Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

schermata-2016-10-13-alle-01-02-14

E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

Schermata 2016-07-02 alle 14.57.46

  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

Schermata 2016-07-27 alle 12.26.16

Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Caro 2015

Caro 2015,

ti scrivo perché in questo periodo in cui tutti stilano elenchi di buoni propositi personali di cui non gliene frega una beata a nessuno, io volevo banalmente salutarti. So che sembra una minchiata, e in effetti lo è, però – ne converrai – esiste una specie di misticismo laico nella chiusura di un anno, un ciclo di vita, un pezzo di storia, e l’inizio del successivo.

Per questo ti scrivo. E anche perché voglio ringraziarti.

Voglio ringraziarti per le persone interessanti che la mia vita la abitano, la popolano, la bazzicano, l’attraversano e lasciano un segno.

Voglio ringraziarti per gli affetti di sempre che continuano a esserci, quando torno nei luoghi del mio passato, per Pasqua, per Natale o per un arrosto di bombette e salsiccia ad agosto.

Voglio ringraziarti per l’audacia che mi hai dato di tagliarmi tantissimo i capelli in primavera. E di lasciarli ricci. E di trovare un’altra me, assai più simile a come sono io, oggi.

Voglio ringraziarti per avermi insegnato che Milano è bella, da scoprire, da visitare, da mostrare (tanto che quando i miei genitori sono venuti a trovarmi, abbiamo deputato una giornata intera al turismo metropolitano, per la prima vera volta da quando vivo qui).

Schermata 2015-12-18 alle 18.20.36

Voglio ringraziarti per il cane del mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale, un delizioso Cavalier King con lo strabismo di Venere, che mi è stato molto di supporto (il cane) in momenti in cui solo la pet theraphy poteva salvami da attacchi di misantropia radicale.

Voglio ringraziarti anche per i weekend a Lecce, a Palermo, a Courmayeur, a Copenaghen, a Londra e i numerosi in Abruzzo, e la settimana a Ibiza. E anche per le Spa in cui mi hai fatta alloggiare (sti cazzo di addii al nubilato).

Voglio ringraziarti per il matrimonio della mia prima amica-sorella, che le amiche-sorelle sono quelle che ci si conosce da quando si aveva ancora il monociglio (entrambe), si usavano le camicie di flanella (lei), o si avevano gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde (io). Le amiche-sorelle sono quelle che si ricordano la faccia e il soprannome del tipo che ti piaceva al primo anno di liceo (uno del quinto, alto, biondocongliocchiazzurri, che faceva il modello sulle locandine dell’Ipercoop di Taranto), o che ricordano il cognome del tuo primo fidanzato. Quelle che ti hanno prestato milioni di fazzoletti di carta e quelle a cui hai tenuto milioni di volte la porta del cesso. Quelle che non si contano più i capodanni, ferragosti, compleanni, lauree, festini, fronti tenute su mentre “eh ha mischiato troppo” (io) oppure “eh, troppi cicchetti, ora dorme” (lei). Le amiche-sorelle sono quelle con cui si diventa amiche quando non si è ancora capaci di essere amiche tra donne, perché donne non si è ancora, perché si è preda di quel magma psico-ormonale che è l’adolescenza. Ma si resta amiche, punti di riferimento indubbi, famiglia. Ecco, si è sposata la mia prima amica-sorella. Ed è stato forte.

Voglio ringraziarti per le ore trascorse in chiacchiere con mia madre e mio padre, ai quali mi ritrovo a spiegare cosa sia Tinder, come funziona questo mondo d’oggi, in cui la loro deliziosa figlia unica è così unica da essere single. In cui ascolto mia madre che fa un corso di educazione alimentare e mio padre che vorrebbe farne uno di inglese e li amo, e sono orgogliosa di loro, come loro dovevano esserlo di me quando andavo a scuola, che si sa che a un certo punto i ruoli iniziano a invertirsi, tra genitori e figli, no? Tutte quelle ore che servono a recuperare le distanze di questa vita a distanza, fatta di “no, niente di particolare, sì, sì, tutto bene, niente, sì, sono stanca, no, non ho ancora cenato, lì che si dice? Com’è il tempo? Come state?” per un totale di 3 faticosi minuti di conversazione.

Schermata 2015-12-18 alle 18.55.45

Voglio ringraziarti per le decisioni che sono riuscita a prendere e per il coraggio (o follia) con il quale ho deciso di provare a fare ciò che amo, da free lance, senza sapere se sopravvivrò o diventerò una clochard.

