Con Altri Occhi

Come tutte le volte che torno dalle ferie (specialmente quelle estive),  ho un groppo in gola inestricabile. Ho un banchetto di emozioni da masticare, elaborare e digerire che quasi mi paralizza. Probabilmente non sarebbe così se, come molti fanno, decidessi di dedicare i miei giorni liberi a un sano viaggio intercontinentale. Voglio dire: avrei assai ricordi, emozioni e fotografie da editare anche in quel caso, ovvio. Ma sarebbe una cosa diversa. Sarebbe un bell’argomento di conversazione al rientro in ufficio, agli aperitivi con amici, conoscenti, colleghi ed excolleghi. Sai, vedere posti lontani, mangiare cibo esotico (per quanto le cozze al gratin per me restino mediamente esotiche), convertire le monete straniere in euro, scambiarsi i souvenir. Ma non sarebbe quella roba che, invece, è per me tornare giù. Un pellegrinaggio esistenziale. Una seduta di psicoterapia. Una roba faticosa. Bella ma complessa. Forse necessaria. Forse ostinata. Che tocca le corde più intime – e a volte dolorose – di me stessa. Una roba che ti ricarica da un lato e ti spossa dall’altro. E comunque, i soldi per un viaggio intercontinentale non ce li ho. Quindi il problema è risolto in partenza.

Insomma, non ho fatto nulla di nuovo in queste ferie. Mi sono armata di una quantità insensata di scarpe, vestiti e cosmetici (rimasti inutilizzati per almeno il 50%) e ho iniziato il mio road-trip emotivo standard. Ho rivisto la mia famiglia, i miei amici, le famiglie dei miei amici. Ho sguazzato nell’affetto che mi ha resa la donna che sono, qualunque cosa questo significhi. Ho goduto del dialetto, dei sorrisi, degli abbracci e dei baci, quelli fisici, quelli che è giusto dispensare e prendere, ogni volta che si può, finché si può. Come tutte le volte, poi, ho provato a capire come stiano le persone che amo: sono felici? Sono irrequiete? Cosa le turba? Le malattie, gli acciacchi, i malanni? Quanto sono cambiate? Quanto sono rimaste uguali? E sono cambiate in meglio o in peggio? Sono invecchiate fuori? E dentro, quanto sono invecchiate dentro? Sono diventate auto-referenziali? Riescono ancora a comunicare tra loro? Abbiamo ancora qualcosa da dirci? E io? Quanto sono cambiata io?

Ed è forse questa, per me, la parte più impellente e faticosa delle ferie: fare il punto di quanto sono cambiata. È questo, mi pare, il dazio che devo pagare per i fiori di zucchina fritti di mia zia, per le birre bevute al tramonto sulla spiaggia, per le partite a carte con i miei, per le risate con i miei cugini che sono come fratelli e vorrei vivessimo vicini, e vorrei che i nostri fanta-figli (o, più probabile, i nostri gatti) potessero crescere insieme come siamo cresciuti noi, litigandosi i giocattoli (o i gomitoli di lana) come ce li siamo litigati noi.

Quanto sono cambiata io? E il cambiamento non sta nel fatto che protesto contro i disservizi, che sclero perché non mi fanno pagare col bancomat, che mi lamento della scarsa professionalità dei ristoratori, che detesto la spiaggia libera a meno che qualcuno (non io) non porti ombrellone, spiaggina, racchettoni, carte napoletane, materassino, borsa termica con acqua e frutta fresca. Queste cose succedevano già. La vera, sorprendente, novità è che per la prima volta sono tornata in compagnia di una persona. Sì, insomma, il tizio, il tipo, il Frequentante, quello lì. L’ho importato nel mio sud, tra i miei affetti più personali e mi sono scoperta a guardare quella porzione della mia vita anche con gli occhi suoi.

Dev’essere successo così, che ho visto ciò che avevo finto di non vedere fino a quel momento. Mi sono chiesta come gli sembrassero, quei luoghi. Se vedesse nelle consuetudini arrugginite della mia vita, ciò che ci vedo io. Se quel cibo fosse effettivamente così buono; se quel tal posto gli apparisse davvero bello e suggestivo, affascinante e contraddittorio, o se non fosse solo triste e abbandonato. Spopolato, deturpato. Decaduto, più che decadente. E se questo potesse causargli quell’insofferenza sorda e persistente, che causava a me.

Mi sono chiesta se gli aneddoti raccontati per la centomilionesima volta dai miei amici fossero divertenti o no, e quanto ancora avremo voglia di raccontarceli e se, in fondo, non ci siamo un po’ annoiati di ascoltarli, persino noi; perché si sa come succede no? La vita realmente condivisa diminuisce, i ricordi sbiadiscono di anno in anno (ciò non vale per Frecciagrossa che è palesemente affetto da ipermnesia), come se la patina del tempo ci si stendesse sopra inesorabile,  a stemperarli, a impacchettare l’adolescenza e a spedirla in cantina, com’è giusto che sia, com’è sano e responsabile che sia, mentre noi cresciamo, diventiamo più noiosi, ci prendiamo troppo sul serio ma restiamo pure i cazzoni di sempre; mentre nasce il figlio della prima coppia del gruppo, nel bel mezzo di agosto, e noi parliamo di cosa regalargli, di quando li rivedremo, se e quando andremo a trovarli, lì dove vivono. E qualcuno si lascia scappare un definitivo: “Ormai è finita”. Cosa?, vorrei chiedergli, ma evito.

