10 Critiche al Femminismo

[Questo post è talmente lungo che non sentirete la mia mancanza per un bel po’]

I più attenti avventori di questo blog, avranno certamente notato che nell’ultimo anno ho scritto una caterva di post a sfondo vagamente femminista. Un po’ è stata colpa del mio compagno, che è piombato nella mia vita privandomi della singletudine e di quel ventaglio di succulenti casi umani che erano grande fonte d’ispirazione per questo blog. Un po’ è stata colpa del tempo che passa, e del bisogno disperato che ho di vedere l’utilità in ciò che faccio. Cinque anni fa vedevo una enorme utilità nel denunciare che gli uomini italiani non sapevano leccarci la figa. Oggi vedo una grande utilità nel parlare di donne, di società, di diritti, di educazione, di consenso, oltre che di sesso&amore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento però, sono obbligata a fare una brutale automarchetta: ho pubblicato un ebook, è un libretto agile ed economico, che raccoglie alcune riflessioni su un tema di cui si è molto dibattuto (spesso molto male) negli ultimi mesi. Il titolo è “MOLESTIE PER L’ESTATE – Le 7 volte che non ricordavo“. Lo trovate solo su Amazon e, se non siete dotati di lettore kindle, don’t panic! Potete scaricare qui l’app gratuita e leggerlo sui vostri device.

Ora che ho adempiuto al mio dovere di Wanna Marchi, veniamo alle 10 più comuni critiche mosse al femminismo.  Lo faccio perché alcune commentatrici hanno sollevato alcune legittime perplessità, che comprendo e che ho sperimentato in prima persona. Non ho sempre pensato a me stessa come a una femminista radicale, anzi. Nel 2013 scrivevo che non ero femminista e che le femministe mi stavano sul culo, perché loro s’erano beccate le minigonne e il libero amore, e noi la ceretta brasiliana e le cripto-checche metropolitane. Nel 2013 mi davano della femminista e io ne prendevo le distanze, e non ero molto diversa da voi che oggi mi scrivete “…non me ne vogliano le femministe, ma…“, come se il femminismo fosse una cosa altra, rispetto a voi. Come se non vi riguardasse dalla punta dei piedi alle doppie-punte che avete nei capelli. Non me ne vogliano, le donzelle che si sentiranno chiamate in causa riconoscendosi come autrici di quelle obiezioni, se il mio tono dovesse suonare un po’ secco. Lo faccio per andare al punto, e sono grata a chiunque alimenti questa conversazione.

Tornando a noi: se pensate che questo argomento sia noioso, avete ragione. Andatevi a leggere il più recente aggiornamento sul matrimonio Fedez-Ferragni. Fatelo, è vostro diritto. Non ha senso continuare, se il tema vi annoia.

Se siete giunte a questo capoverso, invece, vuol dire che possiamo entrare nel vivo:

1. “Perché dovrei essere solidale con un’altra persona SOLO perché donna? Voglio dire, è davvero questo il criterio differenziale?”

Essere solidale con un’altra persona solo in quanto donna è una cosa possibile nel caso in cui si capisca chiaramente il significato di essere donna. Quale, in altri termini, sia la storia delle donne. E poi quale sia la storia del femminismo. Quando è nato? Come? Per quali ragioni? Quali sono state le sue conquiste? Quali i suoi fallimenti? Se ti stai chiedendo perché dovresti fare la fatica di acquisire queste informazioni, la risposta è che queste informazioni parlano di me, di te, di tua madre, di tua nonna e della figlia stai crescendo o di quella che un giorno forse crescerai, o di quella che sta crescendo le tua migliore amica e dalla quale ami farti chiamare “zia”. Ecco, studiare qualcosa sul femminismo serve più del centocinquantesimo giocattolo che le regali. A voler ampliare ancora di più la prospettiva, però, puoi anche pensare che sapere qualcosa sulla storia delle donne, e sulla storia del femminismo, possa aiutarci a capire meglio la nostra attuale condizione. A fornirci una panoramica globale della situa(zione).

2. “Ogni essere umano ha molteplici aspetti, bisogna fermarsi solo al genere? Mi sembra riduttivo”

Anche a me sembra riduttivo! Sono completamente d’accordo. Proprio per questo mi disturba essere discriminata in quanto donna. L’intento non è distinguere gli esseri umani sulla base del genere, ma esattamente il contrario. Ora, il discorso è complicato assai, ma a qualunque latitudine tu ti ponga, se osservi il MONDO, le donne non se la passano benissimo da nessuna parte. Pensa: noi siamo quelle messe meglio. Potrei diventare ulteriormente noiosa, citando dati e ricerche, per dimostrare che non è una suggestione, ma un fenomeno sociale trasversale e documentato (da fonti come l’Unesco).

