Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

Vagine Grasse si Nasce

Nel mio ufficio, a Vaginaland, è arrivata qualche mese fa una vagina cicciona come me. E io sono stata contenta, quando l’ho vista, perché, finalmente, non sarei più stata in minoranza etnica. Roba che, se potessi, io negli annunci per le stagiste ci metterei “10 kg di sovrappeso costituiscono requisito preferenziale”. Ma poi credo che l’ArciFiga mi si rivolterebbe contro tacciandomi di discriminazione nei confronti della topa e organizzerebbe un FigaSecca Pride sotto la finestra del mio ufficio. E nun me pare il caso.

Ad ogni modo, dicevo, ero felice di questo rinforzo che la divina provvidenza aveva deciso di concedermi, per aiutarmi nel ruolo di rappresentante delle vagine cosiddette curvy. Se non fosse che, un mesetto fa, guardo la schiscia (che sarebbe il pranzo triste portato da casa e mestamente consumato sulla scrivania di fronte al computer, leggendo vanityfair.it e commentando le corna di Robert Pattinson con le colleghe vagine) di questa nuova tipa e vedo che mangiava 2 fette di tacchino e 4 pomodori pachini. E mi è presa male. E mi sono accorta, una volta ancora, neanche fosse necessario, di quanto sia dura la vita da grassa.

Anche, semplicemente, a livello semantico. Quelle come me vivono un’esistenza costellata di attributi, vezzeggiativi e diminutivi che tentano, ipocritamente, di rendere più accettabile il giudizio estetico della società.

Quando dico “quelle come me” penso a tutte quelle vagine che sono cresciute portando sulla propria pelle l’onta di aggettivi come:

Paffutella – Rotonda – Rotondetta – Cicciottella – Formosa – Formosetta – Morbida – Burrosa – Pienotta – Robusta – Grassottella

…e via così.

Ora, siccome in questa sfilza di attributi c’è qualcosa di profondamente odioso e rivoltante per le vagine, qualcosa che ci trascende e che va ben oltre tutta la razionalità e la consapevolezza dei pregi e dei difetti che possiamo avere, arriva un momento nella nostra vita in cui decidiamo di iniziare a definirci “grasse” preventivamente. Prima ancora di dover sorbire quel lungo elenco di definizioni che ci misurano col centimetro e quantificano la nostra appetibilità sulla grande bilancia della macelleria vaginale.

A quel punto, davanti a un “sono grassa” (declinato nei modi più disparati, uno dei miei evergreen è “non sento freddo, ho l’adipe che mi protegge“) – badate, detto come constatazione non come lamentela – si va socialmente incontro a uno specifico range di risposte:

“Ma che dici!!! Grossezza è mezza bellezza” –> che di solito te lo dice la zia terrona che ti ama da quando eri una polpetta di 3kg e che nutre nei tuoi confronti una latente gratitudine perché nessuno sa sublimare le sue doti culinarie come fai tu, che ogni volta che vai a pranzo a casa sua mangi come una cinghialessa.

“Non sei grassa, hai l’ossatura grossa”, anche nella variante “Non sei grassa, sei così di costituzione” –> che di solito te lo dice la Vagina Maestra, specialmente quando sei adolescente e c’ha la fissa che qualunque adolescente sia a rischio anoressia. Che, nel mio caso, sarebbe stato più facile diventare campionessa di Decathlon, che anoressica, per intenderci.

“Ma che scema” –> che di solito te lo dice una conoscente, colta alla sprovvista, che non sa bene cosa rispondere e non vuole, per un misto di solidarietà vaginale e autoconservazione, pestare merdoni su un argomento così delicato

“Tu sei bella così come sei” –> che di solito te lo dice un’amica che ti vuole tanto bene. Del resto, se Gisele Bundchen pesasse 80 kg, sarebbe bellissima lo stesso. Solo che non sarebbe Gisele Bundchen.

