mi parono sempre bellocci, a tutti gli stranieri molesti, alle pozzanghere lerce da evitare con gli stivali nuovi, a tutta l’umidità di una primavera negata eppure ostinatamente presente.

Ho deciso di comportarmi come una 26enne single, che non ha nessuno che l’aspetti a casa, che non ha nessuno da chiamare entro mezzanotte, che non ha nessuno a cui render conto, all’infuori di sé e che, improvvisamente, per qualche minuto, sente tutta la bellezza di quell’indipendenza e di quell’autonomia, sente il suo tempo e sente che è suo.

Ho deciso di legittimare i miei vestitini dell’oviesse, di ascoltare le confidenze della mia collega milanese purosangue, ho deciso di raccontarle di quel tipo fico, ma proprio fichissimo e di sentirmi chiedere: “Ma figo davvero o figo come il cantante degli Afterhours?”. E ridere. Ho deciso di non giudicare, di ascoltare, di camminare, di sedermi, di assecondarmi. Di pensare che questo tempo non è poi così brutto e che, anche se non ho un cazzetto, anche se potrei non averlo (o non volerlo) più, anche se potrei non andare mai a convivere e non avere mai quelle cose che ho sempre pensato che avrei avuto, ne avrò altre che forse mi piaceranno di più, che saranno più adatte a me (faccio evidenti progressi nel mio percorso verso il pensiero-positivo-perché-son-vivo-perché-son-vivo). Del resto, ho pensato, gli eventi faranno il loro corso e io devo godere di ciò che ho, senza pensare a ciò che mi manca, che è quello stronzo errore che ho sempre fatto, sempre, con tutti.

Ho pensato che ciò che sono l’ho scelto io e che, se avessi voluto, sarei potuta restare dov’ero, sposare un marinaio e aver già sfornato 2 o 3 pargoli, e a quest’ora potrei essere grassa con una buona ragione.

Ma non l’ho fatto. Tanto vale accettarlo, e buttar giù un altro free-drink, in una delle tante feste a cui sono entrata in lista durante il Fuorisalone milanese.

Perché ho deciso di stare bene. Almeno per qualche giorno, almeno per qualche ora.

**Photo by Piolzam

La Vagina è pavida con Manuel Agnelli

La Vagina non sbaglia quasi mai. Ma quando sbaglia, sbaglia de brutto.

Ce mette proprio tutta se stessa, ecco.

Ed è proprio per questo che sono reduce da una settimana professionalmente di merda che, come i più acuti potranno intuire, non ha condizionato affatto il mio umore. Perché non è che io debba sentirmi dire sempre brava eh, cioè mica me pijiano gli tsunami de bile davanti alle critiche, specialmente quelle a cui non posso rispondere perché sì, di fatto, ho puramente torto. Non è che io abbia pubblicamente gambizzato il mio sinusoidale ego, in Piazza Presunzione, con l’aiuto della FlyDownBaby Onlus che raccoglie fondi per tutte le vagine bisognose di umiliazioni. No no. E che non si pensi che il mio triplo salto mortale di gaffe professionali mi abbia aperto sconfinati orizzonti di riflessione sfacciatamente masturbatoria, del tipo vagina stesa sul lettino, contro-interrogata da vagina allo specchio: “Vagina, perché ti succede questo, Vagina?”. No no.

C’è stata una sola nota di colore, nella mia suddetta settimana di merda: XL Revolution al Black Hole, la festa per il restyling della rivista. Premesso che a me XL me piace, nel senso che se so arrivata in aeroporto con du ore de anticipo e me devo comprà na rivista, io me compro XL. Premesso che ci sono stata invitata e quando vengo invitata alle cose fiche io mi sento fica di riflesso e quindi va bene. Premesso tutto ciò che da premettere c’è, per me la serata è stata molto gagliarda. Ce so andata con indie-vagina, una mia amica ex coinquilina, terrons inside come me, che c’ha questo mio stesso gusto per la musica uacciuwari. Hanno suonato per noi i Calibro35 che io non conoscevo, se non di nome, e li ho trovati validissimi, me so parsi ricchi, forti, virtuosi e rassicuranti. Abbiamo bevuto all’open-bar un cuba libre che pareva un chinotto e un gin lemon che pareva un gin lemon. Abbiamo chiacchierato, io e indie-vagina, girovagando per il locale e, ciò che più conta, abbiamo visto tanta bella gente.

Il primo, in ordine cronologico, è stato Dente, che però io me lo immaginavo assai più alto. Invece è un ragazzetto efebico con un’acconciatura mediamente audace. Il secondo, naturalmente individuato da indie-vagina, è stato Bugo. Ma non è che indie-vagina l’abbia semplicemente individuato. No. Indie-vagina m’ha afferrato il braccio e ha detto una frase meravigliosa del tipo:

“C’è bUUUUUUUUUUUUUUUUUUUgo”

Immediatamente seguita da una battuta sul fatto che noi sì, che siamo nel giro giusto.

