Dimmi Perché Piangi

 

Da ieri sera verso in uno stato di paranoia catatonica. Ho pure pianto, a un certo punto, prima di andare a dormire, mentre pisciavo, seduta sul cesso. Non c’era una ragione precisa, non ero neppure in premestruo. Ho pianto e non so perché.

Non sarebbe stato un problema, se non avessi avuto accanto un esemplare di pene sapiens sapiens che mi chiedeva perché piangessi (adoro gli uomini, che pensano sempre che ci voglia una ragione per piangere e non sanno che invece piangere a volte è un modo per far respirare l’anima, per allentare l’apnea, per mollare la tensione e arrendersi, e poi trovare la forza per calmarsi e riprendersi). Sarebbe stato tutto regolare, se avessi avuto la libertà di rinchiudermi nella mia bolla di auto-disagio e auto-commiserazione, di colare a picco nelle mie paturnie, di abbandonarmi alla deriva indomabile del disprezzo più feroce che nutro per me stessa.

Insomma, robe che io conosco bene e lui non conosce affatto, e che sono solo alcuni dei miei demoni, quelle forze oscure della mia psiche che mi fanno sempre pensare che dovrei andare in analisi, mapperò non c’ho i soldi (né per quella, né per il dentista, né per il dermatologo, né per il nutrizionista, né per il personal trainer, né per un cazzo di ciò che dovrei fare per prendermi cura di me).

Di positivo c’è che ormai li conosco, quei demoni, e questo, si capisce, è un grande vantaggio rispetto a quanto succedeva, chessò, dieci anni fa. Se c’è un aspetto valido della crescita, o dell’invecchiamento, è che impari i tuoi malesseri a memoria, li riconosci dall’odore, prima ancora che si presentino alla tua porta, senza preavviso, cogliendoti nella tua personale condizione di degrado.

Alcuni li ripari, certo, ma altri sono talmente radicati da essere intoccabili. Non sono fantasmi da sconfiggere, ma malfunzionamenti interiori da governare e con i quali scendere a compromessi, imparare a convivere, trovare armistizi psicologici, esercitare comprensione, pazienza e carità. Resta il fatto, però, che non sempre ci si riesce. E che io non brillo per comprensione, pazienza e carità. Sono anzi un curioso incrocio tra una debosciata nichilista e viziosa, e una nazista intransigente e totalitaria. Non pratico le vie di mezzo, odio i gradi e i tempi che la vita richiede per accadere e ho un talento impareggiabile per spalarmi tonnellate di merda addosso e poi dirmi: “Vedi? Fai schifo!” E tutto questo riesco a farlo in qualsivoglia contesto, in qualsivoglia momento. Riesco a farlo anche a ridosso di un periodo di lavoro intenso e gratificante, due giorni prima di partire per il ponte del 1 maggio e andare a trovare i miei, che se mi dice bene mi faccio pure una bella giornata di mare (e ora che l’ho detto è naturale che pioverà ininterrottamente). Riesco a mortificarmi anche nelle condizioni di agio più estreme, e riesco a farlo anche quando ho una persona accanto che mi adora e alla quale – forse – dovrei mostrare le parti belle di me, non la fogna.

Però, la fogna c’è.

E questa è una condizione con la quale chiunque si avvicini molto a un altro essere umano deve essere disposto a confrontarsi. Il tanfo degli irrisolti, delle ansie, delle paure, dei fallimenti, delle debolezze e delle incapacità altrui, prima o poi, gli arriverà. L’olezzo indigesto del disamore per sé è un affare scomodo, in aperto conflitto con la realtà che esistono persone che ci stimano, ci desiderano, ci considerano, a qualche immeritato livello, un modello di qualcosa.

Ecco, io sono un modello di disordine, di indisciplina, di ribellione a me stessa. Sono il più sordido contrappasso che si possa immaginare, la talpa infame, la boicottatrice indefessa.

Devo perdere peso per salute? Ok, allora ricomincio a fumare.

