Solidarietà Femminile?

Quando ero bambina avevo un’ambizione strana. Sognavo che mi intitolassero una via, oppure una scuola. Mi immaginavo le conversazioni: “Dove abiti?” – “In via Pulpo” (non ho mai preteso una piazza, bisogna riconoscerlo); oppure “A che scuola vai?” – “Alla Pulpo“.
.
La suddetta fantasia, a parte tradire una radicalissima megalomania, era bizzarra. Non conoscevo allora, né mi sovvengono facilmente oggi, nomi di vie e piazze intitolate alle donne, in questo paese. Se a voi vengono, segnalatemele. Non valgono quelle eventualmente intitolate a Sante, a martiri e a madonne varie. Cioè “Via Madonna delle Grazie” non mi interessa. “Via Nilde Iotti”, sì.
.
Dicevamo, avevo questa ambizione curiosa. Non giocavo con le bambole, non recitavo il ruolo di madre. Disegnavo, pattinavo, andavo in bici, guardavo molta televisione – che era per noi ciò che i tablet sono per i bambini di oggi. Giocavo semmai con le Barbie, quello sì, ma le Barbie erano ragazze, non erano Cicciobello o Sbrodolina, voglio dire: quali avventure potevo immaginare con Barbie Hollywood, o con Barbie RollerBlade, o con Barbie Sirena? Un casino. Quali sviluppi avrei potuto considerare con Sbrodolina? E niente: le dovevi far bere l’acqua da un biberon, e dovevi aspettare che avesse il rigurgito. E pulirglielo. UAU. Che figata spaziale. Una volta i miei zii mi regalarono una bambola che pisciava, letteralmente. In omaggio, nella confezione, ben due pannolini di ricambio. Oh, fighissimo. Dài, bambina, gioca, impara com’è divertente pulire la merda.
.
Insomma, capite, sulle Barbie potevi costruirci delle storie, immaginare futuri, creare dialoghi. Certo, avevano delle proporzioni corporee insensate e portavano su di sé il peccato principale d’essere un prodotto dell’immaginario americano, però oggettivamente non c’era storia. Io di Barbie ne avevo 9, ma non avevo nessun Ken. Le storie d’amore che vivevano le mie Barbie erano immaginarie e la loro comunità era una specie di kibbutz femminista. Le mie Barbie erano amiche, erano sorelle, erano cugine. Non erano lesbiche, perché ero una bambina pura, ai tempi.
.
.
In alternativa, giocavo molto a lavorare. Avevo due amichette, in particolare, con le quali giocavamo a lavorare: Alessia e Benedetta che oggi, per quel che ne so, cioè quel che mi dice Facebook, sono diventate una medico, e l’altra una ricercatrice universitaria in Inghilterra. Ecco, eravamo figlie di tre mamme lavoratrici, le donne prodigiose degli anni novanta, e una volta a casa di una, e una volta a casa dell’altra, giocavamo “all’ufficio”. Ciascuna di noi aveva dei tool diversi, che condividevamo. Chi il telefono, chi un vecchio timbro, chi cancelleria in quantità, chi la spillatrice senza le spillette. Avevamo penne, e matite, e pennarelli; e una quantità insensata di agende su cui scrivere e scarabocchiare, perché in quegli anni chiunque, proprio qualunque esercizio commerciale, ingolfava i nostri genitori di agende, ogni anno a fine anno, ma chiunque, dalla banca al panettiere, agende come se piovesse. Fatto sta che a un certo punto mia nonna mi ha regalato una vecchia calcolatrice professionale con rullino. Una roba che oggi proverei la stessa emozione solo se qualcuno mi regalasse un quadrilocale con doppio servizio in palazzo d’epoca, a Milano. Si da il caso, in effetti, che pure mia nonna lavorasse, che fosse il capo, che insomma c’avesse due coglioni che la metà bastavano (che è un’espressione che odio, ma mi tocca usarla).
.
Insomma, non ho mai giocato da femmina (o solo a giochi da femmina). Quando avevo 14 anni i miei hanno riverniciato casa. Mi hanno chiesto se volessi le pareti colorate in camera mia. Ho chiesto di averle celesti. Non verdi, non lilla, non arancioni, non gialle. Celesti, il colore che, da quando veniamo al mondo, è dei maschi. Cioè che se sei maschio, c’hai il fiocco celeste e se sei femmina, c’hai quello rosa. Ecco, non che l’abbia fatto consapevolmente, è un dettaglio che ho ricordato di recente e, nella sua semplicità, nel suo essere stato assolutamente inconscio, secondo me chiarisce un dettaglio chiaro: il rifiuto del rosa e la pretesa di accedere a tutti i possibili colori dell’iride.
.
Con mio sommo sbigottimento, ho realizzato invece che regna ancora incontrastato il mito della principessa. , magliette, poster, collane e bracciali fucsia con su scritto, tutto glitterato, “Princess”. Veli e tulle. Spazzole e smalti. Il che significa che regnano ancora stereotipi culturali che limitano le nostre possibilità, che ci promettono un futuro fiabesco e ci incastrano in uno status quo impari. Spesso, quando dico queste cose ai miei amici uomini, cadono dal pero, dissentono, dicono che ci siamo emancipate (grazie, vi ringraziamo tanto di averci concesso di votare, leggere, studiare, lavorare e guidare). Allora, per spiegare meglio ciò che intendo dire, ho iniziato a fare ricorso alla storia.
