Quando Meno Te l’Aspetti

Mettiamo subito le cose in chiaro: mai, mai, mai nella vita, mai neppure se mi mettessero gli elettrodi sotto le piante dei piedi, se mi torturassero come i narcotrafficanti sudamericani, se mi legassero a una seggiola e mi spalancassero gli occhi come ad Alex di Arancia Meccanica obbligandomi a un binge watching estremo di Temptation Island, neppure se mi imponessero di ascoltare per intero l’album di Fedez e J-Ax, ecco neppure in quel caso direi una di quelle frasi odiose, insopportabili, che ti fanno venire il Cristo Immediato, tipo: “L’amore arriva quando meno te l’aspetti”.

La ragione, assai semplice, è che chi l’amore non ce l’ha, se l’aspetta (e se non se l’aspetta, c’è comunque un fittissimo tessuto sociale che s’aspetta che se lo procuri). D’altra parte è facile non pensarci se l’hai trovato già (come dire che “i soldi non sono un problema”, per chi ce li ha). Ma, soprattutto, in che modo dovrebbe essere incoraggiante o consolatorio pensare che chi se ne sbatte altamente la uallera lo trova, mentre noialtri no? Insomma, mai mi sentirete proferire una frase del genere. Tuttavia, per onestà, devo ammettere che io non ci stavo pensando affatto.

Non che mi fossi dimenticata della mia cronica singletudine, che a un certo punto per me è diventata come un tatuaggio, un piercing, una cicatrice che non t’accorgi neppure più d’avere se qualcuno non la indica o non ti chiede cosa significhi, o come te la sia procurata. Semplicemente ero molto presa da altro. Era la settimana di uscita del romanzo, figurarsi se stavo a pensare al maschio-che-non-ho; m’aspettava un discreto rendez-vous di lancio: presentazioni, interviste, trasferte, photo-shoot. E ne ero ben lieta, sia chiaro, poiché nella mia vita scrivere è stata sempre l’urgenza più forte, forse l’unica, vera. Insomma, era la settimana in cui si realizzava un sogno di lunga data, a suo modo più importante di un partner, di un progetto familiare, di una discendenza al Trono di Pulpo. Pensavo semplicemente ad altro, quando ho incontrato una persona.

“Chi è? Com’è? Quanti anni ha? Cosa fa? A chi appartiene? Sta sposato?” sono solo alcune delle domande che le mie amiche mi hanno posto, tutte mediamente sconvolte dal fatto che io abbia accolto questo esemplare di maschio nella mia vita, senza neppure convocare un summit, inviare 1 terabyte di screenshot, avvalermi di consulenze psichiatriche, imbastire analisi semiologiche dei suoi post sui social. Insomma, le capisco pure: quando sei single da una vita, quando sei LA SINGLE del gruppo, quando la gente ha ampiamente perso le speranze (per quanto ufficialmente ti dica ancora “arriverà”), tu che fai?! Senza battere ciglio, zitta zitta, aumma aumma, incontri uno e le cose filano. Ma poi così. All’improvviso. Senza chiedere il permesso. Insomma, ne converrete: è un atteggiamento bizzarro.

Naturalmente io stessa vivo momenti di profonda crisi mistica. Cos’è sta roba qua? Che significa? Che vuole questo da me? Come si permette? Ma poi come lo devo chiamare? Boyfriend? Non ho mica 14 anni. Fidanzato? No, per l’amorediddio. Compagno? Madonna l’ansia. Ragazzo? Amico? Accompagnatore? Frequentante? Persona? Homo Sapiens? Più uno? Mr. Pig? Come dovrei definirlo, etichettarlo, questo tizio che, senza tema di trauma emotivo, ha deciso di usurparmi il sonno, di compromettermi il già precario equilibrio intestinale, di riempire i vuoti che c’erano, di indurmi a illuminare gli angoli bui di me stessa? Come dovrei chiamarla, questa roba che mi spinge fuori dalla tana, che mi obbliga a indagare i miei limiti, tutti quei difetti che comodamente ignoravo da anni, decidendo che un dialogo umano, personale, intimo davvero, non lo avrei avuto più? E poi, quanto durerà? Quando mi stancherò? Quando inizieremo a trovare insopportabili tutti quei dettagli dell’altro che in prima istanza ci avevano attratti? Quando inizieremo a starci sul cazzo, a litigare, a urlare, a piangere? Quando ci annoieremo? Tra quanto avremo voglia di altro? Quand’è che rovineremo tutto? Riuscirò a non sentirmi oppressa? Riuscirò a sopravvivere a questa cosa, questa disciplina amorosa nella quale non sono stata brava mai? Cambiamo? Sono cresciuta? Ma non si dice, in fondo, che chi nasce tondo non muore quadrato? E tutti quegli schemi ricorsivi? Quei pattern emotivi? La coazione a ripetere? La negoziazione degli ego? E tutta quell’architettura di alibi, e tutte quelle agili categorizzazioni dei tipi umani e dei sentimenti, cosa me ne faccio adesso? Ce la posso fare a sopravvivere a un altro fallimento? Sono davvero disposta a espormi al rischio di dover ricomporre di nuovo i cocci? È forse vero che crescendo diventiamo più forti o siamo, invece, solo più stanchi? Solo più fragili? Perché è così “giusto”? Dov’è la fregatura, il bug, la sòla? E ammesso e non concesso che non ci sia nessuna truffa aggravata dietro, resta il fatto che cambiare status è uno sbattimento immane. Perché uno pensa che valga soltanto per quelli che sono accoppiati e poi si ritrovano catapultati – per volontà loro o loro malgrado – sul mercato dei single. E invece no! E invece non è così! È uno stress pure all’incontrario! Perché uno la sua singletudine l’arreda, la ristruttura, colora le pareti, riempie i mobili, appende i quadri ai muri. Uno la propria singletudine, a volte, diciamolo, la sceglie pure. Non è che sia sempre una iattura. Non è che sia sempre un fardello di cui liberarsi. Uno alla fine nella sua singletudine ci si identifica persino. Specialmente io che da anni ne scrivo, della mia singletudine. E mò di che cazzo parlo?

Per non entrare poi nel merito dell’amore in sé. Voglio dire: ci sono cose che uno sa fare e certe altre che uno NON sa fare. Tipo quelli che sono portati per le lingue o per la matematica. Io per esempio so scrivere i bigliettini di auguri ma non so cucinare. So organizzare eventi fighi ma non so contare. E tra le cose che non sono buona a fare, c’è amare.