“Tu stai bene così, come Adele” –> che di solito te lo dice il tuo capo, il tuo cliente, il genitore di un amico, insomma qualcuno a cui non puoi rispondere come vorresti, e tendenzialmente vorresti rispondere come si risponde dalle mie parti: “ngulacitemmuert” (alla lettera: nel colon di chi è recentemente venuto a mancare nella tua famiglia) che noi tendiamo a prendercela pure con i morti, non abbiamo pietà nemmeno per quelli. Non per niente. Ma avrò almeno QUATTRO kg meno di Adele.

Tutto ciò per quanto riguarda le risposte femminili.

Esistono poi le risposte maschili, che di solito sono:

1. “Non capisci un cazzo” –> Che è quella che apprezzo di più, che oltre a rassicurarmi mi fa sentire anche un po’ redarguita, mi fa sentire molto piacente nelle mie forme da Giunone sotto cortisone e mi lascia percepire che il mio interlocutore, così spregiudicato, abbia due palle così. Che poi magari non ha, ma lì per lì, per tipo 4 minuti, posso illudermi che le abbia. Tendenzialmente, questo soggetto ha buona possibilità di segnare in porta.

2. “Ma no, Vagi, non è che sei grassa. E poi se vuoi dimagrire puoi iscriverti in palestra o fare attenzione all’alimentazione” –> Sbagliato. Questo lo dice il cazzetto che ti conosce ma non troppo, a cui non l’hai mai data e che non la disdegnerebbe, e che un po’ ci spera che tu prima o poi, nell’obnubilamento etilico possa rilassare gli adduttori e abbandonarti al suo fascino latino.

3. “Ma va, non sei grassa” –> Che di solito te lo dice quel fidanzato che sta con te perché sei chiavabile, divertente e devota, chiedendosi quante settimane ancora resisterà prima di scoparsi una pertica col culo a mandolino.

4. “Ma no, sei dimagrita” con sorriso sarcastico –> lo dice il cazzetto a cui non l’hai mai data e che sa che mai gliela darai. Presumibilmente, ello non la vuole nemmeno, perché è giusto porre il caso che uno possa non volerla, se no ci dicono che siamo sessiste e presuntuose, a non contemplare l’ipotesi che esistano cazzetti che non ci si chiaverebbero manco sotto tortura e che tra la nostra vagina e un gulag, sceglierebbero il gulag.

5. “Le tue tette stanno sempre meglio” –> che di solito me lo dice il mio storico amico Braciola, quello che si ostina a pettinarsi facendosi il crestino, fissandomi le sise.

6. “Tu sei bella obesa così come sei” –> che di solito lo dice Frecciagrossa85 che, del resto, è il mio amico finocchio.

Ma la più poetica della mia vita è stata mia nonna. 

Che quando sei una piccola grassa senti questa frase in bocca a chiunque, tutti ti dicono: “Eh, ma ora che dai lo sviluppo…”, come se tu dovessi diventare improvvisamente Kate Moss al primo ciclo mestruale. Cosa che mi ricorda altre figure retoriche tipiche della giovinezza come “gli spacciatori che ti danno la droga gratis per fartela provare” che sarà che a Taranto manco i pusher hanno lo spirito imprenditoriale, ma io non ho mai ricevuto cadeau di hashish fuori scuola, per dire.

Comunque, dicevo, la più poetica fu mia nonna che, dopo il mio “sviluppo”, a seguito del quale mi seccai un po’ ma si trattò di un effetto ottico temporaneo, mi guardò, poi guardò mia madre e le fece, nel suo dialetto:

“Chissì nò s vò azzcchnì”, o una cosa del genere. Alla lettera: questa non vuole dimagrire. Nel senso che io non ero destinata a dimagrire. Nemmeno dopo l’atteso e trepidato “sviluppo”. Questo per dire che il mio era un destino segnato, e così quello di tante altre  vagine. E per quanto cercare di cambiare sia lecito [non v’immaginate quanti buoni propositi fallimentari c’ho per settembre], la verità è che a volte grasse si nasce.