Poi i giorni sono volati via veloci, come sempre avviene quando si è in ferie. Ho salutato tutti, tra pianificazioni di weekend, progetti di discese, di salite, di espatri, di incontri a metà strada. Di tripli salti carpiati a bordo di un aereo o di un treno pur di vederci, pur di saperci ancora, ogni tanto, anche se per poco, anche se sempre meno, mentre viviamo le nostre molteplici vite altrove, distanti. E mi sono detta che, in definitiva, finché si continua a cercarsi, vale la pena trovarsi. E mi sono detta che sì, sono cambiata, e cambiare non mi fa più tanta paura. 

Buon rientro, quando ci rivediamo?

Prima di Natale, dai.

Va bene, fammi solo capire quando ho un buco libero e fissiamo.

Vienimi a trovare.

Voglio passare da Milano.

Torna presto. 

Scendo forse a novembre.

Festeggi il compleanno?

Faccio un’altra presentazione qui.

Non farmi stare in pensiero.

Non stressarti troppo. 

Mi raccomando a te. Mi raccomando a voi.  

Casa Mia

Sono rientrata dalle ferie una settimana fa.

Potrei scrivere di quanto sono stata bene, degli arrosti di carne, degli amici di sempre, del sole, della birra Raffo, dell’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dei vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, di mia zia che mi ingozza di burratine, dello spirito che resta giù quando vai su, dei saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. E tutte quelle altre cose che ho già scritto milioni di volte.

Tutto vero. Ma c’è dell’altro. C’è che, per una lunga serie di vicissitudini personali, la mia famiglia si è trasferita in Abruzzo e la mia casa di Taranto è stata messa in vendita. E voi capite bene come ciò non abbia giovato al mio equilibrio sopra la follia.

Così l’ultima sera, prima di partire, subito dopo che Frecciagrossa mi ha riaccompagnata e poco prima di rientrare, mi sono fermata in giardino. Ho fumato un paio di sigarette, da sola, al buio. Con il silenzio tutto intorno.

Forse è stata l’atmosfera, o forse le sostanze leggermente psicotrope che avevamo assunto, ma sono riuscita a vedere un sacco di cose, per la prima volta, con chiarezza, con onestà, in uno di quei trip ultra-introspettivi che siamo solite farci noi vagine nate sotto il segno del pippone mentale.

Ero lì, seduta sui tre gradini che conducono alla porta d’ingresso, e salutavo casa mia. Alle 4 di notte. Da sole. Io e lei. E le ho confessato un casino di cose.

Le ho confessato che la guardo mentre si spoglia di tutto ciò che l’ha abitata e che non mi piace vederla così. Le ho confessato che mi sbatte abbastanza l’idea di non avere più una casa a Taranto in cui tornare, che può sembrare strano, giacché ormai vivo 11 mesi all’anno da un’altra parte, ma che non c’entra una minchia, perché io amo quei mattoni e quelle mura, in quella città, sempre, anche quando sono a 1000 km di distanza.

Le ho spiegato che è come se tutto si rimpicciolisse. E’ come raccattare oggetti e ricordi, decidere cosa buttare e cosa portare con sé, per andare avanti, da un’altra parte. Decidere cosa è davvero essenziale e cosa non lo è. Per proseguire. Perché la parola chiave è “proseguire”, mica tornare indietro. E che l’unico problema è che io non so cosa sia essenziale. Non so cosa vorrò eliminare e cosa vorrò tenere. Non lo so se vorrò buttare i diari del liceo, oppure i 10 peluche che ho in camera, che mi hanno regalato amici e ziti, che a me i peluche m’hanno sempre fatta cacare, ma quelli no, quelli sono i reduci, sopravvissuti a tutti i raid anti-peluche che si sono succeduti negli anni. Non lo so se avrò lo spazio per conservare tutte le fotografie di quando le fotografie ingombravano ancora, di quando i rullini si sviluppavano. Dei viaggi in famiglia, delle settimane bianche, delle gite scolastiche, delle estati da adolescenti, quando eravamo piccoli e avevamo una fretta ridicola di sentirci adulti.

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Le ho spiegato che quando lei, casa mia, non ci sarà più, io tornerò comunque a Taranto, ma che per quanto io possa raccontarmela non sarà la stessa cosa. E che, certo, come dice mia madre, la casa non è un luogo ma uno stato d’animo (anche se lei non lo dice in modo così filosofico) e la fanno le persone che ami, non le pareti. Tutto vero, sacrosanto persino. Però io lì dentro, dentro casa mia, ci ho riso, ci ho pianto, ci ho fatto l’amore le prime volte, ci ho ascoltato i Nirvana a palla, ci ho passato pomeriggi a studiare e nottate a scrivere fanta-stronzate decadenti, ci ho organizzato feste, ci ho guardato film, ci ho scartato regali a Natale e uova di cioccolato a Pasqua. Sempre, per tutta la vita.

Il fatto, però, è che la vita va. E basta. E nemmeno gli immobili sono immobili per davvero. Neanche quelli sono per sempre. E forse non ha senso continuare a far finta che tutto sia uguale. E forse crescere significa accettare che le cose cambiano.

