Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
o-poop-emoji-ice-cream-facebook
.
Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
.
Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
.  
Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
.  . 
Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
 . . 
Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
. . 
Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
. . 
No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
.. 
Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

.. . 

ohhh_singleboxdonna1
. . 
1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
. . 
2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
 . 
3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
july_hairstylesfromsuits_700x400
.  
7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
.  
Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
 . 
Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
.  
Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

[SessuOhhhlogismi 7] – La Politica del Punto G

Una delle battaglie culturali più rilevanti nella mia vita è quella che rivendica l’esistenza del Punto G.

Come ormai anche gli alberi sanno, il Punto G è il centro nevralgico del piacere femminile e intorno a esso è sempre stata fatta moltissima disinformazione e diseducazione. Mi spiego: non si capisce se questo nucleo della libido esista, non si capisce dove si collochi, non si capisce se tutte le donne ce l’abbiano o meno, non si capisce se la scienza lo riconosca oppure no. Praticamente il Punto G è considerato alla stregua degli extraterrestri, o delle scie chimiche, o dello Yeti. Lì, a cavallo tra il mito e la leggenda. La fantasiosa teoria. Il gomblotto. Se lo trovi è bene, se non lo trovi pazienza, del resto non è neppure detto che esista!

Le prime vittime di questo depistaggio sono le donne che, spesso, non hanno idea di essere equipaggiate di quest’area anatomica per un duplice ordine di ragioni.

In primis, molte di esse non si masturbano (sissignori, levatevi quell’espressione di sbigottimento dal volto e fidatevi, lì fuori è pieno di gentili donzelle che non si sono mai dilettate nella scoperta del proprio corpo) e molte di esse, qualora lo facciano, preferiscono concentrarsi sul piacere clitorideo, che per l’amor del cielo, ha senza dubbio i suoi benefit, non ultimo il fatto che il clitoride siamo per lo meno sicure d’avercelo, cioè è scritto e rappresentato sui libri (anche se, per certi uomini, pure trovare quello pare che sia un’impresa del National Geographic). E quindi, invece che sorbire la frustrazione di andare a casaccio lì dentro, dov’è tutto buio e umido e non v’è certezza, preferiscono la solida (per quanto delicata) ufficialità del clitoride.

In secondo luogo, esse non hanno mai avuto il raro privilegio di incontrare un uomo capace di far scoprir loro nuovi orizzonti di benessere, di condurle attraverso le gioie del piacere vaginale in quanto tale, cosa che richiede un certo grado di fiducia (perché comunque ti sto facendo giocare con la mia virtù e gradirei non passare la prossima settimana ad avere problemi a sedermi su qualunque superficie), spregiudicatezza e libertà (perché finché inconsciamente tendiamo a vergognarci del nostro piacere, non riusciremo a viverlo appieno).

Ora, partiamo dalle basi.

indiana_jones_bridge_1

  1. Il Punto G esiste. Fatevene tutti una ragione. Non potete trovarlo su Google Maps, non c’è una segnaletica orizzontale che vi ci conduca, nessun gps, spesso purtroppo anche se chiedete indicazioni ai passanti non sanno aiutarvi (laddove i passanti sono le donne che non ne hanno consapevolezza). Tuttavia, esso c’è.

2. Nel punto G dovete anche crederci. Uomini e donne. Crederci, cercarlo e trovarlo. Non è un fatto di fede, né una caccia al tesoro. È molto di più. Del resto, il fatto stesso che si parta dall’assunto che “forse non c’è” è fuorviante e sbagliato. Come può essere così importante e così incerto? Tutta questa propaganda per cui noi donne siamo “diverse”, noi donne siamo “complesse”, noi donne non possiamo provare piacere attraverso una pura stimolazione “meccanica” dei nostri organi, che se non siamo coinvolte emotivamente, niente, nada, nisba, non è del tutto vera e forse dovremmo iniziare ad affrancarci da questa lettura della sessualità secondo la quale l’orgasmo maschile è (quasi) garantito dalla natura, mentre quello femminile è un’epifania, un dono, un happening. Anche il nostro si può raggiungere, con (quasi) garanzia totale di successo. Il sentimento è un ingrediente preziosissimo, a volte sufficiente persino. Ma un po’ di preparazione tecnica non ha mai fatto male a nessuno. Del resto l’arte è sì estro, ispirazione, talento innato, ma è pure disciplina ed esercizio.

