Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Matrimoni: cosa pensiamo e NON diciamo

[Il seguente post contiene contenuti forti e sincerità esplicite. L’acidità non è stata censurata. Se ne sconsiglia la lettura a buonisti, fondamentalisti romantici, illusi e Pollyanne varie]    

Recentemente una mia amica si è sposata e non mi ha invitata al suo matrimonio. Non è che fosse proprio una mia amica stretta. Abbiamo lavorato insieme, fatto delle cene, qualche aperitivo, visto qualche puntata di X-Factor a casa sua, per carità. Uno di quei rapporti amichevoli normali, che tutti quanti intessiamo nella nostra quotidianità, basati su stima, simpatia, circostanza, non tantissimo di più e non molto di meno.

Un’altra amica in comune mi ha scritto che le spiaceva che non mi avesse invitata. Così ci ho pensato, ma mi sono accorta che io ero proprio serena, sollevata quasi. Tutt’altro che offesa. Tutt’altro che esclusa.

Ci ho pensato e ho capito che se non abbiamo un rapporto stretto, se non ti ho mai retto la fronte mentre vomitavi ubriaca, se non mi hai mai tenuto la porta del cesso o non mi hai mai prestato i fazzoletti per asciugare la pipì, se non mi ricordo come cazzo ti vestivi a 15 anni; se non sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se il tuo compleanno me lo deve ricordare Facebook, se non hai idea di come si chiamino i miei genitori; se il tuo fidanzato l’ho visto meno di 5 volte nella mia vita; se non ti ho mai consolata mentre piangevi perché non hai mai pianto davanti a me; se non siamo mai state almeno 3 ore a parlare e ridere da sole, se non abbiamo mai fatto una vacanza insieme, se ci sentiamo due volte all’anno, ebbene in tutti questi casi SE NON MI INVITI al tuo matrimonio, mi fai un favore enorme e io ti vorrò più bene di prima. Perché? Mò te lo spieco.

A me i matrimoni, di per sé, non piacciono, si può dire senza essere lapidati in pubblica piazza? Lo so, sono una persona brutta, morirò grassa e sola, e brucerò all’inferno, lo so. Ma non posso farci nulla. Vi giuro che ho provato a farmeli piacere, senza dubbio sono migliori dei funerali (come qualcuno mi ha suggerito) ma purtroppo mi fanno piuttosto cacare, e posso dire con certezza di non essere la sola (siamo un bel gruppo, diventeremo associazione, poi partito, vedrete).

Devo dunque essere estremamente motivata per affrontarli, devo volere MOLTO bene alle persone che si sposano, intendo proprio affetto, intendo una cosa che vada oltre la simpatia, la piacevolezza, l’etichetta, la politica, il network. Devono proprio essere miei amici e allora, per esempio, mi commuovo quando il padre scorta la sposa all’altare, mi commuovo quando i nubendi dicono cose tipo “prometto di prendermi cura di te sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia e blablabla“. A volte mi commuovo anche quando a fine ricevimento tagliano la torta a 12 piani e sono persino felice perché intorno ci sono tutti i miei amici e penso che forse queste sono le ultime occasioni nelle quali riusciamo a trovarci ancora tutti insieme, mentre viviamo sparsi per il mondo, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi. E ciò è bello.

Ma, ripeto, vale per poche, pochissime persone. Viceversa, io i matrimoni li soffro. Assai (specialmente quando ne collezioni circa 10 nel giro di un triennio). Perché?

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1. I matrimoni costano. Assai. Troppo. A tutti. Agli sposi e agli invitati. Richiedono spesso e volentieri che tu debba spostarti in un’altra città, fare un weekend fuori (durante il quale ci sarà la cerimonia), pagare un volo aereo, gli spostamenti annessi e connessi, la notte in hotel, fare il regalo, andare dal parrucchiere e ovviamente comprare il vestito, le scarpe, la borsa, gli accessori, fare la manicure e la pedicure.

2. Riciclare i vestiti è problematico, nell’era dei social network in cui le foto di tutti i matrimoni infognano le timeline da maggio a settembre senza soluzione di continuità. Bisogna variare. Non sta bene.

3. Il regalo. Io capisco che non abbiamo più bisogno dei servizi della Regina Elisabetta e della Porcellana di Boemia, ma raga qualcuno deve dirvelo quanto sia di pessimo gusto ricevere un invito accompagnato da un IBAN. Certo, voi direte: come si fa? C’avete ragione. Ma se il concept del matrimonio contemporaneo è questo, sappiate che non è elegante. Ovvio è che da qualche parte questo conto corrente ce lo dovete pure indicare, quindi in alternativa ci sono i siti web che raccontano la vostra storia, il vostro sogno, il viaggio che vi regaliamo (o insomma le coordinate per ripagare, almeno in parte, i costi del sontuoso ricevimento).

4. Ai matrimoni si soffre. Fisicamente, si soffre. Le donne soffrono perché sono su trampoli insensati per i quali già a metà della cerimonia, a fare alzati-e-siedi-alzati-e-siedi-scambiatevi-un-segno-di-pace non ne possono più. E gli uomini, i poveri uomini, perché squamano come carogne putrefatte all’Equatore, con il vestito, la camicia e la cravatta in una Chiesa d’estate.

