Spiriti Affini

Ascolto You know I’m no good di Amy Winehouse, buon’anima.

La ascolto e penso che il segreto è tutto nelle dosi. Come con la pasta. Che io non solo la scuocio, ma non sono neanche capace di salarla per bene. Perché, vedi, il punto è nella giusta misura. Solo che io non so quale sia la giusta misura tra noi, non l’ho mai saputo. Certo, ora, per lo meno, conosco tutte le misure sbagliate. Tutte quelle che alla fine ci fanno male.

Dici che siamo spiriti affini. Ti dico che crescere significa accettare che gli spiriti affini non sono quelli con cui si costruisce la vita. Perché gli spiriti affini, sai, son troppa roba. Sono totalizzanti, viscerali, divoratori. Non lasciano spazio ad altro e noi, di grazia, abbiamo bisogno di altro. Per crescere, per fare la nostra strada, per lavorare, per illuderci di vivere. Forse anche per vivere davvero.

Chi può dirlo, poi, cosa sia la vita vera. Chi può dirlo se sia trovare un bravo ragazzo, tenerselo stretto e metterci su casa insieme. E vedere un percorso. E costruire un progetto. Oppure sposare una brava donna, una che ti dia la serenità, una che piaccia a tuo padre, che sappia fare le torte, una che feconderai per avere una discendenza al trono. Chi può dirlo se sia nelle mie braccia che ti stringono, e nelle mie cosce che tremano, e nei miei denti che mordono, e nei tuoi respiri che s’inseguono. E in quel piacere che cresce, che tende tutto il nostro essere partendo da un punto profondissimo, perso tra la testa e i lombi, che strappa ogni certezza, che cancella l’aria. Chi può dirlo se la vita vera sia perdersi negli occhi e nel sudore di un uomo sbagliato, smarrendo il confine, negando la ragione, scivolandosi dentro, una volta ancora. Ancora mille volte.

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Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Che tu ci sia, in un angolo, senza prepotenza. E io ci sarò, per te. Lì. In quello stesso angolo. Ma niente di più. Perché, vedi, io questa recita la conosco già, e già so che non potrò essere protagonista della tua messinscena sul palco della normalità. Ma tu mi conosci, prima donna sono, figurati se me ne sto in disparte a fare la controfigura. Forse potrei, ma non voglio. Non sarebbe giusto.

Io ci sarò, per te. Lì. In quell’angolo. Che diventerà il nostro spazio. Di cui nessuno saprà. Nemmeno noi, a tratti. Ci limiteremo a trovarci lì. Di tanto in tanto. Mentre vivremo le nostre vite altrove. Mentre tenteremo di sentirci compiuti, noi che compiuti non saremo mai. Ci limiteremo a trovarci lì, di tanto in tanto. Per vomitare i rimpianti che coltiviamo. Per morsicarci le inquietudini. Per ridere. Per piangere. Per incrociare una bambina in metropolitana, che mi sorriderà, e io le farò la linguaccia, e lei mi farà un occhiolino, e tu ci guarderai, ed entrambi fingeremo di non pensare ciò che penseremo. Come sarebbe stato se. Fingeremo di non chiedercelo, perché entrambi sappiamo che non è stato. Che non è. Che non sarà mai.

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Non è forse questo che fanno gli spiriti affini? Non si amano nel silenzio, per il fatto stesso di esserci, di saperlo, di sfiorarsi? Forse la soluzione è fare di nuovo l’amore. Non distinguere più il mio corpo dal tuo, e il tuo dal mio. Prima di lavarci via il sapore e l’odore e l’illusione di quella felicità, solo ipotizzata, passata, foldata. Prima di tornare alle nostre vite. Senza sbavature. Senza effetti collaterali apparenti.

Il fatto è che devi esserci, senza esserci. Sono dello scorpione, cerca di capirmi. Non puoi farmi male, perché poi te ne faccio il triplo. Non puoi farmi male. Non devi. E io non voglio farne a te. Non posso permettertelo e non posso permettermelo. Non a 29 anni. Non dopo averlo fatto già troppe volte, spogliarmi nuda e offrirmi alla carneficina sentimentale di turno. Procedendo spedita verso il dolore più sordo, in punta di piedi sulla vita, divorata dall’incoscienza e affamata di emozioni. Con un paio di tacchi alti addosso. E niente più.

Dici che siamo spiriti affini.

Dici che essere adulti significa ammettere la straordinarietà che ci lega.

Forse hai ragione. Ma essere adulta, per me, significa anche proteggermi un po’. Riuscire ad amarmi, sempre. Più di quanto possa fare qualunque uomo. Incluso te. Che, dici, sei il mio spirito affine.

Che, dici, non ne troverò mai un altro come te nella vita.

