Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Dentro Ozpetek

Qualche giorno fa, delle mie amiche vagine mi hanno chiesto se conoscessi almeno una persona capace di definirsi felice.

Credo fossero in un momento di epico sconforto, di quelli in cui ti senti un cesso e hai bisogno di sapere che tutti intorno a te stanno un cesso, che la vita è una merda, che lavoriamo troppo, che stiamo invecchiando in fretta e un sacco di altri pensieri tibetani di questo tipo.

Nei giorni a seguire ho continuato a pensarci, a tutta questa storia della felicità, a tutta questa idea che essa debba arrivare, che sia in fondo alla via, il premio per aver fatto tutto come andava fatto. L’appagamento di quelle aspettative dopate con cui siamo cresciuti (fonti referenziate riportano che io, all’età di 15 anni, ritenessi che entro i 30 avrei avuto marito, figli e carriera…e anche una fetta di culo).

Il problema è proprio qui, nella confusione tra aspettativa e bisogno, nel pensiero che finché non avremo un certo qualcosa non potremo essere felici. Non è colpa nostra, se la pensiamo così. Non nella misura in cui siamo stati educati a pensarla così, a sentire sempre un bisogno indotto e a sfrantecarci le palle per appagarlo. Il ché non farebbe una piega, se nel mentre non dimenticassimo di godere di quello che, invece, abbiamo. E no, non sto parafrasando la versione Lidl di Vasco Rossi e il suo “chi si accontenta gode, così così”. No. Sto dicendo un’altra roba.

Sto dicendo che io potrei vivere pensando costantemente al fatto che non ho un compagno di vita e che potrei non trovarlo mai, che potrei non essere mai madre, che potrei non compiacermi mai dei temi scritti da mia figlia, oppure osservare mio figlio che, con il padre, spulcia i nostri album e scopre i Radiohead, e i Cure, e i Joy Division. Che non darò mai ai miei genitori la serenità di sapermi “sistemata”. Che ho perso occasioni e persone che probabilmente avrei potuto conservare. Che mi stanno spuntando le rughe e non dimagrisco manco per il cazzo perché io sto al cibo spazzatura come il caffé sta alla sigaretta che sta alla cacca. Ecco, io potrei pensare tutto questo e molto di più. E lo penso spesso. E, per un certo periodo, non ho pensato altro che questo. Poi, però, dopo un confronto con il mio life-coach (la Vagina Maestra), ho deliberato che non andava bene.

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Ho capito che ci sono cose contro le quali nulla si può, cose che quando arriveranno si affronteranno, tanto comunque non saremo preparati mai. E poi ce ne sono altre, che se proprio ci dolgono come una ragade aperta nell’anima, possiamo lavorarci: o modificando le situazioni, o modificando il nostro approccio mentale. E così ho imparato a pensare che quello che siamo – in buona parte – è quello che volevamo essere. Che a Milano non ci sono finita per caso, ma perché per anni ho perseguito uno scopo. Che se sono single non è perché ho incontrato dei carnefici, ma perché ho scelto dei coglioni (oppure, chessò, perché ho anteposto il mio ipertrofico ego al mio partner). Che se non dovessi mai essere madre, probabilmente sarà perché, si vede, in quell’ordine non detto di priorità che tutti abbiamo, la maternità non era in cima, per me. E via discorrendo.

Ho imparato a pensarla così e tutto ha avuto più senso. E adesso lo so, quando prendo una brutta deriva, cosa devo ricordarmi.

Devo ricordarmi che quella minchia di felicità io devo scovarla, nella mia vita. Perché forse la felicità non è una roba che a un certo punto l’UPS ti recapita a casa. La felicità forse devi volerla cogliere, costruire e vedere. A volte devi accettare di trovarla in cose diverse da quelle che avevi sempre pensato. A volte devi capire che è una tipa discreta, quella, una che si confonde con il resto, non fa baccano, spesso dura anche poco, può essere enorme ma sta dentro le briciole. E forse sì, forse un giorno arriverà suonando i tamburi, ma intanto è il caso di braccarla e prenderla, tutta quella che c’è. Perché spesso ce n’è, ma non ce la inculiamo.

