Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

10 Sintomi della Bimbaminchieria

Diciamo la verità: la vita da single non è semplice, ma neppure quella da coppia. E, se prima dovevi preoccuparti delle grevi insidie della solitudine (tipo rischiare di scivolare nel piatto doccia e restarci fino alla putrefazione), adesso ci sono nuove preoccupanti minacce che incombono sulla tua quotidianità. Perché dobbiamo essere oneste: possiamo ripeterci ininterrottamente che iniziare una relazione non ci cambierà, che noi resteremo sempre le stesse, che noi non faremo tutti quei vergognosi errori che abbiamo visto commettere a TUTTE le nostre amiche, o perlomeno a buona parte di esse. Credetemi, possiamo dircelo e ridircelo. Dircelo tantissimo. Ma le parole non bastano, servono i fatti, serve un attento e severo apparato supervisore della Bimbaminchieria, quella spericolata deriva nella puerilità amorosa che – quasi certamente – a un certo punto – ti travolgerà (alcuni studiosi sostengono che il fattore anagrafico non costituisca antidoto di per sé e che, anzi, spesso quanto più tardi ci si innamora, tanto più tragicamente si rincoglionisce). E poco importa che della propria singletudine si sia fatta bandiera, poco contano quegli anni passati a coltivare ogni piccola acidità interiore, a innaffiare ogni minima idiosincrasia nei confronti delle relazioni sentimentali. Niente. Nulla. Neppure se ti sei ribellata con tutta te stessa al potere normativo delle coppie e al loro ruolo livellante sulla società, sui diversi, sui freak, sui single, neppure in quel caso potrai considerarti immune alla Bimbaminchieria. Scopriamo meglio di cosa si tratta:

1. Succederà un giorno, all’improvviso. O meglio, te ne accorgerai all’improvviso e solo allora realizzerai che succede già da tempo. Ebbene sì, mia cara, hai messo a punto un assortito ventaglio di vocine del cazzo e di paroline buffe che usi ormai solo con lui. La vostra personale e vomitevolissima micro-lingua è già nata, senza che tu te ne accorgessi neppure. Stai molto attenta, amica, perché ci vuole un attimo che ti ritrovi a parlare come una persona con un disturbo della personalità in pubblico. In mezzo ai vostri amici. Al telefono, sui mezzi. Rifletti. Tu avevi giurato che quella roba lì non l’avresti fatta mai.

2. Ti scapperà e, di nuovo, te ne accorgerai quando il danno sarà già fatto: inizierai a parlare alla prima persona plurale. Inizierai a rispondere con il “noi” quando la gente ti chiederà cosa hai fatto, cosa hai mangiato, cosa ne pensi, cosa hai in programma. Ecco, adesso, a questo punto della tua vita ti sembrerà anche normale, per la famosa Legge della Banderuola (quella per cui quando sei in auto odi i pedoni e quando sei pedone odi gli automobilisti): ora ti sembrerà del tutto normale rispondere alla prima persona plurale ma ti prego di ricordare quanta pietas ti abbia suscitato in precedenza questa cosa.

3. Limonerai in pubblico. Se conserverai ancora un briciolo di dignità intellettuale, a volte, ti capiterà di guardarti da fuori, come se ti fossi presa la chetamina, e ti vedrai. E ti disprezzerai. E penserai “Cazzo ma ce la fate? Ma quanti anni avete? Ma prendetevi una camera!”.

4. Sarai attanagliata da una tentazione come manco Gesù Cristo nel deserto, come manco Jim Morrison nel deserto (insomma chiunque nel deserto non se la passa benissimo e questo è chiaro): vorrai, davvero vorrai, intasare il web di vostri autoritratti digitali artisticamente editati. Insomma, di vostri selfie. Nei casi più critici, ma in questi consiglierei di rivolgersi a uno specialista, la tentazione sconfinerà nel feticismo morboso, instillando in voi il dubbio che dovreste forse creare un format di coppia, un filone sai, la riproposizione reiterata e ossessivo-compulsiva di una vostra specifica parte anatomica (tipo i piedi, o la schiena, o le mani) o un oggetto che rappresenta l’unione suggellata per l’eternità delle vostre anime (tipo un peluche), in tutti i possibili contesti. Resisti, diomadonna ti prego resisti. Ricorda cosa pensavi quando vedevi gli altri farlo.

