Taxi Rider

Milano è così. Ci sono volte che hai il bisogno feroce di scappare. E volte che hai il desiderio ardente di tornare. Non vale per tutti, naturalmente. E forse non vale per sempre. Non vale per quelli che Milano non la comprendono, per esempio. Non vale per quelli che di Milano non colgono l’essenza. Non vale per quelli che pensano che l’unica cosa che Milano abbia da offrir loro è uno stipendio di millerrotti euro al mese. Non vale per quelli che sono scappati prima che Milano sortisse la sua magia, o che — direbbero loro — li imprigionasse. Li compromettesse.

Sia chiaro, anche io sono stata così. Lo sono stata a lungo. Il mio rapporto con Milano è stato complicato, conflittuale, sofferto. Insomma, ha seguito il copione standard di tutte le mie relazioni amorose fondamentali. E si sarebbe interrotto, se io non avessi avuto la cocciutaggine di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Anche qui, esattamente come con gli uomini. In effetti, l’unica ragione per cui la mia storia con Milano non è finita, è che Milano non poteva mollarmi (cioè, farsi mollare, ma insomma è lo stesso) e trovarsene un’altra, più easy, più brava, più buona. Milano non aveva le gambe per andarsene.

Io Milano non la volevo. A me, di fare carriera, non me ne fregava un cazzo. Forse perché sapevo che comunque l’avrei fatta. Non la carriera in senso stretto, ma che qualcosa avrei combinato, in qualche modo, in ogni caso. Sono altre le cose che non ho mai saputo di me stessa, quelle su cui non avrei scommesso, quelle su cui ancora oggi nutro riserve. Se saprò mai amare, per esempio. Amare nel senso reale, non retorico, del termine. Sull’amore retorico sono una bomba. Nessuno mi batte, su quello. Ma sull’altro, quello vero, quello che investe (invece di sacrificare) una parte dell’individuo nel “noi”, ecco quella roba io boh. Vediamo. Le faremo sapere. Ma della carriera, non ho avuto dubbi mai. Questo per dire che io pensavo che di Milano non avevo bisogno. E pure che io Milano non la volevo. Per niente.

Ma le ho fatto il favore di venire qui. Così. Non mi serviva, Milano, ma sapevo che avrebbe potuto giovarmi, in qualche maniera. Perché ho sempre pensato che dai recinti bisognasse uscire, per indagare l’esterno, per capire cosa c’è dentro e cosa c’è fuori, e solo allora scegliere dove collocarsi. Sceglierlo, per l’appunto. O forse no, forse era solo curiosità. Forse era solo inerzia. Forse solo una sfida, una partita aperta, una punizione. Non lo so. Fatto sta che io qui ci sono venuta. E l’ho odiata.

L’ho odiata profondamente e a lungo. L’ho odiata per le sue contraddizioni e per i suoi eccessi. Per i suoi inglesismi e per i suoi terribili acronimi anglofoni (ASAP, FYI, TBC, ma come cazzo parlate?, pensavo). L’ho odiata per la sua fretta, la sua competitività, per i suoi altissimi standard d’efficienza, offerti e pretesi. L’ho odiata per le troppe opportunità che m’offriva, in mezzo alle quali non ero più capace di scegliere. Milano l’ho odiata perché ero smarrita. Perché ero arrivata qui con il mio piccolo-enorme bagaglio di certezze, e quella me l’aveva svuotato. Certezze forse è una parola forte. Persuasioni, ecco, potremmo dire “persuasioni”. Comunque molto radicate.

schermata-2017-01-23-alle-23-46-36

Ero persuasa di essere figa, per esempio. Ero persuasa di essere benestante, per esempio. Ero persuasa di essere brava. In men che non si dica, Milano mi ha chiarito che qui era pieno di gente più figa, più benestante e più brava di me. Me l’ha chiarito ignorandomi, inizialmente. Poi mi ha imbarazzata. Mi ha fatta sentire fuori luogo, inadeguata e mai abbastanza, un numero di volte che non saprei dire, perché non le potrei contare.

