Gelosia e PsychoMilf

Mi piacerebbe essere una persona migliore e dirvi che non sono affatto gelosa, che per me le persone affatto gelose sono privilegiate, sono esseri umani superiori, come quelli che mangiano e non ingrassano, come quelli che hanno pochi peli, come quelli che ogni sera riescono ad addormentarsi entro la mezzanotte.

Ciò che posso dirvi, piuttosto, è che la mia gelosia è migliorata, che ci ho lavorato, che sono cresciuta, che sono più consapevole e più sicura di me. Il ché, per carità, è vero. Non sono più una di quelle che guardano il telefono, che scippano le password, che si infiltrano negli account altrui, che passano con la macchina a controllare che il tipo sia dove dice di essere. Non faccio più interrogatori col faro puntato in faccia, non conosco più vita-morte-e-miracoli di qualunque donna interagisca col mio compagno; non mi succede più, ogni volta che non mi risponde per mezz’ora, di pensare che stia facendo un ripasso del kamasutra con un’altra. Un’altra qualsiasi. Una ventenne senza rughe, una 50enne con le labbra rifatte, una 30enne di quelle secche e stilose che lo seduca parlandogli dell’ultimo aggiornamento software che ha fatto.

Insomma, queste cose non mi capitano più. O meglio, quando capitano, riesco a governarle prontamente. Ripasso mentalmente i comandamenti dell’antigelosia e mi calmo:

  1. La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore
  2. La gelosia è solo sintomo di insicurezza
  3. La gelosia è il modo migliore per indurre al tradimento
  4. La gelosia è una roba che ti rende repellente
  5. Se ci pensi, sei figa, non hai motivo di sentirti tanto insicura
  6. Se ci pensi, lui non ti dà ragione di dubitare della sua sincerità
  7. Se ci pensi, non è giusto rompergli i coglioni a causa dei tuoi traumi pregressi
  8. Se ci pensi, siete felici e scopate un sacco
  9. Se ci pensi, è un uomo intelligente, non trattarlo da coglione
  10. Se ci pensi, anche lui potrebbe pensare le stesse identiche cose di te (questa vale soprattutto per “Ma lui ha tradito la sua ex”. Perché, tu sei sempre stata Santa Maria Goretti?)

Di solito, di fronte a questi 10 comandamenti, la micro-crisi di gelosia rientra. Che poi, a voler essere pignoli, uno dovrebbe precisare che esistono tanti tipi di gelosia, mica una sola. E che non è neppure del tutto vero che la gelosia è imputabile alla sola carenza di autostima, perché francamente una può pure averci un’autostima discreta, ma certe volte le cose si incasinano e basta, va bene che sei figa ma il mondo è pieno di donne più fighe e più interessanti di te,  questo è giusto ricordarlo sempre, e di uomini più fighi e più interessanti del tuo partner, e nessuno di noi è naturalmente monogamo, e allora cosa vieta che quello inciampi in un’altra? E che si può fare quando ne trova una che, semplicemente, gli piace e lo attizza più di te? O che semplicemente, se tu sei imbattibile, rappresenti per lui la succulenta tentazione della novità? Un cazzo, te lo dico io, non si può fare un cazzo, a parte sperare che lui ci ami con entrambe le sue parti anatomiche rilevanti (cervello e uccello) e che faccia il possibile per non ferirci troppo. E quindi insomma, esiste pur sempre un irriducibile margine di feroce casualità nel tradimento, e di imponderabile irrazionalità nella gelosia. Possiamo consolarci pensando che, in fondo, lui corre lo stesso identico rischio, e che tutto sommato è una scommessa per entrambi. Ed è giusto così. Ma la gelosia è un tema assai complesso e assai caro per me, potrei tenervi qui per ore e non mi sembra il caso, piuttosto ne riparleremo in futuro. Per ora, invece, vorrei raccontarvi una roba che m’è successa, a proposito di gelosia e che è stata altamente formativa, perché va bene non essere gelosi, ma va bene pure essere bene attenti al partner.

La settimana scorsa io e il mio Cavaliere dello Zodiaco veniamo invitati a cena da una coppia di suoi conoscenti, su una terrazza, fuori Milano. Figata, penso tra me e me. Arriviamo e scopro che a cena siamo in sette. Gli altri hanno 50 anni. Il mio compagno ne ha 40. Io ne ho 30 (32, per l’esattezza, ma vi sto dicendo le fasce anagrafiche, tipo l’Istat). A parte noi, un’altra coppia e 3 single, divisi tra 2 donne e un uomo. Le due single 50enni sono molto diverse tra loro e naturalmente la mia attenzione viene rapita da quella che chiameremo d’ora in avanti PsychoMilf: milanesissima, capelli rossi, ossa lunghe e forme longilinee da adolescente. Tette sode opera di molta palestra o di un buon chirurgo. O di entrambi. Bisogno disperato di essere al centro dell’attenzione.

Nel corso della serata mi hanno colpita alcune delle sue dissertazioni, come per esempio: “Nelle serie tv si parla ovunque di droga, sembra quasi istigazione!” – “Beh credo che anche nella realtà si consumi molta droga”, rispondo. “Sì ma prendi Narcos! La parola cocaina viene ripetuta non so quante volte!“, mi fa e io a quel punto rinuncio a risponderle perché altrimenti dovrei segnalarle che Narcos racconta la storia di Pablo Escobar, e dunque è abbastanza ovvio che si parli di cocaina. Che se fosse stata una serie su Mozart si sarebbe parlato di pianoforte, insomma.

Mentre ciò accadeva, il mio compagno, che ha una tendenza innata a flirtare con chiunque, ma soprattutto con le sciure, nel senso che l’ho proprio visto sedurre mia madre e mia zia e ho capito tutto, si lasciava scappare cenni di approvazione verso la PsychoMilf. Cose tipo sorridere alle sue battute, oppure dirle “Grande!” dopo un suo commento. Ora, io so che diceva “Grande!” nello stesso identico modo in cui lo avrebbe detto al mio amico Ruggiero di Taranto, ma il problema è che aveva di fronte una PsychoMilf e non il mio amico. E c’era una considerevole differenza.

La serata è andata avanti snocciolando perle straordinarie, col provincialismo qualunquista di chi vuole suonare mondano, che riassumerei più o meno così: “Non so se avete mai sentito parlare del mio amico Fleming, che suonava con mio marito, che rullava le canne a occhi chiusi mentre guidava a 180km/h a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile tornare da Courmayeur, perché noi eravamo giovani e rock, mentre i ragazzi di oggi guarda, a proposito io mi sono sempre piaciuta molto, piaccio anche agli amici di mio figlio guarda, io non capisco cosa ci trovino in una signora come me, sì sì, abito in Area C, certo, però vado spesso in vacanza a Bali, sono così belle lì le persone guarda, così educate, così disponibili, sapessi, pure i bambini che ti portano le valige. E poi ogni anno incontro il mio caro amico ambasciatore del Burkina Fasu, ma sai che lì sono più organizzati di noi? In Italia bisognerebbe reintrodurre il servizio militare, perché era molto utile per mescolare i ragazzi del nord e quelli del sud…comunque io a-d-o-r-o Nina Zilli”. 

Eccetera.

Ecco, in mezzo a questa delirante overdose di parole, gli altri commensali erano persone gradevoli e simpatiche. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto vino, abbiamo rollato un paio di canne (i cinquantenni di oggi non sono più i cinquantenni di una volta), e abbiamo continuato a parlare, e a ridere. A un certo punto, mi alzo per andare a urinare nelle sedi appropriate, torno in terrazza e assisto alla scena della PsychoMilf intenta a mostrare al mio compagno un tatuaggio sull’avambraccio, che si era fatta di recente. Mi avvicino mentre lei gli srotola sette metri di arto superiore sul tavolo e due delle sue dita piene di anelli, distrattamente, sfiorano una coscia di lui, sul jeans. Il tutto, ammorbandolo sulle turbe psichiche del designer che le aveva fatto il disegno del tatuaggio.

