Otto Marzo & Femminismi

Si celebra domani la Festa della Donna. Tranquilli, non intendo discorrere sul significato storico di questa ricorrenza. Non mi interessa disquisire dell’aspetto commerciale, o di quanto puzzino le mimose. Preferirei soprassedere anche sui mitologici streap-tease maschili che, a quanto pare, riducono le donne a un livello di sub-umanità infoiata (stando almeno a quanto riportato da certe leggende metropolitane). Né vorrei aprire un discorso greve sulla parità, che abbiamo voluto la bicicletta e ora pedaliamo, e fa niente se è senza sellino, tanto ci piace lo stesso, no? Neppure voglio elencare tutti i nomi delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno all’8 marzo, ribadendo una volta ancora quanto sia necessario un cambiamento culturale in un paese in cui la cronaca di questi eventi è ancora viziata da un sessismo cronico. Non voglio fare nulla di tutto ciò non perché queste cose siano inutili da dire, o ribadire, ma perché i tempi sono cambiati e ci sono aspetti persino più urgenti da chiarire (da questo punto in poi, però, sappiate che vi state addentrando in un post ultra-prolisso e molto noioso)

C’è da chiarire innanzitutto che non è un periodo storico semplice. Da un lato, infatti, negli ultimi mesi si è incendiato un dibattito internazionale a sfondo femminista/sessista. Dall’altro, pochi giorni fa si sono tenute le elezioni in Italia e tutti sappiamo come sono andate le cose (e tutti ricordiamo anche come sono andate negli Stati Uniti). I due fenomeni potrebbero apparire scollegati, e invece sono intimamente connessi. Quando nell’identità politica di un paese si fanno largo la rivalsa, la rabbia e la frustrazione; quando il collante diventano l’odio e il disprezzo per gli altri, la diffidenza, la chiusura, la pretesa di guardare solo nel proprio giardino di fronte all’incapacità di comprendere la complessità globale in cui siamo invischiati, ecco non è mai un bel momento. Non è un clima includente e chiunque si consideri — a torto o a ragione — una minoranza, tende ad agitarsi. E le donne, in un certo senso, sono una minoranza. Una minoranza paradossale, perché non sono affatto minori, né in termini di quantità, né in termini di qualità, ma da minoranza sono spesso trattate. Il che, è ovvio, è per noi inaccettabile, tanto più nel 2018, mentre guardiamo un mondo che procede spedito verso “culture” che con buona probabilità continueranno a trattarci da minoranza.

Quelli che di solito consideriamo popoli “più evoluti di noi”, i nordici, quelli dove i treni viaggiano sempre puntuali ma c’hai pure il diritto civile di sposare chi vuoi, di avere un figlio se lo vuoi, di poter scegliere per la tua vita e per la tua morte, ecco quei popoli lì, sono tutti più femministi di noi. Ma molto. L’Islanda è il paese più femminista nel senso reale e concreto del termine. Un paese nel quale le donne siedono accanto agli uomini nei contesti di potere, non nel ruolo di decorazione rosa o di provocazione sessista, ma in quello di parte integrante del sistema. Le donne sollevano interrogativi diversi, spostano l’asse degli argomenti discussi, propongono soluzioni differenti: creano, insomma, una società migliore.