5. Finalmente sei uscita con il tuo migliore amico, o con la tua migliore amica (per quanto bisogna riconoscere che continuare a parlare di migliori amici e migliori amiche dopo i 15 anni di età sia vagamente border ma insomma ci siamo capiti), non vi vedevate da un botto (che magari è tipo 1 settimana o 2, ma per i vostri standard è come essersi persi di vista per un paio di ere geologiche), lui è lì che ti racconta i suoi ultimi aggiornamenti e quando raggiunge il climax della narrazione, tu ricevi una telefonata dal tuo moroso, che ti chiama per dirti che è uscito dall’ufficio (…), che in ufficio è stata una giornata pesante (…), che ora forse va a casa (…), che è indeciso su cosa mangiare a cena (…) e altre informazioni di capitale importanza che ti terranno al telefono per 30  minuti, mentre tu sarai lì in bilico tra la pazienza vacillante del tuo amico e il timore di ferire la sensibilità del tuo nuovo concubino. Io, sappilo, sono dalla parte dell’amico.

6. Darvi un…soprannome. Ecco questa storia dei soprannomi è veramente imbarazzante e la sublimazione dell’imbarazzo, già molto imbarazzante di per sé, è quando questi nomignoli diventano di pubblico dominio. Ora, qualunque rapporto d’affetto prevede (o può prevedere) epiteti di vario genere e natura. Pensiamo a tutti gli amici e le amiche che appelliamo “tes”, “tesò”, “amo”, “amò”, “cuore”, “gioia” e via discorrendo. Però c’è un però. Anzi, un PERÒ. C’è che esiste una soglia di dignità al di sotto della quale non bisognerebbe scendere mai, quindi se proprio decidete di appellarvi “pulcino&pulcina”, “orsetta&orsetto”, “micino&micetta” fatelo nel privato.

7. Iniziare qualunque discorso con “Lui mi ha insegnato”, “Lui mi ha raccontato”, “Lui mi ha regalato”, “Lui mi ha fatto vedere/leggere/scoprire/assaggiare/guardare/capire”. E tutto quel filone dialettico dal quale traspare che tu e la tua identità intellettuale non siate esistite mai prima dell’avvento del maschio redentore.

8. Trascurare gli amici e le amiche, che non vuol dire riuscire a esserci politicamente una volta ogni tanto per sentirsi la coscienza pulita e mettersi al riparo dalle più ovvie critiche di latitanza. Vuol dire prestare attenzione agli amici, a quelle persone che c’erano fino al giorno prima, ….e questo avrai la sensazione di non farlo mai abbastanza bene.

9. Nei casi più gravi succederà che inizierai a confrontarti con lui prima di accettare in via definitiva l’invito per qualunque aperitivo, cena, appuntamento, in orario serale, sperando che matchi con la serata in cui lui gioca a calcetto, o a poker, oppure si vede col gruppo per suonare. Peggio ancora, inizierai a proporre ai tuoi amici di vedervi esattamente quando lui ha altro da fare, secondo l’obiettivo scientifico di tappare i buchi. Il punto di non ritorno lo raggiungerai quando qualcuno ti inviterà a uscire e tu risponderai: “Non esco perché non esce lui”. Giuro, mi è successo. Di essere dall’altra parte, intendo. Di sentirmelo dire. Per capirci: alcune delle mie più care amiche, da quando si sono accoppiate, non le ho più viste da sole se non ai rispettivi addii al nubilato.

10. Farvi un tatuaggio di merda.

Presidiando con attenzione tutte queste aree sensibili della vostra relazione, potrete riuscire ad avere una storia senza ridurvi alla stregua di quegli human cases che avete così lungamente sofferto e compatito nelle precedenti epoche single della vostra esistenza.

Nella speranza di esservi tornata sufficientemente utile, vi saluto calorosamente,

vostra

V.

Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

Matrimoni: cosa pensiamo e NON diciamo

[Il seguente post contiene contenuti forti e sincerità esplicite. L’acidità non è stata censurata. Se ne sconsiglia la lettura a buonisti, fondamentalisti romantici, illusi e Pollyanne varie]    

Recentemente una mia amica si è sposata e non mi ha invitata al suo matrimonio. Non è che fosse proprio una mia amica stretta. Abbiamo lavorato insieme, fatto delle cene, qualche aperitivo, visto qualche puntata di X-Factor a casa sua, per carità. Uno di quei rapporti amichevoli normali, che tutti quanti intessiamo nella nostra quotidianità, basati su stima, simpatia, circostanza, non tantissimo di più e non molto di meno.

Un’altra amica in comune mi ha scritto che le spiaceva che non mi avesse invitata. Così ci ho pensato, ma mi sono accorta che io ero proprio serena, sollevata quasi. Tutt’altro che offesa. Tutt’altro che esclusa.

Ci ho pensato e ho capito che se non abbiamo un rapporto stretto, se non ti ho mai retto la fronte mentre vomitavi ubriaca, se non mi hai mai tenuto la porta del cesso o non mi hai mai prestato i fazzoletti per asciugare la pipì, se non mi ricordo come cazzo ti vestivi a 15 anni; se non sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se il tuo compleanno me lo deve ricordare Facebook, se non hai idea di come si chiamino i miei genitori; se il tuo fidanzato l’ho visto meno di 5 volte nella mia vita; se non ti ho mai consolata mentre piangevi perché non hai mai pianto davanti a me; se non siamo mai state almeno 3 ore a parlare e ridere da sole, se non abbiamo mai fatto una vacanza insieme, se ci sentiamo due volte all’anno, ebbene in tutti questi casi SE NON MI INVITI al tuo matrimonio, mi fai un favore enorme e io ti vorrò più bene di prima. Perché? Mò te lo spieco.

A me i matrimoni, di per sé, non piacciono, si può dire senza essere lapidati in pubblica piazza? Lo so, sono una persona brutta, morirò grassa e sola, e brucerò all’inferno, lo so. Ma non posso farci nulla. Vi giuro che ho provato a farmeli piacere, senza dubbio sono migliori dei funerali (come qualcuno mi ha suggerito) ma purtroppo mi fanno piuttosto cacare, e posso dire con certezza di non essere la sola (siamo un bel gruppo, diventeremo associazione, poi partito, vedrete).

Devo dunque essere estremamente motivata per affrontarli, devo volere MOLTO bene alle persone che si sposano, intendo proprio affetto, intendo una cosa che vada oltre la simpatia, la piacevolezza, l’etichetta, la politica, il network. Devono proprio essere miei amici e allora, per esempio, mi commuovo quando il padre scorta la sposa all’altare, mi commuovo quando i nubendi dicono cose tipo “prometto di prendermi cura di te sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia e blablabla“. A volte mi commuovo anche quando a fine ricevimento tagliano la torta a 12 piani e sono persino felice perché intorno ci sono tutti i miei amici e penso che forse queste sono le ultime occasioni nelle quali riusciamo a trovarci ancora tutti insieme, mentre viviamo sparsi per il mondo, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi. E ciò è bello.

Ma, ripeto, vale per poche, pochissime persone. Viceversa, io i matrimoni li soffro. Assai (specialmente quando ne collezioni circa 10 nel giro di un triennio). Perché?

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1. I matrimoni costano. Assai. Troppo. A tutti. Agli sposi e agli invitati. Richiedono spesso e volentieri che tu debba spostarti in un’altra città, fare un weekend fuori (durante il quale ci sarà la cerimonia), pagare un volo aereo, gli spostamenti annessi e connessi, la notte in hotel, fare il regalo, andare dal parrucchiere e ovviamente comprare il vestito, le scarpe, la borsa, gli accessori, fare la manicure e la pedicure.

2. Riciclare i vestiti è problematico, nell’era dei social network in cui le foto di tutti i matrimoni infognano le timeline da maggio a settembre senza soluzione di continuità. Bisogna variare. Non sta bene.

3. Il regalo. Io capisco che non abbiamo più bisogno dei servizi della Regina Elisabetta e della Porcellana di Boemia, ma raga qualcuno deve dirvelo quanto sia di pessimo gusto ricevere un invito accompagnato da un IBAN. Certo, voi direte: come si fa? C’avete ragione. Ma se il concept del matrimonio contemporaneo è questo, sappiate che non è elegante. Ovvio è che da qualche parte questo conto corrente ce lo dovete pure indicare, quindi in alternativa ci sono i siti web che raccontano la vostra storia, il vostro sogno, il viaggio che vi regaliamo (o insomma le coordinate per ripagare, almeno in parte, i costi del sontuoso ricevimento).