Conservo quello che a me sembrerebbe un invidiabile contegno (perlomeno per i miei standard), mi avvicino, estraggo una sigaretta dalla borsa, prendo l’accendino e mi allontano sul terrazzo. Lui mi segue, senza che glielo chieda, assecondando quel salvifico istinto di sopravvivenza maschile, tanto prezioso per il funzionamento delle relazioni. Quando siamo appartati a sufficienza mi chiede cosa succeda, gli dico niente, insiste, gli dico qualcosa di acido, non capisce, sono nervosa, si mette sulla difensiva, lo bacio, sorride. Gli dico che mi piacerebbe poter fare la prossima pipì senza temere di tornare in terrazza e trovargli la PsychoMilf in braccio. La chiamo proprio così: PsychoMilf. Lui ride, dice che non capisce. Gli faccio notare che forse anche a lui darebbe fastidio tornare dal cesso e vedere la mia mano sulla coscia di un altro. Ce la fa. Capisce. I neuroni si connettono. Evviva. Dice che non aveva capito un cazzo e aggiunge che non ne poteva più di quelle pugnette sul designer che le ha fatto quel tatuaggio che comunque fa cagare (effettivamente, faceva cagare). Dice che quando sono tornata ha pensato che fossi FINALMENTE arrivata a salvarlo. Ci baciamo ancora, con la lingua, come i teen-ager. D’altra parte, rispetto al resto dei commensali, lo siamo. Nel complesso, tutta la scena, che la PsychoMilf osservava, è stata la risposta più chiara alla sua intraprendenza: non una coppia che s’allontana e parla fitto fitto e litiga tentando di mantenere il decoro. Al contrario, una coppia che si allontana, e parla, e ride, e si bacia. Da quel momento in poi, passiamo il resto della serata a parlare con l’altra metà del tavolo; la PsychoMilf si dedica, a quel punto, finalmente, al single 50enne che era di sua competenza. Quando andiamo via, ci chiede come possiamo fare per restare in contatto. Lo chiede a lui, notare bene, non a me. Lui glissa e me la sbologna. Le do i miei contatti, la saluto caramente e vado via. Non accetterò la sua richiesta di amicizia per ovvie ragioni.

Tornando a casa, penso che tutto sommato l’ho gestita bene. Che non ce l’ho con la PsychoMilf, che mica era stata tutta un’iniziativa sua. Che pure lui doveva aver ammiccato a sua insaputa (io lo faccio spesso, ammicco e non sempre ne sono cosciente). Ho pensato che se il mio compagno avesse incontrato la PsychoMilf quando era single, le cose sarebbero andate in maniera diversa: avrebbero parlato tutta la sera, lei avrebbe progressivamente aumentato il contatto corporeo, avrebbero flirtato, avrebbero bevuto, lei avrebbe pensato che un bel ragazzo di 40 anni era proprio ciò che le ci voleva, lui avrebbe pensato che era vecchia ma tutto sommato scopabile, sarebbero andati via insieme, avrebbero forse valutato di fermarsi a bere una cosa in un altro locale strada facendo, e poi avrebbero diviso un taxi, e avrebbero limonato sotto casa di uno o dell’altra, e avrebbero scopato, e sarebbe stata una scopata mediocre dopo troppe bottiglie di vino bevute. Sarebbe andata così, perché quando si è single va così. Perché così si fa, quando non si ha niente da perdere: si beve per scopare, si scopano sconosciuti, si viene senza intimità e a volte senza neppure vera attrazione. Non è sempre così, ma spesso è così. E quando ci ripensiamo, racimoliamo ricordi di performance che avremmo preferito risparmiarci.

In tutto questo, avrei voluto dire alla signora PsychoMilf che io sono stata single per un milione di anni, e sono andata a milioni di cene, feste, matrimoni, compleanni, eventi in cui ero da sola, seduta a capotavola, proprio come lei l’altra sera. So benissimo com’è essere single, ne conosco il bello e il brutto, è una condizione esistenziale che ho letteralmente perlustrato per un lungo periodo della mia vita, parlandone ampiamente con altre donne single di ogni provenienza ed età. D’altra parte, so altrettanto bene come si provocano gli uomini altrui, poiché l’ho fatto, e so anche per quali ragioni si fa.

Mi creda, signora PsychoMilf, ammiro il fatto che lei non sia lì a occuparsi della menopausa ma lotti con tutta se stessa per restare giovane, desiderabile, competitiva. Ammiro la sua dedizione alla causa, che non so se avrei in egual misura e, le giuro, non c’è sarcasmo nelle mie parole. Al suo posto forse farei altrettanto, in un modo diverso. Probabilmente avrebbe potuto starmi molto simpatica, avrei potuto raccogliere le sue confidenze, e confrontare le mie opinioni da 30enne con le sue da 50enne, come spesso mi capita di fare con le donne, indifferentemente più adulte o più giovani di me. Solo che purtroppo, io questo compagno l’ho aspettato a lungo, e al momento mi sembra abbastanza giusto per me, e io ero convinta che non potesse esistere qualcuno giusto per me, qualunque cosa significhi esattamente. Insomma, se quel fesso flirta e non lo sa, se è così narcisista da non accorgersi che tra un po’ lei gli si spalma addosso come una noce di burro sulla fetta biscottata, se è così vanesio da cadere dal pero quando gli faccio notare che tra un po’ era seduto più vicino a lei che vicino a me, io cosa posso farci? Di base, poi, appena gliel’ho fatto notare, si è fidato, mica m’ha dato della pazza visionaria. Non l’ha più cagata di pezza e ha chiarito senza dubbio la sua posizione, dandole praticamente le spalle per il resto del tempo e lei lo scuserà se è stato scortese, mi creda, di solito non lo è, è solo che si è fidato di quel che gli ho detto.

Davvero signora, è un ottimo compagno, ma è uomo, è umano e non è perfetto. E non lo so cosa sarebbe accaduto se quella sera io non ci fossi stata, e non mi interessa, nel senso che non è quello il punto. Il punto è che c’ero, e se ci sono, le mani lei se le tiene in tasca, sul tavolo, in borsa, dove meglio preferisce, ma non sulle cosce del mio compagno. E poi sa, signora PsychoMilf, pure a lui è capitato di vedermi flirtare. Anche in quel caso, dopo, ne abbiamo riso. Siamo fatti così, in questo equilibrio qua, simili e fin troppo trasparenti con l’altro, ma mi sembra che ci amiamo molto, e allora quando io vedo le sue nocche dove non dovrebbero essere, non posso farci nulla, mi sale il crimine, viene fuori la nera del ghetto, mi trasformo in Stella from the blocks, chiamo in causa le mie radici di Taranto Vecchia, non so dirle cosa succeda esattamente, ma io la guardo e penso solo: LEVATI DAL CAZZO. ORA.

Non so se possa capirmi, signora PsychoMilf, ma è una cosa strana quella che provo, a metà tra l’istinto primitivo della difesa e la cura e la delicatezza della protezione. È che di questo rapporto proprio mi interessa, e dunque ci sto attenta. E non potrò proteggerlo per sempre, e non potrò proteggerlo da tutto, e non è neppure ciò che intendo fare h24, tutti i giorni della mia vita, presidiare con attenzione felina la mia relazione. Mi fido della mia relazione. Ciononostante, lei si levi cortesemente dal cazzo.

Poi, il giorno che diventiamo una coppia aperta, le facciamo sapere.

E meno male che comunque non sono più così tanto gelosa.

L’Amore Arriva Quando Meno Te l’Aspetti

Di tutte le frasi che hanno accompagnato il mio periodo di militanza single, ce n’è una che ho sofferto più delle altre (e, sia chiaro, le trovavo tutte mediamente insopportabili, da “Sei troppo esigente” a “Perché non ti iscrivi a un corso di fotografia?“).