5. A questo proposito: conoscete gli sposi da 2 anni, 5 anni, 10 anni, 15…vent’anni e non li avete MAI visti o sentiti andare a messa. MAI cazzo. Manco per sbaglio. Mai dire una cosa anche solo vagamente cattolica. Ovviamente, tuttavia, a ridosso delle nozze essi ti guardano e ti dicono: “No ma io credo in Dio”, aspettandosi che tu ci creda perché, in fondo, la fede è un fatto privato, come il meteorismo. Tu annuisci e dici “Certo”, accettando tacitamente quel lieve imbarazzo che si crea. Che, per inciso, a me non cambia nulla se vi sposate in Chiesa perché così vuole la mamma che paga il ricevimento, o perché in Chiesa è più suggestivo. Figurati se non capisco l’importanza della location, i fiori, l’organo, il teatrino, un celibe canuto che vi spiega il senso più profondo del matrimonio, attraverso la parabola di una religione che non praticate da quando avete fatto la Prima Comunione.

6. I matrimoni sono noiosi. Sono mortalmente noiosi. Quasi tutti (state calmi, ho detto “QUASI“). Lenti, formali e con un velato sapore nostalgico, un’aria da “siamo diventati vecchi”. Ve lo giuro che non sono divertenti. Non lo sono neppure quando pensate che lo siano. Di norma ai matrimoni non c’è Martina Stella, né Marco Cocci. E neppure Stefano Accorsi. E manco Santamaria o Pasotti, che quando il livello di disperazione sale pure Pasotti va bene. E noi, invitati sotto la meno-andropausa, non vediamo l’ora che arrivi la fine della festa, il salvifico momento dell’open bar, in cui finalmente possiamo ubriacarci, toglierci le scarpe e ballare. Eh lo so, costa assai un matrimonio, mò vogliamo pure l’open bar? Ma certo: no alle bomboniere, sì al gin tonic.

7. Dai matrimoni torni facilmente stremato. Fisicamente, come detto (l’illusione che la messa alle 16 del pomeriggio di agosto sia una passeggiata, è per l’appunto un’illusione, perché ok che non sei tutto ingiuppinato dalla mattina alle 10, ma ci sono comunque 8 milioni di gradi centigradi lì fuori e tu non sei esattamente in shorts e infradito). Ma anche emotivamente (fatta eccezione per gli unici 2 invitati, su 150, che ciulano, che – di solito – sono il testimone single e l’invitata più bella, che non sei tu). Di base, se sei in coppia pensi che non sei ancora sposato, che forse dovresti anche tu, che perché lui a te ancora non lo chiede? Se sei single, lasciamo perdere, puoi al massimo appellarti alle statistiche sui divorzi o agli studi sulla sessualità delle coppie coniugate, poi sentirti una persona orrenda, struccarti e andare a dormire. Se sei sposato da anni probabilmente pensi: perché lo fate, disperati ragazzi miei. Se sei gay e sei single non hai nemmeno più la scusa che non puoi sposarti perché non si può. Ora puoi, anche se non è proprio-proprio matrimonio. Quindi vieni qui fratello, dammi il cinque.

8. In compenso è rarissimo cuccare ai matrimoni per il fatto molto semplice che gli uomini sono tutti accoppiati, oppure in Sindrome da Branco per cui il loro unico intento è bere, urtare il bicchiere con il coltello, fare i cazzoni. E beati loro, sia chiaro, che almeno forse un poco si divertono. Di sicuro non mirano a broccolare normo-donne tirate a lucido e sul depresso-andante, che, salvo che non siano Kasia Smutniak, si sentiranno più invisibili dei neutrini.

9. Il lancio del bouquet, mioddio, è una delle espressioni più retrograde e misogine di tutta la manfrina nuziale, per quanto mi riguarda. Donne che s’accapigliano per prenderlo, donne che lo evitano manco fosse un piccione orbo con la diarrea che s’avventa su di loro. Se sei single, inutile dirlo, il fatto di doverti disporre — solo in quanto portatrice di vagina — in mezzo a quelle che si sposeranno prossimamente – laddove il tuo matrimonio con Mr. Invisible è dato 100 a 1 alla Snai – è disturbante quanto una sodomia non consenziente.

10. C’è talmente tanta gente, ai matrimoni, che è impossibile godersi gli sposi, che devono giustamente stare dietro a tutto il baraccone e omaggiare a turno gli ospiti. Quindi ti fai questo supplizio per i tuoi amici, che a stento incrocerai per 10 minuti nell’intera giornata.

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E solo questo può edificare l’ultimo, scottante tema, ovvero l’addio al nubilato, e cioè il fatto che per lo meno ti godi la sposa in un contesto più raccolto e informale rispetto alle nozze. Addio al nubilato, che tuttavia è diventato la definitiva espressione turbo-sentimentale del capitalismo. Un’aberrazione totale per la quale nel giro di pochi anni siamo passati dalla pizzella tutta al femminile, a se-non-vai-come-minimo-a-fare-un-weekend-a-Formentera per festeggiare il fatto che un’altra ha trovato marito (un’altra, non tu!!!) non sei nessuno. Oppure possiamo restare in zona e andare alla Spa, fare il percorso benessere, il massaggio, la cena tutte insieme al ristorante argentino, e poi andare a ballare (che praticamente, a Milano, spendi tanto quanto andare a Barcellona. e non c’è nemmeno Gaudì). In alternativa, puoi andare in giro vestita come una deficiente, insieme ad altre vestite come delle deficienti. E sì, prima che le addioalnubilato-planner di tutto il mondo si rivoltino nelle loro t-shirt fosforescenti, e nei loro giochi a tema, e nei loro gadget a forma di cazzo, io sono felice se voi vi divertite a fare queste robe. Semplicemente, io non mi diverto.