3. Il Punto G non è un pulsante, non è un grilletto, non è una manopola, una carrucola, una maniglia. È un’area interna alla vagina, ricca di terminazioni nervose, assai sensibile, nella sua parte alta, come spiegarvelo, insomma, la parete verso la pancia, non quella verso il culo (per quanto giocare con tutta la zona non guasti mai, ma qui adesso stiamo cercando di fare chiarezza su un’area specifica)

4. Può essere stimolato durante la penetrazione classica, certamente, ma se volete agire in maniera chirurgica e puntuale, scoprendo davvero le potenzialità di questo magico e misterioso Punto, dovete usare le mani, cioè le dita, al plurale, DUE, non una (che non abbiamo mica 16 anni) e neppure tre (che non ne abbiamo neppure 60 con 3 gravidanze alle spalle…per quanto poi, vabbé, regolatevi sempre in base alle circostanze, ci sono situazioni in cui pure il fisting è un’opzione contemplata).

5. Se ve la state sbrigando da sole, gherls, le dita non sono il modo più comodo di sperimentare le sublimi risorse del vostro corpo, non quando si parla di Punto G. Voglio dire, è più comodo usare un apposito strumento, curvato ad hoc per stimolare ciò che ha da essere stimolato (tipo questi, per capirci)

6. L’intensità, il ritmo, la frequenza, sono ingredienti che vanno sempre modulati sulla base dei responsi che il corpo ci da, ovviamente. Spesso però succede che il piacere sia così intenso – e le prime volte così sconosciuto – che tendiamo a sottrarci (come quando chiudiamo le gambette perché qualcuno sta facendo bene ciò che c’è da fare, ma in realtà è la nostra comunicazione non verbale che dice “Basta!” e intende “Continua così, così, esattamente così”).

7. Certo è che non si deve essere pigri. Quindi, cari uomini, mettetevi con la giusta dose di solerzia e fate gli Indiana G-iones: esplorate, tastate, giocate, nella consapevolezza che se trovate il Tempio Benedetto del piacere femminile, quella donna lì, vi ricorderà, vi apprezzerà, forse vi amerà persino, o comunque parlerà bene di voi alle sue amiche (e come sapete nulla è efficace come il Word of Mouth, cioè er passaparola). Se vi fa male il braccio, pazienza. Continuate. Continuate finché lei continua a emettere messaggi subliminali tipo “Sì. Sì. Oddio. Madonna. Oh mamma. Sì. Così. Oh, Padre Pio. Oh, Santa Madre Teresa di Calcutta. Ohhhhddddio. Oddio. Oddio. O-DD-DIO”. Ok? Vi fermate quando lei vi supplica tipo con “basta, ti prego”.

8. Abbandono. Ecco, il piacere vaginale, richiede e implica un abbandono radicale. Senza nulla togliere a quello clitorideo, è proprio un altro campo da gioco. Voglio dire, non è che ci contorciamo semplicemente come dei vermicelli, percorse da spasmetti femminili e accettabili, tremori di cosce, gridolini sommessi e sospiri affannatini; il piacere vaginale è profondo, totale, parte dal ventre e si tira appresso tutto il corpo, ci rivolta come calzini sudati e ci fa vedere l’Iddio onnipotente.

9. E noi donne, di questa forma di piacere e dei suoi effetti collaterali, non dobbiamo avere vergogna. Non dobbiamo averne dei nostri umori, dei nostri odori, delle reazioni del nostro corpo, delle facce che facciamo, di quanto paonazze possiamo diventare, dei versi che emettiamo (al limite ricordate, se riuscite, che esiste un vicinato, o dei coinquilini, insomma avete capito). Della vergogna proprio dobbiamo spogliarci, come ne sono spogli gli uomini quando espletano il proprio piacere e non è che si trattengano perché magari a noi quella loro mucillagine appiccicosa ci fa schifo. Ecco. Siate shameless. Siate femmine. Siate naturali. E, se un uomo rimane palesemente disturbato, o non vi fa sentire a vostro agio, forse non vale la pena di andarci ancora a letto, con quell’uomo lì. Forse è lui che non è all’altezza della vostra sessualità.