Amare è una roba che non mi riesce bene mai. Non riesce bene quasi a nessuno, a dire la verità, ma la gente non se ne accorge, mentre io lo vedo con chiarezza che in amore sono una merda. In amore peso e soppeso, offro ma pretendo in cambio, e quando mi sento in credito sono peggiore di Equitalia. Quando sono amorevole spesso lo faccio solo per sentirmi dire “brava”. Per narcisismo. Per auto-compiacimento. Per conquistare potere. Uso le persone. Le manipolo. Le danneggio persino. E sono talmente sega che danneggio pure me stessa. Io di amare forse non sono neppure capace. Io dall’amore dovrei ritirarmi, consegnare in bianco, andare via.

“…e invece a volte il cuore ci fa dei regali”, m’hanno detto. Che sono serena, m’hanno detto. Che mi brillano gli occhi. Che, straordinariamente, si vede che sono felice, persino io che felice non lo sono stata mai. E quindi, insomma, che devo fa?

Correre il rischio, temo. Godermela, finché dura. Non invocare disgrazie e complicazioni, che tanto arriveranno comunque.

Vivere, sostanzialmente.

<<e così soltanto, solo vivendo, solo non ritirandoci dalla partita, ballando anche nei momenti in cui la musica si spegne e ci imbarazza col suo silenzio, continuando a giocare e a perdere, a cadere e a rialzarci, a sporcarci e a ripulirci, così soltanto possiamo capire i perché e i per come di noi stessi, di chi amiamo e di chi odiamo.>>  

[allego un fotoreperto, pieno di rughe e di felicità]

Un mese dopo

“Come stai?”

“Sto bene”

“Quanto bene?”

“Da dio…ma è strano”

“In che senso?”

“Stare bene dico, non sono abituata”

“Non sarai mica felice?”

“Temo di sì”

Mi sono ripetuta innumerevoli volte, in questo ultimo mese, che avrei dovuto aggiornare il blog, ma non l’ho fatto. Non sono riuscita, non ho avuto tempo, sono stata troppo impegnata a vivere la vita, per poterla scrivere. Del resto è così che funziona. A volte devi assorbire, sentire, elaborare. Devi prendere confidenza con situazioni ed emozioni nuove, con l’inquietante minaccia della serenità, con l’esotica impressione di assomigliare a quella che hai sempre voluto diventare. Di cosa vuoi scrivere, del resto, quando stai bene? Quanto è più complesso raccontare frammenti di felicità? Quanto più coraggio ci vuole? Quanto è più facile parlare delle delusioni, delle frustrazioni e dei fallimenti? Dico, condividere le disgrazie ci sta, qualcuno pronto a compatirti, se non altro, lo trovi sempre. Quanta intimità e quanta fiducia servono, invece, a condividere la gioia? Così taccio, da un po’. E anche adesso sono qui a sfidare il cursore intermittente della schermata wordpress, a chiedermi se di scrivere io sia ancora capace o se non sia troppo prosciugata dagli eventi. Eventi belli, sia chiaro, ma pur sempre prosciuganti. Insomma: questo post non è un decalogo su cosa fare di fronte a un egofrocio bipolare metropolitano; o di fronte a un ex che torna alla carica brandendo sentimenti contundenti, sopiti e mai estinti; né su come sopravvivere a quel collega sposato che è tanto gentile con voi e che vi giura che sta proprio per lasciare la moglie (e comunque dài, tenetevele su le mutande, da brave, anche se fa caldo, che quello col cazzo la lascia per voi, e pure che la lascia poi comunque è un casino).

Insomma, questo post è uno di quelli che servono più a me che a voi, per fare il punto di cosa sta succedendo, di cosa sta cambiando. Quindi, ricapitolando:

  1. A giugno è uscito il mio romanzo (per i derelitti che ancora ignorano: Fai Uno Squillo Quando Arrivi, Rizzoli, quasi 400 pagine, 19 euro ben spesi e spendeteli perché sostenere gli autori emergenti è importante assai).

2. Tante persone l’hanno letto e mi hanno scritto (sul mio profilo Facebook, sulla pagina della Vagina, sulla pagina Stella Pulpo, nei messaggi privati, nei commenti pubblici, su whatsapp, su Instagram, via email, e pure su Twitter). Così ho scoperto che tanti (e tantE) in questo libro ci si sono identificati un casino, e non solo le esimie colleghe 30enni single, ma pure le sciure di una certa età, pure tanti uomini, pure tante ragazze giovani. Pure le madri, pure le figlie.

3. Ho scoperto pure che il tempo medio di lettura è 2–3 giorni, il ché da un lato mi ha resa assai felice (quanto meno, voglio dire, non è che lo mollate annientati dalla noia), dall’altro mi ha fatto capire cosa provano mia madre e mia zia quando cucinano PER GIORNI in vista del Natale, e noialtri poi ci spazzoliamo tutto nel giro di poche ore.

4. In molti attendono un secondo libro, un sequel, nuove pagine da leggere e questo — naturalmente — mi ha riempita di gioia, sebbene io non abbia idea di cosa diventerò da grande. Insomma, se ci sarà un seguito, se riuscirò a sopravvivere di scrittura come tento faticosamente di fare, e via discorrendo (a questo proposito, il libro accattatevelo; e — se vi piace — suggeritelo; e — se vi piace — recensitelo su Amazon o su IBS; e — se andate sempre in sbatta per i compleanni delle amiche — regalatelo a tutte almeno per il prossimo semestre; e — se non lo trovate in libreria — chiedetelo e non siate timidi, fatevelo ordinare; e — se non vincete la timidezza col librario — ordinatelo online che va bene lo stesso; e ricordatevi che se lo prestate poi non ve lo restituiscono ed è un peccato perché quel rosa shocking ultra-pop sulla mensola ci sta super-bene). E — se trovate che questa call to action, come la chiamano i marchettari, sia troppo esplicita — non prendetevela con me ma con la dura legge del mercato editoriale italiano.

5. Ho fatto le prime presentazioni, a Roma, a Milano, a Bari e a Lecce, e — come immaginavo — è stato bellissimo. Non tanto il fatto di essere microfonata davanti a gente che s’aspetta tu dica qualcosa di vagamente interessante, che è anzi una parte che soffro moderatamente, perché non è che poi ami essere al centro dell’attenzione, né che mi consideri in grado di dire cose estremamente avvincenti. Non tanto questo appunto, bensì incontrarvi. Stringervi la mano, baciarvi le guance, abbracciarvi, sorridervi. Toccare dal vivo quella specie di sorellanza virtuale che in anni e anni di scrittura, lettura e commenti abbiamo creato. Conoscervi. Vedervi. Le ventenni e le cinquantenni. Le single e le sposate. Quelle che vengono con le amiche, coi fidanzati, coi bambini persino. Che è una specie di carrambata anche se non ci siamo incontrate mai, ma ci pare di conoscerci da sempre. Ecco e questo è un affetto impagabile, che trascende il romanzo, che è come accorgersi che aver scritto, e sbrodolato, e spiattellato paturnie per anni, a qualcosa è servito. A qualcuno è servito.

