Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Niente, è quasi Natale

Niente, volevo dirti che è quasi Natale.
Volevo dirti che qui è freddissimo e che ancora non capisco come cazzo facciano i milanesi a sopravvivere all’inverno senza fare ricorso alla piuma d’oca. Sì, io i piumini ce li ho. Sì, sono una terrons, lo sai perfettamente. Però mi rifiuto di usarli, perché vivo a Milano da troppo tempo, lo capisci. Il problema, vedrai, è che a forza di fare la figa e uscire col cappottino quando qua ci son due gradi, m’ammalo. Un bel Natale con l’influenza.
Janis dice che i milanesi mettono i micropiumini sotto i cappotti. Così non muoiono di freddo. Dimenticavo che i milanesi sono magri. E comunque, volevo dirti, povere oche.
Niente, è quasi Natale. Milano è bellissima. Hai presente quando il freddo ti prende a schiaffi appena varchi la soglia di casa e l’aria è densa ma leggera insieme? E c’è quella specie di nebbia incerta, che sembra di muoversi nel latte totalmente scremato, e i respiri si condensano all’istante subito fuori dalle nostre bocche? Ecco. È così. Però con le luci di Natale appese da una sponda all’altra delle vie. Gli alberi. Le vetrine a festa. Le pasticcerie che scintillano. Le vecchie con le pellicce di visone. I vecchi coi cappelli. Le sciurette che spingono le carrozzine. Le auto che suonano i clacson. Le persone che ti invitano all’aperitivo pre-natalizio. Alla festa pre-natalizia. Alla cena pre-natalizia. Che insomma placatevi. Partiamo per una settimana di ferie, mica per il Vietnam.
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Niente, è quasi Natale e volevo dirti che non ho comprato nessun regalo. Non farò regali a nessuno quest’anno. Ho troppi pochi soldi e troppa poca voglia. Spero anche che nessuno me ne faccia. Se tu ci fossi, però, a te lo farei. Ne avrei già in mente due o tre, di cose, che mi piacerebbe regalarti.
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Niente, è quasi Natale e tornerò giù. Sì, farò le mie solite tappe. Prima l’Abruzzo, poi la Puglia. Ma non mi fermerò a lungo. Ho un sacco di lavoro arretrato da sbrigare. Succede così quando sei free-lance. Non hai un capo da cui andare e dire: “Senti hai rotto il cazzo, io questa roba non la faccio! Sono piena”. Il tuo capo sei tu. E, insomma, tutto ciò che arriva lo prendi. O quasi. Voglio dire, hai capito. Tipo come i ragazzini pre-adolescenti quando si infilerebbero anche in un buco nel mobile di legno della nonna, fatto dalle tarme.
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Niente, è quasi Natale e sono terrorizzata da quanto mi faranno mangiare i miei parenti. Ma sono tanto felice di rivederli. Anche perché ormai non li vedo quasi più. Succede così, quando si cresce. Però, quest’anno ho giocato d’anticipo e sono andata in palestra come una pazza furiosa per ben 6 giorni consecutivi, prima di partire. Tutti i giorni, per mettermi in forma prima del salasso alimentare. Comunque non ho perso un solo kg.
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Niente, è quasi Natale e a me non piace il torrone. Neppure il panettone. Neppure il pandoro. Mi piace la pasta al forno con le melanzane fritte che fa mia zia. Che mangi quella e muori. Mi piace il polpettone che fa mia madre. Mi piace quando dopo la siesta giochiamo a sette e mezzo. Mi piace quando diciamo che non ceneremo perché a pranzo abbiamo mangiato troppo e alle 19.40 apparecchiano di nuovo la tavola giusto con i taralli, le olive, i nodini di mozzarelle, il capocollo, e i miei mangiano di nuovo perché “devono prendere le medicine” e non possono farlo a stomaco vuoto. Certo.
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Niente, è quasi Natale e per il primo anno non si rispetterà la “tradizione del 27” con i miei amici. Che venivano a casa mia già mangiati e si giocava a zumpacavallo, prima, e a poker alla texana, poi.
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Niente, è quasi Natale e io ancora non so cosa farò a Capodanno. Penso niente. Penso che neppure mi importa, a dire la verità. Che un tempo organizzavo le super-feste, iniziavo a mobilitarmi da ottobre. E invece ora non lo so. Non so dove sarò e non so con chi. È solo una sera, come tutte le altre, no?
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Se tu ci fossi, però, con te saprei cosa fare. Inviteremmo a cena i nostri amici. Cucinerei io ma mi farei aiutare dalle altre. Tu ti occuperesti del vino e della musica. E li accoglieremmo tutti in sala, nella casa vera che avremmo, proprio una casa intendo: non un garage adibito a casa, non un sottotetto adibito a casa, una cosa vera, con il bagno con la finestra, per dirne una.
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Datemi le giacche, le appoggio in camera da letto.
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Useremmo il servizio buono di piatti, come i veri borghesi. E dopo cena mi aiuteresti a metterli in lavastoviglie. Si può lavare il servizio buono in lavastoviglie, no? E poi giocheremmo a carte, o parleremmo, e rideremmo, continuando a bere vino. E aspetteremmo la mezzanotte. E poi, intorno all’1 i nostri amici gay se ne andrebbero per andare a ballare da qualche parte. Gli altri resterebbero ancora un’oretta, a bere un amaro o una grappa. E poi resteremmo soli. Finalmente. E forse saremmo troppo stanchi e troppo ubriachi per scopare. Forse io mi struccherei in bagno mentre tu ti lavi i denti, mi aiuteresti a tirare giù la zip del vestito, mi daresti un bacio sulle spalle. Forse commenteremmo qualche aneddoto che i nostri amici ci hanno raccontato, spegnendo tutte le luci. Forse, infilandomi a letto ti direi che l’anno prossimo però, se tutto va bene, se ho più soldi, ce ne andiamo in vacanza al mare, in qualche posto esotico di quelli che su Instagram prendono un casino di like. Tu mi stringeresti, da dietro, acconsentendo. Forte, fortissimo. E ci addormenteremmo di sasso. Satolli. Un po’ sbronzi. Molto sereni.
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E l’amore lo faremmo la mattina dopo.
Appena svegli.
Per dare il buongiorno al nostro nuovo anno.
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Se tu ci fossi. Se tu esistessi.
Il fatto, invece, è che niente, è quasi Natale, e tu non ci sei.
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Caro 2015