Trovo l’amore? Ok, allora devo re-ingrassare.

Lavoro tanto e mi piace ciò che faccio? Ok, ma ricordati che comunque sei una pezzente. 

E così, mentre il pover’uomo ieri sera mi guardava, crucciato all’idea che dietro quelle lacrime e quei  silenzi ci fosse chissà quale pericolosa discussione della nostra relazione, io provavo ancora più imbarazzo per la puerilità del mio malessere. Perché non avevo voglia di dirgli che mi consideravo solo una cicciona piena di vizi e senza soldi. Non avevo voglia di dirgli che il mio estratto conto segna 337 euro, sebbene io avanzi oltre 10mila euro di pagamenti per lavori già svolti, ma si sa come funziona in Italia, no? Lavori a ottobre 2017, e a maggio 2018 ancora non ti hanno pagata, e va bene così, ma ogni volta che mi ritrovo in questa situazione metto in discussione tutta me stessa, la vita che ho scelto di fare (perché l’ho scelto eh, mica mi ci sono ritrovata per caso a questo punto), le possibilità di crescita che ho e la madonna sa cos’altro. Non avevo voglia di dirgli che fumo un pacchetto di sigarette al giorno e che ogni cazzo di volta che impugno l’accendino so che mi faccio male e non riesco a trovare la motivazione per smettere. Né avevo voglia di condividere l’eterno problema del bioritmo a mignotte, che condiziona l’esistenza, l’alimentazione, la produttività. Neppure avevo voglia di dirgli che ho ricominciato a vergognarmi del mio corpo, a volerlo coprire, a non volere che mi si tocchi la pancia perché è gonfia, oppure flaccida, oppure appesa e che di tutto questo mi ero liberata e invece ci sto tornando, perché in palestra non vado, perché mangio male, perché bevo vino, o birra, o cocktail ogni santo giorno. Così come non avevo voglia di dirgli che – sebbene io in costume da bagno non mi sia sentita mai a mio agio, e sebbene sappia che nella mia vita sono chiamata a superare prove ben più rilevanti della prova bikini (auto-cit) – mi inquieta l’idea di mostrarmi a lui in costume, che è diverso dal mostrarsi in camera da letto o sotto la doccia, che in casa ci sono solo io, mentre in spiaggia ci sono le persone toniche, quelle brave, quelle socialmente accettabili, quelle giovani, quelle che s’ammazzano di squat tutto l’anno e giustamente sfoggiano culi da combattimento che inghiottono mutande tra le natiche per tutta l’estate. E certo, lo so che mica sta con me per le mie chiappe (che comunque dichiara di amare) ma per la mia testa, va bene, ma comunque sia non è bello pensare che tra corpi scolpiti nel marmo debba vedere il mio, segnato dal tempo, dalle cattive abitudini, dalla trasandatezza ingiusta che gli sto imponendo e naturalmente dal rifiuto culturale per una serie di misogine pratiche estetiche, che risolvono con la chirurgia l’inefficienza di Madre Natura.

Non avevo voglia di dirgli neppure che mi sento paralizzata,  come se il mio auto-miglioramento fosse un eterno fallimento, un risultato perennemente mediocre, un insuccesso costante, interrotto solo da progressi temporanei. Non avevo voglia di dirgli che tutto ciò che sto trascurando di me stessa, mina profondamente la fatica che ho fatto per imparare a volermi bene.