Ogni volta che il malcapitato interlocutore indulgeva in un retorico “L’amore arriva quando meno te l’aspetti“, mi saliva il crimine. Innanzitutto, perché io l’amore me l’aspettavo sempre, me l’aspettavo eccome, lo pretendevo persino, doveva essermi riconosciuto di diritto ed ero piuttosto seccata dal suo ritardo, figurarsi se poteva esistere un solo momento della vita in cui non ci pensassi.

In secondo luogo, perché quando ho capito che trovare un compagno non era un fatto così scontato, ho deciso che non sarebbe mai accaduto. Che era infattibile. Avevo un approccio scientifico, praticamente aritmetico, per dimostrare a me stessa e agli altri che io non l’avrei mai trovato, che la mia “persona giusta” non poteva esistere, essere viva, essere single, vivere nella mia stessa parte di mondo, parlare una lingua comprensibile, incontrarmi, innamorarsi e innamorarmi, ma, soprattutto, aver voglia di una “relazione seria“, con un timing compatibile col mio. Insomma, FANTASCIENZA PURA. Più me lo raccontavo e più il mio ragionamento mi pareva inoppugnabile.

Ero arrivata persino a dubitare fortemente della mia predisposizione, o inclinazione, o autentica intenzione di intraprendere una vita di coppia; avevo stabilito, in altri termini, che l’amore è come la matematica: o ci sei portato, oppure fai una fatica bestiale (e comunque spesso, nonostante gli sforzi, resti mediocre). L’amore, evidentemente, non era la mia materia. Ero molto brava a organizzare un evento, per esempio, ma non ad avere un fidanzato. D’altra parte, avevo un senso fortissimo dell’impossibilità sentimentale, e un certo disprezzo per la pratica della speranza, che mi pareva di per sé una confessione di insicurezza, di incompletezza. Io non ero insicura. E non ero incompleta. Certo, non ero neppure felice, ma non dipendeva dall’amore. Non solo, perlomeno. E non mi sarei mai abbassata a “sperare di trovare l’amore“, che era una cosa così pink-pop, così chick-lit, così old-economy.

Fatto sta che, a quel punto, sentirmi dire che l’amore arriva quando meno te l’aspetti mi sembrava una vergognosa menzogna, tipo quelle sulle religioni, oltre che un’immane presa per il culo. Mi pareva che mi si richiedesse un atteggiamento di remissivo ottimismo, di accomodante positività. E io, ai tempi, non avevo scorte né dell’uno, né dell’altra. Anzi, le mie perplessità crescevano esponenzialmente quanto più gli altri provavano a rasserenarmi. Da come ne parlavano, l’amore pareva un miracolo, una suggestione, il jackpot della Lotteria Italia. Insomma,  esso si presentava alla mia percezione come un privilegio esclusivo a cui non tutti avevano accesso, e non capivo il criterio alla base della selezione. Non si accoppiavano solo i belli o solo i brutti, solo i brillanti o solo gli stupidi, solo i ricchi o solo i poveri. La mia impressione era che si accoppiassero tutti, tranne me e qualche sparuto individuo di passaggio per il limbo dei single, tra una relazione e l’altra. Avevo intessuto delle amicizie abbastanza forti, in quegli anni, con altre persone che un po’ per scelta e un po’ per circostanza, diventavano adulte come me, senza un compagno o una compagna. Mi sembrava che la mia vita sarebbe in effetti stata sempre così, e dunque avevo preso a impegnarmi per vederci il meglio, superando l’horror vacui dei weekend, dei giorni liberi, delle serate e delle maledette ferie estive (Che cazzo faccio? Dove vado? Con chi? No, non sono ancora pronta a scarpinare nella giungla con lo zaino in spalla, insieme a un gruppo di donne nubili alla ricerca del marito ideale).

Oggi, che sono invischiata in una storia sentimentale apparentemente normale e matura (perlomeno per i miei standard), non potete capire quanto fastidio mi procuri l’idea che avessero ragione loro, quelli che mi dispensavano lezioni d’amore per dilettanti. Non sopporto l’idea, cioè, che fosse esattamente come mi dicevano, e che i miei dilemmi potessero effettivamente essere liquidati con una frase fatta, un modo di dire, uno stereotipo preso al discount dei luoghi comuni sull’amore. E invece…

E invece quello, il cosiddetto “amore“, è arrivato davvero in un momento in cui LETTERALMENTE non ci stavo pensando. Era la settimana di uscita del mio romanzo, ero COMPLETAMENTE assorbita da altro, la mia vita non avrebbe potuto sentirsi più piena di quanto fosse, non avevo un minuto di tempo da dedicare a qualcuno che non fosse la criatura, il libro, quell’oggetto fucsia nelle mani dell’umanità. Ecco, proprio quando ero più distratta, più emozionata, più in divenire che mai, con tutto ciò che il divenire comporta (tipo un’ansia mortale), è arrivato l’amore. Così, a complicare, a moltiplicare, a completare ciò che mi pareva già abbastanza completo di per sé.

Fatto sta che l’evidenza era inoppugnabile. Era arrivato mentre non ci pensavo. Avevano ragione loro, gli altri, gli stronzi che mi ammorbavano con questa frase. E allora mi sono chiesta come fosse accaduto questo strano fenomeno, che io mi distraessi. Avevo smesso di pensare all’amore senza accorgermene e non credo fosse esistito un momento prima, nella mia vita, in cui avrei potuto riuscirci altrettanto spontaneamente; molte volte me l’ero imposto, e non ci ero riuscita, come succede con le diete quando non sei davvero motivata a farle.

La risposta è banale: si smette di pensare all’assenza dell’amore, quando ci si può concentrare sulla presenza di qualcosa di persino più bello, più urgente, più raro, come la realizzazione di un sogno personale. In quel periodo, mi si parava innanzi un nuovo elettrizzante paragrafo della mia vita: non sapevo cosa sarebbe successo, quante persone avrei conosciuto, quanti viaggi avrei intrapreso, ma sapevo che era un momento per essere felice e, finalmente, lo ero. Lo ero, da sola. Lo ero, insieme ai miei affetti. Lo ero, senza un uomo. Mission accomplished.

Naturalmente, c’era anche dell’altro. Per esempio che la scrittura del romanzo era stata catartica, terapeutica, liberatoria, per me. Avevo fatto ciò che andava fatto; avevo elaborato, smaltito, vivisezionato e ricucito letteralmente gli irrisolti del mio passato, ed ero per la prima volta pulita, disintossicata, finalmente e inconsapevolmente pronta a intraprendere nuove avventure. La mia storia era diventata la storia di Nina, e no, non per filo e per segno, la fiction c’è, è ovvio, il punto non è se ho fatto un ménage a trois oppure no, quello è pettegolezzo; il punto è che le emozioni raccontate, per essere scritte, sono state vissute, masticate, vomitate e ricomposte. Nel romanzo ci sono le budella, ben visibili, ed è per questo che ha fatto bene a così tante persone (stando a ciò che mi hanno scritto e a ciò che mi hanno detto nelle circa 20 presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia).

Insomma, se dovessi ricostruire la dinamica dell’incidente che ad oggi mi vede innamorata di un uomo che mi ama (o così pare) è questa:

1.In primo luogo, smaltire gli irrisolti; è impossibile iniziare una relazione sana se abbiamo ancora le scorie del nostro passato dentro

2. In secondo luogo, il suggerimento che darei a un’amica single sconfortata, come a volte sono le donne single e come a lungo sono stata anche io, è proprio di spalmare quell’amore sentimentale inespresso, su amori diversi. È riempire la propria vita di altre forme di passione, di attenzione, di cura e di condivisione. È investire su un pezzetto di , che funziona con o senza un compagno accanto. È godere del tempo a propria disposizione per coltivare sogni e allevare passioni. È scoprire cosa ci fa sentire meglio, e provare a farlo sempre di più, e a farlo sempre meglio. Che si tratti di scrivere, di suonare, di ballare, di cucinare, di mangiare, di insegnare, di viaggiare, di fare fotografie, di interpretare una piece teatrale, di fare volontariato, di studiare. Qualunque cosa sia, fatela, perché serve a tirar fuori la luce che avete dentro.