Caro 2015,

ti scrivo perché in questo periodo in cui tutti stilano elenchi di buoni propositi personali di cui non gliene frega una beata a nessuno, io volevo banalmente salutarti. So che sembra una minchiata, e in effetti lo è, però – ne converrai – esiste una specie di misticismo laico nella chiusura di un anno, un ciclo di vita, un pezzo di storia, e l’inizio del successivo.

Per questo ti scrivo. E anche perché voglio ringraziarti.

Voglio ringraziarti per le persone interessanti che la mia vita la abitano, la popolano, la bazzicano, l’attraversano e lasciano un segno.

Voglio ringraziarti per gli affetti di sempre che continuano a esserci, quando torno nei luoghi del mio passato, per Pasqua, per Natale o per un arrosto di bombette e salsiccia ad agosto.

Voglio ringraziarti per l’audacia che mi hai dato di tagliarmi tantissimo i capelli in primavera. E di lasciarli ricci. E di trovare un’altra me, assai più simile a come sono io, oggi.

Voglio ringraziarti per avermi insegnato che Milano è bella, da scoprire, da visitare, da mostrare (tanto che quando i miei genitori sono venuti a trovarmi, abbiamo deputato una giornata intera al turismo metropolitano, per la prima vera volta da quando vivo qui).

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Voglio ringraziarti per il cane del mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale, un delizioso Cavalier King con lo strabismo di Venere, che mi è stato molto di supporto (il cane) in momenti in cui solo la pet theraphy poteva salvami da attacchi di misantropia radicale.