Cambia tutto, in verità. Cambiamo noi, cambiano i nostri difetti che peggiorano, le nostre esigenze ormai conformate alle metropoli in cui siamo andati a vivere, in cui siamo emigrati. Cambiano i nostri amici che hanno sempre più impegni istituzionali. Cambiano i nostri genitori che invecchiano, e quindi iniziamo a portare loro a cena fuori o al mare, invece che andarci solo tra amici, perché lo sentiamo che il tempo passa, che i giorni son pochi, che non abbiamo mica il privilegio di vederli ogni weekend. Cambia tutto. Gli ex amanti che si sono sposati e hanno figliato. Le comitive in cui non ci si parla più. Le famiglie. Non è vero che le cose restano uguali. Quelle importanti si adattano, evolvono, ma tutto cambia.  E vendere casa è solo l’estrema dimostrazione di questo. Un’evidenza che mi obbliga ad accettare che anche la mia vita è cambiata e che gli eventi non si possono fermare. E che forse essere intelligenti significa lasciarsi trasportare dal flusso, o quanto meno non opporsi ad esso. Non continuare a guardare dietro, ma guardare avanti. Cercando qualcosa di bello nell’orizzonte, anche quando appare desolato, anche quando ci spaventa. E muoversi verso quel punto. E, strada facendo, scoprire che succede.

Perché sì, insomma, ce lo siamo dette, tra me e lei, che c’ho una paura fottuta del futuro, io. Dei dolori, delle perdite, delle malattie, delle frustrazioni, delle delusioni, della solitudine. Paura di non farcela come vorrei, di non avere la forza di cambiare. Paura di non essere in grado di costruire una relazione e una famiglia, dedicando ad esse tutta la cura che meritano. Le ho detto che io di questo cazzo di futuro non mi sento mica all’altezza e che faccio finta che non arrivi, faccio finta che non ci sia. E che forse, se invece che temerlo e negarlo, lo accettassi, il futuro, con tutto ciò che comporta, potrei provare a costruirlo. E accoglierlo con più entusiasmo, qualunque esso sia. Perché, in fondo, nel passato non sono mica successe solo cose meravigliose, né nel futuro succederanno solo cose di merda. E poi, le ho detto, provare tutta questa nostalgia feroce mi spossa, e non mi fa nemmeno consumare calorie.

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E che quindi sì: mi rimarrà la gioia di averla abitata e vissuta con le persone a cui tengo di più. Di aver costruito tra le sue mura una famiglia piena di affetto e di rispetto, di amore che trascende i ruoli e diventa puramente umano, personale, con pregi e difetti, onori e oneri, fiducia e fragilità. Mi rimarrà il suono delle risate nelle notti d’estate con i miei amici, delle giocate a zumpacavallo nella tavernetta a Natale, delle partite a Monopoli coi miei cugini da piccoli, del salone apparecchiato per il pranzo della domenica, delle mountain bike con cambio shimano nel garage, dei poster di Leonardo Di Caprio appesi in camera a 12 anni. Mi rimarranno le puntate di X-Files viste con papà sul divano alla domenica sera, il telefono Swatch sul comodino della mia camera, quello che si parlava anche usando la base, il caminetto acceso, il falso pepe che perde troppe foglie, la cantina ribattezzata “Silvio Pellico” nel gergo domestico, le lamentele di mia madre per il disordine, le sigarette fumate sul dondolo dopo il mare.

Mi rimarrà tutto ciò che conta di più. Il resto lo dimenticherò. E magari è giusto così.

L’ho salutata così, casa mia. Promettendole che da settembre, oltre a regolare il mio bioritmo, rismettere di fumare e andare da oculista/dentista/ginecologo/dermatologo/endocrinologo, oltre a tutto questo, guarderò avanti. O, per lo meno, più avanti che dietro. Portando con me una valigia più piccola. Senza paura di perdere pezzi. E con il coraggio di conquistare nuovi ricordi.

Amori Che

Gli amori più viscerali sono quelli che gli altri in genere non comprendono.

Prendi il mio amore per Taranto, che è inquinata, sporca, con le strade dissestate come nemmanco a Baghdad nel 1991. Prendi questo legame irrazionale con la città che m’ha vista nascere e crescere, e che custodisce, tra un parcheggiatore abusivo coi denti consumati dall’eroina e un lampione fulminato, i pezzi d’anima più vischiosi e succulenti che ho. I ricordi più pericolosi e irresistibili della mia vita. Ecco, prendilo, questo, che è un amore complesso, un amore di frontiera, uno di quelli sbagliati che covi in silenzio mentre decidi di vivere la tua vita altrove. E prova a spiegarlo a chi non sa, a chi non ha idea, a chi neanche immagina cosa significhi amare un luogo così diverso e così lontano, così stuprato, come quello da cui vengo io.

Provaci. Forse potrai approssimarti, ma di certo non riuscirai, con esattezza, a far capire cos’è.

C0s’è sentire tuo zio che ti chiama ancora con lo stesso vezzeggiativo di quando avevi 4 anni e tua zia che ti guarda e ti dice “Stai bene così, mòbbasta dimagrire!”.

Cos’é andare alle processioni del giovedì e del venerdì santo. Trovarle inverosimilmente arcaiche. Emozionarsi per le marce funebri suonate dalla banda e pensare che, quasi quasi, anche a Milano potrei ascoltarle, ogni tanto.

Cos’è il dialetto privo di vocali, l’abuso di calze color carne che ti fa sentire la paladina dell’Haute Couture, i tagli di capelli tutti uguali, di ragazzetti pippati fino alla cima del ciuffo ribelle.