“Domani mi passa”, ho detto al pene sapiens sapiens. E ho mentito. Perché so che questa inquietudine, quando arriva, non se ne va in un giorno, è un ospite sgradito che sporca le giornate e occupa i miei spazi interiori. E quando mi viene la crisi esistenziale, generalmente ogni anno, a primavera, quando tutti sono felici e dovrei esserlo pure io perché le giornate s’allungano, nei locali ci si può sedere all’aperto, il sole illumina l’asfalto, i collant si ripongono nel cassetto, l’atmosfera estiva arriva, in uno sciame di insetti e polline, a suggerirci che le vacanze sono all’orizzonte, ecco proprio quando dovrei essere felice come tutti, divento repellente e depressa. E anche amara, perché so che a un certo punto non ha senso sfogare a parole la frustrazione per la propria debolezza. È necessario agire. E io me lo ripeto ogni giorno, ogni sera, poco prima di dormire: da domani riprendo le redini; da domani ricomincio a occuparmi di me; da domani non fumo più; da domani torno in palestra; da domani mangerò bene; da domani sarò quella che – con inconcepibile fatica – ho dimostrato di poter essere. Oggi faccio schifo, ma da domani sarò migliore.

Mi chiedo quando arrivi domani, perché va così già da un po’, e mi rispondo che il punto è che domani non arriva mai, se non decidiamo di andargli incontro e prenderlo per le palle, o per le corna, o per qualsivoglia parte anatomica.  L’importante è afferrarlo, il domani, e incominciare da un punto, uno qualsiasi, che sconfigga l’immobilismo, la stasi, il bisogno di punirsi inconsciamente di non si sa bene cosa, il rifiuto presente di amarsi, la paura di cambiare e di concedersi una meritata serenità.

Da domani ricomincio a concentrarmi sulle cose belle, per smetterla di sprofondare in quelle di merda, promesso. Oggi, facciamo che mi odio ancora un po’. Poi smetto.

Perlomeno fino alla prossima crisi mistica.

Nottetempo

Mi sono svegliata tardi. Troppo tardi per andare a fare colazione al bar. Voglio dire: ci vuole una bella faccia tosta a presentarsi al bar alle 12.30 di lunedì mattina e chiedere un cappuccio e una brioche. Persino io ho abbastanza pudore da non farlo, come se farlo fosse una specie di mancanza di rispetto nei confronti dei proprietari che – come tutte le sante mattine degli ultimi venti o trent’anni – si sono alzati presto per alzare le saracinesche, scaldare la macchina dei caffè, aprire i battenti della loro attività di fronte all’inizio di una nuova settimana. La gente fa presto a giudicare, a portare sul cazzo chi sembra abbia un privilegio, ignorando quasi sistematicamente che qualunque privilegio un costo ce l’ha. Per esempio, la vita da free lance disorganica che mi consente lussi come svegliarmi alle 12 di lunedì mattina, di andare in palestra alle 15, di fare regolarmente la cacca nel mio bagno ogni qualvolta lo stimolo s’affacci al mio pigro intestino, un costo ce l’ha.

Mi sono svegliata tardi, mi sono alzata, ho fatto la pipì, ho guardato la cesta della biancheria che è quasi in procinto di straripare, ma ha vissuto tempi peggiori. Mi sono lavata le mani scrutandomi nello specchio e accorgendomi che la rivoluzione ormonale che mi aveva portata ad avere ben cinque (CINQUE!) brufoli in contemporanea la settimana scorsa, forse è terminata. In compenso mi è scoppiato un capillare nell’occhio destro. Bene. Molto bene. Colpo d’aria? Pressione? Troppe sigarette? Troppi caffè? Un male incurabile e letale di cui morirò prematuramente?

Mi sono spostata in cucina. Una bottiglia vuota di Menabrea da buttare nel vetro. La moca sul fornello coi residui del caffè di ieri. Un cartone della pizza che ho ordinato per cena. Nessun piatto da lavare. Non male, anche la cucina ha vissuto tempi peggiori. Ho provato un pur minimo moto di orgoglio per me stessa, per questo fatto che sto riuscendo a essere più ordinata, se non con i ritmi circadiani almeno con la casa, a “tenerci un po’ di più”, come direbbe mia madre, che sulle faccende domestiche prova con me lo stesso tipo di frustrazione che deve aver provato il mio professore di matematica al liceo. Sciacquo la moca, butto la posa del caffè nell’umido, riempio di acqua la base e procedo con le operazioni in maniera automatica, assente. Ho un dolore alla spalla sinistra, dev’essere stata la posizione in cui ho dormito, penso, mentre aspetto che la miscela erutti riempiendo la stanza del profumo del buongiorno, sebbene sia ora di pranzo. Figata l’età adulta, mi dico, mentre sotto i nuovi libri che ho comprato e che non vedo l’ora di leggere, scorgo l’ultimo bollettino delle spese condominiali da pagare.