Voglio ringraziarti anche per i weekend a Lecce, a Palermo, a Courmayeur, a Copenaghen, a Londra e i numerosi in Abruzzo, e la settimana a Ibiza. E anche per le Spa in cui mi hai fatta alloggiare (sti cazzo di addii al nubilato).

Voglio ringraziarti per il matrimonio della mia prima amica-sorella, che le amiche-sorelle sono quelle che ci si conosce da quando si aveva ancora il monociglio (entrambe), si usavano le camicie di flanella (lei), o si avevano gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde (io). Le amiche-sorelle sono quelle che si ricordano la faccia e il soprannome del tipo che ti piaceva al primo anno di liceo (uno del quinto, alto, biondocongliocchiazzurri, che faceva il modello sulle locandine dell’Ipercoop di Taranto), o che ricordano il cognome del tuo primo fidanzato. Quelle che ti hanno prestato milioni di fazzoletti di carta e quelle a cui hai tenuto milioni di volte la porta del cesso. Quelle che non si contano più i capodanni, ferragosti, compleanni, lauree, festini, fronti tenute su mentre “eh ha mischiato troppo” (io) oppure “eh, troppi cicchetti, ora dorme” (lei). Le amiche-sorelle sono quelle con cui si diventa amiche quando non si è ancora capaci di essere amiche tra donne, perché donne non si è ancora, perché si è preda di quel magma psico-ormonale che è l’adolescenza. Ma si resta amiche, punti di riferimento indubbi, famiglia. Ecco, si è sposata la mia prima amica-sorella. Ed è stato forte.

Voglio ringraziarti per le ore trascorse in chiacchiere con mia madre e mio padre, ai quali mi ritrovo a spiegare cosa sia Tinder, come funziona questo mondo d’oggi, in cui la loro deliziosa figlia unica è così unica da essere single. In cui ascolto mia madre che fa un corso di educazione alimentare e mio padre che vorrebbe farne uno di inglese e li amo, e sono orgogliosa di loro, come loro dovevano esserlo di me quando andavo a scuola, che si sa che a un certo punto i ruoli iniziano a invertirsi, tra genitori e figli, no? Tutte quelle ore che servono a recuperare le distanze di questa vita a distanza, fatta di “no, niente di particolare, sì, sì, tutto bene, niente, sì, sono stanca, no, non ho ancora cenato, lì che si dice? Com’è il tempo? Come state?” per un totale di 3 faticosi minuti di conversazione.

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Voglio ringraziarti per le decisioni che sono riuscita a prendere e per il coraggio (o follia) con il quale ho deciso di provare a fare ciò che amo, da free lance, senza sapere se sopravvivrò o diventerò una clochard.

Voglio ringraziarti per tutti i momenti di merda che però sono stati cruciali, al fine di accettare la terribile idea di essere adulta, di non essere più la ragazzina di papà, quella che qualcuno prima o poi salverà, quella che può demandare agli altri la propria maturità. E le proprie responsabilità.

Voglio ringraziarti per le 4 sedute di psicanalisi. Un mese, è durata. Poi stava diventando una relazione troppo solida e ho ritenuto opportuno interromperla. Che poi è una cosa bizzarra, la psicanalisi.  Ti siedi di fronte a un estraneo, in una stanza spoglia e piuttosto triste, e gli parli dei cazzi tuoi, quello non ride nemmeno alle tue battute (perché tutto sommato io andavo a fornirgli una prestazione di cabaret) e non sei nemmeno del tutto sicura che ti stia ascoltando, o che non pensi “Diobbuono l’ennesima trentenne interrotta che mi centrifuga le palle con i suoi problemi da primo mondo e con il suo banalissimo disordine interiore“. Comunque magari ricomincio.