4. Ai matrimoni si soffre. Fisicamente, si soffre. Le donne soffrono perché sono su trampoli insensati per i quali già a metà della cerimonia, a fare alzati-e-siedi-alzati-e-siedi-scambiatevi-un-segno-di-pace non ne possono più. E gli uomini, i poveri uomini, perché squamano come carogne putrefatte all’Equatore, con il vestito, la camicia e la cravatta in una Chiesa d’estate.

5. A questo proposito: conoscete gli sposi da 2 anni, 5 anni, 10 anni, 15…vent’anni e non li avete MAI visti o sentiti andare a messa. MAI cazzo. Manco per sbaglio. Mai dire una cosa anche solo vagamente cattolica. Ovviamente, tuttavia, a ridosso delle nozze essi ti guardano e ti dicono: “No ma io credo in Dio”, aspettandosi che tu ci creda perché, in fondo, la fede è un fatto privato, come il meteorismo. Tu annuisci e dici “Certo”, accettando tacitamente quel lieve imbarazzo che si crea. Che, per inciso, a me non cambia nulla se vi sposate in Chiesa perché così vuole la mamma che paga il ricevimento, o perché in Chiesa è più suggestivo. Figurati se non capisco l’importanza della location, i fiori, l’organo, il teatrino, un celibe canuto che vi spiega il senso più profondo del matrimonio, attraverso la parabola di una religione che non praticate da quando avete fatto la Prima Comunione.

6. I matrimoni sono noiosi. Sono mortalmente noiosi. Quasi tutti (state calmi, ho detto “QUASI“). Lenti, formali e con un velato sapore nostalgico, un’aria da “siamo diventati vecchi”. Ve lo giuro che non sono divertenti. Non lo sono neppure quando pensate che lo siano. Di norma ai matrimoni non c’è Martina Stella, né Marco Cocci. E neppure Stefano Accorsi. E manco Santamaria o Pasotti, che quando il livello di disperazione sale pure Pasotti va bene. E noi, invitati sotto la meno-andropausa, non vediamo l’ora che arrivi la fine della festa, il salvifico momento dell’open bar, in cui finalmente possiamo ubriacarci, toglierci le scarpe e ballare. Eh lo so, costa assai un matrimonio, mò vogliamo pure l’open bar? Ma certo: no alle bomboniere, sì al gin tonic.

7. Dai matrimoni torni facilmente stremato. Fisicamente, come detto (l’illusione che la messa alle 16 del pomeriggio di agosto sia una passeggiata, è per l’appunto un’illusione, perché ok che non sei tutto ingiuppinato dalla mattina alle 10, ma ci sono comunque 8 milioni di gradi centigradi lì fuori e tu non sei esattamente in shorts e infradito). Ma anche emotivamente (fatta eccezione per gli unici 2 invitati, su 150, che ciulano, che – di solito – sono il testimone single e l’invitata più bella, che non sei tu). Di base, se sei in coppia pensi che non sei ancora sposato, che forse dovresti anche tu, che perché lui a te ancora non lo chiede? Se sei single, lasciamo perdere, puoi al massimo appellarti alle statistiche sui divorzi o agli studi sulla sessualità delle coppie coniugate, poi sentirti una persona orrenda, struccarti e andare a dormire. Se sei sposato da anni probabilmente pensi: perché lo fate, disperati ragazzi miei. Se sei gay e sei single non hai nemmeno più la scusa che non puoi sposarti perché non si può. Ora puoi, anche se non è proprio-proprio matrimonio. Quindi vieni qui fratello, dammi il cinque.

8. In compenso è rarissimo cuccare ai matrimoni per il fatto molto semplice che gli uomini sono tutti accoppiati, oppure in Sindrome da Branco per cui il loro unico intento è bere, urtare il bicchiere con il coltello, fare i cazzoni. E beati loro, sia chiaro, che almeno forse un poco si divertono. Di sicuro non mirano a broccolare normo-donne tirate a lucido e sul depresso-andante, che, salvo che non siano Kasia Smutniak, si sentiranno più invisibili dei neutrini.