Voglio ringraziarti per tutti i momenti di merda che però sono stati cruciali, al fine di accettare la terribile idea di essere adulta, di non essere più la ragazzina di papà, quella che qualcuno prima o poi salverà, quella che può demandare agli altri la propria maturità. E le proprie responsabilità.

Voglio ringraziarti per le 4 sedute di psicanalisi. Un mese, è durata. Poi stava diventando una relazione troppo solida e ho ritenuto opportuno interromperla. Che poi è una cosa bizzarra, la psicanalisi.  Ti siedi di fronte a un estraneo, in una stanza spoglia e piuttosto triste, e gli parli dei cazzi tuoi, quello non ride nemmeno alle tue battute (perché tutto sommato io andavo a fornirgli una prestazione di cabaret) e non sei nemmeno del tutto sicura che ti stia ascoltando, o che non pensi “Diobbuono l’ennesima trentenne interrotta che mi centrifuga le palle con i suoi problemi da primo mondo e con il suo banalissimo disordine interiore“. Comunque magari ricomincio.

Voglio ringraziarti perché nonostante le liti, le discussioni, le lacrime, il nervosismo, lo stress, l’incertezza, l’ansia, le minacce, gli avvocati, gli insulti, gli sputtanamenti, le bugie, le mediocrità, e l’insonnia, nonostante i treni e i voli persi, gli allagamenti in casa e i lavori di ristrutturazione per due mesi, e le tasse da pagare, nonostante tutto ciò, sei stato un anno decisivo.

E ti saluto a testa alta, ben lieta che tu ti tolga dai coglioni, ma senza negarti la tua dignità.

Voglio ringraziarti perché non sei stato un anno semplice, ma di sicuro nemmeno il più difficile.

Voglio ringraziarti, infine, caro 2015, perché mi lasci con un unico, prezioso e fondamentale, proposito per il tuo successore 2016. Ossia rendere più semplice quella cosa complessa e criptica che è amare se stessi, accettarsi, assolversi.

Giudicarsi e giudicare con meno ferocia.

Volersi bene.

Aprirsi, insomma, al cosmo e alle sue infinite possibilità, come dice la mia amica GuruVagina.

(cioè: smettere di fumare, andare in palestra, tonificare, mangiare meglio, leggere di più, viaggiare di più, uscire di più, spugnettare di meno, andare a letto prima la sera, essere più presente per le persone che amo e allontanare i pieni-di-merda. Spalmare la crema in faccia tutti i giorni,  che ormai c’ho 30 anni, fare tutti gli esami medici che avrei dovuto fare 1 anno e mezzo fa e che ho rinviato fino ad ora, frequentare persone che ho autenticamente piacere di frequentare e dire no alle altre. Buttare i vestiti vecchi, le scarpe vecchie, gli amori vecchi…oppure regalarli ai poveri. Cercare stimoli, assecondare passioni, soddisfare curiosità. Esplorare. Non avere paura. Accettare gli inviti a bere qualcosa. Conoscere gente nuova. Volare, lontano, quando possibile. Da sola o in compagnia. Fidanzarsi magari, anzi trovare un compagno di viaggio. E poi ciulare, di grazia, quello sì, con più flessibilità e con standard dignitosi in termini di qualità e quantità).

Ciao 2015, e avanti 2016! E, fammi la cortesia, cerca di essere un buon anno.

Bilanci

Le persone normali hanno un rapporto normale con i bilanci esistenziali. Ne fanno uno all’anno, spesso meno, e quasi sempre in concomitanza con ricorrenze universalmente meritevoli di una riflessione: il settimo anno di matrimonio, la crisi di mezza età, la laurea, la menopausa.

Poi ci sono quelle come me che hanno un feticismo per la speculazione introspettivo-paranoide, specie quando corroborata da un folgorante premestruo, e quindi colgono qualunque occasione per imbastire un consuntivo della propria esistenza: la pasquetta, il solstizio d’estate, la festa dei lavoratori, la festa della repubblica, l’immacolata concezione, sanremo, ferragosto e infine, last but not least, l’inizio di un nuovo anno. E così, passato il 2014, iniziato il 2015, ripresa dai bagordi con le stelle filanti e il primitivo di Manduria, mi sono trovata a ripercorrere i 12 mesi appena trascorsi, così, tanto per avere una percezione un po’ più dettagliata di cosa minchia sia successo nell’ultimo anno. Anno in cui: non ho ricevuto alcuna sconcertante proposta di matrimonio, né organizzato un’asta benefica di sex toys, né fatto un viaggio epico ai confini dell’universo conosciuto, né scoperto l’elisir di eterna gioventù, né iniziato a condurre un programma in prima serata, né triplicato il mio reddito, né cambiato lavoro, né cambiato città.