Voglio ringraziarti perché nonostante le liti, le discussioni, le lacrime, il nervosismo, lo stress, l’incertezza, l’ansia, le minacce, gli avvocati, gli insulti, gli sputtanamenti, le bugie, le mediocrità, e l’insonnia, nonostante i treni e i voli persi, gli allagamenti in casa e i lavori di ristrutturazione per due mesi, e le tasse da pagare, nonostante tutto ciò, sei stato un anno decisivo.

E ti saluto a testa alta, ben lieta che tu ti tolga dai coglioni, ma senza negarti la tua dignità.

Voglio ringraziarti perché non sei stato un anno semplice, ma di sicuro nemmeno il più difficile.

Voglio ringraziarti, infine, caro 2015, perché mi lasci con un unico, prezioso e fondamentale, proposito per il tuo successore 2016. Ossia rendere più semplice quella cosa complessa e criptica che è amare se stessi, accettarsi, assolversi.

Giudicarsi e giudicare con meno ferocia.

Volersi bene.

Aprirsi, insomma, al cosmo e alle sue infinite possibilità, come dice la mia amica GuruVagina.

(cioè: smettere di fumare, andare in palestra, tonificare, mangiare meglio, leggere di più, viaggiare di più, uscire di più, spugnettare di meno, andare a letto prima la sera, essere più presente per le persone che amo e allontanare i pieni-di-merda. Spalmare la crema in faccia tutti i giorni,  che ormai c’ho 30 anni, fare tutti gli esami medici che avrei dovuto fare 1 anno e mezzo fa e che ho rinviato fino ad ora, frequentare persone che ho autenticamente piacere di frequentare e dire no alle altre. Buttare i vestiti vecchi, le scarpe vecchie, gli amori vecchi…oppure regalarli ai poveri. Cercare stimoli, assecondare passioni, soddisfare curiosità. Esplorare. Non avere paura. Accettare gli inviti a bere qualcosa. Conoscere gente nuova. Volare, lontano, quando possibile. Da sola o in compagnia. Fidanzarsi magari, anzi trovare un compagno di viaggio. E poi ciulare, di grazia, quello sì, con più flessibilità e con standard dignitosi in termini di qualità e quantità).

Ciao 2015, e avanti 2016! E, fammi la cortesia, cerca di essere un buon anno.

Duemilaquattordici

Come ogni anno, a Natale, sono tornata a casa, la casa vera, nella terronia in cui ci scambiamo l’amore profondo dandoci i baci più alti del mondo. Sono tornata e ho ritrovato la mia famiglia, mia zia che confonde l’altezza con il sovrappeso e sostiene che “grossezza è mezza bellezza”, i miei cugini, i miei pochi amici rimasti giù e tutti gli altri, emigranti, rincasati all’ovile in occasione della santa ricorrenza.

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Ogni anno è tutto uguale, anche se ogni anno qualcosa cambia. Anche se ogni anno ho paura che l’anno dopo non sia lo stesso, che noi putridi sentimentali c’abbiamo la nostalgia prima ancora di vivere e questo si sa, che prima o poi la gente smetta di tornare, che inizi a figliare, che viaggiare diventi un casino e che boh, ci vedremo tutti di meno. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto, eccezione fatta per il fatto che non riusciamo più a digerire i ritmi alimentari del sud come un tempo e che non siamo più disposti ad acquistare alcol di risulta per le nostre feste. Per ora, però, ogni cosa è al suo posto: le serate nello stesso locale di sempre con i suoi cocktail a 4 euro e cinquanta; la tradizione del 27 a casa mia a giocare a poker; l’euro al parcheggiatore abusivo che ti chiama “Capo” se sei maschio e “Dottoré” se sei femmina; le polemiche sulle regole dell’Asso che Fugge; lo scopone scientifico alla fine di tutte le serate; il superpuzzone tarantino fumato su un balcone di periferia; i cani randagi che abbaiano in lontananza; l’umido della notte sopra le macchine e le nostre chiacchiere sopra l’alba inquinata; Viola Valentino nella playlist di Capodanno; la passeggiata al mare d’inverno; l’espressino con cacao; la cucina di casa che profuma di qualcosa che la Vagina Maestra ha appena infornato; gli acciacchi che aumentano; la voglia di stare insieme; gli abbracci lunghissimi; le risate; le lacrime; le confessioni; i ricordi; i progetti; devo fare il check-in; devo fare la valigia; no, non la voglio la scamorza affumicata da portare; che paranoia; rivediamoci presto; per piacere, andate.