In secondo luogo, bisogna chiarire che la narrazione pubblica della femminilità, è una cosa diversa rispetto alla femminilità reale. Che vuol dire? Che quando di noi si dice che siamo deboli,  troppo competitive, irrazionali ed emotive, incapaci di essere solidali, spregiudicate, mestruate, opportuniste, puttane, ecco ogni volta che si dice tutto questo, si tace molto altro. Si tace, per esempio, che per quanto deboli possiamo sembrare, il nostro corpo fa delle robine mica banali (tipo crescervi nella pancia e mettervi al mondo facendovi uscire da una ben nota fessura…voi lo date per scontato, ma il prodigio è notevole e l’impresa titanica, con tutto il rispetto più complessa di picchiare qualcuno o tirare un calcio di rigore). Si tace, per esempio, che oltre a essere competitive siamo organizzate, caparbie, volitive, creative, furbe, veloci, tanto quanto gli uomini (che, d’altra parte, non sono certo tutti monaci buddhisti). Si tace che la nostra presunta “irrazionalità” non è in nulla superiore a quella maschile (ricordiamo che gli uomini costituiscono almeno il 70% delle propria identità sul proprio pene, subappaltandogli decisioni pubbliche e private, e intasando la viabilità urbana con troppi SUV). Si tace che il contraltare della nostra cosiddetta “emotività” è che – a parte saper mettere i chiodi nel muro o guidare un veicolo – sappiamo capire,  sentire,  empatizzare, mediare, tenere insieme i pezzi e gli affetti (fanno molto rumore le donne che dividono, e non ne fanno abbastanza quelle che sono fondamento e pilastro dei gruppi sociali). Sappiamo organizzare, gestire, ascoltare, parlare. Tutte attività fondamentali per la comunità. Per la famiglia, per il gruppo di amici, per il team di lavoro. Si tace, per esempio, che siamo stanche di essere accusate di scarsa solidarietà. Ma cosa siamo? Un souvenir? Una bomboniera? Un ristorante? La solidarietà la rispediamo al mittente, a mancarci è la consapevolezza, quella sì. Ci manca la visione di una femminilità nuova, riscritta dalle donne, basata su presupposti equi, capace di rinnovare i profili di genere e traghettarli nella contemporaneità, alleggerendo anche gli uomini dal fardello di uno stereotipo maschile sorpassato. Hello, siamo nel 2018, esistono uomini che piangono e donne che non cucinano, vivaddio. È la consapevolezza, ciò che ci manca, non la solidarietà che si riserva a una minoranza, perché noi NON siamo una minoranza.

E bisogna chiarire anche che, come si tacciono aspetti della femminilità, si tacciono aspetti del femminismo. Bisogna chiarire che non è più il caso di schermire le figure femminili che escono dal paradigma tracciato per loro, quelle che disertano l’aspettativa sociale standard di essere spose, madri, babysitter e badanti, un po’ angeli del focolare e un po’ porno-massaie. Qualcuno dirà: potete votare, guidare, viaggiare, studiare, lavorare, vestirvi come vi pare, persino scrivere delle forme dei cazzi e dei vibratori, cos’è che volete di più? Il femminismo riconosciuto come fatto politico, questo vorremmo di più. Le istanze femminili rappresentate pubblicamente, ecco cos’è.

Vorremmo si capisse che il femminismo non è una gara a chi è più bravo, o più stronzo, o più incoerente, o più violento. Non c’è un abaco degli stupri e dei cuori infranti, non è una contabilità di lividi e di cene che ci facciamo offrire. Il femminismo è il bisogno di accedere a opportunità simili, di annullare la disparità salariale, di superare certi perimetri mentali del secolo scorso, di ragionare per colmare e valorizzare le diversità di genere, nello stesso modo in cui un’azienda sana valorizza le diverse competenze. Il femminismo tende a un mondo in cui i generi e gli orientamenti non siano muri, in cui gli uomini e le donne possano collaborare da pari, una società più evolutamigliore per tutti.

Chiariamo un punto ulteriore: non esiste certo un solo tipo di femminismo. Ce ne sono tanti, talmente tanti che tutte le donne possono trovare il proprio, talmente tanti che tutte le donne dovrebbero essere femministe, e dovrebbero esserlo senza ripensamenti. Non esserlo è una contraddizione, una stupidità. Perché “femminista“, questo è urgente ricordare oggi, non è un insulto. E non esiste solo il modello veterofemminista, e neppure quello da femminista-esibizionista, e neppure solo quello androgino da camionista, e neppure solo quello sofisticato e lesbo-chic, e neppure solo il femminismo trendy di Freeda. Si può essere femministe continuando a depilarsi le gambe e le ascelle (e la patata, se proprio necessario). Si può essere femministe senza militare per il free-bleeding. Si può essere femministe e femminili. Si può essere femministe e non odiare gli uomini, perché degli uomini abbiamo, anzi, bisogno.