Così io, lungi dal definirmi “felice” e fermo restando tutte le paturnie di cui sopra, accantonando il fatto che sul mio manifesto funebre scriveranno “I suoi sex toys, uniti nel cordoglio, ne annunciano la tragica scomparsa“, ecco, stante tutto ciò, io mi impegno per pensare anche ad altro.

Penso che ogni sera i miei genitori mi chiamano per darmi la buonanotte.

Penso che ogni ricorrenza ho un luogo in cui scappare per trovare affetto e pasta al forno.

Penso che ho un lavoro. Penso che ho un lavoro che mi piace. Penso a Cosmopolitan.

Penso alla VagiNight e a quando organizzerò la seconda edizione. Penso ai bicchieri di vino che bevo nella mia enoteca preferita.

Penso a quando ho visto Roger Waters dal vivo. E Morrissey. E i Depeche Mode. E gli Arctic Monkeys. E gli Interpol. E gli Smashing Pumpkins.

Penso alla vacanza ad Amsterdam e alla prossima che farò. Penso che faccio 40 minuti sul cross trainer in palestra e che, anche se nessuno li vede, io i bicipiti ce li ho!

Penso ai weekend con i miei amici, come quello scorso, a Bologna, a casa di Vaginaffa e del suo uomo, che tra due anni si sposano, e sarà il primo matrimonio per noi, per il nostro gruppo. E siamo tutti emozionati, per questo.

Penso che, mentre siamo lì, alle due di notte, insieme  a Braciola e Tarallino, mentre Frecciagrossa dice che sembriamo un film di Ozpetek e, volente o nolente, c’ha ragione, e io gli rispondo “Sì, però anche un po’ Muccino“, ecco io la sento, quella minchia di felicità.

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Perché forse sì, forse tra qualche anno ci mancherà anche questo. Anche fumare sul divano Bologna, di notte, mentre gli uomini giocano a Fifa e noi vagine (+ Frecciagrossa) facciamo il tifo. Forse ci mancherà anche ascoltare le paturnie sentimentali dell’uno o le vicende professionali dell’altro. Forse parleremo molto più di IMU e Tares che di noi stessi. Forse saremo sommersi dai pannolini, si andrà a letto alle 23, si dibatterà degli acciacchi. Forse rideremo di meno e ci annoieremo di più.  E sì, è passata una vita, da quando facevamo il Ferragosto in spiaggia, le storie di lingua sugli asciugamani umidi, i bagni di mezzanotte, le bottiglie di alcol da 4 soldi. E’ passata una vita da quando eravamo tali e quali a questi pischelli in Piazza Verdi, seduti per terra, ad affrontare la vita con un paio di jeans sdruciti e delle All Star ai piedi. E sì, certo, muoio di ricordi, tra queste strade che odorano di piscio e gioventù, tra questi portici c’ho lasciato tre anni meravigliosi. E sì, certo, c’avevo la bicicletta, che sì, avevo comprato da un tossico in Via Zamboni.

E’ vero. Non è più come allora.

Ora è come ora. E’ una cosa diversa.

Ma è bello uguale. Cenare e ridere. Insieme. Chi si sposa, chi va con i senegalesi, chi va con i finocchi, chi va con le milf, chi è deluso, chi ha scelto, chi è cresciuto, chi ancora si rifiuta di farlo.

Ecco, forse la felicità, in questo momento della mia vita, è una stella cadente nel cielo buio di metà agosto.

Puoi scegliere di non farci caso.

Io mi impegno per vederla.

L’amore arriva quando meno te l’aspetti

“Scusa se t’ho fatta aspettare tesò, ma c’era una fila al cesso, che poi non capisco, c’erano 4 uomini in coda…ma che fine hanno fatto i maschi che pisciavano in mezzo alla strada?”

Su questo quesito esistenziale è iniziata la mia serata con indievagina.

Indievagina è la mia unica amica single e io la ringrazio e la benedico, per esserci, per essere single, per affrontare la vita così come l’affronta, per svegliarsi più tardi di me alla domenica, per cenare più tardi di me alla sera, per bere tanta birra quanta ne bevo io, forse anche di più.