Tutto questo per dire che tutta questa menata dei matrimoni posso sopportarla se il tuo fidanzato mi ha retto la fronte mentre vomitavo ubriaca, se ti ho prestato innumerevoli fazzoletti per asciugare la pipì e se mi hai tenuto la porta del cesso. Se posso prenderti per il culo perché a 15 anni indossavi le camicie di flanella e se ti ricordi che quando mi hai conosciuta avevo la borsa della Phard e il monociglio. Se sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se ci siamo scambiate le scarpe e prestate i vestiti, se il tuo compleanno me lo ricordo a memoria da 15 anni, se i tuoi genitori mi hanno vista crescere, se con il tuo fidanzato ci ho chiacchierato per ore e per ore ci ho riso. Se sono passata a prenderti in macchina decine di volte e decine di volte ti ho aspettata perché non eri pronta mai. Se ti ho consolata mentre piangevi, tutte le volte che mi hai pianto davanti. Se hai risposto alle mie telefonate alle 3 di notte mentre stavo sbroccando per qualche stronzo della mia vita. Se abbiamo fatto le vacanze insieme, e visto le giornate finire e ricominciare, all’alba, sulla spiaggia. Se mi ricordo quanto eri pesante quando a scuola non prendevi un voto abbastanza alto, e mi ammorbavi per tutto il tragitto della Circolare Rossa, mentre tornavamo a casa. Se abbiamo fumato insieme le prime sigarette. Se ho imparato a capire i tuoi silenzi. Se ci siamo allontanate e riavvicinate. Se siamo andate insieme al primo Heineken Jammin Festival. Se abbiamo perso il conto dei capodanni, dei ferragosti, dei festini, delle partite a carte, degli arrosti di carne, dei limoni e delle vodke al limone, dei giri in motorino, delle nottate in villa a parlare. D’inverno e d’estate.

Se tutto questo è successo, farai bene a invitarmi e io l’ennesimo matrimonio me l’accollerò. E non sarò cattiva, lo prometto. Anche se i matrimoni mi fanno cacare. Ma sarò felice, sinceramente, per te. Lo sarò del fatto che ami un uomo, che ti ama a sua volta, e che insieme state facendo una scelta coraggiosa, come giurarvi eterni amore e fedeltà.

E se poi un giorno dovessi mai sposarmi con un ricevimento ultra-tradizionale e barocco, con i colombi che volano, i petali di rosa, i fuochi d’artificio, il velo in testa, lo strascico di 6 metri, in Chiesa, dal mattino alla notte, senza open-bar, con le bomboniere, ecco giuro che chiederò ammenda per questo post.

Al momento preferisco fantasticare sul mio non-matrimonio, che sarà una festa, dove ci sarà tanto alcol, e della buona musica, e la piscina per tuffarsi di notte. Delle friselle. Delle bombette di Martina Franca arrostite. Formaggi freschi. Frutta. Gelato. Del digestivo. Gli amari. Le stelle. I grilli che canteranno. Le scarpe basse. Raffaella Carrà e Donatella Rettore, perché lo sapete che ci saranno. E gli amici, quelli veri. E i parenti, quelli stretti.

E poi verrà l’alba. E io e il mio non-marito ci chiederemo, abbracciati sotto un plaid umido, su una sdraio umida, mentre il cielo si tingerà di striature tra il rosa e l’arancio: “Chissà se si sono divertiti”. E voialtri sparlerete del nostro non-matrimonio. Ma noi saremo felici lo stesso e forse questo è ciò che alla fine importa.

Che siate felici. Insieme.

Amicizia Uomo-Donna

E’ uno dei grandi misteri insoluti della civiltà moderna, non proprio al livello della cronologica e insondabile successione dell’uovo e della gallina, ma quasi: può esistere l’amicizia tra uomo e donna (eterosessuali)?

Sia chiaro che per agilità d’analisi scegliamo di tagliare fuori dal panel quei casi limite in cui lui ha lo stesso sex appeal di Renato Brunetta, a 12 anni, vestito da boy scout, con l’acne. E, al tempo stesso, i casi in cui lei sia la sosia di Eva Herzigova, ma Eva Herzigova del 1998. Proviamo a riflettere, piuttosto, su tutti gli altri casi, che grazie al cielo sono la maggioranza, in cui gli astanti sono persone grossomodo non repellenti, non maleodoranti, non irresistibili.