Alla fine della fiera, quello che la gente prova a esprimere quando dice che l’amore arriva quando meno te l’aspetti, forse è questo. Qualcosa tipo: occupati di altro, pensa ad altro, fai altro. Esci dal loop. Tenta cose nuove. Avventurati fuori dalla tua zona di comfort. Prova ad avere meno verità incrollabili. Prova a metterti più in discussione. Divertiti. Non svenderti in millemila storielle inutilmente mortificanti (nel senso che proprio, a conti fatti, non ne vale la pena). Non essere così risentita. Non essere così incazzata. Non picchiare duro i tuoi spigoli contro il prossimo, che non serve a un cazzo. Non avere sempre quell’aria di sufficienza. Tira fuori i tuoi meriti, il tuo talento, la tua bellezza. Trasmetti soddisfazione e felicità, che attirano molto più della delusione e della lamentela. E scopri come fare, per essere semplicemente più soddisfatta e più felice di te.

Sì, credo che si intenda qualcosa del genere, quando si pronuncia l’orripilante frase in questione. E con questa riflessione io vi lascio, immaginandovi intente a stilare un micro-elenco di buoni propositi per diventare una versione migliorata di voi stesse. Non so se possa funzionare con tutti ma con me sì, pare sia andata più o meno così.

***

Dimenticavo di dirvi che sabato prossimo, 21 aprile, vi aspetto a Milano, in Corso Garibaldi 60, dalle 12 a sera, per parlare e video-intervistarvi su pruriginosi temi scessciuali. Intanto, eccovi l’invito ufficiale:

 

Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

Amicizie Sentimentali

Ieri sera ho invitato un amico a cena. Ero reduce dal weekend dai miei, dal quale ero tornata, com’è uso e consuetudine, con abbondanti scorte alimentari, tra cui un tupperware pieno di polpette al sugo, pronte per essere condivise.

Nel bel mezzo della cena, il mio ospite ha nominato una delle mie amiche, che anche lui conosce, e che io non sento più. “Avete litigato?“, mi ha chiesto. “No“, ho risposto e ho sentito un discreto imbarazzo. Davvero non abbiamo litigato. Davvero non ci frequentiamo più. Davvero se qualcuno l’anno scorso avesse previsto che io e lei non ci saremmo più cagate, l’avrei trovato impossibile. Eppure, è successo.

1. IL VUOTO FORMATIVO

Finita la cena (sponsored by mia mamma, dunque buonissima), ho continuato a pensare a quel momento di acuto disagio che avevo provato, a quanto m’avesse turbata ammettere che quel rapporto fosse, come dire, naufragato. Così mi sono accorta che si parla moltissimo di cosa succede quando finisce un amore, ma mai di cosa succede quando finisce un’amicizia. Pensateci: almeno il 70% – non abbiamo dati scientifici ma la percentuale appare plausibile – dell’industria editoriale/musicale/cinematografica si fonda sul racconto del trauma scaturito dall’interruzione, dalla sospensione, dall’atrofia progressiva di un amore. Siamo così preparati a livello teorico, da aver messo in conto che le relazioni non sono mai definitive e da aver sradicato il mito dell’amore eterno; siamo riusciti persino a sconfessare uno dei principali comandamenti romantici con cui siamo cresciuti: “…e vissero per sempre felici e contenti“. MINCHIATE! Non è vero. Ormai lo sappiamo.

Tuttavia, il fatto che anche le amicizie finiscano rimane un fatto scarsamente dibattuto. Eppure, a esser sincera, non credo che sia un fenomeno molto più raro della fine degli amori. Non credo che quando il fraintendimento, il diverso investimento emotivo, la delusione, provengono da un amico siano meno dolorosi rispetto a quando provengono da un partner. Anzi. E allora, mi chiedo, perché siamo attrezzatissimi, abbiamo decine di manuali che ci spiegano cosa fare quando la nostra relazione va in frantumi e non abbiamo un cazzo, manco un tweet illuminante, che ci spieghi come elaborare un lutto amicale?

2. SFIGA D’AMORE vs SFIGA D’AMICIZIA

Sia chiaro, chiederselo è faticoso, molto faticoso. In un certo senso è come se esistesse una maggiore forma di pudore, rispetto ai fallimenti sentimentali. È come se, in altri termini, fosse socialmente più accettato il racconto delle proprie disgrazie amorose, rispetto a quello delle proprie crisi di amicizia. In amore ci sta (essere sfigati), l’immaginario collettivo è popolato da innumerevoli personaggi caratterizzati dalla sfiga amorosa e comunque accettabili, simpatici persino. Ma la sfiga d’amicizia è diversa: non esiste. Puoi non avere un partner, perché sei sfortunato; se invece non hai amici è perché sei uno stronzo.

3. TUTTE DONNE

E mentre riflettevo, scendevano lungo le sponde del mio torrente le spoglie di certe amicizie vitali delle quali nella mia vita non resta traccia. Di tutte le persone, in altre parole, che ho perso. Che, per una ragione o per l’altra, ho lasciato andare e che mi hanno lasciata andare. Di tutti quei rapporti che si sono stemperati nell’indifferenza apparente, a volte; nella ripicca sciocca, altre; nelle regolari pieghe dell’evoluzione, altre volte ancora. Legami intensi eppur estinti, spesso senza un vero casus belli, che lasciano dietro di sé una scia di ricordi più o meno sbiaditi, di quando si era più giovani, e si facevano cose, e si vedevano genti. I ricordi, gli oggetti prestati e mai ricevuti indietro, gli oggetti presi in prestito e mai resi, e i like su Instagram.

Del resto è da Instagram che apprendo se una s’è riprodotta, se l’altra s’è sposata, se l’altra s’è trasferita all’estero oppure se quell’altra continua ad andare ai concerti indipendenti.  Sarà un caso, davvero, ma sono tutte donne. Gli uomini non devono proprio essere capaci di una complessità del genere, senza offesa per i miei amici, che sono il mio campione di riferimento. Voglio dire: non giurerei di non aver mai perso un amico uomo, ma non me lo ricordo, quindi, se è successo, è stato piuttosto naturale, privo di pathos. Con i miei amici uomini ricordo di aver discusso, litigato, alzato la voce, sospeso le comunicazioni per mesi, questo sì; ma non ricordo di averli persi, se non in quota “crescita/cambiamenti della vita”.

4. L’AMICIZIA SENTIMENTALE

Ma con le donne, invece, con quelle s’apre un dedalo di amicizie che, a un certo punto, sono finite e la loro fine ha prodotto in me un variabile grado di malessere. A posteriori, a volte per ANNI, il solo sentirle nominare risvegliava in me il risentimento, la gelosia, la delusione, la recriminazione, la sintesi facile che “evidentemente non era un rapporto così importante” (praticamente come quando, con gli uomini, liquidiamo tutto con “la verità è che non gli piaci abbastanza“). Non è successo così tante volte, badate. Il fatto è che me le ricordo tutte. A volte, con alcune, proprio come con i tipi, la crisi si preannunciava su whatsapp, con doppie spunte senza risposta, con risposte che arrivavano a distanza di giorni, con le EMOTICON per chiudere i discorsi. Insomma, ci si riservava il trattamento, vicendevole e sciatto, che si sarebbe riservato all’ultimo dei Tinder Date.