.
Si dice sempre che la storia la scrivono i vincitori. Ciò che è certo è che la storia la scrivono gli uomini, ma non significa che la facciano solo loro. Significa che le donne svaniscono nel racconto, significa che dovete fare fatica per pensare il nome di una via intitolata a una scienziata, una scrittrice, una poetessa, un’attrice, una cantante, una donna politica, una diplomatica, una partigiana, una ribelle, un’eroina o una vittima persino. Come se non bastasse, gli uomini scrivono pure l’attualità. Date un’occhio alla campagna #TuttiMaschi di Michela Murgia in proposito. È puntuale e coglie perfettamente il senso delle riflessioni che sono richieste alle donne di oggi. Non alle femministe. Alle donne tutte.
.
Certo, l’impresa è ardua. Non esiste un modello di potere femminile, per trovarne precedenti storici dovremmo andare indietro di secoli, o spostarci di migliaia di km, e sarebbe un trasloco troppo complesso per essere intrapreso su un blog che si chiama “Memorie di Una Vagina” (secondo certi, a causa del mio pseudonimo, non posso essere titolata a parlare d’altro che di sesso e di ammmore). La verità è che una delle donne più rilevanti della storia politica europea, Margaret Thatcher, si esercitava nel privato ad abbassare il suo tono di voce, si esercitava a parlare come un uomo, si esercitava a sembrare un uomo perché sembrare un uomo l’avrebbe resa più autorevole. Perché la sua voce, per il semplice fatto di essere femminile, il suo stesso timbro, non era culturalmente accettabile. E stiamo parlando del Regno Unito, cultura anglosassone, colonna dei valori Occidentali. Non dell’Afghanistan.
.
La verità è che essere donna e rivendicare una propria voce è faticoso. Faticosissimo. Devi essere pronta a confrontarti non solo con il degrado iperdemocratico nel quale viviamo (e non lamentiamoci, perché quelle che c’erano prima non se la sono passata tanto meglio, e non sto parlando solo del medioevo quando le bruciavano sul rogo, ma dell’Italia degli anni settanta in cui vigeva ancora il delitto d’onore); non solo con il degrado iperdemocratico, dicevamo, ma pure con lo stigma d’essere femmina, di avere la figa e dunque opinioni di serie b. Opinioni irrilevanti. Opinioni che nessuno ha voglia di ascoltare, neppure le donne, che non sopportano nessuna donna che si esponga, che eserciti un qualche tipo di potere o influenza. Credo che ciascuna di quelle che citerò in questo momento, vanti nutrite schiere di detrattrici e hater donne: Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli, Asia Argento, Maria Elena Boschi, Virginia Raggi, Barbara D’Urso, Chiara Ferragni e non so quali e quante altre potrei citarne. Donne diverse per professione, età, estrazione, ma che in ambiti, modi e contesti diversi esercitano un loro potere, o ricoprono un ruolo istituzionale. Catalizzatrici dell’odio sociale, obbligate a fronteggiare tonnellate di letame che per almeno metà sono costituite da sessismo puro. Ecco, forse alla radice di tutto, un buon esercizio che potremmo iniziare a fare noi donne, è dare un senso a quella cosa retorica di cui abbiamo sentito parlare da ragazzine: la solidarietà femminile. Ne ho parlato già in altre occasioni, ma essa non consiste nel non rubarsi il fidanzato (ovviamente una visione fallocentrica del concetto, che lo svuota di significato). La solidarietà consiste nel riconoscere che “Potrà anche non starmi simpatica” – “Potrà anche essere polemica” – “Potrà anche avere opinioni che non condivido” – “Potrà anche essere stronza” – Potrà anche essere il cazzo che vi pare, ma riconosco il fatto che questa donna si espone, e che ogni giorno spala tonnellate di letame, e le spala ANCHE perché è donna, perché è come me. In qualche modo, le spala anche per me.
.
Ecco, mi rendo conto che queste argomentazioni possano far storcere il naso a molti, che possano suonare fuffa. E se è questo ciò che pensate, io non mi oppongo, fuffa sia. Sono una fuffologa, se preferite. Io però so che non è fuffa e suggerisco che abbiamo bisogno di guardare la realtà con lenti diverse, e con occhi diversi. Suggerisco che bisogna cambiare prospettiva e che bisogna prendere consapevolezza dello stato dei fatti, partendo dalle sue fondamenta.
.
..
Detto tutto questo, vi saluto segnalandovi un libro che ho appena ricevuto e che leggerò in ferie, perché voglio gustarlo con calma, sotto l’ombrellone, nell’ora della siesta, con la salsedine nei capelli e la sabbia tra le dita dei piedi. Si chiama “Il catalogo delle donne valorose”, l’ha scritto Serena Dandini e racconta le vite di alcune donne che hanno cambiato la storia e di cui la storia ha perso memoria. Lo leggerò con avidità, alimentando il sogno d’un futuro nel quale le donne siano contemplate, rispettate e raccontate. D’un futuro del quale vorremo e sapremo appropriarci.
.