Cos’è la bellezza decaduta che c’è intorno, la rassegnazione disillusa, l’attivismo dal basso.

Cos’é vedere 4 autentici maschi terrons disorientati di fronte alla parola “tartarre“, perché per noi è regolare non sapere cosa sia una tartarre (io l’ho scoperto non prima del 2010, mentre qua al nord pare che “tartarre” sia la terza parola più pronunciata dai neonati, subito dopo “mamma” e “outfit”). Mentre noi no, a noi piacciono i polletti di Damiano u nzvus (lo sporco), rigorosamente fritti in olio del 1947. Noi non abbiamo il palato fino. Siamo famosi per le cozze, del resto, non per il tartufo.

Cos’è passare la serata a ridere con Frecciagrossa, che indossa camicie sempre più froce, e con Pea, che è sempre più bella e intelligente, a raccontare gli stessi aneddoti raccontati mille volte, come fossero nuovi. E ad ascoltare il rumore del mare incazzato di notte, poco più in là. E i cani randagi che abbaiano, nell’umido e nel buio.

Cos’è fumare il solito superpuzzone, di fronte alle luci della città siderurgica, mentre Drugo parla di come a Taranto non ci sia la criminalità vera, perché a Taranto c’è lo Stato, a Taranto c’è Riva, che è molto peggio della Sacra Corona Unita.

Cos’è camminare all’alba per i palazzi pericolanti della città vecchia, e le luci giallognole, e il vento freddo del golfo che batte sulle chianche lucide della strada. E pensare che sarebbe tutto così bello, che potremmo pisciare in testa a tutte le altre città, che il Duomo, che i vicoli, che se ci fossero i locali sarebbe come il porto di Ibiza, se solo, se fosse.

Cos’è leggere sui muri le scritte “Basta Ilva, basta Eni“.

Cos’è fermarsi nell’ennesimo lounge bar con le luci al neon che sublimano l’orrore del tuo trucco sciolto e delle tue occhiaie nude, per prendere un cornetto alle 5 di mattina e lamentarsi del fatto che al nord non c’è la cultura del cornetto notturno. Che poi lo chiamano brioche. Oppure croissant.

Cos’è tornare a bere birra nello stesso locale di quando si era pischelli e pensare che il proprietario sia ancora molto fico. Anche se lo pensi solo tu. Da quando ti pagava la pubblicità sul giornale scolastico. Senza batter ciglio. Puntuale. Ogni mese.

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Cos’è accorgersi che tuo padre parla sempre meno, perché tuo padre è uno che parla con i fatti e con gli occhi, non con le parole. Ma anche perché è preoccupato per la Vagina Maestra, che fa sempre più fatica a muoversi. E stringerli e continuare a pensare che non farai mai pace con la tua assenza. Che gli anni passano. Che devi trovare un modo.

Cos’è ripartire la sera tardi e tornare a Milano col cuore che resta giù ancora per qualche ora, ancora per qualche giorno. E in valigia, come nella migliore tradizione terrons, un polpettone preparato da mamma, già affettato, da dividere in porzioni e piazzare nel congelatore, alle due di notte, appena arrivi. Perché va bene la milanesità, ma maieppoimai rinuncerai al contrabbando di generi alimentari tra Puglia e Lombardia.

Prendilo, questo amore, che è un amore complesso, un amore di frontiera, uno di quelli sbagliati che covi in silenzio mentre decidi di vivere la tua vita altrove. E prova a spiegarlo a chi non sa, a chi non ha idea, a chi neanche immagina cosa significhi. Prova a spiegare cosa sia chiedersi a ogni rientro, anche quando fingi di non chiedertelo più, quanto senso abbia in definitiva, per milleuro o poco più, scegliere di vivere lontano da tutte le persone che ami più profondamente. Sempre.

Poi voltati, e continua a vivere la vita che, a quanto pare, hai scelto di vivere.

Ciliegie

Vedi, amarsi tra femmine è così complicato.

E io, per esempio, ti amo. Ti amo che tu sei un pezzo dell’anima mia e della mia carne. Ti amo che se tu stai male, io quel male lo sento dentro e addosso. Ti amo che saperti serena mi dà pace. Ti amo che se potessi ti conserverei come sei. Non ti farei invecchiare mai, ti terrei così: con la tua ruvidità, con i tuoi limiti, con quel congiuntivo che di tanto in tanto sbagli, con il tuo costante e screanzato criticarmi più o meno su tutto, con quella capacità di intuire il bene e il male a pelle, quella vita vissuta per istinto e ragione, quell’incredibile modo che abbiamo di essere antagoniste e complici, di farci male per farci bene, di intuirci senza fiatare.

Straordinariamente forte, tremendamente fragile, come sei.

Non lo so quanto siamo diverse e quanto siamo uguali, non l’ho capito mai. Quel che so è che tu la vita la vedi e la vivi da una prospettiva che io non sarò mai in grado d’avere. E mi scuso, mi scuso di aver pianto davanti a te per 2 giorni per un colore sbagliato dei capelli. Mi scuso di aver dato così tanta importanza a una cosa così stupida. Mi scuso di aver rovinato alcune delle ore che avevamo da passare insieme, per quell’insicurezza feroce che prende il sopravvento e diventa rabbia e tira giù tutto. E non fa più distinguere le cose serie dalle stronzate.