Siamo andate al Mom, che è un posto dove la gente beve e parla, dentro la musica è quasi sempre accettabile e fuori c’è un grande olezzo d’erba, che giova sempre. Ci siamo arrivate bevendo una 3/4 di Menabrea, che camminare con una bottiglia in mano è una roba che mi fa sentire sempre troppo giovane, come quando ero a Bologna, e la serata si faceva così, tra Zamboni e Santo Stefano, tra Piazza Verdi e via delle Moline, dove l’odore di Bombocrepes si mischiava col puzzo di piscio sotto i portici, e la luce giallognola stemperava il rosso dei mattoni medievali.

Siamo arrivate al Mom e abbiamo preso il primo giro di birra.

E ci siamo appostate fuori dove, tracannando e fumando (perché abbiamo decretato che bere birra senza fumarci sopra è come un coito che s’interrompe sul più bello) ecco, tracannando birra e fumando abbiamo parlato della nostra quotidianità. Del fatto che lavoriamo troppo e che parliamo troppo di lavoro, che lavoriamo troppo e guadagniamo troppo poco, che non abbiamo il tempo per fare tutto quello che Milano permetterebbe di fare, che non abbiamo novità sentimentali tranne certi flirt improbabili, che non ci facciamo prendere dall’ansia, che no, alla psicosi del non-mi-innamorerò-mai-più-porco-mondo bisogna resistere, che ci sarà da stilare un piano quinquennale per resistere all’inverno, che si, naturalmente si potrebbe scopare, volendo, ma che ritrovarsi un EgoFrocio che guardandoti la patata dica qualcosa come “La prossima volta però ti depili proprio tutta”, cioè, anche no. Voglio dire, ma vai a cagare: il pube è mio e lo gestisco io, cosa credi, di stare dentro Le Età di Lulù?

Abbiamo parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola.

E quando necessario, dobbiamo anche alienarci sul divano.

E abbiamo parlato di quanto odiamo quella roba lì, che laggente ti dice, quando sei single, come se non si rendesse conto di risultare insopportabile, un’incitazione alla violenza praticamente. Ecco, quando laggente ti dice: “Tranquilla (che poi, tranquilla cosa? Non mi pare di star avendo convulsioni), l’amore arriva quando meno te l’aspetti“.

Che tu vorresti sempre rispondere: “Egregio interlocutore della minchia, ma secondo te, se vivo in una società il cui intento principale è la parcellizzazione strategica della collettività in gruppi di 2 o di multipli di 2, se mi incammino verso i 30, se sono già in una fase della vita in cui risulta parzialmente stigmatizzante non avere un partner, che al di là delle sciocchezze sentimentali un partner fa sempre comodo, in quelle circostanze come cazzonesò, capodanno o le vacanze estive, ecco ma soprattutto, se non provo un brivido nel ventre da così tanto tempo che non sono nemmeno più sicura di averlo provato mai, ecco, di grazia, secondo te, gentile interlocutore della minchia, può esistere un momento in cui la Cenerentola che mi abita il deretano non si aspetti di trovare il cazzetto of her life tra i piedi?

Ti rispondo io: NO.

Non c’è.

Quella lì, Cenerentola del deretano, ce l’avemo tutte. E quella si fa i suoi film, se l’immagina, pensa a cosa proverà quando potrà di nuovo abbandonarsi all’illusione di essere innamorata e sentirà quella roba che parte dalla pancia e scende per le cosce e poi torna violenta nello stomaco. Quando giusto o sbagliato sticazzi. Sottrarsi è inesorabile. Abbandonarsi è sublime.

Ecco, perché quell’infame pensa sempre a ste cose, e le pensa in autonomia. Noi vagine, razionalmente, possiamo ignorarla, possiamo drogarla di xanax, possiamo pensare-a-noi-stesse-concentrarci-sulla-nostra-autonomia, possiamo spacciarle la nostra indipendenza come fosse oppio, possiamo ricordarle quanti limiti impone una relazione, quanto non saremmo felici nemmeno in coppia perché quando avevamo un compagno passavamo tutto il tempo a criticarlo. Insomma, noi possiamo fare delle azioni cerebrali contro quella Cenerentola lì. E possiamo anche vedere più mazze di una sacca da golf, ma non c’entra, perché quella prima o poi si sveglia e inizia a molestarci.