E poi c’è l’anno che passa e quello che arriva. Ci sono quelli che dicono: “Speriamo che il nuovo anno sia migliore del precedente”, che io li prenderei a sberle, ma proprio da farci girare la testa stile Esorcista di 360 gradi netti netti. Non si dicono queste cose. Non si dicono per due ordini di ragioni. Il primo, scaramantico. Nel senso che proferire simili amenità corrisponde a sigillare un patto di sfiga atomica con i successivi 12 mesi. Il secondo, razionale. Nel senso che – a voler fare dei bilanci (attività che a noi vagine piace molto assai) – bisogna essere oggettivi e ammettere che – salvo disgrazie eclatanti – l’anno appena trascorso può non averci portato tutto ciò che avremmo voluto, ok, ma sicuramente ha avuto in sé anche qualcosa di interessante. Qualcosa che ha aggiunto dei pezzi. Qualcosa che ha contribuito a renderci un poco mejo e un poco peggio di quelli che eravamo.

Per quanto mi riguarda, per esempio, il 2013 sicuramente non mi ha portato l’amore of my life, non la ricchezza e persino la salute se l’è ciulata un po’. Però, a onor del vero, mi sono capitate cose che non mi erano capitate mai:

1. Non mi era mai successo di organizzare un’asta benefica di sex toys

2. Non mi era mai successo di restare a terra con la macchina

3. Non mi era mai successo che mi sbagliassero colore dei capelli, trasformando la mia criniera in un agglomerato inconsulto color giallo paglierino con venature arancioni

4. Non mi era mai successo di avere una relazione con un uomo di colore

5. Non mi era mai successo di andare in vacanza con sole coppie e stare bene

6. Non mi era mai successo di avere una rubrica su Cosmopolitan e una su Linkiesta

7. Non mi era mai successo di stressarmi al punto da farmi venire una tiroidite

8. Non mi era mai successo di volere un toy boy di 25 anni

9. Non mi era mai successo di preparare le mozzarelle in carrozza per i miei amici

10. Non mi era mai successo di andare alle terme

11. Non avevo mai rifiutato di scrivere un ebook per Mondadori

12. Non avevo mai pensato di trasferirmi all’estero

13. Non avevo mai visto i Depeche Mode dal vivo

14. Non avevo mai visto la mia faccia sul Fatto Quotidiano

15. Non avevo mai passato il San Valentino con la Vagina Maestra, in ospedale, capendo qual è l’amore più grande e incontrastato della mia vita

16. Non avevo mai saputo che una delle mie migliori amiche si sposa

17. Non avevo mai saputo che uno dei miei peggiori ex si è sposato

18. Non avevo mai smesso di fumare

19. Non avevo mai desiderato avere un figlio marroncino

20. Non avevo mai visto una mostra straordinaria su David Bowie al Victoria & Albert Museum di Londra

E queste sono giusto alcune delle cose che mi vengono in mente.

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Cosa porterà il 2014 lo scopriremo.

Non posso che augurare che porti novità, curiosità, desiderio.

Che porti coraggio per essere ciò che siamo.

Che porti amore e comprensione. Energia per superare certi limiti e serenità per accettarne altri.

Che porti sesso di buona qualità. Se vogliamo esagerare, persino un po’ d’amore.

Che porti emozioni e crescita. Conferme e smentite.

Che porti mani da stringere e strade nuove da intraprendere. Ricche di curve e salite, che le curve e le salite non ci spaventano. Purché in cima, ad attenderci, ci sia un bel panorama.

Buon anno a tutti!

Non ti stupro.

Beh sì, il cuore un po’ mi batte.

