Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.  

Allo specchio

Dovrei mettermi la crema in faccia ogni sera e ogni mattina, lo so.

Dovrei usare il contorno occhi. Dovrei rismettere di fumare.

Dovrei dormire, Cristo, guarda che occhiaie. Neanche il miracoloso correttore Kiko da 4,99 può nulla. Diventano grige invece che nere. Passo da Zio Fester a Spud di Trainspotting.

E poi le rughe. La grana. Il tono.

Dovrei mettermi l’olio dopo la doccia. Dovrei idratare. Dovrei fare lo scrub. Dovrei ricominciare con i massaggi.

Dovrei fare come le mie amiche, che prendono pasticche per pisciare di più, riducendosi ad avere la stessa autonomia vescicale di un colibrì. Tutto per combattere la ritenzione idrica in previsione della prova costume.

Dovrei chiedermi perché le unghie si sfaldano o perché i capelli cadono come se il periodo delle castagne durasse 12 mesi.

Dovrei svegliarmi prima al mattino e dovrei truccarmi. Ogni giorno. Perché non ho più 18 anni e la differenza con e senza make-up adesso si vede.

Dovrei impegnarmi di più a mostrare il meglio di me. Dovrei fare come tutte. Sarebbe giusto. Sarebbe intelligente.

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Invece continuo a pensare che invecchiare non sia una colpa e che la bellezza non sia un merito, se non in parte.

Continuo a pensare che ci siano urgenze più serie cui far fronte nella vita, rispetto alla buccia d’arancia. C0ntinuo a pensare che ci siano attività più interessanti da intraprendere, nel mondo, invece che ossessionarsi per essere perfette, cosa che peraltro non saremo mai, salvo dedicare 3 ore al giorno alla cura estetica di noi stesse (e, con tutto il rispetto, 3 ore al giorno te le puoi concedere solo se sei estremamente ricca e/o estremamente fancazzista). Perché nella vita vera, a parte essere esteticamente gradevoli, facciamo altro: lavoriamo, viaggiamo,  mandiamo avanti una casa, a volte una famiglia, andiamo in palestra, dal parrucchiere e dal fruttivendolo, stendiamo il bucato e a volte lo stiriamo e, purtroppo, non abbiamo Diego Della Palma segregato nel mobile del bagno, pronto a renderci splendide in ogni momento della giornata.

No, non sto dicendo che dobbiamo diventare donne di Neanderthal, non curarci, mangiare solo pringles e mars facendo come un’unica attività fisica i 5 passi che ci distanziano dal cesso. Tanto meno sto dicendo che dovremmo intraprendere una crociata proto-femminista contro le case cosmetico-farmaceutiche che campano sui culi flaccidi delle donne ricche di mezzo mondo.

No. Semplicemente: se mi va di uscire a bere una birra e non ho 30 minuti da dedicare al make-up, sono libera di andare senza farmi inutili atti di onanismo cerebrale; se ho la ritenzione idrica e vado al mare, non devo sentirmi a disagio, son lì per godermela non per fare una sfilata e concorrere a Veline di Antonio Ricci.

Semplicemente: se desidero che la società smetta di pesarmi solo su quanto sono figa o quanto sono cessa, forse io per prima devo smettere di usare questa unità di misura per me stessa e per le altre donne.

Vedete, spesso gli uomini ci dicono che vediamo sempre difetti, che siamo sempre insoddisfatte, che siamo insicure. Vorrei vedere loro, se subissero la metà dell’aspettativa estetico-sociale che subiamo noi. Stai attenta al peso, stai attenta alla pelle, stai attenta alla cellulite, stai attenta ai capelli, stai attenta ai capillari, stai attenta alle smagliature, stai attenta ai peli, stai attenta alle rughe: devi stare attenta a così tante cose che è difficile tu possa stare attenta a tutto. Che è  difficile tu possa sentirti completamente a posto. Che è programmatico che tu sia sempre in parte insicura, che tu senta sempre di dover mettere qualcosa a posto di te, che ti senta in colpa a invecchiare (ed ecco che donne intelligenti e belle si devastano di botox, snaturando completamente i propri lineamenti, per esempio).