I primi anni la cosa che più mi auguravo, in qualunque contesto, era di risultare invisibile. Se non fossi stata invisibile, sarei comunque stata inappropriata. Tra le due, era senza dubbio migliore l’invisibilità. Essa, talvolta, può addirittura essere un super-potere. Non mi risulta che la Marvel abbia, al contrario, fatto un fumetto su un’eroina con il dono dell’inapropriatezza. Non esiste una X-Men col dono, per esempio, di essere grassa dove tutti sono magri (onestamente non so cosa facciano ai grassi a Milano; come minimo li deportano in un Fat Camp, dove realizzano una web-serie, che pubblicano su YouTube, ma fanno il teaser su Facebook, e le pillole video per Instagram e Vine, ma pure la gif per Twitter; e puoi seguire i protagonisti su Snapchat e insultarli in tempo reale).

Cioè, l’icona femminile per definizione “inappropriata” è Bridget Jones, ma andiamo, Bridget è sfigata. Io dico una Wonder Woman, una Catwoman, una Eva Kant (se dico imprecisioni, non vogliatemene, non capisco un cazzo di fumetti).

Non esiste una super-eroina col dono di avere numero 3, dico TRE, borse Carpisa. E io, beh, ce le avevo. Certo, avevo una Miu Miu nuova di zecca, che mi aveva regalato — svenandosi — un mio ex nel tentativo, immagino, di farsi perdonare plurime corna. Però ecco era UNA SOLA delle mie borse. L’unica.

Il primo giorno di lavoro, la prima cosa che mi disse quella che sarebbe stata nei mesi a seguire la mia tutor, fu “Bella borsa, ce l’ho uguale”. Ce l’aveva uguale. E ne aveva altre. Altrettanto fighe. Io no. Io avevo solo quella. Era la mia borsa migliore e io me la sparai al primo giorno di lavoro. Rookie mistake. Prima lezione di vita milanese: se non hai almeno 5 borse stra-fighe da poter sfoggiare in ordine crescente di fighezza, non andare a lavoro con la borsa più figa il primo giorno. Così come, se non hai la certezza di poter ampliare progressivamente il tuo Parco Borse con un upgrade costante di livello, mantieni comunque un profilo schiscio. E, bada, prima di passare a comprare una nuova borsa figa, devi equiparare il livello del portafogli. Perché un portafogli di Furla non sta bene dentro una borsa di Prada. E tra una borsa Coccinelle, e una borsa unbranded, preferisci l’unbranded, perché Coccinelle è come dire “Vorrei ma non posso”. Me lo sono sentito dire una volta, durante una riunione di lavoro. Inutile segnalarlo, avevo una Coccinelle.

La mia Miu Miu ad oggi giace semi decomposta sul mio ripiano delle borse, ma è ancora la borsa più figa che io abbia. L’unica che a Milano meriterebbe l’epiteto di “borsa”. E senza troppo entusiasmo comunque. Nel senso che Miu Miu non è come una Chanel originale. Cioè, brave tutte con la Miu Miu. È tipo l’entry-level di un’escalation di borse, al cui costo non esiste limite, non c’è un tetto. L’ho scoperto grazie a una delle mie amiche più milanesi, che è maestra di stile, una trend setter talmente VERA che non è neppure attiva sui social. Lei si veste in un modo, e pian piano quelle intorno a lei iniziano a vestirsi uguale. Borse così belle che le ho chiesto se, il giorno che deciderà che è stufa, che deve far spazio, che le deve buttare via, se per piacere le vende a me (sì, è un’OPA sulle borse usate della mia amica milanese, questa).

schermata-2017-01-23-alle-23-43-25

Ecco non saprei dire quand’è che io e Milano abbiamo smesso di portarci sulle palle. Un giorno però è successo.