6. Alle presentazioni ho scoperto che è difficilissimo ricordare i nomi delle persone, che arrivano, si presentano, se la chiacchierano e dopo due minuti, al momento della dedica, mi tocca fissarle con gli occhi a fessura tipo Stewie Griffin e l’aria interrogativa. In sovrimpressione alla pagina 777 c’è scritto “Come hai detto che ti chiami?”; dovete scusarmi, però sappiate che – in compenso – ricordo le facce, i sorrisi e le parole, gli accenti, le sensibilità, i sogni. E una serie di sensazioni che non riesco a spiegare, che non avrei immaginato prima di provare, ma delle quali sono sinceramente grata.

7. È successo anche che ho scritto molte dediche chiudendole con: “Grazie di essere venuta”. Poi ho riso, mi sono corretta e ho optato per un più sobrio “Grazie di essere qui”. Un’altra sorpresa è stata scoprire che, quando pubblichi un libro, e fai le presentazioni, è facile che ci sia almeno un sedicente fotografo ritrattista di illustrissimi intellettuali, che ti sequestra, ti spiega che è il più bravo del mondo, ti fa vedere che ha fotografato pure i tuoi scrittori preferiti, e inizia a farti foto a semi-tradimento che spererà un giorno di vendere ai giornali, qualora tu non finisca inghiottita nell’oblio dell’indifferenza letteraria. Il problema di base è che poi guardi queste foto e constati che sei di nuovo ingrassata come un vitello (del resto nell’ultimo semestre sei andata in palestra tipo 4 volte e ti sei alimentata in maniera a dir poco arbitraria), e soprattutto capisci che non hai più l’età per farti foto senza un makeup decente: non c’è alcun problema a essere cessa, finché non te ne rendi conto. Morale: adesso vorrei trovare un fidanzato che, a parte essere intelligente, sensibile e divertente, sia anche truccatore, hair stylist e fotografo (potrei soprassedere persino sull’eterosessualità, in virtù della giusta causa).

8. Di presentazioni ce ne saranno altre (13 luglio Toscana; 20 luglio Taranto; 7 agosto Alghero + Porto Torres; 15 settembre Roma, e una serie di altre tbc; per tutte le info, seguite qui). Sarà un’estate campale, questa, per me. E infatti, mentre io viaggerò con duemila gradi all’ombra per incontrarvi, voi portatevi a spasso il romanzo. Vale pure per gli uomini che si vergognano della copertina fucsia fluorescente: guardate che imbroccate di sicuro, con questo libro.

9. Nel frattempo mi sono fratturata il mignolo del piede sbattendo contro la porta del bagno, a piedi scalzi, e ho capito che dovevo procurarmi un amuleto contro le iasteme – come si chiamano in gergo tecnico – dei miei detrattori. A parte la fasciatura e il fatto che il mignolo mi rimarrà per sempre storto, c’è che da un mese cammino solo con le terribili Birkenstock ai piedi e oggettivamente non resisto più alla loro repellente comodità.

10. E se devo trovare un costo, un pelo nell’uovo, un motivo di insindacabile lamentela gratuita in questo circo bellissimo, è che fatico a curare i miei affetti come vorrei. È che anelo la serata estiva in cui potrò giocare a carte coi miei genitori sul terrazzo bevendo un amaro del capo, oppure mangiare l’arrosto in campagna coi miei cugini, oppure bere birra di notte sulla spiaggia coi miei amici terrons, parlando della loro vita, non della mia. Di ciò di cui parliamo sempre e anche di ciò di cui non abbiamo parlato mai.

Nel complesso comunque direi che, incredibilmente e straordinariamente, le cose vanno piuttosto bene.

E magari il prossimo post lo scrivo prima di un mese.

V’abbraccio. Calorosamente.

Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Management delle 30enni

Qualche tempo fa un mio amico millennial, sì, insomma, uno di quelli leggermente sotto i 30 anni, con i tratti tipici della virilità contemporanea, si lamentava delle ultime tizie con cui era uscito. Ragazzine, diceva. Troppo immature per lui. Troppo poco interessanti (adoro gli uomini, quando si sentono Jean-Jacques Rousseau e si lamentano della poca profondità delle donne che incontrano).

Così io, facendo sfacciatamente gli interessi della categoria, mi sono lanciata in un’appassionante televendita delle 30enni. Ne ho elencato pregi (essere indipendenti, con un discreto appetito – se capite cosa voglio dire – combinato con l’esperienza; più capaci di quanto fossimo 10 anni fa di gestire i nostri scompensi emotivi, più empatiche, più consapevoli e così via). D’altro canto, mi sono sentita in dovere di metterlo in guardia su una serie di errori o pericoli nei quali potrebbe incautamente incorrere. Poi ho pensato di rendere questo servizio alla popolazione mondiale, spiattellando i frutti di quelle chiacchiere qui sul web ed elencare DIECI comportamenti che sarebbe consigliabile NON attuare nel caso in cui non si abbiano intenzioni, come dire, vagamente, ipoteticamente, genericamente “””serie””” con una 30enne.

Partiamo col dire che, com’è noto,  le relazioni si fondano su uno scambio di segnali, di input, di output, di stimoli e reazioni, di sollecitazioni e risposte. Quindi, se volete, amici uomini, evitare che prima o poi la 30enne vi prenda e vi appenda al muro pretendendo di DEFINIRE che cazzo di rapporto avete, provate a seguire i seguenti accorgimenti. Ma prima, lasciatemi spezzare una lancia in favore delle mie esimie colleghe: sappiamo tutti benissimo che questo patema di taggare e meta-taggare le relazioni risulta decisamente poco cool; d’altra parte è pur vero che quando passano i mesi e ci si ritrova in una situazione sentimentale che non si capisce che cazzo sia, qualche domanda una se la fa; è vero pure che l’hic et nunc, il vivere alla giornata, lo step by step, col quale siamo cresciute da quando c’avevamo 17 anni ci ha letteralmente scatafasciato i coglioni, anzi, le ovaie, le tube e tutto l’armamentario completo; è vero pure che se avessimo voluto “navigare a vista” per il resto dei nostri giorni, avremmo fatto il concorso in Marina, e invece una pur minima direzione ci piacerebbe averla, perché l’amore sia una bussola in una vita già piuttosto complicata di per sé, invece che una misteriosa dimensione nella quale non esistono punti cardinali, né sopra, né sotto, né alto, né basso e neppure la destra e la sinistra che ormai, si sa, non esistono più in generale (soprattutto la sinistra, non esiste più); non ultimo c’è il tema dell’esclusiva, della monogamia che – siamo franchi – è una scelta che facciamo, non un istinto – se non per i primi 5 mesi, periodo di vita medio di qualunque innamoramento; vale a dire: faccio i cazzi miei oppure no? Te li fai oppure no? Stiamo costruendo qualcosa e quindi mi metto il tubero in salamoia, oppure stiamo solo ingannando l’attesa di qualcuno più speciale di me e più speciale di te?