Sono stupida. No, sono disinvolta.
C’è poca gente, pensavo di più.
Entriamo? Sì, entriamo.
Sebastiano è un bell’uomo secondo me. Gli dico che voglio una media bionda. Freccia gli dice che vuole un negroni, perché Freccia non beve la birra. Cioè la beve solo dagli altri, quando ha finito il suo cocktail ma ha ancora sete. Non la prende mai, la birra. Dice che non gli piace.  Come non gli piace il calcio. Strano per un finocchio!, penso io.
 
Prendiamo una bionda media e un negroni e pago io, perché ormai siamo grandi e ci offriamo le consumazioni. Usciamo a fumare, senza addentrarci nel locale, perché non mi va di vedere le stesse facce di sempre. Non ho voglia di “eiiii ciao, come va? auguri! ma allora?”.
Andiamo a bere fuori, perché tanto lo so che presto usciranno tutti a fumare. Come da manuale, dopo un po’ si alzano dal tavolo e ci raggiungono perché qualcuno fuma ancora in questo sporco mondo.
 
 
Eccolo. Lui, color ittero, di blu-grigio vestito, come sempre, e gli amici sua.
E’ magro. Ha il viso dolce, anche se dolce non è. Gli sorrido. E gli vado incontro.
 
Saluto tutti. Per me è sempre bello incontrarli. Forse perché li ho conosciuti quando avevo 20 anni e mi parevano tutti incredibilmente psichedelici, in assoluto i più fichi e divertenti che avessi conosciuto mai. Non lo so. Forse perché tutte le esperienze fatte a 20 anni sembrano le più fiche possibili. Persino Amsterdam, non è mai stata bella e spensierata come a 20 anni.
 
Chiacchiero. Fumo. Chiacchiero. Bevo. Sorrido.
E lo guardo. Troppo.
 
***
 
E’ bello sentirlo parlare.
Anzi, è bello vederlo parlare. E’ bello vedere la forma che fa la sua faccia quando ride, tutte le pieghe che gli si creano in fronte e sulle guance e gli occhi che restano grandi, anche quando si strizzano in una mia battuta, che gli sembra brillante, che gli fa pensare che le mie battute forse gli mancheranno. Per un po’.
 
E’ bello rullare sul tavolo della sua cucina, parlando di poker, parlando di qualsiasi cosa perché di qualsiasi cosa lo lascerei parlare pur di stare qui. Di guardarlo. Di ascoltarlo. Senza sogni. Senza domani. In un adesso diluito e irreale, strappato a una notte che potremo dimenticare, senza problemi. Insieme a tutto il bello. Insieme a tutto il brutto.
 
In bagno sua madre ha ancora i sali che le ho regalato l’anno scorso. No, non serve scusarsi del disordine, sono io. Sono sempre io.
 
E’ bello vederlo parlare. E io mi sento come se fossi sul binario e il treno fosse già partito. E io l’avessi perso per poco e la colpa fosse mia, perché se mi fossi guardata meno allo specchio, forse sarei arrivata puntuale. E mi saltano tutte le coincidenze. E mi va a mignotte la vacanza. E tocca riprogrammare tutto. O restare a casa.
 
E’ bello sentirlo parlare.
Anzi, è bello vederlo parlare e nel guardarlo pensare che seccamente, senza pathos, lo amo.
Non è che lo ami come “oddio, ti amo” (con l’eco). No, lo amo banalmente come si ama chi non ti ama più, come si ama il ricordo di qualche momento di felicità e completezza, lo amo come si ama la memoria alterata di un sogno lucido che scivola, lentissimo, sul piano inclinato del rimorso. Io mischio le carte. Avrei potuto essere più dolce, avrei potuto essere migliore, avrei potuto essere meno stronza, meno egoista, meno concentrata su di me. Ma non lo sono stata.
Avrei potuto dargli ciò che mi chiedeva. Avrei potuto ascoltarlo. Ma non l’ho fatto.
 