Ebbene sì, Vosto Onore: l’ho fatto. Sì, Vostro Onore, l’ho subito. Sì, vostro Onore, ho avuto voglia di dire: oh ma  te lo ricordi quante belle serate abbiamo passato insieme? Quante risate, mamma mia. E poi quanto ci ha fatto bene condividere roba? E quanto ci siamo state simpatiche da subito, eh, te lo ricordi? E va bene che le cose cambiano, ma da essere culo e camicia a ignorarsi completamente, fammi un recap: come cazzo ci siamo finite? 

Certo, Vostro Onore che c’ho pensato. Il fatto però è che questo tipo di amicizia, una volta incrinato è difficile da ripristinare, nonostante molte buone intenzioni di “parlarsi” e “chiarirsi”, di “prendersi un caffè insieme, un giorno”. Il fatto però è che certi “perché” sono troppo faticosi da cercare e spiegare, e anche che certe amicizie rispondono alle logiche sentimentali pur non essendo rapporti d’amore in senso stretto: in quei casi non è facile rimanere amici, dopo. In quei casi, è ugualmente gravoso smaltire aspettative disattese, memorie, nostalgie, non-detti, souvenir delle vacanze insieme, fotografie e un numero imponderabile di amici in comune su Facebook. Il tutto, sempre e rigorosamente, ignorandosi.

CONCLUSIONI

Sarebbe facile concludere che, banalmente, queste non erano amicizie VERE. E in parte, forse, ci sta anche; però, come sempre, c’è molto di più. C’è che l’amicizia è un sentimento complesso come l’amore, c’è che è composta da tanti ingredienti: complicità, similitudine, affetto, compagnia, legittimazione, dipendenza, possesso, lealtà, supporto, fiducia, complementarità, comfort, circostanza. E tutti questi elementi si tengono in equilibrio insieme, consentendo al rapporto di continuare. A volte, però, le porzioni si sbilanciano, a volte l’affetto c’è ma non è l’ingrediente principe, l’elemento preponderante. A volte arriva qualcuno che ci piace di più.

Forse la ragione per cui non esistono manuali che spieghino come elaborare la fine di un’amicizia, è perché esistono già i manuali per elaborare la fine di un amore, e le cose non sono poi così diverse. Il fatto che a un certo punto non si stia più insieme, non vuol dire che non sia mai stato bello, unico, speciale stare insieme. Vuol dire solo che non ha funzionato per sempre.

POST-CONCLUSIONI

Per non intristirmi in questi pensieri, ho infine deciso di concentrarmi sulle amicizie presenti: quelle maschili, quelle femminili, quelle gay e quelle etero, quelle che hanno appena partorito, quelli che si sono sposati, pure gli altri che sono espatriati. Quelle che davanti al loro bambino ti chiamano “zia“, e la cosa suscita in te un misto di angoscia e felicità; quelle che ti passano ancora a prendere da casa per andare a bere nello stesso bar col dehor di plastica; quelle che ogni volta che transitano da Milano vogliono salutarti; quelle che a Milano vengono a trovarti; quelle che interrogano il tuo fidanzato come se fossero tua zia; quelle che a 33 anni iniziano un master; quelle che a 40 anni si iscrivono per la prima volta in palestra; quelle che hanno sempre un consiglio giusto da dare; quelle che hanno sempre bisogno di un consiglio giusto da ascoltare e non seguire. Quelle, insomma, della cui trasparenza non dubitiamo mai, nonostante i cambiamenti e le contingenze della vita.

Viva

Il fatto è che non ho bisogno di molto più di questo. Se potessi cristallizzarlo, questo momento, imbalsamarlo, metterlo sotto formaldeide per conservarlo così com’è, giuro, lo farei. Non perché sia un momento perfetto, non perché non si possa fare di meglio, non perché io abbia sciolto tutti i nodi della mia identità, figurati. È che semplicemente va bene così. Potrei stare meglio, potrei perdere quei 6 kg che ho ripreso, potrei essere meno preoccupata per la salute di mia madre, meno soffocata dai sensi di colpa, potrei viaggiare più spesso e per destinazioni più esotiche, potrei andare con più assiduità in palestra, smettere di fumare, tornare dal dentista, mettere la crema idratante tutti i giorni che c’ho delle cazzo di rughe guarda, farmi le visite e scoprire che ho qualcosa di incurabile che mi porterà a una prematura dipartita; potrei ricordarmi com’è fare shopping, avere una macchina, trasferirmi in una casa più grande, procreare, accumulare status symbol, trovare conferme a quel processo apparentemente inevitabile di imborghesimento radicale. Potrei, ma non mi serve.

Quindi sì, vedi, io non lo faccio un elenco di buoni propositi per l’anno nuovo e non faccio neppure il reportage di cosa ho fatto nel 2017. Dico solo, questo concedimelo, che mi sembra un momento buono, nonostante i limiti, le difficoltà, gli imprevisti, le delusioni, le ansie assortite di cui graziaddio non sono sprovvista mai. Mi sembra un momento pieno di amore, di quello che riempie anche il più trascurabile interstizio dell’anima, di quello che a volte ti tira il petto in fuori, e preme contro gli altri organi e ne accelera il ritmo, e ti fa sentire viva. Ma viva bene. Non viva di merda. Non viva come quando fai un sacco di stronzate per “sentirti viva”, come quando ti procuri dolore per accorgerti di esistere, come quando ti consideri troppo stravagante per la serenità, troppo intelligente per fare una cosa banale come essere quasi felice. Viva bene. Viva semplice. Viva di cose normali.

Viva come andare dalla parrucchiera di provincia con mia madre (in un salone che si chiama “Vanity Hair” e scusa se è poco) a farmi la piega prima di Natale, e leggere finalmente nei suoi occhi il compiacimento che ha taciuto per buona parte della sua vita, quando chiunque le ha detto che aveva proprio una bella figlia, bella e brava, brava e intelligente, una Stella di nome e di fatto, questo le dicevano; e lei resisteva, non andava mica in deliquio per me, era — ed è —  lo specchio più spietato ed eternamente sincero dei miei limiti. E anche per questo, è ovvio, la amo così tanto. Perché quando ero ragazzina e le dicevano che avevo il viso dolcissimo, lei rispondeva: “Tutta apparenza”.

Viva come aiutare mia zia a lavare i piatti dopo le abbuffate natalizie, e ascoltarla mentre mi racconta che tizia “sta più mazza di te”, cioè di me, cioè che veramente solo mia zia può prendermi come parametro di magrezza e tu spiegami come si fa a non amarla una zia così (per intenderci: è la stessa che dopo la dieta mi diceva “stai brutta, ti è venuta la faccia da vecchia”).

Viva come guidare verso la Puglia con la macchina carica di dolci, cantando Battisti, e Dalla, e De Gregori, ma pure Mia Martini e Rino Gaetano con mio padre, mentre madre sonnecchia, e pensare che è come quando ero bambina, e dalla Puglia salivamo in Abruzzo a trovare i nonni, e ascoltavamo le stesse canzoni. E anche se adesso la rotta è invertita, anche se il timone lo tengo io, la macchina è piena uguale, ed è tutto ancora bellissimo. E forse se sono diventata così – nel bene e nel male – è anche perché non sono cresciuta ascoltando Fivelandia di Cristina D’Avena, ma Bocca di Rosa di Fabrizio De André.

Viva come stressare tutti perché “DOBBIAMO GIOCARE” a carte, dopo il riposino pomeridiano.

Viva come chiacchierare con i miei cugini, e guardarci crescere, cambiare, invecchiare, senza smettere di volerci bene come fratelli. Anzi, più che tra fratelli.

Viva come mio zio che mi chiede se voglio il caffè, e io gli dico di sì, che non si rifiuta mai un caffé a mio zio, e quello mi chiede se va bene “ILVA Style”, e cioè nel bicchierino di plastica, e io gli rispondo che ovviamente sì, certo, va benissimo il caffé operaio.