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La domanda, se possa o meno esistere l’amicizia tra uomo e donna, è arcaica, un po’ retorica, ma sempre attuale. Ponendola agli intervistati, ne emergono pareri discordanti che delineano 3 macro-tipi sociali, calzanti sia sul sistema cognitivo vaginale che su quello virile:

a) L’estremista (per usare un termine particolarmente attuale) –> è il talebano della divisione dei generi, quel tipo di individuo che dice: “ho già gli amici per giocare a calcetto” oppure “ho già le amiche per fare shopping“, ergo se mi relaziono con qualcuno dell’altro sesso “è perché voglio scopare” (se sono uomo), oppure “è perché voglio l’amore” (se sono donna). La maggior parte degli estremisti non nega l’amicizia uomo-donna sulla base di diretta esperienza negativa con persone dell’altro sesso quanto, piuttosto, sul fatto di essere stato fatto cervo a primavera con il miglior amico/a dell’ex-partner. La cosa più peculiare degli Estremisti è che non solo loro non praticano l’amicizia uomo-donna ma s’aspettano anche che il resto del mondo non la debba praticare.  Da qui si sviluppa uno spin-off sui rapporti di amicizia incrinati a causa della gelosia di nuovi fidanzati e nuove fidanzate.

b) L’idealista –> quello che certo-ovvio-che-è-possibile-io-ho-solo-amiche-donne, che di solito è il prodromo di un coming out. Anche nella versione sì-certo-io-ho-decine-di-amici-che-sono-come-fratelli, solitamente detta senza considerare il fatto che il 95% dei suddetti si macchierebbe senza alcuna esitazione o quasi, qualora l’opportunità si presentasse, di incesto.

c) Il possibilista –> ovverosia quello che sostiene che ogni caso sia diverso, che esistano alcune amicizie uomo-donna che restano tali per tutta la vita e altre che evolvono, dal limone duro in su, fino ad arrivare – nei casi più critici – al matrimonio e alla procreazione. Generalmente il possibilista introduce delle variabili per argomentare la complessità del discorso:

1. La longevità dell’amicizia. Da quanto dura? Quanti anni avevate quando è iniziata? Dovevano ancora venirti le mestruazioni? Lui era ancora vergine? Siete passati incolumi attraverso gli smottamenti ormonali dell’adolescenza? Quando vi guardate, rivedete ancora la versione jonica di Ugly Betty con le treccine e gli occhiali rotondi, oppure il ciccione con la tuta accetata Legea e lo zaino Seven portato su entrambe le spalle? Se sì, è più difficile che decidiate di fare il Circo Togni sul materasso.

2. La frequenza dei contatti. Ogni quanto vi sentite? Ogni quanto vi vedete? Una volta alla settimana? Una al mese? Tutti i giorni? Vi date il buongiorno e la buonanotte su Whatsapp?

3. L’Età. L’età è importante perché comporta una percezione piuttosto chiara degli eventi e dei loro possibili sviluppi. L’età dovrebbe significare esperienza, dunque consapevolezza. Consapevolezza che state alimentando un rapporto borderline, consapevolezza che potete sicuramente gestire le vostre sensazioni e i vostri barbari istinti. Consapevolezza che “non c’è niente di male” è solo una frase, oppure una concreta e solida realtà, un po’ come quelle di Roberto Carlino di ImmobilDream.

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4. La situazione sentimentale. E’ un altro elemento fondamentale: siete entrambi single? Siete entrambi accoppiati? Siete fifty fifty? Siete soddisfatti delle vostre relazioni o siete tormentati e alla ricerca di altro? Svuotate le sacche scrotali con regolarità oppure l’astinenza può indurvi ad atti inconsulti come molestare la vostra ex compagna di banco? Avete qualcuno che vi corteggi e con cui flirtare? Avete altri rapporti più o meno piacevoli con altri portatori di pene/vagina?

5. Affetto o Empatia? E con questo si giunge in genere al nocciolo della questione: l’affetto è trasversale e può senza subbio esistere tra uomo e donna, tanto quanto esiste tra persone che condividono lo stesso genere e lo stesso orientamento sessuale. Empatia, invece, vuol dire che pensiamo cose simili e che sentiamo cose simili. E l’amicizia uomo-donna probabilmente si gioca sull’equilibrio di questi ingredienti, sul far sì che crescano di pari passo, usando quell’arma segreta grazie alla quale (o per colpa della quale) non passiamo la vita a ingropparci reciprocamente a tutti gli angoli di strade, tipo cani randagi: la ragione.

Personalmente penso di essere possibilista, penso che l’amicizia uomo-donna possa esistere e che possa, talvolta, diventare attrazione. Penso che, qualora succeda, sia naturale, che in sé non rappresenti nulla di sbagliato, che su 7 miliardi di esseri umani, sarebbe preoccupante se ce ne piacesse uno soltanto.  Penso che se ogni giorno viviamo nel mondo, lo percorriamo, lo abitiamo, se ogni giorno conosciamo persone, non c’è niente di male se ne troviamo una che ci sta simpatica. E quando parlo di simpatia non penso a quella che potevano nutrire reciprocamente Rocco e Moana. Penso al piacere di parlare con una persona interessante, o di dire minchiate in svacco senza aver nulla da dimostrare, o di ridere, o di raccontare un aneddoto bevendo un bicchiere di vino, o di godere della compagnia di qualcuno che stimiamo.