3. “Una donna ha sempre ragione solo perché donna? Mi sembra assurdo!”

Non penso di aver detto questo. Non penso che nessuna persona sensata lo direbbe. Tuttavia, accade spesso una donna abbia torto, solo perché donna; che menta, solo perché è donna; che sia opportunista, solo perché è donna; che sia puttana, solo perché é donna; che debba guadagnare meno di un uomo, solo perché è donna. Mi sembra che la società ponga sempre in dubbio la sua integrità, e la sua moralità, solo perché è donna. Accade spesso che le donne vengano lapidate, metaforicamente e letteralmente. Accade che vengano violentate, mutilate, ammazzate, sfigurate, stuprate, sfruttate a qualunque livello di qualunque società. Non faccio esempi per ogni esempio, perché se no non ne usciamo più. Ma basta che ci pensiate un po’, e vi verranno in mente.

4. “Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità, ma è terribile applaudire, chesso, una manager di una grande azienda solo perché donna, solo per dire “avete visto, maschietti, che le donne sono più forti/intelligenti/brave?!?!”

Bisogna andare a lavorare laddove esistono ancora disparità. Cioè ovunque. E chi ci deve andare? Le nostre madri? Le ragazzine? Chi deve andare a lavorare laddove esistono ancora le disparità, se non noi? Gli uomini? E perché gli uomini dovrebbero occuparsi di eliminare una disparità o, chiamandola con un altro nome, un loro vantaggio? Perché dovrebbero rinunciare a una fettina del loro potere, per darne a noi? Perché gli uomini non sono avidi, potresti rispondermi e in quel caso io ti guarderei, ti sorriderei come se tu mi dicessi che credi a Babbo Natale e ti ricorderei che in America è stato eletto Donald Trump e in Italia, Matteo Salvini, e se questo ti pare un clima nel quale qualcuno possa occuparsi delle donne, se non nel ruolo di madri, mogli e troie, hai veramente un serissimo problema di ottimismo 🙂 Quanto agli applausi alle donne manager e a tutta la mitologia su chi “ce l’ha fatta”, cosa posso dirti? Forse non ci sarebbero se la realtà occupazionale fosse diversa. Se i tassi dell’occupazione femminile fossero diversi. Se il potere si aprisse alle donne o se le donne se lo prendessero, nessuno applaudirebbe una donna manager. Nessuno avrebbe motivo di farlo, nessuno guarderebbe con sufficienza quella che invece rinuncia alla carriera; nessuna donna in carriera si sentirebbe superiore o farebbe di tutto per ostentare la sua posizione di potere davanti alle altre. Insomma, ognuno farebbe che cazzo vuole. Quando le donne dicono di essere più forti/intelligenti/brave, vogliono solo dire: “Siamo forti/intelligenti/brave anche noi!”. Vogliamo esserci, come voi, perché ne abbiamo le capacità e le facoltàFinché esisteranno cose come “le quote rosa“, esisteranno donne che si vanteranno di essere più brave degli uomini. Infine, sulla donna manager rampante: pensa a quante gliene direbbe dietro la società se, per esempio, per fare carriera non facesse un figlio. Chiunque di noi, in questa cultura edificata integralmente sull’uccello, paga il prezzo di essere donna. Lo paghiamo in modi diversi, ma lo paghiamo tutte. Quanto più lo capiremo, tanto meno lo pagheremo. Se non l’hai visto, guarda Battle of Sexes. È un film carino, ispirato a una storia vera, ambientato negli anni ’70. È in tema ed è ancora attuale.

5. “Il problema di molte donne è che sono troppo competitive: il gattamortaggio, la zoccolaggine e la prepotenza non possono essere strategie da applicare, in particolare in ambito lavorativo”