Viva come una passeggiata per le vie di Martina Franca, la notte di Natale, con le chianche lucide bagnate dall’umidità, bevendo una specie di Moscow Mule, insieme all’amico di sempre, quello di mille litigate e duemila risate; e sedersi nella piazzetta alle spalle di San Martino, davanti al MuBa, e raccontarsi. Parlare di viaggi, progetti, pettegolezzi, di quel gruppo che non è più un gruppo già da tempo, rivangare vecchie assurdità e ridere di quanto siamo cambiati e di quanto siamo rimasti uguali.

Viva come sedersi attorno a un tavolo al pub della gioventù e bere una birra che costa quanto una birra.

Viva come conoscere il figlio di una delle mie più care amiche, una che mi odiava perché il primo giorno del liceo avevo la gonna lunga di jeans e la borsa della Phard (madonna quanto è sporca la fedina dei nostri outfit adolescenziali), e tenerlo in braccio, e lasciare che mi tiri i ricci, perché è piccolo e bellissimo, e mi sorride tantissimo, e allora capisco che è una cosa normale e straordinaria, quella che hanno fatto quei pazzi, di riprodursi.

Viva come condividere tutto questo con una persona che un anno fa non c’era, e adesso è qui, e parrebbe pure abbastanza votata alla causa di rimanerci (un, du, tre: grattiamoci i coglioni tutti insieme). Viva come osservarlo nella mia città d’origine, tra i miei amici, i miei parenti, i miei luoghi e scorgerlo a suo agio, realizzando come pian piano, in qualche modo, molto lentamente, con tanta cautela, stiano diventando anche i suoi amici, i suoi parenti, i suoi luoghi. Viva come andare a trovare sua madre, al capo opposto dell’Italia, e sentirmi a casa anche lì, e ripartire con la voglia di tornare presto.

Viva come una che, per la prima volta, non se ne frega un cazzo dei bilanci, dei propositi, delle inquisizioni e delle commissioni. Viva come quando sei in un flusso, e Capodanno è solo un giorno come altri, e non hai bisogno di prendere a calci in culo il vecchio anno, e neppure di implorare quello nuovo. Speri solo di riuscire ad assecondare la vita, accettarne i cambiamenti e continuare a godere delle sue irrilevanti meraviglie.

Questo spero e questo auguro: serenità. Che nessuno ce lo dice (e se ce lo dicono non ci crediamo), ma la serenità è una figata. Non è mica una linea dritta, una noia mortale, una routine opprimente. Non si ordina su Amazon, non si trova in saldo. Non significa neppure essere eternamente di buon umore, o perfettamente risolti, sia chiaro. La serenità è una ricetta personale da mettere a punto per prove ed errori, una scelta, un lavoro faticoso come quello dei minatori, ma invece di cercare oro (o bitcoin) si cercano tracce di bellezza nell’imperfetto. Momenti, attimi di grazia, scampoli di immunità, un antidoto parziale – ma necessario – alle miserie della vita.

Che il 2018 porti serenità. Qualunque cosa questo significhi.

 

Buon anno a voi. Buon anno a me.

10 Sintomi della Bimbaminchieria

Diciamo la verità: la vita da single non è semplice, ma neppure quella da coppia. E, se prima dovevi preoccuparti delle grevi insidie della solitudine (tipo rischiare di scivolare nel piatto doccia e restarci fino alla putrefazione), adesso ci sono nuove preoccupanti minacce che incombono sulla tua quotidianità. Perché dobbiamo essere oneste: possiamo ripeterci ininterrottamente che iniziare una relazione non ci cambierà, che noi resteremo sempre le stesse, che noi non faremo tutti quei vergognosi errori che abbiamo visto commettere a TUTTE le nostre amiche, o perlomeno a buona parte di esse. Credetemi, possiamo dircelo e ridircelo. Dircelo tantissimo. Ma le parole non bastano, servono i fatti, serve un attento e severo apparato supervisore della Bimbaminchieria, quella spericolata deriva nella puerilità amorosa che – quasi certamente – a un certo punto – ti travolgerà (alcuni studiosi sostengono che il fattore anagrafico non costituisca antidoto di per sé e che, anzi, spesso quanto più tardi ci si innamora, tanto più tragicamente si rincoglionisce). E poco importa che della propria singletudine si sia fatta bandiera, poco contano quegli anni passati a coltivare ogni piccola acidità interiore, a innaffiare ogni minima idiosincrasia nei confronti delle relazioni sentimentali. Niente. Nulla. Neppure se ti sei ribellata con tutta te stessa al potere normativo delle coppie e al loro ruolo livellante sulla società, sui diversi, sui freak, sui single, neppure in quel caso potrai considerarti immune alla Bimbaminchieria. Scopriamo meglio di cosa si tratta:

1. Succederà un giorno, all’improvviso. O meglio, te ne accorgerai all’improvviso e solo allora realizzerai che succede già da tempo. Ebbene sì, mia cara, hai messo a punto un assortito ventaglio di vocine del cazzo e di paroline buffe che usi ormai solo con lui. La vostra personale e vomitevolissima micro-lingua è già nata, senza che tu te ne accorgessi neppure. Stai molto attenta, amica, perché ci vuole un attimo che ti ritrovi a parlare come una persona con un disturbo della personalità in pubblico. In mezzo ai vostri amici. Al telefono, sui mezzi. Rifletti. Tu avevi giurato che quella roba lì non l’avresti fatta mai.

2. Ti scapperà e, di nuovo, te ne accorgerai quando il danno sarà già fatto: inizierai a parlare alla prima persona plurale. Inizierai a rispondere con il “noi” quando la gente ti chiederà cosa hai fatto, cosa hai mangiato, cosa ne pensi, cosa hai in programma. Ecco, adesso, a questo punto della tua vita ti sembrerà anche normale, per la famosa Legge della Banderuola (quella per cui quando sei in auto odi i pedoni e quando sei pedone odi gli automobilisti): ora ti sembrerà del tutto normale rispondere alla prima persona plurale ma ti prego di ricordare quanta pietas ti abbia suscitato in precedenza questa cosa.

3. Limonerai in pubblico. Se conserverai ancora un briciolo di dignità intellettuale, a volte, ti capiterà di guardarti da fuori, come se ti fossi presa la chetamina, e ti vedrai. E ti disprezzerai. E penserai “Cazzo ma ce la fate? Ma quanti anni avete? Ma prendetevi una camera!”.

4. Sarai attanagliata da una tentazione come manco Gesù Cristo nel deserto, come manco Jim Morrison nel deserto (insomma chiunque nel deserto non se la passa benissimo e questo è chiaro): vorrai, davvero vorrai, intasare il web di vostri autoritratti digitali artisticamente editati. Insomma, di vostri selfie. Nei casi più critici, ma in questi consiglierei di rivolgersi a uno specialista, la tentazione sconfinerà nel feticismo morboso, instillando in voi il dubbio che dovreste forse creare un format di coppia, un filone sai, la riproposizione reiterata e ossessivo-compulsiva di una vostra specifica parte anatomica (tipo i piedi, o la schiena, o le mani) o un oggetto che rappresenta l’unione suggellata per l’eternità delle vostre anime (tipo un peluche), in tutti i possibili contesti. Resisti, diomadonna ti prego resisti. Ricorda cosa pensavi quando vedevi gli altri farlo.