9. Il lancio del bouquet, mioddio, è una delle espressioni più retrograde e misogine di tutta la manfrina nuziale, per quanto mi riguarda. Donne che s’accapigliano per prenderlo, donne che lo evitano manco fosse un piccione orbo con la diarrea che s’avventa su di loro. Se sei single, inutile dirlo, il fatto di doverti disporre — solo in quanto portatrice di vagina — in mezzo a quelle che si sposeranno prossimamente – laddove il tuo matrimonio con Mr. Invisible è dato 100 a 1 alla Snai – è disturbante quanto una sodomia non consenziente.

10. C’è talmente tanta gente, ai matrimoni, che è impossibile godersi gli sposi, che devono giustamente stare dietro a tutto il baraccone e omaggiare a turno gli ospiti. Quindi ti fai questo supplizio per i tuoi amici, che a stento incrocerai per 10 minuti nell’intera giornata.

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E solo questo può edificare l’ultimo, scottante tema, ovvero l’addio al nubilato, e cioè il fatto che per lo meno ti godi la sposa in un contesto più raccolto e informale rispetto alle nozze. Addio al nubilato, che tuttavia è diventato la definitiva espressione turbo-sentimentale del capitalismo. Un’aberrazione totale per la quale nel giro di pochi anni siamo passati dalla pizzella tutta al femminile, a se-non-vai-come-minimo-a-fare-un-weekend-a-Formentera per festeggiare il fatto che un’altra ha trovato marito (un’altra, non tu!!!) non sei nessuno. Oppure possiamo restare in zona e andare alla Spa, fare il percorso benessere, il massaggio, la cena tutte insieme al ristorante argentino, e poi andare a ballare (che praticamente, a Milano, spendi tanto quanto andare a Barcellona. e non c’è nemmeno Gaudì). In alternativa, puoi andare in giro vestita come una deficiente, insieme ad altre vestite come delle deficienti. E sì, prima che le addioalnubilato-planner di tutto il mondo si rivoltino nelle loro t-shirt fosforescenti, e nei loro giochi a tema, e nei loro gadget a forma di cazzo, io sono felice se voi vi divertite a fare queste robe. Semplicemente, io non mi diverto.

Tutto questo per dire che tutta questa menata dei matrimoni posso sopportarla se il tuo fidanzato mi ha retto la fronte mentre vomitavo ubriaca, se ti ho prestato innumerevoli fazzoletti per asciugare la pipì e se mi hai tenuto la porta del cesso. Se posso prenderti per il culo perché a 15 anni indossavi le camicie di flanella e se ti ricordi che quando mi hai conosciuta avevo la borsa della Phard e il monociglio. Se sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se ci siamo scambiate le scarpe e prestate i vestiti, se il tuo compleanno me lo ricordo a memoria da 15 anni, se i tuoi genitori mi hanno vista crescere, se con il tuo fidanzato ci ho chiacchierato per ore e per ore ci ho riso. Se sono passata a prenderti in macchina decine di volte e decine di volte ti ho aspettata perché non eri pronta mai. Se ti ho consolata mentre piangevi, tutte le volte che mi hai pianto davanti. Se hai risposto alle mie telefonate alle 3 di notte mentre stavo sbroccando per qualche stronzo della mia vita. Se abbiamo fatto le vacanze insieme, e visto le giornate finire e ricominciare, all’alba, sulla spiaggia. Se mi ricordo quanto eri pesante quando a scuola non prendevi un voto abbastanza alto, e mi ammorbavi per tutto il tragitto della Circolare Rossa, mentre tornavamo a casa. Se abbiamo fumato insieme le prime sigarette. Se ho imparato a capire i tuoi silenzi. Se ci siamo allontanate e riavvicinate. Se siamo andate insieme al primo Heineken Jammin Festival. Se abbiamo perso il conto dei capodanni, dei ferragosti, dei festini, delle partite a carte, degli arrosti di carne, dei limoni e delle vodke al limone, dei giri in motorino, delle nottate in villa a parlare. D’inverno e d’estate.