E’ un fatto di Salute Vaginale

La Vagina non sta bene. Che si sappia.

Non so da cosa dipenda.

Non so se dipenda dallo stress, dalle 20 sigarette al giorno, dai 20 kg di troppo, dal vino, dalle 4 ore di sonno a notte da 4 anni, dal sentimentalismo occasionale, dalla stitichezza cronica, dai disordini emotivi, dalla confusione alimentare, dal ritorno di Barbara D’Urso sul piccolo schermo. Non lo so. Fatto sta che fino a ieri non avevo idea di cosa fosse un dolore intercostale. Oggi lo so. Mi sono arricchita.

Sicché tutte le mie amiche, tutte, quelle vicine e quelle lontane, m’hanno detto di andare da un cazzo di medico. Alcune si sono pure offerte d’accompagnarmi, all’ospedale vicino l’ufficio. E io c’ho detto di no.

E’ che io proprio odio andare dal medico, andare in ospedale, farmi degli esami, delle visite, scoprire che ho qualcosa che non va bene, perché naturalmente ho qualcosa che non va bene. E c’è dell’altro. C’è che io odio star male a Milano. Perché stare male a Milano mi ricorda quanto sono sola, quanto non ci sia qualcuno che – se ne avessi bisogno – possa prendersi cura di me. Che poi, magari, non è che la realtà sia esattamente così. Però io ormai mi sono persuasa del fatto che se mi prendesse un accidenti durante la notte o di domenica, potrei serenamente morire e il mio cadavere potrebbe essere ritrovato dalla polizia, nella doccia, sopraggiunta sul posto dopo una segnalazione dei vicini, insospettiti da quel leggero odore di decomposizione che proveniva dal mio appartamento. In tutto questo, ciò che mi inquieta principalmente, è l’idea di aver lasciato in giro il vibratore o di avere la biancheria scoordinata. Del resto, la Vagina Maestra l’ha sempre detto che bisogna stare “in ordine” a prescindere, che “non si sa mai”.