10479903_10205621438364694_3812282804015665749_o

Eppure qualcosa deve essere successa.

Lavoro –> Per essere elegante come una signora: mi sono fatta il culo a tarallo. Mi sono regolarmente esaurita, trascurata, sbattuta, lavorando di giorno, di sera, al weekend. Situazioni che mi hanno fatto lucidamente comprendere che l’unico mestiere a me veramente affine sarebbe quello dell’ereditiera. Ma purtroppo non ho passato le selezioni nella sezione Chihuahua.

Famiglia –> I miei si sono trasferiti in Abruzzo e hanno lasciato la mia amata e deturpata Taranto. La mia casa è stata venduta, ma ok, niente pathos. Ciò che conta è che le persone che amo ci siano. Ciò che conta è che la tenerezza del loro affetto io la porti sempre con me, anche quando dimentico di averla. Ciò che importa è che mia madre continui ad essere una combattente, che il nostro amore abbia sempre meno bisogno di parole e che le parole siano solo chiacchiere tra donne, davanti a un caffè. Ciò che conta è che mio padre mi inviti ancora a nuotare fino alla boa o mi accompagni in escursione nella riserva naturale di Punta Aderci. Ciò che conta è che mio cugino continui a dipingere e a mostrarmi i suoi quadri, e a fare il presepe più bello del mondo intero. E che l’altro cugino continui a borbottare. E che mio zio continui a farmi ridere imprecando contro l’anima di San Procopio. E che mia zia continui a farmi mangiare come se stessi per partire per il Biafra per un semestre.

Sesso –> C’è stato quello ginnico, c’è stato quello sentito, c’è stato quello bisunto, c’è stato quello intermittente, c’è stato quello che i corpi si fondono e s’incastrano e diventano per qualche minuto una cosa sola, senza confini e senza alibi. Insomma: c’è stato. E già questo mi pare positivo.

Vacanze –> Interamente consumate tra Abruzzo e Puglia. Con una parentesi nuziale a Palermo (non credo che una suite spa nell’hinterland lombardo possa considerarsi una vacanza). Sia chiaro: non che io non voglia fare un Safari in Kenya, o ingozzarmi di ravioli in Thailandia, oppure scarpinare sulle Ande. Ma poi mia zia quando la rivedo?!

Amici –> Tutto regolare. Quelli di sempre ci sono. Ci sono per scambiarsi confidenze in una notte gelata di Natale, fumando un vurpo sotto la neve; oppure per raccontarsi vizi e virtù, in uno sguardo, bevendo una birra fuori a un nuovo locale di Taranto (perché dai locali di Taranto si sta sempre fuori, per fumare), che in realtà esiste da 15 anni e ha soltanto cambiato gestione. Ci sono per congelarsi sulle panchine di Piazza della Vittoria come quando avevamo 15 anni, di notte, parlando di sessualità femminile, e maschile, e zoofilia. Ci sono per mangiare le cozze al tramonto al Jamaica d’estate, e per bere, e per giocare a poker fino all’alba, e per andare a un concerto. Ci sono per fare progetti che ci avvicinino, anche se siamo tutti distanti, anche se ne faremo la metà. Ci sono per esserci meno, ma esserci sempre, mentre ci succede questa cosa terribile di crescere e di avere sempre più responsabilità, sempre più rughe, sempre meno abilità digestive, sempre meno resistenza fisica.

Salute –> Ho ricominciato a fumare e ho perso un bel po’ di kg nel 2014, quelli necessari a rientrare nei jeans dell’università. Ho, inoltre, appurato che continuare a dormire 4 ore a notte non va bene, che così non secerno sufficienti dosi di melatonina, il ché mi innalza la prolattina che mi fa venire i dolori alle poppe, e mi fa perdere i capelli, e mi potrebbe creare problemi qualora decidessi di sfornare un Vagina Jr (come se l’utero retroverso e i fibromi non fossero già abbastanza).