Abbiamo bisogno degli uomini migliori che ci siano, capaci di comprendere la liceità di questa causa e anche certi eccessi che inducono altri a parlare di “nazi-femminismo“, senza capire che spesso sono derivazioni di negazioni pregresse, di certe strumentalizzazioni, di certe schiavitù mentali ancora perfettamente salde nella nostra società. Uomini capaci di capire che persino l’insulsa polemica sul vestito di Jennifer Lawrence, per quanto poraccia sia, fa parte di un dibattito più ampio, i cui toni non sempre sono intelligenti, ma la cui esistenza non può più essere procrastinata.

Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che non è accettabile che un politico dia della bambola gonfiabile a una collega, o della scimmia a un’altra, o della troia a un’altra ancora. Uomini che capiscano che non siamo più disposte – perché no, non lo siamo – a sopportare le soubrette in Parlamento, e ad accettare il sessismo gigione da cinepanettone di Berlusconi che, come un novello Putin, riduce l’opposizione in topless.

Abbiamo bisogno di uomini che non dicano che il femminicidio è un’invenzione mediatica, e che non giudichino la qualità di una donna sulla base dei suoi vestiti, della sua età, della sua taglia, delle sue abitudini sessuali, delle sue scelte di vita private, dell’uomo a cui certamente deve qualunque apparente merito le si possa riconoscere (il padre, il marito, il capo a cui l’ha data per fare carriera). Abbiamo bisogno di uomini che non temano di ricevere una denuncia se invitano una tipa a bere un caffé, e che sappiano capire il rifiuto con classe, e possibilmente con altrettanta classe sappiano elargirlo. Abbiamo bisogno di uomini che con le donne sappiano ridere delle rispettive assurdità, e che non ci temano come streghe, ma che siano dalla nostra parte, come se fossimo ciò che siamo: le loro amiche, le loro socie, le loro compagne, le loro madri, le madri dei loro figli, le loro colleghe, le loro sorelle, le loro figlie. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che se, a volte, certe femministe scimmiottano gli uomini è anche perché non esiste alcuna grammatica per le donne, reale, collaudata, nei contesti pubblici e di potere, qui, da noi, in Italia.

Abbiamo bisogno di uomini e donne, etero e gay, fermamente convinti che una società nella quale l’opinione delle donne conti qualcosa (non solo sull’uncinetto, o su una ricetta tradizionale) possa essere una società più giusta e più sana. Ed è questo il mio invito per la Festa della Donna: comunicate, ascoltatevi, capitevi. Siamo in un momento storico in cui c’è bisogno di questo, non di collera, non di sarcasmo, non di benzina, ma di approfondimento, riflessione e condivisione. E quanto meno la gente considera importanti queste attività, tanto più esse diventano indispensabili.

Facciamo che la Festa della Donna diventi la Festa delle chiacchiere, del dialogo, del confronto, dell’incontro, della mediazione, della pazienza. Che sia una festa per tutti, che sia un momento per parlarsi in faccia, usando la voce, le espressioni e i toni, non i caratteri, le emoticon e le note vocali. Invitate qualcuno a casa, stasera, e parlate, di quello che vi pare. Certamente parlerete di politica ed è possibile che non siate d’accordo. E lo so, è faticoso lavorare sulla cultura, che vi pensate, ma anche questo è potere.

Chiariamolo oggi: la cultura non sarà una priorità politica in questo futuro prossimo oscuro, per questo dobbiamo difenderla e presidiarla noi. Per questo noi donne dobbiamo ripensare noi stesse, il nostro ruolo e il nostro potere.

Buon 8 marzo a tutte/i.

IL Prof

Scrivere è l’unica cosa che faccio da tutta la vita. L’unico gioco di cui non mi sono stancata mai.