5. Finalmente sei uscita con il tuo migliore amico, o con la tua migliore amica (per quanto bisogna riconoscere che continuare a parlare di migliori amici e migliori amiche dopo i 15 anni di età sia vagamente border ma insomma ci siamo capiti), non vi vedevate da un botto (che magari è tipo 1 settimana o 2, ma per i vostri standard è come essersi persi di vista per un paio di ere geologiche), lui è lì che ti racconta i suoi ultimi aggiornamenti e quando raggiunge il climax della narrazione, tu ricevi una telefonata dal tuo moroso, che ti chiama per dirti che è uscito dall’ufficio (…), che in ufficio è stata una giornata pesante (…), che ora forse va a casa (…), che è indeciso su cosa mangiare a cena (…) e altre informazioni di capitale importanza che ti terranno al telefono per 30  minuti, mentre tu sarai lì in bilico tra la pazienza vacillante del tuo amico e il timore di ferire la sensibilità del tuo nuovo concubino. Io, sappilo, sono dalla parte dell’amico.

6. Darvi un…soprannome. Ecco questa storia dei soprannomi è veramente imbarazzante e la sublimazione dell’imbarazzo, già molto imbarazzante di per sé, è quando questi nomignoli diventano di pubblico dominio. Ora, qualunque rapporto d’affetto prevede (o può prevedere) epiteti di vario genere e natura. Pensiamo a tutti gli amici e le amiche che appelliamo “tes”, “tesò”, “amo”, “amò”, “cuore”, “gioia” e via discorrendo. Però c’è un però. Anzi, un PERÒ. C’è che esiste una soglia di dignità al di sotto della quale non bisognerebbe scendere mai, quindi se proprio decidete di appellarvi “pulcino&pulcina”, “orsetta&orsetto”, “micino&micetta” fatelo nel privato.

7. Iniziare qualunque discorso con “Lui mi ha insegnato”, “Lui mi ha raccontato”, “Lui mi ha regalato”, “Lui mi ha fatto vedere/leggere/scoprire/assaggiare/guardare/capire”. E tutto quel filone dialettico dal quale traspare che tu e la tua identità intellettuale non siate esistite mai prima dell’avvento del maschio redentore.

8. Trascurare gli amici e le amiche, che non vuol dire riuscire a esserci politicamente una volta ogni tanto per sentirsi la coscienza pulita e mettersi al riparo dalle più ovvie critiche di latitanza. Vuol dire prestare attenzione agli amici, a quelle persone che c’erano fino al giorno prima, ….e questo avrai la sensazione di non farlo mai abbastanza bene.

9. Nei casi più gravi succederà che inizierai a confrontarti con lui prima di accettare in via definitiva l’invito per qualunque aperitivo, cena, appuntamento, in orario serale, sperando che matchi con la serata in cui lui gioca a calcetto, o a poker, oppure si vede col gruppo per suonare. Peggio ancora, inizierai a proporre ai tuoi amici di vedervi esattamente quando lui ha altro da fare, secondo l’obiettivo scientifico di tappare i buchi. Il punto di non ritorno lo raggiungerai quando qualcuno ti inviterà a uscire e tu risponderai: “Non esco perché non esce lui”. Giuro, mi è successo. Di essere dall’altra parte, intendo. Di sentirmelo dire. Per capirci: alcune delle mie più care amiche, da quando si sono accoppiate, non le ho più viste da sole se non ai rispettivi addii al nubilato.

10. Farvi un tatuaggio di merda.

Presidiando con attenzione tutte queste aree sensibili della vostra relazione, potrete riuscire ad avere una storia senza ridurvi alla stregua di quegli human cases che avete così lungamente sofferto e compatito nelle precedenti epoche single della vostra esistenza.

Nella speranza di esservi tornata sufficientemente utile, vi saluto calorosamente,

vostra

V.

La Persona Giusta Non Esiste

Una lettrice mi ha chiesto, tempo fa, sotto uno di quei post nei quali raccontavo di stare bene con il Frequentante, cosa intendessi esattamente. Cosa vuol dire, in pratica, star bene con una persona? Cosa si sente? Abbiamo entrambi i nostri spazi? Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Litighiamo?

Così ho deciso di provare a rispondere, a spiegare meglio com’è possibile che sia accaduto l’inspiegabile, come può succedere d’innamorarsi anche quando pensi che sia necessario l’intervento di Ridley Scott per girare questo film di fantascienza basato su un libro di Isaac Asimov. Andiamo con ordine:

1. Cosa si sente? Benessere. Lo so, sembra banale. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Invece no, invece è semplice, così semplice da suonare fastidioso, ma è così. Si sente benessere. Come quando inizi a mangiare meglio, come quando riesci a fare sport, come quando dormi e caghi regolarmente (anche se, ironicamente, entrambe questa attività subiscono una tragica battuta d’arresto, all’inizio di una relazione: generalmente lui russa troppo e tu sei più stitica di Geppi Cucciari e Alessia Marcuzzi messe insieme). Ciononostante provi un senso di completezza, di pacificazione, di naturale serenità che oggettivamente (parlo per me) non potevi immaginare esistesse, finché non l’hai sperimentato, e quando gli altri te lo raccontavano pensavi fossero dei sempliciotti illusi, beati loro, più fortunati di te (ma su questo ci torniamo in chiusura).

2. Abbiamo entrambi i nostri spazi? Sì, qualunque cosa significhi davvero. Ciò che voglio dire è che, sorprendentemente, quella linea di demarcazione tra ciò che è mio (spazio, casa, biscotti, amici, parenti, vacanze, esperienze) e ciò che è tuo, s’attenua. Non dico che svanisca, sarebbe preoccupante se svanisse, ma si fa flebile, a tratti impercettibile, il perimetro della nostra individualità tende a rinegoziare i propri contorni e ciò è inevitabile (credo), forse persino giusto (viceversa non avrebbe neppure senso imbastire una dialettica a due, possiamo restare con noi stesse e con le nostre vite – a volte strepitose, a volte raccapriccianti – da single e va benissimo così). C’è una premessa da fare: non credo (né ho mai creduto) all’esistenza delle “Persone Giuste“, ma credo all’esistenza delle “Persone al Momento Giusto” (PAMG d’ora in avanti). Ciò significa che nel grande minestrone delle relazioni sentimentali, sappiamo essere vittime di qualcuno, carnefici di qualche altro, complici a volte e traditori infidi altre. Una persona che è sbagliata per noi, sarà probabilmente giusta per altri, e viceversa. Dunque, quando incontri la PAMG hai voglia (non paura) di includerla. Il tuo spazio non è una roccaforte da presidiare contro l’invasione del nemico, ma un rifugio in cui accogliere un pellegrino, un reduce, un essere umano come te. E questo credo sia essenziale nell’amore. Detto ciò, è ovvio che ciascuno coltiva i propri spazi, i propri rapporti e i propri interessi. È ovvio che non vuol dire opprimersi l’un l’altro e diventare l’uno l’ombra dell’altra. Non mentirò: all’inizio non è semplice. Bisogna fare un po’ di fine tuning e trovare l’equilibrio (soprattutto in termini di tempo) tra il prima e il dopo. Ma si può fare e una PAMG può aiutarci a riuscirci.

3. Ci ammazziamo di vicinanza? Sì, per il momento, perché è esattamente ciò di cui abbiamo voglia. Perché a star separati pare d’averci il piede zoppo, oppure l’occhio guercio, e lo so che fanno venire i conati questi esempi, ma è così. Credo sia la fase acuta e iniziale di qualunque innamoramento, combatterla non avrebbe senso. Godersela, invece, sì. Poi è naturale che passi, e che si inizi il lungo percorso di trasformazione in una di quelle belle coppie che a cena al ristorante stanno zitte perché non hanno più nulla da dirsi e che piuttosto mandano messaggi agli amanti e alle amanti. Diciamo che non abbiamo fretta che quel momento arrivi.