10. E qui veniamo all’ultimo punto. Il piacere vaginale, strettamente legato al Punto G, è potente. Proprio così: POTENTE. E non può essere ignorato per una vita, rimpiazzato da quello clitorideo (che è un eccellente antipasto, ma il piatto principale, quello che ti sazia davvero, è un’altra roba). Potente come sono potenti gli uomini quando esercitano a pieno regime la propria virilità. Potente e liberatorio.

È per questo che io insisto, su questa storia del Punto G.

schermata-2016-10-20-alle-12-10-25

Perché quando il tuo corpo riesce a darti così tanto piacere, non puoi che volergli più bene. Non puoi che odiarlo di meno. Non puoi che imparare ad avere un rapporto più sano e maturo con la tua carne, con le tue imperfezioni ma anche con la tua profonda femminilità.

In secondo luogo, perché agli uomini piacciono le tette grosse, la vita sottile, il culo di marmo, le cosce toniche, i capelli folti e tutto quello che ve pare. Ma, agli uomini veri, nulla piace quanto una donna che conosca il proprio corpo e che sappia vivere in serenità e libertà il piacere. Prenderlo. Darlo. E condividerlo.

Io vi saluto e vi rimando alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi (qui trovate le precedenti: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)!

Vi segnalo, infine, che qualora voleste accattarvi un giocattolo che vi aiuti a sperimentare la magia del Punto G, potete usufruire del codice GcomeVagina e avere diritto al 15% di sconto fino al 31 ottobre!

BaGi e abbraGGi

I Non-Leccatori

Da tempo volevo dedicarmi a questo argomento di capitale importanza che interessa molte di noi e sul quale c’è uno sconcertante silenzio mediatico: i Non-Leccatori.

Tutto è iniziato a un aperitivo con una mia amica che mi ha raccontato del suo recente affair con un performante financial consultant sarcazzo, con cui era già stata a letto 2 volte e che non gliel’aveva ancora leccata. Che, di solito, è un preoccupante campanello d’allarme che ci segnala che potremmo essere in presenza di un Non-Leccatore. Alché le ho detto di dargli una terza chance, perché se non lo fa la prima volta ok, vabò, ci può stare; se non lo fa la seconda volta è un indizio, se non lo fa la terza volta è una prova. E il passo dalla prova alla condanna, in genere, è breve.

Partiamo da principio: dicesi Non-Leccatore un esemplare di maschio eterosessuale in attività che non ama dilettarsi nell’ars amatoria orale, che preferisce mangiare la catalogna lessa piuttosto che praticare un cunnilingus degno di tal nome e che, in fondo, pensa che la beneamata virtù femminile altro non sia che un enorme mitile appena pescato dai pali delle cozze del Mar Piccolo di Taranto.

Naturalmente esistono diverse categorie di Non-Leccatori.
11273058_1107231809303268_141017266_n

L’Intollerante –> Praticamente il celiaco del sesso orale, quello che non la lecca perché se ci prova gli vengono i conati di vomito, le coliche gastriche, il cagotto, la dissenteria e va bene lo splatter, ma a tutto c’è un limite. Che poi una non può nemmeno dire niente, in quei casi, che mica è colpa sua se non gli piace, perché allora scusa il sesso è fatto anche di odori, sapori, chimica, pensa se tu dovessi fare a un uomo una fellatio e non ti piacesse il suo odore. Bene, gli direi “fatti un bidet che ti faccio un pompino”. Fine. Non è che deciderei che io non faccio mai più sesso orale al genere maschile (è anche vero che se qualcuno dicesse a una donna “fatti un bidet che te la lecco” quella potrebbe facilmente avere reazioni inconsulte, dal pianto isterico al due di picche). Magari non gli piace il tuo odore, ok, possibile, legittimo, ma allora cercherò qualcuno a cui il mio odore piaccia, perché graziaddio nel mondo ce ne sono.

Il Pelofobico –> Sarebbe quello che non la lecca perché maisia la sensazione del pelo in gola, è una tortura che nemmeno i cartelli messicani della droga sono così feroci coi loro nemici. Al pelofobico la patata va presentata pelata, liscia-liscia come il culo del bambino della pubblicità della Pampers. Viceversa lasciate perdere. Prestate attenzione anche alla ricrescita, cioè avvisatelo che i peli devono ricrescere un po’ per essere strappati di nuovo, prima che si prenda male e vi dica che il vostro pube sembra la faccia di Raz Degan.