Fatto sta che io, quando mi guardo allo specchio, in tutti i difetti che vedo, non trovo qualcosa di più brutto rispetto a ciò che vedevo 10 anni fa. Trovo qualcosa di diverso, semmai. Trovo una donna, dove prima vedevo una pischella. Sono invecchiata. Certo. Lo vedo. E se mi guardo attentamente, analizzando le mie predisposizioni genetiche, so già che il mio collo imploderà nel quintuplo mento e che le mie guance tenderanno al suolo come quelle di un Mastino Napoletano. Sono invecchiata. Invecchierò ancora. E allora? Valgo meno come donna? Ma manco per la minchia.

mastino

Voglio dire che quelle occhiaie, che fanno oggettivamente cacare, sono un pezzo di me, delle mie inquietudini e della determinazione che mi fa lavorare la notte (no, non in circonvallazione), invece che dormire.

Voglio dire che quella ritenzione idrica sulle chiappe, fa parte del mio essere femmina. Fa parte del mio essere donna ed essere donna è più erotico di qualsiasi culo marmoreo (posto che i culi marmorei sono e restano cose bellissime).

Per carità, magari tra 1 mese cambio idea, magari tra un mese mi passa questo mood da fondamentalista bio-eco-friendly, ma per ora è così. Per ora mi  accorgo che sto invecchiando e non voglio nasconderlo.

Nemmeno agli uomini. Soprattutto agli uomini.

Quando ho un appuntamento a stento mi trucco e gli outfit sono molto più castigati d’un tempo, con tessuti mediamente sintetici che ammantano insensatamente sia le tette che le cosce. Non so da cosa dipenda esattamente. Forse è solo che non mi interessa più impressionare nessuno (diversamente da quando andavo in giro con minigonne raso-fica e tacchi da baldracca, evidentemente). Forse è solo che non mi interessa attirare tanti uomini. Forse preferirei, nel caso, attirarne uno intelligente, magari perché lo faccio ridere. Forse è solo che penso che se uno ha occhi, e orecchie, e naso, e tatto, e pelle, arriva lo stesso. O forse è solo che voglio che mi veda così. Come sono.

Senza trucco, senza plateau, senza ciglia finte, senza lenti colorate, senza push up, senza guaina contenitiva.

Anzi, voglio che mi veda al peggio e che sopravviva a quello.

Voglio che veda le mie occhiaie, le mie rughe, la mia ritenzione, i miei 10 kg di troppo, i miei capelli sfibrati.

Voglio che veda la mia età.

Voglio che veda le mie rinunce.

Voglio che veda le mie conquiste.

Voglio che tocchi la mia vulnerabilità.

Voglio che s’innamori della mia forza.

Poi viene tutto il resto.

Sparso, tra gli occhi e le caviglie.

Dalle clavicole, per le labbra rosse.

Fino alle ginocchia.

Forse è solo che. Per ora. Al momento.

DEV – Depressione Estiva Vaginale

E’ ormai estate.

L’estate è un gran bel momento: i peli devono essere sempre fatti, la pedicure dev’essere a posto, il tasso di umidità fuori dalle nostre mutande è più alto di quello all’interno delle stesse e ciò ci crea una patina sudaticcia e permanente su tutto il corpo che ci rende più repellenti di un programma condotto da Amadeus. Come se non bastasse, il magma ormonale si risveglia e inizia a farci notare i numerosi replicanti di Gerard Butler che ci tagliano la strada mentre, per esempio, si dirigono ai casting per la prossima settimana della moda.