Personalmente penso che se non usassimo sempre il sesso come filtro per guardare tutta la realtà, se non sessualizzassimo sempre qualunque cosa (il ché suona quasi ridicolo scritto da me), potremmo goderci molto di più ciò che siamo e ciò che possiamo offrirci. Come persone.

Uomini e donne.

Così come siamo.

 

Ps: chiudo citando il mio amico Tarallino che riesce sempre, con somma maestria, a sintetizzare efficacemente la realtà:

“Tu sei mia amica,

io non voglio trombarti,

quindi sì,

l’amicizia tra uomo e donna esiste”.

Coppie Indipendenti

Pare che la realtà che vediamo non esista in sé o che, per meglio dire, non sia mai completa. Si tratta sempre di una percezione parziale influenzata da filtri cognitivi che inconsciamente applichiamo al mondo fenomenico ed emotivo nel quale ci muoviamo. Bene. Quando sei single uno dei filtri cognitivi che applichi più spesso a qualunque cosa, dalla cottura dell’arrosto alla situazione politica italiana è: “Sono tutti accoppiati, cristodiddio”.

Non ci avevi mai fatto caso, in effetti, finché avevi avuto un baldo giovine al tuo fianco. Poi, d’emblée, la rivelazione. Il 90% dei tuoi amici ha una relazione stabile. Infelice, forse, ma ce l’ha. Del restante 10%, il 9 ha comunque un qualche tipo di legame sentimental-sessuale. Poi c’è quell’1% che, in parole povere, sei tu, che non solo non hai una relazione sana e matura, non hai nemmeno un rapporto infantile e autolesionista fondato su qualche cronica insicurezza, nemmeno uno stronzo per cui patire, nemmeno un indomito amante con cui illuderti di avere qualcosa di più. Niente. Nulla. Zero periodico.

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Questa curiosa circostanza assume tonalità grottesche quando ti succede, ad esempio, di rivedere un tizio di cui avevi dimenticato l’esistenza, uno sfigato con attestato di fallimento, un cesso che in confronto il peggior bagno della Scozia di Marc Renton è più invitante, uno che non gliela daresti nemmeno se sulla Terra fossero rimasti soltanto lui e Jonathan del Grande Fratello, supponente e volgare, ecco uno così, FIDANZATO. Roba che prenderesti la sua ragazza, la legheresti a una sedia e le faresti ascoltare in loop Marco Masini che strilla “Perché lo fai, disperata ragazza mia”

Due minuti e realizzi che tutti gli uomini più repellenti, tutti i più improbabili, tutti i più insulsi, tutti quelli che fino ai 29 anni la donna più nuda che avevano visto era stata Tania di Retecapri alle 3 di notte, ecco tutti hanno una vagina accanto. E’ come se esistesse una specie di parabola esistenziale, se fosse un film di Scorsese si chiamerebbe “Quei bravi Inchiavabili“, per cui a un certo punto tutti i peni, residuali e non, riescono ad accoppiarsi.

Se sul fronte maschile ciò accade in risposta a un istinto primario e primordiale (scopare), per cui avere una “custodia per il pene” (cit.) accanto è comunque più comodo che non averla, sul fronte femminile la questione è – tanto per cambiare – più complessa ed è sostanzialmente imputabile all’azione combinata di due elementi:

1. L’orologio biologico (che io farei fare la roulette russa a tutti quelli che usano l’espressione “orologio biologico”, però tant’è, di quello si tratta)

2. Il peso sociale della singletudine in quella fase della vita compresa tra i 25 e i 35 anni.

Perché sia chiaro, essere single sarebbe anche una figata yeah-yeah-yeah, se il mondo fosse composto da single. Sarebbe una specie di enorme buffet sessuale, con dessert emotivi a scelta e flut di dionisiaco nettare ad accompagnare il simposio. La realtà, va da sé, è un’altra. E, se sei single (e sì, se non sei una topa atomica ma non è che tutte possiamo essere tope atomiche), ecco, la storia è diversa. La storia è che i peni sono opzionati, come gli ombrelloni al mare il 15 agosto: tutti presi, pure quelli in sesta fila. Quindi devi rosicchiarti l’appoggino, l’ombrellone sbilenco con disagi mentali, oppure quello che dalle 20 alle 9 del giorno dopo sparisce perché è a casa da moglie e figli. Come se non bastasse, più ti approssimi ai 30 e più essere single significa vivere da outsider in un tessuto sociale improntato alla dimensione di coppia, piuttosto che a quella indivuale. Il celeberrimo carosello di fidanzamenti ufficiali, matrimoni, uscite a coppie, vacanze a coppie, umorismo a coppie, sticazzi a coppie e via discorrendo.

Poco conta, poi, che secondo l’ISTAT, nel 2013 una famiglia italiana su 3 sia composta da una sola persona (che cazzo di famiglia è, poi, la famiglia monoporzione, me lo devono spiegare). Quando hai circa 30 anni, sei single e le tue compagne delle scuole elementari aggiornano la profile pic di Facebook pubblicando un’effige che le ritrae all’apice del loro fulgore in abito da sposa con consorte accanto (diobbuono), non riesci a non notare la differenza tra te e loro.

Però. C’è un però, amiche vagine.