Il Sentimentale –> Sarebbe quello che la lecca solo quando pensa che tu sia la donna della sua vita, che potresti cucinargli la cena e sfornargli un paio di figli, possibilmente maschi. Insomma, quello il cunnilingus non lo pratica le prime volte, deve diventare una cosa più importante, deve esserci un po’ di sentimento, che a me sembra come quando noi diamo il culo, ma solo per amore. Altrimenti gnente, nisba, sciopero della lingua. Quindi state tranquille, non è che a lui non piaccia leccare la sacra vulva, è proprio che di voi non gliene frega ‘ncazzo.

Il Sindacalista –> Sarebbe quello che lo fa il minimo sindacale, random, una volta ogni tanto.  Lo fa per un po’, quasi sempre non lo fa bene e spesso s’aspetta che tu gli renda onore e gloria per il prode gesto e l’eroico coraggio che ha dimostrato avventurandosi negli anfratti della tua femminilità. Cioè devi farlo venire in stile Brazzers.

Il Formichiere –> Colui il quale non ama particolarmente praticare il cunnilingus ma sente che ormai è culturalmente richiesto perché nei porno succede così e le donne se l’aspettano, quindi, per almeno 3 minuti se ne sta appollaiato a fendere la tua area clitoridea (sì, insomma, grossomodo lì), con la piccola punta, ritta-ritta, della sua linguetta.

L’Insospettabile –> Il peggiore della specie. Quello che non te l’aspetti, che limona da dio, che ti bacia le orecchie e il collo e le spalle e tu dici veeergine-santa-ti-prego-fa-che-continui-così. E poi, invece, l’arbitro fischia e quello si va a sedere in panchina. Entra in campo solo per tirare in porta e tu senti che ci sono gli estremi per una denuncia per truffa aggravata.

I Non-Leccatori, una non ci pensa mai, ma esistono. Sono intorno a noi, sono in incognito, non hanno una linea viola che ne contraddistingue la sagoma come nella pubblicità sull’aids degli anni ottanta. Loro si mischiano, si confondono e tirano la fregatura a posteriori. E tutti loro hanno un comune denominatore: il cunnilingus non lo praticano, ma danno per scontato che la fellatio sarà di serie. E nessuno si preoccupa di essersi lavato magari 12 ore prima, di essere stato in giro tutto il giorno, di aver pisciato 8 volte, di avere un nido di quaglia ramificato tra pube e gonadi, e che potrebbe non essere esattamente un viaggio olfattivo a base di Chanel n°5, il nostro. Perché? Perché son maschi.

cunnilingus

Ma qual è il punto di tutto questo? Il punto è che per via dei non-Leccatori ci sono donne che non riescono a cogliere il piacere del sesso orale, la sua gioia rivoluzionaria, la sua liberatoria gratificazione. Abbiamo paura di non essere abbastanza in ordine. Abbiamo paura di non profumare di eucalipto tra le cosce. Abbiamo paura del nostro sapore. Abbiamo paura di perdere il controllo del nostro corpo. E sintetizziamo tutto questo in: no, ma a me non piace tanto. E di questo ho testimonianze dirette e indirette (tipo il mio amico Drugo mi ha scritto di notte e mi ha chiesto: “Cosa può indurre una donna nel 2015 a non farsela leccare?”, dopo che una si era sottratta al cunnilingus). Dici che non ti piace tanto. Ma sei sicura? Non è che i partner che hai avuto non hanno mai saputo fartelo per bene, un cunnilingus? Farti capire che erano persi di te, mentre lo facevano? Farti sentire la più femmina tra le femmine, almeno per 10 minuti? Pensaci, perché esistono anche questi uomini qui e non sono nemmeno così rari, e la sensazione è bella vera, e sarebbe un peccato non togliersi il dubbio fino in fondo.

Personalmente diffido un po’ dei Non-Leccatori e non perché il cunnilingus sia una conditio sine qua non di ogni rapporto sessuale, semplicemente perché penso che viviamo il sesso in due modi incompatibili, che magari potremo anche divertirci un po’ insieme, ma presto mi stancherò e quel pezzo a cui ho rinunciato mi mancherà.