Lo so, amici uomini, c’avete già il mal di testa. Per voi è tutto più semplice e noi per questo vi invidiamo, credeteci. Ma se non vogliamo che il genere umano si estingua, se non vogliamo alienarci nei nostri microcosmi di genere, dobbiamo provare a capirci. Se fate le seguenti cose, sappiate che la donna (qui parliamo delle 30enni ma secondo me la faccenda calza anche su altre fasce anagrafiche) interpreterà il vostro rapporto in chiave sentimentale e, anche se lo nasconderà, inizierà a chiedersi se piacerà a vostra madre. Se rito civile o religioso. Se un banale ristorante o villa con piscina, catering e dj set.

  1. Farsi sentire tutti i giorni.

2. Mandarle, tutti i giorni, il buongiorno e la buonanotte. –> questa cosa crea serialità, quindi dipendenza. E rievoca in noi reminiscenze adolescenziali di quando il fidanzatino ci chiamava tutti i giorni, alla stessa ora e chiacchieravamo fitto-fitto chiuse nella nostra cameretta prima di cena.

3. Abbracciarla per strada, in luogo pubblico. Si può ammettere l’abbraccio strumentale al limone, naturalmente. Ciò che davvero ci confonde, sono cose come CAMMINARE ABBRACCIATI. Esagero: CAMMINARE MANO NELLA MANO. Se fate questa cosa, noi iniziamo a guardare il nostro riflesso (nostro + vostro) nelle vetrine, nei portoni, in qualunque superficie riflettente –> ergo, ci visualizziamo – letteralmente – come COPPIA

4. La mazzata definitiva, quella che suggellerà per sempre la vostra immagine insieme, l’errore capitale (sempre ammesso che voi la vogliate come amica con benefici, e non come vostra morosa) è farvi i SELFIE INSIEME. Dovete capire che a quel punto lei penserà che forse davvero sta succedendo. Passerà lassi di tempo non calcolabili a scrutare il vostro ritratto congiunto su pixel, pensando che siete molto carini, diversi, fighi, teneri, simpatici. Spammerà tutte le sue amiche con i vostri selfie, raccogliendo emoticon assortite e cuori variopinti da tutti gli angoli del pianeta. State attenti: NON SI FA. Voi, nella vostra purezza, nella vostra semplicità, penserete che non significa nulla. Che pure tra amici ci si fanno i selfie insieme. Certamente, ma tra amici non si tromba e non si fanno tutti gli altri punti che ora elencheremo.

5. Il sesso. Ok. Si può fare sportivamente. Lo sappiamo benissimo. Solo che farlo sportivamente per 8 mesi di fila, per esempio, è diverso da farlo sportivamente per 3 volte nella vita. Se poi dopo, non so, si resta insieme, si chiacchiera, ci si abbraccia, si dorme insieme, e ci si sveglia insieme, e si fa colazione insieme, e si rifà all’amore, e se questa cosa inizia a succedere tutti i weekend, e poi anche qualche volta in settimana, insomma, lo capite anche voi che i sintomi assomigliano più a quelli di una relazione che di una one-shot, no?

6. Farvi un weekend fuori insieme. Allora, raga. La 30enne single che ha passato gli ultimi anni della sua vita ad andare in vacanza con le coppie di suoi amici, etero o gay; oppure con viaggi avventure nel mondo a scarpinare nella giungla e a dormire in 12 in una casa con un solo cesso e tanti mosquitos; oppure DA SOLA raccontando poi al ritorno di essersi sentita molto indipendente e molto onnipotente, CREDETEMI, darà un valore ENORME al vostro primo weekend fuori insieme. Ve lo dico solo perché lo sappiate, perché così è. Voi penserete che sì, tutto sommato meglio andare con lei che con il vostro amico che emette indesiderate flatulenze. Lei si chiederà se voi piacerete ai suoi genitori.

7. Conoscere i suoi amici, presentarle i vostri amici, ed essere affettuosi davanti a entrambi. Passerà giorni a raccogliere feedback dai suoi amici su di voi, e passerà giorni a bramare feedback dei vostri amici da parte vostra. Ci terrà un casino che voi piacciate ai suoi, e che lei piaccia ai vostri. E qualora così fosse, inizierà a pensare che siate perfetti e che dovete, proprio DOVETE, stare insieme, perché quando ricapiterà uno che vada bene ai suoi amici? Del resto, a voi quando ricapiterà una unica e irripetibile come lei? Non voglio spaventarvi, voglio che siate consci.

8. Se le mostrate le foto della vostra famiglia, avrà voglia di conoscerla. Se le mostrate le foto della casa che state scegliendo, avrà voglia di arredarla con voi. Immaginerà quando negli inverni freddi vi rintanerete lì insieme. E quando nelle calde estati inviterete i vostri amici a fare un aperitivo sul terrazzino. Nei casi più irrecuperabili penserà a quando inviterete sul terrazzino la sua famiglia, o la vostra famiglia, tecnicamente un incubo al quale andrebbe incontro senza esitazioni, nella leggerezza della fantasia vaginale.