A rendere ancora più complessa la stagione c’è poi la fisiologica necessità di scoprirsi che implica una naturale conseguenza: la celeberrima DEV, anche nota come Depressione Estiva Vaginale. Trattasi di una sindrome autoindotta che colpisce 8 vagine su 10 nel momento in cui per la prima volta si denudano e, tutte bianche color Zarina Francia di Martufello, iniziano a osservarsi. Scatta lì lo strategismo estetico, che si realizza in una serie di azioni belliche più o meno spietate, messe in atto ai danni di se stesse. Robe del tipo:

Operazione Kate Moss

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Si entra in un regime alimentare composto solo da Jocca, bresaola e gallette di riso e si continua finché ce la si fa. Di solito, comunque, non si supera la settimana. L’anno scorso l’operazione Kate Moss era stata declinata secondo i dettami del Dio Dukan, roba che io guardavo le mie amiche cercando di ravvisare in esse una briciola di quell’umanità che avevo conosciuto fino al giorno prima e gnente, manco per il cazzo, si erano trasformate in consumatrici diaboliche di proteine. Quando hanno vomitato sentendo l’odore di una fettina di carne arrostita, hanno capito che era l’ora di smetterla.

Operazione Sergente Hartman

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Si pretende di imbastire una copiosa attività fisica secondo una disciplina da Marines in Vietnam. Parte la Cavalcata delle Valchirie mentre, in preda al più completo delirio, una domenica mattina calziamo le nostre running shoes per ritrovarci a correre intorno a un’aiuola nel centro di Milano, ansimando come rinoceronti asmatici. Oppure decidiamo che nulla ci dividerà dalla palestra. SurfVagina mi ha confessato di essere andata in palestra alle 21.15, in taxi, a guardare il Commissario Montalbano sul tapis roulant, perché il giorno prima era entrata in DEV.

Fronte mio, la DEV mi ha indotta a informarmi per gli ingressi in una palestra veri cul (cul nel senso che per pagarla devi darlo via), spinta dalla perversione di frequentarla alle 7 del mattino, tutti i giorni fino alla prova costume, prima del lavoro. Sì. Certo. Come no.

Operazione Wanna Marchi

wanna

E’ la psicosi estetica più pura, quella roba che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi a stipulare un contratto con finanziamento tasso zero per farti 10 sedute di pressoterapia, oppure a comprare unguenti e lozioni di alga con albume d’uovo di pterodattilo, da spalmarti sulle cosce durante la notte. Oppure ancora decidi di investire parte del tuo denaro in un massaggiatore elettrico che praticamente la sera devi metterti a fare su e giù per le tue carni con questa specie di sbattitore da cucina che tratta la tua ritenzione idrica come fosse panna da montare.

Perché sìssignore, il vero nemico è lei. Suprema, incubo indiscusso e trasversale, motore inesauribile delle più conclamate paranoie vaginali, ad altissimo tasso di emissione pugnette: la cellulite. Oh yes. Ne abbiamo già parlato più volte. La cellulite è quel nemico pubblico numero 1 contro il quale tutte combattiamo, indistintamente, grasse e magre, senza riserve, con tutto il pathos di cui le nostre ovaie sono capaci, sprofondando in torbidi abissi di inquietudine quando ci rendiamo conto che questa forsennata lotta siamo destinate in buona parte a perderla.

La cellulite è quell’entità reale o immaginaria che ci colonizza le carni, e se non ce l’abbiamo ce la inventiamo, e la odiamo, e ne soffriamo, e ci struggiamo, e la cerchiamo negli altri corpi per accettarla nel nostro, per sentirci meno sole in questo insormontabile dilemma estetico. Completamente dimentiche del fatto che, in fin dei conti, se la smettessimo di ossessionarci reciprocamente per essa, forse tutte ci accorgeremmo che ci sono cose peggiori, peggiori della cellulite intendo, tipo essere in qualche modo imparentati con Davide Mengacci.