Indi per cui, a Milano, qualunque mio malessere fisico si accompagna sempre ad un profondo patimento psicologico che lievita al punto da trascendere la banale algia corporea, prendendo una forsennata deriva paranoide e fatalista. Per cui le fitte nel torace, che tutti continuano a dirmi “hai preso freddo” e io penso “ma che minchia di freddo che ci sono 30mila gradi?”, diventano nulla a cospetto del nodo che mi si crea in gola al pensiero di andare dal medico da sola. Come fossi una bambina. Che, in fondo, lo sono. Una bambina, intendo.

E intanto continuo a chiedermi come sia possibile che al mio corpo così solido e robusto, ma soprattutto robusto (dio, che parola o-d-i-o-s-a “robusto”, come quando alle elementari dicevano “sei robusta”, voglio dire, mi hai presa per il tronco di una quercia secolare?), ecco come sia possibile che mi sia accaduto ciò. E mi sono data la mia personale spiegazione.

Quel dolore lì, quella fitta improvvisa e feroce che ho sentito altezza sterno, quell’indolenzimento turpe che mi ha infettato tutto il petto, è sostanzialmente imputabile a due fattori:

1. Aver ascoltato per tutta la giornata la discografia di Battisti

2. Aver associato la discografia di Battisti a una serata con 3 mie amiche vagine: una che si sposa tra qualche mese, una che convive da un mese, una che è innamorata di un uomo lontano e ha deciso di raggiungerlo. E io, che dissimulo le mie carenze affettive, confondendole con coiti spassionati.

Aver associato la discografia di Battisti ai discorsi sulle tende e su quanto sia scomodo appenderle, le tende, e farci l’orlo, alle tende, non hai idea, lo sbattimento. Aver associato la discografia di Battisti ai racconti sui weekend passati all’Ikea a comprare le coperte per l’inverno che verrà, da passare in casa con un compagno, mentre fuori c’è il gelo, guardando un documentario di History Channel su Sky con un gatto appollaiato sulle cosce a fare le fusa. Aver messo a fuoco che il mio inverno sarà fatto di tante domeniche silenziose, riempite dalla playlist di YouTube. Aver messo a fuoco che io le tende con un uomo non le sceglierò mai, non per niente, ma perché io le tende già ce le ho. Perché io ho già deciso di che colore è la mia vita e nei pensili ho già le stoviglie. E quella cosa che mi suona così insensatamente romantica, come perdere una domenica a montare un Pax Ikea, io non la vivrò. Perché la mia casa è completa, come la mia anima. Non che abbia tutto. Non che sia compiuta. Ma insomma, è fatta. Esiste già. E c’è poco spazio per un altro. E allora io ho ascoltato tutti quei discorsi e ho ascoltato la discografia di Battisti, e ho finto che non mi mancasse l’idea di imbastire una vita con qualcuno, ho finto di non avere paura, ho finto di non avere fretta, ho finto di bastare a me stessa, ho finto di essere padrona della mia vita, del mio tempo, della mia vulva. Ho finto di non sperare che, un giorno, capiti anche a me, di prendere le misure di uno stanzino con un metro da sarta, per una casa che non sia più solo mia, che diventi “nostra”.

Possibilmente con un terrazzo.

E allora io ho ascoltato tutti quei discorsi e ho ascoltato la discografia di Battisti, e ho finto che tutto andasse bene.

Solo che poi ho rischiato un attacco cardiaco.