9. Dirle che vi manca quando non c’è. Questa è pesante amici. Maneggiatele veramente con molta cura delle dichiarazioni così importanti. Poi quella si pensa che le volete bene, che siete innamorati, che avete finalmente capito che è speciale e che non volete perderla. Che siete diversi dagli altri. Io dico: perché dovete alimentare invano simili illusioni? Su. Siate bravi (sempre a meno che non pensiate – consapevolmente – di volerla come vostra partner; e sempre che ci teniate a evitare quel momento in cui – se non è abbastanza pudica – vi dirà cose come: “Mi avevi detto che ti mancavo!! Cos’è che ti mancava eh? Eh??”, immediatamente dopo il vostro puntuale “non sono pronto” – “non me la sento ancora” – “in questo periodo…” – “non sono abbastanza maturo”)

10. Farle un regalo. Non lo so. Molta attenzione su questo punto. Ci sono contesti in cui diventa imprescindibile, tipo che se vi frequentate da un semestre e la vedere IL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO, sarà sconsigliabile presentarsi a mani vuote, si capisce. Qua non entro nel merito perché dipende, siete precari o siete i nipoti di Moratti? Che tipa è lei? Quello che posso dirvi è che dovete valutare qualcosa che sia personale, ma non troppo. Se la relazione non è importante NON regalatele assolutamente nulla di jewelry. Intendo neppure il braccialetto di merda di cautchù. Sappiate che la gioielleria è il punto d’arrivo dei regali di qualunque donna. La gioielleria, di qualunque livello sia, dice una cosa sola e una soltanto: COMMITMENT. ATTACHMENT. IMPEGNO. Nei casi più irrecuperabili, persino Accessorize può dirlo, a una che abbia voglia di intendere ciò. Quindi voi andate sul sicuro: prima ci sono i libri, i massaggi, le borse, le sciarpe, i profumi, le creme, le maglie, le scarpe. Poi gli orecchini (la prendete alla lontana). Poi il braccialetto. Poi la collanina. Poi qualunque cosa che vada indossata su una delle 10 dita (non necessariamente l’anulare sinistro). Ok?

Io ho concluso e spero di aver chiarito alcuni elementi sui quali palesemente noi donne mettiamo tantiiiiiissimo significato (e spesso lo facciamo da sole). Voi fate la vostra parte, siate bravi, cooperate, siate un poco etici che ormai siete grandi. Avanti.

Quando Sarai Madre

“Quando sarai madre, capirai”.

È una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso durante la mia adolescenza. Me la diceva mia madre, quando criticavo qualche sua politica genitoriale, quando improvvisavo scioperi della fame o conducevo proteste passivo-aggressive per rivendicare qualche diritto da teen-ager, ingiustamente negato. “Quando sarai madre, capirai”, mi diceva. Oggi ho 31 anni, non sono madre e non so se lo sarò mai, però, vorrei dirle, ci sono un sacco di cose che ho capito lo stesso. E, vorrei dirle, penso spesso al nostro rapporto.

Ripenso a quando da bambina le rispondevo male, e dovevo farlo così spesso che mi ero guadagnata il soprannome di “lingua biforcuta“. Vorrei dirle che ripenso a quando mi chiedeva di fare qualcosa in casa e io rispondevo che l’avrei “fatto dopo”. E dopo neppure lo facevo. E che ero una stronza, a non accorgermi di quanto avesse bisogno del mio aiuto. Vorrei dirle che mi darei una sberla in faccia per ogni volta che in faccia le ho sbuffato. E per ogni volta che mi sono lamentata di ciò che non c’era nella dispensa, e per ogni volta che ho fatto storie per il piatto caldo che mi ha messo davanti, e per ogni volta che non trovavo una maglia e strippavo perché lei – mentre lavorava, gestiva una casa e una famiglia – non ricordava immediatamente dove l’avesse conservata. Vorrei dirle che mi dispiace di tutte le volte che ho sbattuto le porte in casa e di non aver mai rifatto il letto la mattina come ha provato, per tutta la vita, a insegnarmi. Ma adesso che vivo da sola a Milano, lo rifaccio, e questo è comunque meglio di niente.

Vorrei dirle che a volte ricordo sorridendo quando commentava le gonne con cui uscivo, definendole “copri-culo“. E quando mi diceva che non avrei dovuto farmi venire a prendere ogni sera da un ragazzo diverso, che la gente vedeva, la gente osservava e parlava. E io le rispondevo con sufficienza, che erano solo amici e che a me nulla interessava di ciò che la gente poteva pensare. E mica lo capivo che, però, poteva interessare a lei.

Vorrei dirle che spesso ricordo quando le dicevo che da grande volevo fare la critica cinematografica, e lei mi rispondeva di trovarmi un lavoro vero, e alla fine sono finita a scrivere di peni e vagine, così s’impara la prossima volta a contraddirmi. E vorrei dirle che da ragazzina detestavo il fatto che non si sciogliesse in un brodo di giuggiole per i miei piccoli “successi“,  e che oggi invece la ringrazio anche di questo, perché la presunta bravura dei figli non devono essere i genitori a declamarla (e poi tanto c’era papà che andava in deliquio per me).

Vorrei dirle che mi dispiace di averla fatta preoccupare quando ho frequentato persone che non ha condiviso, e di essere rientrata così tardi, così spesso. E di aver mentito, a volte. E di essere venuta su turbolenta e irrisolta, e di non darle (ancora) la serenità di sapermi accompagnata a un brav’uomo.

Vorrei dirle che mi inorgoglisce vederla usare le emoticon su messenger e che mi imbarazza la qualità dei visual che condivide su Facebook. Che mi intenerisce quando mi manda su gmail la ricetta della torta di mele. Che sono fiera dei corsi che frequenta e dello sport che fa nonostante la fatica che le causa.

Vorrei dirle che se dell’amore so qualcosa, lo so grazie a lei. Non perché me l’abbia mai spiegato con analisi accademiche, ma perché è una donna che ama, che si prende cura, che protegge, che comprende, che critica, che a volte (spesso) parla e che a volte (strategicamente) tace, che fa tutto quello che bisogna fare per amare davvero, nei fatti e non nelle pugnette, e lo fa per indole, non per sentirsi dire “brava!” (come a volte faccio io). Vorrei dirle che se so qualcosa della forza di spirito, della capacità di andare avanti, della possibilità di superare le difficoltà, della coerenza, della correttezza e pure della schiettezza, la so grazie a lei.

Vorrei dirle che alla fine ha sempre ragione e che sono abbastanza grande per arrendermi a ciò e che, anzi, se me la vuole cercare lei, la persona giusta, va bene, apriamo i casting.  Vorrei dirle che sì, se avessi seguito i suoi consigli, se mi fossi impegnata per assomigliarle di più, invece che essere la sua perfetta antitesi, forse tanti errori non li avrei fatti. Forse non li farei, dato che come la recente cronaca sentimentale dimostra, continuo a farne.