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Quando ci pesa essere single in un mondo che risponde all’imperativo categorico all’accoppiamento feroce, non dobbiamo metterci con uno la cui presenza causa secchezza immediata delle cavità femminee, pur di non sentirci sole. No. Dobbiamo essere creative. Usare il pensiero laterale. Addivenire a soluzioni alternative. Per esempio: gli amici froci, che sono stati creati da Dio proprio per soccorrere le vagine single nelle situazioni sociali.

Prendi me e Frecciagrossa.

Quando la scorsa estate lui ha iniziato a presentarmi a tutti come “sua moglie”, mi sono opposta. Poi, un altro semestre di cene in compagnia seduta a capotavola, da buona single, mi ha convinta. Va bene. Siamo moglie e marito. Va bene. Sua madre è mia suocera. Suo fratello, mio cognato. Siamo una coppia bellissima. Una volta gli ho persino detto: “Se ti do un figlio, mi mantieni?”. In una casa bella grande, naturalmente, in cui lui possa incontrare i suoi 5 amanti alla settimana e io i miei 3 all’anno.

Che a ben vedere, io e Frecciagrossa ci conosciamo che è una vita e abbiamo una relazione che è una case history di successo da insegnare ai Master Executive in Friendship. Dopo 15 anni non siamo ancora diventati un caso di cronaca nera, del tipo “Vagina grassa trovata morta, attesi risultati autopsia per confermare ipotesi avvelenamento” oppure “Cadavere di frocio bianco ritrovato su marciapiede dopo volo sospetto di 8 piani”. Eppure abbiamo litigato un pacco di volte e ce ne siamo dette di ogni: che è un esagitato, che mi stressa, che sono una stronza, che è un rompicojoni, che non ho pazienza, che è permaloso, che sono nazista. Il tutto condito da vari “Scusa, per piacere, posso finire?” – “Io non ti ho interrotta quindi ora mi lasci parlare!” – “Sì ma io non sto alzando la voce quindi non vedo perché debba alzarla tu!“. Perchè, a onor del vero, bisogna dire che da giovani urlavamo come Condor delle Ande durante questi scambi, cose che nemmeno il pubblico di Uomini e Donne. Poi, crescendo, abbiamo perso in chiassosità e abbiamo guadagnato in acidità.

Eppure, in ciascuna delle nostre discussioni, ci siamo ascoltati, ci siamo capiti, ci siamo chiariti, abbiamo aggiunto un pezzo in più e, alla fine: ci conosciamo alla perfezione, ci stimiamo assai, ci fidiamo l’uno dell’altra, sappiamo ridere da stare male, parlare di cose serie, essere un reciproco riferimento nei momenti di difficoltà, conosciamo dell’altro vizi e virtù e ne intuiamo lo stato d’animo da una sillaba. Lui piace ai miei, io piaccio ai suoi. Insomma, chevvoi di più? Ok, non scopiamo. Ma quante coppie hanno una sessualità inesistente o patetica? Noi, invece, abbiamo un rapporto aperto in cui lui può andare a maschi senza nemmeno nascondersi e, per contro,  mi incita a intrattenere relazioni porno-romantiche con aitanti uomini di colore. Praticamente il marito perfetto con cui condividere un rapporto autenticamente votato al reciproco e incondizionato appagamento.

Che ci manca a noi? Gnente!

Siamo una coppia indipendente e uguale a tutte le altre.

L’unica differenza che c’è, è che, nel nostro caso, tra moglie e marito, invece del dito, non bisogna mettere il dildo. Che finiremmo col litigarcelo.

Duemilaquattordici

Come ogni anno, a Natale, sono tornata a casa, la casa vera, nella terronia in cui ci scambiamo l’amore profondo dandoci i baci più alti del mondo. Sono tornata e ho ritrovato la mia famiglia, mia zia che confonde l’altezza con il sovrappeso e sostiene che “grossezza è mezza bellezza”, i miei cugini, i miei pochi amici rimasti giù e tutti gli altri, emigranti, rincasati all’ovile in occasione della santa ricorrenza.

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Ogni anno è tutto uguale, anche se ogni anno qualcosa cambia. Anche se ogni anno ho paura che l’anno dopo non sia lo stesso, che noi putridi sentimentali c’abbiamo la nostalgia prima ancora di vivere e questo si sa, che prima o poi la gente smetta di tornare, che inizi a figliare, che viaggiare diventi un casino e che boh, ci vedremo tutti di meno. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto, eccezione fatta per il fatto che non riusciamo più a digerire i ritmi alimentari del sud come un tempo e che non siamo più disposti ad acquistare alcol di risulta per le nostre feste. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto: le serate nello stesso locale di sempre con i suoi cocktail a 4 euro e cinquanta; la tradizione del 27 a casa mia a giocare a poker; l’euro al parcheggiatore abusivo che ti chiama “Capo” se sei maschio e “Dottoré” se sei femmina; le polemiche sulle regole dell’Asso che Fugge; lo scopone scientifico alla fine di tutte le serate; il superpuzzone tarantino fumato su un balcone di periferia; i cani randagi che abbaiano in lontananza; l’umido della notte sopra le macchine e le nostre chiacchiere sopra l’alba inquinata; Viola Valentino nella playlist di Capodanno; la passeggiata al mare d’inverno; l’espressino con cacao; la cucina di casa che profuma di qualcosa che la Vagina Maestra ha appena infornato; gli acciacchi che aumentano; la voglia di stare insieme; gli abbracci lunghissimi; le risate; le lacrime; le confessioni; i ricordi; i progetti; devo fare il check-in; devo fare la valigia; no, non la voglio la scamorza affumicata da portare; che paranoia; rivediamoci presto; per piacere, andate.