Le donne, come tutti gli esseri umani, hanno anche atteggiamenti sbagliati, non c’è dubbio. Io stessa li ho criticati (e auto-criticati) in più occasioni (e su temi anche molto diversi). Per esempio, io sono entrata spesso in competizione con le mie amiche. Perché? Perché sono competitiva, e chi si somiglia si piglia, ed eravamo competitive e sì, ci siamo scannate, a volte ferite, ma anche molto amate.  E allora? Buttiamo al cesso il genere femminile, perché tanto noi donne siamo tutte stronze? Capite, non si può. I rapporti femminili sono un terreno delicatissimo e non solo in ambito lavorativo, quando c’è rivalità tra colleghe. Pensa che per moltissime donne uno dei nodi più irrisolti dell’anima è il rapporto con la propria madre. È tutto un casino intricato, se non decidiamo di scioglierlo. Per farlo, però, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri errori sono conseguenza di un’i-n-f-i-n-i-t-à di ingiustizie, più o meno evidenti, più o meno vergognose, più o meno naturalizzate, perpetrate per millenni ai danni delle donne. Tu dirai: vabbè, cosa c’entra con quella stronza della mia collega? C’entra, perché siamo in gara, in un circo costruito, gestito, pensato dagli uomini e per gli uomini. Come è potuto succedere? Perché il nostro genere non sa neppure di esistere, se non per le stronzate fallocentriche di cui ci occupiamo (le rughe, la cellulite, le diete per non ingrassare, le ricette per farlo mangiare e i pratici consigli per soddisfarlo a letto). Io non voglio la solidarietà femminile, voglio la consapevolezza femminile, che è tutta un’altra cosa.  Le donne, per quanto popolino il mondo dai tempi di Adamo e della più grande peccatrice della storia, non hanno mai creato – tranne che in rari casi – un loro modo di essere capi, di avere potere e di gestirlo. Ovviamente, esistono eccezioni (e sono esistite società matriarcali), ma un modello consolidato non c’è o ce ne sono davvero pochi, quindi ci vuole tempo e tanta pazienza, per crearli. Ancora oggi, l’unica possibilità, è mutuare schemi maschili, accettarne le logiche perché sono le uniche che conosciamo, le uniche che esistano nella vita pubblica, sul lavoro e nel potere. Ci vuole il coraggio di instillare un cambiamento culturale. L’immaginazione per pensare un’alternativa. La capacità di creare un pensiero diverso. Sembra difficilissimo, e forse lo è, ma vale la pena provare.

6. “Se io metto in risalto qualche differenza, la faccio esistere, le do un nome, allora quella “cosa” diventa un problema.”

Sì, l’idea è quella di sollevare il problema e dargli un nome, precisamente. Ma non è che il problema sorga nel momento in cui lo mettiamo in evidenza. Il problema esiste da prima. Da millenni. Inossidabile. Semplicemente, ora ne stiamo parlando.

7. “Io la solidarietà la do a chi secondo me la merita, che sia uomo o donna.”

Beh sì, mi sembra giusto, anzi mi sembra il minimo di umanità. Non è che io, di fronte a un uomo vittima di un’ingiustizia, invece, me la goda. La solidarietà è un sentimento nobile, uno dei più belli, e per definizione una persona o ce l’ha in animo, o non ce l’ha. Tu però, in quanto donna, sei soggetta a delle discriminazioni, per il solo fatto d’essere donna. L’entità di queste discriminazioni, dipende dall’epoca, dal paese e dalla cultura in cui vivi. E non ti sembra una strana coincidenza? E non ti sembra un incredibile comune denominatore?! Nessuno pretende che dobbiamo starci tutte simpatiche, ma non vedo perché non dovremmo, tutte insieme, pretendere di essere pari, pretendere di accedere alle stesse opportunità, pretendere di ridiscutere gli argomenti dell’agenda collettiva e di evolverci in una direzione davvero nuova.

8. “Le donne in gamba sono capacissime di meritare la solidarietà e il rispetto per ciò che fanno e dicono, non perché donne.”

Ma chi sono le donne NON in gamba? Quelle che scopano per fare carriera? Quelle che vanno con gli uomini sposati? Quelle che tradiscono, quelle viziose, quelle che spendono, quelle che mentono, quelle che non cucinano, quelle che se ne vanno, quelle che si fanno il fidanzato dell’amica, quelle che si trastullano solo con i selfie, quelle che s’ammazzano di antidepressivi, quelle che parlano male di noi alle nostre spalle? Io non riesco a credere che ciascuna donna, persino la più stronza, non abbia qualcosa di importante, di unico, di potente dentro di sé. Che cazzo ti devo dire? Mi è venuta questa fede mistica, questa fiducia profonda nel genere a cui appartengo, che proprio non ho dubbi. E credimi, figurati se a me sono state simpatiche tutte le donne che ho incontrato sul mio cammino. Figurati se a tutte loro sono stata simpatica io! Eppure, dobbiamo smetterla di ricadere sempre nell’odiosa dicotomia delle sante e delle puttane, delle amiche e delle nemiche, delle giovani e delle vecchie, delle sposate e delle single, delle mogli e delle amanti, delle madri e delle nullipare. Dobbiamo smetterla di applicare il pensiero elementare e binario alla femminilità. Siamo molto più complicate (secondo Fiorella Mannoia). Molto più sofisticate (secondo me).

9. “Perché certe donne, non avendo il coraggio di esprimere a chiare lettere i loro desideri e/o carattere devono sempre vedere la donna intelligente e assertiva come una minaccia?”