Gratificazioni –> i 3 acquisti dell’anno sono: il cappello fescion da H&M a 15 euri; gli occhiali da sole più fichi sul globo terraqueo, che nonostante un’accurata ricerca non sono riuscita a scorgerne modello oggettivamente più affascinante; il mio nuovo computer, caro quanto un viaggio in Messico, bello che male mi sento: si chiama Matthew, stiamo insieme da un paio di mesi e per adesso tutto è bellissimo, lui ha una pelle setosa, una tastiera retroilluminata ed è di sconcertante bellezza, leggerezza, comodità, efficienza.

6e673bdb5c9684706d09af26c9e08809

E questo è quanto.

Poi, naturalmente,  ci sono le parentesi. Quelle aperte, quelle chiuse, quelle lasciate in sospeso. Ci sono i volti che passano, quelli che arrivano, quelli che vanno via, quelli che ritornano. E ci sono, come dimenticarli, i propositi per il nuovo anno, che sono sempre gli stessi: regolare il sonno e la veglia, mangiare bene, smettere di fumare, dare un senso all’abbonamento assurdamente costoso che pago in palestra, fare un viaggio, organizzare l’addio al nubilato di una delle mie 2 amiche della vita, tenere la casa in ordine, coltivare i miei interessi, amare chi amo, essere educata con chi detesto, andare dal medico, pagare la Tari in ritardo, dare al lavoro il giusto peso, uscire più spesso,  leggere libri, lamentarmi di meno, sorridere di più. Sì. E poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata.

Ad ogni modo, buon 2015 a tutti!

 

P.s: un fidanzato non ce lo posso mettere tra i buoni propositi perché sto ancora sperimentando le mie capacità di convivenza con una pianta. E gli esiti non sono incoraggianti.

 

Coppie Indipendenti

Pare che la realtà che vediamo non esista in sé o che, per meglio dire, non sia mai completa. Si tratta sempre di una percezione parziale influenzata da filtri cognitivi che inconsciamente applichiamo al mondo fenomenico ed emotivo nel quale ci muoviamo. Bene. Quando sei single uno dei filtri cognitivi che applichi più spesso a qualunque cosa, dalla cottura dell’arrosto alla situazione politica italiana è: “Sono tutti accoppiati, cristodiddio”.

Non ci avevi mai fatto caso, in effetti, finché avevi avuto un baldo giovine al tuo fianco. Poi, d’emblée, la rivelazione. Il 90% dei tuoi amici ha una relazione stabile. Infelice, forse, ma ce l’ha. Del restante 10%, il 9 ha comunque un qualche tipo di legame sentimental-sessuale. Poi c’è quell’1% che, in parole povere, sei tu, che non solo non hai una relazione sana e matura, non hai nemmeno un rapporto infantile e autolesionista fondato su qualche cronica insicurezza, nemmeno uno stronzo per cui patire, nemmeno un indomito amante con cui illuderti di avere qualcosa di più. Niente. Nulla. Zero periodico.

groupwedding

Questa curiosa circostanza assume tonalità grottesche quando ti succede, ad esempio, di rivedere un tizio di cui avevi dimenticato l’esistenza, uno sfigato con attestato di fallimento, un cesso che in confronto il peggior bagno della Scozia di Marc Renton è più invitante, uno che non gliela daresti nemmeno se sulla Terra fossero rimasti soltanto lui e Jonathan del Grande Fratello, supponente e volgare, ecco uno così, FIDANZATO. Roba che prenderesti la sua ragazza, la legheresti a una sedia e le faresti ascoltare in loop Marco Masini che strilla “Perché lo fai, disperata ragazza mia”

Due minuti e realizzi che tutti gli uomini più repellenti, tutti i più improbabili, tutti i più insulsi, tutti quelli che fino ai 29 anni la donna più nuda che avevano visto era stata Tania di Retecapri alle 3 di notte, ecco tutti hanno una vagina accanto. E’ come se esistesse una specie di parabola esistenziale, se fosse un film di Scorsese si chiamerebbe “Quei bravi Inchiavabili“, per cui a un certo punto tutti i peni, residuali e non, riescono ad accoppiarsi.