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Ma tu lo sai, io sono un’irrisolta. Sono un lavoro a tempo pieno, io. E sono pesante, insopportabile, spigolosa, stronza. Non è bello vivere con me, io lo so, io che con me ci convivo forzatamente. Io che a volte non la sopporto più questa ansia di vivere e di dimostrare, di spuntellare le caselle dell’anima: fatto, fatto, fatto. Il lavoro, l’indipendenza, l’amore. Dovrei prendermi a piccole dosi. Performerei meglio.

Sai, hai compiuto 57 anni e per la prima volta ho pensato davvero che saresti in età nipotabile. Mentre io non so ancora cosa minchia voglio dalla vita e intanto corro, tutta goffa, come se alla fine di questa maratona forsennata dovessi trovare la felicità, o la completezza. E a volte, correndo, sminchio il percorso. Lo rovino. Non mi godo il panorama.

Sai, noi dobbiamo star bene quando ci vediamo, perché per noi che viviamo lontani vedersi è un atto di volontà. E’ una corsa contro il tempo e contro due esistenze parallele, distanti 1000 km. E’ un put pourrì di weekend ritagliati, mentre a te la ricrescita bianca viene sempre più in fretta, mentre a me spuntano i capillari sulle beneamate cosce.

Ma soprattutto volevo dirti che io so che tu sai. Ma anche io so. So che sei stanca. E che sei stanca già da tempo. So che vorresti essere capace d’arrenderti, che sarebbe più facile, invece sei forte, anche tuo malgrado. So che ci sono sempre troppi ostacoli, so che non fai in tempo a superarne uno che ne compaiono altri. So che tu combatti da una vita, ma da una vita vera. E che più passa il tempo, più tutto è faticoso. E che le energie sono sempre di meno. E che qualsiasi banalità quotidiana si complica. So che non ricordi cosa sia una giornata senza dolori, o camminare senza incertezza, o allacciarsi le scarpe da sola, o fare un movimento senza fatica, o dormire una notte intera di fila. So che quelle medicine sono droga, lo vedo sul tuo volto, che si trasforma quando le prendi. So che hai meno pazienza e più bisogno di raccogliere le energie per te, per andare avanti. E prometto che imparerò a incastrarmi con te, anche così. Che imparerò a dare di più e prendere di meno. Che imparerò a ricordare, ogni volta che mi dici qualcosa di sbagliato, la donna straordinaria che sei e tutto quello che fai e che hai fatto sempre. Finché hai potuto. Tutto ciò che hai fatto e che io non saprei fare per metà. Non so fare. Non sto facendo.

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Vorrei solo tu sapessi, però, per capirci bene, che la tua stanchezza mi spaventa da morire.  Mi terrorizza. Mi fa incazzare. Perché forse c’è ancora in me quella bambina che aveva bisogno di sentirsi dire che ogni ciliegia era buona, prima di mangiarla. Perché tu la rassicurassi che mordendola non avrebbe trovato il verme dentro. E che tutto sarebbe andato bene.

Vedi, amarsi tra femmine è così complicato.

E io per esempio ti amo. Perché sei la più forte e più altruista che io abbia conosciuto mai. Perché sei autentica. Perché sei la volontà fatta donna. Perché hai costruito e difeso, amato e tutelato. Perché hai un’onestà che ti rende unica. Perché hai imparato da subito che le piccole cose sono conquiste e questa lezione l’hai rispettata sempre. Perché da bambina, in ospedale, giocavi con gli altri a indovinare le targhe delle auto che passavano, che guardavate da dietro il vetro, mentre vi annoiavate. E io non ti ho mai vista lì, ma ti vedo sempre. Per questi e per duemila altri motivi, sai, io ti amo.

Perché sei il modello migliore, la persona più bella, il riferimento sicuro e indiscusso, anche ora che sei più incerta.

Anche ora che sei stanca.

E io ti terrei così, come sei: con la tua ruvidità, con i tuoi limiti, con quel congiuntivo che di tanto in tanto sbagli, con il tuo costante e screanzato criticarmi più o meno su tutto, con quella capacità di intuire il bene e il male a pelle, quella vita vissuta per istinto e ragione, quell’incredibile modo che abbiamo di essere antagoniste e complici, di farci male per farci bene, di intuirci senza fiatare. Straordinariamente forte, tremendamente fragile, come sei.

E forse tutto questo è morboso. E’ così viscerale che fa male.
Ma io le vie di mezzo non le pratico.
E questo è l’unico modo che conosco, ed è l’unico che scelgo, per esserti figlia.

Vagina Emigrante

Quando ero giovane, quando studiavo a Bologna, viaggiavo in autobus.

Lo facevo perché, ar finale, per Bologna ci volevano 9 ore. Perché ero giovane. Perché all’alba poi potevo arrivare a casa e collassare.

Quando ero giovane, viaggiavo di notte. E ricordo che il pullman mi sembrava un pachiderma lentissimo che si muoveva goffo sulla A14. E io ascoltavo Heroin dei Velvet Underground, guardando le luci dei paesini arroccati lungo la strada, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini. E scendevo a tutte le fermate, e fumavo una sigaretta guardando i camion addormentati nei parcheggi dell’Autogrill. Ero una giovane vagina riflessiva, allora.