Vorrei dirle che ho una paura infame degli anni che verranno, ma che affronteremo insieme quello che sarà. E che quando la guardo contorcersi per riuscire a fare una cosa, qualunque movimento, che per me è banale e per lei difficilissimo; ogni volta che una cosa le cade dalle mani, ogni volta che avrebbe bisogno di aiuto a prendere questo o quello e invece fa da sola, per non disturbare, mi sento in colpa di non esserci, a farle da balia h24. Ma so che sclereremmo se fossi sempre lì, perché sono apprensiva e oppressiva, e lei mi direbbe che sono “una suocera“, sebbene sia una figlia. Oppure sclereremmo perché lei dice frasi come “prendi i cosi nel coso” che cosa minchia significa, mi chiedo.

Vorrei dirle che quando le persone ci dicono che siamo fortunate, io ad avere la madre che ho e lei ad avere la figlia che ha, forse dovremmo rispondere che questo legame non è stato un dono, un premio vinto alla lotteria della vita, ma il frutto di un lavoro instancabile, fatto insieme, sulla nostra umanità. Forse dovremmo dire quante volte abbiamo urlato con ferocia, quanto è stato faticoso comunicare in certi periodi, quanto è stata dura accettare i limiti l’una dell’altra. Quanto impegno ci voglia, ad amarsi e a conoscersi, e a sapersi nel modo in cui ci sappiamo noi, a priori, prima ancora di parlare, intuendo l’altra prima che quella capisca se stessa.

Vorrei dirle che ci sono certi amori che non si spiegano, che le parole non le trovano, che a volte sono così profondi che scuotono tutta la coscienza di noi stessi, se li sfioriamo.

Vorrei dirle che non è stata sempre una madre perfetta e che io sono stata una figlia tutt’altro che docile, ma che non potrei essere più orgogliosa, delle donne che siamo diventate.

Buon 14 maggio. Alle madri. E alle figlie.

Amore e NormoAmore

Recentemente mi è capitato di riflettere, complice il chiacchiericcio su Emmanuel Macron e la moglie Brigitte, sulle norme sociali dell’amore. Mi spiego: prendete una coppia qualunque, eterosessuale, anagraficamente allineata, senza grilli per la testa, in cui lui abbia un buon lavoro e porti a casa possibilmente un po’ più soldi di lei, in cui lei si occupi delle faccende domestiche un po’ più di lui; una coppia con ambizioni genitoriali, che vada in vacanza nei villaggi turistici attrezzati per le famiglie con il mini-club e la pensione completa; che ogni mese paghi la rata della macchina o del mutuo; che passi il Natale coi genitori dell’uno e Santo Stefano con i genitori dell’altro, e che a Pasquetta vada a fare la scampagnata con altre coppie di amici, altrettanto munite di prole. Nessuno, in linea di massima, storcerebbe il naso, davanti a una coppia così. Ciò che c’è poi nell’intimità di quella coppia (si amano davvero? Si rispettano? Si supportano? Comunicano? Litigano? Sono violenti verbalmente/psicologicamente/fisicamente l’uno con l’altra? Scopano? Si tradiscono? Sono felici? Si sono sposati per interesse? Lei lo sfrutta? Lui la manipola?) non è affar nostro. Non sentiamo, cioè, il bisogno di indagare, di ficcanasare, di porre in discussione la bontà della loro unione. Questo perché, molto semplicemente, sono talmente “normali” da non urtare i nostri schemi, da non richiederci un pur minimo sforzo cognitivo, da non farci ergere in maniera per lo più immediata a paladini della Resistenza Sociale ai Cambiamenti Culturali (pensate quanto reagiamo male quando Facebook cambia qualche impostazione del lay-out, per avere una misura di quanto tendiamo a prediligere lo status quo, anche a discapito di eventuali migliorie). Questo genere di amore possiamo chiamarlo NormoAmore e possiamo sintetizzare che con il NormoAmore il pubblico non ha nulla in contrario.

Senza andare troppo lontano, per chiarire quanto poco basti per sollevare obiezioni e quanto radicati siano i nostri pregiudizi, è sufficiente che uno solo degli ingredienti succitati sia assente, o abbia dosi diverse. Pensate a una coppia in cui lei sia 15 cm più alta di lui (voglio dire, l’abbiamo fatta pesare a Tom Cruise, figurati a qualunque povero gesuccristo). Pensate a una coppia in cui lei guadagni più di lui e lui si occupi delle faccende domestiche (ce le immaginiamo, le suocere, disperate al pensiero che spetti al figlio programmare la lavatrice e cucinare la cena; e sì sì, lo so che esistono coppie paritetiche, non discuto questo). Pensate alle coppie aperte. A volte, semplicemente, basta pensare alle coppie che non si trasformano in un agglomerato umano unico, che conservano cioè la propria libertà individuale, coltivando interessi personali che esulano dal microcosmo coniugale (uhm, sicuramente qui gatta ci cova! Fossi in lui/lei mi preoccuperei di questo “corso di T-E-A-T-R-O”).

Insomma, come vedete, i commenti pruriginosi fioccano assai in fretta, persino quando si rimane nel perimetro del NormoAmore. Figurarsi, poi, se ci si avventura al di fuori. Figurarsi se si persegue l’Amore in quanto tale, qualunque cosa sia, qualunque forma abbia, qualunque condizione imponga, sradicando quel rassicurante prefisso “Normo”. Quando l’Amore diventa quella spinta, quell’urgenza, quella scossa che s’alimenta nella diversità, nello scambio umano, nel flusso di esperienze condivise e raccontate, nella ricerca di qualcosa in più, nell’imperfezione, nel coraggio di oltrepassare i ranghi e viversi per il gusto di farlo. Lì, addio. Lì sì, che la vulgata può scatenarsi. E se abbiamo imparato a capire (non tutti, ma comunque si capisce più d’un tempo) che una donna può amare un’altra donna, e che un uomo può amare un altro uomo, e che possono addirittura amarsi per un lungo tratto della vita, e che possono persino costituire una famiglia (e, badate, tocca ancora dibattere in merito), ci sono molti altri amori che vengono sommariamente passati per le armi del giudizio collettivo, sottoposti alla gogna del moralismo. Se non condannati apertamente, quanto meno esposti allo scherno, alle insinuazioni, al ludibrio, alla strumentalizzazione, alla psicanalisi da bar, alla morbosità e all’ipocrisia. Penso a tutti gli amori diversi, come quelli tra persone diverse per provenienza, cultura, formazione, classe sociale, religione, colore. Penso agli amori tra persone sane e persone disabili. Penso agli amori tra persone che hanno un passato turbolento, dei vizi, delle difficoltà.