E inizia a farci sentire che, dopotutto, qualcosa ci manca.

E che la pretesa di bastare a se stesse è un tantino ipocrita. Un tantino presuntuosa. Un tantino bucolica.

Io e indievagina abbiamo bevuto e parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola. Abbiamo riso delle nostre incertezze e abbiamo camminato in un sabato notte autunnale, di un autunno non ancora inverno, non ancora freddo.

E abbiamo deciso che dobbiamo essere leggere, perché in realtà un giorno questa libertà ci mancherà.

Forse anche questa città.

Forse anche le birre al Mom alle 2 di notte, parlando di tutto quello che ancora non abbiamo, invece che di tutto quello che abbiamo già.

We want testosterone!

Ci sono certe cose che negli anni non cambiano.

Una di queste è il modo in cui mi sento gratuitamente fica quando Frecciagrossa mi scarrozza in motorino per Firenze.

Fin da quando avevo 19 anni e studiavo a Bologna, in quei tempi lontanissimi in cui vedersi ci costava 5 euri di regionale (contro gli attuali 53 euri di alta velocità), io amavo un sacco la vibrante sensazione del mio di-dietro adagiato sul sellino di Greg, che procedeva spedito nella brezza della primavera fiorentina, sul Lungarno, con il sole piantato in faccia e i colli in lontananza, e quella chiesa, che chiesa è, che abbiamo pure studiato a scuola, ma come minchia è possibile che io prendessi sempre 9 in storia dell’arte se ora non ricordo un beneamata fava?

Come quando ci siamo fatti insieme il piercing, all’orecchio lui e al naso io (un tremebondo brillantino che tutt’oggi adorna la mia narice destra), che io stavo a svenì, perché so una che il dolore lo regge un sacco bene.

Come quando mi ha schiavizzata per farmi fare le orecchiette fatte in casa (unico preparato che testimonia il mio essere vagina e terrona) per tutti i suoi coinquilini.

Come tutte le volte in cui lui si sveglia prima di me, prepara il caffé, io mi alzo miagolante e metto su “So What” di Miles Davis, e fuori c’è il sole, e decidiamo di andare in centro. Parcheggiamo Greg nei pressi del Duomo, guardiamo la cupola del Brunelleschi (sicuramente, almeno un 8 e 1/2 in storia dell’arte) e proseguiamo su Via de’ Calzaiuoli, per arrivare dritti in Piazza della Signoria, dove si erge maestoso Palazzo Vecchio.

Continuiamo giù per gli Uffizi, arriviamo sull’Arno, facciamo Ponte Vecchio. A volte, ci fermiamo a metà, scattiamo una foto, o guardiamo il panorama. Pochi secondi, tanto per, facciamo un commento razzista sui turisti giapponesi e riprendiamo la marcia. Arriviamo fino a Palazzo Pitti. E ci sediamo a terra, in discesa. Un tempo, A.S. (ante salutismo) fumavamo insieme, io e Frecciagrossa, a quel punto. Ad oggi, lo faccio da sola. Mentre lui mi racconta dell’ultimo flirt delle ultime 48 ore e io subisco un’illuminazione, chiarissima, e penso che nella prossima vita non solo vojo rinasce maschio, magro e superdotato. Vorrei pure esse finocchio. Il ché mi solleverebbe definitivamente dal peso di avere a che fare con le vagine, che francamente sarebbe non poca cosa.

Per pranzo andiamo ai Maledetti Toscani, una specie di salumeria tipica, dove ci fanno una schiaccia da farcire come ce pare e io so proprio felice della mia schiaccia con mortadella, mozzarella e salsa di carciofi da consumare sotto il pisello del David di Michelangelo. Poi, come da manuale, accompagno Frecciagrossa a comprare un gelato, prima che il suo umore vada in ipoglicemia isterica e, come sempre, gli anticipo che no, io non lo voglio, perché sono sazia, come non voglio una relazione sentimentale, d’altronde. Per sentirmi rispondere che tanto dico sempre così e poi lo prendo, il gelato. E, difatti, dopo pochi minuti: allora per me un cono piccolo, crema e nocciola, grazie, senza panna però.