Non è colpa mia se mi sono svegliata così tardi. È che non ho chiuso occhio, stanotte. Ho visto l’alba sorgere, la luce filtrare attraverso la tenda, prima di riuscire a crollare. Erano le 6 passate. Mentre mi giravo da una parte e dall’altra,  ho anche pensato che avrei potuto non dormire affatto. Se fossi stata capace di essere insonne per un’altra ora, sarei potuta andarci eccome al bar, alle 7.30. Avrei anche potuto scegliere tra tutti i gusti di brioche. Però poi, a un certo punto, mentre sentivo i primi rumori della vita che si rimetteva all’opera (la serranda della signora del terzo piano che s’alzava, le automobili per la strada, gli uccelli che cinguettavano), finalmente, mi sono addormentata. Quando una nuova giornata iniziava per il resto dell’umanità, la mia volgeva al termine.

Non posso neppure dire di aver fatto tardi dopo un appuntamento focoso. Ce l’avevo un appuntamento, ieri sera, in effetti. L’ho paccato. Non posso dire di aver lavorato, letto, stirato indumenti, fatto il cambio di stagione, scritto. Sono semplicemente stata nel letto a pensare a tutte le cose che devo fare. Devo cucinare di più, mangiare meglio e tre volte al giorno (come fai a rispettare gli orari dei pasti, se non rispetti quelli del sonno?). Devo tornare dal parrucchiere, devo rifare la pulizia dei denti. Dovrei vendere quelle scarpe di Michael Kors che ho indossato una sola volta (comprate dicendomi “Vabbè, dai, è un 39 ma mi sta comodo”, per poi indossarle una volta, morire di mal di piedi e decidere che non le avrei usate mai più). Devo prenotare il treno per tornare giù a Pasqua. Devo rispondere a duemila email. Devo aggiornare il blog. Devo ricollegarmi al mondo e capire cosa succede. Devo sollecitare i pagamenti arretrati perché ho l’estratto conto che ogni volta che lo consulto mi insulta. Devo decidere cosa indossare al matrimonio a maggio. Devo farmi fare delle foto, delle foto decenti. Devo andare in palestra, cazzo.

E poi, come sempre, ho iniziato a fantasticare su una vita meravigliosa nella quale mi alzo ogni mattina alle 7, dalle 8 alle 10 faccio sport per essere tonica, dalle 10 alle 12 lavoro, dalle 12 alle 13 mi preparo un pranzo sano, dalle 13 alle 14 mangio, dalle 14 alle 15 lavo i piatti, stendo una lavatrice (che ho intelligentemente attaccato subito dopo la palestra), passo lo swiffer, pulisco i sanitari, e poi dalle 15 alle 19 continuo a lavorare. Dalle 19 alle 20 mi preparo ed esco, faccio vita sociale. E questo pensiero fa ripartire l’ansia. La vita sociale, il salone del mobile, gli appuntamenti che ho in settimana, i soldi, il tempo che quando ce l’hai a disposizione comunque non basta mai, e ancora non capisco come sia possibile.

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

Perché sì, insomma, i sogni sono desideri come cantava la Fata Madrina, ma sono pure responsabilità. Ti espongono all’urgenza di provarci, al rischio di fallire, alla complicatissima gestione delle critiche, alla versione più estrema del tuo perfezionismo. Ti spingono a ridosso dei tuoi limiti, ti impongono di uscire dalla tua comfort zone, ti fanno crescere, e tenderti, e vibrare, e un po’ tremare.

Comunque oggi passo in farmacia e compro qualcosa per dormire. Giuro.