E farci pace, con questo, senza sconfinare nell’auto-indulgenza patologica, è giusto.

Specie perché fighe si può esserlo anche da grasse. Lo stesso. Se non di più.

Perché non dipende dai chili in senso stretto.

E finché non lo capiremo noi, non possiamo pretendere lo capiscano i cazzetti, la società, le aziende e quei froci impuniti degli stilisti.

La cerniera è buttana. Zara, pure.

Ho ceduto alle lusinghe dello shopping da pezzente, che è quello che si può concedere una vagina che guadagna troppo poco per vivere in una città troppo costosa.

Io lo shopping non lo faccio mai, perché vivo nell’abnegazione, perché per spendere voglio più soldi, perché è la mia personale protesta contro l’occidente, perché potrei sempre dovermi pagare una risonanza magnetica. E perché, in fondo, sono convinta che una buona dialettica possa sopperire qualche carenza nel vestiario. Mando il mio vaginismo consumistico in apnea, lo ignoro, fino al punto in cui quello torna a galla e io sono travolta da un bisogno fisiologico di spendere soldi.

Allora sono andata, spedita, da H&M. Ho passeggiato tra scaffali di indumenti usa&getta, caricandomene sul braccio una quantità sconsiderata, evitando accuratamente tutti quei capi che includevano nella propria geometria sartoriale una cerniera. Perché la cerniera è buttana, e rischia sempre di esporti al conflitto mondiale tra le tue carni e i suoi dentelli, mentre fai un hammam nel camerino, nel disperato tentativo di tirarla su.

No, io volevo che fosse uno shopping moderato e sereno. Quindi ho optato per cose comode e morbide che sposassero le mie importanti curve  senza farmi assomigliare a un manichino sessantenne di Elena Mirò. Perché c’è da dire questo, c’è da dire che se sei magra, la tua è una vita in discesa. Essere figa e trendy spendendo un cazzo, è facile. Ma se sei cicciona, e giovane, e non vuoi vestirti come la madre di 4 figli, ecco, le cose si complicano pericolosamente. Fortunatamente H&M, soprattutto in estate, è molto compiacente da questo punto di vista e incontra le esigenze delle meno fortunate, che c’hanno il culo, le zinne, qualche rotolo qua e qualche rotolo là, da occultare al meglio per preservare e perpetrare il proprio soggettivo livello di chiavabilità.

Ho raccattato una serie sconfinata di capi, tra cui alla fine ne ho scelti 5, spendendo 60 euri, ripromettendomi di svaligiare il resto tra un mese, coi saldi. Ero una vagina felice che aveva scelto 2 minigonne (elasticizzate, of course) nere. Una minigonna blu elettrico (perché ogni vagina cicciona è diversa dalle altre, perché c’è chi è cicciona a pera, c’è chi è cicciona a mela, e io che c’ho la panza e una schiena di merda, mi illudo di avere delle belle gambe e di poterle mostrare). 1 maglietta beigiolina. 1 vestito lungo da desperate housewife che però anche sticazzi, perché io quei vestiti lunghi fino ai piedi che con 2 tacchi alti ti fanno sembrare una stanga, che puoi metterli pure se non c’hai i peli fatti alla perfezione, che non ti opprimono con bottoni e cuciture e che, per di più, ti mettono in bella mostra le sise, ecco io li amo. Poi, sentendomi in colpa per la banalità dei miei colori, ho comprato un fiore per i capelli giallo fluo (per il mio rapporto con i fiori tra i capelli o sul petto, indirizzate le vostre lamentele a Carrie Bradshaw), un bracciale giallo fluo e un bracciale fucsia.