A questo giro, per di più, era il compleanno di Frecciagrossa, che è il più vecchio, quello che per primo ha compiuto 27 anni in un anno in cui noi tutti compiremo 27 anni (ma io, più tardi di tutti). Per festeggiare siamo andati in un ristorante con i suoi amici, abbiamo magnato, bevuto e discusso sul resto della serata, optando in definitiva per lo YAG, locale naturalmente frocio (come i più sagaci potrebbero intuire leggendo specularmente il nome), dove in realtà volevo andare perché, anche se me viene un po’ male dirlo, non ero stata mai in un locale finocchio e già mi immaginavo situazioni da inferno dantesco, condito di sado-masochismo e promiscuità, oppure situazioni di estrema goliardia con Raffaella Carrà e la Rettore e addio mondo. In realtà, l’ambiente era più che altro Lady-Gaga-oriented ed era cosparso di manichini bianchi di corpi maschili, senza braccia, senza gambe, dai pettorali al pacco per intenderci, che si illuminavano di verde, azzurro e fucsia. Mentre ai due lati del locale, di fronte al bancone del bar, c’erano due ballerini cubisti albanesi alti 1 metro e 1 caciotta, che facevano mosse coordinate stile Veline di Striscia la Notizia, ma assai più ammiccanti.

A quel punto, però, la vagina se fa inevitabilmente du conti – naturalmente sbajiati – e pensa: allora noi vagine semo deppiù, tipo che per sette de noi ce sta n’omo. Se poi uno ce mette pure i froci e toglie quelli inchiavabili, lasciandoci pure de mezzo i fidanzati che tanto se sa che solidali nun semo, il risultato non cambia: quanto male semo ridotte?

E mentre questi pensieri osteggiavano il mio tentativo di sentirmi a mio agio in quel pout pourri di checce, devastata dal mal di piedi, mi gustavo Frecciagrossa in azione, attorniato da uomini diversamente eterosessuali incapaci di resistere al suo sex appeal.

Tra le frasi che decido di annoverare dopo questo weekend:

– “Io lecco tutto, anche le ascelle” by Frecciagrossa85

– “Uhm, ragazzini che giocano a calcio…interessante!” (per la famosa legge “mi piacciono tutti, dai 13 ai 45 anni”) by Frecciagrossa85

– “Con Vagina l’aspetto fisico non conta, se hai una buona dialettica, la sua vulva è per metà già tua” by Frecciagrossa85 al suo nuovo coinquilino etero, che avevo conosciuto da tipo…30 minuti. Forse meno.

Oggi so ripartita in alta velocità (per soli altri 53 euri), mi sono seduta al mio posto 61 nella carrozza 6 e ho aspettato, come sempre avviene quando si viaggia in treno, di incrociare lo sguardo di Ethan Hawke col quale iniziare una romanticissima relazione occasionale di 1 ora e 45 minuti. Niente. Intorno a me solo vagine.

A quel punto tutto è stato più chiaro: nell’imminente futuro bisogna riequilibrare il dosaggio ormonale del proprio micro-ambiente, perché semo vagine e We want testosterone.

Margherita Hack è una porca

Oh, buon anno.
Spero che le vostre ferie siano andate bene e spero soprattutto che siano finite, come le mie. 
 