No, non sono stati i concerti, gli eventi, le mostre, le anteprime, i servizi. Che comunque senza dubbio aiutano. Ma no. Non è per i concerti che vivi a Milano. Cioè a Milano suonano talmente tutti, che smetti pure di andarci ai concerti. Io, per lo meno, ho smesso. Preferivo di più quando dovevo prendere un treno lercio e massacrarmi fisicamente, di quando dopo una giornata di lavoro dovevo pure obbligarmi ad andare al PalaStocazzo o al ForumMinchia per vedere tale gruppo indie, di cui conoscevo due o tre canzoni, perché le ascoltava il mio ex di 2 anni prima. Ma sticazzi. No, non sono neppure i concerti che mi sono serviti ad amare Milano. Hanno aiutato, perché hanno aiutato. Aver visto Roger Waters, i Depeche Mode, gli Interpol, gli Arctic Monkeys, i Porcupine Tree, Morrissey, Bruce Springsteen, Patti Smith, gli Afterhours, i Baustelle (2 volte, agli Arcimboldi e al Carroponte) e decine di altri di cui non ricordo i nomi ma che saranno molto noti nel panorama indie, voglio dire per essere una che non va ai concerti, ne ho visti un bel po’. E per essere una a cui i musical fanno cacare, ne ho visti 3 o 4 (tra cui Rocky Horror ben 2 volte, una delle quali allo storico Cinema Mexico, e l’ho amato). Tutto questo ha aiutato. Ma non è stato questo.

È successo il giorno in cui ho smesso di guardare questa città come un’antagonista e ho iniziato a guardarla come complice, che le cose sono cambiate. Quando ho capito che dovevo comprenderla io, affinché mi comprendesse lei. Quando ho accettato che la diversità può essere un vantaggio. Quando mi sono assunta la responsabilità di esserci andata con le mie gambe, fuori dal recinto, smettendola di subappaltare a terzi le colpe e i meriti di quella che ero.

Milano ha iniziato a piacermi quando mi ha aiutata a diventare più simile a quella che vorrei essere. E questo un costo ce l’ha, certo che ce l’ha, ma è diventato un investimento e non una tassa emotiva.

Milano mi piace, adesso. Chiedermi perché io viva qui è come chiedermi perché ho i capelli ricci. O se penso di avere per sempre gli occhi castani.

Sono rientrata, dopo un mese di assenza, in treno, attraversando le intemperie che flagellano il Bel Paese. Sono arrivata di sera, tardi. Ho guardato le volte a botte in ferro della Stazione Centrale e sentito il freddo pungermi attraverso il jeans. Ho sollevato gli occhi e ho visto un cartello immenso che mi dice che SE VOGLIO, POSSO avere fino a 1 Gigabyte al SECONDO. Che non lo so, io sono ancora con l’adsl di mio nonno credo, ma va bene. Se voglio, posso.

Sono andata alla stazione dei taxi, dove i taxi ci sono, sempre. Con la fila, che scorre ordinata e civile. E i tempi di smaltimento sono quasi immediati.

Il tassista, per tutto il tragitto che dalla stazione mi conduceva a casa, mi ha raccontato tutte le sue disgrazie sentimentali, senza naturalmente conoscermi.  L’ho salutato dicendogli “Tutti abbiamo il nostro passato e tutti siamo passibili di giudizio. Il punto è trovare qualcuno che non ci giudichi, ma che ci comprenda e che sia disposto a conoscerci

Quello mi ha salutata complimentandosi, perché non gli capita mai di fare della conversazione così edificante.

La corsa comunque non me l’ha offerta.

Rientrata a casa, mi sono ricordata di quell’altra volta, che era estate, un luglio torrido che ti saresti scuoiata viva per il caldo. Rimasi nel taxi, sotto casa, a corsa terminata. A fumare una sigaretta insieme al tassista, parlando di quanto fosse difficile l’amore.  Di che scemenza fosse, l’amore. Gli raccontai tutto, quella volta. Neppure me ne accorsi. Mi fece mille domande e io gli risposi, senza filtri, nuda come un verme. Come una donna sola che ha un bisogno terribile di parlare. Come una bambina, del tutto spoglia della salvifica diffidenza metropolitana.

Mi feci mille paranoie, a seguire. Temendo mi avrebbe stalkerizzata. Che di me ormai sapeva tutto. Che magari era un serial-killer. Naturalmente non l’ho mai più visto.

Milano è così. Può esserti amica e pure innamorata. Se dimostri di meritarla.

Viceversa, può essere stronza e spietata. E se lo può permettere talmente tanto, di essere spietata e stronza, che pure chi la odia alla fine sta qua (non tutti quelli che la odiano, ma molti di quelli che ci vivono).