Perché il problema è esattamente questo, per noi terroni para-evoluti. Noi non siamo come voi. Noi non siamo abituati a camminare per strada e a inciampare in vipS di varia entità. Se il problema non si pone per il terrone verace che, di fronte al vip, scatena incurante tutta la sua molestia (ricordo quando al lido che frequentavo in gioventù si creò scompiglio per l’avvistamento di Massimo Lopez…no, non sto scherzando; e ricordo pure una foto di gruppo in aereo con Adriano Pappalardo…no, non sto scherzando neanche in questo caso), si pone invece per noi, noi terroni emigrati che ci portiamo appresso, insieme al capocollo e alle melanzane sott’olio, pure questo rigurgito culturale: la fascinazione per il personaggio famoso.

Perché noi lo sappiamo che non va fatto, che è da provinciali. Sappiamo che in teoria ecco, insomma capirai, al massimo ci possiamo fumare una sigaretta fuori e no ecco, posso manifestarti stima, ma no, non essere una tua fan, un autografo…maffigurati…ahah la foto insieme, ma che davero? (al massimo lo scrivo su tutti i social e ne faccio un post dedicato ma no, l’autografo der cazzo non te lo chiedo).

Ecco, noi lo sappiamo, certo. Ma è più forte di noi. Cioè, ci emozioniamo proprio un po’, noi semo così, un po’ ingenui su queste cose. C’avemo il sole, il mare, lo iodio nell’aria e Leone di Lernia a piede libero…è pure normale che sbarelliamo un po’ se Roberto Dell’Era ci passa affianco.

Ad ogni modo io ho avuto un contegno magistrale, quasi da guerra fredda tra me e il panorama indipendente della musica italiana. Fino a un certo punto. Finché non l’ho visto (e potrei evità de dì che me so guardata intorno tutta la sera cercandolo). Lì. Meraviglioso. Oribbile (non è un refuso) con i suoi nuovi capelli lunghissimi che pare Ozzy Osburne di Lambrate. Secco. Bellissimo. Nell’ombra. Sempre più vecchio. Manuel.

Arrivato in ritardo, come solo i veri divi fanno.

 

Ho manifestato indifferenza, perché pure a volerci parlare, che cosa ci dico a uno che ho intimamente venerato come un dio nella mia ritardata e ritardataria adolescenza?  Tiro giù il cocktail e penso che sì, che certo, avrei potuto chiedergli se il nuovo album se chiamerà “Padania” pe davero. Allora io e indie-vagina siamo ripartite a cercarlo, l’avemo individuato, se semo posizionate lì, finto-disinvolte. Solo che non è che Manuel Agnelli sia solo e abbandonato a se stesso. Stava sempre a parlà. E io ho tergiversato, non sapevo che fa. Me pareva molto brutto interromperlo ma la verità è che io sono una vagina pavida e che ero proprio terrorizzata dall’idea che Manuel Agnelli, in una settimana già di merda de suo, me mandasse pure a fanculo.

Sicché me lo so guardato, giusto un po’.

E poi ho deciso che no, che non l’avrei interrotto. Perché in fondo non c’avevo n cazzo da dirci. Perché il mio ego era ai minimi storici sta settimana (o comunque molto vicino ad essi). Mi sono limitata a passargli vicino, vicinissimo, mentre andavo via. Tanto da ascoltarne la voce per qualche secondo.

E ho chiamato il taxi, sentendomi contemporaneamente sollevata e pentita.

(Comunque, Manuel, qualora tu leggessi mai questo post – perché le persone egocentriche si Googlano ed io credo nel potere di indicizzazione del mio blog – ecco sì – scriveme! Chiamame! Il mio numero di telefono è sempre lo stesso che t’ho ammollato a un concerto 7 anni fa! Me poi pure vestì de lividi, si vuoi!)

E finalmente è weekend.