Detto ciò, dei miei 9 giorni trascorsi in terra puglica posso dire che:
 
1. da un punto di vista alimentare ho deciso di annullare il confine tra la donna e la vacca, assumendo prelibatezze puramente terrone in quantità per lo più sconsiderata e con uno struggimento tale che pareva fosse l’ultima volta che me le magnavo nella vita (sapete, quella menata della fine del mondo…)
 
2. il bello di essere terrona e di vivere al nord è che quando torni al sud trovi alcune delle “innovazioni” del nord – che arrivano adagio, in ritardo, come gli aerei che piglio io – tramutate e rese, inspiegabilmente, oggetto di offesa ai danni del cittadino medio. Per esempio, nella mia città, all’alba del 2012, se so inventati i DOSSI. Che me sta pure bene che metti i DOSSI lungo la strada, così, ad minchiam, che se io non ce lo so che ce sta er dosso (e sicuramente non ce lo so perché in 20 anni lì non c’è mai stato un dosso) e tu nun me metti una lampadina, chessò, na fiammella alla citronella, un fiammifero, qualcosa che me permetta de vedé un minimo, e se io so già impegnata a non investì un par de cani randagi e a scostà le 13 voragini presenti su 20 metri di manto stradale (che la superficie lunare a confronto delle strade de casa mia se sente na dilettante), ecco poi è normale che io me devo frecare le sospensioni, o le gomme, o gli ammortizzatori. E nun va bene così. Un po’ come la scelta deliberata di introdurre le rotatorie nelle zone nevralgiche del traffico cittadino, così, senza un lavoro preparatorio sulla psiche del povero guidatore meridionale da sempre abituato a seguire la regola dell’ “incrocio a futt cumbagn” (anche noto come “fotti il prossimo tuo” o “chi prima arriva meglio alloggia”), che ignora totalmente principi basilari come la precedenza a destra in favore di una legge assai più intrigante: vince il più stronzo. 
 
3. ho frequentato tutti i posti della socialità meridionale che considero frequentabili. ho incrociato tanti sguardi e ne ho evitati molti altri. 
 
4. ho riprovato quell’appagamento che soltanto 2 birre e 1 cocktail a 9 euro totali possono procurarti.
 
5. ogni mattina rientravo alle 5 e trovavo la Vagina Maestra già in piedi, perché la Vagina Maestrache è l’amore più grande della vita mia non sta bene. Da tanto tempo, solo che mò va peggio. E la seconda mattina che l’ho trovata in piedi con la stampella e che m’è parsa vecchia per la prima vera volta, tirandomi fuori tutti i mostri con cui convivo, tutta quella tristezza violenta all’idea di non esserci ogni giorno, ecco io me so messa a piagne come una deficiente. Perché volevo prendermelo io il male suo. Tutto. E non potevo. Manco un po’. Poi me so placata. E le mattine successive le ho semplicemente fatto compagnia fino alle 7.00/8.00, mentre mi diceva un sacco di cose sagge sulla mia vita e io le dicevo un sacco di stronzate sulla mia vita. E la facevo sorridere. E la coccolavo assai. Poi se svejava mi padre e me ne andavo a letto. Il ché ha agevolato il mio già squilibrato bioritmo, com’è facile intuire. E continuavo a dire ai miei “ripijatemi con voi”. Ma nun me vojono, me sa.
 
 6. Sono stata tanto con gli amici miei, provando il piacere grandissimo di poterli vivere senza compromessi. Ho dispensato consigli che è un’attività alla quale sono preposta con loro, beandomi di ciascuno nella sua diversità, tra andirivieni di rozzaggini e frociaggini senza precedenti. Me piace ripensà alla nottata sul balcone di Frecciagrossa85 con Braciola e Tarallino. Mi piace ripensà alla fine di capodanno a chiacchierare di sesso con i miei 2 amici più storici, toccando apici di infinita saggezza come “Margherita Hack è una porca” (cit). Mi piace ripensà a quella sensazione d’esserci e di averli, che è una cosa che nun me capita mai a Milano, dove le persone le conosco al massimo da 3 anni. Me piace che so stata bene. Me piace che so stata bene da sola.
 
7. E Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, è stato un grande compagno di ferie, così tanto che avemo pensato che potremmo fa così: lui me se sposa e me campa e io je do un fijio. Naturalmente non scoperemmo, esattamente come tutte le coppie sposate. Però potremmo offrirci libertà sessuale, serenamente. Nun so, c’avemo da pensacce. Certo, lui è pesante e io so acida come poche, però se volemo bene.
 