Dovrei scriverle comunque le mie avventure sui taxi milanesi.

Dovrei approfondire l’idea.

Taxi Rider dovrei chiamare la raccolta.

Pheeghe Vere

A Milano sta per partire Expo 2015. Ebbene sì, ci siamo.

Tutte quelle di voi che capiteranno da queste parti (per lavoro o per piacere, perché sì, pare che moltissima gente vorrà andare a Expo per piacere, sono io che sono grettamente immune al fascino esercitato da questa enorme fiera commerciale, ma no, sicuramente sarò smentita, è l’incontro tra le culture, un’occasione di crescita e confronto, di riflessione sull’alimentazione sana, infatti tra i main sponsor c’è Coca Cola), dicevo tutte quelle di voi che capiteranno a Milano in questi mesi, o che ci verranno in futuro, o che ci si trasferiranno, avranno modo di inciampare in alcuni autentici esemplari di Pheeghe Vere D.O.P.

E allora vi accorgerete dell’indiscutibile e indiscussa differenza che c’è tra loro e noialtre, vagine normali. Non vorrei fare una discriminazione su base territoriale, sia chiaro, l’Italia è piena di donne bellissime, ma l’essere Pheega Vera non c’entra in senso stretto con la bellezza. O meglio, la bellezza è condizione necessaria ma non sufficiente per l’autentica Pheegaggine.

Scopriamo insieme quali sono i tratti salienti della Pheega Vera milanese, così che possiate gestirne meglio il confronto quando la troverete davanti. Perché le Pheeghe Vere sono ovunque intorno a noi e se vogliamo comunicarci dobbiamo imparare a decodificarle, a comprenderle e a entrare nel loro cuore.

Parte la sigla di Super Quark.

Conduce Vagina Angela, che è la sorella segreta di Alberto, che è il figlio di Piero.

1. La Pheega Vera è magra. Su questo non ci sono cristi né madonne che tengano. Non esiste Pheega Vera che sia “cicciottella”. Il grasso tecnicamente è peccato, è volgare, è e resta sempre “povera terroncella paffuta” e se non sei terroncella, hai sicuramente antenati terrons. O comunque sei della provincia. O della periferia estrema. La Pheega Vera ha la 40. Se sfora nella 42 va di dieta detox. Se è una 44, è solo una wannabe. Essa è, inoltre, alta, longilinea, con gambe di 1 metro, il collo lungo, le mani ossute e due tettine eleganti.

2. La Pheega Vera ha di conseguenza un rapporto assai particolare con il cibo. Essa mangia poco. Mangiar poco è di classe. Nel piatto lascia sempre un avanzo. Voglio dire, ve la immaginate Carolina di Monaco che fa la scarpetta nel sugo di polpette? Onestamente? NO. Capisci che per quelle come noi cresciute a forza di “ci sono bambini che muoiono di fame in Africa”, ecco per noi è pressoché impossibile raggiungere il PheegaNirvana a tavola e mangiare la metà di quello che abbiamo davanti. Quando la Pheega Vera ha un buco nello stomaco mangia bacche, o frutta essiccata, o biscotti senza lievito, senza frumento, senza lattosio, senza grassi aggiunti, senza zucchero (tutti elementi a cui è intollerante). Snack privi di materia ma croccanti, perfetti per illudersi di mangiare praticamente senza mangiare.

3. La Pheega Vera conduce una lotta costante contro la propria ritenzione idrica, reale o immaginaria che sia, armandosi di tisane e massaggi drenanti. Raccontatele un nuovo trattamento infallibile studiato nei laboratori Guam e sarà vostra almeno per 10 minuti.

4. La Pheega Vera ha i capelli lisci e setosi. Non esiste Pheega Vera con i capelli crespi, per esempio.

120319052055-scared-woman-portrait-story-top

5. La Pheega Vera è attenta al look, sempre. Sceglie cosa indossare la sera prima e, soprattutto, non commette i clamorosi errori di stile che alcune altre, povere stolte, commettono. Cose tremende come indossare calze color carne (una Pheega Vera si darebbe fuoco, piuttosto che andare in giro con delle calze color carne) oppure usare lo smalto perlage (solo colori matt, per cortesia, possibilmente Chanel, per instagrammare poi la foto).