Che, dici, non ne troverai mai un’altra come me nella vita.

 

L’insostenibile leggerezza dei 27 anni

Sto per compiere 27 anni.

Sto per compiere 27 anni e in questi giorni ho capito che 27 anni sono un’età strana, un’età di mezzo, in cui non sei più giovanissima ma non devi nemmeno farti venire l’ansia da prestazione da 30enne, altrimenti i 30enni ti guardano e ti dicono: “Oooohhh Vagi, sei così giovane, magari avessi io la tua età”. Nemmeno fossi una 14enne con ancora tutte le strade aperte e l’imene integro.

Il ché mi ricorda come quando eri adolescente, perdevi ogni giorno 10 anni di vita a scuola quando il prof di matematica sorteggiava la persona da interrogare, avevi le stesse sopracciglia di Elio ma molto meno definite, non sapevi truccarti, avevi un fidanzato di quinto superiore decisamente over-fico per te, e tu questo lo sapevi e lo subivi, e non avevi mai fatto all’amore, e il mondo ti sembrava pieno di ingiustizie, e il sabato sera dovevi tornare a casa alle 21, però ti dicevano sempre: “Guarda che questa è la fase più bella della tua vita“. Che una pensava: me cojoni!

Che poi la fase più bella, ma proprio più bella della vita, di quella che ho vissuto fino ad ora, per me sono gli anni dell’università. Perché quando hai 19 anni e vivi a Bologna e studi Scienze della Comunicazione, il ché ti consente di dedicare una buona percentuale della tua vita alla nobile arte del fancazzismo, ecco, non puoi non essere in pace con l’universo.

Non puoi non ridere, non ubriacarti con due soldi, non spulciare tutte le bancarelle in Montagnola, non imbucarti ai festini e tornare a casa in bicicletta con il vento freddo che ti taglia la faccia. Non puoi essere incazzata, quando esci con VagiGnocca, che – come si intuisce dal nome – è la mia amica vagina magra e gnocca, e ti fai una serata a bere  Fragolino, perché a 19 anni consideri accettabile bere il Fragolino, in Piazza Santo Stefano, con la gente che suona poco più in là e qualcuno lo imbrocchi sicuro, per parlare, conoscere, ridere e poi dimenticare. E se ti dice bene è anche il sosia italiano di Robbie Williams, cioè, voglio dire, che fa quella cosa terribile come comprarti una rosa dal pakistano e tu poi torni a casa tutta giuliva, con la tua rosa puzzolente e spampanata. E poi ci limoni, con Robbie, fuori dal portone prima di andare a dormire, e non gli dici di salire, no, perché lui ti piace e a 19 anni può succedere anche che se un tipo ti piace tu decida, arbitrariamente, di NON dargliela.

Ecco, a parte questo, secondo me quella è la fase più bella della vita.

Poi tutto si complica, e poi forse si distende di nuovo, non lo so. Però sta di fatto che i poco meno che 30 sono un’età bizzarra, in cui ti ritrovi a fare cose bizzarre. E’ come quando sei in prima media e la Vagina Maestra t’ha tagliato i capelli corti dopo la Prima Comunione e tu c’hai un taglio che non si può vedere, alla maschietto, diobbuono che incubo, e non c’hai ancora le sise, e non si capisce se sei n maschio o na femmina. Ecco. I 27 anni sono un po’ così. C’hai degli amici che convivono e c’hai degli amici che vivono ancora coi propri genitori. C’hai degli amici che ancora devono laurearsi e c’hai degli amici che lavorano. Certi figliano e certi ricominciano daccapo.

E poi ci sei tu, che sei un po’ un ibrido e che vivi in balìa di istanze sociali anagraficamente antitetiche, e ti ritrovi a unire, in una stessa serata, un piacevolissimo dopocena con 40enni radical chic, in una casa che dire “fica” è dire poco e tu non puoi manco farci troppo le bave, che non sta bene, a fumare e ridere, e parlare di Anna Karenina e dei Promessi Sposi e a renderti conto che sì, in effetti, le generazioni precedenti studiavano molto meglio di noi, che non ci ricordiamo una beata fava di nulla; e poi, chessò, il Rocket, subito dopo, a immergerti in un crogiuolo di tardo-liceali/appena-universitari, dove la gente te passa sopra e la birra la paghi 8 euri e se poi vuoi uscire a fumarti una sigaretta, col tuo bicchierone di plastica, ci sta pure un buttafuori che ti dice che no, non puoi. Perché, nsesà. Dimmi se è normale che io a 27 anni pago una birra 8 euri e se mi ci voglio fumare sopra una sigaretta, non posso.