E, naturalmente, sovrani indiscussi degli amori diversi sono gli amori tra persone anagraficamente distanti. E sono proprio questi, tra tutti, a infastidirci e a esaltarci di più, dividendoci in detrattori e ultras, insofferenti e curiosi, tutti comunque interessati e intenti a esprimere la propria. Come se apparisse incomprensibile l’idea di amare qualcuno più adulto (o più giovane) di noi. Come se non fosse un tipo di amore raccontato, scritto, cantato, filmato, in tutte le epoche. Come se nessuno si fosse mai preso una cotta per la prof di italiano, o per il prof di filosofia. Come se un amore di questo tipo fosse contro-natura (che poi persone ben più illustri di noi tutti abbiano dibattuto per decenni, secoli forse, sulla confusione tra “natura” e “cultura”, rimane un fatto secondario).

E sì, certamente esistono donne che stanno con uomini più vecchi per interesse (in quei casi risponderei che, comunque, si potrebbe trattare di mutuo interesse, che il 60enne che sta con la topa di 22 anni magari non lo fa solo per la sua anima ma pure per le sue chiappe d’acciaio e per i suoi ormoni a mille); e certamente esistono uomini che stanno con donne più mature per un complesso edipico irrisolto, o per una latente omosessualità, o qualunque altra sofisticata ipotesi sia stata avanzata nei giorni scorsi su Macron. Tuttavia, esistono donne che amano uomini più maturi perché ne sono affascinate, perché l’amore è anche un fatto di complementarietà, perché trovano stimoli maggiori, più attenzione, più intuizione, meno paturnie tipiche dei millennial e, diciamolo, una passione più sfacciata per la nostra benamata virtù. Così come esistono uomini che amano donne più adulte, magari perché si sentono più rassicurati, più compresi, meno giudicati, più liberi di essere se stessi senza essere soppesati come carne da macello dalle coetanee e asfissiati dalle loro pretese.

Quali che siano le ragioni, questo tipo di Amore esiste, e non è di Serie B rispetto al NormoAmore. Spesso richiede più audacia, più forza, più responsabilità. E quelli che ne sono infastiditi, che chiamano in causa la biologia, gli ovuli e Freud, forse dovrebbero iniziare ad abituarcisi. Emmanuel e Brigitte non sono i primi e non saranno neppure gli ultimi (guardatevi intorno, io ho almeno 3 amici che vivono relazioni con donne 10 anni più grandi di loro). Non è la fantasia erotica di felliniana memoria; non è la figura archetipica della nave scuola; neppure una favola, non un simbolo politico, né un cliché romantico, né una rivendicazione sessista. È la scelta di una compagna più adulta, semplicemente. È una delle infinite alternative possibili di Amore, in un’epoca in cui ci è abbastanza chiaro che quello è eterno finché dura.

E, tutto sommato, a me (che anagraficamente parlando, con Macron, ci starei meglio di Brigitte), non dispiace lo sdoganamento di questo tipo di unione, questo passaggio da L’Era delle Pollastrelle a quella delle Galline che fanno buon brodo. E non tanto perché, come suggerito da Augias, così “c’è speranza per tutte”, quanto piuttosto perché approvo l’idea che lamore sappia riconoscersi anche senza un fine esclusivamente riproduttivo; e che la seduzione non si eserciti solo attraverso un paio di tettine sode (che comunque, sia chiaro, conservano il loro indiscusso fascino).

Tanto il NormoAmore continuerà a esistere sempre. Allora perché non smetterla di stigmatizzare tutte le altre espressioni dello stesso sentimento? Ai posteri l’ardua sentenza.

[SessuOhhhlogismi 11] – Il Ragnatelismo

Quando avevo meno di 30 anni e capitava che qualche amica più grande mi parlasse dei suoi lunghissimi periodi di astinenza (che, per intenderci, variavano dai 10 mesi ai 5 anni di inattività), la mia reazione era sempre di puro e semplice sconcerto. Sì, insomma, com’era possibile? Come si poteva ridursi a non praticare l’arte della fornicazione per un lasso di tempo così incredibilmente lungo? Cosa dovevano subire, i poveri colleghi di quelle mie amiche che non assumevano appropriate razioni di Penina, un integratore ormonale fondamentale, la terapia omeopatica migliore per conservare l’equilibrio psichico delle interessate (e di tutta l’umanità che con loro doveva quotidianamente relazionarsi)? Come potevano non molestare sessualmente il cassiere del supermercato, l’idraulico, il tassista simpatico che le riaccompagnava a casa?

Come spesso avviene, il tempo mi ha fornito le risposte che cercavo, quando i 30 li ho raggiunti e li ho superati e mi sono resa conto di un innegabile fenomeno: il rapporto con il sesso cambia, cambia davvero e non cambia soltanto perché prima ti piaceva d’un modo e ora ti piace d’un altro. Cambia perché cambi tu, come persona, come donna. Cambia il tuo rapporto con te stessa, la consapevolezza che hai di te. E poiché il sesso è un fatto intimo e delicatissimo, prezioso e vitale, molto più complesso di una sessione di fit boxe, ebbene per tutte queste ragioni è naturale che cambi il tuo rapporto con l’appassionata pratica dell’accoppiamento umano Ne ho parlato con diverse amiche e così ho deciso che in questa undicesima puntata di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile in cui affrontiamo temi scabrosi con la collaborazione di Ohhh – parleremo esattamente di questo: il Ragnatelismo, ovvero perché donne piacenti e in età fertile a un certo punto della vita prediligono l’astinenza (e il fenomeno, badate, ha un contraltare maschile, in tutti quelli che preferiscono una sessione di 2 minuti e 36 secondi su YouPorn – o sito equivalente – alla fatica di sostenere un appuntamento di 3 ore con un esemplare di donna in carne e ossa).

Una cosa da specificare subito è che la Ragnatelista non ha un principio di Frigidità (tema che affronteremo nei prossimi mesi), non ha perso l’interesse nel Sacro Augello, non si è improvvisamente disaffezionata a tutte le pratiche carnali e ai giochetti attinenti. Ne è, al contrario, un’accalorata estimatrice, ne patisce la mancanza, avverte la nostalgia spiccata del Gioioso Pisello, ma per una serie di ragioni si astiene dal fruirne. A riprova del fatto che la sua libido non versa in un coma irreversibile, sottoposta a flirt o a tentativi di seduzione non del tutto mediocri, ella risponde. Risponde il suo corpo, che viene attraversato da vibrazioni risapute, manifestando i sintomi tipici della voglia (leggi: lo scioglimento dei ghiacciai) e risponde pure la sua emotività, che per almeno un paio d’ore si fa giuliva e civettuola. Finché non interviene un qualsivoglia espediente a ricordarle che grazie-ma-no.