E non mi mancherà l’atto in sé, perché sono un’amazzone femminista e l’orgasmo lo pretendo, che mentre lo scrivo mi viene in mente Irene Grandi e mi disturbo dentro, no, perché nell’eros non può esserci pretesa e se c’è la pretesa automaticamente non c’è l’eros, non è questo. Non è perché l’orgasmo sia un conio che devi pagarmi quando giacciamo accanto (anche perché non è per nulla detto che verrò mentre me la lecchi).

Ciò che penso che mi mancherà è quella forma massima di accettazione completa del mio corpo, che voglio trovare, per lasciarmi andare, per spogliarmi ed essere finalmente nuda, per abbandonare i codici. Per perderlo, il controllo. Perché il sesso serve anche a quello.

Ecco, è questo che mi mancherà. La sensazione di intrecciarsi nel più intimo dei modi, e di piacersi completamente, come si è: con gli odori, con gli umori, con la ricrescita dei peli, con le imperfezioni cutanee. Con tutta la verità che c’è.

 

We Vibe Thrill

Quando vado in vacanza ho 2 gravi disturbi.

Il primo consiste nell’esigenza forsennata di deputare l’ultima mezza giornata all’acquisto compulsivo di souvenir, non oggetti o prodotti tipici, proprio souvenir. Quelli odiosi, commerciali, kitch. E non è che io entri nel negozio e compri. No, io devo proprio guardare tutti i negozietti, fare uno studio comparato qualità/prezzo tra le varie calamite, tazze, portachiavi, t-shirt e, solo dopo,  posso scegliere.

L’altro disturbo, molto simile, è il desiderio imprescindibile di fare il tour dei sexy shop. Ma roba che se siamo a Parigi o ad Amsterdam o a Londra e non mi ci fai andare perché ti inventi, chessò, che dobbiamo andare a vedere il fottuto Madame Tussaud perché devi farti le fotografie in posa vicino alle cere come un bimbominkia, ecco inneschi una reazione a catena il cui risultato ultimo sarà con buona approssimazione la fine della nostra relazione amicale/sentimentale.

Perché i sexy shop son belli, scopri un sacco di cose, tocchi, guardi, sfogli, ridi e ricordi che il sesso è una cosa così immensamente più varia rispetto a quelle performance da weekend che, quando hai una relazione stabile, 9 volte su 10, ti ritrovi a vivere. E i sexy shop non sono porno-shop, ci compri giocattoli, travestimenti, gingilli, che riconducono il sesso alla sua dimensione sana, libera, ludica e curiosa. Poi la sezione coi film porno c’è, naturalmente, e del resto dove c’è gusto non c’è perdenza, dice sempre la Vagina Maestra.

Bisogna però puntualizzare che una cosa sono i sexy shop all’estero, una cosa sono i sexy shop in Italia. Voglio dire, in Italia, a Milano, è pieno, ce n’è ogni 100 metri, solo che sono delle robe che non ci entreresti nemmeno se un ologramma di James Franco sulla porta ti promettesse immense gioie, varcata la soglia. No, no e no. Al 90%, hanno sempre quell’aria piccola e lercia, che paiono bugigattoli torbidi, rifugi di depravazione residuale, con la vetrina gialla e la scritta nera. Senza contare che, non pijiamoci per la vulva, ci sono soggetti che ancora si imbarazzano a comprare i profilattici in farmacia, figurarsi comprare un gatto a nove code da un margiale pakistano.

we vibe thrill

Ed è per questo motivo che una validissima soluzione a questo problema italico, immediatamente successivo allo spread, alla disaffezione degli italiani alla politica e all’evasione fiscale, è rappresentata dai sexy shop online, come Condomia che, ponendo massima attenzione allo standard qualitativo, raccoglie una selezione di prodotti dei migliori brand (dai vibratori, ai profilattici, ai lubrificanti) e ce li propone, completi di tutte le info del caso, in un sito sobrio e navigabile, senza baldracche in reggicalze e addomi bisunti raso-pene, per intenderci, che non dico che potete scegliere il lubrificante ritardante che fa al vostro caso in pausa pranzo, nell’ufficio open space con il monitor nel campo visivo dell’Amministratore Delegato, ma quasi. Fatto l’ordine, chevvelodicoaffare, consegna rapidissima e discrezione assoluta.

Sono state queste alcune delle considerazioni  che mi hanno fatto accettare la proposta di collaborazione con Condomia.

Queste, e un cadeau da recensire del valore di 129,00 euri.