Nei contesti pubblici, di maggiore o minor potere, la voce femminile non è mai particolarmente gradita. Non è un’invenzione recente, ma un costume che esiste dai tempi degli antichi greci, che come saprai costituiscono le fondamenta della nostra cultura. Chiarito questo, non abbiamo molto da stupirci del fatto che anche le donne non siano abituate alla voce delle donne. D’altra parte, il cambiamento di cui sentiamo bisogno è imponente e richiedere tempo. Nel mentre ci tocca restare coerenti con la nostra natura, la nostra educazione e il nostro carattere, e continuare a spianare la strada per una società nella quale la nostra voce sia udibile e le nostre opinioni accolte e rispettate meglio, da tutti, uomini e donne.

10. “Perché le donne, protette dal femminismo, ormai frignano per qualunque cosa?”

Questa è una delle mie preferite. Dire che le donne sono PROTETTE mi suscita, come minimo, un sorriso sarcastico. Dove, esattamente, le donne sarebbero protette? In quale angolo del mondo non esistono discriminazioni? In quale paese del globo terraqueo non si rileva l’esistenza, più o meno istituzionalizzata, della violenza di genere? Quale aspetto della nostra vita non viene vivisezionato, giudicato e condizionato da una società che non ci corrisponde? Esistono organi internazionali che si occupano dei diritti civili delle donne e della parità di genere. Non è una “fisima”, non è una “pippa mentale” e non è un “piagnisteo”. Le donne non stanno frignando. Le donne stanno pensando, stanno parlando, stanno spiegando. Non dico dobbiate ascoltarle, o supportarle. Però, magari, su qualcosa hanno ragione e, nel dubbio, sarebbe carino non schernirle, non sminuire le loro istanze, chiedersi quali siano le loro ragioni, provando persino a scavare leggermente più in profondità.

11. (non è una domanda ma una riflessione con cui volevo salutarvi) “Le bambine oggi per essere “giuste” devono essere “ribelli”, giocare a giochi da maschio, le donne devono essere boss con i controattributi e avere carriere al top. Sarebbe bello se le donne potessero finalmente scegliere senza pregiudizi cosa essere e come esserlo. ” […] “Mi piacerebbe un futuro in cui ogni donna possa scegliere quello che vuole, senza DOVERSI conformare a quello che la società si aspetta da lei in quel momento, che sia fare figli o fare carriera, giocare alla principessa o a calcio, vestirsi di rosa o azzurro”

Qualche tempo fa ho pubblicato un post che parlava del femminismo pop, commerciale e modaiolo (fem-vertising, nel linguaggio del marketing): le t-shirt da 400 dollari di Dior; la faccia di Frida Kahlo stampata ovunque senza criterio; la retorica delle femmine alpha e tutto quel femminismo di maniera, superficiale, che non scalfisce lo status quo. Detto questo, però, al netto delle sue derive più gossippare o più di tendenza, le femministe vere esistono. Non sono cattive, non sono sommerse dai peli e non vogliono obbligare le bambine a vestirsi d’azzurro o a giocare a calcio. Le femministe vogliono che le donne siano libere di autodeterminarsi, vogliono che gli uomini abbiano la stessa libertà e siano sollevati dal fardello di stereotipi sorpassati. Le femministe si stanno interrogando sul benessere esistenziale della nostra società, sull’educazione dei più giovani, su cosa bisogna fare per risolvere piaghe collettive come il bullismo, la violenza, le molestie, il razzismo, il sessimo, l’ignoranza sentimentale e il body-shaming. Alcune si stanno occupando anche di politica, di ambiente, di economia. Naturalmente sono d’accordo sul fatto che una donna debba essere indifferentemente libera di scegliere se mettere su famiglia, o dedicarsi alla carriera, o procurarsi un esaurimento mentale e fare entrambe le cose. Se i toni del femminismo sembrano duri, a volte, se l’atteggiamento appare radicale (fare le ribelli, le dure, le “donne con le palle”) è perché il femminismo ha bisogno anche di quel cuneo. Per cosa? Per scalfire la cultura in cui viviamo immersi fino al collo (e bada, la scalfisce solo). Ma sia chiaro: la causa femminista ha bisogno di chiunque, di tutte le donne (e degli uomini), anche e soprattutto di quelle a cui piace il rosa e che hanno giocato tanto con le bambole. In un altro post parlo dei diversi tipi di femminismo, e della differenza che c’è tra la narrazione del femminismo e la realtà del femminismo. Prova a scoprire cosa stanno facendo nel mondo le femministe oggi, e non parlo del caso Weinstein, ma dei contenuti che stanno producendo e dei temi che stanno sollevando. Se lo farai, ne sono certa, non potrai che sentirti rappresentata come mai in vita tua.

A questo punto io vi saluto, sperando di riuscire a ritagliarmi qualche giorno di ferie e relax. Vi auguro di stare bene, riposarvi, abbronzarvi, mangiare bene, fare all’amore, viaggiare lontano ma pure vicino, bere buon vino, ridere e leggere 🙂

Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.