Sto zitta. Accendo un’altra bomba.
Lo amo nella fine e rido nella tristezza.
 
Lo amo senza averne forse diritto. Lo amo perché espone teorie provocatorie che abbiamo creato e raffinato insieme.
Lo amo e sto zitta.
Perché non ho voglia di dirlo né di dimostrarlo.
 
Lo amo e so benissimo che lui non vuole sentirmi. Nè leggermi. Nè capirmi.
Nè toccarmi. E mi va bene così. Perché, forse, ognuno ha ciò che si procura.
 
 
Io lo guardo parlare. Lo guardo sorridere. Guardo i suoi occhi che restano grandi anche quando si strizzano in una mia battuta che gli pare brillante.
Chiacchiero. Lo faccio ridere. Sorrido.
E penso che, banalmente, lo amerò in silenzio. Dandogli, per una volta, quello che mi chiede.
E penso che amerò, per un po’, il ricordo di una persona che non esiste più.
 
***
 
L’aereo è in ritardo.
Io non so perché ma è scientificamente provato che tutti gli aerei da e per Bari sono in ritardo. A prescindere.
 
L’aereo è in ritardo ed io sono andata via senza salutarlo.
Glielo avevo chiesto io, pateticamente, di rivederci. Di dirci “ciao”. Di dircelo di nuovo, perché la notte di capodanno ci eravamo solo incrociati, perché era scappato via in 10 minuti, dopo avermi cercata e avermi chiesto di raggiungerlo al Villacazzi. E io, come qualunque vagina media nella mia condizione, ero andata via alle 3 dalla festa con i miei amici, insieme al prode Frecciagrossa, per vedere lui, senza sapere che sarebbe durato solo 10 minuti, molto fast & poco furious.
 
L’aereo è in ritardo ed io sono andata via senza salutarlo.
Gli avevo chiesto di rivederci. Io e lui. Senza uno scudo di 10 persone intorno.
Forse volevo sentire che c’era e parlargli della Vagina Maestra e di quanta forza ci vuole. Forse volevo solo abbracciarlo e non sentirlo con una mazza su per il culo.
Forse volevo solo rivedere un flash, velocissimo, piccolissimo, di noi. Di chi s’è voluto bene.
 
Lui, piuttosto, mi ha contro-proposto di raggiungerlo a casa di amici (che pure adoro, sia chiaro) dove lui avrebbe presumibilmente intavolato un poker insieme col mio ex ex.
Che va bene tutto, ma anche no. Io non vengo. Non ne ho voglia. Avevo chiesto altro, manco troppo. Liberissimo di non darmelo, ma pijiarme pure pe culo no.
 
E, per la cronaca, non era mia intenzione stuprarlo. Né nel corpo, né nello spirito.
 
E, del resto, gli addii sono solo un retaggio culturale della cinematografia mainstream.
E, notoriamente, ciò che è di nicchia è mejo.
 

Cattivi Propositi per il 2012

No.

Non ho contato alla rovescia a capodanno, non ho espresso un desiderio a mezzanotte, non ho scopato e, most important, non ho stilato alcuna lista di buoni propositi per il 2012.

Il ché è strano. Perché io sono una che vive di buoni propositi. Ma proprio sono una minimalista del buon proposito, mi spingo fino all’atomizzazione dello stesso, con piccole imprese titaniche come “mi alzo tra 2 minuti”, spostando la sveglia dalle 08.40 alle 08.42. Eppure a questo giro, su un arco temporale addirittura annuale, io ho deciso di non prendere alcuna posizione in merito. Il vero motivo è che non credo nei buoni propositi né nella mia capacità di perseguirli e il sospetto mi parrebbe pure lecito considerato che – tolte le macrocategorie come “non uccidere il prossimo tuo a meno che non lo meriti proprio” e “non fare la cacca nel bidet”  – di anno in anno mi riprometto sempre le stesse cose, il ché significa che non faccio mai un cazzo di ciò che dico di voler fare.