E, allora, mentre ascoltavo la voce di Lou Reed pensavo che sarei cambiata. Che sarebbe arrivato il giorno in cui andarmene non mi avrebbe più fatto male. Il giorno in cui non avrei più sentito di appartenere a quel luogo, a quei colori, a quegli odori e a tutte quelle contraddizioni lì. Pensavo, allora, che di anni ne avevo 19, forse 20, quando andavo via per andare a fare la bella vita a Bologna, quando lasciavo i miei genitori, i miei amici e qualche amore sempre troppo sbagliato, quindi maledettamente passionale, ecco io allora pensavo che dovevo avere pazienza, che prima o poi avrebbe smesso di essere così truce, andarsene. Pensavo che avrei smesso di odiarmi per non essere stata capace di accontentarmi. O per non aver avuto le palle di dire che, dopotutto, volevo restare lì dov’ero.

Di anni, da quei tempi lì, ne sono passati otto. Quasi nove.

E io oggi so che erano tutte cazzate. So che non è cambiato nulla, a parte il fatto che ho imparato a trattenere le lacrime, in aeroporto.

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E allora mi dico le solite minchiate, quelle che servono per contenere la depressione da rientro fulminante, che potrebbe accopparmi in quattroequattrotto. Mi dico che non mi devo lamentare. Che sono tornata, che ho passato 10 giorni a casa, che ho rivisto chi amo, che ho chiacchierato con la Vagina Maestra mentre insieme preparavamo le crespelle per il pranzo di capodanno. Che ho coccolato tanto il mio babbo. Che ho parlato con i miei amici e che nonostante gli anni passino continuiamo a ritrovarci, anche se litighiamo per le partite a zumpacavallo, anche se tutti peggioriamo in qualcosa e miglioriamo in qualcosa d’altro. Allora mi dico che ho vinto a poker e che se a Milano conoscessi meno vagine e meno froci, e più uomini duri e puri, forse potrei giocare a poker anche a Milano. Allora mi dico che ho fatto shopping e che sono molto soddisfatta di ciò che ho comprato. Mi dico che ho riso da morire con Frecciagrossa, che ho avuto il tempo per chiedere a Braciola se fosse felice e per farmi promettere da Tarallino che una volta al mese mi porterà al Bingo, a Milano, perché mi sono ricordata quanto possa rendermi felice, il Bingo. E poi ho promesso alle mie amiche, che vivono con i loro uomini sparse per l’Europa, che andrò a trovarle. E forse sì, forse dovrei farlo.

Così me ne vado. Prima del metal detector butto la bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Butto via la dolcezza, la serenità, la pace che provo con me stessa quando sono a casa mia. Butto via tutto. E parto. E me ne vado, una volta ancora, con la Vagina Maestra stretta stretta tra le braccia e le guance di mio padre in cui sprofondare, parto di nuovo, in questo andirivieni esistenziale che ho scelto, senza sapere bene il perché. Vado via con la scamorza affumicata in borsa, che mia zia mi ha appositamente comprato per portare un po’ di Puglia a Milano. Vado via incarnando tutta la retorica del terrone emigrante con la valigia di cartone. Vado via con il desiderio di restare, di continuare a godermi i miei genitori, di continuare a parlare in dialetto con i miei amici e con i miei cugini, di continuare a vivere piena d’amore, e coccole, e attenzioni.

E poi arrivo a Milano. Dove di gradi ce ne sono 10 di meno, forse 15. Dove piove. Dove sono sola. Dove i tassisti hanno i coglioni girati anche il primo dell’anno. Dove niente e nessuno sta aspettando il mio rientro.

Ma, del resto, anche se non è un granché, questa è la vita che ho scelto.

E visto che siamo in ballo, balliamo.

Buon anno a tutti.

Natale è

Natale, per me, è la stella cometa rossa, luminosa, appesa al balcone della camera da letto dei miei. Che il mio babbo la mette lì ogni anno e, ogni anno, quando arriviamo a casa direttamente dall’aeroporto di Bari, mi fa: “Nota la stella”. Io la guardo, ringraziando il cielo che almeno abbiamo abdicato all’intermittenza psichedelica, e gli dico che è bella. Che so che ci tiene.

Natale, per me, sono le lenzuola del mio letto singolo, che profumano di pulito così pulito che le mie lenzuola di Milano non profumano uguale mai.

Natale, per me, sono la Vagina Maestra e mia zia che confabulano per eliminare tutti i benefici di 3 mesi di palestra. Esse pianificano con militare precisione il menù della 10 giorni gastronomicamente più intensa dell’anno e noialtri nulla possiamo, fuorché mangiare e prendere un digestivo, dopo.

Natale, per me, sono le partite a settemmezzo con i miei parenti e quelle a zumpacavallo con i miei amici. Che poi c’è sempre chi muore, e con i morti non si parla, e poi ci si incazza e, voglio dire, tante amicizie sono entrare in crisi, con zumpacavallo.

Natale, per me, è fumare con Frecciagrossa nel mio giardino alle 3 di notte e ridere da avere le lacrime agli occhi.

cartellate

Natale, per me, sono i maglioni scuri sporchi di zucchero a velo.

Natale, per me, è rivedere le amiche che non vedo mai. Vestite di nero. Che nero fa fico. Sempre.

Natale, per me, è prendere tutte le buche del manto stradale tarantino. E bestemmiare in dialetto, ogni volta.

Natale, per me, è mangiare di notte le cartellate a casa di Frecciagrossa insieme a Braciola e Tarallino.

Natale, per me, è parcheggiare in centro e camminare sui tacchi verso il solito pub che solito non è più.