Se sul fronte maschile ciò accade in risposta a un istinto primario e primordiale (scopare), per cui avere una “custodia per il pene” (cit.) accanto è comunque più comodo che non averla, sul fronte femminile la questione è – tanto per cambiare – più complessa ed è sostanzialmente imputabile all’azione combinata di due elementi:

1. L’orologio biologico (che io farei fare la roulette russa a tutti quelli che usano l’espressione “orologio biologico”, però tant’è, di quello si tratta)

2. Il peso sociale della singletudine in quella fase della vita compresa tra i 25 e i 35 anni.

Perché sia chiaro, essere single sarebbe anche una figata yeah-yeah-yeah, se il mondo fosse composto da single. Sarebbe una specie di enorme buffet sessuale, con dessert emotivi a scelta e flut di dionisiaco nettare ad accompagnare il simposio. La realtà, va da sé, è un’altra. E, se sei single (e sì, se non sei una topa atomica ma non è che tutte possiamo essere tope atomiche), ecco, la storia è diversa. La storia è che i peni sono opzionati, come gli ombrelloni al mare il 15 agosto: tutti presi, pure quelli in sesta fila. Quindi devi rosicchiarti l’appoggino, l’ombrellone sbilenco con disagi mentali, oppure quello che dalle 20 alle 9 del giorno dopo sparisce perché è a casa da moglie e figli. Come se non bastasse, più ti approssimi ai 30 e più essere single significa vivere da outsider in un tessuto sociale improntato alla dimensione di coppia, piuttosto che a quella indivuale. Il celeberrimo carosello di fidanzamenti ufficiali, matrimoni, uscite a coppie, vacanze a coppie, umorismo a coppie, sticazzi a coppie e via discorrendo.

Poco conta, poi, che secondo l’ISTAT, nel 2013 una famiglia italiana su 3 sia composta da una sola persona (che cazzo di famiglia è, poi, la famiglia monoporzione, me lo devono spiegare). Quando hai circa 30 anni, sei single e le tue compagne delle scuole elementari aggiornano la profile pic di Facebook pubblicando un’effige che le ritrae all’apice del loro fulgore in abito da sposa con consorte accanto (diobbuono), non riesci a non notare la differenza tra te e loro.

Però. C’è un però, amiche vagine.

coppieindipendenti

Quando ci pesa essere single in un mondo che risponde all’imperativo categorico all’accoppiamento feroce, non dobbiamo metterci con uno la cui presenza causa secchezza immediata delle cavità femminee, pur di non sentirci sole. No. Dobbiamo essere creative. Usare il pensiero laterale. Addivenire a soluzioni alternative. Per esempio: gli amici froci, che sono stati creati da Dio proprio per soccorrere le vagine single nelle situazioni sociali.

Prendi me e Frecciagrossa.

Quando la scorsa estate lui ha iniziato a presentarmi a tutti come “sua moglie”, mi sono opposta. Poi, un altro semestre di cene in compagnia seduta a capotavola, da buona single, mi ha convinta. Va bene. Siamo moglie e marito. Va bene. Sua madre è mia suocera. Suo fratello, mio cognato. Siamo una coppia bellissima. Una volta gli ho persino detto: “Se ti do un figlio, mi mantieni?”. In una casa bella grande, naturalmente, in cui lui possa incontrare i suoi 5 amanti alla settimana e io i miei 3 all’anno.

Che a ben vedere, io e Frecciagrossa ci conosciamo che è una vita e abbiamo una relazione che è una case history di successo da insegnare ai Master Executive in Friendship. Dopo 15 anni non siamo ancora diventati un caso di cronaca nera, del tipo “Vagina grassa trovata morta, attesi risultati autopsia per confermare ipotesi avvelenamento” oppure “Cadavere di frocio bianco ritrovato su marciapiede dopo volo sospetto di 8 piani”. Eppure abbiamo litigato un pacco di volte e ce ne siamo dette di ogni: che è un esagitato, che mi stressa, che sono una stronza, che è un rompicojoni, che non ho pazienza, che è permaloso, che sono nazista. Il tutto condito da vari “Scusa, per piacere, posso finire?” – “Io non ti ho interrotta quindi ora mi lasci parlare!” – “Sì ma io non sto alzando la voce quindi non vedo perché debba alzarla tu!“. Perchè, a onor del vero, bisogna dire che da giovani urlavamo come Condor delle Ande durante questi scambi, cose che nemmeno il pubblico di Uomini e Donne. Poi, crescendo, abbiamo perso in chiassosità e abbiamo guadagnato in acidità.