E poi c’è l’anno che passa e quello che arriva. Ci sono quelli che dicono: “Speriamo che il nuovo anno sia migliore del precedente”, che io li prenderei a sberle, ma proprio da farci girare la testa stile Esorcista di 360 gradi netti netti. Non si dicono queste cose. Non si dicono per due ordini di ragioni. Il primo, scaramantico. Nel senso che proferire simili amenità corrisponde a sigillare un patto di sfiga atomica con i successivi 12 mesi. Il secondo, razionale. Nel senso che – a voler fare dei bilanci (attività che a noi vagine piace molto assai) – bisogna essere oggettivi e ammettere che – salvo disgrazie eclatanti – l’anno appena trascorso può non averci portato tutto ciò che avremmo voluto, ok, ma sicuramente ha avuto in sé anche qualcosa di interessante. Qualcosa che ha aggiunto dei pezzi. Qualcosa che ha contribuito a renderci un poco mejo e un poco peggio di quelli che eravamo.

Per quanto mi riguarda, per esempio, il 2013 sicuramente non mi ha portato l’amore of my life, non la ricchezza e persino la salute se l’è ciulata un po’. Però, a onor del vero, mi sono capitate cose che non mi erano capitate mai:

1. Non mi era mai successo di organizzare un’asta benefica di sex toys

2. Non mi era mai successo di restare a terra con la macchina

3. Non mi era mai successo che mi sbagliassero colore dei capelli, trasformando la mia criniera in un agglomerato inconsulto color giallo paglierino con venature arancioni

4. Non mi era mai successo di avere una relazione con un uomo di colore

5. Non mi era mai successo di andare in vacanza con sole coppie e stare bene

6. Non mi era mai successo di avere una rubrica su Cosmopolitan e una su Linkiesta

7. Non mi era mai successo di stressarmi al punto da farmi venire una tiroidite

8. Non mi era mai successo di volere un toy boy di 25 anni

9. Non mi era mai successo di preparare le mozzarelle in carrozza per i miei amici

10. Non mi era mai successo di andare alle terme

11. Non avevo mai rifiutato di scrivere un ebook per Mondadori

12. Non avevo mai pensato di trasferirmi all’estero

13. Non avevo mai visto i Depeche Mode dal vivo

14. Non avevo mai visto la mia faccia sul Fatto Quotidiano

15. Non avevo mai passato il San Valentino con la Vagina Maestra, in ospedale, capendo qual è l’amore più grande e incontrastato della mia vita

16. Non avevo mai saputo che una delle mie migliori amiche si sposa

17. Non avevo mai saputo che uno dei miei peggiori ex si è sposato

18. Non avevo mai smesso di fumare

19. Non avevo mai desiderato avere un figlio marroncino

20. Non avevo mai visto una mostra straordinaria su David Bowie al Victoria & Albert Museum di Londra

E queste sono giusto alcune delle cose che mi vengono in mente.

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Cosa porterà il 2014 lo scopriremo.

Non posso che augurare che porti novità, curiosità, desiderio.

Che porti coraggio per essere ciò che siamo.

Che porti amore e comprensione. Energia per superare certi limiti e serenità per accettarne altri.

Che porti sesso di buona qualità. Se vogliamo esagerare, persino un po’ d’amore.

Che porti emozioni e crescita. Conferme e smentite.

Che porti mani da stringere e strade nuove da intraprendere. Ricche di curve e salite, che le curve e le salite non ci spaventano. Purché in cima, ad attenderci, ci sia un bel panorama.

Buon anno a tutti!

Una minchiata in più: Giuliana

Sono stata a Taranto.

La Vagina Maestra, il grande e indiscusso amore della mia vita, ha subito l’ennesimo intervento chirurgico e io non potevo in alcun modo non esserci. Così, tra vessazioni professionali degne del più squallido cliché milanese, sono tornata a casa. A stringerla. A dirle che tutto sarebbe andato bene. A dire a mio padre di star calmo. Sono tornata a casa ad assisterla, a fare le nottate in clinica, a prendermi cura di lei con tutta la dolcezza di cui sono capace, a spaventarmi del suo star male, a trattenere le lacrime di fronte alla sua vulnerabilità.

E mentre tutto questo succedeva, ho conosciuto Giuliana.

Giuliana è mia amica. Probabilmente non la rivedrò mai più, ma è mia amica.

E’ diventata mia amica subito, da quando l’ho sentita piangere mentre si preparava all’intervento, mentre diceva che non voleva e che aveva paura. E  ho capito e ho pensato che al suo posto avrei pianto anche io, perché non sono coraggiosa, perché la malattia mi spaventa, per me e per quelli che amo.

Giuliana parla benissimo il dialetto. Voglio dire: lo parla come andrebbe parlato, in modo grezzo, per nulla ripulito, straordinariamente autentico. E quando si rivolge a mia madre le da del “voi”.