8. Capodanno invece l’avemo passato alla villa al mare dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale che ha magnanimamente deciso di metterci a disposizione una villa che era già stata palcoscenico di un gran capodanno qualche anno fa. Non capisco mai se lo faccia perché ci vuole bene o perché voglia fare il figo con le vagine che ospita ogni anno e che a sto giro erano ben 2, russe, con tanto di vodka russa (che ci ha evitato di ingerire la vodka piscio comprata a 4.95 euro all’Eurospin) e insalata russa. Ma nun me importa. Io lo stimo, non fosse altro che per le sue infrastrutture, per l’impianto audio che monta ogni volta, per il proiettore, per le luci e per il rum che ce compra. Grazie!
 
 
E alla fine della fiera, l’alcol ce stava, il resto pure, l’amici anche e, quel che più conta, ce stava la musica che avevo contribuito a sceglie. E’ interessante sto passaggio, perché so partita con una serie di grandi classici rock per sfociare in qualche chicca indie degna della migliore Fujiko Night all’Estragon di Bologna, passando per CCCP e Rino Gaetano e poi…poi però il passaggio è stato inesorabile e spietato: IL TRASH!  Che sarebbe pure normale, si nun fosse che non smetto d’ascoltarlo, perché c’è da dì che il mio 2012 è iniziato sulle note di “Il triangolo no” di Renato Zero ed è proseguito ballando e urlando “coooompramiiii, io sono in veeeenditaaaaa e non mi creeeeedeereeee irraggiungibileeeeeee” oppure “coooos’èèèè laaaa vitaaaaa-a-a-a senza l’amoreeeee-e-e-e”. Il tutto inframmezzato da delle pause-spugnetta nelle quali dovevo ingozzarmi nel tentativo di non stramazzare fracica a terra.
 
 
Insomma, me so divertita assai, perché a me i capodanni alla villa dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale me piacciono sempre un sacco. Me piace bere con l’amici mia, me piace strusciarmi a Braciola che mezzo sverso me dice “Vagina, sei sempre affascinante e ultimamente ho un problema con le tue tette”, me piace la promiscuità amichevole, me piace lo streaptease del fidanzato muscoloso e glabro dell’amica mia VagiGnocca – che, per l’appunto, è gnocca paura – me piace mettere il rossetto rosso a tutti a mezzanotte – in barba alle basilari norme igieniche – e stampare baci in fronte a tutti, me piace il sorriso di VaginaAsciugamana che ogni anno a mezzanotte me mette in mano una stella filante manco c’avessimo 8 anni. E lo fa da 10 anni.
 
Me piace sentirmi a casa.
E me piace piacermi di più, perché non devo piacere a nessuno.
E allora canto, ballo e me diverto come solo quando si è liberi si può fare.  
 
Per il resto, le mie solite paturnie vaginali del cazzo le ho avute, sia chiaro. Qualche lacrima pure. Ma le ho scacciate via. E sulla pugnetta mentale, sul feticismo sentimentale, sulle stronzate nostalgiche e melodrammatiche, su quel desiderio improprio e anacronistico di avere accanto in un momento difficile chi mi aspettavo ci sarebbe stato e invece non c’era, perché umanamente non era in grado di esserci, beh su tutto questo ho comunque vinto. 
 
E ho vinto perché anche quando la Vagina Maestra è più vulnerabile sa abbracciarmi e darmi la forza di darle forza. E ci sono riuscita perché Frecciagrossa85 ha capito cosa mi crucciava senza troppe parole. E ci sono riuscita perché Tarallino dice sempre qualcosa di geniale sulle stronzate che dice Braciola e mi fa ridere. E perché VaginaAsciugamana e il suo uomo mi hanno promesso un polipo su crostone e Bologna. E perché VagiGnocca e il suo uomo muscoloso e glabro mi hanno detto di andarli a trovare a Londra.
 
Ce so riusciuta perché queste ferie sono state piene di affetto. Di quello vero che c’è da un sacco e che spero per un sacco ci sarà.
 
Il resto poco conta.
 
Però so fiduciosa. Prima o poi la smetterò di ascoltà la musica trash.