Sì, perché capite bene che se uno mi regala un vibratore che si chiama Thrill, cioè, io, in qualità di Vagina, non posso che accettare, voglio dire, al vibratore non si da il 2 di picche.

Pertanto, dopo un’attenta riflessione e una diplomatica trattativa, Vagina e Condomia hanno instaurato questa sperimentale collaborazione, o se vogliamo chiamarla “partnership” per suonare più fiQi. E in una grigia domenica milanese, libera dagli affanni settimanali, ho agito: ho provato il We-Vibe Thrill.

Prima di riceverlo, ero un po’ perplessa, perché aveva tutta l’aria d’essere uno sbattitore elettrico, avete presente quello con il manico e le fruste per montare la panna? Ecco. Solo che al posto delle fruste, c’è un fallo. Invece, quando l’ho ricevuto (in ufficio, il ché è stato uno dei momenti più epici della mia carriera), mi sono accorta che no, che è assolutamente rassicurante, desiderabile e compatto (cosa che vale per alcuni vibratori, non per gli uomini, sia chiaro).

vaginas thrill

Ha 8 modalità di vibrazione, è silenzioso, cioè non fa quel rumore da lavatrice del 1994 in Classe Energetica C. E’ impermeabile al 100%, si ricarica elettricamente il ché è una cosa straordinaria, volendo anche con una porta USB e, dopo di ché, potete sollazzarvi per 2 ore no stop, se je la fate.

Adesso passiamo alle info più succulente. Il piccolo We Vibe Thrill, che una non s’aspetta che una cosa così piccola possa essere tanto piacevole, ti si giustappone internamente e ti stimola il Punto G, mentre la parte esterna ti mette addosso un fremito che ommioddio, lavorando sul clitoride. La sensazione è simile a quella che si prova quando si ha tra le cosce un uomo molto sapiente, che ti ciancica tutta ma con precisione, non con fare grossolano. Uno di quei meravigliosi portatori di pene (ce ne sono 15 censiti in tutto il mondo) che sanno esattamente cosa devono toccare e come, che prendono la tua femminilità per intero, che la seducono al punto che quella inizia a vivere di vita propria e gli si concede completamente. Su tutto, un piccolo manico, sempre in silicone medico, per muovere il nostro piacere.

Un’altra galassia rispetto al tradizionale fallo di gomma da 15 euri che vi regalano le amiche all’addio al nubilato, per ovvie ragioni, e diverso anche dal Rabbit che è – per il mio gusto – impareggiabile quanto a performance clitoridea, ma in realtà concentrato solo su quella. Il We Vibe Thrill è completo e regala un’esperienza autoerotica estremamente femminile, intensa e totale. Se vogliamo fare della filosofia, possiamo dire che aiuta a prendere sempre più consapevolezza del proprio corpo, a scoprire nuove sfumature di piacere, che sono sospese tra dentro e fuori, che crescono lentamente e costantemente, orchestrandosi tra loro e regalando una bellissima e rilassante sensazione d’abbandono ai piaceri della fregna.

In sostanza, è il giusto strumento con cui depurarsi dalle inquietudini della quotidianità e sublimare la bellezza d’esser vagine. Regalatevelo e regalatelo, anche come strenna natalizia voglio dire, che le vostre amiche, compagne e sorelle, non s’offenderanno e sarà LA panacea per l’acidità femminile, nonché diversivo per l’incapacità maschile.

E con questo, mi considero l’Aldo Grasso dei cazzi di gomma.

Cordialmente,

Vagina

Normale, brasiliana o totale?

Ogni volta che chiamo l’estetista per prenotare un appuntamento e ci dico che voglio fare baffetti, sopracciglia e inguine, quella mi pone questa domanda esistenziale: normale, brasiliana o totale?

Ambarabà Ciccì Coccò, 3 cerette sul comò…

Che io sono tipicamente in giro, magari in coda alle Poste a pagare una multa, e provo sempre un leggerissimo imbarazzo a mettere a conoscenza i presenti della foggia che assumerà l’area più sacra del mio corpo.

Perché a Milano è così. Sono professionali e sono precisi. Per ogni pelo estirpato il prezzo aumenta. Loro hanno da saperlo in anticipo, perché gli appuntamenti si prendono fitti fitti, e noi vagine impegnate nella lotta contro la natura pilifera, veniamo stipate una dietro l’altra, nel corso delle ore, come in un’alienante catena di smontaggio ordita per abbattere la tirannia del pelo superfluo.