“Che bella figlia che avete, signora”, le dice, mentre le sto posizionando dei cuscinetti sotto le mani, per evitare che si gonfino troppo, tra immobilità e flebo.

“Purtroppo non sto qua”, le rispondo e tiro fuori tutto quel che resta del mio accento.

“E dove stai?”, mi chiede, a fatica.

“A Milano

“Bella Milano“, commenta sua nipote adolescente, come se Milano fosse Sidney, un mondo lontanissimo pieno di affascinanti possibilità. E forse per lei, per quella ragazzina con i capelli schiariti da prepotenti meches e gli orecchini a cerchio dorati, forse per lei Milano è Sidney.

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Ma è quando la Vagina Maestra, dopo 48 ore di quasi veglia riesce finalmente a dormire un po’, che io e Giuliana diventiamo amiche.  E io scopro un sacco di cose di lei.

Scopro che ha 42 anni e 4 figli. Che la prima l’ha avuta a 15 anni e adesso è già nonna. Scopro che col marito vende la frutta al mercato e che suo fratello ha un ristorante in Emilia Romagna. Mi racconta che ha paura di volare e che le piace tantissimo Eros Ramazzotti, e pure Biagio Antonacci, ma quella che proprio nessuno gliela deve toccare è la Pausini. E questi presupposti mi aiutano a contenere lo stupore quando la tv, accesa su Sanremo, inquadra Maria Nazionale e Giuliana sa benissimo chi sia, Maria Nazionale, che a me pareva al massimo la declinazione partenopea di Lisa Ann, per dire.

“Voi come l’avete scoperto?”, mi chiede a un certo punto, riferendosi a mia madre. Per Giuliana è scontato che si tratti di tumore, perché a Taranto se stai male, nove su dieci, hai un tumore. Anche a suo nipote di 10 anni gliene hanno trovato uno in testa, mi dice. Ma io le rispondo che no, che graziaddio, tra tutti i problemi che mi madre ha e ha avuto, questo non era un tumore.

“Tu invece come l’hai scoperto?”, le chiedo.

“Se n’era andato in dentro il capezzolo”, mi ha detto, riposizionandosi la borsa del ghiaccio sulla ferita.

Ha fatto gli esami a giugno e ha scoperto di cosa si trattava. Ha fatto la chemio, ha perso tutti i capelli e mi dice che solo ora le stanno ricrescendo, ma lei non sopporta di vedersi con i capelli così corti. Mi dice che usa una parrucca e io le rispondo che non dovrebbe, perché è bella anche così e che poi quest’anno i tagli corti vanno un casino. Le dico di star calma, di non muoversi troppo per la ferita, le dico che la prima notte è la peggiore e che deve avere pazienza, che l’indomani la faranno alzare e che le leveranno anche il drenaggio dalla ferita, magari, che il sangue è già più chiaro, che no, non le farà male. Le misuro la temperatura, che è di 37,3, ma è tutto normale. Le sollevo un po’ il letto. Faccio il mio niente per alleviare il dolore della sua notte insonne.

Giuliana ha 42 anni e 4 figli. Ha un tatuaggio enorme sul polso e parla benissimo il dialetto, lo parla proprio come andrebbe parlato, e  durante l’orario delle visite vengono a trovarla parenti e amici organizzati in plotoni da 15 chiassosi soggetti l’uno, con un campionario di facce che varia dalla casa circondariale alla tossicodipendenza aggravata.

E alle 6 del mattino suo marito passa a lasciarci la colazione: caffé fatto con la macchinetta di casa e dei cornetti ancora caldi presi al bar. Giuliana me la offre e io non posso rifiutare, perché è il suo caffé speciale. Perché è il suo modo di dirmi grazie.

Giuliana parla il dialetto così bene che io quasi mi vergogno del mio congiuntivo perfettamente coniugato, mi vergogno delle mie paturnie della minchia, dei miei problemi da primo mondo, mi vergogno di tutte quelle inquietudini gratuite a cui ho subaffittato il cervello. Mi vergogno di perdere così tanto di vista cosa è importante e cosa non lo è affatto e, improvvisamente, incrociando il suo sguardo, in quel sorriso sofferto che mi fa dal bordo del suo letto, lì, con la vita vera che mi guarda in faccia e pondera se sputarmi o meno in un occhio, ecco io sento un’empatia pazzesca con questa donna, che nulla ha in comune con me, che è come se io fossi lei all’incontrario, in tutto e per tutto.

Ma in quel microcosmo, annusando l’odore della vita reale, quella più dolorosa, quella più feroce, quella in cui il problema è vivere o morire, o sopravvivere con un seno di meno e doversi accettare ancora come donna senza sentirsi mutilata, ecco lì, io non ho sentito nessuna distanza, nessuna differenza tra me e Giuliana. Ho sentito che da quella donna sconosciuta che a stento parlava l’italiano, stavo imparando la più preziosa lezione degli ultimi mesi. Che quel che avevano tolto a lei era un pezzo in meno anche per me.

E io non so se rivedrò mai Giuliana. Però so che non la dimenticherò.

Perché a Taranto c’è un’umanità che non so raccontare ma che non posso fare a meno d’amare.