Se tutto questo è successo, farai bene a invitarmi e io l’ennesimo matrimonio me l’accollerò. E non sarò cattiva, lo prometto. Anche se i matrimoni mi fanno cacare. Ma sarò felice, sinceramente, per te. Lo sarò del fatto che ami un uomo, che ti ama a sua volta, e che insieme state facendo una scelta coraggiosa, come giurarvi eterni amore e fedeltà.

E se poi un giorno dovessi mai sposarmi con un ricevimento ultra-tradizionale e barocco, con i colombi che volano, i petali di rosa, i fuochi d’artificio, il velo in testa, lo strascico di 6 metri, in Chiesa, dal mattino alla notte, senza open-bar, con le bomboniere, ecco giuro che chiederò ammenda per questo post.

Al momento preferisco fantasticare sul mio non-matrimonio, che sarà una festa, dove ci sarà tanto alcol, e della buona musica, e la piscina per tuffarsi di notte. Delle friselle. Delle bombette di Martina Franca arrostite. Formaggi freschi. Frutta. Gelato. Del digestivo. Gli amari. Le stelle. I grilli che canteranno. Le scarpe basse. Raffaella Carrà e Donatella Rettore, perché lo sapete che ci saranno. E gli amici, quelli veri. E i parenti, quelli stretti.

E poi verrà l’alba. E io e il mio non-marito ci chiederemo, abbracciati sotto un plaid umido, su una sdraio umida, mentre il cielo si tingerà di striature tra il rosa e l’arancio: “Chissà se si sono divertiti”. E voialtri sparlerete del nostro non-matrimonio. Ma noi saremo felici lo stesso e forse questo è ciò che alla fine importa.

Che siate felici. Insieme.

Amicizia Uomo-Donna

E’ uno dei grandi misteri insoluti della civiltà moderna, non proprio al livello della cronologica e insondabile successione dell’uovo e della gallina, ma quasi: può esistere l’amicizia tra uomo e donna (eterosessuali)?

Sia chiaro che per agilità d’analisi scegliamo di tagliare fuori dal panel quei casi limite in cui lui ha lo stesso sex appeal di Renato Brunetta, a 12 anni, vestito da boy scout, con l’acne. E, al tempo stesso, i casi in cui lei sia la sosia di Eva Herzigova, ma Eva Herzigova del 1998. Proviamo a riflettere, piuttosto, su tutti gli altri casi, che grazie al cielo sono la maggioranza, in cui gli astanti sono persone grossomodo non repellenti, non maleodoranti, non irresistibili.

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La domanda, se possa o meno esistere l’amicizia tra uomo e donna, è arcaica, un po’ retorica, ma sempre attuale. Ponendola agli intervistati, ne emergono pareri discordanti che delineano 3 macro-tipi sociali, calzanti sia sul sistema cognitivo vaginale che su quello virile:

a) L’estremista (per usare un termine particolarmente attuale) –> è il talebano della divisione dei generi, quel tipo di individuo che dice: “ho già gli amici per giocare a calcetto” oppure “ho già le amiche per fare shopping“, ergo se mi relaziono con qualcuno dell’altro sesso “è perché voglio scopare” (se sono uomo), oppure “è perché voglio l’amore” (se sono donna). La maggior parte degli estremisti non nega l’amicizia uomo-donna sulla base di diretta esperienza negativa con persone dell’altro sesso quanto, piuttosto, sul fatto di essere stato fatto cervo a primavera con il miglior amico/a dell’ex-partner. La cosa più peculiare degli Estremisti è che non solo loro non praticano l’amicizia uomo-donna ma s’aspettano anche che il resto del mondo non la debba praticare.  Da qui si sviluppa uno spin-off sui rapporti di amicizia incrinati a causa della gelosia di nuovi fidanzati e nuove fidanzate.

b) L’idealista –> quello che certo-ovvio-che-è-possibile-io-ho-solo-amiche-donne, che di solito è il prodromo di un coming out. Anche nella versione sì-certo-io-ho-decine-di-amici-che-sono-come-fratelli, solitamente detta senza considerare il fatto che il 95% dei suddetti si macchierebbe senza alcuna esitazione o quasi, qualora l’opportunità si presentasse, di incesto.