Premetto che io mi sono a lungo concettualmente opposta alla moda della patata glabra, per una serie di ragioni tra cui la principale è che scosciarsi ignude di fronte a una sconosciuta per farsi spalmare cera bollente e farsi strappare via i peli dalla parte più delicata del nostro corpo, mentre magari quella cerca di distrarci raccontandoci dell’ultimo disco di Biagio Antonacci, è un’esperienza davvero brutta e dolorosa. Che poi c’è quelle che ti dicono “Non ti irrigidire” e tu vorresti rispondere “Sì, hai ragione, in effetti sentire che armeggi a cavallo tra piccole e grandi labbra armata di colla e strisce di carta è rilassante quasi quanto fumarsi un personal di White Widow ascoltando i Porcupine Tree, c’hai ragione, scusa”.

Non che le altre tecniche depilatorie siano molto migliori: io con le creme non je la faccio, non c’ho pazienza, puzzano e non mi tirano via tutto. E il rasoio è un martirio.

Poi, per carità, depilarsi l’inguine è importante, non è che stiamo dicendo di fare i dread alla passera, sia chiaro. Ma la prima volta che ti metti a 4 zampe sul lettino dell’estetista per farti depilare tutto-tutto, e quella non può dirti “mettiti a pecora” quindi ti dice “mettiti a cagnolino”, tu senti chiaramente di stare sacrificando tutta la tua evoluzione femminile in una maniera profondamente turpe, sull’altare dell’estetica pornografica, e non sai nemmeno tu bene il motivo per cui lo stai facendo, e invochi lo spirito di Patti Smith che non si fa nemmeno i baffi e le chiedi di perdonare la tua momentanea prostituzione all’epilazione massificata e capitalista.

Personalmente, dopo essermi depilata, sento un forte moto di zoccolaggine inside. E ho capito che dipende semplicemente dall’esigenza morale di legittimare la sofferenza subita con almeno 30 minuti di sapiente cunnilingus. Perché fare tanta fatica per mettere in ordine una cosa che nemmeno si vede è scelta razionalmente incondivisibile. Poi, per carità, quella fatica la facciamo, perché hai visto mai che inciampi in Javier Bardem  e c’hai le balle di fieno sull’inguine? No, non va bene. Resta il fatto che noi vagine, a tirarci via i peli in quel modo, viviamo in una condizione di perpetuo credito sessuale nei confronti della società. Che si sappia.

Tecnicamente esiste 1 solo mese dell’anno durante il quale ha senso procedere con una depilazione drastica: agosto. Ad agosto si va al mare, e al mare c’è da star serene, non possiamo preoccuparci che qualcosa sbuchi dai succinti costumi da bagno. E sapere di non avere il becco d’un pelo lì dove dio voleva li avessimo, è un grande vantaggio. Per tutto il resto dell’anno trovo che rispondere “normale” all’estetista sia una scelta più che accettabile e poi, diciamocelo su, non è che la “totale” se la possano permettere proprio tutte e in molti casi lasciare un po’ di spazio all’immaginazione non guasta.

Capisco che molte propugnano l’evirazione pilifera pensando che così, avendo tutto sott’occhio, i maschi possano scoprire i misteri dell’Area 51 e poi trovare il clitoride più facilmente, ma in quel caso suggerirei di cambiare maschio. O di aiutare l’Indiana Jones della vulva in modi assai meno dolorosi e innaturali.

Senza contare che, a mio avviso, all’uomo vero il pelo piace. Perché il sesso più sano è scomposto, spregiudicato, brutale e primitivo. Il sesso migliore ci riduce a pelle e respiro, istinto e sudore, ci avvicina tantissimo agli animali, annienta la consapevolezza e la razionalità. E’ empatico più che estetico. E un vero maschio, di fronte al più succulento dei nostri solchi, non può che pensare al nostro piacere, attraverso il quale sublimare la sua eccitazione. E dovrebbe badare poco, assai poco, a quanto irsuto è il nostro pube, curandosi assai più della partecipazione che il nostro corpo manifesta di fronte alle sollecitazioni che ci propina.

E se un cazzetto fa troppo lo schizzinoso, si vede che non è molto virile. Del resto, Moana Pozzi ce l’aveva pelosa.