Natale, per me, è il vento freddo del mare che soffia sul Ponte Girevole.

Natale, per me, è portare la Vagina Maestra per negozi e regalarle una maglia o una borsa che non si comprerebbe da sola.

Natale, per me, è la frittura di calamari il primo dell’anno.

Natale, per me, è il profumo della pasta al forno di mia zia.

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Natale, per me, è passare il 31 dicembre alla villa al mare del mio amico imprenditore che ama definirsi tale, con i miei amici di sempre. Non mangiare un cazzo e bere da fare schifo. Ballare finché si può. Preferibilmente Renato Zero. Darmi il rossetto rosso sulle labbra a mezzanotte e baciare tutti, lasciando i segni sulle guance e in fronte. Accendere le stelle filanti che porta Vaginaffa, ogni anno. Che è una roba da bambini loffi, ma lo sapete come sono le tradizioni.

Natale, per me, è il sorriso della Vagina Maestra quando mi sveglio, che è in cucina, a preparare dolci. Che nonostante tutti i cazzi che ha, lei fa. Fa un sacco di cose. Tutte quelle che può. Sempre. E quando fa i dolci è felice. Si vede.

Natale, per me, è: “Oddio quanto abbiamo mangiato…stasera stecchetto, non si cena…al massimo 3-4 nodini e 2 fettine di capocollo

Natale, per me, è quella cosa che torno a casa e penso che non me ne andrei più. Che non c’è Milano, né indipendenza, né carriera che tenga. Io qui ci resterei.

E non lo so se a Natale si sia tutti più buoni. Io non credo. Io credo di essere sempre la solita stronza, ma di dissimularlo meglio. Perché il Natale posso passarlo con coloro che, in effetti, amo da sempre.

Per voi, non so cosa sia, il Natale.

Ma quelchelè, vi auguro d’avercelo. E d’avercelo al meglio.

Statemi bene.

Tanti baci

Vagina

Margherita Hack è una porca

Oh, buon anno.
Spero che le vostre ferie siano andate bene e spero soprattutto che siano finite, come le mie. 
 
Detto ciò, dei miei 9 giorni trascorsi in terra puglica posso dire che:
 
1. da un punto di vista alimentare ho deciso di annullare il confine tra la donna e la vacca, assumendo prelibatezze puramente terrone in quantità per lo più sconsiderata e con uno struggimento tale che pareva fosse l’ultima volta che me le magnavo nella vita (sapete, quella menata della fine del mondo…)
 
2. il bello di essere terrona e di vivere al nord è che quando torni al sud trovi alcune delle “innovazioni” del nord – che arrivano adagio, in ritardo, come gli aerei che piglio io – tramutate e rese, inspiegabilmente, oggetto di offesa ai danni del cittadino medio. Per esempio, nella mia città, all’alba del 2012, se so inventati i DOSSI. Che me sta pure bene che metti i DOSSI lungo la strada, così, ad minchiam, che se io non ce lo so che ce sta er dosso (e sicuramente non ce lo so perché in 20 anni lì non c’è mai stato un dosso) e tu nun me metti una lampadina, chessò, na fiammella alla citronella, un fiammifero, qualcosa che me permetta de vedé un minimo, e se io so già impegnata a non investì un par de cani randagi e a scostà le 13 voragini presenti su 20 metri di manto stradale (che la superficie lunare a confronto delle strade de casa mia se sente na dilettante), ecco poi è normale che io me devo frecare le sospensioni, o le gomme, o gli ammortizzatori. E nun va bene così. Un po’ come la scelta deliberata di introdurre le rotatorie nelle zone nevralgiche del traffico cittadino, così, senza un lavoro preparatorio sulla psiche del povero guidatore meridionale da sempre abituato a seguire la regola dell’ “incrocio a futt cumbagn” (anche noto come “fotti il prossimo tuo” o “chi prima arriva meglio alloggia”), che ignora totalmente principi basilari come la precedenza a destra in favore di una legge assai più intrigante: vince il più stronzo. 
 
3. ho frequentato tutti i posti della socialità meridionale che considero frequentabili. ho incrociato tanti sguardi e ne ho evitati molti altri. 
 
4. ho riprovato quell’appagamento che soltanto 2 birre e 1 cocktail a 9 euro totali possono procurarti.
 
5. ogni mattina rientravo alle 5 e trovavo la Vagina Maestra già in piedi, perché la Vagina Maestrache è l’amore più grande della vita mia non sta bene. Da tanto tempo, solo che mò va peggio. E la seconda mattina che l’ho trovata in piedi con la stampella e che m’è parsa vecchia per la prima vera volta, tirandomi fuori tutti i mostri con cui convivo, tutta quella tristezza violenta all’idea di non esserci ogni giorno, ecco io me so messa a piagne come una deficiente. Perché volevo prendermelo io il male suo. Tutto. E non potevo. Manco un po’. Poi me so placata. E le mattine successive le ho semplicemente fatto compagnia fino alle 7.00/8.00, mentre mi diceva un sacco di cose sagge sulla mia vita e io le dicevo un sacco di stronzate sulla mia vita. E la facevo sorridere. E la coccolavo assai. Poi se svejava mi padre e me ne andavo a letto. Il ché ha agevolato il mio già squilibrato bioritmo, com’è facile intuire. E continuavo a dire ai miei “ripijatemi con voi”. Ma nun me vojono, me sa.
 