VaginANSA – 1

Io, nella mia vita di cibernauta nata a metà degli anni ’80, sottoposta fin dalla più tenera età all’utilizzo del Grillo Parlante e del Commodore 64, detentrice suprema del SEGA che però si leggeva “siga” ed era una consolle che andava a “cartucce” che costavano un occhio della testa (di cos’altro debba essere poi, l’occhio, non l’ho capito mai), io che per oscure ragioni avevo una cartuccia soltanto, che era Prince of Persia, con una musichetta così ipnotizzante che sono sicura che qualcuno negli States abbia commesso omicidi multipli dichiarando alla stampa “Me l’ha ordinato Prince of Persia”…
Digressione su Prince of Persia
Sì, perché il meno che poteva succederti a Prince of Persia era di essere tranciato di netto da una tagliola, cospargendone le estremità di sangue. Oppure potevi dover uccidere 2 o 3 soldati insieme, oppure ancora potevi fare un salto mal ponderato e assistere a un’inesorabile precipitare nel nulla del tuo pupazzino, accompagnato da un grido straziante, che sarebbe terminato soltanto all’atterraggio su una graticola di aculei giganti e alla conseguente morte del medesimo.
Mi ricordo che quando smettevo di giocare a Prince of Persia, la Vagina Maestra mi trovava nervosa.
Grazie ar cazzo, mi verrebbe da dire oggi.
Fine disgressione su Prince of Persia
…ebbene io che mi ricordo quando avere l’Encarta su cd-rom ti faceva sentire avveniristica, e quando si diceva  ancora “collegarsi a un motore di ricerca” invece di “googlare” e si andava su Altervista o su Arianna, ecco io nella mia vita di cibernauta nata a metà degli anni ’80, ho avuto un sacco di account email.
Di ogni genere. Di ogni natura.
Probabilmente un analista imputerebbe questa specie di schizofrenia virtuale a una parcellizzazione della mia personalità e, dopo un’attenta analisi, direbbe che intorno ai 15 anni ero in palla con i Red Hot Chili Peppers, considerato che usavo come cognome Kiedis (che sarebbe il cognome di quel maschio di grande classe, per niente strafatto di steroidi, leggermente ex eroinomane e californiano, i cui muscoli tatuati hanno animato numerose fantasie di una giovane vagina dal gusto ancora particolarmente animale).
Fatto sta, che io ho avuto account ovunque, persino su Jumpy e, vojio dì, secondo me soltanto in 10 in Italia abbiamo avuto un account email su Jumpy. Io sì. Chiedo ufficialmente agli altri 9 di farsi avanti, senza aver paura e senza temere il giudizio altrui, anche perché secondo me è giunto il momento di ridare a Jumpy ciò che è di Jumpy.
Mi ricordo che su Jumpy ero “Antonia”, tanto perché uno dei 3 libri che ho letto nella vita è “Porci con le ali” e ci ero rimasta sotto, anche se spesso mi sentivo più affine a Rocco che ad Antonia che, in quanto vagina, a volte era così tanto “du palle”. Solo che non potevo scegliermi “Rocco” come nickname, mi sarei sentita un operaio del triveneto con imbarazzanti velleità genitali.
Però devo dire che ormai da qualche anno mi sono totalmente convertita a Yahoo! e continuo, per ogni evenienza, ad aprire lì una quantità insensata di account email, di cui poi mi scordo l’esistenza, o le password, o l’ID. Però, ciò che conta è che, come in molte cose, superata la confusione adolescenziale, ho raggiunto un mio equilibrio virtuale che mi permette, e qui viene il bello, di collegarmi almeno 4-5 volte al giorno all’Home Page di Yahoo! potendo deliziarmi di alcune delle notizie più becere del mondo, capaci di far sentire bene qualunque vagina:
– Guarda da vicino le ginocchia delle star (e puoi pensare che le tue siano mejio)
Britney ha la cellulite! Foto shock! (e puoi scoprire che ne ha più di te)
– Di chi sono queste braccia troppo muscolose? (e puoi pensare che troppo fitness danneggia)
– Siamo abituati a vederla come un sex symbol e invece…(e puoi vedere Scarlett Johansson sex symbol ma non fotoritoccata)
– 7 donne su 10 fingono l’orgasmo (e puoi sentirti, a seconda dei casi, in buona compagnia oppure estremamente fortunata)
e via discorrendo.
E allora penso che mi piacerebbe molto avere la costanza (che proverbialmente non ho) di creare e aggiornare questa rubrica “VaginANSA” che segnali, almeno una volta alla settimana, una notizia vagina-friendly.
La notizia sconvolgente di oggi è che un uomo, teoricamente appartenente al genere Homo Sapiens Sapiens, intrattiene una relazione con Barbara D’Urso.
Non da meno, che Ligabue ha fatto un nuovo sconcertante singolo.