Eppure, in ciascuna delle nostre discussioni, ci siamo ascoltati, ci siamo capiti, ci siamo chiariti, abbiamo aggiunto un pezzo in più e, alla fine: ci conosciamo alla perfezione, ci stimiamo assai, ci fidiamo l’uno dell’altra, sappiamo ridere da stare male, parlare di cose serie, essere un reciproco riferimento nei momenti di difficoltà, conosciamo dell’altro vizi e virtù e ne intuiamo lo stato d’animo da una sillaba. Lui piace ai miei, io piaccio ai suoi. Insomma, chevvoi di più? Ok, non scopiamo. Ma quante coppie hanno una sessualità inesistente o patetica? Noi, invece, abbiamo un rapporto aperto in cui lui può andare a maschi senza nemmeno nascondersi e, per contro,  mi incita a intrattenere relazioni porno-romantiche con aitanti uomini di colore. Praticamente il marito perfetto con cui condividere un rapporto autenticamente votato al reciproco e incondizionato appagamento.

Che ci manca a noi? Gnente!

Siamo una coppia indipendente e uguale a tutte le altre.

L’unica differenza che c’è, è che, nel nostro caso, tra moglie e marito, invece del dito, non bisogna mettere il dildo. Che finiremmo col litigarcelo.

Classificazione Energetica delle Coppie

In questo periodo ho passato molto tempo in compagnia di coppie.

Trattavasi di coppie di amici e, nella fattispecie, anche di belle coppie. Perché le coppie, agli occhi di noi single, si dividono in due macrocategorie: quelle che ti fanno venire il palletico solo a guardarle e quelle che ti fanno sentire che avresti anche tu voglia di vivere una cosa del genere.

A ben vedere, le coppie sono, in un certo senso, come le lavatrici. Fanno tutte la stessa cosa, lavare i panni, però hanno un casino di variabili. Innanzitutto la classe energetica, poi la rumorosità, poi il numero dei programmi di lavaggio.

Nel dettaglio:

corinne-clery-picchia-angelo-costabile

Coppie in Classe C –> Ad altissimo dispendio energetico, è quel genere di coppia che ti fa improvvisare un inno liberatorio a metà tra l’Alleluja e lo Yodel, per il solo fatto d’essere single. Sarebbero quelle coppie in cui ci sono evidenti squilibri emotivi, liti frequenti, bugie, tradimenti, ossessioni, gelosie, castrazioni, frustrazioni. Ce ne sono molte, tutte intorno a noi, e, possibilmente, anche nel nostro passato sentimentale. Per perizia di analisi è opportuno precisare che tra le coppie in Classe C rientrano anche quelle che non-vivo-se-non-in-funzione-esclusiva-del-mio-partner, quelle che frequentano solo altre coppie, quelle all’interno delle quali le individualità vengono completamente cannibalizzate dal duo, i cui casi più disperati si distinguono da sintomi irrecuperabili come il profilo unico su Facebook.

Pro: le coppie in Classe C, esattamente come le lavatrici, hanno un prezzo di listino emotivo ridotto. Non ti fanno rimpiangere affatto la dimensione di coppia inducendoti, anzi, a ricordare i sacrosanti motivi che ti hanno condotta alla salvifica condizione di single.

Contro: le coppie in Classe C, che hanno un costo d’acquisto inferiore, si rivelano molto costose sul lungo periodo. Esse confermano, infatti, certe distruttive idee che il single coltiva attorno all’inutilità/stupidità/banalità/utopia di coltivare una relazione sentimentale duratura. Non è che il single sia particolarmente stronzo, è solo che certe idee gli servono come antidoto agli attacchi glicemico-paranoidi che – per quanto diradati – di tanto in tanto lo assalgono.

classeb

Coppie in Classe B –> Sono le coppie medie. Quelle che ti lasciano piuttosto indifferente, un po’ capitate per caso, un po’ volute, un po’ litigiose, un po’ mielose, che si trascinano per anni più per inerzia che per scelta. Trattasi di quelle coppie in cui l’equilibrio tra pro e contro non altera il nostro apparato psico-somatico.