Quando andavo alle scuole elementari, la maestra ci fece scrivere un tema su come vedevamo il nostro futuro. Ero logorroica già allora e il tema venne fuori di 5 o di 6 colonne. Lo portò a casa per correggerlo, insieme a tutti gli altri. Il giorno dopo disse in classe, davanti a tutti, di averlo dovuto leggere a suo marito e di essersi commossa. Mi aveva messo “Doppia Lode“, addirittura. Chissà che bel futuro, avevo immaginato.

Alle scuole medie avevo una prof che leggeva i miei temi a quelli delle classi più piccole. E che aveva brevettato un voto superiore all’ottimo, il “Lodevole“, perché secondo lei “ottimo” non era abbastanza per i miei temi. Si sparse la voce nella scuola, per cui io diventai “Lodevole” per tutti. Ovvio che nessuno alle scuole medie poteva limonarsi “Lodevole“, se anche non avessi avuto i capelli corti e crespi e gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde, che invece avevo. Quella prof mi obbligò anche a partecipare a un concorso tra scuole, indetto dall’Arma dei Carabinieri, pensa. Quindi ho fatto un tema sugli sbirri e sono ovviamente arrivata prima. Avevo 13 anni e tornai a casa con una targa d’onore e una copia dell’Enciclopedia Virtuale Encarta ’98. Ve le ricordate le enciclopedie virtuali? Quelle in cd-rom? Erano una cacata atomica, ma ci facevano sentire troppo avantgarde. La mia compagna di banco delle medie, che era una che i temi li copiava dal temario, povera stella, mi propose di acquistare il mio quaderno dei temi. Io ovviamente rifiutai perché l’arte non ha prezzo, si sa.

Poi iniziò il liceo (insensatamente scientifico) e ad ogni compito di italiano il mio voto era il più alto della classe, mai inferiore all’8. Anche se scrivevo cacate. Anche se studiavo il minimo indispensabile. Niente. Iniziavo ad arrendermi all’evidenza: ero un mago della parola, l’Arthur Rimbaud dei poveri, non c’era niente da fare. Tutto finché non arrivò il terzo superiore. Cambio dei professori. E finalmente, a giudicarmi, il primo uomo. IL prof.

Primo compito in classe: 5 e 1/2. Uno shock. Ancora oggi quando ci penso mi dolgono parti assai intime dell’ego. Ma come?! Io?? Sotto la sufficienza? In italiano?

IL Prof mi disse che era un bel tema ma era fuori traccia, molto semplicemente. E, in fondo, chi minchia ero io, per decidere di parlare d’altro? Quanto indisciplinata potevo essere, per non rispettare nemmeno l’argomento della discussione e avere la presunzione di intortarmi chiunque?

Incassai e portai a casa e per tutto il resto dell’anno oscillai tra il 6 e 1/2 e il 7, che era una roba per me incomprensibile, perché più mi sforzavo di essere brillante e più non mi premiava. Mi diceva che ero narcisista, che inventavo le parole manco fossi Umberto Eco. E più negavo il mio narcisismo, più il mio risentimento mi tradiva.

Mi diceva che ero troppo complicata, che lui non riusciva a comprendere, che per farmi capire da lui avrei dovuto imparare a scrivere in maniera più semplice, perché evidentemente lui non era abbastanza intelligente per leggermi. Il tutto con un sorriso sarcastico indimenticabile, di chi sa che ti sta scorticando nel vivo e tu non puoi fare nulla se non subire. Lo detestai abbastanza, ricordo. Senza contare lo smacco davanti a tutti. Cioè tipo che Frecciagrossa e Braciola presero più di me, voglio dire, parliamone. E poi, scusa, com’era possibile che il mio modo di scrivere fosse piaciuto a tutti, fino ad allora, e solo a lui no?

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Poi, pian piano, lasciai che il mio orgoglio si sgonfiasse e iniziai a seguire i suoi consigli. Provai ad ascoltare. E capii quello che voleva dirmi: che essere bravi a scrivere vuol dire farsi capire da tutti, arrivare, e che si può fare poesia anche sui pidocchi. Che crescere significa comunicare agli umili, oltre che ai colti. Che non avevo bisogno di ostentare la mia approfondita conoscenza di tutte le parole più recondite dello Zanichelli.