6. La Pheega Vera ha sempre l’outfit perfetto per ogni occasione e, se non lo ha, lo compra. Bisogna sempre essere appropriati, in qualunque contesto. Attenzione, però: essere appropriati non significa essere eleganti. Ci sono poche cose inappropriate come essere over-dressed, quindi lasciate pure a casa i vostri vestiti buoni della domenica, conservati dall’ultima festa del Santo Patrono. Sappiate che la Pheega Vera sceglie sempre un outfit che manifesti un certo distacco,  zero soggezione nei confronti della situazione, secondo una logica che a noialtre rimane comunque parzialmente incomprensibile, ma che alla fine sembra sempre dire: “Sono favolosa, sono all’altezza della situazione, vengo con le mie sneakers da 500 euro”.

7. Ma soprattutto la Pheega Vera ha una varietà inesauribile di indumenti e accessori, e scarpe, al punto che vi verrà il sospetto che siano usa e getta e che non possa conservarli tutti in una sola casa (questo finché non scoprirete che ha una scarpiera con le luci a led che s’accendono all’apertura delle ante,  con dentro ripiani di Jimmy Choo e Louboutin), tipo quella di Carrie Bradshaw – giuro, una mia amica ce l’ha così – e tutto sembrerà surreale, a voi, che ogni anno per fare spazio alle scarpe estive dovete conservare nel tramezzo quelle invernali).

8. La Pheega Vera ha visto tutte le puntate di Gossip Girl e vive nel segno di Blake Lively, che è indubbiamente la donna più bella, più elegante, più assurdamente meravigliosa del globo terracqueo.

"Mr.Turner" Premiere - The 67th Annual Cannes Film Festival

9. La Pheega Vera non parla quasi mai di politica, né di attualità. Salvo che per attualità non s’intenda lo speciale su X-Factor di Vanity Fair.

10. La Pheega Vera fa almeno un viaggio intercontinentale all’anno. Conosce gli States alla perfezione, possibilmente ci ha studiato e se ha un weekend lungo va a Nuova York a fare shopping.

11. La Pheega Vera ha senza ombra di dubbio l’iPhone e il Mac e, se iddio vuole, ha in casa almeno una sedia/lampada Kartell e uno Smeg.

12. La Pheega Vera non si spazientisce mai, non alza la voce, non dice parolacce, non è inopportuna, mai.

13. La Pheega Vera non esce mai struccata ma opta sempre per un trucco nude look.

14.  La Pheega Vera non ha mai avuto una Tessera Arci nella sua vita.

15. La Pheega Vera ha di sicuro fatto almeno una vacanza in barca e ha la casa di villeggiatura al mare. In Sardegna o in Costa Azzurra o a Miami. Chi ce l’ha in Liguria è Pheega ma non è Vera.

16. La Pheega Vera ha almeno un completino di Victoria’s Secrets nel cassetto.

17. La Pheega Vera  fa sport non perché ne abbia bisogno, ma perché le piace.

18. La Pheega Vera ha solo borse splendide. Niente sbavature, niente cadute di stile. La Pheega Vera regnerà sovrana nell’alto dei cieli, seduta alla destra del Padre, con il merito straordinario di non aver mai comprato una borsa Carpisa nella sua intera vita. Quando parlate con una Pheega Vera, eliminate dalla vostra mente tutte quelle ridicole marche che avete coniderato fino ad oggi, tipo Prima Classe, Borbonese, Etro, Byblos, Guess e fate largo a Prada, Balenciaga, Hermés, Céline, Chloé, Valentino, Miu Miu. E lei, l’intramontabile Chanel, che pure usata costa 1.600 euro. E se non ve le potete permettere (come me), ripiegate su borse unbranded, anonime, senza loghi, borse bastarde figlie di nessuno. Non fate, per piacere, quella cosa assurda di comprarvi la Coccinelle (che io ho avuto e mi è anche molto piaciuta) o la Furla, che sono il purgatorio delle borse, una vita di mezzo che vi costerà 300/400 euro, e comunque non vi renderà né pheega, né vera.