 6. Sono stata tanto con gli amici miei, provando il piacere grandissimo di poterli vivere senza compromessi. Ho dispensato consigli che è un’attività alla quale sono preposta con loro, beandomi di ciascuno nella sua diversità, tra andirivieni di rozzaggini e frociaggini senza precedenti. Me piace ripensà alla nottata sul balcone di Frecciagrossa85 con Braciola e Tarallino. Mi piace ripensà alla fine di capodanno a chiacchierare di sesso con i miei 2 amici più storici, toccando apici di infinita saggezza come “Margherita Hack è una porca” (cit). Mi piace ripensà a quella sensazione d’esserci e di averli, che è una cosa che nun me capita mai a Milano, dove le persone le conosco al massimo da 3 anni. Me piace che so stata bene. Me piace che so stata bene da sola.
 
7. E Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, è stato un grande compagno di ferie, così tanto che avemo pensato che potremmo fa così: lui me se sposa e me campa e io je do un fijio. Naturalmente non scoperemmo, esattamente come tutte le coppie sposate. Però potremmo offrirci libertà sessuale, serenamente. Nun so, c’avemo da pensacce. Certo, lui è pesante e io so acida come poche, però se volemo bene.
 
8. Capodanno invece l’avemo passato alla villa al mare dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale che ha magnanimamente deciso di metterci a disposizione una villa che era già stata palcoscenico di un gran capodanno qualche anno fa. Non capisco mai se lo faccia perché ci vuole bene o perché voglia fare il figo con le vagine che ospita ogni anno e che a sto giro erano ben 2, russe, con tanto di vodka russa (che ci ha evitato di ingerire la vodka piscio comprata a 4.95 euro all’Eurospin) e insalata russa. Ma nun me importa. Io lo stimo, non fosse altro che per le sue infrastrutture, per l’impianto audio che monta ogni volta, per il proiettore, per le luci e per il rum che ce compra. Grazie!
 
 
E alla fine della fiera, l’alcol ce stava, il resto pure, l’amici anche e, quel che più conta, ce stava la musica che avevo contribuito a sceglie. E’ interessante sto passaggio, perché so partita con una serie di grandi classici rock per sfociare in qualche chicca indie degna della migliore Fujiko Night all’Estragon di Bologna, passando per CCCP e Rino Gaetano e poi…poi però il passaggio è stato inesorabile e spietato: IL TRASH!  Che sarebbe pure normale, si nun fosse che non smetto d’ascoltarlo, perché c’è da dì che il mio 2012 è iniziato sulle note di “Il triangolo no” di Renato Zero ed è proseguito ballando e urlando “coooompramiiii, io sono in veeeenditaaaaa e non mi creeeeedeereeee irraggiungibileeeeeee” oppure “coooos’èèèè laaaa vitaaaaa-a-a-a senza l’amoreeeee-e-e-e”. Il tutto inframmezzato da delle pause-spugnetta nelle quali dovevo ingozzarmi nel tentativo di non stramazzare fracica a terra.
 
 
Insomma, me so divertita assai, perché a me i capodanni alla villa dell’amico mio imprenditore-che-ama-definirsi-tale me piacciono sempre un sacco. Me piace bere con l’amici mia, me piace strusciarmi a Braciola che mezzo sverso me dice “Vagina, sei sempre affascinante e ultimamente ho un problema con le tue tette”, me piace la promiscuità amichevole, me piace lo streaptease del fidanzato muscoloso e glabro dell’amica mia VagiGnocca – che, per l’appunto, è gnocca paura – me piace mettere il rossetto rosso a tutti a mezzanotte – in barba alle basilari norme igieniche – e stampare baci in fronte a tutti, me piace il sorriso di VaginaAsciugamana che ogni anno a mezzanotte me mette in mano una stella filante manco c’avessimo 8 anni. E lo fa da 10 anni.
 
Me piace sentirmi a casa.
E me piace piacermi di più, perché non devo piacere a nessuno.
E allora canto, ballo e me diverto come solo quando si è liberi si può fare.  
 
Per il resto, le mie solite paturnie vaginali del cazzo le ho avute, sia chiaro. Qualche lacrima pure. Ma le ho scacciate via. E sulla pugnetta mentale, sul feticismo sentimentale, sulle stronzate nostalgiche e melodrammatiche, su quel desiderio improprio e anacronistico di avere accanto in un momento difficile chi mi aspettavo ci sarebbe stato e invece non c’era, perché umanamente non era in grado di esserci, beh su tutto questo ho comunque vinto. 
 
E ho vinto perché anche quando la Vagina Maestra è più vulnerabile sa abbracciarmi e darmi la forza di darle forza. E ci sono riuscita perché Frecciagrossa85 ha capito cosa mi crucciava senza troppe parole. E ci sono riuscita perché Tarallino dice sempre qualcosa di geniale sulle stronzate che dice Braciola e mi fa ridere. E perché VaginaAsciugamana e il suo uomo mi hanno promesso un polipo su crostone e Bologna. E perché VagiGnocca e il suo uomo muscoloso e glabro mi hanno detto di andarli a trovare a Londra.
 
Ce so riusciuta perché queste ferie sono state piene di affetto. Di quello vero che c’è da un sacco e che spero per un sacco ci sarà.
 
Il resto poco conta.
 
Però so fiduciosa. Prima o poi la smetterò di ascoltà la musica trash.