Perché il mio problema è sempre questo: io vorrei fare, io vorrei volere, perché intuisco a grandi linee cosa dovrei voler fare e cosa dovrei voler volere. Solo che poi, e qui sta l’inghippo, quello che voglio davvero, è diverso da ciò che sarebbe giusto volere. Non è colpa mia, sono dello scorpione.

Ad ogni modo, siccome non volevo che a capodanno la mia seconda personalità nascosta (che sarebbe quella buona, magra, mora, coi capelli lisci e il culo a mandolino) mi rispondesse, come si dice dalle parti mie: “vè futt l gnur” (ovvero “prendi in giro soggetti diversi da te medesima), io ho proprio evitato di imbattermi nell’avvincente elenco di buoni propositi.

Non solo. Ho successivamente deciso di costruire una sovrastruttura ideologica per legittimare la mia totale assenza di impegno positivo e costruttivo al cospetto di me stessa. Il pilastro della mia ideologia è che se è vero che il mondo finisce, perché mai io dovrei avere dei buoni propositi? Perché dovrei impegnarmi a essere brava e non, piuttosto, sprofondare negli abissi della più totale dissolutezza?

E quindi, mi sembra coerente, io stilo un elenco di cattivi propositi, assolutamente speculari rispetto a quelli che di solito ci si pone, magari per spirito d’opposizione riesco a dimagrire, a smettere di fumare, a conquistare un equilibrio esistenziale:

1. pargheggiare sempre sulle strisce pedonali e prendere 1 multa al giorno

2. non pagare mai le multe

3. fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno

4. fare una rapina

5. provare tutte le droghe del mondo

6. andare in overdose di carboidrati

7. vedere il bicchiere completamente vuoto, anche se trabocca d’acqua

8. essere sessualmente disdicevole e promiscua

9. dire che un regalo mi fa cagare, quando un regalo mi fa cagare e non fingere che mi piaccia

10. dormire tutto il giorno

11. star sveglia tutta la notte

12. non andare mai dal medico

13. soffrire inutilmente e indiscriminatamente

14. spendere tutti i miei miserevoli averi

15. essere aggressiva e rissosa

16. ruttare e scureggiare in pubblico

17. fare la pipì in tutte le borse louis vuitton che vedo

18. andare da quella pertica che si scopava il mio ex ex mentre stavamo insieme, spegnerle una sigaretta in fronte e poi farla sodomizzare da Renato Brunetta

19. mischiare i vestiti estivi con quelli invernali

20. accendere contemporaneamente il forno e la piastra per capelli e far saltare sempre il contatore della luce

21. comprarmi una pelliccia

22. non farmi mai più le sopracciglia

23. ingaggiare un kamikaze che si faccia esplodere durante il raduno nazionale di comunione e liberazione

24. rigare la macchina a chi mi sta sul cazzo

25. appiccare il fuoco al mio abbonamento per la palestra

26. tornare ad avere un unica pattumiera in cui buttare tutto indifferenziatamente

27. far scoppiare tutte le coppie felici che vedo

28. dire a tutti i bambini di 4 anni che babbo natale non esiste

29. essere lentissima alla cassa dell’esselunga mentre imbusto la spesa

30. andare a 80 km/h nella corsia di sorpasso in autostrada

31. passare con il semaforo rosso

32. non obliterare il biglietto sul tram

33. non fare gli auguri a nessuno per il compleanno

34. buttare il napalm sul pubblico durante tutti i concerti dei Modà

35. arrivare sempre in ritardo a qualunque appuntamento

36. …

Direi che per il momento può bastare.

Chi lo sa, magari così riesco a smettere di fumare, ad andare in palestra, ad alimentarmi correttamente, a dormire 8 ore a notte, ad avere lo smalto sempre in ordine, a farmi la piega dal parrucchiere una volta alla settimana, a frequentare gente che mi faccia ridere, ad andare a qualche bel concerto, a farmi una vacanza decente…ma, sia chiaro, questi NON sono i miei buoni propositi, perché io aborro i buoni propositi.