Pro: non costano tantissimo e non inquinano tantissimo

Contro: non sono certo i modelli top di gamma

classea2

Coppie in Classe A –> Sono le strafottutissime belle coppie. C’è da premettere che per avere una bella coppia servono due belle persone, un po’ come per fare il tavolo ci vuole il legno. Queste coppie, agli antipodi rispetto alle Classe C, stanno su che è una meraviglia. Ciò non significa, naturalmente, che siano perfette, non viviamo mica nel paese dello zucchero filato, perlamadonna, lo capiamo. Anche le coppie in Classe A consumano, però a ogni bolletta confermano la vantaggiosità della transazione. Queste qua, le coppie, le osservi crescere, mese dopo mese, anno dopo anno, sotto i tuoi occhi sentimentalmente inermi di single. Sono consapevoli, complici, volute, frutto di scelte di vita, cambiamenti, rivoluzioni. E lo capisci, guardandoli, che i presupposti affinché gli ingranaggi funzionino ci sono tutti. Poi certo, non si può mai sapere un cazzo nella vita, ok, Muccino docet, ma sono un acquisto intelligente e adulto. La cosa migliore che potessero fare era stare insieme, perché si vede che si sono migliorati reciprocamente, standosi accanto.

Pro: ti fanno capire che quella cosa ignobile che il popolino chiama “amore” può essere che esista, e che a volte succede, quella storia che due persone si scelgono e si condividono per un periodo più o meno lungo delle proprie vite. E che facendolo si costruiscono, invece di distruggersi. Sì, insomma, le coppie in Classe A ti fanno pensare che – se ce la fanno loro – forse potresti farcela anche tu.

Contro: Non solo potresti, ma persino vorresti farcela anche tu. Devi trovare anche tu un fidanzato, sei l’unica diversa, sì, dai, non sarà poi così difficile, avanti, guarda loro, ci riescono, perché tu no? Così poi andate a farvi le vacanze insieme e tu non devi dormire nel lettino singolo, come i figli. Dai. Gagliardo. Guarda su, che bello è avere qualcuno che ami e che ti ama? Costruire un progetto di vita insieme. Rientrare la sera dopo il lavoro e non trovare soltanto il divano disposto ad accoglierti! Vedili loro, come sono cresciuti, che parlano di matrimoni e figli, mentre tu sei qui ancora a raccontartela sui massimi sistemi dell’universo dei babbuini. Ma cosa c’hai, i bachi nell’ipotalamo? Perché tu non hai un partner? In effetti loro sono magre. Sarà mica che sei troppo grassa? No vabbé, pensa a quanti cessi stanno accoppiati…

Ecco il problema delle Coppie in Classe A, è che ti fanno pensare a tutto ciò che ti manca dell’essere coppia e tutto ciò che rischi di perdere, di non vivere. E, come se non bastasse, ti fanno venire voglia di ricordare com’è stare con qualcuno, stringersi a un uomo e pensare che c’è oggi e ci sarà domani, sentirsi un calzino che ha bisogno d’essere appaiato per percepirsi completo (pur essendo compiuto in sé, un calzino). Ricordare com’è anche solo dirlo: “Ho una relazione”, “Sono innamorata”, “Il mio uomo”. Chissà. Chissà com’è.

E poi arriva così, di soppiatto, senza che neanche te ne accorgi, il tracollo definitivo, la domanda infame che s’insinua, bottana, tra i tuoi pensieri: “Chissà come sarà lui”. E lì addio. Ciao proprio. E’ stato bello conoscervi. A mai più.

Perché ciò che succede, quando fantastichi su come sarà l’uomo che ti ruberà il cuore senza massacrarti la cassa toracica, ecco, quando ci pensi, t’accorgi che non lo vedi. Non riesci neppure a immaginarlo. E per te, che magari sei una vagina dello scorpione che prevede l’altrui futuro con velleità da Wanna Marchi, usando la pelle, suonando l’empatia a orecchio (azzeccandoci quasi sempre con sconcertante precisione), ecco per te è proprio una bella merda non intuirlo nemmeno, come potrebbe essere un uomo, per starti accanto.

Il problema delle strafottutissime coppie in Classe A, è che vanno assunte con cautela, somministrate il giusto, abilmente dosate con altri ingredienti (tipo le coppie infelici), affinché il cocktail dia risultati positivi. Sono molto piacevoli, ma abusarne può essere dannoso.

Il problema delle strafottutissime coppie in Classe A, è che ti disarmano.

Ti privano di tutti i tuoi trucchetti retorici.

Ti ignorano, te con la tua indipendenza, la tua auto-consapevolezza, la tua carriera, la tua presunta libertà sessuale ed esistenziale.

Le belle coppie ti spogliano di tutti gli alibi.

E il peggio è che lo fanno con quella grazia che solo l’amore ha.

Senza farti male.

Lasciandoti nuda.

Coi brividi nell’anima.