c) Il possibilista –> ovverosia quello che sostiene che ogni caso sia diverso, che esistano alcune amicizie uomo-donna che restano tali per tutta la vita e altre che evolvono, dal limone duro in su, fino ad arrivare – nei casi più critici – al matrimonio e alla procreazione. Generalmente il possibilista introduce delle variabili per argomentare la complessità del discorso:

1. La longevità dell’amicizia. Da quanto dura? Quanti anni avevate quando è iniziata? Dovevano ancora venirti le mestruazioni? Lui era ancora vergine? Siete passati incolumi attraverso gli smottamenti ormonali dell’adolescenza? Quando vi guardate, rivedete ancora la versione jonica di Ugly Betty con le treccine e gli occhiali rotondi, oppure il ciccione con la tuta accetata Legea e lo zaino Seven portato su entrambe le spalle? Se sì, è più difficile che decidiate di fare il Circo Togni sul materasso.

2. La frequenza dei contatti. Ogni quanto vi sentite? Ogni quanto vi vedete? Una volta alla settimana? Una al mese? Tutti i giorni? Vi date il buongiorno e la buonanotte su Whatsapp?

3. L’Età. L’età è importante perché comporta una percezione piuttosto chiara degli eventi e dei loro possibili sviluppi. L’età dovrebbe significare esperienza, dunque consapevolezza. Consapevolezza che state alimentando un rapporto borderline, consapevolezza che potete sicuramente gestire le vostre sensazioni e i vostri barbari istinti. Consapevolezza che “non c’è niente di male” è solo una frase, oppure una concreta e solida realtà, un po’ come quelle di Roberto Carlino di ImmobilDream.

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4. La situazione sentimentale. E’ un altro elemento fondamentale: siete entrambi single? Siete entrambi accoppiati? Siete fifty fifty? Siete soddisfatti delle vostre relazioni o siete tormentati e alla ricerca di altro? Svuotate le sacche scrotali con regolarità oppure l’astinenza può indurvi ad atti inconsulti come molestare la vostra ex compagna di banco? Avete qualcuno che vi corteggi e con cui flirtare? Avete altri rapporti più o meno piacevoli con altri portatori di pene/vagina?

5. Affetto o Empatia? E con questo si giunge in genere al nocciolo della questione: l’affetto è trasversale e può senza subbio esistere tra uomo e donna, tanto quanto esiste tra persone che condividono lo stesso genere e lo stesso orientamento sessuale. Empatia, invece, vuol dire che pensiamo cose simili e che sentiamo cose simili. E l’amicizia uomo-donna probabilmente si gioca sull’equilibrio di questi ingredienti, sul far sì che crescano di pari passo, usando quell’arma segreta grazie alla quale (o per colpa della quale) non passiamo la vita a ingropparci reciprocamente a tutti gli angoli di strade, tipo cani randagi: la ragione.

Personalmente penso di essere possibilista, penso che l’amicizia uomo-donna possa esistere e che possa, talvolta, diventare attrazione. Penso che, qualora succeda, sia naturale, che in sé non rappresenti nulla di sbagliato, che su 7 miliardi di esseri umani, sarebbe preoccupante se ce ne piacesse uno soltanto.  Penso che se ogni giorno viviamo nel mondo, lo percorriamo, lo abitiamo, se ogni giorno conosciamo persone, non c’è niente di male se ne troviamo una che ci sta simpatica. E quando parlo di simpatia non penso a quella che potevano nutrire reciprocamente Rocco e Moana. Penso al piacere di parlare con una persona interessante, o di dire minchiate in svacco senza aver nulla da dimostrare, o di ridere, o di raccontare un aneddoto bevendo un bicchiere di vino, o di godere della compagnia di qualcuno che stimiamo.

Personalmente penso che se non usassimo sempre il sesso come filtro per guardare tutta la realtà, se non sessualizzassimo sempre qualunque cosa (il ché suona quasi ridicolo scritto da me), potremmo goderci molto di più ciò che siamo e ciò che possiamo offrirci. Come persone.

Uomini e donne.

Così come siamo.

 

Ps: chiudo citando il mio amico Tarallino che riesce sempre, con somma maestria, a sintetizzare efficacemente la realtà:

“Tu sei mia amica,

io non voglio trombarti,

quindi sì,

l’amicizia tra uomo e donna esiste”.