Lentamente, smisi di essere quella che ero stata fino a quel momento. Semplicemente, crebbi. E, negli anni a seguire, IL Prof iniziò a gratificarmi, proprio quando non mi aspettavo più che lo facesse.

Fu sempre molto distaccato nei giudizi, sia chiaro, anche quando molto positivi. Senza pathos, con quella lucidità virile che era mancata ai miei insegnanti precedenti. E continuò sempre a pungolarmi, naturalmente. Mi diceva che ai compiti in classe sceglievo sempre la traccia di attualità perché non studiavo letteratura. Mi diceva che il giornale scolastico che avevo creato con i miei amici era il migliore che ricordasse, ma che nei miei articoli c’erano troppe parolacce.

E poi, l’ultimo anno, al secondo compito in classe mi mise 10. Ne aveva messi un paio nella sua trentennale carriera. Era entusiasta, lui. Lo disse a mezza scuola, che mi aveva messo 10. Prima ancora che lo sapessi io, lo sapeva Laura, la bidella del mio piano. Quando ci consegnò i compiti, a me non disse nulla. Mi sorrise appena. E basta.

L’unica cosa che ricordo della traccia è che si parlava di Norberto Bobbio. Il commento del Prof, sotto il voto, era sulla maturità delle opinioni, sull’efficacia dell’esposizione, sulla completezza del pensiero. O qualcosa del genere.

Mi portò anche alla maturità con 10, sebbene avesse ragione lui, su tutto, sul mio narcisismo ma anche sul fatto che non studiavo letteratura. Agli orali mi fece una domanda sull’Inferno, l’infame, programma del terzo anno per capirci. Ma io risposi, in qualche maniera, per opera e virtù dello spirito santo. E, finiti gli esami, mi scrisse una mail, IL Prof. Mi disse che era orgoglioso di essere stato mio docente per 3 anni. E io, in quel momento, fui felice di una felicità così autentica che raramente l’ho riprovata negli anni a seguire.

Da allora è capitato di risentirci e un paio d’anni fa io e Frecciagrossa lo abbiamo incontrato alla processione pasquale, a Taranto Vecchia. Abbiamo chiacchierato di cosa facciamo, dell’Ilva, del suo pensionamento, di quanto è cresciuta sua figlia. Abbiamo ritrovato IL nostro Prof, il libero pensatore che veniva in classe con la copia di Repubblica sotto al braccio. Che ci faceva parlare di attualità. Che ci faceva vedere Il Dottor Stranamore di Kubrick a scuola. Che ci insegnava, senza prosopopea, a diventare migliori. A cercare la bellezza. Ad amare la cultura. Che diceva la zeta in quel modo strano, vibrato, che ci faceva ridere come dei deficienti. Che ci fa ridere ancora, se ci ripensiamo, come dei deficienti.

Qualche giorno fa l’abbiamo ritrovato su Facebook ed è stata una grande carrambata. Mi ha scritto in privato e mi ha detto che sì, un po’ gli sono mancata.

Avrei voluto rispondergli che sapesse quanto è mancato lui a me. Che magari la vita fosse come la scuola. Che magari ci fosse un uomo intelligente e appassionato, sempre, a obbligarmi a diventare migliore. Che sono io che sono orgogliosa di essere stata sua allieva. E che se non mi avesse messo quel 5 e 1/2 non ci sarebbero state molte altre cose. Forse nemmeno questo blog. E che quella che sono oggi lo devo anche a quelle critiche personali che m’ha fatto da ragazzina, che m’hanno fatta rosicà d’un modo che voi non potete capire proprio.

E che sì, ci sono insegnanti che non si dimenticano mai.

E che sì, io, lui, non lo dimenticherò mai.

Invece gli ho soltanto detto che se ad agosto facciamo la tremebonda rimpatriata decennale con gli altri ragazzi, deve venire per forza.