19.La Pheega Vera ha i denti perfetti, le sopracciglia perfette e il ritocchino che non t’aspetti.

20. La Pheega Vera non ha peli perché Madre Natura ha scelto di dargliene pochi e perché quelli che aveva li ha eliminati con la depilazione permanente, che ha fatto quando tu ancora non ti facevi i baffi, per intenderci.

A questo punto saprete come destreggiarvi quando avrete a che fare con una Pheega Vera. Che per quasi tutto sarà estremamente diversa da voi, ma se la diversità non vi spaventa, scoprirete che ci sono un sacco di cose nuove che potete imparare (come che le scarpe con il buco sull’alluce si chiamano “open toe”).

Buona festa della Vagina

(AVVISO AGLI UTENTI: Questo è un post ad alto tasso di populismo vaginale ma…sticazzi)

No. Non coglierò l’occasione della festa della vagina per sottolineare l’assenza di un cazzetto nella mia vita.

Essendo la festa della vagina, mi dedico solo alle vagine.

Non a tutte, però.

Mi dedico alle vagine che ogni mattina spengono la sveglia e si alzano smadonnando. Mi dedico alle vagine che alla cassa imbustano la spesa da sole e a quelle che da sole si montano un mobile ikea. Mi dedico a chi comprerà un’altra carpisa sognando una miu miu e aspetterà i saldi per fare shopping all’Oviesse.

Mi dedico alle vagine che hanno lasciato la propria casa e sono andate via inseguendo un’idea di indipendenza ed evoluzione. Mi dedico alle vagine che hanno avuto il coraggio di restare e di prendersi cura di chi amano.

Mi dedico alle vagine che alla sera, dopo il lavoro, cucinano per i propri compagni e per i propri figli. E anche a quelle che trovano la forza di cucinare solo per se stesse.

Mi dedico alle vagine che se si rompe la lavatrice so cazzi loro e basta.

Mi dedico alle vagine che si fanno gli orecchini da sole, mi dedico a quelle che sanno rullare da sole, mi dedico a quelle che ascoltano musica rock, a quelle che hanno i capelli crespi e il coraggio di tagliarli corti e di essere brutte.

Mi dedico alle vagine che non sono mai state in Kenya e che sognano ancora di andare a Parigi. Mi dedico a quelle che sanno stirare una camicia e sentire gli altri con l’udito e con la pelle. Mi dedico a chi ha una vita in salita, a chi deve dimostrare ogni giorno il suo ruolo, a chi non può permettersi di essere debole. Mi dedico alle vagine che convivono con i propri dispiaceri ma che son capaci di sorridere e di tracannare ducento birre in compagnia.

Mi dedico a quelle che sanno amare e che sanno amarsi. A quelle che non hanno paura di scoprirsi. A quelle che sanno assecondarsi e cazziarsi, a seconda delle necessità. Mi dedico alle vagine che sanno quello che vogliono e a quelle che stanno caparbiamente cercando di scoprirlo.

Mi dedico a quelle che camminano spedite, senza lamentarsi.

Mi dedico a quelle che sanno trattenere le lacrime e a quelle che, certe volte, muoiono di paura e basta.

Mi dedico a quelle che c’hanno più palle di un uomo, ma sono abbastanza brave da non farglielo capire.

Mi dedico a quelle vagine che ogni giorno riescono a percorrere la fune, trovando l’equilibrio tra la realtà che vivono e quella che sognavano di vivere, che è un po’ come trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

Mi dedico alle vagine che sono a dieta e a quelle che sudano su uno step. Mi dedico a quelle che ogni mese hanno voglia di mollare e invece continuano. Mi dedico a quelle che sanno essere amiche. Mi dedico a quelle che sono capaci di essere le migliori possibili e di andare avanti, senza certezze, solo per fede, in se stesse e in pochi altri.

Io oggi mi dedico a tutte quelle vagine stronze, che da qualche parte sognano ancora.

Qualcosa di diverso.

Talvolta, senza sapere cosa.

E le mimose la manderò alla vagina più speciale, la mia Vagina Maestra.