4. Ci ammazziamo di vicinanza per non incorrere in gelosie, sospetti e chissà cos’altro? No, come detto al punto 3, ci ammazziamo di vicinanza perché di questo abbiamo voglia. E in quella vicinanza c’è più il sentore di una nuova dimensione, di un esperimento inedito dell’anima, nulla che abbia a che vedere col massacro del proprio “io”. Venendo però a gelosie-sospetti-&-much-more, il punto è che se sei geloso puoi esserlo anche se passi con una persona 22 ore al giorno; se sospetti, puoi trovare indizi ovunque; parlerò in maniera più diffusa della gelosia, più avanti, che per me è un tema cruciale, per il momento mi limito a dire che avere una relazione è difficile da innumerevoli punti di vista e la risposta non è mai (solo) nella quantità di ore passate insieme. La risposta è nella qualità, soprattutto. Nella predisposizione a discutere i margini delle proprie convinzioni, dei postulati incrollabili che abbiamo edificato nei lunghi periodi di singletudine (e a volte solitudine). Avere una relazione vuol dire aprire un dialogo quotidiano con un’altra persona, che c’è, che non è relegata a una notifica whatsapp che possiamo non visualizzare, non è un aperitivo che possiamo paccare, non è una serie tv che possiamo consumare bulimicamente oppure abbandonare a seconda di come ci vada. Soprattutto, è uno scambio a due, ci impone il temibile spettro del confronto. E il confronto è costante, continuo, perenne. Spesso edificante, istruttivo, divertente, elettrizzante. Altre volte è sfiancante, detestabile, ineluttabile. Ed è un confronto che spazia dalle abitudini alimentari a come sistemi i piatti in lavastoviglie. Da ciò che fai per Natale a come gestisci il rapporto con la famiglia, gli amici, il lavoro, gli ex. Più d’ogni altra cosa, un compagno diventa uno specchio nel quale osserviamo riflessi i nostri limiti, i difetti che non sopportiamo, i malcostumi che abbiamo ereditato dai nostri genitori, le zone buie della nostra formazione capaci di inghiottire anche il più paziente e tollerante partner (e, sia chiaro, è un ingranaggio a cui si lavora in due, perché non c’è mai un componente pieno di guai e l’altro sanissimo; c’abbiamo tutti il nostro bagaglio di irrisolti, graziaddio, non avendo più 15 anni). Se la domanda è: come facciamo a sopravvivere a tutti i continui attentati alla serenità di una relazione, la risposta è “sgobbando”, lavorando quotidianamente, su se stessi e sull’altro, insieme. È uno sbattimento di proporzioni bibliche, ma è anche una delle cose più belle che possa capitare di vivere, quando capita con la PAMG.

5. Andiamo entrambi nella stessa direzione senza forzare i tempi? Sì. Capisco cosa si intende per “tempi forzati”. So che me li hanno imposti e so di averli imposti a mia volta, in passato. Ho fatto una lunga gavetta anche in materia di direzioni opposte. E lo intendo alla lettera. Cioè che uno stava da una parte e io me ne andavo dall’altra. Che io restavo in un posto, e quello se ne andava. E, poiché sarebbe ingiusto sputare nel piatto in cui ho mangiato per tutta la vita, mi tocca riconoscere che questo giochino della fuga geografica mi ha sempre tutelata dal rischio di confrontarmi con una relazione propriamente detta. Ma so anche cosa significa volere una cosa mentre lui ne vuole un’altra, e viceversa, e perdere mesi e forse anni per girare in tondo intorno all’ovvio: non funziona. E poi cosa succede? Che arriva uno che non conoscevi, o che conoscevi ma non pensavi potesse farlo, e ti piglia per mano e ti dice “Vediamo che c’è di là” e tu gli dici “Chi se ne frega?” e quello ti dice “Fidati” e tu gli dici “Non c’ho voglia, mi fanno male i piedi, sono stanca”, e quello ti dice “Voglio portarti in un posto bello” e tu gli dici “Ma perché proprio a me?” e quello ti dice “Perché mi piaci”. E succede così che dopo una vita passata a schivare e lottare con lupi cattivi, gli dai una possibilità. E camminando parlate, e parlando vi piacete, e tu non pensi neppure più a quei cazzo di tacchi e a chi minchia te l’ha fatta fare di uscire coi tacchi per fare la figa. Le ore passano, poi i giorni, le settimane, i mesi, e tu c’hai voglia di continuare a camminare in quella direzione. Per il momento.

6. Mi sento accettata per quella che sono e lo accetto per quello che è? Sì e sì. Quasi 6 anni di singletudine sono la prova inconfutabile del fatto che con uno incapace di comprendermi (almeno parzialmente) e accettarmi per quella che sono, non ci sto, detto alla Oscar Luigi Scalfaro. Allo stesso modo, quei quasi 6 anni di singletudine mi hanno insegnato che senza lo sforzo reale di comprendere l’altra persona, è impossibile che funzioni. Però c’è una precisazione da fare: accettarsi per quelli che si è, non vuol dire restare per sempre come si è. Dopo tutta una fase propedeutica di comprensione, e sottotitolazione di se stessi, serve altro. Serve essere disposti a mettersi in gioco, a migliorarsi e migliorare, incontrarsi, incastrarsi. Pure questa è una fatica mondiale. Però è una roba da cui è impossibile prescindere, perlomeno per gli organismi pluricellulari complessi, i vegetali forse sanno stare insieme anche in maniera più semplice e innocua.

7. Litighiamo? Certamente sì. Quanto spesso, non saprei. So però che nella maggioranza dei casi si tratta di discussioni costruttive, che magari nascono da sciocchezze e riescono a evolversi, a spiegare e insegnare qualcosa in più all’altro, a noi stessi. I litigi, poi, sono un terreno fondamentale per una coppia e – soprattutto – sono il primo vero campo di prova, dopo il sesso. Intendiamoci: superati i primissimi tempi, che volano all’insegna di un misto tra incredulità e infatuazione, si arriva necessariamente al match tra i rispettivi “ego“. E quanto dico “ego” non intendo egoismi, intendo proprio ciò che siamo e il modo in cui siamo abituati a essere, che a volte abbiamo scelto, a volte è una posizione scorretta che la nostra identità ha assunto e non ha mai corretto. Ecco, credo che si possa capire la qualità di una coppia dal modo in cui scopa e dal modo in cui litiga, che sono attività solo apparentemente molto distanti. Litigare è fondamentale, se lo intendiamo come percorso (decisamente meno divertente di quello che si fa tra le lenzuola) per conoscersi e comprendersi. Mappare le insicurezze, le debolezze, le miserie dell’altro è fondamentale ed esistono solo due momenti in cui siamo nudi, ridotti all’osso della nostra essenza: quando si copula e quando si discute. Anche quello, si impara a farlo insieme. Ripenso sempre a una delle mie più care amiche, che mi raccontava, i primi tempi, quando iniziava a frequentare quello che poi è diventato suo marito, che era allibita dal fatto che con lui non potesse urlare. Non che lui glielo avesse mai esplicitamente detto, che non gradiva le scenate da drama queen. Semplicemente, lei lo aveva capito. Si erano auto-regolati. Lei era cresciuta. Questo vuol dire che non abbiano mai attraversato momenti di difficoltà? No, vuol dire che hanno imparato a farlo insieme, a non attaccare le vulnerabilità dell’altro, a medicare le ferite insieme, provando a non infliggersene troppe.

L’altro giorno, invece, a pranzo, un amico mi ha detto che avere una storia significa prendere semplicemente 3 decisioni: decidere di provarci, decidere di essere fedele e decidere di essere trasparente. Non so se sono d’accordo su tutta la linea, ma so che quando la persona che hai di fronte “vale il gioco“, allora giochi. E ogni tanto segni, e ogni tanto cadi, e ogni tanto commetti un fallo, oppure lo subisci. Ma la partita la giochi, senza farti troppe domande, con tutto l’impegno che puoi. La fortuna ti aiuta all’inizio. Dopo serve esercizio e, naturalmente, un lungo lavoro di squadra.

Nella speranza di aver risposto con dovizia di particolari, mi congedo.

Sempre vostra,

V.