Ma entriamo nel merito e scopriamo i Precetti Fondamentali del Ragnatelismo:

1. Non accetterai più di giacere con i mariti delle altre, i fidanzati delle altre, i single innamorati ancora delle proprie ex, né con i tuoi ex che se sono ex generalmente un motivo c’è.

2. Non andrai a letto con i Cazzi Morti, convinti d’avercelo d’oro e d’avercelo solo loro; né con i fallocrati intenti ad ammorbarti per due ore parlando di sé, senza farti neppure per sbaglio una sola domanda, che sia una, su di te; né con i metrosexual che hanno meno peli di te e che potrebbero scappare via piangendo allorquando il tuo monte di Venere presentasse della ricrescita.

3. Non la darai più per pietàsimpatiagenerosità o circostanza; non la darai a quelli che ti infilano la lingua in bocca dopo un’ora che ti conoscono e che puntano a portarti a letto con due noccioline e un pinzimonio di crudité consumato al primo aperitivo; non a quelli che ti scrivono per vedervi alle 23 di mercoledì sera; e neppure a quelli convinti di essere uomini evoluti, femministi persino, e che poi danno della bottana e/o figa-di-legno a qualunque donna attraente passi sotto i loro occhi. Non a quelli che, in altri termini, palesemente non ti piacciono, non ti fanno ridere, non trovi interessanti, ai quali per anni hai pure concesso udienza perché non-si-sa-mai, perché per forza bisognava trovare qualcuno, perché tanto-non-la-ama-più, perché altrimenti cosa racconto alla prossima cena tra amiche? Perché non sarà mica possibile vivere senza chiavare come mandrilli perennemente?

4. Non dovrai, di conseguenza, più gestire tutto ciò che c’è a contorno di quelle scapestrate avventure: le doppie spunte, gli atteggiamenti deplorevoli, le bugie, la sete di conferme che inevitabilmente si innesca dopo che l’hai data a uno e conti i minuti prima che si faccia risentire dichiarando quanto staordinaria tu sia stata. Non è rilevante quanto importante lui sia per te (e spesso non lo è affatto), è pur sempre auspicabile che – chiunque egli sia – constati quanto divina tu sia e manifesti un principio di innamoramento nei confronti della tua persona, che se non lo fa, se non richiama (cioè se non scrive), se non arde dalla voglia di rivederti il prima possibile, se non sogna già il colore delle piastrelle del cesso della casa che condividerete, si sa, è ‘na tragedia. È pur vero, d’altra parte, che non dovrai gestire il fenomeno contrario: il tizio che s’accozza ma in verità non ti piace, in verità non vuoi rivederlo, non lo presenteresti mai ai tuoi amici, in verità era solo che dovevi fare la revisione alla passera e quindi sei andata con lui, ma anche basta.

5. D’altra parte non dovrai neppure dividere il letto con uno sconosciuto, che russerà togliendoti il sonno, che al mattino si sveglierà con la fiatella, che andrà al bagno e scoreggerà e tu lo sentirai, e proverai un filo di nausea, e odio perché non hai chiuso occhio, e ancora nausea, perché se una persona non ti piace abbastanza, se un uomo non ti piace davvero, come fai a non schifarti di tutta quella verità? È vero pure che non dovrai neppure spendere 30 euro di taxi per tornare a casa all’alba, che quello abita all’altro capo della città e figurati se ha una macchina, o se la prende per riaccompagnarti. Mica siamo ancora negli anni novanta in Terronia, purtroppo. Ed è vero anche che non aggiungerai soggetti improbabili all’inventario di uomini con i quali sei andata a letto e, quando ci ripensi, ti chiedi in effetti: PERCHÉ? Quali ti saresti potuta evitare. Quali si vanteranno davanti a una birra di essere andati a letto con te, quanto facilmente, quanto tu ci sia rimasta sotto (se ti hanno mollata loro), quanto tu sia troia (se li hai mollati tu).

Parrebbe, a questo punto, che il genere maschile nella sua quasi totalità sia tagliato fuori, ma il punto è in realtà molto più semplice di quanto non appaia. In sostanza, la Ragnatelista, cerca dell’altro. Ama il sesso al punto da non volerlo squalificare in queste più o meno raccapriccianti manifestazioni. Lo ama nel senso più alto del termine, come un atto di scambio, di dialogo, di comunicazione, di condivisione e d’ascolto. Lo ama come si ama il piacere di sentirsi respiraregodere e vivere, in libertà, con la confidenza necessaria, con quel patto tacito di fiducia che nell’atto sessuale c’è, nel momento in cui vedrai i miei più intimi pertugi, le mie imperfezioni, le facce che faccio, annuserai i miei odori, ascolterai i miei mugolii e i miei gridolini annaspando tra le mie carni, e io ascolterò i tuoi; avrai accesso al punto più profondo della mia intimità, rovisterai nella mia persona, non solo nelle mie lenzuola. E tutto questo, la Ragnatelista non ha più voglia di farlo con qualcuno che palesemente di lei se ne fotte sta gran sega, e viceversa. Tutto questo ha un valore e, in pieno Ragnatelismo, appare giusto offrirlo a qualcuno a cui si voglia almeno un po’ di bene. E che di bene ce ne voglia almeno un po’. Che non è, come potrebbe apparire, una deriva reazionaria e oscurantista, quanto piuttosto la consapevolezza che il sesso è questo che dovrebbe fare e dare: benessere, al corpo e all’anima, soddisfazione dei sensi e dello spirito, espressione di attrazione e rispetto. E invece, un sacco di volte, lo usiamo impropriamente, come strumento dei nostri irrisolti, viatico per l’accettazione, supplica d’attenzione e ricerca perpetua di rassicurazioni. Così ne ricaviamo paturnie, frustrazione, insicurezza. Nei casi migliori, solo un poco di tristezza post-coitum. E, capite, c’è qualcosa che non va bene, messa giù così.

Insomma, se il sesso – come spesso diciamo – è simile al cibo, il Ragnatelismo è la scelta di mangiare meno e mangiare molto meglio. Perché, quando cresci, la differenza tra McDonald e Cannavacciuolo la distingui. Eccome, se la distingui.

Noi ci vediamo alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi, quando la primavera avrà probabilmente sortito i suoi effetti e interrotto il Ragnatelismo. Fino ad allora, come di consueto, vi consiglio l’acquisto di un ottimo alleato, che no, chiariamolo, non rimpiazza la presenza di un UOMO, ma è un buon compagno da avere sempre nel cassetto! [Qualora voleste procurarvi questo utilissimo tool, usando il codice “Memorie” avrete il 15% di sconto!]