La cellulite è il carburante che alimenta il sadomasochismo collettivo del genere vaginale e ci allontana dalla più semplice e rassicurante delle consapevolezze: siamo nude in pubblico 10 giorni all’anno. Dico: 10. Quindici, tiè. Su trecentosessantacinque. No, dai, davvero. Magari, faccio per dire, potremmo anche smetterla di masturbarci così prepotentemente l’identità in virtù delle nostre cosce non sufficientemente levigate. Onnò?

Per i restanti 350 giorni, gli uomini – purché non EgoFroci – non la noteranno nemmeno, la cellulite. Non se ne turberanno. Magari je piacerà persino, perché fa femmina. Penseranno a prendersi tutto quel che possono e a darci tutto quel che possono. Penseranno a farci godere e a godere di noi. Chiaro sia: percepiranno una certa qual differenza tra noi e Belen Rodriguez – ma solo perché sono intuitivi assai – ciononostante non metteranno a fuoco che il punto di discrepanza tra noi e l’ultratopa nietzschiana, è proprio quel fastidioso inestetismo cutaneo meglio noto come buccia d’arancia.

E poi, per quanto feroce possa essere la DEV dobbiamo sempre pensare che sì, forse qualcuno ci guarderà in costume e penserà che siamo sfasciate; sì, forse qualcuno osserverà le nostre cosce pensando che la Eminflex dovrebbe investirci su e lanciare una linea di cuscinetti ad acqua; ma di positivo c’è che nessuno guarderà il nostro pacco, dentro uno slippino logato D&G, domandandosi se abbiamo in effetti un pisello o un punticcio.

Che a me comunque me pare un bel vantaggio.

Detto ciò: buona DEV a tutte!

Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

Alessandro-Preziosi

Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

E la voglia di tacchi

Mi chiedo: non rimarrà un po’ mascolina questa abitudine di bermi na birra al giorno, dopo il lavoro?

Mi chiedo altresì: non sarà dannoso per la mia ventra, che ribellandosi allo stereotipo dello stomaco piatto e combattendo il regime capitalista dell’addominale scolpito, preferisce abbandonarsi a morbide (per non dire flaccide) rotondità di matriarcale memoria?

Nell’amletico dubbio, io brindo.

Oggi me so messa i tacchi pe annà al lavoro. Tacchi veri, intendo, perché come qualunque vagina sa, affrontare la vita con i tacchi è un’altra cosa. Un po’ come affrontarla con i capelli messi in ordine dal parrucchiere. Parono banalità, ma non lo sono. Il mondo è più sotto controllo e tu te senti molto più gagliarda nel tuo incedere. E poi io ero una grande fan dei tacchi, quando ero giovane. Per carità, lo sono ancora, solo che da quando me so trasferita nella grande padania che esiste perché esiste il grana padano – dove non puoi usare la macchina anche per spostarti dalla cucina al soggiorno – ho dovuto prostituire il mio integralismo feti-fashion alla necessità del mostruoso “MEZZO TACCO“. 

Comprare il primo mezzo tacco è una di quelle cose che te fa capì che sei cresciuta, che non puoi più sognare di limonare col cantante dei Verdena, che non puoi più dormire sulla spiaggia, che non puoi più usare scollature generose d’inverno senza fatte venì na tracheite. Come quando l’anno scorso sono andata con le mie amiche al Vinodromo, che ce stava Robi Dell’Era degli Afterhours e io volevo fà la figa e me so messa il reggiseno che me faceva le tette da manuale e una maglietta scollata. Io lo giuro: m’è venuta la febbre. Tutto pe chiacchierà co Roberto Dell’Era che c’aveva pure na fiatella paura. 

Il primo mezzo tacco è come il primo capello bianco, come il primo pelo che te spunta dove non dovrebbe, come le prime 3 rughe che vedi in fronte,  come la prima volta che te pare di intuire la presenza di cellulite sulle tue cosce. 