E intanto, sei lì che dici che no, proprio no, essù, tocca esse più attrezzate, tornarci tipo con un vestito a righe biance e nere, eppoi delle calze giallo canarino, eppoi un rossetto rosso fuoco, eppoi degli occhiali da hipster, eppoi dovremmo tagliarci i capelli e farci un bel taglio lesbo con un ciuffo alla Little Tony, per esempio, e se non ci vogliamo tagliare i capelli tocca almeno farsi una cofana cotonata alla Amy Winehouse, ecco, beh sì, praticamente carnevale, sì, infatti, e dobbiamo gasarci a mille perché mettono, tipo, chessò, i Blink182 (true story).

Ecco mentre sei là che vaneggi di ste cose, arriva uno e ti rovescia addosso un cocktail. Addosso. Sulla maglia pulita e stirata. Un cocktail. Addosso. Sulla maglia che fino a un momento prima profumava di Dixan alla lavanda e ora puzza del peggior Rhum dei bar di Caracas. Addosso. Un cocktail.

Però siccome che sei giovane, fai finta di niente. Mica sei tu madre. Figurati. Non c’è problema.

Ma la verità è dentro di te, dove un’attempata quasi 27enne urla: MA CHI CAZZO ME LO FA FARE, A ME, DI VENIRE A SQUAMARE IN MEZZO AI PISCHELLI, IN QUESTO LOCALE CHE è GRANDE QUANTO UN BOX DOCCIA?

…dev’essere l’insostenibile leggerezza dei quasi 27 anni, a spingermi.

Le 14 fasi della rottura

Stanotte ho dormito 5 ore e, considerato che sono in un periodo di incoerenza completa, non mi vergogno di smentirmi da un post all’altro e scrivere che oggi mi compro la valeriana. Famo che ce provo.

Mi sono svegliata alle 11 e adesso sto ascoltando Stella Stellina di De Gregori che fa parte della NUN-ME-REPIJIO COMPILATION, ovvero sia quella lista di canzoni devastanti che ognuno ha e che ascolta quando vuole tagliuzzarsi l’anima. Io, solitamente, mi punisco con De Gregori, Battisti, Capossela, Tenco, Amandoti dei CCCP, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e quando sto proprio frecata ascolto questa:


 

Poi ho anche la ME-REPIJO COMPILATION che di italiani prevede esclusivamente gli Afterhours. Ma quelli sono già una fase successiva, il momento in cui puoi ascoltare versi come “Sai ancora se vuoi? Hai volontà? O stai soltanto crollando con razionalità?”  oppure “Hai voglia di rinascere o è solo che non sai come finire?” oppure “Vedrai, vedrai se il mio amore è una patologia saprò come estirparla via”.

Gli Afterhours si accompagnano coi Nirvana (rigurgito post-adolescenziale, di quando me incazzavo da piccola e me chiudevo a chiave in camera e non andavo a cena – il ché per me era un sacrificio importante – e mettevo a palla Nevermind e In Utero in segno di protesta sociale contro i miei genitori – riflettendoci, perché minchia dico di volere dei figli? Metti che me esce una cosa che me spara Lady Gaga a palla?). Poi ci sono tutti i gruppetti indie del caso e Sex On Fire dei Kings of Leon che, siccome sono una con poche barriere cognitive e nun me servono manco i messaggi subliminali, mi sembra la colonna sonora perfetta di un intercorso sessuale appagante, intenso, completo e appassionato.

Essenzialmente la ME-REPIJO COMPILATION coincide però con una fase successiva a quella in cui mi trovo io al momento, avendo teorizzato la fasi della fine del rapporto come segue:

1. Follia

2. Rifiuto

3. Mestizia

4. Non risponde

5. Ctrl + Alt + Canc

6. Avvia gestione attività

7. Chiudi il programma

8. Riavvio

9. Elaborazione

10. Lieve rinascita

11. Ricaduta

12. Rinascita più convinta

13. Troieggiamento

14. Cinismo 

Et voilà! 14 fasi, n’anno de paturnie tremebonde e passa tutto!

Detto ciò, famo che per pudore non dico la fase in cui sto (e intanto so passata a “love is a losing game” di quella buon’anima tossica dura e impura della Winehouse). Una volta il mio ex mi ha detto, quando il mio ex mi faceva ingarellare dicendomi delle frasi assolutamente ovvie che però a me sembravano illuminanti e geniali, quando mi metteva nell’angolo e mi spogliava di tutti miei alibi e questo mi seduceva da pazzi perché nessuno aveva mai osato e saputo farlo così (prima che questa diventasse una reciproca attività sadomasochistica, che ricambiavo con ferocia e che non contemplava l’eccitazione fisica ma solo il massacro emotivo), ecco una volta mi disse “Tu sei convinta che amare significhi soffrire” che sembrerebbe na frase der cazzo se non fosse che era vera, perché non avevo mai saputo amare un uomo senza soffrire. Io c’ho provato a smentirla, c’ho provato a comportarmi come un ariete, ma sono un fottuto scorpione. E adesso che mi struggo da pazzi all’idea di non vederlo più arenato in tuta sul mio divano, cosa che tecnicamente odiavo, perché pensavo a tutto quello che non facevamo invece che pensare a quello che facevamo, che erano piccole cose ed erano speciali e io ero troppo incattivata per capirlo, qualcuno mi renda la fetta di cervello che m’hanno pignorato ve prego, ecco io adesso mi sento proprio persa, come la più infima delle vagine…