Ero una vagina in pace con se stessa e sono andata da Tezenis, a fare incetta di canotte e magliette bianche e nere, da abbinare agli indumenti usa &getta appena comprati. Ero una vagina felice

…finché non ho avuto la malaugurata idea di varcare la soglia di Zara.

Zara, per me, è come un trombamico di grandi potenzialità e pochi fatti, uno che promette ampi orizzonti di piacere e si rivela estremamente deludente. Zara è quello che ti intriga e a cui dai una possibilità all’anno, e non la sa sfruttare. Ecco cos’è Zara, per me.

Ogni volta che entro percepisco decisamente un altro livello rispetto a H&M, un usa e getta assai meglio cammuffato ed evidentemente più costoso, scaffali di roba che ben abbinata può regalare molte gioie, e mensole di scarpe esagerate e scomodissime, spesso talmente brutte e zarre da apparire irresistibili.

Ho selezionato 4 capi. Mi sono diretta al camerino e ho avuto conferma di quanto già sospettato da H&M: la crisi ha mietuto molte vittime, tra di esse le donnine che ai camerini dicevano che si poteva portar dentro massimo 5 pezzi. Evidentemente la aziende hanno scoperto che sul bilancio incide meno qualche capo trafugato che una risorsa umana. Ora che ci penso, anche sulla soglia di Benetton non ci sono più i negroni (nel senso vezzeggiativo, non razzista) che mi sorridevano quando passavo. La crisi ci sta togliendo anche le fantasie erotiche, in pratica.

Dicevo, sono entrata nel camerino, mi sono spogliata, ho provato il primo capo, che era una maglietta bianca con uno scollo a V avanti e dietro. Tecnicamente mi è entrata, ma era talmente deformata che lo scollo a V si era trasformato in un quasi-dolcevita. Sugli altri 3 capi, è stata una tragedia: non ci sono entrata dentro. Cioè, non è che io ci sia entrata e non si siano chiusi, che ancora ancora avrei potuto accettarlo. No, no. Non hanno proprio sorpassato la mia circonferenza fianchi. Il ché è stato fortemente umiliante. E man mano che la tragedia si consumava, tutto è apparso diverso, io son passata dal vedermi cheap&glam dei camerini di H&M, a vedermi  come una specie di Galletto Vallespluga cotto al vapore dai faretti alogeni e tutti i miei sogni fescion low cost si sono infranti contro la dura realtà: ZARA non è per me.

La beffa peggiore, è stato l’ultimo pantalone. Che era largo-largo e fresco-fresco, con una fantasia che pareva recuperata dai grand  foulard che si mettevano sui divani a fine anni ottanta. Quel pantalone lì, c’aveva pure la molla sui fianchi. Non avrei potuto immaginare MAI che non mi sarebbe entrato. E invece si è fermato, lo stronzo.

Allora, a me va bene tutto, va bene. Però ci sono un po’ di cose che vorrei dire a Zara. Vorrei dirle che so che tutte le mie amiche – non necessariamente filiformi – riescono a vestirsi da lei e io le ammiro, perché evidentemente hanno un talento di cui io sono sprovvista. Resta il fatto che se io sono una taglia 46 nel resto del mondo, in quella tua cazzo di L ci devo entrare. E se sono una 48, ci devo entrare lo stesso, stretta ma ci devo entrare. E se non ci entro, sei tu un’infame, che segni come L capi che sono M.

Vorrei dire a Zara che io la boccio. Boccio i suoi capi apparentemente fescion, i suoi elastici farlocchi, i suoi vestiti Made in Thailand troppo costosi per quel che valgono, boccio le sue scarpe che sono tra le più scomode che ci siano sul mercato, boccio le sue 4 macrotaglie, boccio la sua discriminazione adiposa, boccio il suo andare incontro a chi ha la conformazione fisica di Gollum ma non a chi ha il “corpo a clessidra”.

Che mi va bene tutto, ma non chiamarle L. Chiamale, chessò, XM.

E comunque, morale della favola: Zara, SUKA.