Però è inevitabile. Arriva il giorno che del mezzo tacco hai bisogno e lo compri. Finché improvvisamente un t’accorgi che la tua scarpiera -che per definizione è troppo piccola per contenere tutte le tue scarpe- straborda di merdose ballerine multicolor (che, non siamo ipocrite, va bene le usiamo perché sono comode e quindi ce piacciono ma la ballerina è consigliabile se pesi 40 kg, accettabile se vai sui 50, discutibile se raggiungi i 60, oblio della femminilità oltre) e di tacchetti modello cammina-anche-tu-comoda-in-una-valleverde (salvo che però, ovviamente, so scarpe de plastica).

Ecco. Allora a quel punto scatta la molla. La follia incosulta e indomabile che ha ispirato alcuni tra i più grandi geni del nostro tempo, tra cui ci piace rimembrare Elio. Lì senti un improvviso bisogno di acquistare la folle scarpa tacco a spillo 12, nera, scomoda come per un uomo potrebbe esserlo averci i maroni chiusi dentro un’arachide. Di solito questa scarpa ti colpisce all’istante, in realtà è questo l’unico vero colpo di fulmine esperibile: quello per le scarpe. Tu la vedi esposta e senti subito che è lei. Ti avvicini, la prendi in mano, la scruti. E in quel mentre c’è una piccolissima parte di te che ti sussurra “ma ndò cazzo ce vai co ste scarpe?” però tu non la senti, tu fai di tutto per zittirla, chiamando a raccolta un esercito di alibi che si schierano come tanti soldatini, in fila, pronti a legittimare la tua irrazionalità, e procedono impavidi sul tuo scosceso buonsenso.

Alla fine le comprerai, le scarpe tacco a spillo 12. Arriverai a casa, le libererai dal loro involucro, te le ammirerai, te le proverai. Se c’hai n’omo in casa vai da lui e je fai vedé quanto sei gnocca con quelle scarpe su. Lui fingerà di apprezzarne l’innovativa bellezza e nasconderà la totale incomprensione della differenza tra queste scarpe e le altre 5 paia assolutamente identiche che già possedevi. 

Quindi te ne torni in camera da letto, te siedi, te guardi. Anvedi che gambe, anvedi come so’ lunghe si l’accavallo. E mentre stai là a suonartela e a cantartela, in un pieno amplesso consumistico, inizia a farsi risentire, piano piano, la feroce domanda: “ma mò, ndò cazzo ce vado co ste scarpe?”

E poi arriva la risposta: “Uff devo comprare delle scarpe basse per tutti i giorni”.

Stamattina, però, io me so messa i tacchi veri. Me so messa i tacchi veri e procedevo spedita, tra addobbi natalizi spenti e scintillanti vetrine di negozi vuoti, pensando che tra pochi giorni è Natale e io non ho comprato manco un regalo, perché io quest’anno voja de fà regali un ce l’ho mica tanta. Procedevo sui miei tacchi veri e pensavo che faceva un freddo fottuto, che dovevamo esse sotto lo zero, che però ce stava er sole e che quanno ce sta er sole le cose non vanno mai malissimo. Devo aver anche incautamente pensato “ma guarda che bella giornata“.

 

E lì una grande verità mi s’è resa manifesta: ormai, una parte di me, si è milanesizzata. Doveva succedere prima o poi. Doveva succedere che io, come qualunque terrone trapiantato, un giorno avrei vissuto lo spartiacque, un giorno me sarei dimenticata com’è il sole vero, com’è il vero azzurro. Doveva succedere prima o poi de pensà “Che bel sole”, a Milano. Perché il posto dove viviamo diventa parte di noi e noi diventiamo parte di lui, e l’amore vince ogni cosa, e stavamo mejo quanno stavamo peggio.  

E a volte, sturmentalmente, per puro spirito di sopravvivenza, per banale amore di semplicità, ce portà a vedè bellezza, laddove bellezza un ce stà. O almeno, ce ne sta assai meno che altrove.

Così, io, camminando sui miei tacchi veri, spedita, nel gelo del sole milanese, stamattina so entrata in ufficio.

E ho iniziato una settimana nuova.