…e questa sensazione me la devo ricordare un sacco quando poi nella quotidianità finisco a sentirmi “stocazzo”, una gagliarda con tanto di palle, un spanna sopra l’artri, perché in realtà, so peggio de quelle che vanno ai concerti della Pausini (Zia Vagina, che ci andrà, è un’eccezione. Io la lovvo, come dicono i gggiovani, comunque e nonostante tutto). 

Ad ogni modo, questo ci tengo a dirlo, io mi sto sforzando di essere la migliore possibile. Certo, il risultato non è un granché, però io ce sto a provà. E’ che le altre volte era più facile. Le altre volte il lui di turno era comunque uno stronzo, comunque uno sbagliato, comunque uno che era mejo perderlo che trovarlo. Lui no. Lui è speciale. C’ha solo sto piccolo difetto di vivere lontano, in quella terra innominabile che d’ora in avanti chiameremo “il deretano di Gollum“, unito al piccolo particolare che giustamente non vuole più sbattere con me e che se vuole piazzà – è solo questione di tempo – con un’abitante del deretano di Gollum: semplice, caruccia, magra, poco complessa, docile, magari fan di Fabio Volo e di Ligabue.

E, magra consolazione, io che l’ho portato di forza al concerto di Roger Waters comprandogli il biglietto senza manco chiedergli se fosse disposto a spende 150 euro per il concerto più bello della vita sua, ecco io almeno posso ghignare a immaginarlo in mezzo a 100.000 stronzi a cantare “Ti bruceeeraaaaaaaiiiiii piccola stella senza cieeeeeeloooooooo“. Io non ci sarò fisicamente accanto a lui, in quel momento, mentre abbraccerà La Qualsiasi facendo volteggiare in aria il suo accendino acceso (vado a vomitare e torno) però, cazzo, mi penserà. (Sono tornata) Naturalmente non lavoro di fantasia, questa persona esiste, io lo sapevo già e lui me l’ha confermato. E’ un’ “amica”, m’ha detto (che, altrettanto naturalmente, non ha i porri in faccia, i baffi e non pesa 180 kg, ma ha come l’aria de esse l’unica deretanese 30enne chiavabile su piazza). Spererei di non parlarne mai più, ma temo che ne parleremo più avanti.

Ad ogni modo, nel mio tentativo di essere la migliore possibile, ho deciso che comunque non vojo più alienarmi. Esco tutte le sere, rientro tardi, piango n’oretta (non sempre, ma spesso) e poi dormo 3 ore. Ma a me, me pare già un piccolo progresso.

Ieri sera so andata a cena col mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale. Gli ho scritto per dirgli che ero in anticipo, il ché voleva dire che sarei arrivata puntuale. Me so seduta al tavolo e m’ha detto che mi vedeva più vecchia, sciupata e gonfia, che è un mix comunque accattivante…poi mi ha fatto un’analisi psicologica approssimativa ma verosimile, mi ha detto che la devo piantare di ragionare come una terrona ponendomi il problema di figliare nei prossimi anni, che devo fare esperienze e che devo completarmi da sola. Poi avemo parlato anche di molti altri argomenti, disparati, avemo magnato una bistecca con polenta, verdure grigliate e chips (che a Milano so convinti che le chips siano più fighe delle patatine fritte normali, non capirò mai perchè) e un dolce con le mele delizioso. Ci siamo tracannati pure una bottiglia di rosso del 2004, spesso e intenso di cui non ricorderò mai il nome. E poi siamo andati sui navigli e io me sentivo una nana balneare affianco a lui che è alto du metri.

Stasera c’ho la cena di Natale con il gruppo di amici siciliani (perché terrone socializza con terrone) e me tocca de preparà un tiramisù. Quindi me sa che vado. Mentre continuo ad aspettare Natale e il ritorno a casa, di entrambi.

Perché le fasi so 14. Quindi o riesco a recedere e a riprendermi l’anima mia, oppure dovrò annà dritta, a gennaio, verso il no-way-back.

Oltre a smettere di fumare, fare la dieta, andare in palestra, risparmiare e fare tante azioni buone.