#avereventanni

Le mie orecchie fischiano.
Tecnicamente non hanno mai smesso di fischiare.
Da ieri notte.
Famola breve: sono uscita da lavoro, sono andata in palestra, mi sono sperticata sulla cyclette conseguendo il risultato di 57 minuti e 34 secondi. So tornata a casa, masticando una Vigorsol Air Action (sì, quella della puzzola che scoreggia menta) perché ho deciso che appena dopo lo sport non è cosa buona e giusta fumare.
Me so lavata, me so mangnata la frittata, me so vestita secondo un codice softly-rock, ho pure tentato di sfoderare la mia borsa con la Union Jack che è estremamente indie ma s’è fatta vecchia, quella. Ecco io non so voi, ma io ho un serio problema a sbarazzarmi del vecchiume. Probabilmente nasce dal morboso rapporto con gli oggetti tipico della figlia unica, probabilmente è la ritrosia innata verso qualunque cambiamento esistenziale – inclusi quelli di guardaroba – però a me prende proprio male buttar via il vecchio per il nuovo. A volte ci riesco. Ma, di solito, succede se sono preda di una psicosi riordinante, fredda e lucida che mi fa accantonare tutti i ricordi che mi legano a quel determinato oggetto, in favore di una razionalità agghiacciante, secondo la quale, non è vero che in 40 metri quadri io posso conservare…TUTTO.
Comunque dicevo, alle 22.30 è passata a prendermi GuruVagina e siamo andate al Rocket, dove abbiamo incontrato giordièquasimagia – il suo migliore amico – e un’altra amica. Abbiamo bevuto 3 negroni lei e 2 vodka lemon io, in questo celebre locale che frequenta la gente awannasgheps milanese. Mediamente piccolo e sovraffollato di un foltissimo frociame, il Rocket accoglieva una popolazione variegata di giovanissimi e meno giovani, di occhiali da nerd su camicia a scacchi, vagine con invidiabili tagli lesbo e artisti del panorama rock indipendente italiano.
– sugli invidiabili tagli lesbo, di quelli cortissimi col ciuffo lunghissimo, io posso dire che: da vagina dotata di un pagliericcio crespo non meglio definito in testa + congenito sovrappeso – ho sempre invidiato quelle che hanno il bulbo docile e la possibilità di sbizzarrirsi creativamente con i tagli. Nel mio caso, un numero importante di traumi infantili, nati dalle manipolazioni psicologiche che la Vagina Maestra poneva in atto sulla mia piccola psiche per convincermi a optare per il mostruoso “taglio alla maschietto“, combinati con una scarsa audacia esistenziale che di solito mi fa dire al coiffeur “spuntali il minimo indispensabile”, fanno sì che io abbia da 10 anni – forse 15 – lo stesso taglio, suscettibile di modifiche minime delle quali – essenzialmente – mi accorgo solo io. L’ultima volta che la Vagina Maestra mi ha fregata è stato dopo la prima comunione, quinta elementare. Serafica, mi ha proposto il mostruoso “taglio alla maschietto” e, naturalmente, mi ha convinta. Perché non è che mi violentasse. No, no, mi persuadeva proprio. Io voglio, a questo punto, solo lasciarvi immaginare cosa abbia voluto dire per me affrontare la scuola media con un look degno dei Bee Hive (ciuffo rosso escluso, of course).
– sugli artisti del panorama rock indipendente italiano, io posso dire che: ho visto un tipo alto, un po’ lercio e allampanato. Ed era Roberto Dell’Era degli Afterhours. Poi ho visto un tipo buffo con la farfuglia in testa e la barba e una faccia troppo divertente. Ed era Dario Ciffo dei Lombroso, ex violinista degli After. E avrei voluto molto andare da lui e dirgli “so che sgroccavi sempre le sigarette (come racconta Manuel Agnelli in “Non usate precauzioni, lasciatevi infettare“), fumi?”, porgendogli come nella migliore tradizione da telenovelas sudamericana una sigaretta. Ma non l’ho fatto. Sono provinciale. Ma lo tengo per me.
A concerto finito stavamo valutando l’ipotesi di andar via ma giordièquasimagia ha detto che no, che lui sarebbe rimasto, anche perché era impegnato in uno sgamo-violento con un tipo che pareva Brandon di Beverly Hills 90210 però con lo stile di Dylan McKay. GuruVagina mi ha guardata e mi ha detto che una mezz’oretta in più a ballare potevamo anche farla e io, che avevo già composto lo 024040 per chiamare il taxi e tornare a casa, ho sentito che sticazzi anche sì, che tanto comunque soffro d’insonnia e prima delle 2 nun m’addormento mai. Allora abbiamo ballato tra questi giovani, con la musica messa da un deejay che secondo me era nato negli anni novanta, quando per radio passavano What is love?
E io me so sentita giovane, giovanissima, e faceva caldo, e la gente fumava dentro, e hanno messo i bloc party, e gli strokes, e gli arctic monkeys, e forse semo troppo vecchi, forse si vedeva che eravamo gli unici che il giorno dopo sarebbero andati a lavoro, in mezzo a una manica di fancazzisti, e universitari, e musicisti. Però mi sono sentita giovanissima, ho pensato a tutta la vita che me so persa negli ultimi 3 anni, a tutte le volte che non ho bevuto, che non ho riso, che non ho ballato, che non ho urlato perché riconoscevo una delle mie canzoni preferite dalle prime note.
Ho ripensato che ho 26 anni e che devo iniziare subito, iniziare subito a fare tutto prima di sentirmi troppo vecchia per farlo.
Ho pensato che tornare a casa con GuruVagina alle 02.30 per far tardi il giorno dopo a lavoro è divertente, parlando di Facebook e Twitter, e di quanto dobbiamo uscire di più, anche in settimana e frequentare questi posti e non gli aperitivi sfighi in corso sempione, decidendo che dobbiamo assolutamente #avereventanni e averli a lungo, fino all’ultimo giorno, prima d’averne 30.